XXI.La peste a Bergamo—Ritorno di Fermo al paese nativo—Suo incontro con Don Abbondio e con Agnese.Lasciando ora Don Rodrigo nel suo tristo ricovero[132]ci conviene andare in cerca d'un personaggio separato da lui per condizione, per abitudini e per inclinazioni, e la storia del quale non sarebbe mai stata immischiata alla sua, se egli non lo avesse voluto a forza. Fermo, del quale intendiamo parlare, aveva campucchiato quell'anno della carestia, parte col suo lavoro, parte coi soccorsi di quel suo buon parente; alla fine, per non essergli troppo a carico, intaccò i cento scudi di Lucia, ma col proposito di restituire, se mai Lucia non fosse più quella per lui. Il passaggio della soldatesca interruppe quelle scarse e imbrogliate comunicazioni di pensieri e di notizie che passavano tra lui ed Agnese. Dietro la soldatesca venne la peste, ai primi avvisi della quale i magistrati di Bergamo interdissero il commercio col territorio milanese finitimo, mandarono commissarjad invigilare al confine, fecero por guardie e cancelli. Pure, come era accaduto nel Milanese, la disobbedienza fu più attenta, più destra, più ingegnosa che la vigilanza; gli abitanti del confine bergamasco non credevano nè pur essi molto alla peste e trattavano di soppiatto coi loro vicini; e, con molta fatica e con molto pericolo, ottennero di potere avere anch'essi la peste in casa. Entrata che fu, invase poco a poco il contado, poi i sobborghi di Bergamo, poi la città[133]. La peste di Bergamo, e nei modi concui si propagò, e in tutti i suoi accidenti, presenta molti tratti di somiglianza notabile con quelli del Milanese. Come in questo paese, così nel bergamasco, dopo scoverta la peste, si trovò ch'ella si sarebbe dovuta prevedere per evidenti segni astrologici e per inauditi portenti; v'ebbe pure la incredulità di molti abitanti, e la negligenza delle precauzioni; v'ebberoi dispareri fra i medici, l'inesecuzione degli ordini e il rilasciamento nei magistrati stessi, nato da una falsa fiducia che il male fosse cessato. Quivi pure una processione, contrastata con ragioni savie e voluta con fanatismo, diffuse rapidamente il contagio nella città; quivi pure molte vite generosamente sagrificate in pro' del prossimo da cittadini, e particolarmente da ecclesiastici; quivi pure licenza e avanie degli infermieri e becchini, che ivi erano chiamatinettezzini, come in Milanomonatti; quivi pure preservativi e rimedi strani o superstiziosi. Quivi pure, come in Milano, subitanei spaventi per voci sparse di sorprese nemiche, sognate dalla paura, o inventate dalla malizia; e finalmente, per non dir tutto, quivi pure all'udire che in Milano v'era gente che disseminava il contagio con unzioni, nacque un terrore che il simile non avvenisse, anzi parve di vedere unti i catenacci e i martelli delle porte e le pile delle chiese[134]. Ma la cosa nonandò oltre; e come in questo particolare, così nel resto, gli accidenti tristi, che abbiam toccati, furono in Bergamo men gravi, meno portentosi; l'incrudeltà fumeno ostinata, men clamorosa, la trascuranza men crassa, la superstizione meno feroce, la violenza meno bestiale e meno impunita. Di questa differenza v'eramolte cagioni, alcune presenti, altre antiche, quale nelle persone e quale nelle cose; la ricerca delle quali cagioni è fuori affatto del nostro argomento. Quelloche ora importa di sapere si è che Fermo contrasse la peste, e la superò felicemente. Tornato alla vita, dopo d'averla disperata, dopo quell'abbandono e quell'abbattimento,sentì egli rinascere più che mai fresche e rigogliose le speranze, le cure e i desiderj della vita, cioè pensò più che mai a Lucia, alle antiche affezioni,agli antichi disegni, alla incertezza in cui era da tanto tempo dei pensieri di essa, e alla nuova terribile incertezza della salute, della vita di lei, in quel tempo doveil vivere e l'esser sano era una come eccezione alla regola. Tutte queste passioni crescevano nell'animo di Fermo di pari passo che il vigore nelle sue membra;e quando queste furono ben riconfortate, egli, con la risolutezza d'un giovane convalescente, disse in sè stesso: andrò e vedrò io come stanno le cose. Il pericolodella cattura gli dava poca molestia; da quello che si passava in Bergamo egli vedeva che la peste assorbiva o affogava tutte le sollecitudini, ch'ella eracome un obblivione, o un giubileo generale per tutte le cose passate; vedeva che i magistrati avevano ben poca forza e poca voglia d'agire centra i delitti dellagiornata, e tanto meno contra reati ormai rancidi; e sapeva, per la voce pubblica, che in Milano il rilasciamento d'ogni disciplina buona e cattiva era ancorpiù grande. Oltre di che, egli si proponeva di cangiar nome, di procedere con cautela, e di scoprir paese, e prender voce nel suo paesetto natale, prima che avventurarsi in Milano. Con questo disegno, egli lasciò in deposito presso un buon prete (quel suo fidato parente era morto di peste) gran parte degli scudi che gli rimanevano, ne prese pochetti con sè, si tolse un pajo di pani, un po' di companatico e un fiaschetto di vino pel viaggio, e si mosse da Bergamo sul finire di luglio, pochi giorni da poi che Don Rodrigo era stato portato al lazzeretto.. Il Manzoni ne possedette una copia fatta dall'ab. Bentivoglio, che gli fu procurata dal suo amico Gaetano Cattaneo. Sulla peste conobbe anche ilMs.º Vezzoli.Preservatione|dalla peste|scritta dal sig. Protomedico|Lodovico|Settala|con privilegio. | In Milano | Per Giovan Battista Bidelli. | M. DC. XXX; in-8º di pp. 60.Cura|locale|de' tumori|pestilentiali,|che sono il Bubone, l'Antrace, o Car-|boncolo,& i Furoncoli.|Contenente tutto quello, che si ha da fare|esteriormente nella cura di questi mali.|Tolta dal Libro della cura della Peste|del Signor ProtofisicoLodovico|Settala. | In Milano, | Per Giovan Battista Bidelli. 1629; in-8º di pp. 32.La peste del| MDCXXX |Tragedia nouamente|composta|dal padre|FraBenedetto Cinqvanta|Teologo, e Predicatore|generale|De Minori Osservanti|Fra li Accademici Pacifici|detto il Seluaggio; in-24º di pp. 239, senza anno e note tipografiche. [Il permesso della stampa, dato in Milano da fra Leone Rossi, Ministro provinciale, è del «10 genaro 1632»; la lettera dedicatoria del Cinquanta a «Gio. Battista Calvanzano, Mercante Pio e diuoto», è data dal Convento di Santa Maria della Pace in Milano il «6 genaro 1632». Parecchi versi di questa tragedia furon dal Manzoni trascritti ne' suoi Estratti.]La pestilenza|seguita in Milano|L'anno 1630|raccontata da|D.Agostino Lampvgnano|Priore di San Simpliciano|Al Serenissimo|Carlo primo Gonzaga|Duca di|Mantova, Monferrato, Neuers,|Vmena, Rethel, etc.| In Milano per Carlo Ferrandi, | con licenza de' Superiori. | 1634; in-12 di pp. 82.Raggvaglio|dell'origine|et giornali successi|della gran peste|Contagiosa, Venefica & Malefica seguita nella Città|di Milano & suo Ducato dall'Anno 1629.|fino all'Anno 1632.|Con le loro successive Provisioni & Ordini.|Aggiuntovi un breve Compendio delle più segnalate specie di Peste|in diuersi tempi occorse|diviso in dve parti|Dalla Creatione del Mondo fino alla nascita del Signore,|Et da N. S. fino alli presenti tempi.