LE PRIME ACCOGLIENZE

LE PRIME ACCOGLIENZEAI«PROMESSI SPOSI»I.Giulia, la primogenita del Manzoni, scriveva al Fauriel l'8 luglio del '27: «Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra aspettativa, ma ogni speranza; in meno di venti giorni se ne vendettero più di 600 esemplari. È un vero furore; non si parla d'altro; nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare. Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni maniera; furono già pubblicati alcuni articoli intieramente favorevoli ed altri se ne annunziano».Non senza una trepidazione grande l'aveva finalmente dato fuori, come si rileva dalle lettere che il Tommaseo, allora a Milano e in familiarità con lui, era andato di mano in mano scrivendo a Giampietro Vieusseux[1]. «Il suo romanzo o addormentato»:(così il 12 novembre del '26) «egli teme di pubblicarlo, tanta è la nausea che ispira a ogni bene l'aspetto di quella canaglia che ha parte nellaBiblioteca Italiana». E di lì a dodici giorni: «Egli s'era scuorato un po', non per tema di que' vili imbecilli, ma per quella stanchezza di mente che nasce al pensiero di vedere male accolta un'opera che costò tanta pena, e che, dic'egli, non fa male a nessuno. Io temo, soggiungea, che mi vogliano far scontare la troppa aspettazione ch'egli hanno di questo libro: aspettazione della quale, a dir vero, non è mia la colpa». Gli tornava a scrivere il 2 decembre: «Manzoni ripiglierà il suo romanzo, da cui l'aveva scuorato lo zelo dell'amicizia; voglio dire le critiche fatte al 2º. canto del Grossi»[2]. Inun'altra, senza data, ma del febbraio o del marzo del '27, soggiunge: «Manzoni è all'ultimo capitolo ancora. Ma incomincia a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; onde innanzi alla fine dell'anno si può sperare di veder il Romanzo alla luce[3]. Dev'essere un gran gridare, un gran sentenziare de'Classici. E laBiblioteca Italianacome lo prenderà d'alto in basso!» Gli torna a scrivere il 12 maggio: «Manzoni non ha cominciato ancora a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; ma non va, mi dice, in campagna, se non se pubblicatolo. Io godo d'andarmene via: penerei a sentire la lotta che forse gli si prepara, e forse non potrei non mischiarmivi».Per «benevolenza modesta» dell'autore, aveva egli letta gran parte, «innanzi che data alla luce», di «quella immortale più storia che romanzo»; e, nel confidarlo al Vieusseux, la diceva «divina cosa». Ne lesse anche de' tratti al Rosmini, «che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava»[4]. Avvenuta la pubblicazione, seguitò a ragguagliare l'amico della varia fortuna del Romanzo. «I giudicii sono ancor vaghi», gli scriveva il 20 di giugno. «Il pubblico è incerto; il nome di Manzoni lo preme e incute rispetto. La virtù ha i suoi diritti». E dilì a quattro giorni: «A Zaiotti e ad Ambrosoli il romanzo del Manzoni non piace. Dicono che non conosce la lingua; che il secondo tomo[5]meriterebbe di andar tutto al diavolo, ch'è un disturbo dall'azione, che negli altri però l'azione(sentite i pedanti!) cammina bene. A molti piace molto: tutti però ci trovano troppi particolari: quelli che sanno scrivere ci trovano delle improprietà, e difetto di numero. Alcuni colloqui si notarono comeeccessivamente veri. Si confessa però ch'è un modello di stile romanziero. Una signora ha trovato ottimo il titolo distoria[6], perchè, dice, par tutto vero. Un'altra, malissimo prevenuta, dovette pur piangere. S'accorse, per altro, ch'era un libropericoloso, perchè i contadini vi fanno miglior figura che i nobili. L'istesso padre Cristoforo, diceva ella, è un mercante. V'ebbe chi ha trovato che Manzoni guasta la letteratura, perchè... perch'èinarrivabile: onde quelli che l'imitano, noi potendo agguagliare, non fanno che inezie. Ad altri parve leggiero, e insignificanteil titolo: ad altri voluminosa la forma. Una famiglia inglese, che lo voleva comperare, se ne tenne; perchè lo trova non libro da viaggio, ma da chiesa; non romanzo, ma Bibbia». Il 18 di luglio seguitava a informarlo: «Parliam di Manzoni... Si diceva che il suo merito è dinulla tralasciare, neppure le menome circostanze, le menome pieghe del cuore; si lodava l'artifizio della narrazione e dei passaggi; e che quel libro doveva studiarsi anche per la lingua; e che nel secondo tomo quella conversione è mirabilmente preparata e descritta; e che la prolissità non annoia; e che il terzo tomo è di tutti il più bello; che quella peste è cosa sovrana, quellazzerettodalla potenza della pittura aggrandito. Quest'ultima espressione annuncia un ingegno che giudica un punto più elevato del solito: e questi sono gl'ingegni a cui deve piacere Manzoni. Era ben piacevole, nei primi giorni in cui l'opinione pareva pendere più al male che al bene, il vedere l'accanimento di certe bestiucce letterarie a trovare i difetti, in quel libro in cui poco innanzi non sapevano cercare che pregi. E per aver trovato in un luogomarmaglia d'erbe, a gridare: vedete che improprietà... con un'aria che inviluppava di disprezzo tutto il libro quant'era. Una donna che, malgrado la presunzione contraria, è forzata a piangere in quella lettura, val bene un articolo. Io confesso d'aver pianto anch'io al terzo tomo: e un giorno dell'anno passato che fummo da Manzonia Brusuglio e ch'io leggeva quella medesima conversione del tomo secondo, la trepidazione si leggea chiara nel volto di tutti gli udenti e del medesimo autore. Quest'è il caso in cui un autore può senza orgoglio lodare sè stesso. Ma se volete un giudicio d'altro genere, e non meno onorevole: un vecchio, letto il primo tomo, trovava piacere a riportare le cose lette, e narrarle anche a chi le sapea: e prima che il libro uscisse, il legatore (poichè Manzoni si fece legare le copie in casa) il legatore veniva congratulandosi con lui del merito di quell'opera, e gliene ripeteva alcun passo nel suo dialetto, mostrando d'averlo tutto inteso benissimo. I giudizii dei letterati sono ben diversi. Non so se io v'abbia scritto di colui che trovava mirabile soprattutto nel primo tomo la pagina 113[7]; quasi che in un'opera del Manzonifosse possibile o lecito prescerre una pagina. Altri trovava da lodare quegli occhi del frate, paragonati a due cavalli bizzarri. Nei quali elogi voi forse, così di lontano, non potrete sentire quanto di velenoso ci sia[8]. Questi vili, non potendo sfogarsi sull'ingegno, gli mettono a conto e il lungo studio ed il lungo tempo occupato, e la sua stessa virtù». Soggiungeva poi: «Quello che offenderà molti, certamente, è la troppa religione che c'è. Per apprezzar quel lavoro e comprenderlo, conviene aver lungo tempo conversato con l'autore; conoscere le sue idee letterarie e politiche, il suo modo di vedere le cose. Ed ancora non basta: la storia di quel secolo egli l'ha studiata nelle prime fonti, e ne' rivoli più solitarii: tante bellezze che paiono di invenzione sono storiche, sono inspirate dal fatto, ch'è quanto a dire sono doppie bellezze. Così tante sottili allusioni, che racchiudono il germe d'un sistema. E v'ebbe chi trovò migliore ilCastello di Trezzo!» Lasciata la Lombardia e tornato nella nativa Dalmazia, il Tommaseo seguita a parlar de' Promessi Sposi nelle sue lettere al Vieusseux. «Da Milano» (così in una del 17 d'agosto) «si scriveche le mille copie del Romanzo son tutte spacciate; che qualcuno ne ride in segreto, che Monti chiacchiera dello stile[9]; che i più tacciono; che molti applaudono, purchè però lo si chiami non romanzo, ma storia. Sento che a Padova piacque molto alle donne».Giacomo Leopardi ritrae al vivo l'opinione pubblica d'allora intorno aiPromessi Sposi, in una lettera che scrisse, da Firenze, il 23 agosto del '27, allibraio milanese Antonio Fortunato Stella: «Del romanzo di Manzoni (del quale io solamente ho sentito leggere alcune pagine) le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all'aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano». Le «persone di gusto», cioè i letterati, erano partigiane, più o meno, de' vecchi pregiudizi della scuola classica, e per conseguenza il Manzoni, che aveva voltato le spalle a questa scuola, dando un avviamento nuovo all'arte, era agli occhi loro uno scrittore fuori di strada. Tutti però si accordavano nel riconoscergli un grande ingegno, ma con questa differenza: per gli arrabbiati era nè più nè meno un Attila della letteratura e dove metteva le mani guastava ogni cosa: i temperati, pur trovando ne' suoi scritti un'infinità di difetti, vi scorgevano però de' tratti di singolare bellezza; tratti che non mancavano di gustare con ammirazione schietta e sentita. È utile e curioso il rievocare il ricordo di questa battaglia tra le «persone di gusto» e gli «altri»; i quali, oggetto, sulle prime, di compassione, anzi di disprezzo, finirono poi col vincere; tanta e così irresistibile fu la forza della verità.Fin dal novembre del '21 Giuseppe Carpani, uno degli arrabbiati, scriveva all'Acerbi, in quel tempo direttore dellaBiblioteca Italiana: «Manzoni avrebbe ingegno da fare cose bellissime e originali; battendo la via che batte, non farà che pazzie strampalate, sparse di qualche scintilla di luce, che siperde nelle tenebre del tutto»[10]. A Torino, l'ab. Michele Ponza, dal suoAnnotatore Piemontese, scagliava questi fulmini: «Io reputo classico tutto ciò che insè non ammette confusione di genere. Il giardino italiano è classico e l'inglese è romantico; la pianta ed il fabbricato di Torino è classico, quello di Milanoromantico; l'abito nero con pantaloni bianchi è romantico, l'abito tutto nero con calzoni corti è classico; la musica di Cimarosa è classica, quella di Rossini romantica; le commedie di Destouches, di Regnard e di Goldoni sono classiche, quelle di Kotzebue e di altri scrittori nordofili, gallofili, stranofili sono romantiche; le tragedie d'Alfieri sonoclassiche, quelle del Manzoni sono romantiche. Dunque, dove è ordine, armonia, regolarità è classicismo; dove mancano queste condizioni è romanticismo». Giovita Scalvini scriveva: «La poesia romantica fu trovata da Cam figliuolo dì Noè. Ne' quaranta giorni che si trovò nell'arca, egli fece un poema dove descriveva tutto ciò che aveva d'intorno. Unì le idee più disparate, perchè vedeva presso sè l'agnello e il lupo; vedeva fuori i pesci sulle cime dei monti: la sua musica, le strida de' moribondi». E per mettere alla gogna i romantici ideava il dramma:La creazione del mondo e la fine, con questi attori: «Il caos, le stelle, le tenebre, la luce, il diavolo, il serpente. Gli animali di Daniele. Il teschio di Adamo. La cometa che accompagnò i re Magi. Il libro dei sette sigilli. Enos. Il cavallo della morte. Il bue, l'asino, il corvo». Scene: «La creazione: una conversazione patetica fra Eva e il serpente. Il diluvio. Un soliloquio del corvo sulla carogna che sta per beccare». Carlo Botta scriveva da Parigi: «Io ho in odio, peggiormente che le serpi, la peste che certi ragazzacci, vili schiavi delle idee forestiere, vanno via via seminando nella letteratura italiana. Io gli chiamo traditori dell'Italia, e veramente sono. Ma ciò procede, parte da superbia, parte da giudizio corrotto; superbia, in servitù di Caledonia e d'Ercinia, giudizio corrotto con impertinenza e sfacciataggine». Gli battè le mani ilGiornale Arcadicodi Roma: «Sìcerto, o Carlo Botta,sfumerà questa infame contaminazione: tempo verrà, nè forse è lontano, che gl'italiani si vergogneranno di tanti romantici vituperii, levati ora alle stelle dai goffi imbrattacarte e ciarlatani di certi giornali: e frutto di questa vergogna sarà il gittare sdegnosamente alle fiamme tutto in un fascio quel bastardume d'inni, ditragedie, diromanzi, di che ora, parte ridono e parte fremono i veri sapienti della nazione»[11].A difesa de' Romantici si levò animoso Giuseppe Mazzini. «Gli uomini che in tutti i loro scritti anelano al perfezionamento dei loro concittadini; che avvampano per quanto di bello e sublime splende su questa terra; che hanno una lagrima per ogni sciagura che affligga la loro patria, un sorriso per ogni gioia che la rallegri; gli uomini a' quali il vero èfine, la natura e il cuore sonmezzi; che trasportano il genio per vie non corrotte dalla imitazione, non guaste dalla servilità de' precetti; che a favole, vuote di senso per noi, sostituiscono una credenza che tragge l'animo a spaziare pei campi dell'infinito; gli uomini che s'aggirano religiosi tra le rovine dell'antica grandezza e dissotterrano a conforto dei nipoti ogni reliquia dei tempi trascorsi; questi uomini non tradiscon la patria; non son vili schiavi delle idee forestiere. Essi vogliono dare all'Italiauna letteratura originale, nazionale; una letteratura che non sia un suono di musica fuggitivo, che ti molce l'orecchio, e trapassa; ma una interprete eloquente degli affetti, delle idee, dei bisogni, e del movimento sociale. Ogni secolo modifica potentemente gli uomini e le cose; ogni secolo imprime una direzione particolare all'umano intelletto... I veri Romantici non sono nè boreali, nè scozzesi; sono italiani, come Dante, quando fondava una letteratura, a cui non mancava di Romantico che il nome»[12].Il Rosmini fin dal maggio del '26 aveva scritto a don Antonio Soini: «Col Manzoni abbiamo parlato di voi. Che bontà di questo sommo poeta! Che affabilità! Che anima sparsa in sul volto tutto e in sulle labbra! Egli lavora nel suo romanzo assiduo. Temo assai della sua prosa; non dubito delle immagini e dei nobili sentimenti: di quello spirito non possono che uscire emule alla natura sublime, questi degni della nostra immensa destinazione. Ma la lingua? Non può crearsela questa lo spirito, alto quanto si voglia; gli bisogna ricorrere per essa alla dotta memoria; e temo che questa non sia stata arricchita per tempo di cotal mercè. Pare però che egli stesso lo senta; e se lo sente, lo studioassiduo, ancorchè un po' tardi, acconcerà forse la trascuranza dell'età prima». L'ab. Giuseppe Manuzzi, richiesto dal P. Antonio Cesari, che cosa pensassero a Firenze de'Promessi Sposi, gli rispose, suonarne «orrevolmente la fama, sì per l'invenzione, sì per la lingua, e sopratutto per la profondissima cognizione del cuore umano». Ma però soggiungeva: «Da alquanti brani ch'io ne lessi, la lingua certamente non è della migliore: anzi, secondo me, poco buona, e peggiore lo stile. Già voi sapete essere il Manzoni un forte campione dei romantici: di che non è da meravigliare se trova lodatori in gran numero. Leggeste voi nulla di suo? che ve ne pare? scrivetemene». Il Cesari gli rispose: «Ho letto iPromessi Sposidel Manzoni; mi ci parve trovare suoi difetti; quanto ad episodi o digressioni, che non s'innestano col fatto (è ciò che tiene il lettore forse a disagio); quanto a lingua, egli ha studiato i nostri maestri, ma i Comici sopratutto. Del resto nella eleganza dello scriver grave e naturale, egli è ancora addietro: ma credo che in poco, si farà grande scrittore. Nel colore, nella forza, nell'espressione tuttavia vale assai: nelle pitturette fiamminghe è maraviglioso; come altresì nel toccare le passioni, gli affetti e movimenti tutti del cuore, fino a' più minuti, mi par gran maestro. Ingegno ha altissimo, acuto e facondo assaissimo. De' suoiInniil migliore mi sembra quello dellaPentecoste: sono però sparsi tutti, qual più, qual meno,di concetti pellegrini, che egli solo era atto a trovare. Risplende poi la sua pietà e religione: e certo quel romanzo è un trionfo della virtù; e farà troppo più frutto, che nessun altro quaresimale». Il Cesari[13]poi finiva una sua lettera all'ab. Gaetano Della Casa: «Mi direte degliSposidel Manzoni e de' difetti che ci noterete; a vedere se ci scontriamo. Ma bellezze grandi!» Che cosa gli rispondesse non so. Giuseppe Pederzani, al quale pure ne aveva domandato, gli replicava: «Del Manzoni ho letto un tomo e mezzo il passato autunno; e più avanti non potetti, perchè chi mel prestò, sel portò poi a Milano, che fu il Rosmini prete. N'ebbi piacer molto, e certo ha tutti que' meriti che voi dite; tranne forse questo solo, che a voi sembra, rispetto alla lingua, avere egli studiato ne' classici più di quel che pare a me; ma io debbo stare al giudizio vostro. Anche mi son paruti troppo lunghi e noiosi quegli episodi: ma qui posso aver torto facilmente: imperciocchè comprendo bene, che in fine formano la materia dell'opera. Forse alla seconda lettura non mi parrà più così. A ogni modo, scritto assai dilettevole e buono».Un altro pedante de' più arrabbiati, il corcireseMario Pieri, così discorre de'Promessi Sposinelle sueMemorie, che son rimaste inedite:«Firenze, 15 agosto 1827. Ho letto i primi due capitoli (non potei averlo che per pochi momenti) del romanzo di A. Manzoni, del quale non dirò nulla fino a tanto che non l'avrò letto tutto, benchè in quegli stessi capitoli io abbia inciampato in più d'una cosa di cattivo gusto, senza dir dello stile, che mi sembrò così tra il milanese ed il francese. E questi godono fama di grandi scrittori!«Firenze, 6 ottobre 1827. Leggo iPromessi Sposi, che ora mi stancano colla soverchia prolissità e colle minutissime descrizioni.«7, domenica. Il viaggio di Renzo (nel romanzo del Manzoni), da Milano a Bergamo, è una bellissima cosa, e quivi stanno bene anche quelle minutezze e particolarità, che ci vengono tanto spesso innanzi fino al fastidio in quel libro. Grande ingegno è il Manzoni, ed è un gran peccato ch'egli voglia farsi il corifeo del falso gusto in Italia! Ho consumato gran parte del giorno (dalle due alle sei) alle Cascine, passeggiando e leggendo iPromessi Sposi. La mattina ho letto una prefazione, che il signor Camillo Ugoni pose alla testa d'una edizione parigina delle poesie del Manzoni, in cui quel letterato bresciano, romantico per la vita, delira, al solito, sui bisogni del nostro secolo, sul dramma storico, sull'arte e sulla natura, sopra una libertà ch'egli chiamaScolastica, ch'egli attribuisceall'Alfieri, e ai seguaci de' classici, e simili follie. Povera letteratura italiana, ecco i tuoi sostegni! Che mai diverrà questo secolo, quando Monti e Pindemonte non saranno più tra di noi!«Firenze, 22 ottobre 1827. Ho terminato finalmente iPromessi Sposi, libro che, a malgrado del falso gusto, delle lungaggini eccessive, delle troppo minute descrizioni, e simili altre tedescherie, manifesta un grande ingegno nel suo autore, oltre l'animo gentile e gli egregi costumi».Chi vide e gustò le bellezze de'Promessi Sposiappena che uscirono dal torchio fu Pietro Giordani; e da Firenze, dove allora abitava, andò manifestando agli amici le impressioni ricevute da quella lettura. Il 21 settembre del '27 scriveva a Francesco Testa[14]: «Del Manzoni siamo perfettamente d'accordo: eccellente pittore, benchè fiammingo. Egli è ora qui: amabilissima e modestissima persona: riverito e amato da tutti, onorato straordinariamente dalla Corte». E che nel romanzo ci sia del fiammingo,è vero; ma lì dove ha maggiore bellezza, bellezza ineffabile. Il 15 d'ottobre chiedeva a Lazzaro Papi: «È venuto costà [a Lucca] il romanzo di Manzoni? Com'è piaciuto?... Manzoni fu qui molti giorni; ebbe grandi accoglienze da tutti; e straordinario onore dalla Corte. È uomo di molta e amabile modestia, e belle maniere... In Roma ora è proibito di vendere il romanzo di Manzoni, che pur vi entrò con amplissime licenze»[15]. Il 22 del mese stesso torna a scrivere al Testa: «Manzoni, amabilissimo per la modestia e la bontà e l'ingegno, dev'esser partito assai contento di Firenze, e più contento della Corte, che l'ha onorato straordinariamente. Del suo libro, poichè volete, vi dirò che mi è piaciuto. Ci vedo un'assai fedele pittura dello Stato di Milano in que' tre anni miserabilissimi 28, 29 e 30. Verità somma e finitissima ne' dialoghi e ne' caratteri. Nobilissimo il carattere del Cardinale: naturalissimi tutti gli altri inferiori: la. stolidezza e la ferocia dei dominatori stranieri efficacemente rappresentata: un modello di religione tollerabile, e anche utile. Cominciano a insorgergli contradittori al solito: ma credo che il libro vincerà e durerà. A me i difetti paion pochi e leggieri: i pregi moltissimi e non piccoli. E poi è il primoromanzo leggibile che sia sorto in Italia: è adatto a molte sorti di lettori: s'insinua nelle menti: vi germoglierà qualche buon pensiero. Eccovi contentato, mio caro: v'ho detto quel che penso; e non per politica, come m'imputano alcuni: e non pensano che uno che non si cura nè del papa nè dei re, non ha cagion di mentire per Manzoni, che biasimato non può mandarmi in galera, nè lodato può farmi cardinale o ciambellaio». Così ne scrive a Giuseppe Bianchetti il 13 decembre: «Il Romanzo di Manzoni mi par bello come lavoro letterario; ma stupenda cosa e divina come aiuto alle menti del popolo. Io credo che farà un gran bene; e i nemici del bene se ne accorgeran tardi. Grande amor del bene, e gran potenza e arte di farlo si vede in quell'ingegno». Di nuovo al Testa il 25 dello stesso mese: «Ho letto più di venti romanzi di Walter; e quanti ancora me ne restano!... Non mi maraviglio che in tutta Europa piaccia molto il libro di Manzoni; e ne godo. In Italia vorrei che fosse letto a Dan usque ad Nephtali: vorrei che fosse riletto, predicato in tutte le chiese e in tutte le osterie, imparato a memoria. Se lo guardate come libro letterario, ci sarà forse un poco da dire; secondo la varietà de' gusti e delle abitudini. Ma come libro del popolo, come catechismo (elementare; bisognava cominciare dal poco) messo in dramma; mi pare stupendo, divino. Oh lasciatelo lodare: gl'impostori e gli oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) cheprofonda testa, che potente leva è, chi ha posto tanta cura in apparir semplice, e quasi minchione: ma minchione a chi? agl'impostori e agli oppressori, che sempre furono e saranno minchionissimi. Oh perchè non ha Italia venti libri simili!» E al Bianchetti l'8 luglio del '31: «Bellissimo e utilissimo il vostro Discorso sui romanzi storici, che io credo si potrebbero far belli, e al nostro popolo proficui; purchè si seguisse la via di Manzoni. Ma chi ha la sua anima? Di tutti gli altri che ho veduti, nessuno mi piacque; anzi mi dispiacquero assai: imitazioni, e ben cattive e torte dello Scott. Invece di scrivere contro tal genere (se pur è vero che scrive) bisognerebbe pregare Manzoni che facesse un secondo lavoro simile; e sarebbe, una vera salute per la povera Italia. Gli altri, che dopo lui hanno guastato e guastano il mestiere, bisognerebbe pregarli a tacersi, e aspettare che sorga un Manzoni secondo»[16].Giambattista Niccolini a Firenze e Felice Belletti a Milano non si fidavano del proprio giudizio e aspettavano quello «del sesso gentile». Il Niccoliniera «impaziente» da un pezzo di vedere iPromessi Sposidel Manzoni e ILombardi alla prima crociatadel Grossi, «avendo in gran concetto il loro ingegno»; come scrisse al conte Fracavalli il 20 decembre del '25. Nell'aprile del '26 chiedeva a Felice Bellotti: «Il romanzo del Manzoni quando uscirà?» Gli rispose il 29: «Del romanzo di Manzoni altra notizia non posso darvi, se non che tra un mese si comincerà la stampa del terzo ed ultimo tomo, essendo già finiti i due primi, che però l'autore non vuol dar fuori se non insieme con l'altro. Sicchè non penso che prima del luglio si potrà leggere». Il 2 agosto del '27 il Bellotti tornò a scrivergli: «Del Romanzo di Manzoni, del quale eravate curioso, or che l'avrete letto, che ve ne pare? Ha esso nel vostro senso adempiuta l'aspettazioneche se ne avea? Le donne di Toscana lo leggono con piacere? poichè di tal genere di scritture alle donne principalmente, ed al popolo non idiota e non letterato, si vuol lasciare il giudizio, essendo principalmente diretto al loro trattenimento e vantaggio. Se non che moltissimo io stimo il giudizio di quei dotti (ma son pochi), i quali sanno farsi a giudicare anche di romanzi, messe da parte certe prevenzioni e pretensioni importune: e chi più di voi sagace nel discernere quali siano queste e più giusto nello scartarle?» Ecco la risposta del Niccolini: «Il Manzoni è qui, ed ho imparato a conoscerlo di persona: voi sapete che i buoni si credono volentieri grandi: ma non temo che l'affettom'inganni, reputandolo il primo ingegno d'Italia[17]. Ho letto il suo romanzo tutto d'un fiato; ma non mi fido del mio giudizio, e aspetto anch'io quello del sesso gentile».Il Rosmini piglia pure a ragguagliare gli amici intorno la fortuna del libro: «IPromessi Sposisono avidamente letti, a malgrado della lunghezza, che da tutti sento notare»; così al Tommaseo, in un biglietto del 22 settembre '27. L'8 di novembre annunzia a un altro amico: «Il Manzoni trionfò in Toscana; il suo romanzo è tradotto in francese: si rende anche tedesco e parlasi d'una traduzione inglese. Sono di quei pochi uomini che fanno ancora varcare il mare e l'alpi il nome italiano». Il 22 di decembre torna a ripetere: «De'Promessi Sposigià se ne sono fatte tredici edizioni, credo, e traduzioniin tedesco, in inglese, in francese. Pochi libri italiani hanno mai avuto tanto favore in Italia». Al Manzoni poi scriveva il 26 marzo del '30: «qui iPromessi Sposisono applauditissimi dal fiore di Roma; e quelli che non la cedono a nessuno in commendarli e in proporli alla gioventù sono i Gesuiti». Monaldo Leopardi lo conferma in una lettera a Giacomo: «Appena letto quel Romanzo ne fui rapito e lo giudicai prezioso non tanto alle lettere, quanto alla religione e alla morale. Ebbi poi molta compiacenza nel sentire che in Roma i confessori Gesuiti lo danno a leggere alle loro penitenti»[18].Nel settembre del 1827 Raffaele Lambruschini, discorrendo nell'Antologiadi Firenze d'una ristampa delQuaresimaledel Segneri e dellePrediche alla Corte del Turchi, ricordò, per incidenza, i Promessi Sposi, «che ora sono nelle mani di tutti; notabileproduzione d'un uomo in cui non si saprebbe cosa ammirare di più, se i talenti o le doti del cuore, e di cui la nostra età e la nostra Italia hanno ragione d'inorgoglirsi». E nel ricordarli, ne riportò anche un brano: il colloquio tra il Cardinal Federigo e l'Innominato. «Si tratta» (così il Lambruschini), «da una parte, di un potente, rinomato per ardite ribalderie e per empietà, temuto ed odiato da tutti; dall'altra, di un sant'uomo, che trovandosi nella più ardita impresa a cui si possa accingere un sacro oratore, non adopra altre ragioni e altra eloquenza che quella dei semplici e degli umili»[19]. Lapo de' Ricci in una lettera inedita a Gio. Pietro Vieusseux, del 25 settembre 1827, piglia a dire: «L'articolo del Larabruschini è un capo d'opera nel suo genere; i preti non gliene sapranno buon grado, perchè vorrebbero dominare ed esser asini. L'ho letto a pezzi e brani a questo mio paroco, giacchè per l'intiero non era possibile farglici prestare attenzione, ma ne ho letto tanto per scuoterlo, e per commoverlo, finchè sentendo il sublime colloquio del Cardinal Federigo coll'Innominato ha dovuto piangere, ed ecco una vittoria per la morale». Lapo volle manifestare anche a Gino Capponi l'impressione profonda che aveva ricevuto dalla letturade'Promessi Sposi, e gli scrisse il 4 gennaio del '28: «Non mi riesce di levarmi dal tavolino quel diavolo di Manzoni. Io credo di averlo letto per intiero sei volte, e dieci volte l'Innominato col Cardinal Federigo, e sempre ho pianto; come faceva, e forse più di quel che faceva, quello scellerato convertito. Scrissi a Vieusseux che leggendo quel tratto al mio curato, per quanto più giocatore che leggitore, più bevitore che uditore, lo feci piangere; ho anche sentito soffiarsi il naso, ho veduto far contorcimenti ad alcuno dei miei contadini (e non sono dei più delicati campagnoli), mentre glielo leggeva. Qualcheduno, che aveva sentito leggere iPromessi Sposi, una sera ha lasciato la partita dei quadrigliati per venire alla panca di cucina, che è la sala di riunione, per sentirmi leggere. Hanno tutti riso a Don Abbondio, ed hanno trovato il confronto subito: fra Galdino ètale quale fra Bonaventura di Radda, diceva un altro:certi miracoli senza sugo; ma sentito il pane del perdono di fra Cristoforo, silenzio, e pianto nascosto: perchè un contadino, che piange raramente, e soltanto perchè gli è morto il bue o l'asino, trova impossibile che si deva piangere sentendo leggere... Ma quel Conte zio! ne conosci tu con quel parlare misterioso? io sì. E quella sommossa di Milano! E Renzo che gli pareva aver fatto amicizia col Gran Cancelliere! E il Notaro, che dice che è per pura formalità che lo fa condurre in prigione! E la Monaca per forza!e che so io? Vi può esser egli più verità? più effetto? Io m'inquieterei come il Prior Albizzi con quei letterati che vogliono giudicarne letterariamente, o che vorrebbero far cambiare il romanzo perchè dicesse a loro modo. Quel libro mi pare che non possa appartenere alla parte letteraria: è un gran libro di morale; e tale, io crederei, da fare una rivoluzione come ilDon Quichotte, se un libro potesse far cambiare gl'istinti del cuore umano».Mentre Lapo de' Ricci, che era semplicemente un colto gentiluomo, non rifinisce di leggere il dialogo tra il Cardinal Federigo e l'Innominato, e quel dialogo gli strappa le lagrime; un letterato, e famoso, Francesco Domenico Guerrazzi, scrive, che del Cardinal Federigo «il Manzoni potè fare un santo, ma non avrebbe mai potuto farne un galantuomo»[20]. Non c'è che dire; tutti i gusti son gusti! Col P. Cristoforo invece fu benevolo; e in un bizzarro giro che la sua fantasia fece fare al Romanzo storico, menato che l'ha in Italia «per ricrearsi», lo conduce «pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, prese tabacco nella scatola di fra Cristoforo[21]: undegno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici susurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo, Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui»[22].Terenzio Mamiami, che era a Firenze nel 1827 quando vi andò il Manzoni, racconta: «io l'ho vedutoimpacciato fuor modo degli encomii infiniti che gli suonavano intorno. Rispondeva con parole poche ed avviluppate e arrossiva tuttavia a somiglianza di fanciulla. Spesso il Leopardi assisteva a codeste apoteosi. Ed io, vedutolo una sera rincantucciato e solo, mentre il fiore de' letterari e degli studiosi affollavasi intorno al Manzoni, lo incitai a manifestare quello che gliene paresse. Me ne pare assai bene, rispose, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maravigliosi nel culto dell'arte». Aggiunge: «Pochi anni dopo io l'udivo in Firenze esprimere intorno al Manzoni questa riservata sentenza. Che l'avere eletto pel suo romanzo una dell'epoche più sventurate e servili delle storie italiane dee nascondere molte ragioni ed assai poderose[23]; ma certo non appariscono, e sembra invece uscire dal suo raccontola deplorevole conseguenza che del presente non bisogna zittire, dacchè gl'Italiani altre volte si trovarono molto peggio e l'Austriaco vale un oro a petto del Castigliano»[24].In due lettere, tutte e due dell'8 settembre '27, il Leopardi aprì l'animo suo al padre e allo Stella. A quest'ultimo scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama». E al padre: «Tra' forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l'Italia parla». Di nuovo al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano del Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo». E al conte Antonio Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È uomo veramente amabile e rispettabile».Il barone Giuseppe Sardagna, il 25 febbraio del '28, dava questi ragguagli all'Acerbi, allora console austriaco in Egitto: «Manzoni scrisse un romanzo storico,I Promessi Sposi, di cui certamente avrete letto qualche cosa anche in Alessandria, giacchè suppongo che i giornali francesi almeno vi arrivino. Questo libro ebbe un successo universale in Italia. L'autore vendette unicamente mille copie della sua edizione originale, e se ne fecero già più di sei ristampe. In tutt'altro paese questa produzione bastava per far la sua fortuna: in Italia il suo profitto fu di lire seimila a stento»[25]. Col Sardagna si accorda il consigliere Federigo De Müller, che nel descrivere nelle proprieMemorie[26]una visita fatta al Manzoni nell'agosto del '29, piglia a dire: «Gaetano Cattaneo mi raccontò che iPromessi Sposinon hanno reso al Manzoni più di 5000 franchi, mentre i librai ne hanno guadagnato centomila; che il Manzoni non volle mai decidersi a fare una seconda edizioneper il suo editore, essendo d'opinione che vi sarebbe stato molto da migliorare, e in tal modo dovette essere spettatore che in tutte le più grandi città d'Italia si pubblicassero nuove edizioni e ristampe, tutte travisate». Infatti nel 1827—l'anno stesso della prima comparsa de'Promessi Sposi—furono subito ristampati a Livorno da G.P. Pozzolini, col ritratto dell'autore; a Firenze da Gaetano Ducci; a Lugano dal Veladini; a Napoli co' torchi del Tramater. In Torino ne fece due edizioni Giuseppe Pomba; a Parigi li riprodusse due volte in italiano il Baudry; a Berlino vennero tradotti in tedesco dal Lessman. Nel '28 il Del Majno li ristampò a Piacenza, il Batelli a Firenze; il Pomba ne fece una terza edizione a Torino; il Baudry mise in vendita due altre sue edizioni a Parigi; dove furono pur pubblicate le due traduzioni in francese del Rey Dusseuil[27]e del Gosselin; aLipsia uscì alla luce la traduzione in tedesco del Büllow, a Pisa quella in inglese di Carlo Seven. In diciotto mesi si hanno dunque tredici ristampe, delle quali nove fatte in Italia, quattro a Parigi; e cinque traduzioni, due in francese, due in tedesco e una in inglese.L'Elena, lo Zucchi e Gallo Gallina incominciarono a illustrare il Romanzo con tavole litografiche[28]. Nella festa da ballo in costume, data a Milano nel carnevale del '28 dal conte Bathiany, la quadriglia che destò maggiore entusiasmo fu quella diDon Rodrigoe dei bravi, anch'essa, insieme con gli altri costumi,riprodotta in litografia[29]. LaMinerva Ticineseannunziava: «Quanto prima, con musica del maestro Caraffa, deve comparire sulle scene del Teatro italiano di Parigi un'opera tratta dal sì applaudito romanzoI Promessi Sposi»[30].II.Non senza il suo perchè il barone Sardagna si lusingava che l'Acerbi avesse avuto notizia deiPromessi Sposidai «giornali francesi», quasi tutti concordi nel lodare il nuovo romanzo, a cominciar dalMèmorial catholique, dove ne parlò il conte O'Mahony[31], a venire allaGazette de France. Quest'ultima tornò a discorrerne anche nel '32, quando uscì alla luce la bella traduzione in francese del Montgrand. «Ben mille romanzi ci furon regalati da due anni in qua» (son parole dellaGazette) «ed è anche troppo se di tutta questa farraggine resterà un solo volume. Qual povera abbondanza mai! E sarà vero che fra tanti scrittori, pieni d'estro, di fantasia, di perizia nell'arte dello scrivere, non se ne trovi neppur uno che pigli scrupolosamente a investigare la feconda miniera de' nostri fatti domestici? E noi rimarremocosì, noi la nazione più letterata del mondo, senza avere il nostro Walter Scott e il nostro Manzoni?» È un giudizio, come notava giustamente l'Ecodi Milano, (che lo riportò traducendolo), «da fare insuperbire l'Italia, la quale ha dato i natali al Manzoni, e da convincerla che anche in paese straniero e rivale si rende giustizia ai geni della sua nazione ed ai loro capolavori»[32]. Proseguiva il giornale francese: «Vedete qua il Manzoni; si è impossessato degli annali del suo paese, e le rozze pietre son divenute diamanti sotto le sue mani... Non altro che col mettere in azione i più reconditi segreti del cuore umano seppe trarre da un fondo semplicissimo le scene sue più drammatiche e più care... IPromessi Sposiebbero fortuna infinita in Europa; e pure, questo romanzo è tutto quanto appoggiato a un pensiero affatto religioso, anzi, si potrebbe dire, affatto cattolico».Fino dal 1827 laRevue encyclopèdique, annunziando la comparsa de'Promessi Sposi, aveva scritto: «Une multitude d'aventures et de caractères remplissent le cadre de cet ingénieux roman. Des incidens habilement disposés, une peinture fidèle et animée des moeurs de cette époque, un style toujours approprié aux situations, une grande variété de tons, telles sont les qualités qui ont mérité à ce bel ouvrage le succès éclatant qu'il vient d'obtenir en Italie, et qu'il va sans doute obtenir en France». LaRevuepromise di riparlare di questa «production littéraire aussi distinguée, et de payer un nouveau tribut d'estime à l'auteur, déjà célèbre en Italie comme écrivain dramatique et comme poète»[33]. Disgraziatamente ne tornò a parlare per bocca d'uno de' nostri esuli, Francesco Salfi, che raggiunse addirittura il grottesco; pigliando perfino come buona moneta il brano del «dilavato e graffiato autografo» che il Manzoni riporta sul bel principio; brano che è una contrafazione perfetta non solo dello stile e della lingua, ma della stessa ortografia del Secento. Infatti, dopo aver detto, che «le sujet du roman est tiré d'une histoire, peu connue, du chanoine Joseph Ripamonti, et rédigée dans le style prétentieux et ridicule duSecento», soggiunge, che il Manzoni «débute par un fragment du manuscrit de Ripamonti et fait ainsi mieux sentir la nécessité d'en réformer le style, à fin d'en rendre la lecture supportable à ses contemporains». Il Ripamonti che diventa l'autore dell'immaginario «scartafaccio»! È grossa, ma non è la più grossa che il critico sballi. NeiPromessi Spositrova mancanza di coerenza organica e d'intreccio, bassezza ne' personaggi. «Ce qui rend cette histoire plus repoussante encore» (seguita a scrivere) «c'est l'intervention des fossoyeurs, que l'auteur fait agir et parler trop longuement. Shakespeare s'était permis de nous présenter pour quelques instants ces dignes personnages s'entretenant entre eux. D'après son exemple, M. Manzoni est allé bien avant: il nous apprend leurs occupations, leurs friponneries, leurs bassesses. Ces détails, quelles que soient les beautés qui s'y mêlent, sont trop hideux»[34]E così, per la prima volta, nel 1828, la «modestia manzoniana» dovette ricevere da un critico ostile[35]la suprema delle lodi per un poeta: quella di sentirsi nominare accanto a Shakespeare.Il Mamiani in un colloquio che ebbe a Parigi col Sismondi, ragionando dellaMorale cattolica, l'udì concludere con queste parole: «il vostro Manzoni argomenta bene, ma i vostri preti lavorano male; e poniamo pure che il regolo non sia distorto, la Curia lo storce ella al bisogno e avvezza gli occhi del volgo a falsar le misure. Oltrechè, non è buona quella forma di culto che accarezza le pericolose tendenze d'una stirpe di uomini piuttosto che di combatterle... Ad ogni modo, proseguiva il Sismondi, se nellaMorale cattolicasi ammira un convincimento profondo, una rara potenza dialettica e certo sentimento finissimo e delicatissimo dell'indole umana e del bene etico, non manca qua e là qualche sforzo di apologista e qualche amplificazione acconcia al proposito[36]. Invece ne'PromessiSposiil Manzoni è scrittore stupendo e non superabile. Con che arte ti pone innanzi le istituzioni cattoliche, i frati, le monache, i voti non revocabili, la confessione e che so io? scegliendo i punti più favorevoli di prospettiva e combinando in maniera gli avvenimenti che ogni colpa sia solo degli uomini, e nessuna delle dottrine! Il fatto sta che un altro romanzo non c'è in Europa, il qual goda forse di uguale celebrità. Nè il Manzoni è inventore del genere. Nemmanco è inventore di quei«metodi compendiosi e vivi, o di entrar nel raccontoex abruptoper via di dialoghi brevi e animati, o di abbellirlo e farlo evidente mediante le spesse descrizioni: e queste condurre con maestria veramente pittorica e qual direbbesi del genere fiammingo, non intralasciando particolare nessuno ancorchè minutissimo, qualora aiuti l'intendere bene un carattere, un'azione, una costumanza. Ma ciò ch'è novissimo e farà immortale il vostro Poeta per ogni tempo fu il tessere una epopea così casta e nobile, governata da sì eletta moralità, spirante un aroma sì puro di religione, che ogni madre consegna senza paura nessuna alla sua fanciulla quel libro, e ogni direttor di collegio e di scuola fa il simile agli alunni suoi. Che dirò dell'aver posto con nuovo esempio sul dinanzi della scena due umili popolani, e nell'ultimo sfondo gli uomini e le cose accattate dalla storia? Qual concetto è più cristiano dello sparger di luce la probità rassegnata della plebe lavoratrice e raffrontarla con le colpe, le violenze, gl'inganni che gli ordini superiori civili esercitavano impunemente sugl'inferiori, i quali invece erano e sono il pupillo naturale e perpetuo consegnato all'umanità e sapienza educativa dei primi; e vedersi oggi quel che significa l'aver trasandato le obbigazioni e le cure della indeclinabile tutela»[37].Intorno aiPromessi Sposiil Sismondi espresse il proprio pensiero anche in una lettera che, da Ginevra, scrisse a Camillo Ugoni l'11 settembre del '29. Gli dice: «Je suis enchanté d'apprendre que vous préparez une nouvelle édition de ses oeuvres[38]: c'est un homme d'un beau talent et d'un noble caractère. J'apprends avec bien de chagrin qu'au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un prèsent à l'Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ouvrages. Il y avait du génie dans sesPromessi Sposi, il y avait en même tems l'exemple du genre de lecture, qui peut, en dépit de la censure, faire l'impression la plus générale et la plus utile sur le public italien». A Fulvia, figlia di Pietro Verri, che fu moglie del colonnello Jacopetti, uno de' prodi di Napoleone, scriveva il 22 luglio del '30: «Si vous voyez quelque fois Manzoni, parlez lui de moi, dites lui mon admiration pour son talent, mon regret si vif, mon regret partagépar toute l'Europe, de ce qu'il ne continue pas à marcher dans la carrière où il est si glorieusement entré. Dites lui que jamais il n'avait servi, que jamais il ne pouvait servir si puissamment la cause à la quelle il me reproche de ne point m'accorder avec lui, que par le portrait du P. Cristoforo. Il y a dans sesPromessi Sposibien plus qu'un bel ouvrage littéraire, bien plus même qu'un genre nouveau donné à l'Italie, il y a une bonne action. Pourquoi ne pas la répéter quisqu'il le peut? Par des livres sérieux on ne répand les pensées sérieuses que parmi ceux qui les ont déjà: mais lui il les a introduites dans un monde nouveau, qui n'avait jamais réfléchi, qui n'avait jamais mêlé les meilleures émotions du coeur à ses amusements».Tra i giornali italiani, de' primi a parlare de'Promessi SposifuIl Nuovo Ricoglitore, di Milano. «S'è finalmente veduto questo romanzo del Manzoni, che aspettavasi da sì gran tempo;ma le temps ne fait rien à l'affaire, direbbe anche qui opportunamente l'Alcestedi Molière: non si badi dunque all'aspettazione, ma vediamone l'argomento, discorriamone la tessitura». Dopo averne esposto «l'argomento» e «la tessitura», prosegue: «Non sarà già qui tutta la storia compresa ne' tre volumi? sento domandarsi da molti. Signori miei, l'è proprio qui tutta intera, salvo certi tratti accessorii, che son parte, ma non essenziale, del romanzo, e son molti, a dir vero: ma non vogliate inferirne peròche il romanzo abbia ad essere una seccaggine, un sonnifero, una morte: leggete prima e sentenziate poi, che ne avrete allora acquistato il diritto: ma voi dite che non volete comperare questo diritto a un cotal prezzo; ebbene, udite adunque, non mica una sentenza, ma quattro chiacchiere d'uno che ha già letto. Che le arti abbiano un codice di leggi giustissime, chiarissime, opportunissime, dalle quali uno non può discostarsi senza rendersiipso factoreo di oltracotata prevaricazione, è questo un teorema così evidente ch'io non so quello che mi direi o farei per sostenerlo; mi pare che per difenderlo terrei di battermi ad occhi chiusi; che poi sempre l'effetto d'un lavoro d'arte risponda alla bontà delle leggi e alla diligenza con cui furono seguitate, gli è questo un fatto rinnovatosi tante volte, che non vuoi essere recato in dubbio: or dalle generali venendo, come l'ordine prescrive, a' particolari, dico che l'arte dello scrivere romanzi ha sue leggi, le quali vi comandano di scegliere a dovere argomento e personaggi, che hanno ad essere o cose famose per le storie, ovvero imprese (se le create) d'un conio di grandezza e di perfezione ideale, che le renda interessanti e cospicue: v'ingiungono le leggi del romanzo d'annodare i fili della favola, e come gli abbiate intricati quanto bisogna a destare interesse e un soave stringicuore in chi legge, avete poi a progredire senza posa verso il disviluppo, e quanto più difilato correrete a quello,tanto maggiore riuscirà il diletto che il vostro romanzo procaccerà; son poi vietati dalle prefate leggi i lunghi episodi, i parlari dell'autore, quand'anche sien posti in bocca de' personaggi, i brani di morale, e siffatte cose, sotto pena che il romanzo cada di mano al lettore addormentato: questo prescrivono le leggi del romanzo, piene d'equità, ma contro a quelle stanno molti fatti dove elle non ebbero alcun potere, e, per tacere d'altri esempi, parlerò adesso deiPromessi Sposi. Il romanzo del Manzoni va contro tutti gli ordinamenti prefati; lascio stare l'oscurità de' personaggi che fanno da protagonisti, e dico degli episodi, che son tanti e sì lunghi, che in essi la storia de'Promessi Sposisi perde, e per poco non diventa una cosa accessoria: che è mai infatti la storia, che sopra ho descritta, rispetto alle tante altre cose che ingrossano questo libro; in cui troviamo trattati di economia pubblica, disquisizioni storiche, tirate di morale, omelie di vescovi, prediche di cappuccini, ecc.? Per le quali cose, che altro dovrebbe accadere, stando alle leggi dell'arte, se non istanchezza infinita nel lettore, sbadigli, sonno; eppure la faccenda cammina diversamente, e ognun può vedere che il romanzo del Manzoni corre rapidamente per tutte le mani ed è letto con avidità. Qual cosa concludano poi tanti leggitori come son giunti in fine, io non lo so, ma per il fatto mio affermo che questa lettura m'ha trattenuto piacevolmente assai, e chem'è doluto quando col libro vidi toccare il termine il mio diletto. Fenomeni! casi strani! Ma vediamo un po' se ne venisse fatto di porre innanzi alcuna ragione ad intendere il caso strano. Non togliamo più a ragionare delle leggi onde si governa il romanzo, nè vogliasi inquisire se il Manzoni le abbia osservate, e se questo sia quindi vero romanzo, o che altro sia; da chi volesse contendere su questo punto io mi spiccerei con dire: amico, se nol vuoi romanzo, sarà storia, sarà trattato, sarà un saggio, qualcosa sarà: e per isfuggire anzi affatto ogni questione di titolo, lo chiamo libro. Ora, in questo libro, l'autore deviando ad ogni tratto dalla storia de'Promessi Sposi, scorre, come sopra io diceva, a ragionare d'altre cose, che hanno bensì una relazione stretta col soggetto principale, ma non era forse mestiere che vi si spendessero tante parole. Pur non ostante, tutte coteste cose, che sembrano scucite, le stanno bene insieme, e non mandano suoni discordi, e non isviano punto l'animo del leggitore. Da qual movente può egli derivar questo? Sarebbe egli mai che la condotta e il legame dell'affetto suppliscono a quella condotta e a quel legame che mancano apparentemente nell'opera? Veggo di vero che essa è tutta intuonata a un modo. L'ingegno sommo e il cuor candido di chi dettò son le corde che risuonano da per tutto, son quelle che mantengono una soave consonanza, che formano una reale unità, una verace condotta;quella condotta appunto e quell'unità che ammiriamo nelle odi di Pindaro, le quali pur toccano tante corde e così disparate da parer cose strambe chi non sentisse che le stanno tutte come a dire entro lo stesso accordo: e appunto d'un sì fatto genere sono le opere del Manzoni; ma non ci discostiamo daiPromessi Sposi. In questo libro l'A. ci dispiega un bel tratto di storia patria con accurata fedeltà, con nitido ordine, con sottile e sana critica. In questo libro abbiamo una viva pittura de' costumi del secolo XVII. In questo libro troviamo rappresentati colle vere loro tinte caratteri d'ogni maniera, d'ogni cognizione, d'ogni stato. Abbiamo dipinte orrende scelleratezze, che son toccate con pennello sì gagliardo da scuotere il cinico più gelato; poi t'imbatti in certe scene gioconde, dove la forza comica è accompagnata ad una morale che ti consola; poi siam trasportati in situazioni pietose, commoventissime. Il pensiero dell'A. scorre leggerissimo sui vari soggetti, nè il seguirlo riesce cosa grave alla nostra mente, poichè o penetri acutissimo, e sul fare di Sterne, fin ne' più profondi recessi del cuore umano, o si levi sublime con alti e luminosi concetti, o rapido voli a raggiungere idee lontanissime e disparate onde farne ingegnoso ed inaspettato confronto, tu travedi sempre la mente dell'A. tutta intesa con costante perseveranza a dei casi veri, interamente, liberamente, e non con altro animo,tranne quello che ne abbia l'umanità giovamento e diletto. Io potrei avvalorare le cose sopraddette, trascrivendo qui dal libro alcuni luoghi, belli in sommo grado e immaginosi. I vari quadri della pestilenza; certi gruppi del sollevamento popolare; i passi drammatici dove fa sì bello spicco quella grande anima di fra Cristoforo; il sogno di Don Rodrigo, che pare uscito dal cervello di Shakespeare, tanto è cosa caldamente immaginata; potrei trascrivere la descrizione dei dintorni di Lecco, che la è felice e magnifica quanto un quadro del Lorenese, e molti altri passi potrei allegare (se la legge della brevità me lo concedesse) per li quali si verrebbe a mostrare quanta energia, quale elevatezza, qual fonte d'affetto e di voluttà squisita si contenga nel libro dei Promessi Sposi, comunque alcuni abbiano affermato, nè io vo' negarlo, ch'e' sappia d'ascetico... Sì, signori, d'ascetico: e ne tornerà per questo meno piacevole la lettura? Ma siamo anime forti, e queste debolezze, che ponno intertenere i pusilli, non entrano punto nei nostri spassi, se non quando le divengono soggetto d'allegro ed ingegnoso motteggio nelle amene brigate. V'intendo, o signori, e capisco che vorrete per conseguente essere anche persone dicarattere, n'è vero? In questo caso v'è sicuramente interdetto il gusto di questa lettura. Poichè fra le vostre mani un libro mezzo ascetico potrebbe farvi scadere da quella reputazione di gagliardia... pensava per lasoddisfazion vostra a un ripiego... Uditemi; e se vi procacciaste questo libro di cheto e ve lo leggeste segretamente?»[39].NellaGazzetta di Milanocosì ne scrisse Francesco Pezzi: «L'autore è chiaro per molti conti. Nepote dal lato materno del gran Beccaria, egli non si ristette al lustro che gli deriva da questa affinità. Giovane ancora, il Manzoni alzò grido di facile ingegno. Più tardo, salì i gioghi di Pindo con fausto successo. Il carme in morte dell'Imbonati sta presso aiSepolcridel Pindemonte, del Foscolo, del Torti. Gli inni in onor di Maria spirano la soavità della grazia terrestre. In altri lirici componimenti la sua musa si spinse a nobile altezza. Trattosi quindi nel sentiero in cui quel d'Asti raccolse il retaggio della Greca Melpomene, il Manzoni volle trattare argomenti semplici sulle norme della scuola romantica. Delle due tragedie ch'ei scrisse non rimangono nella memoria che alcuni concetti ed isolate bellezze di stile. In fine egli attese alla prosa. Il Manzoni può dirsi il primo che abbia ora compiuto un vacuo fra noi in un ramo di letteratura, nel quale gli stranieri peccano d'abbondanza. Sia storia o romanzo, il suo libro mancava all'Italia. Da lungo tempo non facciam che discutere sul modo di concepiree di scrivere. Il Manzoni frattanto non discuteva, ma concepiva e scriveva. Il nuovo parto della sua mente incatena l'attenzione del leggitore: crediamo con queste parole averlo definito abbastanza. La ragione della voga di quest'opera salta agli occhi immediatamente. Varietà ed importanza di avvenimenti; pittura energica d'usi e di costumanze, di cui non si è perduta la traccia; caratteri vivamente tratteggiati; passioni poste in contrasto, le vie dell'animo ricercate, e tutto ciò senza sforzo, senza l'orpello dell'esagerazioni, senza sussidio di mezzi incomprensibili; ecco l'origine prima da cui deriva quell'allettamento che infondesi alla lettura deiPromessi Sposi. Se a questo s'aggiunga un bel calcolato riparto di tanti episodi, che presi isolatamente parrebbe a prima giunta non potersi unire al soggetto fondamentale, ma che vi si combinano come tanti raggi nel centro d'un disco, e si avrà ragione dell'aura ond'è onorato il lavoro del Manzoni. L'autore non attinse la principal vicenda narratavi a fonte luminosa, in quanto che i veri protagonisti dell'azione non sono illustri per alcun conto. Ma s'egli non comincia a intertenerci che della promessa fede di due amanti poveri e oscuri, mano a mano che va tessendo la loro istoria, da semplice che era, s'avviluppa con grande artificio, collegandosi ad avvenimenti ed a persone di grande importanza; locchè addoppia la sollecitudine del leggitore nel momento in cui crederebbesi che dovessescemare». Il Pezzi piglia poi a riassumere «le cose esposte, sviluppate e condotte con finissimo accorgimento nel primo e nel secondo volume dell'opera del Manzoni»; promette di parlare «quanto prima del terzo e ultimo»; e di ragionare anche, «colla guida d'onesta critica», della lingua e dello stile usati dall'autore, «non senza provare com'egli, tutto pieno del suo soggetto, siasi mostrato ad un tempo filosofo, moralista, uom di mondo e pittore»[40].Curioso è il giudizio che ne dette ilCorriere delle Dame: «Appena uscita l'opera, ognuno si fece a dire:è uscito un Romanzo storico di Manzoni. La celebrità del nome trasse tosto numerosissimi ammiratori all'acquisto, ed alcuni, sempre fermi nel volerlo battezzareRomanzo, lo trovarono, sotto questo aspetto, sterile e poco interessante. Trattasi, dicono quelli, di due paesani (Renzo e Lucia) che s'hanno a sposare e che un feudatario prepotente glielo impedisce con ogni sorta di mezzi; dopo gran traversie si sposano, e lì finisce la dolorosa istoria, poichè tutti gli altri fatti e narrazioni s'hanno a considerare come altrettanti episodi, e formano invece il nerbo del libro.—Io rispondo a questa prima questione che il rinomato autore di tante belle poesie e di ben altri lodati componimenti noncomincia dal dire sua propria quest'opera, e quand'anche la si fosse, egli l'ha intitolata:Storia milanese del secolo XVII; perchè dunque la si vuole unRomanzo?Certo che se si fosse inteso di offrirci un romanzo storico sulle tracce di Walter Scott doveasi innalzare fra più nobili subbietti la scelta de' protagonisti, onde l'interesse generalmente eccitato venisse per le avventure di personaggi degni veramente d'istoria. Ma non vediamo noi forse che appunto l'illustre Scozzese, costretto a non smuovere se non storicamente dalle capitali o dai determinati luoghi i suoi personaggi illustri, inganna poi e tradisce il lettore, facendo in un luogo accadere cose avvenute le mille miglia lontane, e ravvicinando epoche distantissime fra loro, e confondendo le costumanze e gli usi tutti propri di diverse età, soltanto per dare in unsolo Romanzo storicol'idea completa di varie avventure, di varie costumanze, e per stringere in un'epoca sola i vari periodi di una vita illustre? Meno male sarà dunque che ideali sieno i personaggi e tali da potere esser mandati qua e là ove più brama l'autore, purchè storiche sieno le relazioni de' fatti che contiene il libro.—Meglio sarebbe, lo dicon tutti e lo dico anch'io, che la scelta cadesse sopra un'avventura d'illustri persone, e gli storici episodi corrispondessero a que' tempi, per istruirne il lettore; ma qui sta la difficoltà, e non già la difficoltà di invenzione, ma la difficoltà di rinvenire fatti interessanti,contemporanei ad avventure particolari e specialmente amorose di persone degne di storia.—Risponderà taluno, che è assai comodo formare un romanzo di tal sorta, poichè non è alla fin fine che una cronaca di quel determinato tempo, collegata ad una novella amorosa qualunque ella siasi.—Sia pur facile e comodo l'inventare una novelletta amorosa per condire quell'arida parte storica che vuol narrarsi, non sarà comodo, nè a tutti facile sicuramente far buona scelta dell'epoca che vuoi presentarsi, far che succosamente sieno le cose narrate, e la sana filosofia, la buona morale, la vera politica venga alla mente del lettore mediante la narrazione medesima; non sarà comodo il frugare centinaia di volumi e manoscritti per determinare alcune verità dapprima mal note; non sarà facile di belle e commoventi pitture descrittive adornare l'opera che si offre; nè sarà tanto comodo e facile mantenere le varie persone nel loro vero carattere, e fare che le ammonizioni di un cardinale Federigo Borromeo sembrino da quel medesimo chiarissimo porporato dettate e pronunziate; che le espressioni di un prepotente signore sieno le vere e le sempre udite; che la compassione fraterna di un P. Cristoforo dipinga una rara pietà, ma probabile altronde in persone benemerite a Dio; che i tristi effetti di una forzata monacale reclusione sieno que' tanti mali che vediamo nell'opera del Manzoni vivamente scolpiti; non saràfacile, nè comodo, in fine, far sì che in ogni parte dell'opera rilucente ed esaltata veggasi la virtù, sotto rozzi panni, e in tutt'altri depresso e annichilito il vizio.—Voi dunque, proseguon gli altri, ce lo date per un capo d'opera, per unnon plus ultra: ed io, che pur vorrei mi si prestasse la debil penna a que' maggiori elogi che amo tributare ad A. Manzoni, dirò che questo libro è bello, interessante e migliore di tanti altri che menarono in questi ultimi tempi gran rumore: ma non perciò lo veggo privo di qualche pecca, nè tale da dirsi insuperabile. È prima, fra le cose ch'io prenderei a censurare, una prolissità che sfinisce e stucca in più d'un luogo; e basti, per accennarne uno, il dire che la sommossa, accaduta in Milano per la carezza del pane, e il saccheggio che voleasi dare ad una bottega di fornaio, fa muovere il Gran Cancelliere Ferrer per sedare il tumulto, e 14 pagine, belle, lunghe e larghe, come sono, tutte vengono impiegate a descriverci l'andata non più di cento passi della carrozza di Ferrer, circondata dal popolo.—Viene, in secondo luogo, l'inutilità di alcune nozioni che non fanno bella, nè più interessante l'opera, e fra queste quello sciocco e lungo contrasto fra Bortolo e Renzo, il quale di tutto avea bisogno fuorchè di perdersi a cicalare sul nome dibagianocon cui sogliono i Bergamaschi distinguere i Milanesi.—Renzo poi lo trovo talvolta ingenuo fuor di misura, tal altra perspicace oltre la naturale suacondizione, ed atto a riportarmi perfino un'intiera predica del P. Felice; in qualche incontro mancante troppo di un necessario ardimento e facile a confondersi pel più piccolo imbarazzo, ed altrove di una fortezza d'animo che lo innalza all'eroismo, e pronto a pronunciar sentenze ed a filosofare più che non gli convenga; furibondo amante della sua Lucia, talora passa molt'ore e giorni senza pur rammentarla; tratto alla città per quell'amore di cui tutto vive, n'è dimentico e spogliato per seguire que' tumulti che fanno d'ordinario allontanare anche i meno timidi ed i più avvezzi alle popolari sommosse. Illetterato, com'egli è, tiene corrispondenza col mezzo di un amico con Agnese, madre di Lucia, la quale, fra l'altre, accompagna una sua lettera di un soccorso a lui di cinquanta scudi... e come dunque sta in seguito che Renzo non avesse fatto confidenza a nessuno di quel denaro avuto?... È Renzo perciò l'unico personaggio intorno al quale potrebbero insorgere ben fondate censure, e d'uopo avrebbe d'una lima accurata la parte che lo risguarda.—Ma, insieme strette tutte queste cose, non appariscono che nei fra mezzo a tante bellezze; e le copie di quest'opera furono in meno di due mesi tutte spacciate, e se ne fa ristampa a Torino, a Livorno, e si stanno preparando comiche rappresentazioni, tratte dall'opera medesima, e finalmente si è aperta associazione a dodici tavole litografiche, che i punti più interessantidella storia rappresenteranno, essendo affidata a valenti artisti l'esecuzione dei disegni»[41].La Vespa, un altro de' giornali milanesi d'allora, invece si avventò contro il nuovo romanzo con rabbia feroce; e chi scese in campo a farne strazio fu il suo «compilatore» Felice Romani. «Sepolta per tre anni nel magazzino del Ferrario, esce finalmente alla luce questa vecchia ringiovanita, di cui si dicevano le meraviglie dai pochi che l'aveano veduta e dai molti che l'avean da vedere. Esce finalmente alla luce: e corrono staffette per l'Italia, e galoppano corrieri oltre monti ad annunziare la comparsa della Bella del secolo XVII, abbigliata alla foggia del secolo XIX. Gli amici dell'A. la van portando in trionfo per le vie, per le case, pei caffè: bella! dice un giornalista: bella! ripete un libraio: bella di qua, bella di là, bellissima, arcibellissima, meravigliosa! Ch'io pure possa darti un'occhiata, o veneranda virago, che meni tanto trionfo, e fai girare il cervello di tutti i Narcisi della nostra letteratura!—Ahimè, o lettori, io l'ho veduta... Io non conosco il Manzoni nè per benefici, nè per ingiurie ch'io n'abbia ricevute, nè ho mai potuto e voluto frugare nella sua coscienza per giudicare della sua pietà. Le verità sociali e cristiane sonmeritorie d'innanzi a Dio e d'innanzi ai Governi: e il mio cuore e la mia voce venera e loda chi le possiede veracemente: ma esse non accrescon dramma di merito sulla bilancia ove si pesano i letterati. Questi van giudicati dagli scritti; ed io plaudo al Manzoni come lirico di vaglia, quando leggo i suoi versi in morte di Carlo Imbonati, qualche squarcio degli Inni sacri e la battaglia di Maclodio; ma cattivo tragico lo chiamo quando esamino il Conte di Carmagnola e l'Adelchi, nè lo reputo miglior romanziere quando svolgo...—Alto là, non è ancor deciso seI Promessi Sposisiano un romanzo, o una storia.—Tanto peggio per l'autore! se siete ancora indecisi sul genere del componimento. Voi date campo ai maledici di poter dire ch'ei non è nè romanzo, nè storia. Ma questo non voglio dir io; e poichè iPromessi Sposiè pur forza che sian qualche cosa, li riguarderò come un romanzo fondato sulla storia. E i più concorrono in siffatta opinione. Non udite voi tutto il giorno gridare a gola aperta: finalmente abbiamo un Walter Scott anche noi! finalmente il Manzoni hariempiuto un gran vuotoche nella nostra letteratura esisteva. Benigni lettori! lasciatemi dire quattro parole a costoro».Risparmio queste «quattro parole» ai lettori e seguito a spigolare. «Al Manzoni è piaciuto comporre un romanzo storico, e come tale fu accolto dal pubblico, e il rapido smercio che inpoco tempo egli ottenne, prova abbastanza ch'ei fu giudicato eccellente. Più vera sentenza, o lettori, non fu mai proferita, nè più umiliante per certe gloriole letterarie, di quella che ai Romani scrittori gridava il Venosino poeta, cioè che i libri hanno anch'essi il loro destino. E sapete voi da che cosa dipende siffatto destino? Se Orazio non l'ha detto, io ve lo dico: dipende da mille passioncelle che in ogni tempo governarono la repubblica letteraria, dalle mire dei lodatori, dall'influenza dei lodati, e più di tutto dalle stravaganze del secolo. Nè a questo io faccio torto, affibbiandogli qualche stravaganza, poichè i passati aveano anch'essi le loro. Se qualcuno fra i Secentisti avesse osato menare la sferza contro il mal gusto de' suoi tempi e dire a quel Re di Francia che premiava di tant'oro il più detestabile sonetto del nostro Parnaso: Sire, quest'atto di vostra munificenza sarà biasimato da tutti i secoli futuri; costui ne avrebbe riportate le beffe dei suoi contemporanei, e non avrebbe trovato un solo che facesse ragione alla sua giusta censura. Noi, per ventura, viviamo a giorni in cui le stravaganze dei letterati non sono premiate dai Re; e se son mille i bizzarri cervelli che ad esse corrono dietro, pochi non sono i sapienti che fanno argine alla corrente e sono custodi del bello e del vero. Pago del suffragio di questi, io non farò conto della disapprovazione di quelli; ed esaminando liberamente il romanzo storicodel Manzoni, mi studierò di provare ch'ei pecca d'invenzione, di condotta, di caratteri, di stile; e che paragonandolo a quelli del Walter Scott, gli è l'istesso che scoprire agli stranieri le nostre miserie... Peggior epoca della storia milanese non poteva egli scegliere per base del suo romanzo: l'epoca della dominazione spagnuola, in cui due nazioni, anche straniere, entravano in guerra per contendersi un piccolo principato. Spento era il valore, morta ogni idea generosa, e la fame e la peste desolavano queste infelici contrade. Ditemi ora, o lettori, qual sarà il soggetto di un romanzo, che si raggira intorno a tal epoca? Quali saranno le imprese dei Milanesi, perchè il romanzo è intitolatoStoria Milanese?O, per tacer delle imprese della nazione, quali almeno saranno i fatti di un qualcheduno fra i Milanesi, quali le vicende di lui, o vere, o immaginarie, che si colleghino colle vicende pubbliche, e formino insieme un compiuto e commovente quadro dei tempi? Quali saranno gli eroi? Forse l'ambizioso Governator di Milano promotore della guerra che si accende in Italia? Forse il coraggioso Duca di Nevers, che difende animosamente i diritti della sua casa? Forse il Marchese Spinola, che viene a correggere gli errori del Cordova? Forse gli oppugnatori o i difensori di Casale, di Vercelli e di Torino, Spagnuoli o Francesi che sieno, Alemanni o Italiani, poichè tali sono gli eroi e le vicende di quell'epoca? Nè un solo dicotesti personaggi è l'eroe del romanzo, nè una sola di siffatte vicende forma il soggetto dell'istoria scoperta e rifatta dal Manzoni. Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due poveri lavoratori del contado di Como, sono gli eroi per cui dobbiamo interessarci; se si sposeranno, o no, è l'importante vicenda che tener deve gli animi nostri sospesi... Eccovi, o lettori, tutto il tessuto di questa istoria milanese rifatta: e s'ella è cosa che meriti il nome di storia, giudicatelo voi... Ditemi, per vostra fede, il soggetto è egli interessante? Due contadini, che per prepotenza di un nobile e per dappocaggine di un curato non si possono sposare, sono essi gli eroi da collegare degnamente ad un'epoca storica qualunque ella sia? E questa epoca storica vi par ella bene svolta e presentata nel suo più bel punto di vista? E che cosa avete imparato dalle vicende dei vostri maggiori, per cui possiate gloriarvi, o almeno intenerirvi e piangere con quel generoso sentimento che ispirano le nobili sventure? Gentiluomini scapestrati o sciagurati, popolo avvilito o affamato, peste fomentata per ignavia dei dominatori e per ignoranza dei dominati! Dov'è un sentimento generoso, un nobile affetto, una grande passione? Dov'è un eroe su cui riposino con compiacenza i vostri occhi affaticati dallo schifo spettacolo che avete dinanzi? Dove un grand'uomo, che comparisca qual faro nella notte di quest'epoca tenebrosa? Il solo cardinal Borromeo, personaggioepisodico, è l'unica figura che spicca in certo qual modo in questo quadro disgustoso. Ma se l'A. voleva introdurre il cardinal Borromeo, perchè confinarlo in un villaggio ad affaticarsi intorno a cose di sì lieve momento? E un uomo di tanta autorità non poteva essere posto in situazione più degna di lui? E i vizi dei tempi non gli presentavano più vasto campo ove luminose apparissero le sue virtù? È bensì vero che ei divide il suo pane cogli affamati, che si adopera ad allontanare il flagello della peste, che si mostra pieno di cristiana carità: ma tutto ciò è raccontato per incidenza, e in nulla coopera all'andamento dell'azione, alla sostanza del soggetto. E dove pure ciò fosse, il cardinal Borromeo era egli un personaggio da romanzo?».

LE PRIME ACCOGLIENZEAI«PROMESSI SPOSI»I.Giulia, la primogenita del Manzoni, scriveva al Fauriel l'8 luglio del '27: «Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra aspettativa, ma ogni speranza; in meno di venti giorni se ne vendettero più di 600 esemplari. È un vero furore; non si parla d'altro; nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare. Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni maniera; furono già pubblicati alcuni articoli intieramente favorevoli ed altri se ne annunziano».Non senza una trepidazione grande l'aveva finalmente dato fuori, come si rileva dalle lettere che il Tommaseo, allora a Milano e in familiarità con lui, era andato di mano in mano scrivendo a Giampietro Vieusseux[1]. «Il suo romanzo o addormentato»:(così il 12 novembre del '26) «egli teme di pubblicarlo, tanta è la nausea che ispira a ogni bene l'aspetto di quella canaglia che ha parte nellaBiblioteca Italiana». E di lì a dodici giorni: «Egli s'era scuorato un po', non per tema di que' vili imbecilli, ma per quella stanchezza di mente che nasce al pensiero di vedere male accolta un'opera che costò tanta pena, e che, dic'egli, non fa male a nessuno. Io temo, soggiungea, che mi vogliano far scontare la troppa aspettazione ch'egli hanno di questo libro: aspettazione della quale, a dir vero, non è mia la colpa». Gli tornava a scrivere il 2 decembre: «Manzoni ripiglierà il suo romanzo, da cui l'aveva scuorato lo zelo dell'amicizia; voglio dire le critiche fatte al 2º. canto del Grossi»[2]. Inun'altra, senza data, ma del febbraio o del marzo del '27, soggiunge: «Manzoni è all'ultimo capitolo ancora. Ma incomincia a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; onde innanzi alla fine dell'anno si può sperare di veder il Romanzo alla luce[3]. Dev'essere un gran gridare, un gran sentenziare de'Classici. E laBiblioteca Italianacome lo prenderà d'alto in basso!» Gli torna a scrivere il 12 maggio: «Manzoni non ha cominciato ancora a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; ma non va, mi dice, in campagna, se non se pubblicatolo. Io godo d'andarmene via: penerei a sentire la lotta che forse gli si prepara, e forse non potrei non mischiarmivi».Per «benevolenza modesta» dell'autore, aveva egli letta gran parte, «innanzi che data alla luce», di «quella immortale più storia che romanzo»; e, nel confidarlo al Vieusseux, la diceva «divina cosa». Ne lesse anche de' tratti al Rosmini, «che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava»[4]. Avvenuta la pubblicazione, seguitò a ragguagliare l'amico della varia fortuna del Romanzo. «I giudicii sono ancor vaghi», gli scriveva il 20 di giugno. «Il pubblico è incerto; il nome di Manzoni lo preme e incute rispetto. La virtù ha i suoi diritti». E dilì a quattro giorni: «A Zaiotti e ad Ambrosoli il romanzo del Manzoni non piace. Dicono che non conosce la lingua; che il secondo tomo[5]meriterebbe di andar tutto al diavolo, ch'è un disturbo dall'azione, che negli altri però l'azione(sentite i pedanti!) cammina bene. A molti piace molto: tutti però ci trovano troppi particolari: quelli che sanno scrivere ci trovano delle improprietà, e difetto di numero. Alcuni colloqui si notarono comeeccessivamente veri. Si confessa però ch'è un modello di stile romanziero. Una signora ha trovato ottimo il titolo distoria[6], perchè, dice, par tutto vero. Un'altra, malissimo prevenuta, dovette pur piangere. S'accorse, per altro, ch'era un libropericoloso, perchè i contadini vi fanno miglior figura che i nobili. L'istesso padre Cristoforo, diceva ella, è un mercante. V'ebbe chi ha trovato che Manzoni guasta la letteratura, perchè... perch'èinarrivabile: onde quelli che l'imitano, noi potendo agguagliare, non fanno che inezie. Ad altri parve leggiero, e insignificanteil titolo: ad altri voluminosa la forma. Una famiglia inglese, che lo voleva comperare, se ne tenne; perchè lo trova non libro da viaggio, ma da chiesa; non romanzo, ma Bibbia». Il 18 di luglio seguitava a informarlo: «Parliam di Manzoni... Si diceva che il suo merito è dinulla tralasciare, neppure le menome circostanze, le menome pieghe del cuore; si lodava l'artifizio della narrazione e dei passaggi; e che quel libro doveva studiarsi anche per la lingua; e che nel secondo tomo quella conversione è mirabilmente preparata e descritta; e che la prolissità non annoia; e che il terzo tomo è di tutti il più bello; che quella peste è cosa sovrana, quellazzerettodalla potenza della pittura aggrandito. Quest'ultima espressione annuncia un ingegno che giudica un punto più elevato del solito: e questi sono gl'ingegni a cui deve piacere Manzoni. Era ben piacevole, nei primi giorni in cui l'opinione pareva pendere più al male che al bene, il vedere l'accanimento di certe bestiucce letterarie a trovare i difetti, in quel libro in cui poco innanzi non sapevano cercare che pregi. E per aver trovato in un luogomarmaglia d'erbe, a gridare: vedete che improprietà... con un'aria che inviluppava di disprezzo tutto il libro quant'era. Una donna che, malgrado la presunzione contraria, è forzata a piangere in quella lettura, val bene un articolo. Io confesso d'aver pianto anch'io al terzo tomo: e un giorno dell'anno passato che fummo da Manzonia Brusuglio e ch'io leggeva quella medesima conversione del tomo secondo, la trepidazione si leggea chiara nel volto di tutti gli udenti e del medesimo autore. Quest'è il caso in cui un autore può senza orgoglio lodare sè stesso. Ma se volete un giudicio d'altro genere, e non meno onorevole: un vecchio, letto il primo tomo, trovava piacere a riportare le cose lette, e narrarle anche a chi le sapea: e prima che il libro uscisse, il legatore (poichè Manzoni si fece legare le copie in casa) il legatore veniva congratulandosi con lui del merito di quell'opera, e gliene ripeteva alcun passo nel suo dialetto, mostrando d'averlo tutto inteso benissimo. I giudizii dei letterati sono ben diversi. Non so se io v'abbia scritto di colui che trovava mirabile soprattutto nel primo tomo la pagina 113[7]; quasi che in un'opera del Manzonifosse possibile o lecito prescerre una pagina. Altri trovava da lodare quegli occhi del frate, paragonati a due cavalli bizzarri. Nei quali elogi voi forse, così di lontano, non potrete sentire quanto di velenoso ci sia[8]. Questi vili, non potendo sfogarsi sull'ingegno, gli mettono a conto e il lungo studio ed il lungo tempo occupato, e la sua stessa virtù». Soggiungeva poi: «Quello che offenderà molti, certamente, è la troppa religione che c'è. Per apprezzar quel lavoro e comprenderlo, conviene aver lungo tempo conversato con l'autore; conoscere le sue idee letterarie e politiche, il suo modo di vedere le cose. Ed ancora non basta: la storia di quel secolo egli l'ha studiata nelle prime fonti, e ne' rivoli più solitarii: tante bellezze che paiono di invenzione sono storiche, sono inspirate dal fatto, ch'è quanto a dire sono doppie bellezze. Così tante sottili allusioni, che racchiudono il germe d'un sistema. E v'ebbe chi trovò migliore ilCastello di Trezzo!» Lasciata la Lombardia e tornato nella nativa Dalmazia, il Tommaseo seguita a parlar de' Promessi Sposi nelle sue lettere al Vieusseux. «Da Milano» (così in una del 17 d'agosto) «si scriveche le mille copie del Romanzo son tutte spacciate; che qualcuno ne ride in segreto, che Monti chiacchiera dello stile[9]; che i più tacciono; che molti applaudono, purchè però lo si chiami non romanzo, ma storia. Sento che a Padova piacque molto alle donne».Giacomo Leopardi ritrae al vivo l'opinione pubblica d'allora intorno aiPromessi Sposi, in una lettera che scrisse, da Firenze, il 23 agosto del '27, allibraio milanese Antonio Fortunato Stella: «Del romanzo di Manzoni (del quale io solamente ho sentito leggere alcune pagine) le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all'aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano». Le «persone di gusto», cioè i letterati, erano partigiane, più o meno, de' vecchi pregiudizi della scuola classica, e per conseguenza il Manzoni, che aveva voltato le spalle a questa scuola, dando un avviamento nuovo all'arte, era agli occhi loro uno scrittore fuori di strada. Tutti però si accordavano nel riconoscergli un grande ingegno, ma con questa differenza: per gli arrabbiati era nè più nè meno un Attila della letteratura e dove metteva le mani guastava ogni cosa: i temperati, pur trovando ne' suoi scritti un'infinità di difetti, vi scorgevano però de' tratti di singolare bellezza; tratti che non mancavano di gustare con ammirazione schietta e sentita. È utile e curioso il rievocare il ricordo di questa battaglia tra le «persone di gusto» e gli «altri»; i quali, oggetto, sulle prime, di compassione, anzi di disprezzo, finirono poi col vincere; tanta e così irresistibile fu la forza della verità.Fin dal novembre del '21 Giuseppe Carpani, uno degli arrabbiati, scriveva all'Acerbi, in quel tempo direttore dellaBiblioteca Italiana: «Manzoni avrebbe ingegno da fare cose bellissime e originali; battendo la via che batte, non farà che pazzie strampalate, sparse di qualche scintilla di luce, che siperde nelle tenebre del tutto»[10]. A Torino, l'ab. Michele Ponza, dal suoAnnotatore Piemontese, scagliava questi fulmini: «Io reputo classico tutto ciò che insè non ammette confusione di genere. Il giardino italiano è classico e l'inglese è romantico; la pianta ed il fabbricato di Torino è classico, quello di Milanoromantico; l'abito nero con pantaloni bianchi è romantico, l'abito tutto nero con calzoni corti è classico; la musica di Cimarosa è classica, quella di Rossini romantica; le commedie di Destouches, di Regnard e di Goldoni sono classiche, quelle di Kotzebue e di altri scrittori nordofili, gallofili, stranofili sono romantiche; le tragedie d'Alfieri sonoclassiche, quelle del Manzoni sono romantiche. Dunque, dove è ordine, armonia, regolarità è classicismo; dove mancano queste condizioni è romanticismo». Giovita Scalvini scriveva: «La poesia romantica fu trovata da Cam figliuolo dì Noè. Ne' quaranta giorni che si trovò nell'arca, egli fece un poema dove descriveva tutto ciò che aveva d'intorno. Unì le idee più disparate, perchè vedeva presso sè l'agnello e il lupo; vedeva fuori i pesci sulle cime dei monti: la sua musica, le strida de' moribondi». E per mettere alla gogna i romantici ideava il dramma:La creazione del mondo e la fine, con questi attori: «Il caos, le stelle, le tenebre, la luce, il diavolo, il serpente. Gli animali di Daniele. Il teschio di Adamo. La cometa che accompagnò i re Magi. Il libro dei sette sigilli. Enos. Il cavallo della morte. Il bue, l'asino, il corvo». Scene: «La creazione: una conversazione patetica fra Eva e il serpente. Il diluvio. Un soliloquio del corvo sulla carogna che sta per beccare». Carlo Botta scriveva da Parigi: «Io ho in odio, peggiormente che le serpi, la peste che certi ragazzacci, vili schiavi delle idee forestiere, vanno via via seminando nella letteratura italiana. Io gli chiamo traditori dell'Italia, e veramente sono. Ma ciò procede, parte da superbia, parte da giudizio corrotto; superbia, in servitù di Caledonia e d'Ercinia, giudizio corrotto con impertinenza e sfacciataggine». Gli battè le mani ilGiornale Arcadicodi Roma: «Sìcerto, o Carlo Botta,sfumerà questa infame contaminazione: tempo verrà, nè forse è lontano, che gl'italiani si vergogneranno di tanti romantici vituperii, levati ora alle stelle dai goffi imbrattacarte e ciarlatani di certi giornali: e frutto di questa vergogna sarà il gittare sdegnosamente alle fiamme tutto in un fascio quel bastardume d'inni, ditragedie, diromanzi, di che ora, parte ridono e parte fremono i veri sapienti della nazione»[11].A difesa de' Romantici si levò animoso Giuseppe Mazzini. «Gli uomini che in tutti i loro scritti anelano al perfezionamento dei loro concittadini; che avvampano per quanto di bello e sublime splende su questa terra; che hanno una lagrima per ogni sciagura che affligga la loro patria, un sorriso per ogni gioia che la rallegri; gli uomini a' quali il vero èfine, la natura e il cuore sonmezzi; che trasportano il genio per vie non corrotte dalla imitazione, non guaste dalla servilità de' precetti; che a favole, vuote di senso per noi, sostituiscono una credenza che tragge l'animo a spaziare pei campi dell'infinito; gli uomini che s'aggirano religiosi tra le rovine dell'antica grandezza e dissotterrano a conforto dei nipoti ogni reliquia dei tempi trascorsi; questi uomini non tradiscon la patria; non son vili schiavi delle idee forestiere. Essi vogliono dare all'Italiauna letteratura originale, nazionale; una letteratura che non sia un suono di musica fuggitivo, che ti molce l'orecchio, e trapassa; ma una interprete eloquente degli affetti, delle idee, dei bisogni, e del movimento sociale. Ogni secolo modifica potentemente gli uomini e le cose; ogni secolo imprime una direzione particolare all'umano intelletto... I veri Romantici non sono nè boreali, nè scozzesi; sono italiani, come Dante, quando fondava una letteratura, a cui non mancava di Romantico che il nome»[12].Il Rosmini fin dal maggio del '26 aveva scritto a don Antonio Soini: «Col Manzoni abbiamo parlato di voi. Che bontà di questo sommo poeta! Che affabilità! Che anima sparsa in sul volto tutto e in sulle labbra! Egli lavora nel suo romanzo assiduo. Temo assai della sua prosa; non dubito delle immagini e dei nobili sentimenti: di quello spirito non possono che uscire emule alla natura sublime, questi degni della nostra immensa destinazione. Ma la lingua? Non può crearsela questa lo spirito, alto quanto si voglia; gli bisogna ricorrere per essa alla dotta memoria; e temo che questa non sia stata arricchita per tempo di cotal mercè. Pare però che egli stesso lo senta; e se lo sente, lo studioassiduo, ancorchè un po' tardi, acconcerà forse la trascuranza dell'età prima». L'ab. Giuseppe Manuzzi, richiesto dal P. Antonio Cesari, che cosa pensassero a Firenze de'Promessi Sposi, gli rispose, suonarne «orrevolmente la fama, sì per l'invenzione, sì per la lingua, e sopratutto per la profondissima cognizione del cuore umano». Ma però soggiungeva: «Da alquanti brani ch'io ne lessi, la lingua certamente non è della migliore: anzi, secondo me, poco buona, e peggiore lo stile. Già voi sapete essere il Manzoni un forte campione dei romantici: di che non è da meravigliare se trova lodatori in gran numero. Leggeste voi nulla di suo? che ve ne pare? scrivetemene». Il Cesari gli rispose: «Ho letto iPromessi Sposidel Manzoni; mi ci parve trovare suoi difetti; quanto ad episodi o digressioni, che non s'innestano col fatto (è ciò che tiene il lettore forse a disagio); quanto a lingua, egli ha studiato i nostri maestri, ma i Comici sopratutto. Del resto nella eleganza dello scriver grave e naturale, egli è ancora addietro: ma credo che in poco, si farà grande scrittore. Nel colore, nella forza, nell'espressione tuttavia vale assai: nelle pitturette fiamminghe è maraviglioso; come altresì nel toccare le passioni, gli affetti e movimenti tutti del cuore, fino a' più minuti, mi par gran maestro. Ingegno ha altissimo, acuto e facondo assaissimo. De' suoiInniil migliore mi sembra quello dellaPentecoste: sono però sparsi tutti, qual più, qual meno,di concetti pellegrini, che egli solo era atto a trovare. Risplende poi la sua pietà e religione: e certo quel romanzo è un trionfo della virtù; e farà troppo più frutto, che nessun altro quaresimale». Il Cesari[13]poi finiva una sua lettera all'ab. Gaetano Della Casa: «Mi direte degliSposidel Manzoni e de' difetti che ci noterete; a vedere se ci scontriamo. Ma bellezze grandi!» Che cosa gli rispondesse non so. Giuseppe Pederzani, al quale pure ne aveva domandato, gli replicava: «Del Manzoni ho letto un tomo e mezzo il passato autunno; e più avanti non potetti, perchè chi mel prestò, sel portò poi a Milano, che fu il Rosmini prete. N'ebbi piacer molto, e certo ha tutti que' meriti che voi dite; tranne forse questo solo, che a voi sembra, rispetto alla lingua, avere egli studiato ne' classici più di quel che pare a me; ma io debbo stare al giudizio vostro. Anche mi son paruti troppo lunghi e noiosi quegli episodi: ma qui posso aver torto facilmente: imperciocchè comprendo bene, che in fine formano la materia dell'opera. Forse alla seconda lettura non mi parrà più così. A ogni modo, scritto assai dilettevole e buono».Un altro pedante de' più arrabbiati, il corcireseMario Pieri, così discorre de'Promessi Sposinelle sueMemorie, che son rimaste inedite:«Firenze, 15 agosto 1827. Ho letto i primi due capitoli (non potei averlo che per pochi momenti) del romanzo di A. Manzoni, del quale non dirò nulla fino a tanto che non l'avrò letto tutto, benchè in quegli stessi capitoli io abbia inciampato in più d'una cosa di cattivo gusto, senza dir dello stile, che mi sembrò così tra il milanese ed il francese. E questi godono fama di grandi scrittori!«Firenze, 6 ottobre 1827. Leggo iPromessi Sposi, che ora mi stancano colla soverchia prolissità e colle minutissime descrizioni.«7, domenica. Il viaggio di Renzo (nel romanzo del Manzoni), da Milano a Bergamo, è una bellissima cosa, e quivi stanno bene anche quelle minutezze e particolarità, che ci vengono tanto spesso innanzi fino al fastidio in quel libro. Grande ingegno è il Manzoni, ed è un gran peccato ch'egli voglia farsi il corifeo del falso gusto in Italia! Ho consumato gran parte del giorno (dalle due alle sei) alle Cascine, passeggiando e leggendo iPromessi Sposi. La mattina ho letto una prefazione, che il signor Camillo Ugoni pose alla testa d'una edizione parigina delle poesie del Manzoni, in cui quel letterato bresciano, romantico per la vita, delira, al solito, sui bisogni del nostro secolo, sul dramma storico, sull'arte e sulla natura, sopra una libertà ch'egli chiamaScolastica, ch'egli attribuisceall'Alfieri, e ai seguaci de' classici, e simili follie. Povera letteratura italiana, ecco i tuoi sostegni! Che mai diverrà questo secolo, quando Monti e Pindemonte non saranno più tra di noi!«Firenze, 22 ottobre 1827. Ho terminato finalmente iPromessi Sposi, libro che, a malgrado del falso gusto, delle lungaggini eccessive, delle troppo minute descrizioni, e simili altre tedescherie, manifesta un grande ingegno nel suo autore, oltre l'animo gentile e gli egregi costumi».Chi vide e gustò le bellezze de'Promessi Sposiappena che uscirono dal torchio fu Pietro Giordani; e da Firenze, dove allora abitava, andò manifestando agli amici le impressioni ricevute da quella lettura. Il 21 settembre del '27 scriveva a Francesco Testa[14]: «Del Manzoni siamo perfettamente d'accordo: eccellente pittore, benchè fiammingo. Egli è ora qui: amabilissima e modestissima persona: riverito e amato da tutti, onorato straordinariamente dalla Corte». E che nel romanzo ci sia del fiammingo,è vero; ma lì dove ha maggiore bellezza, bellezza ineffabile. Il 15 d'ottobre chiedeva a Lazzaro Papi: «È venuto costà [a Lucca] il romanzo di Manzoni? Com'è piaciuto?... Manzoni fu qui molti giorni; ebbe grandi accoglienze da tutti; e straordinario onore dalla Corte. È uomo di molta e amabile modestia, e belle maniere... In Roma ora è proibito di vendere il romanzo di Manzoni, che pur vi entrò con amplissime licenze»[15]. Il 22 del mese stesso torna a scrivere al Testa: «Manzoni, amabilissimo per la modestia e la bontà e l'ingegno, dev'esser partito assai contento di Firenze, e più contento della Corte, che l'ha onorato straordinariamente. Del suo libro, poichè volete, vi dirò che mi è piaciuto. Ci vedo un'assai fedele pittura dello Stato di Milano in que' tre anni miserabilissimi 28, 29 e 30. Verità somma e finitissima ne' dialoghi e ne' caratteri. Nobilissimo il carattere del Cardinale: naturalissimi tutti gli altri inferiori: la. stolidezza e la ferocia dei dominatori stranieri efficacemente rappresentata: un modello di religione tollerabile, e anche utile. Cominciano a insorgergli contradittori al solito: ma credo che il libro vincerà e durerà. A me i difetti paion pochi e leggieri: i pregi moltissimi e non piccoli. E poi è il primoromanzo leggibile che sia sorto in Italia: è adatto a molte sorti di lettori: s'insinua nelle menti: vi germoglierà qualche buon pensiero. Eccovi contentato, mio caro: v'ho detto quel che penso; e non per politica, come m'imputano alcuni: e non pensano che uno che non si cura nè del papa nè dei re, non ha cagion di mentire per Manzoni, che biasimato non può mandarmi in galera, nè lodato può farmi cardinale o ciambellaio». Così ne scrive a Giuseppe Bianchetti il 13 decembre: «Il Romanzo di Manzoni mi par bello come lavoro letterario; ma stupenda cosa e divina come aiuto alle menti del popolo. Io credo che farà un gran bene; e i nemici del bene se ne accorgeran tardi. Grande amor del bene, e gran potenza e arte di farlo si vede in quell'ingegno». Di nuovo al Testa il 25 dello stesso mese: «Ho letto più di venti romanzi di Walter; e quanti ancora me ne restano!... Non mi maraviglio che in tutta Europa piaccia molto il libro di Manzoni; e ne godo. In Italia vorrei che fosse letto a Dan usque ad Nephtali: vorrei che fosse riletto, predicato in tutte le chiese e in tutte le osterie, imparato a memoria. Se lo guardate come libro letterario, ci sarà forse un poco da dire; secondo la varietà de' gusti e delle abitudini. Ma come libro del popolo, come catechismo (elementare; bisognava cominciare dal poco) messo in dramma; mi pare stupendo, divino. Oh lasciatelo lodare: gl'impostori e gli oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) cheprofonda testa, che potente leva è, chi ha posto tanta cura in apparir semplice, e quasi minchione: ma minchione a chi? agl'impostori e agli oppressori, che sempre furono e saranno minchionissimi. Oh perchè non ha Italia venti libri simili!» E al Bianchetti l'8 luglio del '31: «Bellissimo e utilissimo il vostro Discorso sui romanzi storici, che io credo si potrebbero far belli, e al nostro popolo proficui; purchè si seguisse la via di Manzoni. Ma chi ha la sua anima? Di tutti gli altri che ho veduti, nessuno mi piacque; anzi mi dispiacquero assai: imitazioni, e ben cattive e torte dello Scott. Invece di scrivere contro tal genere (se pur è vero che scrive) bisognerebbe pregare Manzoni che facesse un secondo lavoro simile; e sarebbe, una vera salute per la povera Italia. Gli altri, che dopo lui hanno guastato e guastano il mestiere, bisognerebbe pregarli a tacersi, e aspettare che sorga un Manzoni secondo»[16].Giambattista Niccolini a Firenze e Felice Belletti a Milano non si fidavano del proprio giudizio e aspettavano quello «del sesso gentile». Il Niccoliniera «impaziente» da un pezzo di vedere iPromessi Sposidel Manzoni e ILombardi alla prima crociatadel Grossi, «avendo in gran concetto il loro ingegno»; come scrisse al conte Fracavalli il 20 decembre del '25. Nell'aprile del '26 chiedeva a Felice Bellotti: «Il romanzo del Manzoni quando uscirà?» Gli rispose il 29: «Del romanzo di Manzoni altra notizia non posso darvi, se non che tra un mese si comincerà la stampa del terzo ed ultimo tomo, essendo già finiti i due primi, che però l'autore non vuol dar fuori se non insieme con l'altro. Sicchè non penso che prima del luglio si potrà leggere». Il 2 agosto del '27 il Bellotti tornò a scrivergli: «Del Romanzo di Manzoni, del quale eravate curioso, or che l'avrete letto, che ve ne pare? Ha esso nel vostro senso adempiuta l'aspettazioneche se ne avea? Le donne di Toscana lo leggono con piacere? poichè di tal genere di scritture alle donne principalmente, ed al popolo non idiota e non letterato, si vuol lasciare il giudizio, essendo principalmente diretto al loro trattenimento e vantaggio. Se non che moltissimo io stimo il giudizio di quei dotti (ma son pochi), i quali sanno farsi a giudicare anche di romanzi, messe da parte certe prevenzioni e pretensioni importune: e chi più di voi sagace nel discernere quali siano queste e più giusto nello scartarle?» Ecco la risposta del Niccolini: «Il Manzoni è qui, ed ho imparato a conoscerlo di persona: voi sapete che i buoni si credono volentieri grandi: ma non temo che l'affettom'inganni, reputandolo il primo ingegno d'Italia[17]. Ho letto il suo romanzo tutto d'un fiato; ma non mi fido del mio giudizio, e aspetto anch'io quello del sesso gentile».Il Rosmini piglia pure a ragguagliare gli amici intorno la fortuna del libro: «IPromessi Sposisono avidamente letti, a malgrado della lunghezza, che da tutti sento notare»; così al Tommaseo, in un biglietto del 22 settembre '27. L'8 di novembre annunzia a un altro amico: «Il Manzoni trionfò in Toscana; il suo romanzo è tradotto in francese: si rende anche tedesco e parlasi d'una traduzione inglese. Sono di quei pochi uomini che fanno ancora varcare il mare e l'alpi il nome italiano». Il 22 di decembre torna a ripetere: «De'Promessi Sposigià se ne sono fatte tredici edizioni, credo, e traduzioniin tedesco, in inglese, in francese. Pochi libri italiani hanno mai avuto tanto favore in Italia». Al Manzoni poi scriveva il 26 marzo del '30: «qui iPromessi Sposisono applauditissimi dal fiore di Roma; e quelli che non la cedono a nessuno in commendarli e in proporli alla gioventù sono i Gesuiti». Monaldo Leopardi lo conferma in una lettera a Giacomo: «Appena letto quel Romanzo ne fui rapito e lo giudicai prezioso non tanto alle lettere, quanto alla religione e alla morale. Ebbi poi molta compiacenza nel sentire che in Roma i confessori Gesuiti lo danno a leggere alle loro penitenti»[18].Nel settembre del 1827 Raffaele Lambruschini, discorrendo nell'Antologiadi Firenze d'una ristampa delQuaresimaledel Segneri e dellePrediche alla Corte del Turchi, ricordò, per incidenza, i Promessi Sposi, «che ora sono nelle mani di tutti; notabileproduzione d'un uomo in cui non si saprebbe cosa ammirare di più, se i talenti o le doti del cuore, e di cui la nostra età e la nostra Italia hanno ragione d'inorgoglirsi». E nel ricordarli, ne riportò anche un brano: il colloquio tra il Cardinal Federigo e l'Innominato. «Si tratta» (così il Lambruschini), «da una parte, di un potente, rinomato per ardite ribalderie e per empietà, temuto ed odiato da tutti; dall'altra, di un sant'uomo, che trovandosi nella più ardita impresa a cui si possa accingere un sacro oratore, non adopra altre ragioni e altra eloquenza che quella dei semplici e degli umili»[19]. Lapo de' Ricci in una lettera inedita a Gio. Pietro Vieusseux, del 25 settembre 1827, piglia a dire: «L'articolo del Larabruschini è un capo d'opera nel suo genere; i preti non gliene sapranno buon grado, perchè vorrebbero dominare ed esser asini. L'ho letto a pezzi e brani a questo mio paroco, giacchè per l'intiero non era possibile farglici prestare attenzione, ma ne ho letto tanto per scuoterlo, e per commoverlo, finchè sentendo il sublime colloquio del Cardinal Federigo coll'Innominato ha dovuto piangere, ed ecco una vittoria per la morale». Lapo volle manifestare anche a Gino Capponi l'impressione profonda che aveva ricevuto dalla letturade'Promessi Sposi, e gli scrisse il 4 gennaio del '28: «Non mi riesce di levarmi dal tavolino quel diavolo di Manzoni. Io credo di averlo letto per intiero sei volte, e dieci volte l'Innominato col Cardinal Federigo, e sempre ho pianto; come faceva, e forse più di quel che faceva, quello scellerato convertito. Scrissi a Vieusseux che leggendo quel tratto al mio curato, per quanto più giocatore che leggitore, più bevitore che uditore, lo feci piangere; ho anche sentito soffiarsi il naso, ho veduto far contorcimenti ad alcuno dei miei contadini (e non sono dei più delicati campagnoli), mentre glielo leggeva. Qualcheduno, che aveva sentito leggere iPromessi Sposi, una sera ha lasciato la partita dei quadrigliati per venire alla panca di cucina, che è la sala di riunione, per sentirmi leggere. Hanno tutti riso a Don Abbondio, ed hanno trovato il confronto subito: fra Galdino ètale quale fra Bonaventura di Radda, diceva un altro:certi miracoli senza sugo; ma sentito il pane del perdono di fra Cristoforo, silenzio, e pianto nascosto: perchè un contadino, che piange raramente, e soltanto perchè gli è morto il bue o l'asino, trova impossibile che si deva piangere sentendo leggere... Ma quel Conte zio! ne conosci tu con quel parlare misterioso? io sì. E quella sommossa di Milano! E Renzo che gli pareva aver fatto amicizia col Gran Cancelliere! E il Notaro, che dice che è per pura formalità che lo fa condurre in prigione! E la Monaca per forza!e che so io? Vi può esser egli più verità? più effetto? Io m'inquieterei come il Prior Albizzi con quei letterati che vogliono giudicarne letterariamente, o che vorrebbero far cambiare il romanzo perchè dicesse a loro modo. Quel libro mi pare che non possa appartenere alla parte letteraria: è un gran libro di morale; e tale, io crederei, da fare una rivoluzione come ilDon Quichotte, se un libro potesse far cambiare gl'istinti del cuore umano».Mentre Lapo de' Ricci, che era semplicemente un colto gentiluomo, non rifinisce di leggere il dialogo tra il Cardinal Federigo e l'Innominato, e quel dialogo gli strappa le lagrime; un letterato, e famoso, Francesco Domenico Guerrazzi, scrive, che del Cardinal Federigo «il Manzoni potè fare un santo, ma non avrebbe mai potuto farne un galantuomo»[20]. Non c'è che dire; tutti i gusti son gusti! Col P. Cristoforo invece fu benevolo; e in un bizzarro giro che la sua fantasia fece fare al Romanzo storico, menato che l'ha in Italia «per ricrearsi», lo conduce «pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, prese tabacco nella scatola di fra Cristoforo[21]: undegno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici susurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo, Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui»[22].Terenzio Mamiami, che era a Firenze nel 1827 quando vi andò il Manzoni, racconta: «io l'ho vedutoimpacciato fuor modo degli encomii infiniti che gli suonavano intorno. Rispondeva con parole poche ed avviluppate e arrossiva tuttavia a somiglianza di fanciulla. Spesso il Leopardi assisteva a codeste apoteosi. Ed io, vedutolo una sera rincantucciato e solo, mentre il fiore de' letterari e degli studiosi affollavasi intorno al Manzoni, lo incitai a manifestare quello che gliene paresse. Me ne pare assai bene, rispose, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maravigliosi nel culto dell'arte». Aggiunge: «Pochi anni dopo io l'udivo in Firenze esprimere intorno al Manzoni questa riservata sentenza. Che l'avere eletto pel suo romanzo una dell'epoche più sventurate e servili delle storie italiane dee nascondere molte ragioni ed assai poderose[23]; ma certo non appariscono, e sembra invece uscire dal suo raccontola deplorevole conseguenza che del presente non bisogna zittire, dacchè gl'Italiani altre volte si trovarono molto peggio e l'Austriaco vale un oro a petto del Castigliano»[24].In due lettere, tutte e due dell'8 settembre '27, il Leopardi aprì l'animo suo al padre e allo Stella. A quest'ultimo scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama». E al padre: «Tra' forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l'Italia parla». Di nuovo al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano del Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo». E al conte Antonio Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È uomo veramente amabile e rispettabile».Il barone Giuseppe Sardagna, il 25 febbraio del '28, dava questi ragguagli all'Acerbi, allora console austriaco in Egitto: «Manzoni scrisse un romanzo storico,I Promessi Sposi, di cui certamente avrete letto qualche cosa anche in Alessandria, giacchè suppongo che i giornali francesi almeno vi arrivino. Questo libro ebbe un successo universale in Italia. L'autore vendette unicamente mille copie della sua edizione originale, e se ne fecero già più di sei ristampe. In tutt'altro paese questa produzione bastava per far la sua fortuna: in Italia il suo profitto fu di lire seimila a stento»[25]. Col Sardagna si accorda il consigliere Federigo De Müller, che nel descrivere nelle proprieMemorie[26]una visita fatta al Manzoni nell'agosto del '29, piglia a dire: «Gaetano Cattaneo mi raccontò che iPromessi Sposinon hanno reso al Manzoni più di 5000 franchi, mentre i librai ne hanno guadagnato centomila; che il Manzoni non volle mai decidersi a fare una seconda edizioneper il suo editore, essendo d'opinione che vi sarebbe stato molto da migliorare, e in tal modo dovette essere spettatore che in tutte le più grandi città d'Italia si pubblicassero nuove edizioni e ristampe, tutte travisate». Infatti nel 1827—l'anno stesso della prima comparsa de'Promessi Sposi—furono subito ristampati a Livorno da G.P. Pozzolini, col ritratto dell'autore; a Firenze da Gaetano Ducci; a Lugano dal Veladini; a Napoli co' torchi del Tramater. In Torino ne fece due edizioni Giuseppe Pomba; a Parigi li riprodusse due volte in italiano il Baudry; a Berlino vennero tradotti in tedesco dal Lessman. Nel '28 il Del Majno li ristampò a Piacenza, il Batelli a Firenze; il Pomba ne fece una terza edizione a Torino; il Baudry mise in vendita due altre sue edizioni a Parigi; dove furono pur pubblicate le due traduzioni in francese del Rey Dusseuil[27]e del Gosselin; aLipsia uscì alla luce la traduzione in tedesco del Büllow, a Pisa quella in inglese di Carlo Seven. In diciotto mesi si hanno dunque tredici ristampe, delle quali nove fatte in Italia, quattro a Parigi; e cinque traduzioni, due in francese, due in tedesco e una in inglese.L'Elena, lo Zucchi e Gallo Gallina incominciarono a illustrare il Romanzo con tavole litografiche[28]. Nella festa da ballo in costume, data a Milano nel carnevale del '28 dal conte Bathiany, la quadriglia che destò maggiore entusiasmo fu quella diDon Rodrigoe dei bravi, anch'essa, insieme con gli altri costumi,riprodotta in litografia[29]. LaMinerva Ticineseannunziava: «Quanto prima, con musica del maestro Caraffa, deve comparire sulle scene del Teatro italiano di Parigi un'opera tratta dal sì applaudito romanzoI Promessi Sposi»[30].II.Non senza il suo perchè il barone Sardagna si lusingava che l'Acerbi avesse avuto notizia deiPromessi Sposidai «giornali francesi», quasi tutti concordi nel lodare il nuovo romanzo, a cominciar dalMèmorial catholique, dove ne parlò il conte O'Mahony[31], a venire allaGazette de France. Quest'ultima tornò a discorrerne anche nel '32, quando uscì alla luce la bella traduzione in francese del Montgrand. «Ben mille romanzi ci furon regalati da due anni in qua» (son parole dellaGazette) «ed è anche troppo se di tutta questa farraggine resterà un solo volume. Qual povera abbondanza mai! E sarà vero che fra tanti scrittori, pieni d'estro, di fantasia, di perizia nell'arte dello scrivere, non se ne trovi neppur uno che pigli scrupolosamente a investigare la feconda miniera de' nostri fatti domestici? E noi rimarremocosì, noi la nazione più letterata del mondo, senza avere il nostro Walter Scott e il nostro Manzoni?» È un giudizio, come notava giustamente l'Ecodi Milano, (che lo riportò traducendolo), «da fare insuperbire l'Italia, la quale ha dato i natali al Manzoni, e da convincerla che anche in paese straniero e rivale si rende giustizia ai geni della sua nazione ed ai loro capolavori»[32]. Proseguiva il giornale francese: «Vedete qua il Manzoni; si è impossessato degli annali del suo paese, e le rozze pietre son divenute diamanti sotto le sue mani... Non altro che col mettere in azione i più reconditi segreti del cuore umano seppe trarre da un fondo semplicissimo le scene sue più drammatiche e più care... IPromessi Sposiebbero fortuna infinita in Europa; e pure, questo romanzo è tutto quanto appoggiato a un pensiero affatto religioso, anzi, si potrebbe dire, affatto cattolico».Fino dal 1827 laRevue encyclopèdique, annunziando la comparsa de'Promessi Sposi, aveva scritto: «Une multitude d'aventures et de caractères remplissent le cadre de cet ingénieux roman. Des incidens habilement disposés, une peinture fidèle et animée des moeurs de cette époque, un style toujours approprié aux situations, une grande variété de tons, telles sont les qualités qui ont mérité à ce bel ouvrage le succès éclatant qu'il vient d'obtenir en Italie, et qu'il va sans doute obtenir en France». LaRevuepromise di riparlare di questa «production littéraire aussi distinguée, et de payer un nouveau tribut d'estime à l'auteur, déjà célèbre en Italie comme écrivain dramatique et comme poète»[33]. Disgraziatamente ne tornò a parlare per bocca d'uno de' nostri esuli, Francesco Salfi, che raggiunse addirittura il grottesco; pigliando perfino come buona moneta il brano del «dilavato e graffiato autografo» che il Manzoni riporta sul bel principio; brano che è una contrafazione perfetta non solo dello stile e della lingua, ma della stessa ortografia del Secento. Infatti, dopo aver detto, che «le sujet du roman est tiré d'une histoire, peu connue, du chanoine Joseph Ripamonti, et rédigée dans le style prétentieux et ridicule duSecento», soggiunge, che il Manzoni «débute par un fragment du manuscrit de Ripamonti et fait ainsi mieux sentir la nécessité d'en réformer le style, à fin d'en rendre la lecture supportable à ses contemporains». Il Ripamonti che diventa l'autore dell'immaginario «scartafaccio»! È grossa, ma non è la più grossa che il critico sballi. NeiPromessi Spositrova mancanza di coerenza organica e d'intreccio, bassezza ne' personaggi. «Ce qui rend cette histoire plus repoussante encore» (seguita a scrivere) «c'est l'intervention des fossoyeurs, que l'auteur fait agir et parler trop longuement. Shakespeare s'était permis de nous présenter pour quelques instants ces dignes personnages s'entretenant entre eux. D'après son exemple, M. Manzoni est allé bien avant: il nous apprend leurs occupations, leurs friponneries, leurs bassesses. Ces détails, quelles que soient les beautés qui s'y mêlent, sont trop hideux»[34]E così, per la prima volta, nel 1828, la «modestia manzoniana» dovette ricevere da un critico ostile[35]la suprema delle lodi per un poeta: quella di sentirsi nominare accanto a Shakespeare.Il Mamiani in un colloquio che ebbe a Parigi col Sismondi, ragionando dellaMorale cattolica, l'udì concludere con queste parole: «il vostro Manzoni argomenta bene, ma i vostri preti lavorano male; e poniamo pure che il regolo non sia distorto, la Curia lo storce ella al bisogno e avvezza gli occhi del volgo a falsar le misure. Oltrechè, non è buona quella forma di culto che accarezza le pericolose tendenze d'una stirpe di uomini piuttosto che di combatterle... Ad ogni modo, proseguiva il Sismondi, se nellaMorale cattolicasi ammira un convincimento profondo, una rara potenza dialettica e certo sentimento finissimo e delicatissimo dell'indole umana e del bene etico, non manca qua e là qualche sforzo di apologista e qualche amplificazione acconcia al proposito[36]. Invece ne'PromessiSposiil Manzoni è scrittore stupendo e non superabile. Con che arte ti pone innanzi le istituzioni cattoliche, i frati, le monache, i voti non revocabili, la confessione e che so io? scegliendo i punti più favorevoli di prospettiva e combinando in maniera gli avvenimenti che ogni colpa sia solo degli uomini, e nessuna delle dottrine! Il fatto sta che un altro romanzo non c'è in Europa, il qual goda forse di uguale celebrità. Nè il Manzoni è inventore del genere. Nemmanco è inventore di quei«metodi compendiosi e vivi, o di entrar nel raccontoex abruptoper via di dialoghi brevi e animati, o di abbellirlo e farlo evidente mediante le spesse descrizioni: e queste condurre con maestria veramente pittorica e qual direbbesi del genere fiammingo, non intralasciando particolare nessuno ancorchè minutissimo, qualora aiuti l'intendere bene un carattere, un'azione, una costumanza. Ma ciò ch'è novissimo e farà immortale il vostro Poeta per ogni tempo fu il tessere una epopea così casta e nobile, governata da sì eletta moralità, spirante un aroma sì puro di religione, che ogni madre consegna senza paura nessuna alla sua fanciulla quel libro, e ogni direttor di collegio e di scuola fa il simile agli alunni suoi. Che dirò dell'aver posto con nuovo esempio sul dinanzi della scena due umili popolani, e nell'ultimo sfondo gli uomini e le cose accattate dalla storia? Qual concetto è più cristiano dello sparger di luce la probità rassegnata della plebe lavoratrice e raffrontarla con le colpe, le violenze, gl'inganni che gli ordini superiori civili esercitavano impunemente sugl'inferiori, i quali invece erano e sono il pupillo naturale e perpetuo consegnato all'umanità e sapienza educativa dei primi; e vedersi oggi quel che significa l'aver trasandato le obbigazioni e le cure della indeclinabile tutela»[37].Intorno aiPromessi Sposiil Sismondi espresse il proprio pensiero anche in una lettera che, da Ginevra, scrisse a Camillo Ugoni l'11 settembre del '29. Gli dice: «Je suis enchanté d'apprendre que vous préparez une nouvelle édition de ses oeuvres[38]: c'est un homme d'un beau talent et d'un noble caractère. J'apprends avec bien de chagrin qu'au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un prèsent à l'Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ouvrages. Il y avait du génie dans sesPromessi Sposi, il y avait en même tems l'exemple du genre de lecture, qui peut, en dépit de la censure, faire l'impression la plus générale et la plus utile sur le public italien». A Fulvia, figlia di Pietro Verri, che fu moglie del colonnello Jacopetti, uno de' prodi di Napoleone, scriveva il 22 luglio del '30: «Si vous voyez quelque fois Manzoni, parlez lui de moi, dites lui mon admiration pour son talent, mon regret si vif, mon regret partagépar toute l'Europe, de ce qu'il ne continue pas à marcher dans la carrière où il est si glorieusement entré. Dites lui que jamais il n'avait servi, que jamais il ne pouvait servir si puissamment la cause à la quelle il me reproche de ne point m'accorder avec lui, que par le portrait du P. Cristoforo. Il y a dans sesPromessi Sposibien plus qu'un bel ouvrage littéraire, bien plus même qu'un genre nouveau donné à l'Italie, il y a une bonne action. Pourquoi ne pas la répéter quisqu'il le peut? Par des livres sérieux on ne répand les pensées sérieuses que parmi ceux qui les ont déjà: mais lui il les a introduites dans un monde nouveau, qui n'avait jamais réfléchi, qui n'avait jamais mêlé les meilleures émotions du coeur à ses amusements».Tra i giornali italiani, de' primi a parlare de'Promessi SposifuIl Nuovo Ricoglitore, di Milano. «S'è finalmente veduto questo romanzo del Manzoni, che aspettavasi da sì gran tempo;ma le temps ne fait rien à l'affaire, direbbe anche qui opportunamente l'Alcestedi Molière: non si badi dunque all'aspettazione, ma vediamone l'argomento, discorriamone la tessitura». Dopo averne esposto «l'argomento» e «la tessitura», prosegue: «Non sarà già qui tutta la storia compresa ne' tre volumi? sento domandarsi da molti. Signori miei, l'è proprio qui tutta intera, salvo certi tratti accessorii, che son parte, ma non essenziale, del romanzo, e son molti, a dir vero: ma non vogliate inferirne peròche il romanzo abbia ad essere una seccaggine, un sonnifero, una morte: leggete prima e sentenziate poi, che ne avrete allora acquistato il diritto: ma voi dite che non volete comperare questo diritto a un cotal prezzo; ebbene, udite adunque, non mica una sentenza, ma quattro chiacchiere d'uno che ha già letto. Che le arti abbiano un codice di leggi giustissime, chiarissime, opportunissime, dalle quali uno non può discostarsi senza rendersiipso factoreo di oltracotata prevaricazione, è questo un teorema così evidente ch'io non so quello che mi direi o farei per sostenerlo; mi pare che per difenderlo terrei di battermi ad occhi chiusi; che poi sempre l'effetto d'un lavoro d'arte risponda alla bontà delle leggi e alla diligenza con cui furono seguitate, gli è questo un fatto rinnovatosi tante volte, che non vuoi essere recato in dubbio: or dalle generali venendo, come l'ordine prescrive, a' particolari, dico che l'arte dello scrivere romanzi ha sue leggi, le quali vi comandano di scegliere a dovere argomento e personaggi, che hanno ad essere o cose famose per le storie, ovvero imprese (se le create) d'un conio di grandezza e di perfezione ideale, che le renda interessanti e cospicue: v'ingiungono le leggi del romanzo d'annodare i fili della favola, e come gli abbiate intricati quanto bisogna a destare interesse e un soave stringicuore in chi legge, avete poi a progredire senza posa verso il disviluppo, e quanto più difilato correrete a quello,tanto maggiore riuscirà il diletto che il vostro romanzo procaccerà; son poi vietati dalle prefate leggi i lunghi episodi, i parlari dell'autore, quand'anche sien posti in bocca de' personaggi, i brani di morale, e siffatte cose, sotto pena che il romanzo cada di mano al lettore addormentato: questo prescrivono le leggi del romanzo, piene d'equità, ma contro a quelle stanno molti fatti dove elle non ebbero alcun potere, e, per tacere d'altri esempi, parlerò adesso deiPromessi Sposi. Il romanzo del Manzoni va contro tutti gli ordinamenti prefati; lascio stare l'oscurità de' personaggi che fanno da protagonisti, e dico degli episodi, che son tanti e sì lunghi, che in essi la storia de'Promessi Sposisi perde, e per poco non diventa una cosa accessoria: che è mai infatti la storia, che sopra ho descritta, rispetto alle tante altre cose che ingrossano questo libro; in cui troviamo trattati di economia pubblica, disquisizioni storiche, tirate di morale, omelie di vescovi, prediche di cappuccini, ecc.? Per le quali cose, che altro dovrebbe accadere, stando alle leggi dell'arte, se non istanchezza infinita nel lettore, sbadigli, sonno; eppure la faccenda cammina diversamente, e ognun può vedere che il romanzo del Manzoni corre rapidamente per tutte le mani ed è letto con avidità. Qual cosa concludano poi tanti leggitori come son giunti in fine, io non lo so, ma per il fatto mio affermo che questa lettura m'ha trattenuto piacevolmente assai, e chem'è doluto quando col libro vidi toccare il termine il mio diletto. Fenomeni! casi strani! Ma vediamo un po' se ne venisse fatto di porre innanzi alcuna ragione ad intendere il caso strano. Non togliamo più a ragionare delle leggi onde si governa il romanzo, nè vogliasi inquisire se il Manzoni le abbia osservate, e se questo sia quindi vero romanzo, o che altro sia; da chi volesse contendere su questo punto io mi spiccerei con dire: amico, se nol vuoi romanzo, sarà storia, sarà trattato, sarà un saggio, qualcosa sarà: e per isfuggire anzi affatto ogni questione di titolo, lo chiamo libro. Ora, in questo libro, l'autore deviando ad ogni tratto dalla storia de'Promessi Sposi, scorre, come sopra io diceva, a ragionare d'altre cose, che hanno bensì una relazione stretta col soggetto principale, ma non era forse mestiere che vi si spendessero tante parole. Pur non ostante, tutte coteste cose, che sembrano scucite, le stanno bene insieme, e non mandano suoni discordi, e non isviano punto l'animo del leggitore. Da qual movente può egli derivar questo? Sarebbe egli mai che la condotta e il legame dell'affetto suppliscono a quella condotta e a quel legame che mancano apparentemente nell'opera? Veggo di vero che essa è tutta intuonata a un modo. L'ingegno sommo e il cuor candido di chi dettò son le corde che risuonano da per tutto, son quelle che mantengono una soave consonanza, che formano una reale unità, una verace condotta;quella condotta appunto e quell'unità che ammiriamo nelle odi di Pindaro, le quali pur toccano tante corde e così disparate da parer cose strambe chi non sentisse che le stanno tutte come a dire entro lo stesso accordo: e appunto d'un sì fatto genere sono le opere del Manzoni; ma non ci discostiamo daiPromessi Sposi. In questo libro l'A. ci dispiega un bel tratto di storia patria con accurata fedeltà, con nitido ordine, con sottile e sana critica. In questo libro abbiamo una viva pittura de' costumi del secolo XVII. In questo libro troviamo rappresentati colle vere loro tinte caratteri d'ogni maniera, d'ogni cognizione, d'ogni stato. Abbiamo dipinte orrende scelleratezze, che son toccate con pennello sì gagliardo da scuotere il cinico più gelato; poi t'imbatti in certe scene gioconde, dove la forza comica è accompagnata ad una morale che ti consola; poi siam trasportati in situazioni pietose, commoventissime. Il pensiero dell'A. scorre leggerissimo sui vari soggetti, nè il seguirlo riesce cosa grave alla nostra mente, poichè o penetri acutissimo, e sul fare di Sterne, fin ne' più profondi recessi del cuore umano, o si levi sublime con alti e luminosi concetti, o rapido voli a raggiungere idee lontanissime e disparate onde farne ingegnoso ed inaspettato confronto, tu travedi sempre la mente dell'A. tutta intesa con costante perseveranza a dei casi veri, interamente, liberamente, e non con altro animo,tranne quello che ne abbia l'umanità giovamento e diletto. Io potrei avvalorare le cose sopraddette, trascrivendo qui dal libro alcuni luoghi, belli in sommo grado e immaginosi. I vari quadri della pestilenza; certi gruppi del sollevamento popolare; i passi drammatici dove fa sì bello spicco quella grande anima di fra Cristoforo; il sogno di Don Rodrigo, che pare uscito dal cervello di Shakespeare, tanto è cosa caldamente immaginata; potrei trascrivere la descrizione dei dintorni di Lecco, che la è felice e magnifica quanto un quadro del Lorenese, e molti altri passi potrei allegare (se la legge della brevità me lo concedesse) per li quali si verrebbe a mostrare quanta energia, quale elevatezza, qual fonte d'affetto e di voluttà squisita si contenga nel libro dei Promessi Sposi, comunque alcuni abbiano affermato, nè io vo' negarlo, ch'e' sappia d'ascetico... Sì, signori, d'ascetico: e ne tornerà per questo meno piacevole la lettura? Ma siamo anime forti, e queste debolezze, che ponno intertenere i pusilli, non entrano punto nei nostri spassi, se non quando le divengono soggetto d'allegro ed ingegnoso motteggio nelle amene brigate. V'intendo, o signori, e capisco che vorrete per conseguente essere anche persone dicarattere, n'è vero? In questo caso v'è sicuramente interdetto il gusto di questa lettura. Poichè fra le vostre mani un libro mezzo ascetico potrebbe farvi scadere da quella reputazione di gagliardia... pensava per lasoddisfazion vostra a un ripiego... Uditemi; e se vi procacciaste questo libro di cheto e ve lo leggeste segretamente?»[39].NellaGazzetta di Milanocosì ne scrisse Francesco Pezzi: «L'autore è chiaro per molti conti. Nepote dal lato materno del gran Beccaria, egli non si ristette al lustro che gli deriva da questa affinità. Giovane ancora, il Manzoni alzò grido di facile ingegno. Più tardo, salì i gioghi di Pindo con fausto successo. Il carme in morte dell'Imbonati sta presso aiSepolcridel Pindemonte, del Foscolo, del Torti. Gli inni in onor di Maria spirano la soavità della grazia terrestre. In altri lirici componimenti la sua musa si spinse a nobile altezza. Trattosi quindi nel sentiero in cui quel d'Asti raccolse il retaggio della Greca Melpomene, il Manzoni volle trattare argomenti semplici sulle norme della scuola romantica. Delle due tragedie ch'ei scrisse non rimangono nella memoria che alcuni concetti ed isolate bellezze di stile. In fine egli attese alla prosa. Il Manzoni può dirsi il primo che abbia ora compiuto un vacuo fra noi in un ramo di letteratura, nel quale gli stranieri peccano d'abbondanza. Sia storia o romanzo, il suo libro mancava all'Italia. Da lungo tempo non facciam che discutere sul modo di concepiree di scrivere. Il Manzoni frattanto non discuteva, ma concepiva e scriveva. Il nuovo parto della sua mente incatena l'attenzione del leggitore: crediamo con queste parole averlo definito abbastanza. La ragione della voga di quest'opera salta agli occhi immediatamente. Varietà ed importanza di avvenimenti; pittura energica d'usi e di costumanze, di cui non si è perduta la traccia; caratteri vivamente tratteggiati; passioni poste in contrasto, le vie dell'animo ricercate, e tutto ciò senza sforzo, senza l'orpello dell'esagerazioni, senza sussidio di mezzi incomprensibili; ecco l'origine prima da cui deriva quell'allettamento che infondesi alla lettura deiPromessi Sposi. Se a questo s'aggiunga un bel calcolato riparto di tanti episodi, che presi isolatamente parrebbe a prima giunta non potersi unire al soggetto fondamentale, ma che vi si combinano come tanti raggi nel centro d'un disco, e si avrà ragione dell'aura ond'è onorato il lavoro del Manzoni. L'autore non attinse la principal vicenda narratavi a fonte luminosa, in quanto che i veri protagonisti dell'azione non sono illustri per alcun conto. Ma s'egli non comincia a intertenerci che della promessa fede di due amanti poveri e oscuri, mano a mano che va tessendo la loro istoria, da semplice che era, s'avviluppa con grande artificio, collegandosi ad avvenimenti ed a persone di grande importanza; locchè addoppia la sollecitudine del leggitore nel momento in cui crederebbesi che dovessescemare». Il Pezzi piglia poi a riassumere «le cose esposte, sviluppate e condotte con finissimo accorgimento nel primo e nel secondo volume dell'opera del Manzoni»; promette di parlare «quanto prima del terzo e ultimo»; e di ragionare anche, «colla guida d'onesta critica», della lingua e dello stile usati dall'autore, «non senza provare com'egli, tutto pieno del suo soggetto, siasi mostrato ad un tempo filosofo, moralista, uom di mondo e pittore»[40].Curioso è il giudizio che ne dette ilCorriere delle Dame: «Appena uscita l'opera, ognuno si fece a dire:è uscito un Romanzo storico di Manzoni. La celebrità del nome trasse tosto numerosissimi ammiratori all'acquisto, ed alcuni, sempre fermi nel volerlo battezzareRomanzo, lo trovarono, sotto questo aspetto, sterile e poco interessante. Trattasi, dicono quelli, di due paesani (Renzo e Lucia) che s'hanno a sposare e che un feudatario prepotente glielo impedisce con ogni sorta di mezzi; dopo gran traversie si sposano, e lì finisce la dolorosa istoria, poichè tutti gli altri fatti e narrazioni s'hanno a considerare come altrettanti episodi, e formano invece il nerbo del libro.—Io rispondo a questa prima questione che il rinomato autore di tante belle poesie e di ben altri lodati componimenti noncomincia dal dire sua propria quest'opera, e quand'anche la si fosse, egli l'ha intitolata:Storia milanese del secolo XVII; perchè dunque la si vuole unRomanzo?Certo che se si fosse inteso di offrirci un romanzo storico sulle tracce di Walter Scott doveasi innalzare fra più nobili subbietti la scelta de' protagonisti, onde l'interesse generalmente eccitato venisse per le avventure di personaggi degni veramente d'istoria. Ma non vediamo noi forse che appunto l'illustre Scozzese, costretto a non smuovere se non storicamente dalle capitali o dai determinati luoghi i suoi personaggi illustri, inganna poi e tradisce il lettore, facendo in un luogo accadere cose avvenute le mille miglia lontane, e ravvicinando epoche distantissime fra loro, e confondendo le costumanze e gli usi tutti propri di diverse età, soltanto per dare in unsolo Romanzo storicol'idea completa di varie avventure, di varie costumanze, e per stringere in un'epoca sola i vari periodi di una vita illustre? Meno male sarà dunque che ideali sieno i personaggi e tali da potere esser mandati qua e là ove più brama l'autore, purchè storiche sieno le relazioni de' fatti che contiene il libro.—Meglio sarebbe, lo dicon tutti e lo dico anch'io, che la scelta cadesse sopra un'avventura d'illustri persone, e gli storici episodi corrispondessero a que' tempi, per istruirne il lettore; ma qui sta la difficoltà, e non già la difficoltà di invenzione, ma la difficoltà di rinvenire fatti interessanti,contemporanei ad avventure particolari e specialmente amorose di persone degne di storia.—Risponderà taluno, che è assai comodo formare un romanzo di tal sorta, poichè non è alla fin fine che una cronaca di quel determinato tempo, collegata ad una novella amorosa qualunque ella siasi.—Sia pur facile e comodo l'inventare una novelletta amorosa per condire quell'arida parte storica che vuol narrarsi, non sarà comodo, nè a tutti facile sicuramente far buona scelta dell'epoca che vuoi presentarsi, far che succosamente sieno le cose narrate, e la sana filosofia, la buona morale, la vera politica venga alla mente del lettore mediante la narrazione medesima; non sarà comodo il frugare centinaia di volumi e manoscritti per determinare alcune verità dapprima mal note; non sarà facile di belle e commoventi pitture descrittive adornare l'opera che si offre; nè sarà tanto comodo e facile mantenere le varie persone nel loro vero carattere, e fare che le ammonizioni di un cardinale Federigo Borromeo sembrino da quel medesimo chiarissimo porporato dettate e pronunziate; che le espressioni di un prepotente signore sieno le vere e le sempre udite; che la compassione fraterna di un P. Cristoforo dipinga una rara pietà, ma probabile altronde in persone benemerite a Dio; che i tristi effetti di una forzata monacale reclusione sieno que' tanti mali che vediamo nell'opera del Manzoni vivamente scolpiti; non saràfacile, nè comodo, in fine, far sì che in ogni parte dell'opera rilucente ed esaltata veggasi la virtù, sotto rozzi panni, e in tutt'altri depresso e annichilito il vizio.—Voi dunque, proseguon gli altri, ce lo date per un capo d'opera, per unnon plus ultra: ed io, che pur vorrei mi si prestasse la debil penna a que' maggiori elogi che amo tributare ad A. Manzoni, dirò che questo libro è bello, interessante e migliore di tanti altri che menarono in questi ultimi tempi gran rumore: ma non perciò lo veggo privo di qualche pecca, nè tale da dirsi insuperabile. È prima, fra le cose ch'io prenderei a censurare, una prolissità che sfinisce e stucca in più d'un luogo; e basti, per accennarne uno, il dire che la sommossa, accaduta in Milano per la carezza del pane, e il saccheggio che voleasi dare ad una bottega di fornaio, fa muovere il Gran Cancelliere Ferrer per sedare il tumulto, e 14 pagine, belle, lunghe e larghe, come sono, tutte vengono impiegate a descriverci l'andata non più di cento passi della carrozza di Ferrer, circondata dal popolo.—Viene, in secondo luogo, l'inutilità di alcune nozioni che non fanno bella, nè più interessante l'opera, e fra queste quello sciocco e lungo contrasto fra Bortolo e Renzo, il quale di tutto avea bisogno fuorchè di perdersi a cicalare sul nome dibagianocon cui sogliono i Bergamaschi distinguere i Milanesi.—Renzo poi lo trovo talvolta ingenuo fuor di misura, tal altra perspicace oltre la naturale suacondizione, ed atto a riportarmi perfino un'intiera predica del P. Felice; in qualche incontro mancante troppo di un necessario ardimento e facile a confondersi pel più piccolo imbarazzo, ed altrove di una fortezza d'animo che lo innalza all'eroismo, e pronto a pronunciar sentenze ed a filosofare più che non gli convenga; furibondo amante della sua Lucia, talora passa molt'ore e giorni senza pur rammentarla; tratto alla città per quell'amore di cui tutto vive, n'è dimentico e spogliato per seguire que' tumulti che fanno d'ordinario allontanare anche i meno timidi ed i più avvezzi alle popolari sommosse. Illetterato, com'egli è, tiene corrispondenza col mezzo di un amico con Agnese, madre di Lucia, la quale, fra l'altre, accompagna una sua lettera di un soccorso a lui di cinquanta scudi... e come dunque sta in seguito che Renzo non avesse fatto confidenza a nessuno di quel denaro avuto?... È Renzo perciò l'unico personaggio intorno al quale potrebbero insorgere ben fondate censure, e d'uopo avrebbe d'una lima accurata la parte che lo risguarda.—Ma, insieme strette tutte queste cose, non appariscono che nei fra mezzo a tante bellezze; e le copie di quest'opera furono in meno di due mesi tutte spacciate, e se ne fa ristampa a Torino, a Livorno, e si stanno preparando comiche rappresentazioni, tratte dall'opera medesima, e finalmente si è aperta associazione a dodici tavole litografiche, che i punti più interessantidella storia rappresenteranno, essendo affidata a valenti artisti l'esecuzione dei disegni»[41].La Vespa, un altro de' giornali milanesi d'allora, invece si avventò contro il nuovo romanzo con rabbia feroce; e chi scese in campo a farne strazio fu il suo «compilatore» Felice Romani. «Sepolta per tre anni nel magazzino del Ferrario, esce finalmente alla luce questa vecchia ringiovanita, di cui si dicevano le meraviglie dai pochi che l'aveano veduta e dai molti che l'avean da vedere. Esce finalmente alla luce: e corrono staffette per l'Italia, e galoppano corrieri oltre monti ad annunziare la comparsa della Bella del secolo XVII, abbigliata alla foggia del secolo XIX. Gli amici dell'A. la van portando in trionfo per le vie, per le case, pei caffè: bella! dice un giornalista: bella! ripete un libraio: bella di qua, bella di là, bellissima, arcibellissima, meravigliosa! Ch'io pure possa darti un'occhiata, o veneranda virago, che meni tanto trionfo, e fai girare il cervello di tutti i Narcisi della nostra letteratura!—Ahimè, o lettori, io l'ho veduta... Io non conosco il Manzoni nè per benefici, nè per ingiurie ch'io n'abbia ricevute, nè ho mai potuto e voluto frugare nella sua coscienza per giudicare della sua pietà. Le verità sociali e cristiane sonmeritorie d'innanzi a Dio e d'innanzi ai Governi: e il mio cuore e la mia voce venera e loda chi le possiede veracemente: ma esse non accrescon dramma di merito sulla bilancia ove si pesano i letterati. Questi van giudicati dagli scritti; ed io plaudo al Manzoni come lirico di vaglia, quando leggo i suoi versi in morte di Carlo Imbonati, qualche squarcio degli Inni sacri e la battaglia di Maclodio; ma cattivo tragico lo chiamo quando esamino il Conte di Carmagnola e l'Adelchi, nè lo reputo miglior romanziere quando svolgo...—Alto là, non è ancor deciso seI Promessi Sposisiano un romanzo, o una storia.—Tanto peggio per l'autore! se siete ancora indecisi sul genere del componimento. Voi date campo ai maledici di poter dire ch'ei non è nè romanzo, nè storia. Ma questo non voglio dir io; e poichè iPromessi Sposiè pur forza che sian qualche cosa, li riguarderò come un romanzo fondato sulla storia. E i più concorrono in siffatta opinione. Non udite voi tutto il giorno gridare a gola aperta: finalmente abbiamo un Walter Scott anche noi! finalmente il Manzoni hariempiuto un gran vuotoche nella nostra letteratura esisteva. Benigni lettori! lasciatemi dire quattro parole a costoro».Risparmio queste «quattro parole» ai lettori e seguito a spigolare. «Al Manzoni è piaciuto comporre un romanzo storico, e come tale fu accolto dal pubblico, e il rapido smercio che inpoco tempo egli ottenne, prova abbastanza ch'ei fu giudicato eccellente. Più vera sentenza, o lettori, non fu mai proferita, nè più umiliante per certe gloriole letterarie, di quella che ai Romani scrittori gridava il Venosino poeta, cioè che i libri hanno anch'essi il loro destino. E sapete voi da che cosa dipende siffatto destino? Se Orazio non l'ha detto, io ve lo dico: dipende da mille passioncelle che in ogni tempo governarono la repubblica letteraria, dalle mire dei lodatori, dall'influenza dei lodati, e più di tutto dalle stravaganze del secolo. Nè a questo io faccio torto, affibbiandogli qualche stravaganza, poichè i passati aveano anch'essi le loro. Se qualcuno fra i Secentisti avesse osato menare la sferza contro il mal gusto de' suoi tempi e dire a quel Re di Francia che premiava di tant'oro il più detestabile sonetto del nostro Parnaso: Sire, quest'atto di vostra munificenza sarà biasimato da tutti i secoli futuri; costui ne avrebbe riportate le beffe dei suoi contemporanei, e non avrebbe trovato un solo che facesse ragione alla sua giusta censura. Noi, per ventura, viviamo a giorni in cui le stravaganze dei letterati non sono premiate dai Re; e se son mille i bizzarri cervelli che ad esse corrono dietro, pochi non sono i sapienti che fanno argine alla corrente e sono custodi del bello e del vero. Pago del suffragio di questi, io non farò conto della disapprovazione di quelli; ed esaminando liberamente il romanzo storicodel Manzoni, mi studierò di provare ch'ei pecca d'invenzione, di condotta, di caratteri, di stile; e che paragonandolo a quelli del Walter Scott, gli è l'istesso che scoprire agli stranieri le nostre miserie... Peggior epoca della storia milanese non poteva egli scegliere per base del suo romanzo: l'epoca della dominazione spagnuola, in cui due nazioni, anche straniere, entravano in guerra per contendersi un piccolo principato. Spento era il valore, morta ogni idea generosa, e la fame e la peste desolavano queste infelici contrade. Ditemi ora, o lettori, qual sarà il soggetto di un romanzo, che si raggira intorno a tal epoca? Quali saranno le imprese dei Milanesi, perchè il romanzo è intitolatoStoria Milanese?O, per tacer delle imprese della nazione, quali almeno saranno i fatti di un qualcheduno fra i Milanesi, quali le vicende di lui, o vere, o immaginarie, che si colleghino colle vicende pubbliche, e formino insieme un compiuto e commovente quadro dei tempi? Quali saranno gli eroi? Forse l'ambizioso Governator di Milano promotore della guerra che si accende in Italia? Forse il coraggioso Duca di Nevers, che difende animosamente i diritti della sua casa? Forse il Marchese Spinola, che viene a correggere gli errori del Cordova? Forse gli oppugnatori o i difensori di Casale, di Vercelli e di Torino, Spagnuoli o Francesi che sieno, Alemanni o Italiani, poichè tali sono gli eroi e le vicende di quell'epoca? Nè un solo dicotesti personaggi è l'eroe del romanzo, nè una sola di siffatte vicende forma il soggetto dell'istoria scoperta e rifatta dal Manzoni. Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due poveri lavoratori del contado di Como, sono gli eroi per cui dobbiamo interessarci; se si sposeranno, o no, è l'importante vicenda che tener deve gli animi nostri sospesi... Eccovi, o lettori, tutto il tessuto di questa istoria milanese rifatta: e s'ella è cosa che meriti il nome di storia, giudicatelo voi... Ditemi, per vostra fede, il soggetto è egli interessante? Due contadini, che per prepotenza di un nobile e per dappocaggine di un curato non si possono sposare, sono essi gli eroi da collegare degnamente ad un'epoca storica qualunque ella sia? E questa epoca storica vi par ella bene svolta e presentata nel suo più bel punto di vista? E che cosa avete imparato dalle vicende dei vostri maggiori, per cui possiate gloriarvi, o almeno intenerirvi e piangere con quel generoso sentimento che ispirano le nobili sventure? Gentiluomini scapestrati o sciagurati, popolo avvilito o affamato, peste fomentata per ignavia dei dominatori e per ignoranza dei dominati! Dov'è un sentimento generoso, un nobile affetto, una grande passione? Dov'è un eroe su cui riposino con compiacenza i vostri occhi affaticati dallo schifo spettacolo che avete dinanzi? Dove un grand'uomo, che comparisca qual faro nella notte di quest'epoca tenebrosa? Il solo cardinal Borromeo, personaggioepisodico, è l'unica figura che spicca in certo qual modo in questo quadro disgustoso. Ma se l'A. voleva introdurre il cardinal Borromeo, perchè confinarlo in un villaggio ad affaticarsi intorno a cose di sì lieve momento? E un uomo di tanta autorità non poteva essere posto in situazione più degna di lui? E i vizi dei tempi non gli presentavano più vasto campo ove luminose apparissero le sue virtù? È bensì vero che ei divide il suo pane cogli affamati, che si adopera ad allontanare il flagello della peste, che si mostra pieno di cristiana carità: ma tutto ciò è raccontato per incidenza, e in nulla coopera all'andamento dell'azione, alla sostanza del soggetto. E dove pure ciò fosse, il cardinal Borromeo era egli un personaggio da romanzo?».

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«PROMESSI SPOSI»

Giulia, la primogenita del Manzoni, scriveva al Fauriel l'8 luglio del '27: «Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra aspettativa, ma ogni speranza; in meno di venti giorni se ne vendettero più di 600 esemplari. È un vero furore; non si parla d'altro; nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare. Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni maniera; furono già pubblicati alcuni articoli intieramente favorevoli ed altri se ne annunziano».

Non senza una trepidazione grande l'aveva finalmente dato fuori, come si rileva dalle lettere che il Tommaseo, allora a Milano e in familiarità con lui, era andato di mano in mano scrivendo a Giampietro Vieusseux[1]. «Il suo romanzo o addormentato»:(così il 12 novembre del '26) «egli teme di pubblicarlo, tanta è la nausea che ispira a ogni bene l'aspetto di quella canaglia che ha parte nellaBiblioteca Italiana». E di lì a dodici giorni: «Egli s'era scuorato un po', non per tema di que' vili imbecilli, ma per quella stanchezza di mente che nasce al pensiero di vedere male accolta un'opera che costò tanta pena, e che, dic'egli, non fa male a nessuno. Io temo, soggiungea, che mi vogliano far scontare la troppa aspettazione ch'egli hanno di questo libro: aspettazione della quale, a dir vero, non è mia la colpa». Gli tornava a scrivere il 2 decembre: «Manzoni ripiglierà il suo romanzo, da cui l'aveva scuorato lo zelo dell'amicizia; voglio dire le critiche fatte al 2º. canto del Grossi»[2]. Inun'altra, senza data, ma del febbraio o del marzo del '27, soggiunge: «Manzoni è all'ultimo capitolo ancora. Ma incomincia a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; onde innanzi alla fine dell'anno si può sperare di veder il Romanzo alla luce[3]. Dev'essere un gran gridare, un gran sentenziare de'Classici. E laBiblioteca Italianacome lo prenderà d'alto in basso!» Gli torna a scrivere il 12 maggio: «Manzoni non ha cominciato ancora a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; ma non va, mi dice, in campagna, se non se pubblicatolo. Io godo d'andarmene via: penerei a sentire la lotta che forse gli si prepara, e forse non potrei non mischiarmivi».

Per «benevolenza modesta» dell'autore, aveva egli letta gran parte, «innanzi che data alla luce», di «quella immortale più storia che romanzo»; e, nel confidarlo al Vieusseux, la diceva «divina cosa». Ne lesse anche de' tratti al Rosmini, «che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava»[4]. Avvenuta la pubblicazione, seguitò a ragguagliare l'amico della varia fortuna del Romanzo. «I giudicii sono ancor vaghi», gli scriveva il 20 di giugno. «Il pubblico è incerto; il nome di Manzoni lo preme e incute rispetto. La virtù ha i suoi diritti». E dilì a quattro giorni: «A Zaiotti e ad Ambrosoli il romanzo del Manzoni non piace. Dicono che non conosce la lingua; che il secondo tomo[5]meriterebbe di andar tutto al diavolo, ch'è un disturbo dall'azione, che negli altri però l'azione(sentite i pedanti!) cammina bene. A molti piace molto: tutti però ci trovano troppi particolari: quelli che sanno scrivere ci trovano delle improprietà, e difetto di numero. Alcuni colloqui si notarono comeeccessivamente veri. Si confessa però ch'è un modello di stile romanziero. Una signora ha trovato ottimo il titolo distoria[6], perchè, dice, par tutto vero. Un'altra, malissimo prevenuta, dovette pur piangere. S'accorse, per altro, ch'era un libropericoloso, perchè i contadini vi fanno miglior figura che i nobili. L'istesso padre Cristoforo, diceva ella, è un mercante. V'ebbe chi ha trovato che Manzoni guasta la letteratura, perchè... perch'èinarrivabile: onde quelli che l'imitano, noi potendo agguagliare, non fanno che inezie. Ad altri parve leggiero, e insignificanteil titolo: ad altri voluminosa la forma. Una famiglia inglese, che lo voleva comperare, se ne tenne; perchè lo trova non libro da viaggio, ma da chiesa; non romanzo, ma Bibbia». Il 18 di luglio seguitava a informarlo: «Parliam di Manzoni... Si diceva che il suo merito è dinulla tralasciare, neppure le menome circostanze, le menome pieghe del cuore; si lodava l'artifizio della narrazione e dei passaggi; e che quel libro doveva studiarsi anche per la lingua; e che nel secondo tomo quella conversione è mirabilmente preparata e descritta; e che la prolissità non annoia; e che il terzo tomo è di tutti il più bello; che quella peste è cosa sovrana, quellazzerettodalla potenza della pittura aggrandito. Quest'ultima espressione annuncia un ingegno che giudica un punto più elevato del solito: e questi sono gl'ingegni a cui deve piacere Manzoni. Era ben piacevole, nei primi giorni in cui l'opinione pareva pendere più al male che al bene, il vedere l'accanimento di certe bestiucce letterarie a trovare i difetti, in quel libro in cui poco innanzi non sapevano cercare che pregi. E per aver trovato in un luogomarmaglia d'erbe, a gridare: vedete che improprietà... con un'aria che inviluppava di disprezzo tutto il libro quant'era. Una donna che, malgrado la presunzione contraria, è forzata a piangere in quella lettura, val bene un articolo. Io confesso d'aver pianto anch'io al terzo tomo: e un giorno dell'anno passato che fummo da Manzonia Brusuglio e ch'io leggeva quella medesima conversione del tomo secondo, la trepidazione si leggea chiara nel volto di tutti gli udenti e del medesimo autore. Quest'è il caso in cui un autore può senza orgoglio lodare sè stesso. Ma se volete un giudicio d'altro genere, e non meno onorevole: un vecchio, letto il primo tomo, trovava piacere a riportare le cose lette, e narrarle anche a chi le sapea: e prima che il libro uscisse, il legatore (poichè Manzoni si fece legare le copie in casa) il legatore veniva congratulandosi con lui del merito di quell'opera, e gliene ripeteva alcun passo nel suo dialetto, mostrando d'averlo tutto inteso benissimo. I giudizii dei letterati sono ben diversi. Non so se io v'abbia scritto di colui che trovava mirabile soprattutto nel primo tomo la pagina 113[7]; quasi che in un'opera del Manzonifosse possibile o lecito prescerre una pagina. Altri trovava da lodare quegli occhi del frate, paragonati a due cavalli bizzarri. Nei quali elogi voi forse, così di lontano, non potrete sentire quanto di velenoso ci sia[8]. Questi vili, non potendo sfogarsi sull'ingegno, gli mettono a conto e il lungo studio ed il lungo tempo occupato, e la sua stessa virtù». Soggiungeva poi: «Quello che offenderà molti, certamente, è la troppa religione che c'è. Per apprezzar quel lavoro e comprenderlo, conviene aver lungo tempo conversato con l'autore; conoscere le sue idee letterarie e politiche, il suo modo di vedere le cose. Ed ancora non basta: la storia di quel secolo egli l'ha studiata nelle prime fonti, e ne' rivoli più solitarii: tante bellezze che paiono di invenzione sono storiche, sono inspirate dal fatto, ch'è quanto a dire sono doppie bellezze. Così tante sottili allusioni, che racchiudono il germe d'un sistema. E v'ebbe chi trovò migliore ilCastello di Trezzo!» Lasciata la Lombardia e tornato nella nativa Dalmazia, il Tommaseo seguita a parlar de' Promessi Sposi nelle sue lettere al Vieusseux. «Da Milano» (così in una del 17 d'agosto) «si scriveche le mille copie del Romanzo son tutte spacciate; che qualcuno ne ride in segreto, che Monti chiacchiera dello stile[9]; che i più tacciono; che molti applaudono, purchè però lo si chiami non romanzo, ma storia. Sento che a Padova piacque molto alle donne».

Giacomo Leopardi ritrae al vivo l'opinione pubblica d'allora intorno aiPromessi Sposi, in una lettera che scrisse, da Firenze, il 23 agosto del '27, allibraio milanese Antonio Fortunato Stella: «Del romanzo di Manzoni (del quale io solamente ho sentito leggere alcune pagine) le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all'aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano». Le «persone di gusto», cioè i letterati, erano partigiane, più o meno, de' vecchi pregiudizi della scuola classica, e per conseguenza il Manzoni, che aveva voltato le spalle a questa scuola, dando un avviamento nuovo all'arte, era agli occhi loro uno scrittore fuori di strada. Tutti però si accordavano nel riconoscergli un grande ingegno, ma con questa differenza: per gli arrabbiati era nè più nè meno un Attila della letteratura e dove metteva le mani guastava ogni cosa: i temperati, pur trovando ne' suoi scritti un'infinità di difetti, vi scorgevano però de' tratti di singolare bellezza; tratti che non mancavano di gustare con ammirazione schietta e sentita. È utile e curioso il rievocare il ricordo di questa battaglia tra le «persone di gusto» e gli «altri»; i quali, oggetto, sulle prime, di compassione, anzi di disprezzo, finirono poi col vincere; tanta e così irresistibile fu la forza della verità.

Fin dal novembre del '21 Giuseppe Carpani, uno degli arrabbiati, scriveva all'Acerbi, in quel tempo direttore dellaBiblioteca Italiana: «Manzoni avrebbe ingegno da fare cose bellissime e originali; battendo la via che batte, non farà che pazzie strampalate, sparse di qualche scintilla di luce, che siperde nelle tenebre del tutto»[10]. A Torino, l'ab. Michele Ponza, dal suoAnnotatore Piemontese, scagliava questi fulmini: «Io reputo classico tutto ciò che insè non ammette confusione di genere. Il giardino italiano è classico e l'inglese è romantico; la pianta ed il fabbricato di Torino è classico, quello di Milanoromantico; l'abito nero con pantaloni bianchi è romantico, l'abito tutto nero con calzoni corti è classico; la musica di Cimarosa è classica, quella di Rossini romantica; le commedie di Destouches, di Regnard e di Goldoni sono classiche, quelle di Kotzebue e di altri scrittori nordofili, gallofili, stranofili sono romantiche; le tragedie d'Alfieri sonoclassiche, quelle del Manzoni sono romantiche. Dunque, dove è ordine, armonia, regolarità è classicismo; dove mancano queste condizioni è romanticismo». Giovita Scalvini scriveva: «La poesia romantica fu trovata da Cam figliuolo dì Noè. Ne' quaranta giorni che si trovò nell'arca, egli fece un poema dove descriveva tutto ciò che aveva d'intorno. Unì le idee più disparate, perchè vedeva presso sè l'agnello e il lupo; vedeva fuori i pesci sulle cime dei monti: la sua musica, le strida de' moribondi». E per mettere alla gogna i romantici ideava il dramma:La creazione del mondo e la fine, con questi attori: «Il caos, le stelle, le tenebre, la luce, il diavolo, il serpente. Gli animali di Daniele. Il teschio di Adamo. La cometa che accompagnò i re Magi. Il libro dei sette sigilli. Enos. Il cavallo della morte. Il bue, l'asino, il corvo». Scene: «La creazione: una conversazione patetica fra Eva e il serpente. Il diluvio. Un soliloquio del corvo sulla carogna che sta per beccare». Carlo Botta scriveva da Parigi: «Io ho in odio, peggiormente che le serpi, la peste che certi ragazzacci, vili schiavi delle idee forestiere, vanno via via seminando nella letteratura italiana. Io gli chiamo traditori dell'Italia, e veramente sono. Ma ciò procede, parte da superbia, parte da giudizio corrotto; superbia, in servitù di Caledonia e d'Ercinia, giudizio corrotto con impertinenza e sfacciataggine». Gli battè le mani ilGiornale Arcadicodi Roma: «Sìcerto, o Carlo Botta,sfumerà questa infame contaminazione: tempo verrà, nè forse è lontano, che gl'italiani si vergogneranno di tanti romantici vituperii, levati ora alle stelle dai goffi imbrattacarte e ciarlatani di certi giornali: e frutto di questa vergogna sarà il gittare sdegnosamente alle fiamme tutto in un fascio quel bastardume d'inni, ditragedie, diromanzi, di che ora, parte ridono e parte fremono i veri sapienti della nazione»[11].

A difesa de' Romantici si levò animoso Giuseppe Mazzini. «Gli uomini che in tutti i loro scritti anelano al perfezionamento dei loro concittadini; che avvampano per quanto di bello e sublime splende su questa terra; che hanno una lagrima per ogni sciagura che affligga la loro patria, un sorriso per ogni gioia che la rallegri; gli uomini a' quali il vero èfine, la natura e il cuore sonmezzi; che trasportano il genio per vie non corrotte dalla imitazione, non guaste dalla servilità de' precetti; che a favole, vuote di senso per noi, sostituiscono una credenza che tragge l'animo a spaziare pei campi dell'infinito; gli uomini che s'aggirano religiosi tra le rovine dell'antica grandezza e dissotterrano a conforto dei nipoti ogni reliquia dei tempi trascorsi; questi uomini non tradiscon la patria; non son vili schiavi delle idee forestiere. Essi vogliono dare all'Italiauna letteratura originale, nazionale; una letteratura che non sia un suono di musica fuggitivo, che ti molce l'orecchio, e trapassa; ma una interprete eloquente degli affetti, delle idee, dei bisogni, e del movimento sociale. Ogni secolo modifica potentemente gli uomini e le cose; ogni secolo imprime una direzione particolare all'umano intelletto... I veri Romantici non sono nè boreali, nè scozzesi; sono italiani, come Dante, quando fondava una letteratura, a cui non mancava di Romantico che il nome»[12].

Il Rosmini fin dal maggio del '26 aveva scritto a don Antonio Soini: «Col Manzoni abbiamo parlato di voi. Che bontà di questo sommo poeta! Che affabilità! Che anima sparsa in sul volto tutto e in sulle labbra! Egli lavora nel suo romanzo assiduo. Temo assai della sua prosa; non dubito delle immagini e dei nobili sentimenti: di quello spirito non possono che uscire emule alla natura sublime, questi degni della nostra immensa destinazione. Ma la lingua? Non può crearsela questa lo spirito, alto quanto si voglia; gli bisogna ricorrere per essa alla dotta memoria; e temo che questa non sia stata arricchita per tempo di cotal mercè. Pare però che egli stesso lo senta; e se lo sente, lo studioassiduo, ancorchè un po' tardi, acconcerà forse la trascuranza dell'età prima». L'ab. Giuseppe Manuzzi, richiesto dal P. Antonio Cesari, che cosa pensassero a Firenze de'Promessi Sposi, gli rispose, suonarne «orrevolmente la fama, sì per l'invenzione, sì per la lingua, e sopratutto per la profondissima cognizione del cuore umano». Ma però soggiungeva: «Da alquanti brani ch'io ne lessi, la lingua certamente non è della migliore: anzi, secondo me, poco buona, e peggiore lo stile. Già voi sapete essere il Manzoni un forte campione dei romantici: di che non è da meravigliare se trova lodatori in gran numero. Leggeste voi nulla di suo? che ve ne pare? scrivetemene». Il Cesari gli rispose: «Ho letto iPromessi Sposidel Manzoni; mi ci parve trovare suoi difetti; quanto ad episodi o digressioni, che non s'innestano col fatto (è ciò che tiene il lettore forse a disagio); quanto a lingua, egli ha studiato i nostri maestri, ma i Comici sopratutto. Del resto nella eleganza dello scriver grave e naturale, egli è ancora addietro: ma credo che in poco, si farà grande scrittore. Nel colore, nella forza, nell'espressione tuttavia vale assai: nelle pitturette fiamminghe è maraviglioso; come altresì nel toccare le passioni, gli affetti e movimenti tutti del cuore, fino a' più minuti, mi par gran maestro. Ingegno ha altissimo, acuto e facondo assaissimo. De' suoiInniil migliore mi sembra quello dellaPentecoste: sono però sparsi tutti, qual più, qual meno,di concetti pellegrini, che egli solo era atto a trovare. Risplende poi la sua pietà e religione: e certo quel romanzo è un trionfo della virtù; e farà troppo più frutto, che nessun altro quaresimale». Il Cesari[13]poi finiva una sua lettera all'ab. Gaetano Della Casa: «Mi direte degliSposidel Manzoni e de' difetti che ci noterete; a vedere se ci scontriamo. Ma bellezze grandi!» Che cosa gli rispondesse non so. Giuseppe Pederzani, al quale pure ne aveva domandato, gli replicava: «Del Manzoni ho letto un tomo e mezzo il passato autunno; e più avanti non potetti, perchè chi mel prestò, sel portò poi a Milano, che fu il Rosmini prete. N'ebbi piacer molto, e certo ha tutti que' meriti che voi dite; tranne forse questo solo, che a voi sembra, rispetto alla lingua, avere egli studiato ne' classici più di quel che pare a me; ma io debbo stare al giudizio vostro. Anche mi son paruti troppo lunghi e noiosi quegli episodi: ma qui posso aver torto facilmente: imperciocchè comprendo bene, che in fine formano la materia dell'opera. Forse alla seconda lettura non mi parrà più così. A ogni modo, scritto assai dilettevole e buono».

Un altro pedante de' più arrabbiati, il corcireseMario Pieri, così discorre de'Promessi Sposinelle sueMemorie, che son rimaste inedite:

«Firenze, 15 agosto 1827. Ho letto i primi due capitoli (non potei averlo che per pochi momenti) del romanzo di A. Manzoni, del quale non dirò nulla fino a tanto che non l'avrò letto tutto, benchè in quegli stessi capitoli io abbia inciampato in più d'una cosa di cattivo gusto, senza dir dello stile, che mi sembrò così tra il milanese ed il francese. E questi godono fama di grandi scrittori!

«Firenze, 6 ottobre 1827. Leggo iPromessi Sposi, che ora mi stancano colla soverchia prolissità e colle minutissime descrizioni.

«7, domenica. Il viaggio di Renzo (nel romanzo del Manzoni), da Milano a Bergamo, è una bellissima cosa, e quivi stanno bene anche quelle minutezze e particolarità, che ci vengono tanto spesso innanzi fino al fastidio in quel libro. Grande ingegno è il Manzoni, ed è un gran peccato ch'egli voglia farsi il corifeo del falso gusto in Italia! Ho consumato gran parte del giorno (dalle due alle sei) alle Cascine, passeggiando e leggendo iPromessi Sposi. La mattina ho letto una prefazione, che il signor Camillo Ugoni pose alla testa d'una edizione parigina delle poesie del Manzoni, in cui quel letterato bresciano, romantico per la vita, delira, al solito, sui bisogni del nostro secolo, sul dramma storico, sull'arte e sulla natura, sopra una libertà ch'egli chiamaScolastica, ch'egli attribuisceall'Alfieri, e ai seguaci de' classici, e simili follie. Povera letteratura italiana, ecco i tuoi sostegni! Che mai diverrà questo secolo, quando Monti e Pindemonte non saranno più tra di noi!

«Firenze, 22 ottobre 1827. Ho terminato finalmente iPromessi Sposi, libro che, a malgrado del falso gusto, delle lungaggini eccessive, delle troppo minute descrizioni, e simili altre tedescherie, manifesta un grande ingegno nel suo autore, oltre l'animo gentile e gli egregi costumi».

Chi vide e gustò le bellezze de'Promessi Sposiappena che uscirono dal torchio fu Pietro Giordani; e da Firenze, dove allora abitava, andò manifestando agli amici le impressioni ricevute da quella lettura. Il 21 settembre del '27 scriveva a Francesco Testa[14]: «Del Manzoni siamo perfettamente d'accordo: eccellente pittore, benchè fiammingo. Egli è ora qui: amabilissima e modestissima persona: riverito e amato da tutti, onorato straordinariamente dalla Corte». E che nel romanzo ci sia del fiammingo,è vero; ma lì dove ha maggiore bellezza, bellezza ineffabile. Il 15 d'ottobre chiedeva a Lazzaro Papi: «È venuto costà [a Lucca] il romanzo di Manzoni? Com'è piaciuto?... Manzoni fu qui molti giorni; ebbe grandi accoglienze da tutti; e straordinario onore dalla Corte. È uomo di molta e amabile modestia, e belle maniere... In Roma ora è proibito di vendere il romanzo di Manzoni, che pur vi entrò con amplissime licenze»[15]. Il 22 del mese stesso torna a scrivere al Testa: «Manzoni, amabilissimo per la modestia e la bontà e l'ingegno, dev'esser partito assai contento di Firenze, e più contento della Corte, che l'ha onorato straordinariamente. Del suo libro, poichè volete, vi dirò che mi è piaciuto. Ci vedo un'assai fedele pittura dello Stato di Milano in que' tre anni miserabilissimi 28, 29 e 30. Verità somma e finitissima ne' dialoghi e ne' caratteri. Nobilissimo il carattere del Cardinale: naturalissimi tutti gli altri inferiori: la. stolidezza e la ferocia dei dominatori stranieri efficacemente rappresentata: un modello di religione tollerabile, e anche utile. Cominciano a insorgergli contradittori al solito: ma credo che il libro vincerà e durerà. A me i difetti paion pochi e leggieri: i pregi moltissimi e non piccoli. E poi è il primoromanzo leggibile che sia sorto in Italia: è adatto a molte sorti di lettori: s'insinua nelle menti: vi germoglierà qualche buon pensiero. Eccovi contentato, mio caro: v'ho detto quel che penso; e non per politica, come m'imputano alcuni: e non pensano che uno che non si cura nè del papa nè dei re, non ha cagion di mentire per Manzoni, che biasimato non può mandarmi in galera, nè lodato può farmi cardinale o ciambellaio». Così ne scrive a Giuseppe Bianchetti il 13 decembre: «Il Romanzo di Manzoni mi par bello come lavoro letterario; ma stupenda cosa e divina come aiuto alle menti del popolo. Io credo che farà un gran bene; e i nemici del bene se ne accorgeran tardi. Grande amor del bene, e gran potenza e arte di farlo si vede in quell'ingegno». Di nuovo al Testa il 25 dello stesso mese: «Ho letto più di venti romanzi di Walter; e quanti ancora me ne restano!... Non mi maraviglio che in tutta Europa piaccia molto il libro di Manzoni; e ne godo. In Italia vorrei che fosse letto a Dan usque ad Nephtali: vorrei che fosse riletto, predicato in tutte le chiese e in tutte le osterie, imparato a memoria. Se lo guardate come libro letterario, ci sarà forse un poco da dire; secondo la varietà de' gusti e delle abitudini. Ma come libro del popolo, come catechismo (elementare; bisognava cominciare dal poco) messo in dramma; mi pare stupendo, divino. Oh lasciatelo lodare: gl'impostori e gli oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) cheprofonda testa, che potente leva è, chi ha posto tanta cura in apparir semplice, e quasi minchione: ma minchione a chi? agl'impostori e agli oppressori, che sempre furono e saranno minchionissimi. Oh perchè non ha Italia venti libri simili!» E al Bianchetti l'8 luglio del '31: «Bellissimo e utilissimo il vostro Discorso sui romanzi storici, che io credo si potrebbero far belli, e al nostro popolo proficui; purchè si seguisse la via di Manzoni. Ma chi ha la sua anima? Di tutti gli altri che ho veduti, nessuno mi piacque; anzi mi dispiacquero assai: imitazioni, e ben cattive e torte dello Scott. Invece di scrivere contro tal genere (se pur è vero che scrive) bisognerebbe pregare Manzoni che facesse un secondo lavoro simile; e sarebbe, una vera salute per la povera Italia. Gli altri, che dopo lui hanno guastato e guastano il mestiere, bisognerebbe pregarli a tacersi, e aspettare che sorga un Manzoni secondo»[16].

Giambattista Niccolini a Firenze e Felice Belletti a Milano non si fidavano del proprio giudizio e aspettavano quello «del sesso gentile». Il Niccoliniera «impaziente» da un pezzo di vedere iPromessi Sposidel Manzoni e ILombardi alla prima crociatadel Grossi, «avendo in gran concetto il loro ingegno»; come scrisse al conte Fracavalli il 20 decembre del '25. Nell'aprile del '26 chiedeva a Felice Bellotti: «Il romanzo del Manzoni quando uscirà?» Gli rispose il 29: «Del romanzo di Manzoni altra notizia non posso darvi, se non che tra un mese si comincerà la stampa del terzo ed ultimo tomo, essendo già finiti i due primi, che però l'autore non vuol dar fuori se non insieme con l'altro. Sicchè non penso che prima del luglio si potrà leggere». Il 2 agosto del '27 il Bellotti tornò a scrivergli: «Del Romanzo di Manzoni, del quale eravate curioso, or che l'avrete letto, che ve ne pare? Ha esso nel vostro senso adempiuta l'aspettazioneche se ne avea? Le donne di Toscana lo leggono con piacere? poichè di tal genere di scritture alle donne principalmente, ed al popolo non idiota e non letterato, si vuol lasciare il giudizio, essendo principalmente diretto al loro trattenimento e vantaggio. Se non che moltissimo io stimo il giudizio di quei dotti (ma son pochi), i quali sanno farsi a giudicare anche di romanzi, messe da parte certe prevenzioni e pretensioni importune: e chi più di voi sagace nel discernere quali siano queste e più giusto nello scartarle?» Ecco la risposta del Niccolini: «Il Manzoni è qui, ed ho imparato a conoscerlo di persona: voi sapete che i buoni si credono volentieri grandi: ma non temo che l'affettom'inganni, reputandolo il primo ingegno d'Italia[17]. Ho letto il suo romanzo tutto d'un fiato; ma non mi fido del mio giudizio, e aspetto anch'io quello del sesso gentile».

Il Rosmini piglia pure a ragguagliare gli amici intorno la fortuna del libro: «IPromessi Sposisono avidamente letti, a malgrado della lunghezza, che da tutti sento notare»; così al Tommaseo, in un biglietto del 22 settembre '27. L'8 di novembre annunzia a un altro amico: «Il Manzoni trionfò in Toscana; il suo romanzo è tradotto in francese: si rende anche tedesco e parlasi d'una traduzione inglese. Sono di quei pochi uomini che fanno ancora varcare il mare e l'alpi il nome italiano». Il 22 di decembre torna a ripetere: «De'Promessi Sposigià se ne sono fatte tredici edizioni, credo, e traduzioniin tedesco, in inglese, in francese. Pochi libri italiani hanno mai avuto tanto favore in Italia». Al Manzoni poi scriveva il 26 marzo del '30: «qui iPromessi Sposisono applauditissimi dal fiore di Roma; e quelli che non la cedono a nessuno in commendarli e in proporli alla gioventù sono i Gesuiti». Monaldo Leopardi lo conferma in una lettera a Giacomo: «Appena letto quel Romanzo ne fui rapito e lo giudicai prezioso non tanto alle lettere, quanto alla religione e alla morale. Ebbi poi molta compiacenza nel sentire che in Roma i confessori Gesuiti lo danno a leggere alle loro penitenti»[18].

Nel settembre del 1827 Raffaele Lambruschini, discorrendo nell'Antologiadi Firenze d'una ristampa delQuaresimaledel Segneri e dellePrediche alla Corte del Turchi, ricordò, per incidenza, i Promessi Sposi, «che ora sono nelle mani di tutti; notabileproduzione d'un uomo in cui non si saprebbe cosa ammirare di più, se i talenti o le doti del cuore, e di cui la nostra età e la nostra Italia hanno ragione d'inorgoglirsi». E nel ricordarli, ne riportò anche un brano: il colloquio tra il Cardinal Federigo e l'Innominato. «Si tratta» (così il Lambruschini), «da una parte, di un potente, rinomato per ardite ribalderie e per empietà, temuto ed odiato da tutti; dall'altra, di un sant'uomo, che trovandosi nella più ardita impresa a cui si possa accingere un sacro oratore, non adopra altre ragioni e altra eloquenza che quella dei semplici e degli umili»[19]. Lapo de' Ricci in una lettera inedita a Gio. Pietro Vieusseux, del 25 settembre 1827, piglia a dire: «L'articolo del Larabruschini è un capo d'opera nel suo genere; i preti non gliene sapranno buon grado, perchè vorrebbero dominare ed esser asini. L'ho letto a pezzi e brani a questo mio paroco, giacchè per l'intiero non era possibile farglici prestare attenzione, ma ne ho letto tanto per scuoterlo, e per commoverlo, finchè sentendo il sublime colloquio del Cardinal Federigo coll'Innominato ha dovuto piangere, ed ecco una vittoria per la morale». Lapo volle manifestare anche a Gino Capponi l'impressione profonda che aveva ricevuto dalla letturade'Promessi Sposi, e gli scrisse il 4 gennaio del '28: «Non mi riesce di levarmi dal tavolino quel diavolo di Manzoni. Io credo di averlo letto per intiero sei volte, e dieci volte l'Innominato col Cardinal Federigo, e sempre ho pianto; come faceva, e forse più di quel che faceva, quello scellerato convertito. Scrissi a Vieusseux che leggendo quel tratto al mio curato, per quanto più giocatore che leggitore, più bevitore che uditore, lo feci piangere; ho anche sentito soffiarsi il naso, ho veduto far contorcimenti ad alcuno dei miei contadini (e non sono dei più delicati campagnoli), mentre glielo leggeva. Qualcheduno, che aveva sentito leggere iPromessi Sposi, una sera ha lasciato la partita dei quadrigliati per venire alla panca di cucina, che è la sala di riunione, per sentirmi leggere. Hanno tutti riso a Don Abbondio, ed hanno trovato il confronto subito: fra Galdino ètale quale fra Bonaventura di Radda, diceva un altro:certi miracoli senza sugo; ma sentito il pane del perdono di fra Cristoforo, silenzio, e pianto nascosto: perchè un contadino, che piange raramente, e soltanto perchè gli è morto il bue o l'asino, trova impossibile che si deva piangere sentendo leggere... Ma quel Conte zio! ne conosci tu con quel parlare misterioso? io sì. E quella sommossa di Milano! E Renzo che gli pareva aver fatto amicizia col Gran Cancelliere! E il Notaro, che dice che è per pura formalità che lo fa condurre in prigione! E la Monaca per forza!e che so io? Vi può esser egli più verità? più effetto? Io m'inquieterei come il Prior Albizzi con quei letterati che vogliono giudicarne letterariamente, o che vorrebbero far cambiare il romanzo perchè dicesse a loro modo. Quel libro mi pare che non possa appartenere alla parte letteraria: è un gran libro di morale; e tale, io crederei, da fare una rivoluzione come ilDon Quichotte, se un libro potesse far cambiare gl'istinti del cuore umano».

Mentre Lapo de' Ricci, che era semplicemente un colto gentiluomo, non rifinisce di leggere il dialogo tra il Cardinal Federigo e l'Innominato, e quel dialogo gli strappa le lagrime; un letterato, e famoso, Francesco Domenico Guerrazzi, scrive, che del Cardinal Federigo «il Manzoni potè fare un santo, ma non avrebbe mai potuto farne un galantuomo»[20]. Non c'è che dire; tutti i gusti son gusti! Col P. Cristoforo invece fu benevolo; e in un bizzarro giro che la sua fantasia fece fare al Romanzo storico, menato che l'ha in Italia «per ricrearsi», lo conduce «pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, prese tabacco nella scatola di fra Cristoforo[21]: undegno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici susurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo, Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui»[22].

Terenzio Mamiami, che era a Firenze nel 1827 quando vi andò il Manzoni, racconta: «io l'ho vedutoimpacciato fuor modo degli encomii infiniti che gli suonavano intorno. Rispondeva con parole poche ed avviluppate e arrossiva tuttavia a somiglianza di fanciulla. Spesso il Leopardi assisteva a codeste apoteosi. Ed io, vedutolo una sera rincantucciato e solo, mentre il fiore de' letterari e degli studiosi affollavasi intorno al Manzoni, lo incitai a manifestare quello che gliene paresse. Me ne pare assai bene, rispose, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maravigliosi nel culto dell'arte». Aggiunge: «Pochi anni dopo io l'udivo in Firenze esprimere intorno al Manzoni questa riservata sentenza. Che l'avere eletto pel suo romanzo una dell'epoche più sventurate e servili delle storie italiane dee nascondere molte ragioni ed assai poderose[23]; ma certo non appariscono, e sembra invece uscire dal suo raccontola deplorevole conseguenza che del presente non bisogna zittire, dacchè gl'Italiani altre volte si trovarono molto peggio e l'Austriaco vale un oro a petto del Castigliano»[24].

In due lettere, tutte e due dell'8 settembre '27, il Leopardi aprì l'animo suo al padre e allo Stella. A quest'ultimo scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama». E al padre: «Tra' forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l'Italia parla». Di nuovo al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano del Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo». E al conte Antonio Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È uomo veramente amabile e rispettabile».

Il barone Giuseppe Sardagna, il 25 febbraio del '28, dava questi ragguagli all'Acerbi, allora console austriaco in Egitto: «Manzoni scrisse un romanzo storico,I Promessi Sposi, di cui certamente avrete letto qualche cosa anche in Alessandria, giacchè suppongo che i giornali francesi almeno vi arrivino. Questo libro ebbe un successo universale in Italia. L'autore vendette unicamente mille copie della sua edizione originale, e se ne fecero già più di sei ristampe. In tutt'altro paese questa produzione bastava per far la sua fortuna: in Italia il suo profitto fu di lire seimila a stento»[25]. Col Sardagna si accorda il consigliere Federigo De Müller, che nel descrivere nelle proprieMemorie[26]una visita fatta al Manzoni nell'agosto del '29, piglia a dire: «Gaetano Cattaneo mi raccontò che iPromessi Sposinon hanno reso al Manzoni più di 5000 franchi, mentre i librai ne hanno guadagnato centomila; che il Manzoni non volle mai decidersi a fare una seconda edizioneper il suo editore, essendo d'opinione che vi sarebbe stato molto da migliorare, e in tal modo dovette essere spettatore che in tutte le più grandi città d'Italia si pubblicassero nuove edizioni e ristampe, tutte travisate». Infatti nel 1827—l'anno stesso della prima comparsa de'Promessi Sposi—furono subito ristampati a Livorno da G.P. Pozzolini, col ritratto dell'autore; a Firenze da Gaetano Ducci; a Lugano dal Veladini; a Napoli co' torchi del Tramater. In Torino ne fece due edizioni Giuseppe Pomba; a Parigi li riprodusse due volte in italiano il Baudry; a Berlino vennero tradotti in tedesco dal Lessman. Nel '28 il Del Majno li ristampò a Piacenza, il Batelli a Firenze; il Pomba ne fece una terza edizione a Torino; il Baudry mise in vendita due altre sue edizioni a Parigi; dove furono pur pubblicate le due traduzioni in francese del Rey Dusseuil[27]e del Gosselin; aLipsia uscì alla luce la traduzione in tedesco del Büllow, a Pisa quella in inglese di Carlo Seven. In diciotto mesi si hanno dunque tredici ristampe, delle quali nove fatte in Italia, quattro a Parigi; e cinque traduzioni, due in francese, due in tedesco e una in inglese.

L'Elena, lo Zucchi e Gallo Gallina incominciarono a illustrare il Romanzo con tavole litografiche[28]. Nella festa da ballo in costume, data a Milano nel carnevale del '28 dal conte Bathiany, la quadriglia che destò maggiore entusiasmo fu quella diDon Rodrigoe dei bravi, anch'essa, insieme con gli altri costumi,riprodotta in litografia[29]. LaMinerva Ticineseannunziava: «Quanto prima, con musica del maestro Caraffa, deve comparire sulle scene del Teatro italiano di Parigi un'opera tratta dal sì applaudito romanzoI Promessi Sposi»[30].

Non senza il suo perchè il barone Sardagna si lusingava che l'Acerbi avesse avuto notizia deiPromessi Sposidai «giornali francesi», quasi tutti concordi nel lodare il nuovo romanzo, a cominciar dalMèmorial catholique, dove ne parlò il conte O'Mahony[31], a venire allaGazette de France. Quest'ultima tornò a discorrerne anche nel '32, quando uscì alla luce la bella traduzione in francese del Montgrand. «Ben mille romanzi ci furon regalati da due anni in qua» (son parole dellaGazette) «ed è anche troppo se di tutta questa farraggine resterà un solo volume. Qual povera abbondanza mai! E sarà vero che fra tanti scrittori, pieni d'estro, di fantasia, di perizia nell'arte dello scrivere, non se ne trovi neppur uno che pigli scrupolosamente a investigare la feconda miniera de' nostri fatti domestici? E noi rimarremocosì, noi la nazione più letterata del mondo, senza avere il nostro Walter Scott e il nostro Manzoni?» È un giudizio, come notava giustamente l'Ecodi Milano, (che lo riportò traducendolo), «da fare insuperbire l'Italia, la quale ha dato i natali al Manzoni, e da convincerla che anche in paese straniero e rivale si rende giustizia ai geni della sua nazione ed ai loro capolavori»[32]. Proseguiva il giornale francese: «Vedete qua il Manzoni; si è impossessato degli annali del suo paese, e le rozze pietre son divenute diamanti sotto le sue mani... Non altro che col mettere in azione i più reconditi segreti del cuore umano seppe trarre da un fondo semplicissimo le scene sue più drammatiche e più care... IPromessi Sposiebbero fortuna infinita in Europa; e pure, questo romanzo è tutto quanto appoggiato a un pensiero affatto religioso, anzi, si potrebbe dire, affatto cattolico».

Fino dal 1827 laRevue encyclopèdique, annunziando la comparsa de'Promessi Sposi, aveva scritto: «Une multitude d'aventures et de caractères remplissent le cadre de cet ingénieux roman. Des incidens habilement disposés, une peinture fidèle et animée des moeurs de cette époque, un style toujours approprié aux situations, une grande variété de tons, telles sont les qualités qui ont mérité à ce bel ouvrage le succès éclatant qu'il vient d'obtenir en Italie, et qu'il va sans doute obtenir en France». LaRevuepromise di riparlare di questa «production littéraire aussi distinguée, et de payer un nouveau tribut d'estime à l'auteur, déjà célèbre en Italie comme écrivain dramatique et comme poète»[33]. Disgraziatamente ne tornò a parlare per bocca d'uno de' nostri esuli, Francesco Salfi, che raggiunse addirittura il grottesco; pigliando perfino come buona moneta il brano del «dilavato e graffiato autografo» che il Manzoni riporta sul bel principio; brano che è una contrafazione perfetta non solo dello stile e della lingua, ma della stessa ortografia del Secento. Infatti, dopo aver detto, che «le sujet du roman est tiré d'une histoire, peu connue, du chanoine Joseph Ripamonti, et rédigée dans le style prétentieux et ridicule duSecento», soggiunge, che il Manzoni «débute par un fragment du manuscrit de Ripamonti et fait ainsi mieux sentir la nécessité d'en réformer le style, à fin d'en rendre la lecture supportable à ses contemporains». Il Ripamonti che diventa l'autore dell'immaginario «scartafaccio»! È grossa, ma non è la più grossa che il critico sballi. NeiPromessi Spositrova mancanza di coerenza organica e d'intreccio, bassezza ne' personaggi. «Ce qui rend cette histoire plus repoussante encore» (seguita a scrivere) «c'est l'intervention des fossoyeurs, que l'auteur fait agir et parler trop longuement. Shakespeare s'était permis de nous présenter pour quelques instants ces dignes personnages s'entretenant entre eux. D'après son exemple, M. Manzoni est allé bien avant: il nous apprend leurs occupations, leurs friponneries, leurs bassesses. Ces détails, quelles que soient les beautés qui s'y mêlent, sont trop hideux»[34]E così, per la prima volta, nel 1828, la «modestia manzoniana» dovette ricevere da un critico ostile[35]la suprema delle lodi per un poeta: quella di sentirsi nominare accanto a Shakespeare.

Il Mamiani in un colloquio che ebbe a Parigi col Sismondi, ragionando dellaMorale cattolica, l'udì concludere con queste parole: «il vostro Manzoni argomenta bene, ma i vostri preti lavorano male; e poniamo pure che il regolo non sia distorto, la Curia lo storce ella al bisogno e avvezza gli occhi del volgo a falsar le misure. Oltrechè, non è buona quella forma di culto che accarezza le pericolose tendenze d'una stirpe di uomini piuttosto che di combatterle... Ad ogni modo, proseguiva il Sismondi, se nellaMorale cattolicasi ammira un convincimento profondo, una rara potenza dialettica e certo sentimento finissimo e delicatissimo dell'indole umana e del bene etico, non manca qua e là qualche sforzo di apologista e qualche amplificazione acconcia al proposito[36]. Invece ne'PromessiSposiil Manzoni è scrittore stupendo e non superabile. Con che arte ti pone innanzi le istituzioni cattoliche, i frati, le monache, i voti non revocabili, la confessione e che so io? scegliendo i punti più favorevoli di prospettiva e combinando in maniera gli avvenimenti che ogni colpa sia solo degli uomini, e nessuna delle dottrine! Il fatto sta che un altro romanzo non c'è in Europa, il qual goda forse di uguale celebrità. Nè il Manzoni è inventore del genere. Nemmanco è inventore di quei«metodi compendiosi e vivi, o di entrar nel raccontoex abruptoper via di dialoghi brevi e animati, o di abbellirlo e farlo evidente mediante le spesse descrizioni: e queste condurre con maestria veramente pittorica e qual direbbesi del genere fiammingo, non intralasciando particolare nessuno ancorchè minutissimo, qualora aiuti l'intendere bene un carattere, un'azione, una costumanza. Ma ciò ch'è novissimo e farà immortale il vostro Poeta per ogni tempo fu il tessere una epopea così casta e nobile, governata da sì eletta moralità, spirante un aroma sì puro di religione, che ogni madre consegna senza paura nessuna alla sua fanciulla quel libro, e ogni direttor di collegio e di scuola fa il simile agli alunni suoi. Che dirò dell'aver posto con nuovo esempio sul dinanzi della scena due umili popolani, e nell'ultimo sfondo gli uomini e le cose accattate dalla storia? Qual concetto è più cristiano dello sparger di luce la probità rassegnata della plebe lavoratrice e raffrontarla con le colpe, le violenze, gl'inganni che gli ordini superiori civili esercitavano impunemente sugl'inferiori, i quali invece erano e sono il pupillo naturale e perpetuo consegnato all'umanità e sapienza educativa dei primi; e vedersi oggi quel che significa l'aver trasandato le obbigazioni e le cure della indeclinabile tutela»[37].

Intorno aiPromessi Sposiil Sismondi espresse il proprio pensiero anche in una lettera che, da Ginevra, scrisse a Camillo Ugoni l'11 settembre del '29. Gli dice: «Je suis enchanté d'apprendre que vous préparez une nouvelle édition de ses oeuvres[38]: c'est un homme d'un beau talent et d'un noble caractère. J'apprends avec bien de chagrin qu'au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un prèsent à l'Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ouvrages. Il y avait du génie dans sesPromessi Sposi, il y avait en même tems l'exemple du genre de lecture, qui peut, en dépit de la censure, faire l'impression la plus générale et la plus utile sur le public italien». A Fulvia, figlia di Pietro Verri, che fu moglie del colonnello Jacopetti, uno de' prodi di Napoleone, scriveva il 22 luglio del '30: «Si vous voyez quelque fois Manzoni, parlez lui de moi, dites lui mon admiration pour son talent, mon regret si vif, mon regret partagépar toute l'Europe, de ce qu'il ne continue pas à marcher dans la carrière où il est si glorieusement entré. Dites lui que jamais il n'avait servi, que jamais il ne pouvait servir si puissamment la cause à la quelle il me reproche de ne point m'accorder avec lui, que par le portrait du P. Cristoforo. Il y a dans sesPromessi Sposibien plus qu'un bel ouvrage littéraire, bien plus même qu'un genre nouveau donné à l'Italie, il y a une bonne action. Pourquoi ne pas la répéter quisqu'il le peut? Par des livres sérieux on ne répand les pensées sérieuses que parmi ceux qui les ont déjà: mais lui il les a introduites dans un monde nouveau, qui n'avait jamais réfléchi, qui n'avait jamais mêlé les meilleures émotions du coeur à ses amusements».

Tra i giornali italiani, de' primi a parlare de'Promessi SposifuIl Nuovo Ricoglitore, di Milano. «S'è finalmente veduto questo romanzo del Manzoni, che aspettavasi da sì gran tempo;ma le temps ne fait rien à l'affaire, direbbe anche qui opportunamente l'Alcestedi Molière: non si badi dunque all'aspettazione, ma vediamone l'argomento, discorriamone la tessitura». Dopo averne esposto «l'argomento» e «la tessitura», prosegue: «Non sarà già qui tutta la storia compresa ne' tre volumi? sento domandarsi da molti. Signori miei, l'è proprio qui tutta intera, salvo certi tratti accessorii, che son parte, ma non essenziale, del romanzo, e son molti, a dir vero: ma non vogliate inferirne peròche il romanzo abbia ad essere una seccaggine, un sonnifero, una morte: leggete prima e sentenziate poi, che ne avrete allora acquistato il diritto: ma voi dite che non volete comperare questo diritto a un cotal prezzo; ebbene, udite adunque, non mica una sentenza, ma quattro chiacchiere d'uno che ha già letto. Che le arti abbiano un codice di leggi giustissime, chiarissime, opportunissime, dalle quali uno non può discostarsi senza rendersiipso factoreo di oltracotata prevaricazione, è questo un teorema così evidente ch'io non so quello che mi direi o farei per sostenerlo; mi pare che per difenderlo terrei di battermi ad occhi chiusi; che poi sempre l'effetto d'un lavoro d'arte risponda alla bontà delle leggi e alla diligenza con cui furono seguitate, gli è questo un fatto rinnovatosi tante volte, che non vuoi essere recato in dubbio: or dalle generali venendo, come l'ordine prescrive, a' particolari, dico che l'arte dello scrivere romanzi ha sue leggi, le quali vi comandano di scegliere a dovere argomento e personaggi, che hanno ad essere o cose famose per le storie, ovvero imprese (se le create) d'un conio di grandezza e di perfezione ideale, che le renda interessanti e cospicue: v'ingiungono le leggi del romanzo d'annodare i fili della favola, e come gli abbiate intricati quanto bisogna a destare interesse e un soave stringicuore in chi legge, avete poi a progredire senza posa verso il disviluppo, e quanto più difilato correrete a quello,tanto maggiore riuscirà il diletto che il vostro romanzo procaccerà; son poi vietati dalle prefate leggi i lunghi episodi, i parlari dell'autore, quand'anche sien posti in bocca de' personaggi, i brani di morale, e siffatte cose, sotto pena che il romanzo cada di mano al lettore addormentato: questo prescrivono le leggi del romanzo, piene d'equità, ma contro a quelle stanno molti fatti dove elle non ebbero alcun potere, e, per tacere d'altri esempi, parlerò adesso deiPromessi Sposi. Il romanzo del Manzoni va contro tutti gli ordinamenti prefati; lascio stare l'oscurità de' personaggi che fanno da protagonisti, e dico degli episodi, che son tanti e sì lunghi, che in essi la storia de'Promessi Sposisi perde, e per poco non diventa una cosa accessoria: che è mai infatti la storia, che sopra ho descritta, rispetto alle tante altre cose che ingrossano questo libro; in cui troviamo trattati di economia pubblica, disquisizioni storiche, tirate di morale, omelie di vescovi, prediche di cappuccini, ecc.? Per le quali cose, che altro dovrebbe accadere, stando alle leggi dell'arte, se non istanchezza infinita nel lettore, sbadigli, sonno; eppure la faccenda cammina diversamente, e ognun può vedere che il romanzo del Manzoni corre rapidamente per tutte le mani ed è letto con avidità. Qual cosa concludano poi tanti leggitori come son giunti in fine, io non lo so, ma per il fatto mio affermo che questa lettura m'ha trattenuto piacevolmente assai, e chem'è doluto quando col libro vidi toccare il termine il mio diletto. Fenomeni! casi strani! Ma vediamo un po' se ne venisse fatto di porre innanzi alcuna ragione ad intendere il caso strano. Non togliamo più a ragionare delle leggi onde si governa il romanzo, nè vogliasi inquisire se il Manzoni le abbia osservate, e se questo sia quindi vero romanzo, o che altro sia; da chi volesse contendere su questo punto io mi spiccerei con dire: amico, se nol vuoi romanzo, sarà storia, sarà trattato, sarà un saggio, qualcosa sarà: e per isfuggire anzi affatto ogni questione di titolo, lo chiamo libro. Ora, in questo libro, l'autore deviando ad ogni tratto dalla storia de'Promessi Sposi, scorre, come sopra io diceva, a ragionare d'altre cose, che hanno bensì una relazione stretta col soggetto principale, ma non era forse mestiere che vi si spendessero tante parole. Pur non ostante, tutte coteste cose, che sembrano scucite, le stanno bene insieme, e non mandano suoni discordi, e non isviano punto l'animo del leggitore. Da qual movente può egli derivar questo? Sarebbe egli mai che la condotta e il legame dell'affetto suppliscono a quella condotta e a quel legame che mancano apparentemente nell'opera? Veggo di vero che essa è tutta intuonata a un modo. L'ingegno sommo e il cuor candido di chi dettò son le corde che risuonano da per tutto, son quelle che mantengono una soave consonanza, che formano una reale unità, una verace condotta;quella condotta appunto e quell'unità che ammiriamo nelle odi di Pindaro, le quali pur toccano tante corde e così disparate da parer cose strambe chi non sentisse che le stanno tutte come a dire entro lo stesso accordo: e appunto d'un sì fatto genere sono le opere del Manzoni; ma non ci discostiamo daiPromessi Sposi. In questo libro l'A. ci dispiega un bel tratto di storia patria con accurata fedeltà, con nitido ordine, con sottile e sana critica. In questo libro abbiamo una viva pittura de' costumi del secolo XVII. In questo libro troviamo rappresentati colle vere loro tinte caratteri d'ogni maniera, d'ogni cognizione, d'ogni stato. Abbiamo dipinte orrende scelleratezze, che son toccate con pennello sì gagliardo da scuotere il cinico più gelato; poi t'imbatti in certe scene gioconde, dove la forza comica è accompagnata ad una morale che ti consola; poi siam trasportati in situazioni pietose, commoventissime. Il pensiero dell'A. scorre leggerissimo sui vari soggetti, nè il seguirlo riesce cosa grave alla nostra mente, poichè o penetri acutissimo, e sul fare di Sterne, fin ne' più profondi recessi del cuore umano, o si levi sublime con alti e luminosi concetti, o rapido voli a raggiungere idee lontanissime e disparate onde farne ingegnoso ed inaspettato confronto, tu travedi sempre la mente dell'A. tutta intesa con costante perseveranza a dei casi veri, interamente, liberamente, e non con altro animo,tranne quello che ne abbia l'umanità giovamento e diletto. Io potrei avvalorare le cose sopraddette, trascrivendo qui dal libro alcuni luoghi, belli in sommo grado e immaginosi. I vari quadri della pestilenza; certi gruppi del sollevamento popolare; i passi drammatici dove fa sì bello spicco quella grande anima di fra Cristoforo; il sogno di Don Rodrigo, che pare uscito dal cervello di Shakespeare, tanto è cosa caldamente immaginata; potrei trascrivere la descrizione dei dintorni di Lecco, che la è felice e magnifica quanto un quadro del Lorenese, e molti altri passi potrei allegare (se la legge della brevità me lo concedesse) per li quali si verrebbe a mostrare quanta energia, quale elevatezza, qual fonte d'affetto e di voluttà squisita si contenga nel libro dei Promessi Sposi, comunque alcuni abbiano affermato, nè io vo' negarlo, ch'e' sappia d'ascetico... Sì, signori, d'ascetico: e ne tornerà per questo meno piacevole la lettura? Ma siamo anime forti, e queste debolezze, che ponno intertenere i pusilli, non entrano punto nei nostri spassi, se non quando le divengono soggetto d'allegro ed ingegnoso motteggio nelle amene brigate. V'intendo, o signori, e capisco che vorrete per conseguente essere anche persone dicarattere, n'è vero? In questo caso v'è sicuramente interdetto il gusto di questa lettura. Poichè fra le vostre mani un libro mezzo ascetico potrebbe farvi scadere da quella reputazione di gagliardia... pensava per lasoddisfazion vostra a un ripiego... Uditemi; e se vi procacciaste questo libro di cheto e ve lo leggeste segretamente?»[39].

NellaGazzetta di Milanocosì ne scrisse Francesco Pezzi: «L'autore è chiaro per molti conti. Nepote dal lato materno del gran Beccaria, egli non si ristette al lustro che gli deriva da questa affinità. Giovane ancora, il Manzoni alzò grido di facile ingegno. Più tardo, salì i gioghi di Pindo con fausto successo. Il carme in morte dell'Imbonati sta presso aiSepolcridel Pindemonte, del Foscolo, del Torti. Gli inni in onor di Maria spirano la soavità della grazia terrestre. In altri lirici componimenti la sua musa si spinse a nobile altezza. Trattosi quindi nel sentiero in cui quel d'Asti raccolse il retaggio della Greca Melpomene, il Manzoni volle trattare argomenti semplici sulle norme della scuola romantica. Delle due tragedie ch'ei scrisse non rimangono nella memoria che alcuni concetti ed isolate bellezze di stile. In fine egli attese alla prosa. Il Manzoni può dirsi il primo che abbia ora compiuto un vacuo fra noi in un ramo di letteratura, nel quale gli stranieri peccano d'abbondanza. Sia storia o romanzo, il suo libro mancava all'Italia. Da lungo tempo non facciam che discutere sul modo di concepiree di scrivere. Il Manzoni frattanto non discuteva, ma concepiva e scriveva. Il nuovo parto della sua mente incatena l'attenzione del leggitore: crediamo con queste parole averlo definito abbastanza. La ragione della voga di quest'opera salta agli occhi immediatamente. Varietà ed importanza di avvenimenti; pittura energica d'usi e di costumanze, di cui non si è perduta la traccia; caratteri vivamente tratteggiati; passioni poste in contrasto, le vie dell'animo ricercate, e tutto ciò senza sforzo, senza l'orpello dell'esagerazioni, senza sussidio di mezzi incomprensibili; ecco l'origine prima da cui deriva quell'allettamento che infondesi alla lettura deiPromessi Sposi. Se a questo s'aggiunga un bel calcolato riparto di tanti episodi, che presi isolatamente parrebbe a prima giunta non potersi unire al soggetto fondamentale, ma che vi si combinano come tanti raggi nel centro d'un disco, e si avrà ragione dell'aura ond'è onorato il lavoro del Manzoni. L'autore non attinse la principal vicenda narratavi a fonte luminosa, in quanto che i veri protagonisti dell'azione non sono illustri per alcun conto. Ma s'egli non comincia a intertenerci che della promessa fede di due amanti poveri e oscuri, mano a mano che va tessendo la loro istoria, da semplice che era, s'avviluppa con grande artificio, collegandosi ad avvenimenti ed a persone di grande importanza; locchè addoppia la sollecitudine del leggitore nel momento in cui crederebbesi che dovessescemare». Il Pezzi piglia poi a riassumere «le cose esposte, sviluppate e condotte con finissimo accorgimento nel primo e nel secondo volume dell'opera del Manzoni»; promette di parlare «quanto prima del terzo e ultimo»; e di ragionare anche, «colla guida d'onesta critica», della lingua e dello stile usati dall'autore, «non senza provare com'egli, tutto pieno del suo soggetto, siasi mostrato ad un tempo filosofo, moralista, uom di mondo e pittore»[40].

Curioso è il giudizio che ne dette ilCorriere delle Dame: «Appena uscita l'opera, ognuno si fece a dire:è uscito un Romanzo storico di Manzoni. La celebrità del nome trasse tosto numerosissimi ammiratori all'acquisto, ed alcuni, sempre fermi nel volerlo battezzareRomanzo, lo trovarono, sotto questo aspetto, sterile e poco interessante. Trattasi, dicono quelli, di due paesani (Renzo e Lucia) che s'hanno a sposare e che un feudatario prepotente glielo impedisce con ogni sorta di mezzi; dopo gran traversie si sposano, e lì finisce la dolorosa istoria, poichè tutti gli altri fatti e narrazioni s'hanno a considerare come altrettanti episodi, e formano invece il nerbo del libro.—Io rispondo a questa prima questione che il rinomato autore di tante belle poesie e di ben altri lodati componimenti noncomincia dal dire sua propria quest'opera, e quand'anche la si fosse, egli l'ha intitolata:Storia milanese del secolo XVII; perchè dunque la si vuole unRomanzo?Certo che se si fosse inteso di offrirci un romanzo storico sulle tracce di Walter Scott doveasi innalzare fra più nobili subbietti la scelta de' protagonisti, onde l'interesse generalmente eccitato venisse per le avventure di personaggi degni veramente d'istoria. Ma non vediamo noi forse che appunto l'illustre Scozzese, costretto a non smuovere se non storicamente dalle capitali o dai determinati luoghi i suoi personaggi illustri, inganna poi e tradisce il lettore, facendo in un luogo accadere cose avvenute le mille miglia lontane, e ravvicinando epoche distantissime fra loro, e confondendo le costumanze e gli usi tutti propri di diverse età, soltanto per dare in unsolo Romanzo storicol'idea completa di varie avventure, di varie costumanze, e per stringere in un'epoca sola i vari periodi di una vita illustre? Meno male sarà dunque che ideali sieno i personaggi e tali da potere esser mandati qua e là ove più brama l'autore, purchè storiche sieno le relazioni de' fatti che contiene il libro.—Meglio sarebbe, lo dicon tutti e lo dico anch'io, che la scelta cadesse sopra un'avventura d'illustri persone, e gli storici episodi corrispondessero a que' tempi, per istruirne il lettore; ma qui sta la difficoltà, e non già la difficoltà di invenzione, ma la difficoltà di rinvenire fatti interessanti,contemporanei ad avventure particolari e specialmente amorose di persone degne di storia.—Risponderà taluno, che è assai comodo formare un romanzo di tal sorta, poichè non è alla fin fine che una cronaca di quel determinato tempo, collegata ad una novella amorosa qualunque ella siasi.—Sia pur facile e comodo l'inventare una novelletta amorosa per condire quell'arida parte storica che vuol narrarsi, non sarà comodo, nè a tutti facile sicuramente far buona scelta dell'epoca che vuoi presentarsi, far che succosamente sieno le cose narrate, e la sana filosofia, la buona morale, la vera politica venga alla mente del lettore mediante la narrazione medesima; non sarà comodo il frugare centinaia di volumi e manoscritti per determinare alcune verità dapprima mal note; non sarà facile di belle e commoventi pitture descrittive adornare l'opera che si offre; nè sarà tanto comodo e facile mantenere le varie persone nel loro vero carattere, e fare che le ammonizioni di un cardinale Federigo Borromeo sembrino da quel medesimo chiarissimo porporato dettate e pronunziate; che le espressioni di un prepotente signore sieno le vere e le sempre udite; che la compassione fraterna di un P. Cristoforo dipinga una rara pietà, ma probabile altronde in persone benemerite a Dio; che i tristi effetti di una forzata monacale reclusione sieno que' tanti mali che vediamo nell'opera del Manzoni vivamente scolpiti; non saràfacile, nè comodo, in fine, far sì che in ogni parte dell'opera rilucente ed esaltata veggasi la virtù, sotto rozzi panni, e in tutt'altri depresso e annichilito il vizio.—Voi dunque, proseguon gli altri, ce lo date per un capo d'opera, per unnon plus ultra: ed io, che pur vorrei mi si prestasse la debil penna a que' maggiori elogi che amo tributare ad A. Manzoni, dirò che questo libro è bello, interessante e migliore di tanti altri che menarono in questi ultimi tempi gran rumore: ma non perciò lo veggo privo di qualche pecca, nè tale da dirsi insuperabile. È prima, fra le cose ch'io prenderei a censurare, una prolissità che sfinisce e stucca in più d'un luogo; e basti, per accennarne uno, il dire che la sommossa, accaduta in Milano per la carezza del pane, e il saccheggio che voleasi dare ad una bottega di fornaio, fa muovere il Gran Cancelliere Ferrer per sedare il tumulto, e 14 pagine, belle, lunghe e larghe, come sono, tutte vengono impiegate a descriverci l'andata non più di cento passi della carrozza di Ferrer, circondata dal popolo.—Viene, in secondo luogo, l'inutilità di alcune nozioni che non fanno bella, nè più interessante l'opera, e fra queste quello sciocco e lungo contrasto fra Bortolo e Renzo, il quale di tutto avea bisogno fuorchè di perdersi a cicalare sul nome dibagianocon cui sogliono i Bergamaschi distinguere i Milanesi.—Renzo poi lo trovo talvolta ingenuo fuor di misura, tal altra perspicace oltre la naturale suacondizione, ed atto a riportarmi perfino un'intiera predica del P. Felice; in qualche incontro mancante troppo di un necessario ardimento e facile a confondersi pel più piccolo imbarazzo, ed altrove di una fortezza d'animo che lo innalza all'eroismo, e pronto a pronunciar sentenze ed a filosofare più che non gli convenga; furibondo amante della sua Lucia, talora passa molt'ore e giorni senza pur rammentarla; tratto alla città per quell'amore di cui tutto vive, n'è dimentico e spogliato per seguire que' tumulti che fanno d'ordinario allontanare anche i meno timidi ed i più avvezzi alle popolari sommosse. Illetterato, com'egli è, tiene corrispondenza col mezzo di un amico con Agnese, madre di Lucia, la quale, fra l'altre, accompagna una sua lettera di un soccorso a lui di cinquanta scudi... e come dunque sta in seguito che Renzo non avesse fatto confidenza a nessuno di quel denaro avuto?... È Renzo perciò l'unico personaggio intorno al quale potrebbero insorgere ben fondate censure, e d'uopo avrebbe d'una lima accurata la parte che lo risguarda.—Ma, insieme strette tutte queste cose, non appariscono che nei fra mezzo a tante bellezze; e le copie di quest'opera furono in meno di due mesi tutte spacciate, e se ne fa ristampa a Torino, a Livorno, e si stanno preparando comiche rappresentazioni, tratte dall'opera medesima, e finalmente si è aperta associazione a dodici tavole litografiche, che i punti più interessantidella storia rappresenteranno, essendo affidata a valenti artisti l'esecuzione dei disegni»[41].

La Vespa, un altro de' giornali milanesi d'allora, invece si avventò contro il nuovo romanzo con rabbia feroce; e chi scese in campo a farne strazio fu il suo «compilatore» Felice Romani. «Sepolta per tre anni nel magazzino del Ferrario, esce finalmente alla luce questa vecchia ringiovanita, di cui si dicevano le meraviglie dai pochi che l'aveano veduta e dai molti che l'avean da vedere. Esce finalmente alla luce: e corrono staffette per l'Italia, e galoppano corrieri oltre monti ad annunziare la comparsa della Bella del secolo XVII, abbigliata alla foggia del secolo XIX. Gli amici dell'A. la van portando in trionfo per le vie, per le case, pei caffè: bella! dice un giornalista: bella! ripete un libraio: bella di qua, bella di là, bellissima, arcibellissima, meravigliosa! Ch'io pure possa darti un'occhiata, o veneranda virago, che meni tanto trionfo, e fai girare il cervello di tutti i Narcisi della nostra letteratura!—Ahimè, o lettori, io l'ho veduta... Io non conosco il Manzoni nè per benefici, nè per ingiurie ch'io n'abbia ricevute, nè ho mai potuto e voluto frugare nella sua coscienza per giudicare della sua pietà. Le verità sociali e cristiane sonmeritorie d'innanzi a Dio e d'innanzi ai Governi: e il mio cuore e la mia voce venera e loda chi le possiede veracemente: ma esse non accrescon dramma di merito sulla bilancia ove si pesano i letterati. Questi van giudicati dagli scritti; ed io plaudo al Manzoni come lirico di vaglia, quando leggo i suoi versi in morte di Carlo Imbonati, qualche squarcio degli Inni sacri e la battaglia di Maclodio; ma cattivo tragico lo chiamo quando esamino il Conte di Carmagnola e l'Adelchi, nè lo reputo miglior romanziere quando svolgo...—Alto là, non è ancor deciso seI Promessi Sposisiano un romanzo, o una storia.—Tanto peggio per l'autore! se siete ancora indecisi sul genere del componimento. Voi date campo ai maledici di poter dire ch'ei non è nè romanzo, nè storia. Ma questo non voglio dir io; e poichè iPromessi Sposiè pur forza che sian qualche cosa, li riguarderò come un romanzo fondato sulla storia. E i più concorrono in siffatta opinione. Non udite voi tutto il giorno gridare a gola aperta: finalmente abbiamo un Walter Scott anche noi! finalmente il Manzoni hariempiuto un gran vuotoche nella nostra letteratura esisteva. Benigni lettori! lasciatemi dire quattro parole a costoro».

Risparmio queste «quattro parole» ai lettori e seguito a spigolare. «Al Manzoni è piaciuto comporre un romanzo storico, e come tale fu accolto dal pubblico, e il rapido smercio che inpoco tempo egli ottenne, prova abbastanza ch'ei fu giudicato eccellente. Più vera sentenza, o lettori, non fu mai proferita, nè più umiliante per certe gloriole letterarie, di quella che ai Romani scrittori gridava il Venosino poeta, cioè che i libri hanno anch'essi il loro destino. E sapete voi da che cosa dipende siffatto destino? Se Orazio non l'ha detto, io ve lo dico: dipende da mille passioncelle che in ogni tempo governarono la repubblica letteraria, dalle mire dei lodatori, dall'influenza dei lodati, e più di tutto dalle stravaganze del secolo. Nè a questo io faccio torto, affibbiandogli qualche stravaganza, poichè i passati aveano anch'essi le loro. Se qualcuno fra i Secentisti avesse osato menare la sferza contro il mal gusto de' suoi tempi e dire a quel Re di Francia che premiava di tant'oro il più detestabile sonetto del nostro Parnaso: Sire, quest'atto di vostra munificenza sarà biasimato da tutti i secoli futuri; costui ne avrebbe riportate le beffe dei suoi contemporanei, e non avrebbe trovato un solo che facesse ragione alla sua giusta censura. Noi, per ventura, viviamo a giorni in cui le stravaganze dei letterati non sono premiate dai Re; e se son mille i bizzarri cervelli che ad esse corrono dietro, pochi non sono i sapienti che fanno argine alla corrente e sono custodi del bello e del vero. Pago del suffragio di questi, io non farò conto della disapprovazione di quelli; ed esaminando liberamente il romanzo storicodel Manzoni, mi studierò di provare ch'ei pecca d'invenzione, di condotta, di caratteri, di stile; e che paragonandolo a quelli del Walter Scott, gli è l'istesso che scoprire agli stranieri le nostre miserie... Peggior epoca della storia milanese non poteva egli scegliere per base del suo romanzo: l'epoca della dominazione spagnuola, in cui due nazioni, anche straniere, entravano in guerra per contendersi un piccolo principato. Spento era il valore, morta ogni idea generosa, e la fame e la peste desolavano queste infelici contrade. Ditemi ora, o lettori, qual sarà il soggetto di un romanzo, che si raggira intorno a tal epoca? Quali saranno le imprese dei Milanesi, perchè il romanzo è intitolatoStoria Milanese?O, per tacer delle imprese della nazione, quali almeno saranno i fatti di un qualcheduno fra i Milanesi, quali le vicende di lui, o vere, o immaginarie, che si colleghino colle vicende pubbliche, e formino insieme un compiuto e commovente quadro dei tempi? Quali saranno gli eroi? Forse l'ambizioso Governator di Milano promotore della guerra che si accende in Italia? Forse il coraggioso Duca di Nevers, che difende animosamente i diritti della sua casa? Forse il Marchese Spinola, che viene a correggere gli errori del Cordova? Forse gli oppugnatori o i difensori di Casale, di Vercelli e di Torino, Spagnuoli o Francesi che sieno, Alemanni o Italiani, poichè tali sono gli eroi e le vicende di quell'epoca? Nè un solo dicotesti personaggi è l'eroe del romanzo, nè una sola di siffatte vicende forma il soggetto dell'istoria scoperta e rifatta dal Manzoni. Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due poveri lavoratori del contado di Como, sono gli eroi per cui dobbiamo interessarci; se si sposeranno, o no, è l'importante vicenda che tener deve gli animi nostri sospesi... Eccovi, o lettori, tutto il tessuto di questa istoria milanese rifatta: e s'ella è cosa che meriti il nome di storia, giudicatelo voi... Ditemi, per vostra fede, il soggetto è egli interessante? Due contadini, che per prepotenza di un nobile e per dappocaggine di un curato non si possono sposare, sono essi gli eroi da collegare degnamente ad un'epoca storica qualunque ella sia? E questa epoca storica vi par ella bene svolta e presentata nel suo più bel punto di vista? E che cosa avete imparato dalle vicende dei vostri maggiori, per cui possiate gloriarvi, o almeno intenerirvi e piangere con quel generoso sentimento che ispirano le nobili sventure? Gentiluomini scapestrati o sciagurati, popolo avvilito o affamato, peste fomentata per ignavia dei dominatori e per ignoranza dei dominati! Dov'è un sentimento generoso, un nobile affetto, una grande passione? Dov'è un eroe su cui riposino con compiacenza i vostri occhi affaticati dallo schifo spettacolo che avete dinanzi? Dove un grand'uomo, che comparisca qual faro nella notte di quest'epoca tenebrosa? Il solo cardinal Borromeo, personaggioepisodico, è l'unica figura che spicca in certo qual modo in questo quadro disgustoso. Ma se l'A. voleva introdurre il cardinal Borromeo, perchè confinarlo in un villaggio ad affaticarsi intorno a cose di sì lieve momento? E un uomo di tanta autorità non poteva essere posto in situazione più degna di lui? E i vizi dei tempi non gli presentavano più vasto campo ove luminose apparissero le sue virtù? È bensì vero che ei divide il suo pane cogli affamati, che si adopera ad allontanare il flagello della peste, che si mostra pieno di cristiana carità: ma tutto ciò è raccontato per incidenza, e in nulla coopera all'andamento dell'azione, alla sostanza del soggetto. E dove pure ciò fosse, il cardinal Borromeo era egli un personaggio da romanzo?».


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