Chapter 18

[168]Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)[169]Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)[170]A proposito dell'accenno a Carneade il prof.Nino Tamassia[Due note manzoniane; inGiornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quelletteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; inOpera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]:Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit.Non coincide la domanda di don Abbondio:Carneade! Chi era costui?con la frase di Agostino:nescio Carneades iste qui fuerit?Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebreCassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogocontra Academicosè opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo iPromessi Sposi, ricordasse ilnescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa.Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». IlLucchini[Comentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titoloLa Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto».La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di DonLutio Gioseppe Avogadro, fu recitataalli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sognoCarneade!Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)[171]Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)[172]Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)[173]Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzòAmbrogio. (Ed.)[174]È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)[175]Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima 90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)[176]Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)[177]Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni numerò prima 90, poi 92. (Ed.)[178]Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In realtà è la terza stesura. (Ed.)[179]Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)[180]Il prof.Giovanni Negri[Sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)[181]L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de'Fogli staccati dai Promessi Sposi. Il M. lo tolse via dal tomo II della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli successivi 76-86. (Ed.)[182]Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr.Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr.Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata daFrancesco Rivola,sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.Ne parla pureBiagio Guenzatinel cap. 22 del lib. II della suaVita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de' Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo stesso «Manzoni». Cfr.Cantù C.Sulla storia lombarda del secolo XVII ragionamenti per commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola Benzoni di Crema. Il LITTA [Famiglia Visconti di Milano, tav. VIII] lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»; nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio, morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina, che sposò Ersilio Del Maino.Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr.Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione del Visconti ne aveva già discorso nel giornaleLa Perseveranzadel 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F.D'Ovidio,Due parole sull'Innominato, nell'Illustrazione italianadel 27 maggio 1894;A. Graf,Perchè si ravvede l'Innominato?inFoscolo, Manzoni, Leopardi, saggi, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; eG. Negri,La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia, eSe la conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo, inSuiPromessi Sposidi A. M. commenti critici, estetici e biblici, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)[183]Qui finiva il capitolo XIX e incominciava quello XX. (Ed.)[184]Prima scrisse: «Chi nasce in questo mondo, dice il manoscritto, e principalmente chi nasce nei luoghi dove si maneggiano i grandi affari». (Ed.)[185]Prima scrisse: «ed entra in concerto. Si dà qualche volta il caso che un sonatore con disposizioni straordinarie si svegli tra una sonata e l'altra, mentre gli stromenti sono in disarmonia e si litiga perchè ognuno vorrebbe dare il tuono: lo dà egli, fa sonare e ballare a modo suo fino a un certo segno, mena la danza, come si dice in proverbio, e per lo più la mena in modo che finisce col farsi rompere il suo stromento in mano e dar tutti gli altri su la testa: ma queste sono eccezioni che non fanno al nostro proposito». (Ed.)[186]Segue cancellato: «Il castello dell'innominato era posto a cavaliere ad una valle angusta ed uggiosa, su la cima d'un poggio, che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe ben dire, se congiunto ad essa, o separato, per un mucchio di greppi e di dirupi e per un andirivieni di tane e di precipizii, così sul di dietro, come sui fianchi. Il lato, che risponde nella valle, è il solo accessibile: è un pendìo anzi erto che no, ma continuo, a pascoli in alto, a colture nella più bassa falda, e sparso qua e là di abituri».Ferdinando Ranalli[Degli ammaestramenti di letteratura libri quattro, Firenze, Le Monnier, 1863; vol III, pp. 211-213] dice corna della descrizione del castello dell'Innominato fatta dal Manzoni, e riporta la descrizione di un altro castello fatta dal Bartoli, che leva al cielo; senza accorgersi che appunto in quel raffronto sta la vittoria dell'autore de'Promessi Sposi, da lui voluto annientare! (Ed.)[187]Si conserva nella Sala Manzoniana della Braidense; dove si trovano pure la seconda minuta, anch'essa tutta di pugno del Manzoni; la copia per la Censura, d'altra mano, ma corretta da lui; e i Fogli staccati dai Promessi Sposi, parimente autografi. (Ed.)

[168]Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)[169]Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)[170]A proposito dell'accenno a Carneade il prof.Nino Tamassia[Due note manzoniane; inGiornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quelletteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; inOpera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]:Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit.Non coincide la domanda di don Abbondio:Carneade! Chi era costui?con la frase di Agostino:nescio Carneades iste qui fuerit?Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebreCassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogocontra Academicosè opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo iPromessi Sposi, ricordasse ilnescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa.Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». IlLucchini[Comentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titoloLa Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto».La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di DonLutio Gioseppe Avogadro, fu recitataalli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sognoCarneade!Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)[171]Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)[172]Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)[173]Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzòAmbrogio. (Ed.)[174]È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)[175]Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima 90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)[176]Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)[177]Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni numerò prima 90, poi 92. (Ed.)[178]Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In realtà è la terza stesura. (Ed.)[179]Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)[180]Il prof.Giovanni Negri[Sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)[181]L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de'Fogli staccati dai Promessi Sposi. Il M. lo tolse via dal tomo II della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli successivi 76-86. (Ed.)[182]Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr.Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr.Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata daFrancesco Rivola,sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.Ne parla pureBiagio Guenzatinel cap. 22 del lib. II della suaVita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de' Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo stesso «Manzoni». Cfr.Cantù C.Sulla storia lombarda del secolo XVII ragionamenti per commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola Benzoni di Crema. Il LITTA [Famiglia Visconti di Milano, tav. VIII] lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»; nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio, morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina, che sposò Ersilio Del Maino.Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr.Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione del Visconti ne aveva già discorso nel giornaleLa Perseveranzadel 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F.D'Ovidio,Due parole sull'Innominato, nell'Illustrazione italianadel 27 maggio 1894;A. Graf,Perchè si ravvede l'Innominato?inFoscolo, Manzoni, Leopardi, saggi, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; eG. Negri,La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia, eSe la conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo, inSuiPromessi Sposidi A. M. commenti critici, estetici e biblici, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)[183]Qui finiva il capitolo XIX e incominciava quello XX. (Ed.)[184]Prima scrisse: «Chi nasce in questo mondo, dice il manoscritto, e principalmente chi nasce nei luoghi dove si maneggiano i grandi affari». (Ed.)[185]Prima scrisse: «ed entra in concerto. Si dà qualche volta il caso che un sonatore con disposizioni straordinarie si svegli tra una sonata e l'altra, mentre gli stromenti sono in disarmonia e si litiga perchè ognuno vorrebbe dare il tuono: lo dà egli, fa sonare e ballare a modo suo fino a un certo segno, mena la danza, come si dice in proverbio, e per lo più la mena in modo che finisce col farsi rompere il suo stromento in mano e dar tutti gli altri su la testa: ma queste sono eccezioni che non fanno al nostro proposito». (Ed.)[186]Segue cancellato: «Il castello dell'innominato era posto a cavaliere ad una valle angusta ed uggiosa, su la cima d'un poggio, che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe ben dire, se congiunto ad essa, o separato, per un mucchio di greppi e di dirupi e per un andirivieni di tane e di precipizii, così sul di dietro, come sui fianchi. Il lato, che risponde nella valle, è il solo accessibile: è un pendìo anzi erto che no, ma continuo, a pascoli in alto, a colture nella più bassa falda, e sparso qua e là di abituri».Ferdinando Ranalli[Degli ammaestramenti di letteratura libri quattro, Firenze, Le Monnier, 1863; vol III, pp. 211-213] dice corna della descrizione del castello dell'Innominato fatta dal Manzoni, e riporta la descrizione di un altro castello fatta dal Bartoli, che leva al cielo; senza accorgersi che appunto in quel raffronto sta la vittoria dell'autore de'Promessi Sposi, da lui voluto annientare! (Ed.)[187]Si conserva nella Sala Manzoniana della Braidense; dove si trovano pure la seconda minuta, anch'essa tutta di pugno del Manzoni; la copia per la Censura, d'altra mano, ma corretta da lui; e i Fogli staccati dai Promessi Sposi, parimente autografi. (Ed.)

[168]Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)[169]Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)[170]A proposito dell'accenno a Carneade il prof.Nino Tamassia[Due note manzoniane; inGiornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quelletteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; inOpera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]:Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit.Non coincide la domanda di don Abbondio:Carneade! Chi era costui?con la frase di Agostino:nescio Carneades iste qui fuerit?Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebreCassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogocontra Academicosè opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo iPromessi Sposi, ricordasse ilnescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa.Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». IlLucchini[Comentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titoloLa Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto».La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di DonLutio Gioseppe Avogadro, fu recitataalli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sognoCarneade!Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)[171]Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)[172]Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)[173]Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzòAmbrogio. (Ed.)[174]È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)[175]Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima 90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)[176]Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)[177]Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni numerò prima 90, poi 92. (Ed.)[178]Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In realtà è la terza stesura. (Ed.)[179]Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)[180]Il prof.Giovanni Negri[Sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)[181]L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de'Fogli staccati dai Promessi Sposi. Il M. lo tolse via dal tomo II della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli successivi 76-86. (Ed.)[182]Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr.Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr.Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata daFrancesco Rivola,sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.Ne parla pureBiagio Guenzatinel cap. 22 del lib. II della suaVita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de' Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo stesso «Manzoni». Cfr.Cantù C.Sulla storia lombarda del secolo XVII ragionamenti per commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola Benzoni di Crema. Il LITTA [Famiglia Visconti di Milano, tav. VIII] lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»; nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio, morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina, che sposò Ersilio Del Maino.Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr.Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione del Visconti ne aveva già discorso nel giornaleLa Perseveranzadel 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F.D'Ovidio,Due parole sull'Innominato, nell'Illustrazione italianadel 27 maggio 1894;A. Graf,Perchè si ravvede l'Innominato?inFoscolo, Manzoni, Leopardi, saggi, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; eG. Negri,La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia, eSe la conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo, inSuiPromessi Sposidi A. M. commenti critici, estetici e biblici, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)[183]Qui finiva il capitolo XIX e incominciava quello XX. (Ed.)[184]Prima scrisse: «Chi nasce in questo mondo, dice il manoscritto, e principalmente chi nasce nei luoghi dove si maneggiano i grandi affari». (Ed.)[185]Prima scrisse: «ed entra in concerto. Si dà qualche volta il caso che un sonatore con disposizioni straordinarie si svegli tra una sonata e l'altra, mentre gli stromenti sono in disarmonia e si litiga perchè ognuno vorrebbe dare il tuono: lo dà egli, fa sonare e ballare a modo suo fino a un certo segno, mena la danza, come si dice in proverbio, e per lo più la mena in modo che finisce col farsi rompere il suo stromento in mano e dar tutti gli altri su la testa: ma queste sono eccezioni che non fanno al nostro proposito». (Ed.)[186]Segue cancellato: «Il castello dell'innominato era posto a cavaliere ad una valle angusta ed uggiosa, su la cima d'un poggio, che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe ben dire, se congiunto ad essa, o separato, per un mucchio di greppi e di dirupi e per un andirivieni di tane e di precipizii, così sul di dietro, come sui fianchi. Il lato, che risponde nella valle, è il solo accessibile: è un pendìo anzi erto che no, ma continuo, a pascoli in alto, a colture nella più bassa falda, e sparso qua e là di abituri».Ferdinando Ranalli[Degli ammaestramenti di letteratura libri quattro, Firenze, Le Monnier, 1863; vol III, pp. 211-213] dice corna della descrizione del castello dell'Innominato fatta dal Manzoni, e riporta la descrizione di un altro castello fatta dal Bartoli, che leva al cielo; senza accorgersi che appunto in quel raffronto sta la vittoria dell'autore de'Promessi Sposi, da lui voluto annientare! (Ed.)[187]Si conserva nella Sala Manzoniana della Braidense; dove si trovano pure la seconda minuta, anch'essa tutta di pugno del Manzoni; la copia per la Censura, d'altra mano, ma corretta da lui; e i Fogli staccati dai Promessi Sposi, parimente autografi. (Ed.)

[168]Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)

[168]Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)

[169]Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)

[169]Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)

[170]A proposito dell'accenno a Carneade il prof.Nino Tamassia[Due note manzoniane; inGiornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quelletteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; inOpera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]:Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit.Non coincide la domanda di don Abbondio:Carneade! Chi era costui?con la frase di Agostino:nescio Carneades iste qui fuerit?Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebreCassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogocontra Academicosè opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo iPromessi Sposi, ricordasse ilnescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa.Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». IlLucchini[Comentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titoloLa Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto».La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di DonLutio Gioseppe Avogadro, fu recitataalli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sognoCarneade!Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)

[170]A proposito dell'accenno a Carneade il prof.Nino Tamassia[Due note manzoniane; inGiornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quelletteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; inOpera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]:Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit.Non coincide la domanda di don Abbondio:Carneade! Chi era costui?con la frase di Agostino:nescio Carneades iste qui fuerit?Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebreCassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogocontra Academicosè opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo iPromessi Sposi, ricordasse ilnescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».

Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa.Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». IlLucchini[Comentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titoloLa Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto».La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di DonLutio Gioseppe Avogadro, fu recitataalli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sognoCarneade!Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)

[171]Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)

[171]Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)

[172]Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)

[172]Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)

[173]Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzòAmbrogio. (Ed.)

[173]Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzòAmbrogio. (Ed.)

[174]È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)

[174]È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)

[175]Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima 90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)

[175]Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima 90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)

[176]Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)

[176]Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)

[177]Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni numerò prima 90, poi 92. (Ed.)

[177]Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni numerò prima 90, poi 92. (Ed.)

[178]Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In realtà è la terza stesura. (Ed.)

[178]Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In realtà è la terza stesura. (Ed.)

[179]Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)

[179]Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)

[180]Il prof.Giovanni Negri[Sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)

[180]Il prof.Giovanni Negri[Sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)

[181]L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de'Fogli staccati dai Promessi Sposi. Il M. lo tolse via dal tomo II della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli successivi 76-86. (Ed.)

[181]L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de'Fogli staccati dai Promessi Sposi. Il M. lo tolse via dal tomo II della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli successivi 76-86. (Ed.)

[182]Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr.Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr.Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata daFrancesco Rivola,sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.Ne parla pureBiagio Guenzatinel cap. 22 del lib. II della suaVita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de' Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo stesso «Manzoni». Cfr.Cantù C.Sulla storia lombarda del secolo XVII ragionamenti per commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola Benzoni di Crema. Il LITTA [Famiglia Visconti di Milano, tav. VIII] lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»; nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio, morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina, che sposò Ersilio Del Maino.Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr.Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione del Visconti ne aveva già discorso nel giornaleLa Perseveranzadel 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F.D'Ovidio,Due parole sull'Innominato, nell'Illustrazione italianadel 27 maggio 1894;A. Graf,Perchè si ravvede l'Innominato?inFoscolo, Manzoni, Leopardi, saggi, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; eG. Negri,La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia, eSe la conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo, inSuiPromessi Sposidi A. M. commenti critici, estetici e biblici, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)

[182]Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr.Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.

Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr.Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata daFrancesco Rivola,sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.

Ne parla pureBiagio Guenzatinel cap. 22 del lib. II della suaVita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».

In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».

La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de' Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo stesso «Manzoni». Cfr.Cantù C.Sulla storia lombarda del secolo XVII ragionamenti per commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.

Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola Benzoni di Crema. Il LITTA [Famiglia Visconti di Milano, tav. VIII] lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»; nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio, morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina, che sposò Ersilio Del Maino.

Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr.Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione del Visconti ne aveva già discorso nel giornaleLa Perseveranzadel 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F.D'Ovidio,Due parole sull'Innominato, nell'Illustrazione italianadel 27 maggio 1894;A. Graf,Perchè si ravvede l'Innominato?inFoscolo, Manzoni, Leopardi, saggi, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; eG. Negri,La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia, eSe la conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo, inSuiPromessi Sposidi A. M. commenti critici, estetici e biblici, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)

[183]Qui finiva il capitolo XIX e incominciava quello XX. (Ed.)

[183]Qui finiva il capitolo XIX e incominciava quello XX. (Ed.)

[184]Prima scrisse: «Chi nasce in questo mondo, dice il manoscritto, e principalmente chi nasce nei luoghi dove si maneggiano i grandi affari». (Ed.)

[184]Prima scrisse: «Chi nasce in questo mondo, dice il manoscritto, e principalmente chi nasce nei luoghi dove si maneggiano i grandi affari». (Ed.)

[185]Prima scrisse: «ed entra in concerto. Si dà qualche volta il caso che un sonatore con disposizioni straordinarie si svegli tra una sonata e l'altra, mentre gli stromenti sono in disarmonia e si litiga perchè ognuno vorrebbe dare il tuono: lo dà egli, fa sonare e ballare a modo suo fino a un certo segno, mena la danza, come si dice in proverbio, e per lo più la mena in modo che finisce col farsi rompere il suo stromento in mano e dar tutti gli altri su la testa: ma queste sono eccezioni che non fanno al nostro proposito». (Ed.)

[185]Prima scrisse: «ed entra in concerto. Si dà qualche volta il caso che un sonatore con disposizioni straordinarie si svegli tra una sonata e l'altra, mentre gli stromenti sono in disarmonia e si litiga perchè ognuno vorrebbe dare il tuono: lo dà egli, fa sonare e ballare a modo suo fino a un certo segno, mena la danza, come si dice in proverbio, e per lo più la mena in modo che finisce col farsi rompere il suo stromento in mano e dar tutti gli altri su la testa: ma queste sono eccezioni che non fanno al nostro proposito». (Ed.)

[186]Segue cancellato: «Il castello dell'innominato era posto a cavaliere ad una valle angusta ed uggiosa, su la cima d'un poggio, che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe ben dire, se congiunto ad essa, o separato, per un mucchio di greppi e di dirupi e per un andirivieni di tane e di precipizii, così sul di dietro, come sui fianchi. Il lato, che risponde nella valle, è il solo accessibile: è un pendìo anzi erto che no, ma continuo, a pascoli in alto, a colture nella più bassa falda, e sparso qua e là di abituri».Ferdinando Ranalli[Degli ammaestramenti di letteratura libri quattro, Firenze, Le Monnier, 1863; vol III, pp. 211-213] dice corna della descrizione del castello dell'Innominato fatta dal Manzoni, e riporta la descrizione di un altro castello fatta dal Bartoli, che leva al cielo; senza accorgersi che appunto in quel raffronto sta la vittoria dell'autore de'Promessi Sposi, da lui voluto annientare! (Ed.)

[186]Segue cancellato: «Il castello dell'innominato era posto a cavaliere ad una valle angusta ed uggiosa, su la cima d'un poggio, che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe ben dire, se congiunto ad essa, o separato, per un mucchio di greppi e di dirupi e per un andirivieni di tane e di precipizii, così sul di dietro, come sui fianchi. Il lato, che risponde nella valle, è il solo accessibile: è un pendìo anzi erto che no, ma continuo, a pascoli in alto, a colture nella più bassa falda, e sparso qua e là di abituri».Ferdinando Ranalli[Degli ammaestramenti di letteratura libri quattro, Firenze, Le Monnier, 1863; vol III, pp. 211-213] dice corna della descrizione del castello dell'Innominato fatta dal Manzoni, e riporta la descrizione di un altro castello fatta dal Bartoli, che leva al cielo; senza accorgersi che appunto in quel raffronto sta la vittoria dell'autore de'Promessi Sposi, da lui voluto annientare! (Ed.)

[187]Si conserva nella Sala Manzoniana della Braidense; dove si trovano pure la seconda minuta, anch'essa tutta di pugno del Manzoni; la copia per la Censura, d'altra mano, ma corretta da lui; e i Fogli staccati dai Promessi Sposi, parimente autografi. (Ed.)

[187]Si conserva nella Sala Manzoniana della Braidense; dove si trovano pure la seconda minuta, anch'essa tutta di pugno del Manzoni; la copia per la Censura, d'altra mano, ma corretta da lui; e i Fogli staccati dai Promessi Sposi, parimente autografi. (Ed.)


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