|Con diversi antidoti|Descritti daAlessandro TadinoMedico Fisico|Collegiato & de' Conservatori dell'Illustriss. Tribunale|della Sanità dello Stato di Milano.|All'Ill.moSig.rFrancesco Orrigone Vicario|di Prouisione della Città & Ducato di Milano.| In Milano. M. DC. IIL. | Per Filippo Ghisolfi. Ad instanza di Gio. Battista Bidelli. | Con licenza de' Superiori & Privilegio; in-4º di pp. 151, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerare.Alleggiamento|dello|Stato di Milano|per|Le Imposte,e loro Ripartimenti.|Opera di|Carlo Girolamo Cavatio|prosapia de' Contidella Somaglia,|Gentilhuomo Milanese,|giovevole| Perrappresentare alla Cattolica Maestà|del Re N. S.|Filippo IV. il Grande|L'Amore Costante del Dominio,|E la forma facile di Benigno sollevamento.|Honorevole|Per le Prodezze de Cittadini.|Dilettevole|Per le Storie, ed Informationi.|Dedicata a gli Illustrissimi Signori|Vicario, e Sessanta|del Consiglio Generale|della Città di Milano.| In Milano M. DC. LIII.; Nella Reg. Duc. Corte, per Gio. Battista, e Giulio Cesare fratelli | Malatesta Stampatori Reg. Cam. & della Città; in-fol. di pp. 732, oltre 58 in principio e 76 in fine senza numerazione.Vita|di|Federico|Borromeo|Cardinale del Titolo di Santa Maria degli Angeli,|ed Arcivescovo di Milano,|Compilata|daFrancesco Rivola|Sacerdote Milanese,|e dedicata da' Conservatori|Della Biblioteca, e Collegio Ambrosiano|Alla Santità di Nostro Sig. Papa|Alessandro Settimo.| In Milano, | Per Dionisio Gariboldi. M. DC. LVI.; in-4º di pp. 769, oltre 24 in principio e 55 in fine non numerate.Il|memorando contagio|seguito in Bergamo l'anno 1630.|historia|scritta d'ordine pubblico|daLorenzo Ghirardelli|libri otto.|Consacrata|all'immortalità | della stessa Ill.maCittà|di Bergamo.| In Bergamo, M. DC. LXXXI. | Per li Fratelli Rossi Stampatori di essa Città. | Con licenza de' Superiori; in-4º di pp. 361, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerazione.Memorie|delle cose notabili|successe in Milano intorno al|mal contaggioso l'anno 1630.|Del riccorso da Signori della città a Padri Capuccini|per il Governo del Lazzaretto.|Come fu destinato il Molto Rev. Padre Felice da Milano della|Nobilissima Famiglia de Casati, ed il Rev. Padre Michele|da Milano della Famiglia de' Marchesi Pozzobonelli.|De' Portamenti d'essi Padri in quelle calamità; e come entrasse|la Peste ne' Conventi loro.|Delle ammirabili azioni, ed affannose fatiche d'Eccellentissima Carità|dell'Illustrissimo Signor Marchese|Don Gianbattista Arconati|di Gloriosa ricordanza, luce splendidissima di que' tempi,|Reg. Senatore, e Presidente della Sanità.|Del bel passaggio all'Eternità di molti Capuccini Vittime di|Carità, E d'altri risanati per intercessione della Gran|Vergine Miracolosa delle Grazie|Nella Chiesa delli Molto Reverendi Padri Domenicani|in Porta Vercellina.|Con in fine tre Capitoli in compendio della purga|delle cose infette, e sospette usata.|Raccolte da DonPio La Croce, |Consagrate|all'Illustrissimo Signore il Sig.|Don Giuseppe Arconati|Marchese di Busto Garollo|Arconate, etc.| In Milano Nelle Stampe di Giuseppe Maganza. 1730; in-4º di pp. 92, oltre 8 in principio e 2 in fine senza numerazione.Del conte Pietro Verri consultò e cita laStoria di Milanoe leOsservazioni sulla tortura, che postillò; come postillò il suo discorsoDell'Annona. Cfr.Opere inedite o rare diA. M. vol II, pp. 122-124 e 374-386. Cita pure il trattatoDel governo della pestedi Lodovico Antonio Muratori, edizione modenese del 1714; citaDel morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera del dott.F. Enrico Acerbi; l'amico e medico suo.Cfr. inoltre:Ghiron I.,Documenti ad illustrazione dei «Promessi Sposi» e della peste dell'anno 1630; nell'Archivio storico lombardo, ann. V, fasc. 4 [31 dicembre 1878], pp. 749-758.DegliEstrattimanzoniani ne trascriverò qualche brano, per saggio.«Danno portato dai soldati veneziani. Ghirar[delli], p. 55—Processione, p. 161—Sintomi della peste, p. 224.—Unzioni, p. 244.—Inumanità deinettezzini, p. 252.—Non furono mai veduti tanti frutti pendere dagli arbori, etc., p. 258.—Mortalità: città e borghi, 9,533; territorio, 47,322, p. 341.—Continuò la mortalità, sicchè più d'un terzo fu trovato mancar di peste—Esenzioni per 10 anni ai forestieri in Bergamo, p. 356».«Deputati delle parrocchie. Rip[amonti], p. 58—10 cal. maii, p. 75—Quatuor homines deprehensos esse, etc., p. 111—Lazzeretto e P.reFelice, p. 128—Diluvio ai 23 di luglio, p. 131—Sed belli graviores esse curas, p. 245».«Viveva in un certo castello, etc. Rivola, p. 254—Card. Fed. Borromeo raccomanda ai parochi che inculchino il dovere di rivelare la malattia contagiosa, p. 582—Condotte a termine di salire in fin sopra i tetti, etc., p. 759».«Morti della peste in Milano, 1630. Ripamonti, pagine 228-229, morti 140,000. Vedere il luogo, dove le ragioni per cui il calcolo sembra a lui stesso al di qua del vero—Tadino, p, 136, morti 185,558—Somaglia, p. 500, morti 180,000—Rivola, p. 584 (a mezzo settembre), morti 122,000—Ms.º Vezzoli, p. 73, morti 122,464—Lampugnani, pag. 67 (la stessa avvertenza che al Ripamonti), morti 160,000».In un foglio volante, non però di mano del Manzoni, si legge: «Il giorno 21 giugno a Milano il sole leva a 4.h12.', tramonta a 7. 48. Era uso in Italia incominciare a contare le ore o al preciso tramonto, o ad una mezz'ora dopo di esso. Nel primo caso le 8 ore italiane corrispondono a 3. 48 della mattina, ossia 24 minuti prima del levare del sole; che è precisamente all'aurora. Se si contino le 24.hmezz'ora dopo il tramonto, lo che è il 2º caso, le 8 ore corrispondono a 4. 18 dell'orologio francese, perciò 6 minuti prima del levar del sole. In Milano si contava dunque le 24 al preciso tramonto». (Ed.)]I pochi, che erano guariti dalla peste, si trovavano in mezzo all'altra popolazione come una razza privilegiata. Una grandissima parte della gente languivainferma, moriva, e quegli che non avevano contratto il male ne vivevano in un continuo terrore; come ogni oggetto poteva col tocco esser cagione di morte, così di tutto si guardavano; i passi erano misurati e sospettosi, i movimenti ritrosi, irresoluti, fretta ed esitazione in un tempo, un allarme incessante, una disposizione a fuggire, e con tutto questo il pensiero sempre vivo che forse tante precauzioni erano inutili, forse il male era già fatto. I pochi risanati invece, non temendo più del contagio, camminavano ed operavano senza tutte quelle precauzioni, e l'aspetto della incertezza altrui cresceva in molte occasioni la fiducia e la scioltezza loro: erano come i cavalieri dell'undecimo secolo, coperti d'elmo, di visiera, di corazza,di cosciali, di gambiere, con una buona lancia nella destra, un buon brocchiere alla sinistra, una buona spada al fianco, una buona provvigione di giavellotti, sur un buon palafreno, agile all'inseguimento ed alla ritratta, in mezzo ad una marmaglia di villani a piede, ignudi d'armatura, e poco coperti di vestimenti, che per offesa e per difesa non avevano che due braccia e due gambe, e il resto delle membra non atto ad altro che a toccar percosse. L'immunità del pericolo ispira il sentimento e dà il contegno del coraggio; è la parte meno nobile, ma spesso una gran parte di esso; e questa verità si è sapientemente trasfusa nella nostra lingua, dove il vocabolo sicuro, che in origine vale fuor di pericolo, fu traslato a significare anche ardito. Con questa baldezza, temperata però dalle inquietudini che noi sappiamo e dalla pietà di tanti mali altrui, camminava Fermo in un bel mattino d'estate, per coste amene, donde ad ogni tratto si scopre un nuovo prospetto, per verdi pianure, sotto un cielo ridente, tra il fresco e spezzato luccicare della rugiada, all'aria frizzante dell'alba e al soave calore del sole obbliquo, appena comparso sull'orizzonte. Ma dove appariva l'uomo, dove si vedevano i segni della sua dimora, del suo passaggio, spariva tutta la bellezza di quello spettacolo: erano villaggi deserti, animati soltanto da gemiti, attraversati da qualche cadavere, che era portato alla fossa senza accompagnamento, senza romore di canto funebre: qua e là uomini sparuti, cheerravano, infermi che uscivano disperati dal coviglio, per morire all'aria aperta, birboni che agguantavano dove fosse da spogliare impunemente. Fermo cercò di schivare tutte le parti abitate, venendo pei campi; sul mezzo giorno si riposò in un bosco, vicino ad una sorgente, ivi si rifocillò col cibo che aveva portato seco; lasciò passare le ore più infocate, riprese la sua strada; cominciò a riveder luoghi noti, misti alle memorie della sua fanciullezza, e due ore circa prima del tramonto scoperse il suo paesetto. Alla prima vista Fermo ristette un momento, come sopraffatto dalle rimembranze e dai pensieri dell'avvenire, e ripreso fiato, procedette, entrò nel paese. L'aspetto era come quello di tutti gli altri che Fermo aveva dovuti vedere; ma la tristezza fu ben più forte che egli non l'avesse ancor provata. Guardò se vedeva attorno qualche suo conoscente, qualche persona viva: nessuno; le porte chiuse, o abbandonate; avanzando, scorse un uomo seduto sul limitare, lo guardò, durò fatica a riconoscerlo, travisato com'era dal male[135]; ma non fu riconosciuto da esso, che gli piantò in faccia due occhj insensati, e non fece motto. Fermo lo chiamò per nome, non ne ebbe risposta, e più che mai accorato si avviò alla sua casa. Ella era quale l'avevano lasciata i lanzichenecchi: senza imposte, diroccata qua e là, qua e là affumicata, e dentrovuota, ma non già pulita, che vi rimaneva ancor lo strame che era stato letto ai soldati. Ne uscì Fermo in fretta inorridito, ritirando l'occhio dallo spettacolo e la mente dai pensieri e dai ricordi che quello spettacolo faceva nascere, e si incamminò alla casa d'Agnese, con l'ansia di rivedere un volto amico, di udire da lei ciò che tanto gli stava a cuore, e col battito di non ritrovarla, di non ritrovar pure chi gli sapesse dire s'ella viveva.Per giungervi, doveva Fermo passare su la piazzetta della chiesa, dov'era pure la casa del curato. Quando fu in luogo donde la piazza si poteva vedere, guardò egli alla casa del curato, e vide una finestra aperta e nel vano di quella un non so che di bianco-giallastro in campo nero, una figura immobile, appoggiata ad un lato della finestra. Era Don Abbondio in persona, e ad una certa distanza poteva parere un vecchio ritratto di qualche togato, scialbo per natura, per l'arte del pittore e per l'opera del tempo, appeso di traverso fuori al muro, per la buona intenzione di ornare qualche solennità. Fermo, che aveva sospettato chi doveva essere, arrivato su la piazza, lo riconobbe, e da prima, tornandogli a mente che egli era una delle cagioni delle sue traversie, sentì rivivere un po' di stizza e volle passar di lungo. Ma tosto, l'antico rispetto pel curato, quel desiderio di sentire una voce umana e conosciuta, così potente in quelle circostanze, la speranza di risapere da lui qualche cosa che gl'importasse, vinsero nell'animodi Fermo, che si arrestò, fece una riverenza, e dirizzando il volto alla finestra, disse:—Oh, signor curato, come sta ella in questi tempi?—Don Abbondio aveva guatato costui che veniva, gli era sembrato di riconoscerlo; ma quando sentì la voce che non gli lasciava più dubbio—Per amor del cielo! disse, voi qui? Che venite a fare in queste parti? Dio vi guardi! Vi pare egli, con quella poca bagattella di cattura...?—Oh via, signor curato, disse Fermo non senza dispetto, mi vuol ella fare anche la spia?—Parlo per vostro bene, disse Don Abbondio, che nessuno ci sente. Chi volete che ci senta. Non vedete che son tutti morti? Che venite a cercare fra queste belle allegrie? Andate, tornate dove siete stato finora; non venite a porre in imbroglio voi e me; perchè quando si tratti di castigar voi e di tormentare me, pover uomo, vi sarà dei vivi ancora.—Signor curato, mi saprebbe ella dar qualche nuova di Lucia?—Oh Dio benedetto! ancor di questi grilli avete in capo? Oh poveri noi! che serve che vengano i flagelli, se gli uomini non voglion far giudizio! E la peste, figliuolo, la peste? Non sapete che c'è la peste?—Ella deve ricordarsi, signor curato, disse Fermo con voce alquanto risentita, che Lucia ed io... non eramo grilli.—Oh! disse Don Abbondio, figliuol caro, voiavete sempre avuto il timor di Dio, spero che non sarete cangiato. Per questo vi parlo con libertà, da vero padre, perchè vi ho sempre voluto bene. So io quel che dico, questo non è paese per voi: se vi dovesse accadere qualche disgrazia—e già, pur troppo, non la schivereste—che crepacuore per me! La cattura è terribile; v'è un fuoco contro di voi! E poi la peste...—La peste l'ho avuta, disse Fermo, son guarito, e non ho più paura.—Vedete che avviso vi ha mandato il cielo, per farvi pensare al sodo... Anch'io l'ho avuta e son qui per miracolo.—Ma di Lucia non mi sa ella dir nulla?—Figliuol caro, che volete ch'io vi dica? Non ne so nulla: è in Milano; cioè v'era: di chi può dirsi ora, v'è? Sarà morta: muojono tanti.—Ma noi siam pur vivi, e...—Per miracolo, figliuolo, per miracolo. E il frutto che ne dobbiam trarre è di cacciar tutte le bazzecole dalla testa. In Milano, figliuolo! chi vive in Milano? Questo è un purgatorio, ma quello è l'inferno. Non vi passasse mai pel capo...—E Agnese, signor curato?—Agnese è qui: e per miracolo non ha contratta la peste finora; ma si guarda, si guarda; ha giudizio, non vuol vedere nessuno; non le andate fra piedi, che le fareste dispiacere.—Sia lodato Dio; ma ella nè mi vuole ajutare, nè vuole che altri m'ajuti.—Che dite, figliuolo? io son tutto per voi, e parlo perchè vi voglio bene; e perciò vi torno a dire: non vi passasse mai pel capo... Dio guardi! In Milano! Sapete come state! Una cattura di quella sorte! un impegno! e con tanti nemici che avete! Dio liberi! e poi, so io quel che dico, potreste trovare... chi sa? gente che vuol bene, ma... gente che si piglia impegni di proteggere, e poi... sostenere... cozzare... basta, parlo con tutto il rispetto... ma, Dio solo è da per tutto... Si vuole, si comanda, si promette, si fa l'impegno... si scompiglia la matassa, e si dà in mano al curato perchè la riordini... e chi ne va col capo rotto è il curato... Fate a modo mio, tornate dove siete stato finora.—Basta, disse Fermo, non mi aspettava da lei più soccorso di quello che mi abbia avuto. Io non intendo tutti questi suoi discorsi; ma poi che ella non ha altri consigli da darmi, si contenti ch'io faccia a modo mio.—No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e voi. Abbiate compassione d'un pover uomo, che ha bisogno di quiete; e sarebbe giusto finalmente che la godesse. Quello che ho patito io, vedete, non lo ha patito nessuno. Ne ho passate d'ogni sorte: spaventi, crepacuori, fatiche: è venuta la carestia, e m'è toccato di veder persone morirmi di fame su gli occhi. Ho dovuto fuggire di casa, e nessuno mi volle ajutare; ho trovato cuori duri come selci; e i soldati m'hannosperperato ogni cosa. E sono stato... e ho dovuto... e basta... sono stato ricoverato da un degno signore... basta so io quello che ho patito. E poi la peste! ho dovuto assistere agli appestati... e ne ho avute io delle cure, sa il cielo! ma l'ho presa anch'io, e son qui vittima della mia carità; d'allora in poi non son più quello. Perpetua è morta, mi ha abbandonato in questi guaj; e mi tocca servirmi da me, povero, vecchio e malandato, come sono. Ecco che appena cominciava a star bene, e voi venite per darmi nuovi travagli...—Signor curato, disse Fermo, io le desidero ogni bene; e del travaglio ella ne può bene aver dato a me, ma non io a lei, in fede mia. La spia ella non me la vorrà fare; del resto, io mi rimetto nelle mani di Dio. Attenda a guarir bene, signor curato.—Sentite, sentite,—continuava Don Abbondio, ma Fermo aveva già fatta una riverenza di risoluto congedo, e camminava verso la casetta di Lucia.—Oh povero me! questo ci mancava! continuò a barbottare fra sè Don Abbondio, ritirandosi dalla finestra. Povero me! Se costui va a Milano, se trova Lucia, se tornano alle loro antiche pretese, ecco rinnovato l'imbroglio. Un Cardinale che dirà: voglio che si faccia il matrimonio; un signore che dice, non voglio: ed io tra l'incudine e il martello. Basta... disse poi soffiando, dopo d'avere alquanto pensato... muore tanta gente... che dovessero rimanere al mondo tutti quelli che si divertono a mettere le pulci nell'orecchio di me pover uomo!Intanto Fermo arrivò alla casetta d'Agnese, la quale casetta, se il lettore se ne ricorda, era fuori del villaggio, solitaria. Alla vista di quel luogo una nuova tempesta sorse nel cuore di Fermo; diede egli un gran sospiro, e bussò.—Chi è là? gridò da dentro la voce d'Agnese: state lontano; non bazzicate intorno alla porta; verrò a parlarvi dalla finestra.—Son io, rispose Fermo; ma Agnese, non aspettando a basso la risposta, aveva fatte in fretta le scale e apriva la finestra.—Son io; mi conoscete? disse ancor Fermo, quando la vide.—Oh Madonna santissima! sclamò Agnese: voi?—Io, rispose Fermo; sono il benvenuto?—Oh figliuolo! sclamò di nuovo Agnese, quanto vi avrei desiderato, se non avessi avuto paura per voi? Ma ora che venite voi a fare?—A saper nuove di Lucia e di voi, rispose Fermo. A vedere se tutti si sono scordati di me. Che n'è di Lucia?—Figliuolo, sono mesi che non ne ho notizia: prima di quel tempo ella stava bene di salute; ma ora chi può sapere...?—Io andrò a vedere, io vi porterò nuova di vostra figlia, disse Fermo risolutamente.—Voi? disse Agnese: ma e... mi capite. Basta...—Volete aprirmi e parleremo più liberamente?—E la peste, figliuolo?—Grazie al cielo ella non ha ammazzato me ed io ho ammazzato lei, e son sano e salvo, come mi vedete. Aprite con sicurezza.—Scendo ad aprire, rispose Agnese; oh con quanta consolazione v'avrei riveduto. Ma ora, bisogna ch'io vi preghi di starmi lontano.—Come vorrete, rispose Fermo.—State ad aspettarmi nel mezzo della strada; quando aprirò, non vi affacciate alla porta; lasciatemi rientrare; poi entrerete e vi porrete in un angolo, lontano da me, e ci parleremo; le parole non hanno bisogno di toccarsi. Oh quante cose ho da dirvi!—Ed io a voi, rispose Fermo.Agnese calò in fretta le scale, giunta alla porta, avvisò ancora Fermo che stesse discosto, aprì, rientrò fino in fondo alla stanza; Fermo entrò pure, prese un trespolo, lo portò in un angolo, vi si pose a sedere, guardando intorno, ricordandosi di tanti momenti passati in quel luogo, e sospirando; Agnese andò a richiuder la porta e venne a sedersi nell'angolo opposto. E subito cominciò come una sfida d'inchieste.—Come vi siete fidato di venir da queste parti?—Perchè Lucia non mi ha mai risposto?—Come avete potuto fuggire?—E perchè non venire dove io era in sicuro, piuttosto che mandarmi denari?—Chi v'ha strascinato in quei garbugli?—Quanto tempo Lucia è stata in quello spavento? e come è andata propriamente la cosa?Fatte le prime interrogazioni più pressanti, ognunocominciò a rispondere brevemente a quelle del compagno. Fermo finalmente pregò Agnese ch'ella raccontasse per disteso tutta la sua storia, promettendo di soddisfarla egli poi della propria. Così Fermo conobbe per la prima volta daddovero le triste vicende di Lucia, e l'esito inaspettato. Tremò, fremè, impallidì cento volte a quel racconto; ora diede dei pugni all'aria ed ora giunse le mani in atto di ringraziamento; maledisse la Signora, benedisse il Cardinale, diede maledizioni e benedizioni al Conte del Sagrato, invocò ora la vendetta, ora il perdono del cielo sopra Don Rodrigo. Ma un punto rimaneva tuttavia oscuro, nè Agnese sapeva dilucidarlo. Perchè non è venuta con me? con me, suo promesso? con me, che doveva, che poteva divenir suo marito? che ostacolo v'era più? non sarebbero mancati che i denari, e il cielo gli aveva mandati. Agnese non seppe dire, se non ciò ch'ella aveva pur pensato: che Lucia fosse rimasta tanto stordita e sgomentata da quegli orribili accidenti, che non le rimanesse più forza da voler nulla, e fosse disgustata d'ogni cosa.—Oh? andrò io a saperlo da lei, disse Fermo; voglio vedere l'acqua chiara. Ella era mia; mi si era promessa; io non ho fatto niente per demeritarla; e se non mi vuoi più... e qui avrebbe pianto se gli uomini non si vergognassero di piangere: se non mi vuoi più, me lo ha a dire di sua propria bocca, e mi deve dire il perchè.Agnese cercò di racconsolarlo, e lo chiese dellasua storia, che Fermo le narrò sinceramente. Questa storia fece molto piacere ad Agnese e le rimise Fermo nell'antico buon concetto.—Voleva ben dire io; sclamava essa di tratto in tratto. Se sapeste come la raccontavano qui, in cento maniere, l'una peggio dell'altra. Ma voi non me l'avete mai fatta scrivere ben chiara.—E voi, madonna, disse Fermo, non mi avete mai data soddisfazione sopra quello che io voleva sapere.—Basta, disse Agnese, lodato Dio che abbiam potuto parlarci una volta; valgon più quattro parole sincere di due ignoranti che tutti gli scarabocchj di questi sapienti. Ma voi come vi fidate di andare a Milano, dove vi hanno tanto cercato, dove...?—Chi mi conoscerà! rispose Fermo, non m'hanno visto che un momento; e il nome... ne piglierò un altro; non ci vuoi gran lettera per questo; e poi chi volete che pensi a me ora? Hanno da pensare alla peste. Sono tutti in confusione. Muojono come le mosche, a quel che si dice... Ah! pur che viva Lucia!—Dio lo voglia! sclamò Agnese; e lo vorrà, io spero. Quella poveretta innocente ha tanto patito! Dio gli conterà tutto quel male, per salvarla ora, Ah! Fermo io ho buona speranza; andate pure; mi sento tutta riconfortata dall'avervi veduto. Sento una voce che mi dice che i guai sono alla fine; e che passeremo ancora insieme dei buoni momenti.Fermo chiese del Padre Cristoforo, e Agnese non li seppe dir altro se non ch'egli era a Palermo, cheè un sito lontano lontano, di là dal mare. Scontento, e perchè sperava da lui ajuto e consiglio, e perchè desiderava di raccontare a lui pure la storia genuina; e perchè avrebbe riveduto volentieri quell'uomo pel quale sentiva tanta venerazione e tanta riconoscenza. Disse però: brav'uomo! vero religioso! è meglio ch'egli sia fuori di questi guai e di questi pericoli. Agnese offerse a Fermo l'ospitalità per quella notte, con molte prescrizioni sanitarie però di lontananza, di cautela, di non toccar questo, di non avvicinarsi a quell'altro luogo. Fermo accettò l'ospitalità ben volentieri e promise tutti i riguardi che Agnese desiderava. Era venuta l'ora della cena, e la massaja si diede ad ammanirla. Pose al fuoco la pentola per cucinarvi la polenta. Fermo, da giovane ben educato, voleva risparmiare la fatica alla donna e fare egli il lavoro: ma Agnese, levando la mano: guardatevi bene dal toccar nulla, disse; lasciate fare a me. Fermo ubbidì; ed ella prese la farina, la gettò nell'acqua, la rimenava dicendo: Eh! altre volte era Lucia! basta il cuor mi dice che la mia poveretta verrà con me, e presto; e che staremo tutti in buona compagnia. Fermo sospirava. Agnese versò la polenta, raccomandando sempre a Fermo di non si muovere, di non toccare; poi andò a mugnere la vacca» tornò con una brocca di latte, dicendo: vedete: quella povera bestia da sei mesi è la mia unica compagnia. Prese un bel pezzo di polenta, lo ripose sur un piattello, lo sporse a Fermo, stando più lontana che poteva,e stringendosi con l'altra mano la gonna d'intorno alla persona, perchè non istrisciasse agli abiti di Fermo; quindi, allo stesso modo, gli sporse una scodella di latte. Nel tempo della cena si parlò dei disegni di Fermo, Agnese gli diede istruzioni sul nome dei padroni di Lucia; gli comunicò le notizie confuse ch'ella aveva sul luogo della loro dimora; e questi discorsi gli tennero a veglia qualche ora dopo la cena. Finalmente Agnese indicò all'ospite la stanza dov'egli doveva coricarsi: era quella di Lucia. Fermo amò meglio di andarsi a gettare sul picciolo fenile, adducendo motivi di precauzione per la salute. Prima dell'alba erano entrambi in piedi. Agnese diede a Fermo due pani e due raviggiuoli, fattura delle sue mani, gli riempì di vino il fiaschette ch'egli aveva portato con sè, dicendo: in questi tempi potreste morir di fame prima di trovare chi vi desse da mangiare. Il congedo fu quale ognuno può immaginarselo, pieno di tenerezza, di accoramento e di speranza. Fermo partì, viaggiò tutto quel giorno, e avrebbe potuto la sera entrare in Milano, ma pensò che avrebbe trovato più facilmente un ricovero al di fuori. Ristette di fatti in una cascina deserta, a un miglio dalla città. Dormì su le stoppie, e all'alba, levatosi, si avviò e fece la sua seconda entrata in Milano, che gli comparve di un aspetto più tristo e più strano d'assai che non era stato la prima volta[136].XXII.Fermo trova Lucia nel lazzeretto.All'intorno del picciolo tempio v'era un picciolo spazio sgombro di capanne, e Fermo, giungendovi, lo vide occupato da una folla, distinta in ragazzi, in donne e in uomini, tutti composti e in gran silenzio, fra il quale si udiva distintamente una voce alta ed oratoria, che veniva dal tempio. Questo, elevato d'alcuni gradi al di sopra del suolo, non aveva allora altro sostegno che le colonne, disposte in circolo; nel mezzo v'era un altare, che si poteva vedere da tutti i punti del lazzeretto, per mezzo agli intercolunnj vuoti, che in oggi sono murati. Ritto sulla predella dell'altare stava un cappuccino, alto della persona, fra la virilità e la vecchiezza; teneva con la destra una croce, posata al suolo, che gli sopravvanzava il capo di tutto il traverso; e con l'altra mano accompagnava di gesti il discorso che andava facendo. Era questi il Padre Felice, sopraintendente del lazzeretto. Fermo, giunto sull'orlo di quella adunanza, avrebbe voluto avanzarsi a trascorrerla e cercare ciò che gli stava a cuore; ma, senza contare unaltro cappuccino che, con un aspetto tanto severo, anzi burbero, quanto quello dell'oratore era pietoso, stava ritto in mezzo alla brigata per tener l'ordine; quella quiete generale, quell'attento silenzio e quella unica voce bastarono ad avvertire il nostro ansioso che ogni movimento sarebbe stato in quel luogo scompiglio e irriverenza. Stette egli dunque alla estremità della brigata ad aspettare e udì la perorazione di quel singolare oratore.Diamo adunque, diceva egli, un ultimo sguardo a questo luogo di miserie e di misericordia, pensando quanti vi sono entrati, quanti ne sono stati tratti fuora per la fossa, quanti vi rimangono, quanti pochi al paragone, siam noi, che ne usciamo non illesi, ma salvi, ma colla voce da lodarne Iddio. L'anima nostra ha guadato il torrente; l'anima nostra ha guadate le acque soverchiatrici: benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia, benedetto nella morte, benedetto nella salvezza, benedetto nel discernimento ch'Egli ha fatto di noi in questo sì vasto, sì smisurato eccidio! Ah possa essere questo un discernimento di clemenza! possa la nostra condotta, da questo momento, esserne un indizio manifesto! Attraversando questo mare di guaj, diamo uno sguardo di pietà e di conforto a quegli che si dibattono tuttavia con la tempesta, e dei quali, oh quanto pochi, potranno, come noi, afferrare un porto terreno. Ci vedano uscirne rendendo grazie per noi ed elevando preghiere per essi! Attraversando lacittà, già sì popolosa, noi, scarsa restituzione dell'immenso tributo ch'essa mandò in questo luogo, mostriamo agli scarsi suoi abitatori un popolo scemato sì, ma rigenerato. Procediamo con la compunzione nel volto e coi cantici su le labbra. Quegli che son ritornati nella pienezza dell'antico vigore porgano un braccio soccorrevole ai fiacchi; gli adulti reggano i teneri, i giovani sostengano con riverenza e con amore i vecchj, ai quali la salute ritornata non apporta che pochi giorni di stento. E se in questo soggiorno di prova, in questo stesso crogiuolo di purgazione abbiam peccato; se abbiamo abusato anche dei flagelli, se abbiamo sciupati i doni e le ricchezze dello sdegno, come già quelli della benignità; ebbene! non abbiam però potuto esaurire il tesoro del perdono; ricorriamo ad esso di nuovo. Per me...E qui l'oratore fece pausa, straordinariamente commosso; poi tolse una corda, che gli stava ai piedi, se l'avvinghiò al collo, come ad un malfattore, cadde ginocchioni e proseguì:Per me e per tutti i miei compagni, i quali, sebbene immeritevoli, siamo stati per una ineffabile degnazione trascelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; se, come pur troppo, non abbiamo degnamente corrisposto ad un tanto favore, se non abbiam degnamente adempiuto un sì grande ministero... perdonateci! Se la fiacchezza o la ritrosia della carne ci ha resi men pronti ai vostri bisogni, alle vostre chiamate, perdonateci! se una ingiusta impazienza,se una noja colpevole ci ha fatto talvolta nei vostri mali mostrarvi un volto severo e fastidito, perdonateci! se la corruttela d'Adamo ci ha fatto trascorrere in qualche azione che vi sia stata cagione di tristezza e di scandalo, perdonateci! Nessuno porti fuor di qui altra amaritudine che delle sue proprie colpe!Così detto, stette egli ginocchioni, come aspettando un segno che l'umile e cordiale suo prego era accetto ed esaudito. Un singhiozzo, un pianto, un gemito universale si levò da quella turba a rispondere. Dopo qualche momento il frate s'alzò, prese la croce ad ambe le mani e l'inalberò; scese dalla predella e quivi depose i sandali; gridò ad alta voce: andiamo in pace; poi intonò ilMiserere; e scalzo, portando dinanzi a sè quell'alta croce pesante, scese gli scaglioni del tempio dalla parte rivolta alla porta meridionale del lazzeretto che sbocca dinanzi alla mura della città, e s'incamminò verso quella. Dietro lui s'avviò la torma dei fanciulletti, di quelli cioè che potevano reggersi e sapevano condursi da sè; poi le donne, alcune delle quali tenevan per mano o nelle braccia fanciulline, o bambini, e con fioca voce cantavano il salmo intonato dal guidatore; poi gli uomini, pur cantando; poi carri di convalescenti e delle bagagli e di quei che partivano; quelle che in tanta confusione s'eran potuto serbare e raccogliere. Ultimo veniva quell'altro cappuccino che abbiamo menzionato, con un gran vincastro in mano; e coi cenni di quello, con gli occhi e con la voce teneva in sestoil convoglio. Era questi un Padre Michele Pozzobonelli, il coadiutore più autorevole, e come il primo ministro del Padre Felice, in quel regno di desolazione.Fermo, tosto ch'ebbe veduto questo scender dal tempio, e notato da che parte s'avviava, entrò di nuovo fra le capanne per pigliare i passi innanzi, senza dare nè ricever disturbo, e sboccar poi di nuovo su la strada per dove la processione doveva passare. Dalla porta meridionale al tempio v'era infatti come una strada, uno spazio che s'era lasciato sgombro di capanne per dar passaggio ai carri degli infermi, che per lo più entravano da quella porta, e da quello spazio poi si distribuivano a dritta e a sinistra, come si poteva. Fermo riuscì su quella, al mezzo incirca, e vide venire il vecchio crocifero, lo vide passare, vide passare i ragazzi e poi con un gran battito di cuore esaminò le donne, che pur passavano; e lo potè fare a suo agio, perchè elle procedevano a due a due. Passa, passa; guarda, guarda; qui non v'è, qui nè pure: più che la metà è passata; poche ne rimangono; compajono le ultime della fila femminile; ecco gli uomini; Lucia non v'era. Quanta speranza svanita! Rimanevano però i carri ancora: Fermo gli vedeva venire; e i primi erano carichi di donne. Stette dunque aspettando; lasciò passare la schiera degli uomini; guardò ad uno ad uno quei carri. Passavano lentamente, si arrestavano talvolta, come accade nelle processioni e nelle marce d'ogni genere,di modo che Fermo potè aver la trista certezza che nessuna di quelle donne era sfuggita alla sua vista, e che Lucia non v'era. Le braccia gli caddero quando si vide finire in mano l'unico, o almeno il più forte filo delle sue speranze. Anche prima di vedere trascorrere quella per lui sì trista rassegna, egli sentiva pur troppo quanto era più probabile che Lucia fosse nel numero dei tanti portati fuora dal lazzeretto sui carri, che dei pochi risanati: ma pure, come si suole, egli metteva il suo desiderio sul guscio della speranza e faceva traboccare le bilance da quella parte. Ma ora egli credeva di dovere esser certo che Lucia non era tra i guariti, nè tra i convalescenti: la contingenza più lieta per lui, l'unica sua speranza (quale speranza!) era ormai ch'ella fosse ivi languente, ma viva. Passato tutto il convoglio, passato il Padre Michele, Fermo si mise, senza troppo pensare dove anelasse, su quella via rimasta sgombra, e le sue gambe lo portarono dinanzi al tempio. Quivi gli vennero alla mente le parole del buon frate Cristoforo: Se non ve la scorgi, fa cuore tuttavia... Cercala con rassegnazione[137]. Si prostrò su gli scaglioni del tempio,fece a Dio una preghiera, o, per dir meglio, un viluppo di parole scompigliate, di frasi interrotte, diesclamazioni, di domande, di proteste, di disdette, uno di quei discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, nè sofferenza per ascoltarli; non sono abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo. Si levò di là più rincorato e si avviò. Dal tempio alla porta che divide il lato settentrionale, a cui tendeva Fermo, scorreva, come dalla parte opposta, un viale sgombro di capanne, e si sarebbe potuto chiamare la via dei morti, perchè ivi facevano capo e giravano i carri che portavano alla fossa di San Gregorio le centinaja che perivano ogni giorno nel lazzeretto. Fermo scelse quella via come la meno impedita e la più breve, e studiando il passo alla meglio, tra l'incontro continuo dei carri e l'inciampo frequente di altri tristissimi ingombri, pervenne a pochi passi dalla porta. Ma quivi un accorrimento di carri vuoti che entravano, di colmi che uscivano, faceva in quel punto un tale imbarazzo, che Fermo, anzichè affrontarlo, o aspettare lo sgombro, stimò meglio di entrare tra le capanne per riuscire di quindi al fabbricato. Le capanne in quel luogo eran tutte abitate da donne, ed egli procedeva lentamente d'una in altra, guardando. Or, mentre passando, come per un vicolo, tra due di queste, l'una delle quali aveva l'apertura sul suo passaggio, e l'altra rivolta dalla parte opposta, egli metteva il capo nella prima, sentì venire dall'altra, per lo fesso delle assacce ond'era connessa, sentì venire una voce... una voce, giusto cielo!che egli avrebbe distinta in un coro di cento cantanti, e che, con una modulazione di tenerezza e di confidenza, ignota ancora al suo orecchio, articolava parole che forse in altri tempi erano state pensate per lui, ma che certamente non gli erano mai state proferite: Non dubitate; son qui tutta per voi; non vi abbandonerò mai.Se Fermo non mise uno strido, non fu perchè lo rattenesse il riguardo di fare scandalo, il timore di farsi troppo scorgere e d'essere preso, o cacciato; fu perchè gli mancò la voce. Le ginocchia gli tremarono sotto, la vista gli s'appannò un momento; ma come accade per lo più quando dopo una gran sorpresa rimane qualche cosa d'importante da farsi, o da sapere, l'animo gli ritornò tosto, e più concitato di prima. In tre balzi girò la capanna, fu su la porta, vide una donna inclinata sur un letto, che andava assestando.Lucia! chiamò Fermo, con gran forza e sottovoce ad un tempo: Lucia!Trabalzò ella a quella chiamata, a quella voce, credette di sognare, si volse precipitosamente, vide che non era sogno, e gridò: Oh Signore benedetto! Fermo rimase su la porta, tacito e ansante, e Lucia pure, dopo quel grido, stette immota in silenzio più tempo che non bisogni a raccontare in compendio le sue vicende dal punto in cui l'abbiamo lasciata.Ella era sempre rimasta nella casa di Don Ferrante; e fino ad un certo tempo sotto la vigilanzasevera di Donna Prassede. Ma, allo spiegarsi della peste, questa signora, messe da un canto tutte le altre cure, dimenticate tutte le brighe, non solo le sue proprie, ma anche quelle di cui prima andava tanto volentieri in cerca, non ebbe più che un pensiero, dì guardarsi dal pericolo comune. Pensò ella che per fare del bene, la prima condizione è di essere in vita, e, per allora, volle assicurar questa. Quanto al prossimo, non pensò più a regolarlo, ma soltanto a tenerselo lontano, tanto che non li comunicasse la pestilenza. Don Ferrante, invece, persuaso che tutte le precauzioni immaginabili non avrebbero potuto fare che là congiunzione di Saturno con Giove non fosse avvenuta, nè stornare le conseguenze di un avvenimento dì quella sorte, non cangiò nulla al suo tenore solito di vita, e contrasse la pestilenza, che[138]in un giorno lo spicciò. Donna Prassede[139]s'era ritiratacon la signora Ghita nella stanza più remota della casa; Prospero, che alla morte di Don Ferrante era certo di dovere andare a spasso, pensava a farsi un po' di fardello; il resto della famiglia seguiva il suo esempio; e il povero astrologo sarebbe morto abbandonato, se Lucia non avesse avuta la carità di prestargli qualche servigio. Il giorno stesso in cui Don Ferrante morì, Lucia fu presa da un gran sopore, rimase come insensata, e cadde senza forze: Donna Prassede ordinò tosto che[140]ella fosse portata nella via, ad aspettare un carro o una bussola che la portasse al lazzeretto. Così fu fatto, e così avvenne. Lucia, deposta in quella capannuccia, stette alcuni giorni fuori di sè, senza prender cibo, nè rimedi, lottando il vigore della natura con la violenza del male, e non riprese l'uso delle sue facoltà se non quando il male fu superato. Ma quale risvegliamento! in quel tumulto di morte, in quello scompiglio di guai, senza vedere un volto conosciuto, senza udire una voce famigliare! Pure in quel tempo, come in tutte le grandi calamità, la vista o il racconto e l'aspettazione continua dei mali rendeva preparati a tutto anche gli animi i meno agguerriti; questa preparazione, la gran ragione della necessità, la cascaggine stessa che il male aveva lasciata addosso a Lucia, la fecero avvezzare ben tosto alla sua situazione; lafiducia in Dio gliela raddolcì. La capannuccia non capiva che due letti, o covili che fossero: in pochi giorni Lucia cangiò più volte di compagnia. Finalmente, quando ella cominciava a potersi reggere, vi fu portata una donna, che era moglie, anzi vedova d'un ricco mercante di stoffe, madre, anzi orba di due figli: la peste le aveva tutto portato via. Questa, rimasta sola in casa, e sentendosi pure colpita dal morbo, aveva chiamato un commissario della Sanità, che conosceva per sua buona sorte, e che per una sorte ancor più rara era un galantuomo, e gli aveva raccomandata sè e la sua casa. Egli la fece chiudere e sigillare, promise di vegliarla, e fece portare la donna al lazzeretto, con tutta quella cura particolare che si poteva in quelle circostanze. Lucia assistette la sua compagna, che superò pure la malattia, e, come è facile ad intendersi, tra quella che prestava sì pietosi servigj, e quella che gli riceveva, ambedue deserte, buone ambedue, s'era formata una strettissima amicizia.La vedova, prima di venire al lazzeretto, aveva nascosta nella sua casa una buona somma di danari, e vi aveva lasciate molte mercanzie, protette dal sigillo pubblico, e ancor più dalla indifferenza dei monatti per le robe che non fossero di pronto uso o di facile smercio. Trovandosi quindi sola e doviziosa, ella aveva proposto a Lucia di tenerla con sè, come una sua figlia, e Lucia, ringraziando Dio che le aveva preparato un asilo, e la buona donna che glielo offeriva,lo aveva accettato, ma solo per qualche tempo, tanto che potesse aver notizie di sua madre, e pensare a prendere una risoluzione stabile. Ciò ch'ella aveva promesso alla sua compagna era dì non abbandonarla finch'ella non potesse uscire dal lazzeretto; e perciò Lucia non s'era unita ai convalescenti che erano partiti quel giorno alla guida del Padre Felice. Ma la buona vedova, avvezza a quella dolce compagnia, e atterrita dal solo pensiero di restarne priva, nella desolazione, esprimeva di tempo in tempo quel suo terrore e si faceva rinnovare da Lucia la promessa in cui trovava la quiete dell'animo suo. E per dissipare appunto una di queste dubitanze, Lucia aveva dette le soavi parole che colpirono l'orecchio di Fermo, e che abbiamo riferite.Fermo era dimorato su la porta; e di là il suo secondo sguardo s'era rivolto su la persona alla quale quelle parole erano state dirette; e fu molto contento quando vide a che sesso ella apparteneva.—Ah! siete viva e v'ho trovata! diss'egli, quando potè ricuperar la parola; ed entrò nella capanna.—Voi! sclamò Lucia.—Son venuto qui per cercarvi, e v'ho trovata! rispose Fermo.—E la peste?—L'ho avuta.—Ah! fece Lucia con un gran respiro, che significava assai più che un: me ne rallegro infinitamente.—Ma come... qui?—Son venuto a cercarvi in Milano, appena ho potuto; m'hanno detto ch'eravate qui; ci son venuto.—Oh Signore! disse Lucia, stringendo le mani giunte, alzando gli occhi al cielo, e con una voce che i singhiozzi stavano per interrompere. Poi, come entrata di repente in un altro pensiero, chiese ansiosamente: Sapete qualche cosa di mia madre?—L'ho veduta jeri; è sana, vi saluta, e potete credere... era tutta in pensiero per voi, e sospira di vedervi.Lucia rispose con un altro respiro di consolazione.Fermo continuò:—Sospira di vedervi, e crede... tiene per sicuro... Ma voi,... voi mi parete stupita... ch'io sia venuto a cercarvi. Io... son sempre lo stesso... non vi ricordate...? che è avvenuto, Lucia?—Tante cose! rispose ella sospirando.—Ecco! disse Fermo: sa il cielo che cosa v'avranno detto di me!—Che importa, rispose Lucia, quel che dica la gente?—Dunque...—Dunque... io credeva... che dopo tanto tempo... dopo tanti guai... non avreste più pensato a me.—L'avete creduto? e me lo dite? quando son qui...—L'ho creduto, disse Lucia, troncando in fretta le parole appassionate di Fermo, l'ho creduto, perchè sarebbe stato meglio... è meglio.Lucia aveva sempre tenuti gli occhi bassi; maproferendo, non senza fatica, queste parole, chinò anche la testa e la tenne appoggiata sul petto, come per riposarsi d'un grande sforzo.—È meglio! disse Fermo, stordito e contristato di quel mistero, e guardando fiso nel volto di Lucia, per trovarvi la spiegazione di quelle tronche ed oscure parole. È meglio! che cosa, v'ho fatto io? è colpa mia se... Non sono io quello a cui avete promesso? Che vi mancava perchè foste mia? un momento... e... ma gli ho perdonato. Non siete voi più quella...? Dopo tanto sperare! dopo tanto pensare a voi! dopo... Parlate chiaro; dite che non mi volete più; dite il perchè; non mi fate...—Fermo, disse con voce più riposata e solenne Lucia, che, mentre egli parlava, aveva cercato di raccogliere tutte le sue forze.—Fermo, ascoltatemi tranquillamente: pensate dove siamo: vedete questa buona creatura che ha bisogno di quiete: ascoltatemi. Io non sarò mai di nessuno... e non posso più esser vostra.—No, non l'avete detta voi questa parola, rispose Fermo; no, che non l'ascolto: che ho fatto io? perchè? chi ve l'ha detto? chi è entrato tra voi e me? chi c'è entrato? voglio saperlo.—Zitto, zitto, non andate avanti, per amor del cielo, disse Lucia. Quando lo saprete, se siete ancora quello di prima, se temete Dio come una volta, non direte così.—Parlate, per amor del cielo!—Sapete voi in che casi, in che spaventi io mi son trovata, in che pericoli?—Lo so, lo so, e... gli ho perdonato.—Ora, sappiate quello che nessuno, nè pure mia madre, ha udito finora dalla mia bocca. In una notte... Vergine santissima! qual notte!... lontana da ogni soccorso... senza speranza di liberazione... sola... io sola, in mezzo... all'inferno, ho guardato in su, ho domandato l'ajuto di quel solo che può fare i miracoli... ho domandato un miracolo, e ho dovuto fare una promessa... mi son votata alla Madonna che se, per sua intercessione, io usciva salva da quel pericolo, non... sarei mai stata sposa d'un uomo.—Ahi! che avete fatto! sclamò dolorosamente Fermo: che avete fatto!—Ho ottenuto il miracolo, riprese Lucia: la Madonna mi ha salvata.—Bastava pregarla, e vi avrebbe salvata. Che avete fatto! Che avete fatto! Non dovevate fare un tal voto.—L'ho fatto: che giova parlarne più? Che giova pentirsi? Pentirsi? No, no, Dio liberi! Egli pure è sempre a tempo a pentirsi d'avermi salvata. Può lasciarmi cadere ancora in un pericolo, e allora, chi pregherei io? che promessa potrei fare?—Lucia, disse Fermo, e se non fosse il voto...? dite; sareste la stessa per me?—Uomo senza cuore! rispose Lucia, contenendo le lagrime, quando mi avreste fatte dire delle paroleinutili, delle parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati, sareste voi contento? Partite, scordatevi di me: non eravamo destinati; ci rivedremo lassù. Dopo queste parole, le lagrime soverchiarono, e fra i singhiozzi ella continuò: dite a mia madre ch'io son guarita, che ho trovata questa buona amica che pensa a me; ditele che spero ch'ella sarà preservata da questi guai, che Dio provvederà a tutto, e che ci rivedremo. Partite, per amor del cielo; e non vi ricordate di me che quando pregate il Signore.—Lucia, disse Fermo, con tuono riposato e solenne egli pure; noi siamo due poveri figliuoli senza studio: quel brav'uomo, quel gran religioso, quel nostro padre, il Padre Cristoforo...—Ebbene?—E qui, nel lazzeretto, ad assistere gli appestati.—È qui! disse Lucia: ah! non mi fa maraviglia: oh se potessi vederlo, sentir la sua voce! È egli sano?—È in piedi, disse Fermo, ma il suo volto... Dio voglia che sieno gli anni e le fatiche!—Voi l'avete veduto! disse Lucia.—L'ho veduto e gli ho parlato, rispose Fermo: egli mi ha fatto animo a cercarvi, mi ha fatto promettere che tornerei a rendergli conto delle mie ricerche. Corro da lui: egli ci ha sempre ajutati; e spero che ci ajuterà anche in questa occasione.—Che dite voi? che volete ch'egli faccia? preghiamoDio che ci ajuti... che vi ajuti a sopportare. Ditegli che io ho sempre pregato per lui; che, se può, venga a trovarmi, a consolarmi, e voi... voi...Non tornate più qui, per amor del cielo, voleva ella dire, ma non lo disse[141]. Dopo fatto quel voto Lucia aveva sempre creduto di essersi legata irrevocabilmente, e non aveva supposto mai che alcuna autorità potesse annullare un patto col cielo; aveva rispinto come colpevole il pensiero stesso, e non aveva mai confidato a persona il suo doloroso segreto. Ma quando Fermo parlò d'una speranza nel Padre Cristoforo, quella stessa speranza confusa, entrò nel cuore di Lucia; le balenò nella mente un: chi sa? intravide come non impossibile che il Padre Cristoforo potrebbe trovar qualche mezzo... e in quel dubbio ella stimò inutile di dire risolutamente a Fermo: non tornate. Egli partì senza far altre parole, come un uomo che pensa di tornar ben tosto, e s'avviò alla capanna del buon frate.La vedova, compagna di Lucia, era rimasta con gli occhi sbarrati a guardare quel personaggio sconosciuto e ad udire quel dialogo, nuovo per lei; giacchè Lucia, la quale, come si è potuto vedere in altre parti di questa storia, era molto discreta, nonle aveva mai parlato nè della sua promessa di matrimonio, nè per conseguenza delle vicende conseguenti. Ma ora non potè scusarsi di fargliene il racconto: e, a dir vero, la disposizione d'animo di Lucia, in quel momento s'accordava assai bene con le voglie, curiose e benevole ad un tempo, della vedova. Quelle memorie, compresse e rispinte per tanto tempo, s'erano ora presentate tutte in tanta folla e con tanto impeto all'animo di Lucia, che il parlarne diveniva per lei quasi uno sforzo necessario. Dopo aver dunque risposto alla meglio ai rimproveri che la vedova le fece dì un tanto segreto tenuto con lei, cominciò il racconto, che fu spesso interrotto dai suoi singhiozzi e dalle esclamazioni e dalle inchieste della ascoltatrice[142].XXIII.Scioglimento del voto di Lucia e morte di Don Rodrigo.Fermo intanto era giunto alla capannuccia del Padre Cristoforo, e avendolo veduto lì fuori, che, pregando, chiudeva gli occhi ad un morente, si era ritirato nella capannuccia, senza dar voce, nè far segno che turbasse quel pio e doloroso uficio. Quando il poveretto fu spacciato, Fermo si mostrò, e il Padre Cristoforo andò a lui, che tosto gli raccontò la lietissima scoperta ch'egli aveva fatta di Lucia viva e sana e quell'altra scoperta che era venuta come a tradimento a guastargli una tanta consolazione. Benchè egli, in questa parte del racconto, volesse aver l'aria di chi propone un dubbio superiore ai suoi lumi, aspettando il giudizio d'un sapiente, pure non lasciò scappare nessuna occasione di qualificare d'imprudenza e di pazzia quel voto, che veniva per lui così male a proposito. Così faceva sentire che, per la parte sua, il giudizio era bell'e fatto; e intanto guardava attentamente ai volto del Padre Cristoforo, per iscoprire un pensiero, dal quale avrebbe potuto dipendere la sua sorte. Ma non potendo leggervi nulla, terminò con una aperta domanda: Chene dice, Padre? Il Padre stava pensoso: combattuto fra il desiderio di rivedere Lucia e la speranza di consolarla forse, e il timore di rendersi colpevole, abbandonando per qualche tempo i suoi infermi. Dopo essere così rimasto alquanto, pronunziò ad alta voce la conclusione del dibattimento che era stato tra i suoi pensieri. Ho un dovere con quella creatura, diss'egli. Dio l'aveva in altri tempi indirizzata a me, ed ora non me l'ha fatta venir così presso perch'io ricusi di esserle utile. Andiamo.Lasciò per la seconda volta i suoi ammalati alla cura del Padre Vittore e si mosse con Fermo.Questi andava innanzi tacito, facendo la guida per quel triste labirinto, e dirigendosi al viale per cui era passato la prima volta, e il frate, pur tacito, gli teneva dietro.Gli oggetti, che ad ogni mutar di passo si succedevano alla vista, tenevano occupato l'animo di quella compunzione che non trova parole; e in quel momento su quel mesto spettacolo pareva che scendesse e pesasse una mestizia più cupa e più grave dell'ordinario.Una nuvola comparsa all'occidente aveva a poco a poco coperto tutto il cielo: e alla oscurità crescente avresti detto che il giorno era finito, se il sole, lontano ancor forse due ore dal tramonto, non avesse mostrato, come dietro ad un velo spesso ed immobile, il suo disco grande e biancastro, donde partivano non vivi raggi e diretti, ma un barlume scialbo e circonfuso,che mandava[143]una caldura morta e gravosa. L'aria non dava un soffio, non si vedeva muovere una tenda delle baracche, nè piegar la cima d'un pioppo nelle campagne d'intorno. