VII.

VII.Perchè non duri viva e grande la fama letteraria di Federigo Borromeo.È cosa degna di maraviglia e di osservazione che il nome di un tal uomo [il cardinal Federigo Borromeo], già ai nostri tempi, in una posterità così poco remota, sia non dirò dimenticato, ma certo non ripetuto così sovente come si fa degli uomini più illustri; che a questo nome sia appena associata una idea languida d'un merito incerto, d'una eccellenza indeterminata; che questo nome pronunziato fuori della patria di Federigo e della società di quelli che più particolarmente si applicano alle cose nelle quali egli fu attore, o passi inavvertito, o riesca anche nuovo, e invece di risvegliare la memoria di una rara preeminenza faccia nascere la curiosità di sapere che abbia fatto colui che lo portava, e che l'elogio che noi vi abbiamo unito abbia avuto bisogno di schiarimento e di prove. E forse ancor più stupore deve nascere al pensare che un uomo dotato di nobilissimo ingegno, avido di cognizioni, perseverante nello studio, sommamente contemplativo, e nello stesso tempo versato nelle società più varie degli uomini, e attore in affari importanti, abbia posta ogni cura nel comporre opere d'ingegno, ne abbia lasciato un numeroche lo ripone fra i più fecondi e i più laboriosi; e che queste opere d'un uomo, che aveva tutti i doni per farne d'immortali, non sieno ora quasi conosciute che dai loro titoli, nei cataloghi di quegli scrittori che tengono memoria di tutto ciò che è stato scritto in un tempo in un paese. Ma la spiegazione di questo fenomeno si può forse trovare nella condizione dei tempi in cui scrisse Federigo. A produrre quelle parole o quei fatti, che rimangono presso ai posteri oggetto di una ammirazione popolare, non basta la potenza di un ingegno, nè la costanza di una volontà: è d'uopo che queste facoltà possano esercitarsi sopra una materia la quale abbia da se qualche cosa di splendido, di memorabile: gli uomini di tutte le età rimasti insigni giunsero a quel grado di fama, o accompagnati da una folla d'uomini non insigni com'essi, ma pure partecipi dei loro studj, curiosi delle stesse cognizioni, ornati in parte della stessa coltura: o almeno combattendo contra errori, abitudini, idee, che avessero qualche cosa d'importante, di problematico in quelle dottrine che sono un esercizio perpetuo dell'intelletto umano, trovarono insomma una massa di notizie e di opinioni, un complesso di coltura, sul quale fondarsi, dal quale progredire, al quale applicare gli aumenti e le correzioni per cui la memoria del genio rimane. Che se pure è viva tuttavia la fama e le opere di uomini vissuti in tempi rozzissimi, lo è perchè quei tempi erano sommamente originali, e quelle opere conservano il carattere e mostrano aiposteri un ritratto osservabile d'una età che nessuna altra cosa potrebbe rappresentarci. Ma Federigo Borromeo visse in tempi di somma universale ignoranza, e di falsa e volgare scienza ad un tratto, fra una brutalità selvaggia ed una pedanteria scolastica, in tempi nei quali l'ingegno, che, per darsi alle lettere, a qualunque studio di scienza morale, cominciava (ed è questa la sola via) ad informarsi di ciò che era creduto, insegnato, disputato, a porsi a livello della scienza corrente, si trovava ingolfato, confuso in un mare tempestoso di assiomi assurdi, di teorie sofistiche, di questioni alle quali mancava per prima cosa il punto logico, di dubbj frivoli e sciocchi, come lo erano le certezze. Non v'è ingegno esente dal giogo delle opinioni universali, e già una parte di queste miserie diventava il fondamento della scienza degli uomini i più pensatori. Che se anche i più, anche i più acuti, profondi fra essi, avessero veduta e detestata tutta la falsità e le cognizioni di quel sapere; avessero potuto sostituirgli il vero, giungere al punto dove si trovano le idee e le formole potenti, solenni, perpetue: a chi avrebbero eglino parlato? E chi parla lungamente senza ascoltatori? Il genio è verecondo, delicato e, se è lecito così dire, permaloso: le beffe, il clamore, l'indifferenza lo contristano: egli si rinchiude in sè e tace. O per dir meglio, prima di parlare, prima di sentire in sè le alte cose da rivelarsi, egli ha bisogno di misurare l'intelligenza di quelli a cui saranno rivelate, di trovare un campo dove siatosto raccolta la sementa delle idee che egli vorrebbe far germogliare: la sua fiducia, il suo ardimento, la sua fecondità nasce in gran parte dalla certezza di un assenso, o almeno di una comprensione, o almeno di una resistenza ragionata. Veggansi, per esempio, le opere di eloquenza di due sommi ingegni, vissuti in circostanze ben diverse nella età posteriore a quella di Federigo, Segneri e Bossuet. Veggasi quali idee, quale abitudine di linguaggio, quali pregiudizj anche suppongano le orazioni funebri di questo negli ascoltatori di quelle; veggasi dalle prediche del Segneri che opinioni egli doveva distruggere, in che sfera d'idee egli doveva attignere i suoi mezzi, le sue prove, per persuadere quegli ingegni, a quali costumanze egli doveva alludere; nella differenza dei due popoli ascoltanti è certamente in gran parte la spiegazione della somma distanza fra le opere di due ingegni ognuno dei quali era grande.Prima che un popolo il quale si trova in questo grado d'ignoranza possa produrre uomini per sempre distinti, è d'uopo che molti sorgano a poco a poco da quella universale abiezione, che riportino su gli errori, su la inerzia comune molte vittorie d'ingegno difficili, e che saranno dimenticate; che attirino con grandi sforzi le menti a riconoscere verità che sembrano dover essere volgari, che preparino agli intelletti venturi una congerie d'idee, delle quali o contra le quali si possano fare lavori degni di osservazione; e che finalmente col progresso, con la esattezza, conla fermezza e perspicuità delle idee migliorino a poco a poco il linguaggio comune, dimodochè i sommi ingegni possano avere uno strumento che renderanno perfetto, ma che pure hanno trovato adoperevole, possano, per quell'istinto d'analogia che ad essi soli è concesso, arrivare a quelle formole inusitate, ma chiare, ardite, ma sommamente ragionevoli, con le quali sole possono vivere i grandi pensieri. Questo fa d'uopo; ovvero che la coltura più matura, più perfezionata d'un altro popolo venga ad educare quello di cui abbiamo parlato.Allora gl'ingegni singolari, attirati dalla luce del vero, da qual parte ella si mostri, si levano dalla moltitudine dei loro concittadini, e tendono al punto che essi scorgono il più alto. Cominciano allora le ire di molti e i lamenti di altri contra l'invasione delle idee barbare, contra la dimenticanza delle cose patrie, contra la servilità agli stranieri, contra il pervertimento del linguaggio e del gusto; e non si può negare che queste ire e questi lamenti non atterriscano alcuni, e non gli contristino a segno di far loro abbandonare la via di studio intrapresa; giacchè fargli ritornare al falso conosciuto è cosa impossibile. Ma v'ha pure di quegli ingegni ai quali è, per così dire, comandato di fare; e questi, tenendosi in comunicazione con un'altra età, o con un'altra società d'uomini, dicono ai loro contemporanei cose che questi ascoltano da prima con disprezzo e con indifferenza, quindi in parte pure con qualche curiosità quando la famaviene dallo straniero ad avvertirli che fra loro v'è uno scrittore, imparano un poco mal loro grado, e sono poi quasi tutti concordi sul merito dello scrittore quand'egli ha dato l'ultimo sospiro.Così, un secolo forse dopo Federigo, cominciò a rinascere in Italia un po' di coltura, e fra quella a sovrastare alcuni scrittori, dei quali vivono le opere e la memoria; ma i principj di quel risorgimento non furono un progresso, un perfezionamento delle idee allora dominanti; fu una nuova coltura, introdotta in opposizione alle idee predominanti; sul che tutti concordano. Ma intorno alla sorgente di questa nuova coltura v'ha due opinioni estremamente disparate. Alcuni, anzi moltissimi, hanno creduto e detto che dal fondo della ricchezza letteraria del secolo decimosesto e dai pochi sommi scrittori più antichi sieno state tolte le idee le quali hanno rinnovellato lo spirito della letteratura e ricondotto il colto pubblico al senso comune; e che principalmente dai canzonieri del Petrarca e del Costanzo sia stata tolta la luce che dissipò le tenebre del seicento. Infatti, i primi riformatori si posero, come alla faccenda più premurosa, ad imitare quelle rime che l'immortale Costanzo vergò, per placare, se fosse stato possibile, quell'empia tigre in volto umano, per la quale è così diviso e combattuto il sentimento della posterità. Poichè, quando si pensa ai dolori intimi, incessanti, cocenti che quella tigre fece tollerare a quel celebre sventurato, non si può a meno di non sentire peressa, voglio dire per la tigre, un certo orrore, un rancore vendicativo. Ma quando poi si venga a riflettere che senza quei dolori non sarebbero stati partoriti quei sonetti e quelle canzoni, che senza quei sonetti e senza quelle canzoni l'Italia si rimarrebbe forse forse tuttavia nell'abisso del gusto perverso, allora si prova una certa non solo indulgenza, ma riconoscenza per colei che con la sua crudeltà fu occasione, fu causa d'un tanto utile e glorioso effetto: si vede allora quanto sia vero che le grandi cognizioni non vengono all'intelletto degli uomini che per mezzo di grandi dolori.Questo è detto nell'ipotesi di coloro i quali tengono che la rivoluzione nelle lettere, il ritorno ad un certo qual senso comune, che ebbe luogo nel principio del secolo decimo ottavo, abbia cominciato colla poesia, e sia venuto nella poesia dallo studio ripreso dei cinquecentisti, e del Costanzo in ispecie.Ma non si deve dissimulare che v'ha alcuni altri (pochissimi invero) i quali tengono invece che la lettura degli insigni scrittori francesi, che fiorirono appunto nel tempo in cui le lettere in Italia erano più stolide e più vuote, cominciò a risvegliare alcuni italiani, a dar loro idea d'una letteratura nutrita di ricerche importanti, di ragionamenti serj, di discussioni sincere, d'invenzioni che somigliassero a qualche cosa di umano e di reale, diretta a far passare nell'ingegno dei lettori una persuasione ragionata di chi scriveva, a condurre i molti ad un punto più elevatodi scienza, di sentimento, a cui erano giunti alcuni con una meditazione particolare, scorgono costoro che questi italiani cominciano ad imparare dalla lettura di quei libri, e furono dal confronto nauseati degli scritti, dei giudizj, degli intenti, dei metodi, delle riputazioni, di tutta insomma la letteratura italiana di quel tempo; e cominciarono a porre essi nei loro scritti una cura più esatta a cercare un vero importante, e lo fecero con una mente più disciplinata, più addestrata a questa ricerca, e diffusero a poco a poco nei cervelli dei loro concittadini il buon senso che avevano attinto.Questa tengono essi che fosse non la sola cagione, ma la principale, la prossima della rivoluzione generale e osservabile nel gusto letterario degli italiani. I pochi i quali tengono questa opinione, si trovano in un bell'impiccio; perchè, mettendola fuori, sono certi di acquistarsi il titolo di cattivi cittadini; e fanno compassione; perchè è doloroso il trovarsi tra la necessità o di negare la verità conosciuta, o di acquistarsi un titolo brutto e odioso. E, in verità, noi vorremmo avere qualche autorità, qualche appicco, qualche entratura coi loro avversarj per poterli pregare di provare soltanto con ragioni di fatto che quella opinione è falsa, e di lasciare da banda quel titolo affatto estraneo alla questione, e fuori di proposito. E infatti, se fosse a proposito, dovrebbe applicarsi a tutti gli uomini di qualunque nazione sieno, i quali riconoscano che la loro possa essere stata coltivatacon gli studj d'un'altra: ora noi non applichiamo generalmente questa misura; poichè quando troviamo negli scritti d'un francese quella opinione che la Francia barbara, incolta, abbia ricevuta la luce delle lettere per mezzo dei grandi scrittori d'Italia; noi non chiamiamo quella opinione una ingiuria fatta da quegli scrittori alla loro patria, ma una generosa confessione del vero; non gli chiamiamo cattivi cittadini, ma uomini veggenti, candidi, imparziali. Ricordiamoci adunque che l'adoprar peso e peso, misura e misura è cosa abbominevole; e siamo coi nostri così giusti e indulgenti come siamo con gli stranieri; senza pregiudizio però, giova ripeterlo, delle buone ragioni che si potranno dire, quando a Dio piaccia, per provare a questi nostri che pigliano un granchio.Per vedere una volta quale di queste due opinioni sia la più ragionevole, bisogna esaminare due gran fatti, o due serie di fatti. La prima; in che consistesse principalmente la corruttela delle lettere nel seicento, se questa corruttela sia stata una deviazione forzata dalla via tenuta nel cinquecento, quali idee si siano perdute, quali pervertite da un secolo all'altro; giacchè la corruttela delle lettere non può essere altro che smarrimento o pervertimento d'idee, a meno che non si voglia ammettere una letteratura che non sia composta d'idee. L'altra; quali, dopo quella abbominazione del seicento, siano state le idee introdotte negli scritti italiani, le quali hanno ricreata una letteratura ragionevole e splendida, hanno avvertital'Europa che le lettere in Italia non erano più, come lo erano state per un secolo, una buffoneria e un mestiere guastato, l'hanno costretta a rivolgersi con attenzione a questa parte per udire con la speranza di una istruzione, d'un diletto razionale, quali siano le idee uscite dall'Italia e ricevute in parte del patrimonio comune della coltura Europea. Raccolti i sommi capi di queste idee della letteratura italiana risorta, bisognerà ancora cercarne la sorgente; vedere se sieno state riprese, svolte dagli scritti del cinquecento, o da che altra parte sieno venute a fare impeto nella letteratura italiana. Quanto alla prima questione... ma qui una buona ispirazione ci avverte che siamo fuori di strada; che musando così in ciarle di discussione, mentre si tratta di raccontare, noi corriamo rischio di perdere, abbiamo forse già perduti tre quarti dei nostri lettori, cioè almeno una trentina; tanto più che questa fatale digressione è venuta appunto a gettarsi nella storia nel momento più critico, sulla fine d'un volume, dove il ritrovarsi ad una stazione è un pretesto, una tentazione fortissima al lettore, di non andar più innanzi, dov'è mestieri di una nuova risoluzione, d'un generoso proposito per riprendere e quasi ricominciare il penoso mestiere del leggere[222].

Perchè non duri viva e grande la fama letteraria di Federigo Borromeo.

È cosa degna di maraviglia e di osservazione che il nome di un tal uomo [il cardinal Federigo Borromeo], già ai nostri tempi, in una posterità così poco remota, sia non dirò dimenticato, ma certo non ripetuto così sovente come si fa degli uomini più illustri; che a questo nome sia appena associata una idea languida d'un merito incerto, d'una eccellenza indeterminata; che questo nome pronunziato fuori della patria di Federigo e della società di quelli che più particolarmente si applicano alle cose nelle quali egli fu attore, o passi inavvertito, o riesca anche nuovo, e invece di risvegliare la memoria di una rara preeminenza faccia nascere la curiosità di sapere che abbia fatto colui che lo portava, e che l'elogio che noi vi abbiamo unito abbia avuto bisogno di schiarimento e di prove. E forse ancor più stupore deve nascere al pensare che un uomo dotato di nobilissimo ingegno, avido di cognizioni, perseverante nello studio, sommamente contemplativo, e nello stesso tempo versato nelle società più varie degli uomini, e attore in affari importanti, abbia posta ogni cura nel comporre opere d'ingegno, ne abbia lasciato un numeroche lo ripone fra i più fecondi e i più laboriosi; e che queste opere d'un uomo, che aveva tutti i doni per farne d'immortali, non sieno ora quasi conosciute che dai loro titoli, nei cataloghi di quegli scrittori che tengono memoria di tutto ciò che è stato scritto in un tempo in un paese. Ma la spiegazione di questo fenomeno si può forse trovare nella condizione dei tempi in cui scrisse Federigo. A produrre quelle parole o quei fatti, che rimangono presso ai posteri oggetto di una ammirazione popolare, non basta la potenza di un ingegno, nè la costanza di una volontà: è d'uopo che queste facoltà possano esercitarsi sopra una materia la quale abbia da se qualche cosa di splendido, di memorabile: gli uomini di tutte le età rimasti insigni giunsero a quel grado di fama, o accompagnati da una folla d'uomini non insigni com'essi, ma pure partecipi dei loro studj, curiosi delle stesse cognizioni, ornati in parte della stessa coltura: o almeno combattendo contra errori, abitudini, idee, che avessero qualche cosa d'importante, di problematico in quelle dottrine che sono un esercizio perpetuo dell'intelletto umano, trovarono insomma una massa di notizie e di opinioni, un complesso di coltura, sul quale fondarsi, dal quale progredire, al quale applicare gli aumenti e le correzioni per cui la memoria del genio rimane. Che se pure è viva tuttavia la fama e le opere di uomini vissuti in tempi rozzissimi, lo è perchè quei tempi erano sommamente originali, e quelle opere conservano il carattere e mostrano aiposteri un ritratto osservabile d'una età che nessuna altra cosa potrebbe rappresentarci. Ma Federigo Borromeo visse in tempi di somma universale ignoranza, e di falsa e volgare scienza ad un tratto, fra una brutalità selvaggia ed una pedanteria scolastica, in tempi nei quali l'ingegno, che, per darsi alle lettere, a qualunque studio di scienza morale, cominciava (ed è questa la sola via) ad informarsi di ciò che era creduto, insegnato, disputato, a porsi a livello della scienza corrente, si trovava ingolfato, confuso in un mare tempestoso di assiomi assurdi, di teorie sofistiche, di questioni alle quali mancava per prima cosa il punto logico, di dubbj frivoli e sciocchi, come lo erano le certezze. Non v'è ingegno esente dal giogo delle opinioni universali, e già una parte di queste miserie diventava il fondamento della scienza degli uomini i più pensatori. Che se anche i più, anche i più acuti, profondi fra essi, avessero veduta e detestata tutta la falsità e le cognizioni di quel sapere; avessero potuto sostituirgli il vero, giungere al punto dove si trovano le idee e le formole potenti, solenni, perpetue: a chi avrebbero eglino parlato? E chi parla lungamente senza ascoltatori? Il genio è verecondo, delicato e, se è lecito così dire, permaloso: le beffe, il clamore, l'indifferenza lo contristano: egli si rinchiude in sè e tace. O per dir meglio, prima di parlare, prima di sentire in sè le alte cose da rivelarsi, egli ha bisogno di misurare l'intelligenza di quelli a cui saranno rivelate, di trovare un campo dove siatosto raccolta la sementa delle idee che egli vorrebbe far germogliare: la sua fiducia, il suo ardimento, la sua fecondità nasce in gran parte dalla certezza di un assenso, o almeno di una comprensione, o almeno di una resistenza ragionata. Veggansi, per esempio, le opere di eloquenza di due sommi ingegni, vissuti in circostanze ben diverse nella età posteriore a quella di Federigo, Segneri e Bossuet. Veggasi quali idee, quale abitudine di linguaggio, quali pregiudizj anche suppongano le orazioni funebri di questo negli ascoltatori di quelle; veggasi dalle prediche del Segneri che opinioni egli doveva distruggere, in che sfera d'idee egli doveva attignere i suoi mezzi, le sue prove, per persuadere quegli ingegni, a quali costumanze egli doveva alludere; nella differenza dei due popoli ascoltanti è certamente in gran parte la spiegazione della somma distanza fra le opere di due ingegni ognuno dei quali era grande.

Prima che un popolo il quale si trova in questo grado d'ignoranza possa produrre uomini per sempre distinti, è d'uopo che molti sorgano a poco a poco da quella universale abiezione, che riportino su gli errori, su la inerzia comune molte vittorie d'ingegno difficili, e che saranno dimenticate; che attirino con grandi sforzi le menti a riconoscere verità che sembrano dover essere volgari, che preparino agli intelletti venturi una congerie d'idee, delle quali o contra le quali si possano fare lavori degni di osservazione; e che finalmente col progresso, con la esattezza, conla fermezza e perspicuità delle idee migliorino a poco a poco il linguaggio comune, dimodochè i sommi ingegni possano avere uno strumento che renderanno perfetto, ma che pure hanno trovato adoperevole, possano, per quell'istinto d'analogia che ad essi soli è concesso, arrivare a quelle formole inusitate, ma chiare, ardite, ma sommamente ragionevoli, con le quali sole possono vivere i grandi pensieri. Questo fa d'uopo; ovvero che la coltura più matura, più perfezionata d'un altro popolo venga ad educare quello di cui abbiamo parlato.

Allora gl'ingegni singolari, attirati dalla luce del vero, da qual parte ella si mostri, si levano dalla moltitudine dei loro concittadini, e tendono al punto che essi scorgono il più alto. Cominciano allora le ire di molti e i lamenti di altri contra l'invasione delle idee barbare, contra la dimenticanza delle cose patrie, contra la servilità agli stranieri, contra il pervertimento del linguaggio e del gusto; e non si può negare che queste ire e questi lamenti non atterriscano alcuni, e non gli contristino a segno di far loro abbandonare la via di studio intrapresa; giacchè fargli ritornare al falso conosciuto è cosa impossibile. Ma v'ha pure di quegli ingegni ai quali è, per così dire, comandato di fare; e questi, tenendosi in comunicazione con un'altra età, o con un'altra società d'uomini, dicono ai loro contemporanei cose che questi ascoltano da prima con disprezzo e con indifferenza, quindi in parte pure con qualche curiosità quando la famaviene dallo straniero ad avvertirli che fra loro v'è uno scrittore, imparano un poco mal loro grado, e sono poi quasi tutti concordi sul merito dello scrittore quand'egli ha dato l'ultimo sospiro.

Così, un secolo forse dopo Federigo, cominciò a rinascere in Italia un po' di coltura, e fra quella a sovrastare alcuni scrittori, dei quali vivono le opere e la memoria; ma i principj di quel risorgimento non furono un progresso, un perfezionamento delle idee allora dominanti; fu una nuova coltura, introdotta in opposizione alle idee predominanti; sul che tutti concordano. Ma intorno alla sorgente di questa nuova coltura v'ha due opinioni estremamente disparate. Alcuni, anzi moltissimi, hanno creduto e detto che dal fondo della ricchezza letteraria del secolo decimosesto e dai pochi sommi scrittori più antichi sieno state tolte le idee le quali hanno rinnovellato lo spirito della letteratura e ricondotto il colto pubblico al senso comune; e che principalmente dai canzonieri del Petrarca e del Costanzo sia stata tolta la luce che dissipò le tenebre del seicento. Infatti, i primi riformatori si posero, come alla faccenda più premurosa, ad imitare quelle rime che l'immortale Costanzo vergò, per placare, se fosse stato possibile, quell'empia tigre in volto umano, per la quale è così diviso e combattuto il sentimento della posterità. Poichè, quando si pensa ai dolori intimi, incessanti, cocenti che quella tigre fece tollerare a quel celebre sventurato, non si può a meno di non sentire peressa, voglio dire per la tigre, un certo orrore, un rancore vendicativo. Ma quando poi si venga a riflettere che senza quei dolori non sarebbero stati partoriti quei sonetti e quelle canzoni, che senza quei sonetti e senza quelle canzoni l'Italia si rimarrebbe forse forse tuttavia nell'abisso del gusto perverso, allora si prova una certa non solo indulgenza, ma riconoscenza per colei che con la sua crudeltà fu occasione, fu causa d'un tanto utile e glorioso effetto: si vede allora quanto sia vero che le grandi cognizioni non vengono all'intelletto degli uomini che per mezzo di grandi dolori.

Questo è detto nell'ipotesi di coloro i quali tengono che la rivoluzione nelle lettere, il ritorno ad un certo qual senso comune, che ebbe luogo nel principio del secolo decimo ottavo, abbia cominciato colla poesia, e sia venuto nella poesia dallo studio ripreso dei cinquecentisti, e del Costanzo in ispecie.

Ma non si deve dissimulare che v'ha alcuni altri (pochissimi invero) i quali tengono invece che la lettura degli insigni scrittori francesi, che fiorirono appunto nel tempo in cui le lettere in Italia erano più stolide e più vuote, cominciò a risvegliare alcuni italiani, a dar loro idea d'una letteratura nutrita di ricerche importanti, di ragionamenti serj, di discussioni sincere, d'invenzioni che somigliassero a qualche cosa di umano e di reale, diretta a far passare nell'ingegno dei lettori una persuasione ragionata di chi scriveva, a condurre i molti ad un punto più elevatodi scienza, di sentimento, a cui erano giunti alcuni con una meditazione particolare, scorgono costoro che questi italiani cominciano ad imparare dalla lettura di quei libri, e furono dal confronto nauseati degli scritti, dei giudizj, degli intenti, dei metodi, delle riputazioni, di tutta insomma la letteratura italiana di quel tempo; e cominciarono a porre essi nei loro scritti una cura più esatta a cercare un vero importante, e lo fecero con una mente più disciplinata, più addestrata a questa ricerca, e diffusero a poco a poco nei cervelli dei loro concittadini il buon senso che avevano attinto.

Questa tengono essi che fosse non la sola cagione, ma la principale, la prossima della rivoluzione generale e osservabile nel gusto letterario degli italiani. I pochi i quali tengono questa opinione, si trovano in un bell'impiccio; perchè, mettendola fuori, sono certi di acquistarsi il titolo di cattivi cittadini; e fanno compassione; perchè è doloroso il trovarsi tra la necessità o di negare la verità conosciuta, o di acquistarsi un titolo brutto e odioso. E, in verità, noi vorremmo avere qualche autorità, qualche appicco, qualche entratura coi loro avversarj per poterli pregare di provare soltanto con ragioni di fatto che quella opinione è falsa, e di lasciare da banda quel titolo affatto estraneo alla questione, e fuori di proposito. E infatti, se fosse a proposito, dovrebbe applicarsi a tutti gli uomini di qualunque nazione sieno, i quali riconoscano che la loro possa essere stata coltivatacon gli studj d'un'altra: ora noi non applichiamo generalmente questa misura; poichè quando troviamo negli scritti d'un francese quella opinione che la Francia barbara, incolta, abbia ricevuta la luce delle lettere per mezzo dei grandi scrittori d'Italia; noi non chiamiamo quella opinione una ingiuria fatta da quegli scrittori alla loro patria, ma una generosa confessione del vero; non gli chiamiamo cattivi cittadini, ma uomini veggenti, candidi, imparziali. Ricordiamoci adunque che l'adoprar peso e peso, misura e misura è cosa abbominevole; e siamo coi nostri così giusti e indulgenti come siamo con gli stranieri; senza pregiudizio però, giova ripeterlo, delle buone ragioni che si potranno dire, quando a Dio piaccia, per provare a questi nostri che pigliano un granchio.

Per vedere una volta quale di queste due opinioni sia la più ragionevole, bisogna esaminare due gran fatti, o due serie di fatti. La prima; in che consistesse principalmente la corruttela delle lettere nel seicento, se questa corruttela sia stata una deviazione forzata dalla via tenuta nel cinquecento, quali idee si siano perdute, quali pervertite da un secolo all'altro; giacchè la corruttela delle lettere non può essere altro che smarrimento o pervertimento d'idee, a meno che non si voglia ammettere una letteratura che non sia composta d'idee. L'altra; quali, dopo quella abbominazione del seicento, siano state le idee introdotte negli scritti italiani, le quali hanno ricreata una letteratura ragionevole e splendida, hanno avvertital'Europa che le lettere in Italia non erano più, come lo erano state per un secolo, una buffoneria e un mestiere guastato, l'hanno costretta a rivolgersi con attenzione a questa parte per udire con la speranza di una istruzione, d'un diletto razionale, quali siano le idee uscite dall'Italia e ricevute in parte del patrimonio comune della coltura Europea. Raccolti i sommi capi di queste idee della letteratura italiana risorta, bisognerà ancora cercarne la sorgente; vedere se sieno state riprese, svolte dagli scritti del cinquecento, o da che altra parte sieno venute a fare impeto nella letteratura italiana. Quanto alla prima questione... ma qui una buona ispirazione ci avverte che siamo fuori di strada; che musando così in ciarle di discussione, mentre si tratta di raccontare, noi corriamo rischio di perdere, abbiamo forse già perduti tre quarti dei nostri lettori, cioè almeno una trentina; tanto più che questa fatale digressione è venuta appunto a gettarsi nella storia nel momento più critico, sulla fine d'un volume, dove il ritrovarsi ad una stazione è un pretesto, una tentazione fortissima al lettore, di non andar più innanzi, dov'è mestieri di una nuova risoluzione, d'un generoso proposito per riprendere e quasi ricominciare il penoso mestiere del leggere[222].

VIII.Colloquio del Conte del Sagrato col Cardinal Federigo.Il Cardinale Federigo, secondo il suo costume in tutte le visite, stavasi in quell'ora ritirato in una stanza, dove, dopo aver recitate le ore mattutine, impiegava quei momenti di ritaglio a studiare, aspettando che il popolo fosse ragunato nella chiesa, per uscir poi a celebrarvi gli uficj divini e le altre funzioni del suo ministero.Entrò con un passo concitato ed inquieto il cappellano crocifero, e con una espressione di volto tra l'atterrito e il misterioso, disse al Cardinale: Una strana visita, Monsignore illustrissimo.—Quale? richiese il Cardinale con la sua solita placida compostezza.—Quel famoso bandito, quell'uomo senza paura e che fa paura a tutti.... il Conte del Sagrato.... è qui.... qui fuori, e chiede con istanza d'essere ammesso.—Egli! rispose il Cardinale: è il ben venuto, fatelo entrare.—Ma.... replicò il cappellano.... Vostra SignoriaIllustrissima lo debbe conoscere per fama; è un uomo carico di scelleratezze....—E non è egli una buona ventura, disse il Cardinale, che ad un tal uomo venga voglia di presentarsi ad un vescovo?—È un uomo capace di qualunque cosa, replicò il cappellano.—E anche di mutar vita, disse il Cardinale[223].—Monsignore illustrissimo, insistette il cappellano, lo zelo fa dei nemici, sono arrivate più volte fino al nostro orecchio le minacce di alcuni che si sono vantati....—E che hanno fatto? interruppe Federigo,—Ma se costui, costui che tiene corrispondenza coi più determinati ribaldi, costui che non si spaventa di nulla, venisse ora.... fosse mandato, Dio sa da chi, per fare quello che gli altri....—Oh! che disciplina è questa, interruppe ancora, sorridendo severamente, il vecchio, che un officiale raccomandi al suo generale di aver paura? Non sapete voi che la paura, come le altre passioni, ad ogni volta che le si concede qualche cosa, domandaqualche cosa di più? e che a questo modo, di cautela in cautela, bisognerebbe ridursi a non far più nulla dei doveri d'un vescovo?—Ma questo è un caso straordinario, continuò il cappellano, caparbio per affezione: Vostra Signoria non può così esporre la sua vita. Costui è un disperato, Monsignore illustrissimo, lo rimandi; troveremo qualche onesta scusa....—Ch'io lo rimandi? rispose con una certa maraviglia severa il Cardinale, per farmene un rimprovero per tutta la vita e renderne poi conto a Dio? Via, via; già egli ha troppo aspettato. Fatelo entrar tosto, e lasciatemi solo con lui.Il cappellano non ebbe più coraggio di replicare, e fatto un inchino partì per obbedire, dicendo in cuor suo: non c'è rimedio; tutti i santi sono ostinati; epiteto che, nel senso in cui l'adoperiamo, il più sovente significa uno che non vuol fare a modo nostro.Uscito nella stanza dov'era il Conte, qui pure solo in un canto, mentre tutti gli altri presenti si stavano raggruppati in un altro, a guardarlo e a parlare sommessamente, il cappellano gli si accostò, e gli disse che Monsignore lo aspettava; facendo nell'istesso tempo, in modo da non esser veduto dal Conte, un cenno delle spalle e del volto agli altri, che voleva dire: Quell'uomo benedetto; accoglierebbe Satanasso in persona.Il Conte allora prese tosto una cintura con la qualeteneva appeso l'archibugio e facendolo passare sul capo se lo tolse dalla spalla, si cavò dalla cintura dei fianchi due pistole, si staccò uno spadone, e fatto un fascio di tutto, si accostò ad uno dei preti che si trovavano nella stanza, gli consegnò quel fascio, dicendo: sotto la vostra custodia.Signor sì, disse il prete, e non senza impaccio, allargando ben bene le mani e ponendo cura che nulla ne sfuggisse, lo prese con delicatezza come avrebbe fatto d'un bambino da portarsi al Fonte. Restava ancora un pugnale, di cui il manico d'avorio intarsiato d'oro, sporgeva tra il farsetto e la veste: e gli occhi erano rivolti sul Conte, per osservare se egli compisse la buona opera di disarmarsi e desse anche questo al curato. Ma il Conte non n'ebbe pure l'immaginazione: togliersi il pugnale era un pensiero troppo strano per lui: gli sarebbe sembrato di andar nudo.Il cappellano aperse la portiera ed introdusse il Conte; il Cardinale si alzò, gli si fece incontro, lo accolse con un volto sereno, e accennò con gli occhi al cappellano che partisse; ed egli partì. Il Conte s'inchinò bruscamente, e guardò il Cardinale, abbassò gli occhi, tornò ad alzargli in quel venerabile aspetto. Federigo era stato vezzoso fanciullo, giovane avvenente, bell'uomo: gli anni avevano fatto sparire dal suo volto quel genere di bellezza che al suono di questo nome si ricorda primo al pensiero; e già gran tempo prima ch'egli toccasse la vecchiezza, leastinenze stesse e lo studio avevano tramutate ed offuscate alquanto le forme di quel volto; ma le astinenze stesse e lo studio, l'abitudine dei solenni e benevoli pensieri, il ritegno e la pace interna d'una lunga vita, il sentimento continuo d'una speranza superiore a tutti i patimenti, avevano sostituita nel volto di Federigo a quella antica bellezza, una, per così dire, bellezza senile, la quale spiccava ancor più in quel semplice fasto della porpora, che, nuda di ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio[224]. Stava questi aspettando che il Conte parlasse, onde pigliare dalle prime parole di lui il tuono del discorso; giacchè Federigo, benchè non sentisse quel genere di paura che il suo buon cappellano aveva voluto ispirargli, pure sapeva molto bene che bisbetico, ombroso e restio animale avesse dinanzi; e avendo preso di questa venuta una speranza indeterminata di qualche bene, non avrebbe [voluto] dire, nè far cosa che potesse guastare. Stava egli dunque tacito ed invitava il Conte a parlare con la serenità del volto, con un'aria di aspettazione amica, con quella espressione di benevolenza che fa animo agli irresoluti e sforza talvoltai dispettosi a dire cose diverse da quelle che avevano pensate: ma il Conte stava sopra di sè, perchè era venuto ivi, spinto piuttosto da una smania, da una inquietudine curiosa, che dal sentimento distinto di cose ch'egli volesse dire ed udire dal Cardinale. Dopo qualche momento però, ruppe egli il silenzio con queste parole: Monsignore illustrissimo.... dico bene? In verità, sono da tanto tempo divezzato dai prelati, che non so se io adoperi i titoli che si convengono.... che si usano.—Voi non potete errare, rispose sorridendo gentilmente Federigo, se mi chiamate un uomo pronto a tutto fare, a tutto soffrire per esservi utile.—Si? rispose il Conte: davvero, Monsignore? Tale è il linguaggio comune.... dei preti principalmente, i quali dicono sempre che non vivono per altro che per servire altrui. Ma per voi.... tutti dicono che non è un semplice linguaggio di cerimonia. Ebbene, se fossi venuto per accertarmene? per vedere se egli è vero che voi siete così dolce, così paziente, così inalterabilmente umile? Se fossi venuto per soddisfare ad una mia curiosità?—No, no, replicò, sempre sorridendo, ma con una seria espressione di affetto il buon vescovo, non è curiosità in voi di vedere quest'uomiciattolo, che mi procura la gioja inaspettata di vedervi: sento che una cagione più importante vi conduce.—Lo sentite, Monsignore? qual cagione, di grazia? dicono tanti che voi sapete discernere i pensieri degliuomini? discernetemi il mio, che per.... voi mi farete piacere: mostrandomi che vedete nel mio cuore più ch'io non vegga; parlate voi per me, che forse, forse, potreste indovinare.—E che? disse il Cardinale, come affettuosamente rimproverando: voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?—Una buona nuova! io! una buona nuova! ho l'inferno in cuore, e vi darò una buona nuova! Ah! ah! voi non vedete qua dentro. Voi non sapete che io son venuto qui, trascinato senza sapere da chi, che aveva il bisogno di vedervi, che vorrei parlarvi, e che in questo stesso momento io sento in me una rabbia, una vergogna di esser dinanzi a voi... così, come una pinzochera.... Oh, ditemi un po', quale è questa buona nuova?—Che Dio vi ha toccato il cuore[225], e vuol far di voi un altr'uomo; rispose tranquillamente il Cardinale.—Dio? ci siamo, replicò il Conte. Dio! quella parola che termina tutte le quistioni. Dov'è questo Dio?—Voi me lo domandate, rispose Federigo, voi? E chi l'ha più vicino di voi? Non lo sentite in cuore, che vi tormenta, che vi opprime, che vi abbatte, chev'inquieta, che non vi lascia stare, e vi dà nello stesso tempo una speranza ch'Egli vi acquieterà, vi consolerà, solo che lo riconosciate, che lo confessiate?—Certo! certo! rispose dolorosamente il Conte, ho qualche cosa che mi tormenta, che mi divora! Ma Dio! Che volete che Dio faccia di me? Foss'anche vero tutto quello che dicono, la mia sola consolazione è nel pensare che nemmeno il diavolo non mi vorrebbe.Il Conte accompagnò queste parole con una faccia convulsa, e con gesti da spiritato[226], ma Federigo, con una calma solenne, che comandava il silenzio e l'attenzione, replicò: Che può far Dio di voi? Quello che d'altri non farebbe. Cavarne da voi una gloria che altri non gli potrebbe dare. Fare di voi un gran testimonio della sua forza.... e della sua bontà. Poichè finalmente, che vi accusino coloro ai quali siete oggetto di terrore, è cosa naturale; è il terrore che parla e si lamenta, è un giudizio facile, poichè è sopra altrui, fors'anche in taluno sarà invidia, forse v'ha chi vi maledice, perchè vorrebbe far terrore anch'egli: ma quando voi accuserete voi stesso, quando il giudizio sarà una confessione, allora Dio sarà glorificato. Questo può far Dio di voi—e salvarvi.—No: Dio non vuol salvarmi, replicò il Conte, con un dolore disperato.Non vuole? disse il Cardinale. Io che sono unuomo miserabile, mi struggo dal desiderio della vostra salute; voi non ne avete dubbio; sento per voi una carità che mi divora; è Dio che me la ispira; quel Dio che ci ha redento non sarà grande abbastanza per amarvi più ch'io non vi ami?La faccia del Conte[227], fino allora stravolta dall'angosciae dalla disperazione, si ricompose, si atteggiò al dolore; e i suoi occhi, che dall'infanzia non conoscevan le lagrime, si gonfiarono, e il Conte pianse dirottamente.—Dio grande e buono! sclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè tu mi facessi degno di assistere ad un sì giocondo prodigio? Così dicendo egli stese la mano per prendere quella del Conte.—No, gridò questi, no: lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete quanto sangue è stato lavato da quella che volete stringere?—Lasciate, disse Federigo, afferrandogli la mano con amorevole violenza, lasciate ch'io stringa con tenerezza—e con rispetto—questa mano, che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti poverelli, che si stenderà umile, disarmata, pacifica, a tanti nemici.—È troppo, disse il Conte singhiozzando. Lasciatemi, Monsignore.... buon Federigo; un popolo affollato vi aspetta.... tanti innocenti, tante anime buone... tanti venuti da lontano per vedervi, per udirvi; e voi vi trattenete.... con chi!—Lasciamo le novantanove pecorelle, rispose Federigo amorevolmente; sono in sicuro, sono sul monte: io voglio ora stare con quella che era smarrita. Quella buona gente sarà ora forse più contenta che se avesse tosto veduto il suo vescovo. Chi sa che Dio, il qualeha operato in voi il prodigio della misericordia, non diffonda ora nei cuori loro una gioja di cui non conoscono ancora la cagione? Son forse uniti a noi senza saperlo; forse lo Spirito pone nei loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch'egli esaudisce per voi, un rendimento di grazie, di cui voi siete l'oggetto non ancor conosciuto.Al fine di queste parole, stese egli le braccia al collo del Conte, il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, dopo aver resistito un momento, cedette come strascinato da quell'impeto di carità, abbracciò egli pure il Cardinale, e abbandonò il suo terribile volto su le spalle di lui. Le lagrime ardenti del pentito cadevano sulla porpora immacolata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo cingevano quelle membra, premevano quelle vesti su cui da gran tempo non avevano posato che le armi della violenza e del tradimento.Sciolti da quell'abbraccio, il Cardinale disse con un affetto ansioso al Conte: parlate[228], parlate: apritemi il vostro cuore: ditemi i pensieri che più vi tormentano; quello che hanno di più amaro si sperderà passando su le vostre labbra; il dolore che vi resterà sarà misto di giocondità, sarà una giocondità essomedesimo; non vi lasceranno altra puntura buona che il desiderio di riparare al già fatto. Dite: forse v'è qualche cosa a cui si può riparare ancora.—Ah sì, interruppe il Conte: v'è una cosa a cui si può riparare tosto: il fatto è turpe, è atroce, ma non è compiuto. Lodato Dio, che non lo è! Per farvelo conoscere è d'uopo ch'io appaja dinanzi a voi, per mia confessione, quello ch'io sono, uno scellerato.... e un vile birbone; ma, non importa, quello che importa è di cessare una crudele iniquità.Federigo stava ansioso attendendo, e il Conte narrò dell'infame contratto di Lucia, del rapimento, dell'arrivo di essa al suo castello, delle sue suppliche, e dei primi pensieri che a cagione di queste gli erano venuti.Il buon vescovo impallidì alla storia dei patimenti e dei pericoli di quella giovinetta; ma quando intese ch'ella si trovava ancora al castello: Ah! disse, è salva, è intatta: togliamola tosto da quell'angoscia: ah voi sapete ora che cosa sono le ore dell'angoscia; abbreviamole a questa innocente. Voi me la date...?—Dio? sciamò il Conte, che uomo son'io, se mi si richiede come un dono ciò ch'io non ho in mio che per la più vile prepotenza! se mi si chiede per misericordia di non essere più un infame!—Il male è fatto, rispose Federigo: quello che è da farsi è il bene, e voi lo potete; voi lo volete; Dio vi benedica. Dio vi ha benedetto. D'una iniquità, voi potete ancor fare un atto di virtù e di be-neficenza.Sapete voi di che paese sia questa poveretta?Il Conte glielo disse; Federigo allora scosse il suo campanello; alla chiamata entrò con ansietà il cappellano, il quale in tutto quel tempo era stato come sui triboli, e veduta la faccia tramutata, umile, commossa del Conte, e su quella del Cardinale una commozione che pur traspariva da quella sua tranquilla compostezza, restò colla bocca aperta, girando gli occhi dall'uno all'altro. Ma il Cardinale lo tolse tosto da quella contemplazione, mezzo estatica e mezzo stordita, dicendogli: Fra i parrochi qui radunati ci sarebbe mai quello[229]di....?—V'è, Monsignore illustrissimo, rispose il cappellano.—Lodato Dio, disse il Cardinale: chiamatelo e con lui il curato di questa chiesa.Il cappellano uscì nell'altra stanza, dove i preti congregati aspettavano il suo ritorno con la speranza di saper qualche cosa d'un colloquio che gli teneva tutti sospesi. Tutti gli occhi furono rivolti sopra dilui: egli alzò le mani e movendole l'una contra l'altra con un gesto come involontario, tutto trafelato, come se avesse corso due miglia, disse: Signori, signori:haec mutatio dexterae Excelsi. Il signor curato della chiesa e il signor curato di.... sono chiamati da Monsignore.Il curato di Chiuso era un uomo che avrebbe lasciato di sè una memoria illustre, se la virtù solabastasse a dare la gloria fra gli uomini. Egli era pio in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue parole, in tutte le sue opere: l'amore fervente di Dio e degli uomini era il suo sentimento abituale[230]; la sua cura continua, di fare il suo dovere, e la sua idea del dovere era tutto il bene possibile; credeva egli sempre adunque di rimanere indietro, ed era profondamente umile, senza sapere di esserlo; come l'illibatezza, la carità operosa, lo zelo, la sofferenza, erano virtù che egli possedeva in un grado raro, ma che egli si studiava sempre di acquistare. Se ogni uomo fosse nella propria condizione quale era egli nella sua, la bellezza del consorzio umano oltrepasserebbe le immaginazioni degli utopisti più confidenti. I suoi parrocchiani, gli abitatori del contorno lo ammiravano, lo celebravano; la sua morte fu per essi un avvenimento solenne e doloroso; essi accorsero intorno al suo cadavere, pareva a quei semplici che il mondo dovess'esser commosso, poichè un gran giusto ne era partito. Ma dicci miglia lontano di là, il mondo non ne sapeva nulla, non lo sa; non lo saprà mai; e in questo momento io sento un rammarico di non possedere quella virtù che può tutto illustrare, di non poter dare unosplendore perpetuo di fama a queste parole: Prete Serafino Morazzone curato di Chiuso[231].All'udirsi chiamare, egli si spiccò da un cantuccio[232], dove stava pregando tacitamente, e si mosse, senza altra premura che di obbedire, senz'altra curiosità che di vedere se vi fosse per lui qualche opera utile e pia da intraprendere.L'altro chiamato era quel nostro Don Abbondio, il quale per togliersi d'impiccio era stato in gran parte cagione di tutto questo guazzabuglio[233]. Egli non poteva sapere, nè avrebbe mai pensato che questa chiamata avesse la menoma relazione con quei tali promessi sposi, dei quali credeva di essere sbrigato per sempre. Si avanzò anch'egli, incerto e curioso, anche inquieto di dovere trovarsi con quel famoso Conte: pure lo rassicurava la faccia ispirata del cappellano, quelle sue parole che annunziavano oscuramente cose grandi, e ciò che più stava a cuore di Don Abbondio, cose quiete.Ambedue i curati furono tosto introdotti nella stanza dove il Conte stava col Cardinale. Don Abbondio s'inchinò umilmente ad entrambi e guardava l'uno e l'altro, ma specialmente il Conte; e aspettavache si dicesse qualche cosa, per esser certo che non v'erano imbrogli.Il Cardinale prese in disparte il curato di Chiuso, e dettogli brevemente di che si trattava, gli espose la sua intenzione di spedir tosto in lettiga una donna al castello a prender Lucia, affinchè questa alla prima nuova della liberazione si trovasse con una donna, il che sarebbe stato per quella poveretta una consolazione e una sicurezza, non meno che decenza per la cosa; e lo pregò di sceglier tosto fra le sue parrocchiane la donna più atta a questo ufficio per saviezza, e la più pronta per carità ad assumerlo. Ne corro in cerca, Monsignore illustrissimo, e Dio compirà l'opera buona.Detto questo uscì: i radunati nell'altra stanza lo guardarono curiosamente, ma nessuno lo fermò per interrogarlo, giacchè si sapeva ch'egli era così avaro delle parole inutili, come pronto a parlare senza rispetto quando il dovere lo richiedesse.Il Cardinale si volse allora a Don Abbondio, e con volto lieto gli disse: Una buona nuova per voi, signor curato di.... Una vostra pecorella, che avrete pianta come perduta, vive, è trovata; e voi avrete la consolazione di ricondurla al vostro ovile, o per ora in quell'asilo di che Dio le provvederà.—Monsignore illustrissimo, non so niente, rispose Don Abbondio; il primo pensiero del quale era sempre di scolparsi a buon conto e di lavarsene le mani.—Come! disse Federigo, non conoscete Lucia Mondella, vostra parrocchiana, che era scomparsa...?—Monsignore sì; rispose tosto il curato, che non voleva passare per un pastore spensierato.—Or bene, rallegratevi, disse il Cardinale, che Dio ce la restituisce: e questo signore, continuò (accennando il Conte), è lo stromento di che Dio si serve per questa opera buona. In altro momento voi mi informerete dei casi e delle qualità di questa giovine.—Ahi! ahi! pensava fra sè Don Abbondio. Bell'impiccio a contar la storia! Questa donna è nata per la mia disperazione.—Per ora, proseguì Federigo, quello che preme è di riaverla e di riporla nelle braccia di sua madre, e in casa sua, se potrà esservi sicura. Andrete voi dunque con questo mio caro amico (e così dicendo prese la mano del Conte, il quale lasciava dire e fare, troppo contento che un tal uomo lo governasse e parlasse per lui), andrete al suo castello, accompagnando una buona donna di questo paese, che ricondurrà quella giovine nella mia lettiga. Per far più presto, darò ordine tosto che due delle mie mule sieno bardate per voi e per lui. Vedete, continuò egli coll'accento di chi è compreso di ciò che dice, vedete che in mezzo alle tribolazioni, ai contrasti, agli affanni del nostro ministero, Dio ci prepara talvolta consolazioni inaspettate; e servi inutili, che noi siamo! pure ci adopera in opere nelle quali il bene è visibile, ci vuole cooperatori della sua provvidenza misericordiosa.Le parole del Cardinale potevano essere belle, ma in questo caso erano veramente perdute; Don Abbondio, all'udire un tal ordine, sentì tutt'altro che consolazione, si trattava di ricondurre in trionfo, alla presenza dell'arcivescovo, quella Lucia nelle cui avventure egli si trovava intrigato un po' sporcamente, nella cui storia era parte, e in un modo e per motivi di cui l'ultima persona a cui avrebbe voluto render ragione era certamente quel Federigo Borromeo. Ma questo non era ancora il peggio: si trattava di far viaggio con quel terribil Conte, di entrare nel suo castello e senza saper chiaramente a che fare. Tutto ciò che il curato aveva inteso raccontare in tanti anni della audacia, della crudeltà, della bizzarria, della iracondia di costui si affacciava allora alla sua immaginazione e metteva in moto tutta quella sua naturale paura. Ma questa timidezza stessa poi non gli permetteva di rifiutare, di fare ostacolo ad un ordine così preciso dell'arcivescovo, in faccia a colui che ne sarebbe offeso. Vedendo poi quello pigliare amorevolmente la mano del terribil Conte, Don Abbondio stava guatando come un ospite pauroso vede un padrone di casa accarezzare sicuramente un suo cagnaccio tarchiato, ispido, arrovellato, e famoso per morsi e spaventi dati a cento persone; sente il padrone dire che quel cane è bonaccio di natura, la miglior bestia del mondo; guarda il padrone e non osa contraddire, per non offenderlo, e per non essere tenuto un dappoco; guarda il cane e non gli si avvicina,perchè teme che al menomo atto quel bonaccio non digrigni i denti e non si avventi alla mano che vorrebbe palparlo; non fa moto per allontanarsi, perchè teme di porgli addosso la furia d'inseguire; e non potendo fare altro, manda giù il cane, il padrone, e la sua sorte, che l'ha portato in quel gagno, in quella compagnia. Tali erano i sensi e gli atti del nostro povero Don Abbondio. Pure, componendosi al meglio che potè, fece egli un inchino al Cardinale per accennare che obbedirebbe, e un altro inchino al Conte, accompagnato con un sorriso, che voleva dire: sono nelle vostre mani; abbiate misericordia:parcere subjectis. Ma il Conte, tutto assorto nei suoi pensieri, sbalordito egli stesso di tanta mutazione, intento a raccogliersi, a riconoscersi, per così dire, agitato dai rimorsi, dal pentimento, da una certa gioja tumultuosa, corrispose appena macchinalmente con una piegatura di capo, e con un aspetto sul quale si confondevano tutti questi sentimenti in una espressione oscura e misteriosa, che lasciò Don Abbondio ancor più sopra pensiero di prima.Il Cardinale si trasse in un angolo della stanza col Conte, che teneva per mano, e gli disse: Vi pare egli, amico, che la cosa vada bene così? Siete contento di queste disposizioni?—E che? rispose il Conte, commosso e umiliato, dopo aver tanto tempo fatto il male a modo mio, dovrei ora dubitare di lasciarmi governare nel ripararlo? e da Federigo Borromeo?—Da Dio tutti e due, rispose questi, perchè siamo due poveretti. Andate, continuò poi con tuono affettuoso e solenne; andate, figliuolo mio diletto, a toglier di pene una creatura innocente, a gustare i primi frutti della misericordia; io v'aspetto, voi tornerete tosto, non è vero? noi passeremo insieme tutte le ore d'ozio che mi saranno concesse in questa giornata?—Se io tornerò? rispose il Conte. Ah! se voi mi rifiutaste, io mi rimarrei ostinato alla vostra porta come il mendico. Ho bisogno di voi! Ho cose che non posso più tener chiuse in cuore, e che non posso dire ad altri che a voi. Ho bisogno di sentir quelle parole che voi solo potete dirmi.

Colloquio del Conte del Sagrato col Cardinal Federigo.

Il Cardinale Federigo, secondo il suo costume in tutte le visite, stavasi in quell'ora ritirato in una stanza, dove, dopo aver recitate le ore mattutine, impiegava quei momenti di ritaglio a studiare, aspettando che il popolo fosse ragunato nella chiesa, per uscir poi a celebrarvi gli uficj divini e le altre funzioni del suo ministero.

Entrò con un passo concitato ed inquieto il cappellano crocifero, e con una espressione di volto tra l'atterrito e il misterioso, disse al Cardinale: Una strana visita, Monsignore illustrissimo.

—Quale? richiese il Cardinale con la sua solita placida compostezza.

—Quel famoso bandito, quell'uomo senza paura e che fa paura a tutti.... il Conte del Sagrato.... è qui.... qui fuori, e chiede con istanza d'essere ammesso.

—Egli! rispose il Cardinale: è il ben venuto, fatelo entrare.

—Ma.... replicò il cappellano.... Vostra SignoriaIllustrissima lo debbe conoscere per fama; è un uomo carico di scelleratezze....

—E non è egli una buona ventura, disse il Cardinale, che ad un tal uomo venga voglia di presentarsi ad un vescovo?

—È un uomo capace di qualunque cosa, replicò il cappellano.

—E anche di mutar vita, disse il Cardinale[223].

—Monsignore illustrissimo, insistette il cappellano, lo zelo fa dei nemici, sono arrivate più volte fino al nostro orecchio le minacce di alcuni che si sono vantati....

—E che hanno fatto? interruppe Federigo,

—Ma se costui, costui che tiene corrispondenza coi più determinati ribaldi, costui che non si spaventa di nulla, venisse ora.... fosse mandato, Dio sa da chi, per fare quello che gli altri....

—Oh! che disciplina è questa, interruppe ancora, sorridendo severamente, il vecchio, che un officiale raccomandi al suo generale di aver paura? Non sapete voi che la paura, come le altre passioni, ad ogni volta che le si concede qualche cosa, domandaqualche cosa di più? e che a questo modo, di cautela in cautela, bisognerebbe ridursi a non far più nulla dei doveri d'un vescovo?

—Ma questo è un caso straordinario, continuò il cappellano, caparbio per affezione: Vostra Signoria non può così esporre la sua vita. Costui è un disperato, Monsignore illustrissimo, lo rimandi; troveremo qualche onesta scusa....

—Ch'io lo rimandi? rispose con una certa maraviglia severa il Cardinale, per farmene un rimprovero per tutta la vita e renderne poi conto a Dio? Via, via; già egli ha troppo aspettato. Fatelo entrar tosto, e lasciatemi solo con lui.

Il cappellano non ebbe più coraggio di replicare, e fatto un inchino partì per obbedire, dicendo in cuor suo: non c'è rimedio; tutti i santi sono ostinati; epiteto che, nel senso in cui l'adoperiamo, il più sovente significa uno che non vuol fare a modo nostro.

Uscito nella stanza dov'era il Conte, qui pure solo in un canto, mentre tutti gli altri presenti si stavano raggruppati in un altro, a guardarlo e a parlare sommessamente, il cappellano gli si accostò, e gli disse che Monsignore lo aspettava; facendo nell'istesso tempo, in modo da non esser veduto dal Conte, un cenno delle spalle e del volto agli altri, che voleva dire: Quell'uomo benedetto; accoglierebbe Satanasso in persona.

Il Conte allora prese tosto una cintura con la qualeteneva appeso l'archibugio e facendolo passare sul capo se lo tolse dalla spalla, si cavò dalla cintura dei fianchi due pistole, si staccò uno spadone, e fatto un fascio di tutto, si accostò ad uno dei preti che si trovavano nella stanza, gli consegnò quel fascio, dicendo: sotto la vostra custodia.

Signor sì, disse il prete, e non senza impaccio, allargando ben bene le mani e ponendo cura che nulla ne sfuggisse, lo prese con delicatezza come avrebbe fatto d'un bambino da portarsi al Fonte. Restava ancora un pugnale, di cui il manico d'avorio intarsiato d'oro, sporgeva tra il farsetto e la veste: e gli occhi erano rivolti sul Conte, per osservare se egli compisse la buona opera di disarmarsi e desse anche questo al curato. Ma il Conte non n'ebbe pure l'immaginazione: togliersi il pugnale era un pensiero troppo strano per lui: gli sarebbe sembrato di andar nudo.

Il cappellano aperse la portiera ed introdusse il Conte; il Cardinale si alzò, gli si fece incontro, lo accolse con un volto sereno, e accennò con gli occhi al cappellano che partisse; ed egli partì. Il Conte s'inchinò bruscamente, e guardò il Cardinale, abbassò gli occhi, tornò ad alzargli in quel venerabile aspetto. Federigo era stato vezzoso fanciullo, giovane avvenente, bell'uomo: gli anni avevano fatto sparire dal suo volto quel genere di bellezza che al suono di questo nome si ricorda primo al pensiero; e già gran tempo prima ch'egli toccasse la vecchiezza, leastinenze stesse e lo studio avevano tramutate ed offuscate alquanto le forme di quel volto; ma le astinenze stesse e lo studio, l'abitudine dei solenni e benevoli pensieri, il ritegno e la pace interna d'una lunga vita, il sentimento continuo d'una speranza superiore a tutti i patimenti, avevano sostituita nel volto di Federigo a quella antica bellezza, una, per così dire, bellezza senile, la quale spiccava ancor più in quel semplice fasto della porpora, che, nuda di ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio[224]. Stava questi aspettando che il Conte parlasse, onde pigliare dalle prime parole di lui il tuono del discorso; giacchè Federigo, benchè non sentisse quel genere di paura che il suo buon cappellano aveva voluto ispirargli, pure sapeva molto bene che bisbetico, ombroso e restio animale avesse dinanzi; e avendo preso di questa venuta una speranza indeterminata di qualche bene, non avrebbe [voluto] dire, nè far cosa che potesse guastare. Stava egli dunque tacito ed invitava il Conte a parlare con la serenità del volto, con un'aria di aspettazione amica, con quella espressione di benevolenza che fa animo agli irresoluti e sforza talvoltai dispettosi a dire cose diverse da quelle che avevano pensate: ma il Conte stava sopra di sè, perchè era venuto ivi, spinto piuttosto da una smania, da una inquietudine curiosa, che dal sentimento distinto di cose ch'egli volesse dire ed udire dal Cardinale. Dopo qualche momento però, ruppe egli il silenzio con queste parole: Monsignore illustrissimo.... dico bene? In verità, sono da tanto tempo divezzato dai prelati, che non so se io adoperi i titoli che si convengono.... che si usano.

—Voi non potete errare, rispose sorridendo gentilmente Federigo, se mi chiamate un uomo pronto a tutto fare, a tutto soffrire per esservi utile.

—Si? rispose il Conte: davvero, Monsignore? Tale è il linguaggio comune.... dei preti principalmente, i quali dicono sempre che non vivono per altro che per servire altrui. Ma per voi.... tutti dicono che non è un semplice linguaggio di cerimonia. Ebbene, se fossi venuto per accertarmene? per vedere se egli è vero che voi siete così dolce, così paziente, così inalterabilmente umile? Se fossi venuto per soddisfare ad una mia curiosità?

—No, no, replicò, sempre sorridendo, ma con una seria espressione di affetto il buon vescovo, non è curiosità in voi di vedere quest'uomiciattolo, che mi procura la gioja inaspettata di vedervi: sento che una cagione più importante vi conduce.

—Lo sentite, Monsignore? qual cagione, di grazia? dicono tanti che voi sapete discernere i pensieri degliuomini? discernetemi il mio, che per.... voi mi farete piacere: mostrandomi che vedete nel mio cuore più ch'io non vegga; parlate voi per me, che forse, forse, potreste indovinare.

—E che? disse il Cardinale, come affettuosamente rimproverando: voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?

—Una buona nuova! io! una buona nuova! ho l'inferno in cuore, e vi darò una buona nuova! Ah! ah! voi non vedete qua dentro. Voi non sapete che io son venuto qui, trascinato senza sapere da chi, che aveva il bisogno di vedervi, che vorrei parlarvi, e che in questo stesso momento io sento in me una rabbia, una vergogna di esser dinanzi a voi... così, come una pinzochera.... Oh, ditemi un po', quale è questa buona nuova?

—Che Dio vi ha toccato il cuore[225], e vuol far di voi un altr'uomo; rispose tranquillamente il Cardinale.

—Dio? ci siamo, replicò il Conte. Dio! quella parola che termina tutte le quistioni. Dov'è questo Dio?

—Voi me lo domandate, rispose Federigo, voi? E chi l'ha più vicino di voi? Non lo sentite in cuore, che vi tormenta, che vi opprime, che vi abbatte, chev'inquieta, che non vi lascia stare, e vi dà nello stesso tempo una speranza ch'Egli vi acquieterà, vi consolerà, solo che lo riconosciate, che lo confessiate?

—Certo! certo! rispose dolorosamente il Conte, ho qualche cosa che mi tormenta, che mi divora! Ma Dio! Che volete che Dio faccia di me? Foss'anche vero tutto quello che dicono, la mia sola consolazione è nel pensare che nemmeno il diavolo non mi vorrebbe.

Il Conte accompagnò queste parole con una faccia convulsa, e con gesti da spiritato[226], ma Federigo, con una calma solenne, che comandava il silenzio e l'attenzione, replicò: Che può far Dio di voi? Quello che d'altri non farebbe. Cavarne da voi una gloria che altri non gli potrebbe dare. Fare di voi un gran testimonio della sua forza.... e della sua bontà. Poichè finalmente, che vi accusino coloro ai quali siete oggetto di terrore, è cosa naturale; è il terrore che parla e si lamenta, è un giudizio facile, poichè è sopra altrui, fors'anche in taluno sarà invidia, forse v'ha chi vi maledice, perchè vorrebbe far terrore anch'egli: ma quando voi accuserete voi stesso, quando il giudizio sarà una confessione, allora Dio sarà glorificato. Questo può far Dio di voi—e salvarvi.

—No: Dio non vuol salvarmi, replicò il Conte, con un dolore disperato.

Non vuole? disse il Cardinale. Io che sono unuomo miserabile, mi struggo dal desiderio della vostra salute; voi non ne avete dubbio; sento per voi una carità che mi divora; è Dio che me la ispira; quel Dio che ci ha redento non sarà grande abbastanza per amarvi più ch'io non vi ami?

La faccia del Conte[227], fino allora stravolta dall'angosciae dalla disperazione, si ricompose, si atteggiò al dolore; e i suoi occhi, che dall'infanzia non conoscevan le lagrime, si gonfiarono, e il Conte pianse dirottamente.

—Dio grande e buono! sclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè tu mi facessi degno di assistere ad un sì giocondo prodigio? Così dicendo egli stese la mano per prendere quella del Conte.—No, gridò questi, no: lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete quanto sangue è stato lavato da quella che volete stringere?

—Lasciate, disse Federigo, afferrandogli la mano con amorevole violenza, lasciate ch'io stringa con tenerezza—e con rispetto—questa mano, che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti poverelli, che si stenderà umile, disarmata, pacifica, a tanti nemici.

—È troppo, disse il Conte singhiozzando. Lasciatemi, Monsignore.... buon Federigo; un popolo affollato vi aspetta.... tanti innocenti, tante anime buone... tanti venuti da lontano per vedervi, per udirvi; e voi vi trattenete.... con chi!

—Lasciamo le novantanove pecorelle, rispose Federigo amorevolmente; sono in sicuro, sono sul monte: io voglio ora stare con quella che era smarrita. Quella buona gente sarà ora forse più contenta che se avesse tosto veduto il suo vescovo. Chi sa che Dio, il qualeha operato in voi il prodigio della misericordia, non diffonda ora nei cuori loro una gioja di cui non conoscono ancora la cagione? Son forse uniti a noi senza saperlo; forse lo Spirito pone nei loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch'egli esaudisce per voi, un rendimento di grazie, di cui voi siete l'oggetto non ancor conosciuto.

Al fine di queste parole, stese egli le braccia al collo del Conte, il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, dopo aver resistito un momento, cedette come strascinato da quell'impeto di carità, abbracciò egli pure il Cardinale, e abbandonò il suo terribile volto su le spalle di lui. Le lagrime ardenti del pentito cadevano sulla porpora immacolata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo cingevano quelle membra, premevano quelle vesti su cui da gran tempo non avevano posato che le armi della violenza e del tradimento.

Sciolti da quell'abbraccio, il Cardinale disse con un affetto ansioso al Conte: parlate[228], parlate: apritemi il vostro cuore: ditemi i pensieri che più vi tormentano; quello che hanno di più amaro si sperderà passando su le vostre labbra; il dolore che vi resterà sarà misto di giocondità, sarà una giocondità essomedesimo; non vi lasceranno altra puntura buona che il desiderio di riparare al già fatto. Dite: forse v'è qualche cosa a cui si può riparare ancora.

—Ah sì, interruppe il Conte: v'è una cosa a cui si può riparare tosto: il fatto è turpe, è atroce, ma non è compiuto. Lodato Dio, che non lo è! Per farvelo conoscere è d'uopo ch'io appaja dinanzi a voi, per mia confessione, quello ch'io sono, uno scellerato.... e un vile birbone; ma, non importa, quello che importa è di cessare una crudele iniquità.

Federigo stava ansioso attendendo, e il Conte narrò dell'infame contratto di Lucia, del rapimento, dell'arrivo di essa al suo castello, delle sue suppliche, e dei primi pensieri che a cagione di queste gli erano venuti.

Il buon vescovo impallidì alla storia dei patimenti e dei pericoli di quella giovinetta; ma quando intese ch'ella si trovava ancora al castello: Ah! disse, è salva, è intatta: togliamola tosto da quell'angoscia: ah voi sapete ora che cosa sono le ore dell'angoscia; abbreviamole a questa innocente. Voi me la date...?

—Dio? sciamò il Conte, che uomo son'io, se mi si richiede come un dono ciò ch'io non ho in mio che per la più vile prepotenza! se mi si chiede per misericordia di non essere più un infame!

—Il male è fatto, rispose Federigo: quello che è da farsi è il bene, e voi lo potete; voi lo volete; Dio vi benedica. Dio vi ha benedetto. D'una iniquità, voi potete ancor fare un atto di virtù e di be-neficenza.Sapete voi di che paese sia questa poveretta?

Il Conte glielo disse; Federigo allora scosse il suo campanello; alla chiamata entrò con ansietà il cappellano, il quale in tutto quel tempo era stato come sui triboli, e veduta la faccia tramutata, umile, commossa del Conte, e su quella del Cardinale una commozione che pur traspariva da quella sua tranquilla compostezza, restò colla bocca aperta, girando gli occhi dall'uno all'altro. Ma il Cardinale lo tolse tosto da quella contemplazione, mezzo estatica e mezzo stordita, dicendogli: Fra i parrochi qui radunati ci sarebbe mai quello[229]di....?

—V'è, Monsignore illustrissimo, rispose il cappellano.

—Lodato Dio, disse il Cardinale: chiamatelo e con lui il curato di questa chiesa.

Il cappellano uscì nell'altra stanza, dove i preti congregati aspettavano il suo ritorno con la speranza di saper qualche cosa d'un colloquio che gli teneva tutti sospesi. Tutti gli occhi furono rivolti sopra dilui: egli alzò le mani e movendole l'una contra l'altra con un gesto come involontario, tutto trafelato, come se avesse corso due miglia, disse: Signori, signori:haec mutatio dexterae Excelsi. Il signor curato della chiesa e il signor curato di.... sono chiamati da Monsignore.

Il curato di Chiuso era un uomo che avrebbe lasciato di sè una memoria illustre, se la virtù solabastasse a dare la gloria fra gli uomini. Egli era pio in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue parole, in tutte le sue opere: l'amore fervente di Dio e degli uomini era il suo sentimento abituale[230]; la sua cura continua, di fare il suo dovere, e la sua idea del dovere era tutto il bene possibile; credeva egli sempre adunque di rimanere indietro, ed era profondamente umile, senza sapere di esserlo; come l'illibatezza, la carità operosa, lo zelo, la sofferenza, erano virtù che egli possedeva in un grado raro, ma che egli si studiava sempre di acquistare. Se ogni uomo fosse nella propria condizione quale era egli nella sua, la bellezza del consorzio umano oltrepasserebbe le immaginazioni degli utopisti più confidenti. I suoi parrocchiani, gli abitatori del contorno lo ammiravano, lo celebravano; la sua morte fu per essi un avvenimento solenne e doloroso; essi accorsero intorno al suo cadavere, pareva a quei semplici che il mondo dovess'esser commosso, poichè un gran giusto ne era partito. Ma dicci miglia lontano di là, il mondo non ne sapeva nulla, non lo sa; non lo saprà mai; e in questo momento io sento un rammarico di non possedere quella virtù che può tutto illustrare, di non poter dare unosplendore perpetuo di fama a queste parole: Prete Serafino Morazzone curato di Chiuso[231].

All'udirsi chiamare, egli si spiccò da un cantuccio[232], dove stava pregando tacitamente, e si mosse, senza altra premura che di obbedire, senz'altra curiosità che di vedere se vi fosse per lui qualche opera utile e pia da intraprendere.

L'altro chiamato era quel nostro Don Abbondio, il quale per togliersi d'impiccio era stato in gran parte cagione di tutto questo guazzabuglio[233]. Egli non poteva sapere, nè avrebbe mai pensato che questa chiamata avesse la menoma relazione con quei tali promessi sposi, dei quali credeva di essere sbrigato per sempre. Si avanzò anch'egli, incerto e curioso, anche inquieto di dovere trovarsi con quel famoso Conte: pure lo rassicurava la faccia ispirata del cappellano, quelle sue parole che annunziavano oscuramente cose grandi, e ciò che più stava a cuore di Don Abbondio, cose quiete.

Ambedue i curati furono tosto introdotti nella stanza dove il Conte stava col Cardinale. Don Abbondio s'inchinò umilmente ad entrambi e guardava l'uno e l'altro, ma specialmente il Conte; e aspettavache si dicesse qualche cosa, per esser certo che non v'erano imbrogli.

Il Cardinale prese in disparte il curato di Chiuso, e dettogli brevemente di che si trattava, gli espose la sua intenzione di spedir tosto in lettiga una donna al castello a prender Lucia, affinchè questa alla prima nuova della liberazione si trovasse con una donna, il che sarebbe stato per quella poveretta una consolazione e una sicurezza, non meno che decenza per la cosa; e lo pregò di sceglier tosto fra le sue parrocchiane la donna più atta a questo ufficio per saviezza, e la più pronta per carità ad assumerlo. Ne corro in cerca, Monsignore illustrissimo, e Dio compirà l'opera buona.

Detto questo uscì: i radunati nell'altra stanza lo guardarono curiosamente, ma nessuno lo fermò per interrogarlo, giacchè si sapeva ch'egli era così avaro delle parole inutili, come pronto a parlare senza rispetto quando il dovere lo richiedesse.

Il Cardinale si volse allora a Don Abbondio, e con volto lieto gli disse: Una buona nuova per voi, signor curato di.... Una vostra pecorella, che avrete pianta come perduta, vive, è trovata; e voi avrete la consolazione di ricondurla al vostro ovile, o per ora in quell'asilo di che Dio le provvederà.

—Monsignore illustrissimo, non so niente, rispose Don Abbondio; il primo pensiero del quale era sempre di scolparsi a buon conto e di lavarsene le mani.

—Come! disse Federigo, non conoscete Lucia Mondella, vostra parrocchiana, che era scomparsa...?

—Monsignore sì; rispose tosto il curato, che non voleva passare per un pastore spensierato.

—Or bene, rallegratevi, disse il Cardinale, che Dio ce la restituisce: e questo signore, continuò (accennando il Conte), è lo stromento di che Dio si serve per questa opera buona. In altro momento voi mi informerete dei casi e delle qualità di questa giovine.

—Ahi! ahi! pensava fra sè Don Abbondio. Bell'impiccio a contar la storia! Questa donna è nata per la mia disperazione.

—Per ora, proseguì Federigo, quello che preme è di riaverla e di riporla nelle braccia di sua madre, e in casa sua, se potrà esservi sicura. Andrete voi dunque con questo mio caro amico (e così dicendo prese la mano del Conte, il quale lasciava dire e fare, troppo contento che un tal uomo lo governasse e parlasse per lui), andrete al suo castello, accompagnando una buona donna di questo paese, che ricondurrà quella giovine nella mia lettiga. Per far più presto, darò ordine tosto che due delle mie mule sieno bardate per voi e per lui. Vedete, continuò egli coll'accento di chi è compreso di ciò che dice, vedete che in mezzo alle tribolazioni, ai contrasti, agli affanni del nostro ministero, Dio ci prepara talvolta consolazioni inaspettate; e servi inutili, che noi siamo! pure ci adopera in opere nelle quali il bene è visibile, ci vuole cooperatori della sua provvidenza misericordiosa.

Le parole del Cardinale potevano essere belle, ma in questo caso erano veramente perdute; Don Abbondio, all'udire un tal ordine, sentì tutt'altro che consolazione, si trattava di ricondurre in trionfo, alla presenza dell'arcivescovo, quella Lucia nelle cui avventure egli si trovava intrigato un po' sporcamente, nella cui storia era parte, e in un modo e per motivi di cui l'ultima persona a cui avrebbe voluto render ragione era certamente quel Federigo Borromeo. Ma questo non era ancora il peggio: si trattava di far viaggio con quel terribil Conte, di entrare nel suo castello e senza saper chiaramente a che fare. Tutto ciò che il curato aveva inteso raccontare in tanti anni della audacia, della crudeltà, della bizzarria, della iracondia di costui si affacciava allora alla sua immaginazione e metteva in moto tutta quella sua naturale paura. Ma questa timidezza stessa poi non gli permetteva di rifiutare, di fare ostacolo ad un ordine così preciso dell'arcivescovo, in faccia a colui che ne sarebbe offeso. Vedendo poi quello pigliare amorevolmente la mano del terribil Conte, Don Abbondio stava guatando come un ospite pauroso vede un padrone di casa accarezzare sicuramente un suo cagnaccio tarchiato, ispido, arrovellato, e famoso per morsi e spaventi dati a cento persone; sente il padrone dire che quel cane è bonaccio di natura, la miglior bestia del mondo; guarda il padrone e non osa contraddire, per non offenderlo, e per non essere tenuto un dappoco; guarda il cane e non gli si avvicina,perchè teme che al menomo atto quel bonaccio non digrigni i denti e non si avventi alla mano che vorrebbe palparlo; non fa moto per allontanarsi, perchè teme di porgli addosso la furia d'inseguire; e non potendo fare altro, manda giù il cane, il padrone, e la sua sorte, che l'ha portato in quel gagno, in quella compagnia. Tali erano i sensi e gli atti del nostro povero Don Abbondio. Pure, componendosi al meglio che potè, fece egli un inchino al Cardinale per accennare che obbedirebbe, e un altro inchino al Conte, accompagnato con un sorriso, che voleva dire: sono nelle vostre mani; abbiate misericordia:parcere subjectis. Ma il Conte, tutto assorto nei suoi pensieri, sbalordito egli stesso di tanta mutazione, intento a raccogliersi, a riconoscersi, per così dire, agitato dai rimorsi, dal pentimento, da una certa gioja tumultuosa, corrispose appena macchinalmente con una piegatura di capo, e con un aspetto sul quale si confondevano tutti questi sentimenti in una espressione oscura e misteriosa, che lasciò Don Abbondio ancor più sopra pensiero di prima.

Il Cardinale si trasse in un angolo della stanza col Conte, che teneva per mano, e gli disse: Vi pare egli, amico, che la cosa vada bene così? Siete contento di queste disposizioni?

—E che? rispose il Conte, commosso e umiliato, dopo aver tanto tempo fatto il male a modo mio, dovrei ora dubitare di lasciarmi governare nel ripararlo? e da Federigo Borromeo?

—Da Dio tutti e due, rispose questi, perchè siamo due poveretti. Andate, continuò poi con tuono affettuoso e solenne; andate, figliuolo mio diletto, a toglier di pene una creatura innocente, a gustare i primi frutti della misericordia; io v'aspetto, voi tornerete tosto, non è vero? noi passeremo insieme tutte le ore d'ozio che mi saranno concesse in questa giornata?

—Se io tornerò? rispose il Conte. Ah! se voi mi rifiutaste, io mi rimarrei ostinato alla vostra porta come il mendico. Ho bisogno di voi! Ho cose che non posso più tener chiuse in cuore, e che non posso dire ad altri che a voi. Ho bisogno di sentir quelle parole che voi solo potete dirmi.

IX.Liberazione di Lucia.Scesi [il Conte del Sagrato e Don Abbondio] nel cortiletto della casa parrocchiale, trovarono la lettiga con entro la donna, instrutta dal buon curato, e presso alla lettiga le due mule, tenute per la briglia da due palafrenieri. Salirono entrambi in silenzio; i lettighieri uscirono, per porsi sulla via che conduceva al castello; e i due cavalieri su le mule, sempre guidate a mano dai due palafrenieri, la cui compagnia fu molto gradita a Don Abbondio, seguirono posatamente la lettiga.La casipola del curato era, ed è tuttavia, attergata alla chiesicciuola di quel paesello: la cavalcata, per porsi in via, doveva girare il fianco della chiesa e passare davanti alla fronte, sulla quale è voltato un arco che, appoggiandosi dall'altra parte sul muro della strada, forma tetto sopra di questa.Già sulla porta del curato cominciava la folla di coloro che non potendo capire in chiesa, nè stare in luogo dove si vedesse quello che vi si faceva, cercavano almeno di starvi più presso che si potesse. Quellapompa singolare si affacciò alla turba, e i lettighieri, che erano contadini del luogo, domandarono il passo ai primi che lo impedivano, con un certo garbo inusitato, che era loro ispirato dal sentimento indistinto che servivano a qualche cosa di santo e di gentile, dall'aver veduto il Cardinale, dalla commozione che appariva su tutti i volti. La folla faceva largo, guardando ognuno quella comitiva con maraviglia e con curiosità e il Conte con un riserbo che non era più quel solito terrore. Così pian piano la comitiva si avanzava, quando giunse sotto il portico, dove si dovette rallentare ancora più la marcia per la folla di popolo chiusa fra i due muri; il Conte, guardando nella chiesa dalla porta che era spalancata, si trasse il suo cappello piumato, e inchinò la fronte fino sulla chioma della mula: atto che eccitò un mormorio di gioja e di stupore nel popolo che poteva vederlo, e si propagò per tutta la folla, ognuno raccontandone il motivo ai suoi vicini. Don Abbondio si trasse pure il suo gran cappello senza piume, s'inchinò, sentì i suoi confratelli che cantavano, e provò, forse per la prima volta, un sentimento d'invidia in una tale occasione. Oh quante volte, diss'egli in cuor suo, queste funzioni mi son parute lunghe come la fame, e non vedevo l'ora d'andarmene in sagrestia a piegare la mia cotta, e adesso terrei volentieri di star lì a cantare fino a sera, in quella santa pace, e invece bisogna andare.... Ma Dio benedetto!—sciamò egli internamente come l'uomo che è vivamente penetratodal sentimento che gli si fa torto—giacchè m'avete ficcato in questo impiccio, almeno, almeno, ajutatemi.Superata tutta la folla, il corteggio seguì pianamente il suo cammino: ma siccome la disposizione d'animo dei due personaggi a cavallo era sempre la stessa, anzi i pensieri dell'uno e dell'altro diventavano sempre più intensi a misura che si avvicinava la meta, così il cammino si faceva in silenzio, e noi non possiamo riferire che i soliloquj dell'uno e dell'altro.Gran cosa, (è il soliloquio di Don Abbondio) gran cosa, che a questo mondo vi debbano essere dei tristi e dei santi, che gli uni e gli altri debbano avere l'argento vivo a dosso, che quando hanno una ribalderia, o un'opera santa da fare, debbano sempre tirare per forza in ballo gli altri, quelli che vorrebbero attendere ai fatti loro, e che tanto gli uni, quanto gli altri debbano venir tra i piedi a me, pover'uomo, che non m'impiccio degli affari altrui, e che non cerco altro che di starmene quieto a casa mia! Quel birbone di Don Rodrigo s'ha da ficcare in capo di sturbare un matrimonio, proprio nella mia parrocchia, e m'ha da venire una intimazione di quella sorte! Un pazzo che ha nascita e quattrini, casa ben piantata e parenti in alto, e potrebbe godersi la sua vita tranquilla, signorilmente: attendere a dare dei buoni pranzi, stare allegro e fare degli allegri: Signor no: ha da desiderare la donna d'altri, tanto per venire a molestarmi. Oh questa ragazzabenedetta vuol essere la mia morte! Deve proprio capitare in mano di costui (e così dicendo guatava di sottecchi il Conte, quasi per vedere se poteva arrischiarsi a strapazzarlo mentalmente), e costui, che è sempre stato lontano dai vescovi come il diavolo dall'acqua santa, ha da venir qui in persona a cercare l'arcivescovo, senza che nessuno ce lo abbia mandato per forza, proprio per metter me in impaccio; e questo arcivescovo, benedett'uomo, che vorrebbe drizzar le gambe ai cani, a cui pare che il mondo rovini quando la gente sta ferma, che deve sempre far qualche cosa egli, e far fare qualche cosa agli altri; subito, subito, tutto va bene, gran consolazione, la pecora smarrita, credere tutto, darvi dentro, e far trottare il curato. Che si abbiano concluso fra loro, Dio lo sa; ma, cospetto, non bisogna andar così in furia a questo mondo. La santità non basta, ci vuole un po' di prudenza, e sì che dovrebbe avere imparato: ha avuto delle belle brighe, a forza di cercarne e di volerne fare anelar le cose a modo suo: ma pare che vi c'ingrassi: non ne lascia scappare una. La carità va bene, ma la prima carità dovrebb'essere per un povero curato, che un vescovo, un vero vescovo di giudizio, lo dovrebbe tener prezioso come la pupilla degli occhj suoi. Chi sa costui che cosa gli ha cantato? che fini ha? potrebb'essere una trappola: ahi! ahi! ahi! Ma se anche, come spero, fosse convertito costui (e qui guardava il Conte) dovrebbe sapere Monsignore illustrissimo che dei peccatoriinveterati non è da fidarsi così subito, bisogna provarli; i primi momenti sono bruschi; e la forza dell'abito fa ricadere uno quasi senza che se ne avvegga, e intanto... chi è sotto è sotto: ahi! ahi! ahi! S'aveva mo a mandar così un povero curato galantuomo sotto la bocca del cannone?Don Abbondio era a questo punto della sua meditazione quando la cavalcata giunse alla taverna, dove cominciava la salita, e ne uscirono bravi secondo il solito, i quali videro con istupore il Conte con un prete dietro una lettiga. Pensarono che potesse essere, non lo seppero indovinare, e non fecero altro che inchinarsi al Conte, il quale, con viso serio, proseguì il suo cammino. Ma Don Abbondio continuava: ci siamo: Oh che faccie! Questa è la porta dell'inferno! E costui, vedete, che faccie stralunate fa anch'egli! Un po' pare Sant'Antonio nel deserto quando scacciava le tentazioni, un po' pare Oloferne in persona! Dio mi ajuti, e lo deve per giustizia.Infatti i pensieri che si affollavano nella mente del Conte, passavano, per dir così, rapidamente sulla sua faccia, come le nuvolette, spinte dal vento, passano in furia a traverso la faccia del sole; alternando ad ogni momento una luce arrabbiata e una fredda oscurità. Pensava a quello che avrebbe detto e fatto, mettendo il piede nel suo castello, trovandosi con quegli dai quali in un punto s'era fatto così diverso. Avrebbe voluto render gloria a Dio, confessare il cangiamento che era accaduto nel suo animo, rinnegare la suascellerata vita in faccia a quelli che ne erano stati i testimonj, i complici, gli stromenti. Ma... diceva un altro pensiero: guaj se costoro credono un momento ch'io non sia più quello da stendere in terra colui che ardisse resistermi!Così pensando, egli pose macchinalmente la mano al luogo dov'era solito tenere una pistola, e si ricordò di averle lasciate con le altre armi in casa del curato—Ohè! continuava fra sè, perchè mi obbedirebbero costoro? e se veggiono che questo pane infame è finito per loro, chi sa che cosa la rabbia può suggerire a costoro. E quello che importa è di non far parole, di non perder tempo, di ricondurre Lucia tranquillamente; quella poveretta! il pegno del mio perdono! Se in questa casa, se in questa caverna, cessa un momento la disciplina, il terrore del padrone, diventa un inferno! peggio di prima! Costoro saltano il confine, e sono in sicuro; eh gli ho avvezzi io così! Ma che! dovrò io dunque umiliarmi a fingere dinanzi a costoro! a questi scellerati? Scellerati? costoro? chi sono costoro? i miei scolari, i miei amici, quelli che ho ammaestrati io! Facciamo il bene per l'unica via che è aperta. Bisogna dissimulare; si dissimuli. Così pensando, egli si guardò attorno, e visto che nessuno dei suoi era in vicinanza, alzò la voce, ordinò ai lettighieri di restare, scese da cavallo, si avvicinò alla lettiga, e salutata la buona donna, che v'era seduta, le disse sottovoce: L'opera di carità che voi fate ora, vuol essere condotta conprudenza assai. Lasciatevi regolare da me in tutto; e sopra ogni cosa non dite parola che a quella poveretta; e a chi ardisse interrogarvi, dite che parli con me. Voi entrerete nella stanza dov'è quella giovane, le direte brevemente che siete venuta a liberarla; non ne dubiterà, quando vedrà il suo curato. Sarà spaventata, poveretta! vedete di annunziarle la cosa in modo che la sorpresa non le faccia male: la lettiga verrà nella stanza, e ripartiremo tosto. La buona donna rispose che farebbe come le era detto. Mentre il Conte le dava questa istruzione, Don Abbondio, il quale fino allora si era spaventato ad ogni bravo che s'incontrava, e che per consolarsi guardava ai lettighieri e ai palafrenieri, stava tutto in incertezza per questa fermata, e sospirava. Il Conte, spiccatosi dalla lettiga, si avvicinò alla mula di Don Abbondio, che aspettava quello che avvenisse, con gli occhi sbarrati, egli disse sottovoce: Signor curato; ella non ha bisogno che io le insegni ad esser prudente; ma in questa casa è necessaria una prudenza che io solo pur troppo posso conoscere appieno. Se le sta a cuore la riuscita di questo pio disegno, non dica parola, non faccia cenno che possa dare a divedere nulla a costoro, nè di quello che si vuol fare, nè di quello ch'io penso. Perdoni, signor curato, se non le dico di più, se non le faccio più scuse dell'incomodo ch'ella patisce per mia cagione, ma ella ne spera la ricompensa dal cielo, e verrà tempo in cui io potrò tranquillamente esprimerle la mia riconoscenza.La voce dell'uomo che sgombra le rovine e le macerie, e che chiama il poveretto che è stato colto dalla caduta d'una fabbrica e vi si trova sepolto vivo, è appena più dolce al suo orecchio che fosse quella del Conte al povero nostro Don Abbondio.—Ah! signor Conte, diss'egli, confondendo il sentimento che voleva esprimere con quello che provava realmente, ella mi dà la vita. Dio sia benedetto! queste sono grazie di lassù. Tocca a me farle scusa se sono stato incivile....—Zitto, per amor del cielo, interruppe il Conte: ad altro tempo le cerimonie: ella non faccia vista di nulla, si contenga in modo che nessuno possa sapere qui s'ella giunge in casa d'un amico...... o d'un tiranno.—Lasci fare, lasci fare a me; rispose Don Abbondio. Il Conte salì di nuovo sulla mula, e volto ai lettighieri e ai palafrenieri disse loro: Silenzio e obbedienza: non dite, nè rispondete una parola in quel castello: non parlate nemmeno fra voi; silenzio insomma.... e il primo di voi che fiata.... Ma no, continuò, ravvedendosi, in tuono più dolce, figliuoli non fiatate, perchè potreste far molto male a voi e ad altri—Andiamo—I lettighieri, che avevano deposta la lettiga, ascoltata a borra aperta questa arringa, ripresero le cinghie su le spalle, continuarono la loro strada, le mule seguirono, e si giunse alla porta del castello.Gli scherani del Conte, che al suo avvicinarsi alcastello s'incontravano sempre più frequenti, già stupiti di quel suo uscir solo al mattino in un giorno di tanto movimento e di tanto concorso, lo erano ancor più allora di vederlo tornare al seguito d'una lettiga chiusa, a paro d'un prete, con quelle cavalcature sconosciute: ma quello che portava al sommo il loro stupore si era di vedere il loro padrone senz'armi. Quella partenza aveva dato luogo a molte congetture, e fatta nascere una aspettazione di qualche cosa di nuovo, ma il ritorno, invece di soddisfare la curiosità, la cresceva e la impacciava da vantaggio. Era una preda? Come l'aveva fatta il padrone solo? e perchè il vincitore tornava disarmato? O che diamine era? Chinandosi umilmente davanti al padrone, che passava, cercavano essi di spiare sul suo volto qualche indizio di questa faccenda, ma il volto del Conte era impenetrabile: e gli scherani rimanevano a guardarsi l'un l'altro con la bocca aperta.Alla porta, il Conte scese dalla mula, e fece cenno di fare altrettanto a Don Abbondio, che lo guardava attentamente, appunto per non perdere un cenno; e veduto questo, si lasciò tosto sdrucciolare dalla sua mula. Il Conte disse ai palafrenieri: aspettate qui; disse al curato di seguire la lettiga; andò egli dinanzi, e disse ai lettighieri: seguitemi. Tutto si fece come egli aveva imposto: il Conte entrò col suo seguito nel cortile, si avviò alla stanza dov'era Lucia, ed entrato in quella che le era vicina, fece restare i lettighieri, si chiuse dentro, e comandò che lalettiga fosse posta a terra. Aprì allora lo sportello, diede la mano alla buona donna, la fece uscire e disse sottovoce, in modo da non essere inteso che da quelli che lo vedevano: In quella stanza è la giovane da condursi via: e con lei una vecchia malandrina.... una vecchia. Io la chiamerò fuori: voi entrate, e voi pure, signor curato. Annunziate a quella giovane che è libera, che deve partir tosto con voi, che la cosa deve passare quietamente; non perdete tempo: quando ha inteso, quando è disposta, bussate, la lettiga verrà nella stanza: fatela sedere in essa, ponetevi al suo fianco, tirate le cortine e venite qui: io vi aspetto: andrò innanzi, poi la lettiga, poi il signor curato; dritto alla porta; quivi saliremo sulle nostre mule, e ripartiremo. E voi, disse rivolto ai lettighieri, zitti. Così detto condusse la buona donna ed il curato sulla soglia della porta chiusa, che dava alla stanza di Lucia, bussò: s'udì la voce della vecchia, che disse: chi è egli? Io, rispose il Conte: la vecchia aprì, e vide le due faccie inaspettate col padrone; restò come incantata. Uscite, le disse il Conte; quella uscì tosto, e i due salvatori entrarono. Fermatevi qui, disse allora il Conte alla vecchia; e non disse altro: egli, la vecchia e i lettighieri stettero tutti immobili, egli a tender l'orecchio e a numerare i movimenti, i lettighieri ad attendere, e la vecchia a smemorare.Lucia aveva passata la notte in un letargo, agitato da sogni tormentosi e da risveglimenti più tormentosiancora. Al mattino la vecchia, destandosi, aveva chiamata Lucia, e non udendo risposta, s'era levata in fretta, aveva aperte le finestre, e avvicinatasi alla captiva, chinatasi a guardarla, le aveva chiesto se dormisse, se volesse togliersi da quel cantuccio e ristorarsi di cibo, che doveva averne bisogno. No, lasciatemi quieta, ricordatevi del vostro padrone, era stata la sola risposta di Lucia. La vecchia brontolando s'era ritirata, e per far qualche cosa s'era posta a rifare il suo letto. Quindi era andata ad una tavola, dov'erano le reliquie della cena, vi si era seduta e s'era messa a mangiare, accompagnando questa operazione con le parole e con gli atti ch'ella credeva più opportuni ad eccitare l'emulazione di Lucia e a vincere il suo proposito: poichè la vecchia non poteva supporre che si resistesse a lungo ad una tentazione di questa fatta, principalmente dopo un lungo digiuno, come quello che aveva patito Lucia. Cominciò dunque a sclamare: Ih! quanta roba! ce n'è per quattro bravi! e che grazia di Dio. Quindi stese un mantile e cominciò a trinciare un pezzo di stufato, regolando ogni movimento in modo che il romore eccitasse nella mente di Lucia una immagine chiara di quello che ella faceva. E questa sua cura era spinta al segno (la delicatezza dei lettori ci perdoni se per seguire fedelmente il manoscritto in tutto ciò che può essere una rappresentazione del costume, ripetiamo anche questa particolarità) che, postasi a mangiare, ella andava rimasticandonella sua bocca ssdentata il boccone, producendo con affettazione quei suoni che a ragione proscrive Monsignor della Casa, perchè ella s'immaginava che in quei suoni ci fosse qualche cosa di appetitoso; la sua educazione e le sue antiche abitudini avevano talmente elevata sopra le sue idee, l'idea di mangiare di quei bocconi che non sono concessi a tutti, che tutto ciò che era associato a questa idea era per lei importante, leggiadro, irresistibile. Buono! diceva di tratto in tratto. Buono! viva l'abbondanza! muoja la carestia! Bella cosa vivere in casa dei signori! E pure di tratto in tratto dava una occhiata alla sfuggita al cantuccio, ma vedendo Lucia insensibile, si adirava dell'inutilità dei suoi artifici così reconditi, e mescolava alle esclamazioni di ammirazione e di gioja, un brontolio sordo di ehu! ehu! smorfia, smorfia, smorfia! venne finalmente all'ultima prova e al più forte esperimento. Prese con la sua destra rugosa e scarnata un fiasco, che stava sulla tavola, con la sinistra un bicchiere, e fattili prima cozzare un tratto e tintinnire, sollevò il fiasco, lo inclinò sul bicchiere, lo riempì, se lo pose alla bocca, tracannò un sorso, ritirò il bicchiere, battè due o tre volte un labbro contra l'altro, e sclamò: Ah! questo risusciterebbe un morto! Bella felicità averne dinanzi un buon fiasco! Al diavolo i rangoli e i pensieri! Non mi duole più nemmeno d'esser vecchia, ma se fossi giovane, ah! come vorrei godermela! Detto questo, ripose il bicchiere alla bocca, lo vuotò, e cheta cheta si volse alcantuccio, e rimase tra lo stupore e la stizza vedendo che anche l'incanto più forte non aveva prodotto alcun effetto.—Non volete mangiare un boccone e bere un sorso? diss'ella a Lucia. No, fu la risposta; proferita in modo da non lasciare alla vecchia la lusinga che la resistenza produrrebbe maggior effetto. Finalmente la vecchia si levò dalla tavola, prese una scranna, la portò presso una finestra, e tolta la sua rocca si pose a filare, pensando ai casi suoi ed aspettando la venuta del padrone con molta inquietudine.Per comprendere i pensieri stranamente molesti che ronzavano nella mente della vecchia filatrice è necessario avere una idea di quella mente e dei casi che l'avevano modificata.Era costei nata (come dice il volgo di Lombardia) sotto le tegole del Conte, o per dir meglio del padre del Conte, dieci anni prima di questo. Ciò ch'ella aveva inteso, ciò ch'ella aveva veduto dai suoi primi anni le avevano dato un concetto grande, indeterminato, predominante del potere e del lustro de' suoi padroni. La massima principale ch'ella aveva attinta dalle istruzioni, dagli esempj, da tutto, era che bisognava obbedir loro: che ciò fosse per dovere, fosse per interesse, fosse per destino, erano questioni che non s'erano mai presentate al suo spirito: ella sapeva che bisognava obbedire. Ebbe ella poi l'onore di sposare il custode del castello quando i padroni non facevano ivi che una breve villeggiatura,abitando in Milano la maggior parte dell'anno. L'uficio del marito doveva presentare cento occasioni che rinforzassero ed estendessero l'idea che la nostra allora giovane donna aveva del potere della famiglia per lei sovrana; e la parte ch'ella doveva prendere nei servizj del marito le furono occasione di applicare la sua obbedienza, di esercitarla e di avvezzarla a tutto. Quando il Conte divenne padrone, quel potere divenne ancor più grande e più attivo in proporzione dell'attività violenta dell'animo di lui: e coloro che erano ministri di questo potere dovettero divenire ancor più obbedienti e più soperchiatori, essere più spaventati e fare più spavento: pochi servitori, ai quali la coscienza disse che era troppo, si ritirarono: quegli che rimasero, crebbero nella perversità, come una pianta velenosa cresce di grandezza e di forza malefica quando si trova in un terreno confacente. Il marito della nostra eroina fu di quelli che rimasero. Quando poi il Conte, carico già di delitti e bandito capitalmente, venne ad abitare stabilmente il castello, che fu per lui un asilo ed un campo allo stesso tempo, per condurvi quella vita della quale abbiamo dato un cenno, è facile immaginarsi quale dovesse essere allora l'attività e l'obbedienza di coloro che stavano al suo servizio e presso di lui. La sciagurata fu madre di una figlia, dir a suo tempo fu sposata ad uno scherano del Conte, e di due figli, che furono scherani e furono soprannominati, il Nato-in-casa e lo Spettinato. Allamorte del marito ella rimase senza servizio determinato, ma destinata a tutti quelli che potevano essere prestati da una donna accostumata com'ell'era.Tener disposto il pranzo pei bravi a qualunque ora tornassero da una spedizione, medicare i feriti, accudire insomma ad essi, era la sua occupazione più ordinaria. Quasi tutte le sue idee erano ricavate dai loro colloquj, ma tutte erano dominate da una idea principale, quella di non dispiacere al padrone.Le impressioni della infanzia l'avevano abituata ad una riverenza tremante per lui; vissuta ai suoi servizj, ella non poteva immaginare che fuori di lui vi potesse essere per essa un asilo, un sostegno; e aveva tanto inteso dire, tanto aveva veduto degli effetti della collera di lui, che il minimo grado di quella collera la metteva in un'angoscia mortale. In tutto ciò che ella aveva a fare e a dire non aveva quindi da gran tempo altra cura che di accontentarlo; ogni altra regola taceva dinanzi a questo unico interesse, che era quasi divenuto un istinto; anzi ogni altra regola si era a poco a poco quasi smarrita affatto dalle sue idee. Quei pochi pensieri e documenti di religione, che le erano stati dati confusamente nella infanzia, erano obliterati dal disuso, dal non sentirli mai rammemorare, e l'idea di giusto e d'ingiusto, che pure è deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolta nel suo fin dal principio, insieme con le passioni del terrore e della cupidigia servile, accomodata per abito ai principj che tuttogiorno sentiva predicare e dalle azioni che vedeva compiersi, e alle quali ella partecipava, era divenuta una applicazione mostruosa di tutte queste idee e di tutte quelle passioni.La volontà capricciosa, irregolare, violenta del Conte era per lei una specie di giustizia fatale; spiacergli era colpa, o sventura; male insomma. La ragione o il torto stavano per essa nella approvazione, o nel malcontento del terribile padrone; poichè quale altro argomento di ragione comune poteva aver luogo in quella casa e fra quelle persone? quale principio generale di equità avrebbe potuto essere invocato da coloro che non li riconoscevano nei rapporti con gli altri che li violavano tutti? E come mai avrebbe potuto aver ragione una volta quella che, servendo alle soperchierie e rallegrandosene, rinunziava di fatto ad ogni principio di diritto, e nello stesso tempo non aveva forza alcuna, non aveva una minaccia per sostenere un diritto quando il suo interesse la portasse a sentirlo e ad ammetterlo? A tutte queste abitudini di servitù e di annegazione perversa, si aggiungeva un sentimento, in origine, migliore, che le rinforzava: il sentimento della riconoscenza. Avvezza costei a ricevere il suo sostentamento dal Conte, riconosceva la vita come un dono della volontà di lui, come un beneficio della sua potenza. E avvezza pure a risguardarsi dalla infanzia come cosa del suo signore, provava un certo orgoglio di consenso per quella sua potenza, pel terrorech'egli incuteva; le pareva di essere qualche parte di un sistema molto importante.La gioja orrenda ch'ella aveva provata tante volte nella sua vita pel buon successo delle imprese del Conte, gioja che nasceva da tutti i sentimenti abituali che abbiamo descritto, l'avevano resa non indifferente, ma propensa ai patimenti altrui, ed ella gli procurava con compiacenza ogni volta che il timore del padrone le avesse permesso o consigliato di farlo. Bersaglio sovente degli strapazzi e degli scherni dei bravi, ella aveva imparato a tollerare, rodendosi quando non poteva ripetere, ma quelle poche volte che le era lecito di straziarli impunemente senza dispiacere del padrone, le uscivano dalla bocca cose tanto argute, tanto profonde, tanto inaspettate, che il diavolo vi avrebbe trovato da imparare.Intendete ora perchè la vecchia, guardando Lucia, faceva saltare il fuso con istizza e di tempo in tempo lo lasciava oscillare penzolone per aria; tutta assorta nei pensieri del terrore? Dagli ordini che il padrone le aveva dati partendo, e dal tuono con cui gli aveva proferiti, ella aveva compreso che al padrone premeva quella ragazza, ch'egli l'aveva fatta pigliare e la riteneva chi sa perchè; ma che voleva ch'ella fosse contenta. Vedendo ora che tutti i suoi tentativi per raddolcirla erano inutili, che la obbedienza, il garbo quasi servile, gli inviti amichevoli non avevano servito a nulla, stava in angoscia, pensando a quello che avrebbe detto il padrone quando, tornando, avrebbetrovata Lucia in quello stato di abbattimento. Poter dire: io non ci ho colpa, non era un pensiero che rassicurasse la vecchia, perchè ella era solita a vedere che il padrone misurava il suo tratto con gli uomini dalla soddisfazione o dalla noja che sentiva, e non da altro. Che colpa avevano tanti ch'egli aveva mandati all'altro mondo, e alla sorte dei quali ella stessa aveva applaudito? Tentava ella dunque di tempo in tempo Lucia con qualche parola dolce, nella quale, a dir vero, ella stessa poneva poca fiducia, dopo d'aver veduto Lucia resistere alla tentazione del mangiare; e in fatti non otteneva da Lucia altra risposta che un no, talvolta replicato, al quale ella ammutoliva: e si stava, come abbiam detto, aspettando con la venuta del padrone la rivelazione del destino.Ma la povera Lucia, come nella notte non aveva mai fatto un sonno pieno, intero, e, per dirla con un calzante modo milanese, non aveva mai potuto dormire serrato, così a giorno fatto, nella luce chiara, non era desta perfettamente. Le memorie, i timori, le speranze si agitavano e si succedevano nella sua mente con quell'impeto volubile, con quel vigore incerto dei sogni, e il corpo, sbattuto, estenuato dai travagli, dal digiuno e dalla febbre, non concedeva allo spirito il pieno esercizio della coscienza. In questo stato era Lucia, sempre rannicchiata, quando fu bussato dal Conte; la porta s'aperse, la vecchia uscì, e la buona donna entrò con Don Abbondio. Tutto questo fu un istante; ma un istante di nuovo batticuoreper Lucia, alla quale se lo stato presente era intollerabile, ogni mutazione era però una contingenza di spavento. Fissò ella gli occhi nei sopravvegnenti, vide una donna e si rincorò, vide un prete e le sue speranze si accrebbero; guardò più attentamente: è egli, o non è? son'io trasognata? È il mio curato!La buona donna si avvicinò a Lucia, che, senza quasi pensarvi, si alzò, e salutatala con un volto di pietà cortese, si pose l'indice della destra su le labbra e stesa la manca la abbassava e la rialzava lentamente, come si dipinge il Salvatore che acquieta i flutti del mare di Tiberiade, e disse con voce sommessa: allegramente, veniamo a liberarvi.—È dunque la Madonna che vi manda? disse Lucia, con un giubilo ancora incerto, ma pur vivissimo.—Può essere, rispose la buona donna.—Chi siete? come avete potuto...? cominciò Lucia alla buona donna; indi tosto, rapita da un'altra brama di sapere, si rivolse al curato e continuò: e lei, signor curato, come....?—Ah! vedete? rispose Don Abbondio; son qui io, il vostro curato, a liberarvi dal lago dei leoni, senza riguardi per me, in una giornata fredda, a cavallo....—E mia madre? domandò ancora Lucia, a cui le idee si succedevano in folla.—La vedrete presto, oggi, rispose Don Abbondio: ma prima dovete vedere ben altro personaggio.—Chi? dove? richiese Lucia.—Monsignore illustrissimo, che ci aspetta, che vuol vedervi. Ma abbiate giudizio: badate a quel che dite; voi non potete avere pratica di quello che va detto e taciuto ai signori grandi. Vi chiederà delle vostre vicende: non istate a troppo ciarlare; vi può far del bene; ma bisogna guardarsi dal toccar certe corde; non parlate del matrimonio, perchè, vedete, se sapesse che avete voluto sorprendere il curato, fare un matrimonio clandestino, guai, guai...!—Chi è Monsignore illustrissimo, domandò Lucia?—È il Cardinale arcivescovo, rispose Don Abbondio, un uomo di Dio, ma bisogna saperlo pigliare, perchè....—Andiamo tosto, disse la buona donna.—È vero, disse Don Abbondio, andiamo, perchè qui non è troppo bello stare: ma ricordatevi di quello che v'ho detto.—Come faremo ad uscire? disse Lucia, e se ci veggono?—Non temete, disse la buona donna, il padrone del castello viene egli stesso a cavarvene; qui fuori è la lettiga, voi entrerete con me, e partiremo col signor curato.—Ho da vederlo ancora il padrone, chiese ansiosamente Lucia, per la quale il Conte era ridivenuto orrendo, da poi ch'ella aveva veduti due visi umani. E continuò: ho paura di lui, ho paura.—Che paura? disse Don Abbondio, siete con me, ed è mio amico. Risolvetevi.—Non lo vedrete, disse la buona donna; noi ci chiudiamo nella lettiga e si parte, e in un momento siamo a Chiuso.—Ah! Chiuso! sclamò Lucia: dov'è quel buon curato! andiamo, andiamo. Oh Madonna santissima, vi ringrazio! Ma lo sentivo in cuore che non mi avreste abbandonata!La buona donna aperse un filo della porta, tanto da poter far un cenno, che fu tosto veduto dal Conte, il quale comandò ai lettighieri di andare nell'altra stanza. Queglino vi portarono la lettiga, Lucia vi entrò, e la buona donna dopo lei, si tirarono le cortine, i lettighieri uscirono, il curato dietro: nell'altra stanza il Conte si accompagnò con lui: disse alla vecchia: aspettatemi qui un'ora, e se non torno, andate a fare i fatti vostri. Nel cortile, alla porta del castello, il Conte e il curato a cavallo, la lettiga davanti, giù per la discesa, e dritto a Chiuso.A misura che la carovana si avanzava nel suo viaggio, tutti quelli che la componevano, respiravano più liberamente. Appena la buona donna fu nella lettiga, al momento che i portatori la sollevavano per partire, ella raccomandò a Lucia di non parlare finch'ella non gliene desse avviso. Ma poi che dallo scalpito delle mule, che seguivano, s'accorse che era varcata la soglia, cominciò a guardare un po' fuori delle cortine, e vista la strada libera, ruppe ella stessa il silenzio dicendo a Lucia: Povera giovane! l'avete passata brutta! Ma Dio ha pensato a voi, e tutto è finito.Queste parole diedero campo a Lucia d'interrogare la buona donna, che cercava di soddisfare alle sue domande, dicendo quel poco che sapeva, e come lo sapeva.Lucia a poco a poco vedeva un po' più di lume nelle sue strane e terribili avventure; le risposte della buona donna la rimettevano sulla via e l'ajutavano a spiegare tanti misteri della sua sventura e della sua inaspettata salute; tanto che in quel viaggio, Lucia potè farsi una idea del suo stato, comprendere qualche cosa, ed uscire da quella affannosa confusione d'idee nella quale lo strano, l'insolito di quello che si vede e si soffre non le lascia riposare la mente in alcuna, non lascia altra certezza che quella di esistere, e questa stessa diviene un tormento.—Oh quando potrò vedere mia madre! sclamò Lucia appena si sentì rassicurata e potè discernere quello che era reale, quello che era possibile. La buona donna le promise che appena suo marito tornerebbe dalla chiesa, ella lo determinerebbe ad andarne in cerca, ad informarla, a condurla presso di lei.Don Abbondio pigliava fiato ad ogni passo; la conferenza che il Cardinale avrebbe con Lucia gli dava un po' di briga per le cose che si dovevano rivangare di quel tale matrimonio: vedeva in lontano dei pericoli per parte di Don Rodrigo; ma il sentimento predominante era allora la gioja di uscire sano e salvo da quella spedizione. Pieno di questosentimento, Don Abbondio aveva una parlantina che nessuno gli avrebbe supposta vedendolo così silenzioso nella prima andata; e non avrebbe rifinito di ciarlare col Conte se questi avesse fatto tenore ai suoi inviti. Ma il Conte, benchè lieto di ricondurre Lucia al Cardinale, era tuttavia troppo compreso da tanti sentimenti per prestarsi alla garrulità di Don Abbondio. Ed, oltre il resto, era anche un po' umiliato internamente dell'inquietudine che aveva provata nella spedizione, delle precauzioni che aveva prese in casa sua, di una prudenza che gli pareva pusillanimità. Ma il Conte non si conosceva: s'era fatta nel suo animo una rivoluzione, della quale egli non s'era reso ben conto; v'eran nati dei sentimenti, vi s'erano svolte delle disposizioni, ch'egli non aveva ancora potuto ben raffigurare: e non s'avvedeva che questa pusillanimità era una nuova sollecitudine pia e gentile per una debole innocente, una delicatezza fin allora estrania all'animo suo, un timore che non si sarebbe presentato a quell'animo se non si fosse trattato che d'un proprio pericolo[234].

Liberazione di Lucia.

Scesi [il Conte del Sagrato e Don Abbondio] nel cortiletto della casa parrocchiale, trovarono la lettiga con entro la donna, instrutta dal buon curato, e presso alla lettiga le due mule, tenute per la briglia da due palafrenieri. Salirono entrambi in silenzio; i lettighieri uscirono, per porsi sulla via che conduceva al castello; e i due cavalieri su le mule, sempre guidate a mano dai due palafrenieri, la cui compagnia fu molto gradita a Don Abbondio, seguirono posatamente la lettiga.

La casipola del curato era, ed è tuttavia, attergata alla chiesicciuola di quel paesello: la cavalcata, per porsi in via, doveva girare il fianco della chiesa e passare davanti alla fronte, sulla quale è voltato un arco che, appoggiandosi dall'altra parte sul muro della strada, forma tetto sopra di questa.

Già sulla porta del curato cominciava la folla di coloro che non potendo capire in chiesa, nè stare in luogo dove si vedesse quello che vi si faceva, cercavano almeno di starvi più presso che si potesse. Quellapompa singolare si affacciò alla turba, e i lettighieri, che erano contadini del luogo, domandarono il passo ai primi che lo impedivano, con un certo garbo inusitato, che era loro ispirato dal sentimento indistinto che servivano a qualche cosa di santo e di gentile, dall'aver veduto il Cardinale, dalla commozione che appariva su tutti i volti. La folla faceva largo, guardando ognuno quella comitiva con maraviglia e con curiosità e il Conte con un riserbo che non era più quel solito terrore. Così pian piano la comitiva si avanzava, quando giunse sotto il portico, dove si dovette rallentare ancora più la marcia per la folla di popolo chiusa fra i due muri; il Conte, guardando nella chiesa dalla porta che era spalancata, si trasse il suo cappello piumato, e inchinò la fronte fino sulla chioma della mula: atto che eccitò un mormorio di gioja e di stupore nel popolo che poteva vederlo, e si propagò per tutta la folla, ognuno raccontandone il motivo ai suoi vicini. Don Abbondio si trasse pure il suo gran cappello senza piume, s'inchinò, sentì i suoi confratelli che cantavano, e provò, forse per la prima volta, un sentimento d'invidia in una tale occasione. Oh quante volte, diss'egli in cuor suo, queste funzioni mi son parute lunghe come la fame, e non vedevo l'ora d'andarmene in sagrestia a piegare la mia cotta, e adesso terrei volentieri di star lì a cantare fino a sera, in quella santa pace, e invece bisogna andare.... Ma Dio benedetto!—sciamò egli internamente come l'uomo che è vivamente penetratodal sentimento che gli si fa torto—giacchè m'avete ficcato in questo impiccio, almeno, almeno, ajutatemi.

Superata tutta la folla, il corteggio seguì pianamente il suo cammino: ma siccome la disposizione d'animo dei due personaggi a cavallo era sempre la stessa, anzi i pensieri dell'uno e dell'altro diventavano sempre più intensi a misura che si avvicinava la meta, così il cammino si faceva in silenzio, e noi non possiamo riferire che i soliloquj dell'uno e dell'altro.

Gran cosa, (è il soliloquio di Don Abbondio) gran cosa, che a questo mondo vi debbano essere dei tristi e dei santi, che gli uni e gli altri debbano avere l'argento vivo a dosso, che quando hanno una ribalderia, o un'opera santa da fare, debbano sempre tirare per forza in ballo gli altri, quelli che vorrebbero attendere ai fatti loro, e che tanto gli uni, quanto gli altri debbano venir tra i piedi a me, pover'uomo, che non m'impiccio degli affari altrui, e che non cerco altro che di starmene quieto a casa mia! Quel birbone di Don Rodrigo s'ha da ficcare in capo di sturbare un matrimonio, proprio nella mia parrocchia, e m'ha da venire una intimazione di quella sorte! Un pazzo che ha nascita e quattrini, casa ben piantata e parenti in alto, e potrebbe godersi la sua vita tranquilla, signorilmente: attendere a dare dei buoni pranzi, stare allegro e fare degli allegri: Signor no: ha da desiderare la donna d'altri, tanto per venire a molestarmi. Oh questa ragazzabenedetta vuol essere la mia morte! Deve proprio capitare in mano di costui (e così dicendo guatava di sottecchi il Conte, quasi per vedere se poteva arrischiarsi a strapazzarlo mentalmente), e costui, che è sempre stato lontano dai vescovi come il diavolo dall'acqua santa, ha da venir qui in persona a cercare l'arcivescovo, senza che nessuno ce lo abbia mandato per forza, proprio per metter me in impaccio; e questo arcivescovo, benedett'uomo, che vorrebbe drizzar le gambe ai cani, a cui pare che il mondo rovini quando la gente sta ferma, che deve sempre far qualche cosa egli, e far fare qualche cosa agli altri; subito, subito, tutto va bene, gran consolazione, la pecora smarrita, credere tutto, darvi dentro, e far trottare il curato. Che si abbiano concluso fra loro, Dio lo sa; ma, cospetto, non bisogna andar così in furia a questo mondo. La santità non basta, ci vuole un po' di prudenza, e sì che dovrebbe avere imparato: ha avuto delle belle brighe, a forza di cercarne e di volerne fare anelar le cose a modo suo: ma pare che vi c'ingrassi: non ne lascia scappare una. La carità va bene, ma la prima carità dovrebb'essere per un povero curato, che un vescovo, un vero vescovo di giudizio, lo dovrebbe tener prezioso come la pupilla degli occhj suoi. Chi sa costui che cosa gli ha cantato? che fini ha? potrebb'essere una trappola: ahi! ahi! ahi! Ma se anche, come spero, fosse convertito costui (e qui guardava il Conte) dovrebbe sapere Monsignore illustrissimo che dei peccatoriinveterati non è da fidarsi così subito, bisogna provarli; i primi momenti sono bruschi; e la forza dell'abito fa ricadere uno quasi senza che se ne avvegga, e intanto... chi è sotto è sotto: ahi! ahi! ahi! S'aveva mo a mandar così un povero curato galantuomo sotto la bocca del cannone?

Don Abbondio era a questo punto della sua meditazione quando la cavalcata giunse alla taverna, dove cominciava la salita, e ne uscirono bravi secondo il solito, i quali videro con istupore il Conte con un prete dietro una lettiga. Pensarono che potesse essere, non lo seppero indovinare, e non fecero altro che inchinarsi al Conte, il quale, con viso serio, proseguì il suo cammino. Ma Don Abbondio continuava: ci siamo: Oh che faccie! Questa è la porta dell'inferno! E costui, vedete, che faccie stralunate fa anch'egli! Un po' pare Sant'Antonio nel deserto quando scacciava le tentazioni, un po' pare Oloferne in persona! Dio mi ajuti, e lo deve per giustizia.

Infatti i pensieri che si affollavano nella mente del Conte, passavano, per dir così, rapidamente sulla sua faccia, come le nuvolette, spinte dal vento, passano in furia a traverso la faccia del sole; alternando ad ogni momento una luce arrabbiata e una fredda oscurità. Pensava a quello che avrebbe detto e fatto, mettendo il piede nel suo castello, trovandosi con quegli dai quali in un punto s'era fatto così diverso. Avrebbe voluto render gloria a Dio, confessare il cangiamento che era accaduto nel suo animo, rinnegare la suascellerata vita in faccia a quelli che ne erano stati i testimonj, i complici, gli stromenti. Ma... diceva un altro pensiero: guaj se costoro credono un momento ch'io non sia più quello da stendere in terra colui che ardisse resistermi!

Così pensando, egli pose macchinalmente la mano al luogo dov'era solito tenere una pistola, e si ricordò di averle lasciate con le altre armi in casa del curato—Ohè! continuava fra sè, perchè mi obbedirebbero costoro? e se veggiono che questo pane infame è finito per loro, chi sa che cosa la rabbia può suggerire a costoro. E quello che importa è di non far parole, di non perder tempo, di ricondurre Lucia tranquillamente; quella poveretta! il pegno del mio perdono! Se in questa casa, se in questa caverna, cessa un momento la disciplina, il terrore del padrone, diventa un inferno! peggio di prima! Costoro saltano il confine, e sono in sicuro; eh gli ho avvezzi io così! Ma che! dovrò io dunque umiliarmi a fingere dinanzi a costoro! a questi scellerati? Scellerati? costoro? chi sono costoro? i miei scolari, i miei amici, quelli che ho ammaestrati io! Facciamo il bene per l'unica via che è aperta. Bisogna dissimulare; si dissimuli. Così pensando, egli si guardò attorno, e visto che nessuno dei suoi era in vicinanza, alzò la voce, ordinò ai lettighieri di restare, scese da cavallo, si avvicinò alla lettiga, e salutata la buona donna, che v'era seduta, le disse sottovoce: L'opera di carità che voi fate ora, vuol essere condotta conprudenza assai. Lasciatevi regolare da me in tutto; e sopra ogni cosa non dite parola che a quella poveretta; e a chi ardisse interrogarvi, dite che parli con me. Voi entrerete nella stanza dov'è quella giovane, le direte brevemente che siete venuta a liberarla; non ne dubiterà, quando vedrà il suo curato. Sarà spaventata, poveretta! vedete di annunziarle la cosa in modo che la sorpresa non le faccia male: la lettiga verrà nella stanza, e ripartiremo tosto. La buona donna rispose che farebbe come le era detto. Mentre il Conte le dava questa istruzione, Don Abbondio, il quale fino allora si era spaventato ad ogni bravo che s'incontrava, e che per consolarsi guardava ai lettighieri e ai palafrenieri, stava tutto in incertezza per questa fermata, e sospirava. Il Conte, spiccatosi dalla lettiga, si avvicinò alla mula di Don Abbondio, che aspettava quello che avvenisse, con gli occhi sbarrati, egli disse sottovoce: Signor curato; ella non ha bisogno che io le insegni ad esser prudente; ma in questa casa è necessaria una prudenza che io solo pur troppo posso conoscere appieno. Se le sta a cuore la riuscita di questo pio disegno, non dica parola, non faccia cenno che possa dare a divedere nulla a costoro, nè di quello che si vuol fare, nè di quello ch'io penso. Perdoni, signor curato, se non le dico di più, se non le faccio più scuse dell'incomodo ch'ella patisce per mia cagione, ma ella ne spera la ricompensa dal cielo, e verrà tempo in cui io potrò tranquillamente esprimerle la mia riconoscenza.

La voce dell'uomo che sgombra le rovine e le macerie, e che chiama il poveretto che è stato colto dalla caduta d'una fabbrica e vi si trova sepolto vivo, è appena più dolce al suo orecchio che fosse quella del Conte al povero nostro Don Abbondio.

—Ah! signor Conte, diss'egli, confondendo il sentimento che voleva esprimere con quello che provava realmente, ella mi dà la vita. Dio sia benedetto! queste sono grazie di lassù. Tocca a me farle scusa se sono stato incivile....

—Zitto, per amor del cielo, interruppe il Conte: ad altro tempo le cerimonie: ella non faccia vista di nulla, si contenga in modo che nessuno possa sapere qui s'ella giunge in casa d'un amico...... o d'un tiranno.

—Lasci fare, lasci fare a me; rispose Don Abbondio. Il Conte salì di nuovo sulla mula, e volto ai lettighieri e ai palafrenieri disse loro: Silenzio e obbedienza: non dite, nè rispondete una parola in quel castello: non parlate nemmeno fra voi; silenzio insomma.... e il primo di voi che fiata.... Ma no, continuò, ravvedendosi, in tuono più dolce, figliuoli non fiatate, perchè potreste far molto male a voi e ad altri—Andiamo—

I lettighieri, che avevano deposta la lettiga, ascoltata a borra aperta questa arringa, ripresero le cinghie su le spalle, continuarono la loro strada, le mule seguirono, e si giunse alla porta del castello.

Gli scherani del Conte, che al suo avvicinarsi alcastello s'incontravano sempre più frequenti, già stupiti di quel suo uscir solo al mattino in un giorno di tanto movimento e di tanto concorso, lo erano ancor più allora di vederlo tornare al seguito d'una lettiga chiusa, a paro d'un prete, con quelle cavalcature sconosciute: ma quello che portava al sommo il loro stupore si era di vedere il loro padrone senz'armi. Quella partenza aveva dato luogo a molte congetture, e fatta nascere una aspettazione di qualche cosa di nuovo, ma il ritorno, invece di soddisfare la curiosità, la cresceva e la impacciava da vantaggio. Era una preda? Come l'aveva fatta il padrone solo? e perchè il vincitore tornava disarmato? O che diamine era? Chinandosi umilmente davanti al padrone, che passava, cercavano essi di spiare sul suo volto qualche indizio di questa faccenda, ma il volto del Conte era impenetrabile: e gli scherani rimanevano a guardarsi l'un l'altro con la bocca aperta.

Alla porta, il Conte scese dalla mula, e fece cenno di fare altrettanto a Don Abbondio, che lo guardava attentamente, appunto per non perdere un cenno; e veduto questo, si lasciò tosto sdrucciolare dalla sua mula. Il Conte disse ai palafrenieri: aspettate qui; disse al curato di seguire la lettiga; andò egli dinanzi, e disse ai lettighieri: seguitemi. Tutto si fece come egli aveva imposto: il Conte entrò col suo seguito nel cortile, si avviò alla stanza dov'era Lucia, ed entrato in quella che le era vicina, fece restare i lettighieri, si chiuse dentro, e comandò che lalettiga fosse posta a terra. Aprì allora lo sportello, diede la mano alla buona donna, la fece uscire e disse sottovoce, in modo da non essere inteso che da quelli che lo vedevano: In quella stanza è la giovane da condursi via: e con lei una vecchia malandrina.... una vecchia. Io la chiamerò fuori: voi entrate, e voi pure, signor curato. Annunziate a quella giovane che è libera, che deve partir tosto con voi, che la cosa deve passare quietamente; non perdete tempo: quando ha inteso, quando è disposta, bussate, la lettiga verrà nella stanza: fatela sedere in essa, ponetevi al suo fianco, tirate le cortine e venite qui: io vi aspetto: andrò innanzi, poi la lettiga, poi il signor curato; dritto alla porta; quivi saliremo sulle nostre mule, e ripartiremo. E voi, disse rivolto ai lettighieri, zitti. Così detto condusse la buona donna ed il curato sulla soglia della porta chiusa, che dava alla stanza di Lucia, bussò: s'udì la voce della vecchia, che disse: chi è egli? Io, rispose il Conte: la vecchia aprì, e vide le due faccie inaspettate col padrone; restò come incantata. Uscite, le disse il Conte; quella uscì tosto, e i due salvatori entrarono. Fermatevi qui, disse allora il Conte alla vecchia; e non disse altro: egli, la vecchia e i lettighieri stettero tutti immobili, egli a tender l'orecchio e a numerare i movimenti, i lettighieri ad attendere, e la vecchia a smemorare.

Lucia aveva passata la notte in un letargo, agitato da sogni tormentosi e da risveglimenti più tormentosiancora. Al mattino la vecchia, destandosi, aveva chiamata Lucia, e non udendo risposta, s'era levata in fretta, aveva aperte le finestre, e avvicinatasi alla captiva, chinatasi a guardarla, le aveva chiesto se dormisse, se volesse togliersi da quel cantuccio e ristorarsi di cibo, che doveva averne bisogno. No, lasciatemi quieta, ricordatevi del vostro padrone, era stata la sola risposta di Lucia. La vecchia brontolando s'era ritirata, e per far qualche cosa s'era posta a rifare il suo letto. Quindi era andata ad una tavola, dov'erano le reliquie della cena, vi si era seduta e s'era messa a mangiare, accompagnando questa operazione con le parole e con gli atti ch'ella credeva più opportuni ad eccitare l'emulazione di Lucia e a vincere il suo proposito: poichè la vecchia non poteva supporre che si resistesse a lungo ad una tentazione di questa fatta, principalmente dopo un lungo digiuno, come quello che aveva patito Lucia. Cominciò dunque a sclamare: Ih! quanta roba! ce n'è per quattro bravi! e che grazia di Dio. Quindi stese un mantile e cominciò a trinciare un pezzo di stufato, regolando ogni movimento in modo che il romore eccitasse nella mente di Lucia una immagine chiara di quello che ella faceva. E questa sua cura era spinta al segno (la delicatezza dei lettori ci perdoni se per seguire fedelmente il manoscritto in tutto ciò che può essere una rappresentazione del costume, ripetiamo anche questa particolarità) che, postasi a mangiare, ella andava rimasticandonella sua bocca ssdentata il boccone, producendo con affettazione quei suoni che a ragione proscrive Monsignor della Casa, perchè ella s'immaginava che in quei suoni ci fosse qualche cosa di appetitoso; la sua educazione e le sue antiche abitudini avevano talmente elevata sopra le sue idee, l'idea di mangiare di quei bocconi che non sono concessi a tutti, che tutto ciò che era associato a questa idea era per lei importante, leggiadro, irresistibile. Buono! diceva di tratto in tratto. Buono! viva l'abbondanza! muoja la carestia! Bella cosa vivere in casa dei signori! E pure di tratto in tratto dava una occhiata alla sfuggita al cantuccio, ma vedendo Lucia insensibile, si adirava dell'inutilità dei suoi artifici così reconditi, e mescolava alle esclamazioni di ammirazione e di gioja, un brontolio sordo di ehu! ehu! smorfia, smorfia, smorfia! venne finalmente all'ultima prova e al più forte esperimento. Prese con la sua destra rugosa e scarnata un fiasco, che stava sulla tavola, con la sinistra un bicchiere, e fattili prima cozzare un tratto e tintinnire, sollevò il fiasco, lo inclinò sul bicchiere, lo riempì, se lo pose alla bocca, tracannò un sorso, ritirò il bicchiere, battè due o tre volte un labbro contra l'altro, e sclamò: Ah! questo risusciterebbe un morto! Bella felicità averne dinanzi un buon fiasco! Al diavolo i rangoli e i pensieri! Non mi duole più nemmeno d'esser vecchia, ma se fossi giovane, ah! come vorrei godermela! Detto questo, ripose il bicchiere alla bocca, lo vuotò, e cheta cheta si volse alcantuccio, e rimase tra lo stupore e la stizza vedendo che anche l'incanto più forte non aveva prodotto alcun effetto.

—Non volete mangiare un boccone e bere un sorso? diss'ella a Lucia. No, fu la risposta; proferita in modo da non lasciare alla vecchia la lusinga che la resistenza produrrebbe maggior effetto. Finalmente la vecchia si levò dalla tavola, prese una scranna, la portò presso una finestra, e tolta la sua rocca si pose a filare, pensando ai casi suoi ed aspettando la venuta del padrone con molta inquietudine.

Per comprendere i pensieri stranamente molesti che ronzavano nella mente della vecchia filatrice è necessario avere una idea di quella mente e dei casi che l'avevano modificata.

Era costei nata (come dice il volgo di Lombardia) sotto le tegole del Conte, o per dir meglio del padre del Conte, dieci anni prima di questo. Ciò ch'ella aveva inteso, ciò ch'ella aveva veduto dai suoi primi anni le avevano dato un concetto grande, indeterminato, predominante del potere e del lustro de' suoi padroni. La massima principale ch'ella aveva attinta dalle istruzioni, dagli esempj, da tutto, era che bisognava obbedir loro: che ciò fosse per dovere, fosse per interesse, fosse per destino, erano questioni che non s'erano mai presentate al suo spirito: ella sapeva che bisognava obbedire. Ebbe ella poi l'onore di sposare il custode del castello quando i padroni non facevano ivi che una breve villeggiatura,abitando in Milano la maggior parte dell'anno. L'uficio del marito doveva presentare cento occasioni che rinforzassero ed estendessero l'idea che la nostra allora giovane donna aveva del potere della famiglia per lei sovrana; e la parte ch'ella doveva prendere nei servizj del marito le furono occasione di applicare la sua obbedienza, di esercitarla e di avvezzarla a tutto. Quando il Conte divenne padrone, quel potere divenne ancor più grande e più attivo in proporzione dell'attività violenta dell'animo di lui: e coloro che erano ministri di questo potere dovettero divenire ancor più obbedienti e più soperchiatori, essere più spaventati e fare più spavento: pochi servitori, ai quali la coscienza disse che era troppo, si ritirarono: quegli che rimasero, crebbero nella perversità, come una pianta velenosa cresce di grandezza e di forza malefica quando si trova in un terreno confacente. Il marito della nostra eroina fu di quelli che rimasero. Quando poi il Conte, carico già di delitti e bandito capitalmente, venne ad abitare stabilmente il castello, che fu per lui un asilo ed un campo allo stesso tempo, per condurvi quella vita della quale abbiamo dato un cenno, è facile immaginarsi quale dovesse essere allora l'attività e l'obbedienza di coloro che stavano al suo servizio e presso di lui. La sciagurata fu madre di una figlia, dir a suo tempo fu sposata ad uno scherano del Conte, e di due figli, che furono scherani e furono soprannominati, il Nato-in-casa e lo Spettinato. Allamorte del marito ella rimase senza servizio determinato, ma destinata a tutti quelli che potevano essere prestati da una donna accostumata com'ell'era.

Tener disposto il pranzo pei bravi a qualunque ora tornassero da una spedizione, medicare i feriti, accudire insomma ad essi, era la sua occupazione più ordinaria. Quasi tutte le sue idee erano ricavate dai loro colloquj, ma tutte erano dominate da una idea principale, quella di non dispiacere al padrone.

Le impressioni della infanzia l'avevano abituata ad una riverenza tremante per lui; vissuta ai suoi servizj, ella non poteva immaginare che fuori di lui vi potesse essere per essa un asilo, un sostegno; e aveva tanto inteso dire, tanto aveva veduto degli effetti della collera di lui, che il minimo grado di quella collera la metteva in un'angoscia mortale. In tutto ciò che ella aveva a fare e a dire non aveva quindi da gran tempo altra cura che di accontentarlo; ogni altra regola taceva dinanzi a questo unico interesse, che era quasi divenuto un istinto; anzi ogni altra regola si era a poco a poco quasi smarrita affatto dalle sue idee. Quei pochi pensieri e documenti di religione, che le erano stati dati confusamente nella infanzia, erano obliterati dal disuso, dal non sentirli mai rammemorare, e l'idea di giusto e d'ingiusto, che pure è deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolta nel suo fin dal principio, insieme con le passioni del terrore e della cupidigia servile, accomodata per abito ai principj che tuttogiorno sentiva predicare e dalle azioni che vedeva compiersi, e alle quali ella partecipava, era divenuta una applicazione mostruosa di tutte queste idee e di tutte quelle passioni.

La volontà capricciosa, irregolare, violenta del Conte era per lei una specie di giustizia fatale; spiacergli era colpa, o sventura; male insomma. La ragione o il torto stavano per essa nella approvazione, o nel malcontento del terribile padrone; poichè quale altro argomento di ragione comune poteva aver luogo in quella casa e fra quelle persone? quale principio generale di equità avrebbe potuto essere invocato da coloro che non li riconoscevano nei rapporti con gli altri che li violavano tutti? E come mai avrebbe potuto aver ragione una volta quella che, servendo alle soperchierie e rallegrandosene, rinunziava di fatto ad ogni principio di diritto, e nello stesso tempo non aveva forza alcuna, non aveva una minaccia per sostenere un diritto quando il suo interesse la portasse a sentirlo e ad ammetterlo? A tutte queste abitudini di servitù e di annegazione perversa, si aggiungeva un sentimento, in origine, migliore, che le rinforzava: il sentimento della riconoscenza. Avvezza costei a ricevere il suo sostentamento dal Conte, riconosceva la vita come un dono della volontà di lui, come un beneficio della sua potenza. E avvezza pure a risguardarsi dalla infanzia come cosa del suo signore, provava un certo orgoglio di consenso per quella sua potenza, pel terrorech'egli incuteva; le pareva di essere qualche parte di un sistema molto importante.

La gioja orrenda ch'ella aveva provata tante volte nella sua vita pel buon successo delle imprese del Conte, gioja che nasceva da tutti i sentimenti abituali che abbiamo descritto, l'avevano resa non indifferente, ma propensa ai patimenti altrui, ed ella gli procurava con compiacenza ogni volta che il timore del padrone le avesse permesso o consigliato di farlo. Bersaglio sovente degli strapazzi e degli scherni dei bravi, ella aveva imparato a tollerare, rodendosi quando non poteva ripetere, ma quelle poche volte che le era lecito di straziarli impunemente senza dispiacere del padrone, le uscivano dalla bocca cose tanto argute, tanto profonde, tanto inaspettate, che il diavolo vi avrebbe trovato da imparare.

Intendete ora perchè la vecchia, guardando Lucia, faceva saltare il fuso con istizza e di tempo in tempo lo lasciava oscillare penzolone per aria; tutta assorta nei pensieri del terrore? Dagli ordini che il padrone le aveva dati partendo, e dal tuono con cui gli aveva proferiti, ella aveva compreso che al padrone premeva quella ragazza, ch'egli l'aveva fatta pigliare e la riteneva chi sa perchè; ma che voleva ch'ella fosse contenta. Vedendo ora che tutti i suoi tentativi per raddolcirla erano inutili, che la obbedienza, il garbo quasi servile, gli inviti amichevoli non avevano servito a nulla, stava in angoscia, pensando a quello che avrebbe detto il padrone quando, tornando, avrebbetrovata Lucia in quello stato di abbattimento. Poter dire: io non ci ho colpa, non era un pensiero che rassicurasse la vecchia, perchè ella era solita a vedere che il padrone misurava il suo tratto con gli uomini dalla soddisfazione o dalla noja che sentiva, e non da altro. Che colpa avevano tanti ch'egli aveva mandati all'altro mondo, e alla sorte dei quali ella stessa aveva applaudito? Tentava ella dunque di tempo in tempo Lucia con qualche parola dolce, nella quale, a dir vero, ella stessa poneva poca fiducia, dopo d'aver veduto Lucia resistere alla tentazione del mangiare; e in fatti non otteneva da Lucia altra risposta che un no, talvolta replicato, al quale ella ammutoliva: e si stava, come abbiam detto, aspettando con la venuta del padrone la rivelazione del destino.

Ma la povera Lucia, come nella notte non aveva mai fatto un sonno pieno, intero, e, per dirla con un calzante modo milanese, non aveva mai potuto dormire serrato, così a giorno fatto, nella luce chiara, non era desta perfettamente. Le memorie, i timori, le speranze si agitavano e si succedevano nella sua mente con quell'impeto volubile, con quel vigore incerto dei sogni, e il corpo, sbattuto, estenuato dai travagli, dal digiuno e dalla febbre, non concedeva allo spirito il pieno esercizio della coscienza. In questo stato era Lucia, sempre rannicchiata, quando fu bussato dal Conte; la porta s'aperse, la vecchia uscì, e la buona donna entrò con Don Abbondio. Tutto questo fu un istante; ma un istante di nuovo batticuoreper Lucia, alla quale se lo stato presente era intollerabile, ogni mutazione era però una contingenza di spavento. Fissò ella gli occhi nei sopravvegnenti, vide una donna e si rincorò, vide un prete e le sue speranze si accrebbero; guardò più attentamente: è egli, o non è? son'io trasognata? È il mio curato!

La buona donna si avvicinò a Lucia, che, senza quasi pensarvi, si alzò, e salutatala con un volto di pietà cortese, si pose l'indice della destra su le labbra e stesa la manca la abbassava e la rialzava lentamente, come si dipinge il Salvatore che acquieta i flutti del mare di Tiberiade, e disse con voce sommessa: allegramente, veniamo a liberarvi.

—È dunque la Madonna che vi manda? disse Lucia, con un giubilo ancora incerto, ma pur vivissimo.

—Può essere, rispose la buona donna.

—Chi siete? come avete potuto...? cominciò Lucia alla buona donna; indi tosto, rapita da un'altra brama di sapere, si rivolse al curato e continuò: e lei, signor curato, come....?

—Ah! vedete? rispose Don Abbondio; son qui io, il vostro curato, a liberarvi dal lago dei leoni, senza riguardi per me, in una giornata fredda, a cavallo....

—E mia madre? domandò ancora Lucia, a cui le idee si succedevano in folla.

—La vedrete presto, oggi, rispose Don Abbondio: ma prima dovete vedere ben altro personaggio.

—Chi? dove? richiese Lucia.

—Monsignore illustrissimo, che ci aspetta, che vuol vedervi. Ma abbiate giudizio: badate a quel che dite; voi non potete avere pratica di quello che va detto e taciuto ai signori grandi. Vi chiederà delle vostre vicende: non istate a troppo ciarlare; vi può far del bene; ma bisogna guardarsi dal toccar certe corde; non parlate del matrimonio, perchè, vedete, se sapesse che avete voluto sorprendere il curato, fare un matrimonio clandestino, guai, guai...!

—Chi è Monsignore illustrissimo, domandò Lucia?

—È il Cardinale arcivescovo, rispose Don Abbondio, un uomo di Dio, ma bisogna saperlo pigliare, perchè....

—Andiamo tosto, disse la buona donna.

—È vero, disse Don Abbondio, andiamo, perchè qui non è troppo bello stare: ma ricordatevi di quello che v'ho detto.

—Come faremo ad uscire? disse Lucia, e se ci veggono?

—Non temete, disse la buona donna, il padrone del castello viene egli stesso a cavarvene; qui fuori è la lettiga, voi entrerete con me, e partiremo col signor curato.

—Ho da vederlo ancora il padrone, chiese ansiosamente Lucia, per la quale il Conte era ridivenuto orrendo, da poi ch'ella aveva veduti due visi umani. E continuò: ho paura di lui, ho paura.

—Che paura? disse Don Abbondio, siete con me, ed è mio amico. Risolvetevi.

—Non lo vedrete, disse la buona donna; noi ci chiudiamo nella lettiga e si parte, e in un momento siamo a Chiuso.

—Ah! Chiuso! sclamò Lucia: dov'è quel buon curato! andiamo, andiamo. Oh Madonna santissima, vi ringrazio! Ma lo sentivo in cuore che non mi avreste abbandonata!

La buona donna aperse un filo della porta, tanto da poter far un cenno, che fu tosto veduto dal Conte, il quale comandò ai lettighieri di andare nell'altra stanza. Queglino vi portarono la lettiga, Lucia vi entrò, e la buona donna dopo lei, si tirarono le cortine, i lettighieri uscirono, il curato dietro: nell'altra stanza il Conte si accompagnò con lui: disse alla vecchia: aspettatemi qui un'ora, e se non torno, andate a fare i fatti vostri. Nel cortile, alla porta del castello, il Conte e il curato a cavallo, la lettiga davanti, giù per la discesa, e dritto a Chiuso.

A misura che la carovana si avanzava nel suo viaggio, tutti quelli che la componevano, respiravano più liberamente. Appena la buona donna fu nella lettiga, al momento che i portatori la sollevavano per partire, ella raccomandò a Lucia di non parlare finch'ella non gliene desse avviso. Ma poi che dallo scalpito delle mule, che seguivano, s'accorse che era varcata la soglia, cominciò a guardare un po' fuori delle cortine, e vista la strada libera, ruppe ella stessa il silenzio dicendo a Lucia: Povera giovane! l'avete passata brutta! Ma Dio ha pensato a voi, e tutto è finito.

Queste parole diedero campo a Lucia d'interrogare la buona donna, che cercava di soddisfare alle sue domande, dicendo quel poco che sapeva, e come lo sapeva.

Lucia a poco a poco vedeva un po' più di lume nelle sue strane e terribili avventure; le risposte della buona donna la rimettevano sulla via e l'ajutavano a spiegare tanti misteri della sua sventura e della sua inaspettata salute; tanto che in quel viaggio, Lucia potè farsi una idea del suo stato, comprendere qualche cosa, ed uscire da quella affannosa confusione d'idee nella quale lo strano, l'insolito di quello che si vede e si soffre non le lascia riposare la mente in alcuna, non lascia altra certezza che quella di esistere, e questa stessa diviene un tormento.

—Oh quando potrò vedere mia madre! sclamò Lucia appena si sentì rassicurata e potè discernere quello che era reale, quello che era possibile. La buona donna le promise che appena suo marito tornerebbe dalla chiesa, ella lo determinerebbe ad andarne in cerca, ad informarla, a condurla presso di lei.

Don Abbondio pigliava fiato ad ogni passo; la conferenza che il Cardinale avrebbe con Lucia gli dava un po' di briga per le cose che si dovevano rivangare di quel tale matrimonio: vedeva in lontano dei pericoli per parte di Don Rodrigo; ma il sentimento predominante era allora la gioja di uscire sano e salvo da quella spedizione. Pieno di questosentimento, Don Abbondio aveva una parlantina che nessuno gli avrebbe supposta vedendolo così silenzioso nella prima andata; e non avrebbe rifinito di ciarlare col Conte se questi avesse fatto tenore ai suoi inviti. Ma il Conte, benchè lieto di ricondurre Lucia al Cardinale, era tuttavia troppo compreso da tanti sentimenti per prestarsi alla garrulità di Don Abbondio. Ed, oltre il resto, era anche un po' umiliato internamente dell'inquietudine che aveva provata nella spedizione, delle precauzioni che aveva prese in casa sua, di una prudenza che gli pareva pusillanimità. Ma il Conte non si conosceva: s'era fatta nel suo animo una rivoluzione, della quale egli non s'era reso ben conto; v'eran nati dei sentimenti, vi s'erano svolte delle disposizioni, ch'egli non aveva ancora potuto ben raffigurare: e non s'avvedeva che questa pusillanimità era una nuova sollecitudine pia e gentile per una debole innocente, una delicatezza fin allora estrania all'animo suo, un timore che non si sarebbe presentato a quell'animo se non si fosse trattato che d'un proprio pericolo[234].


Back to IndexNext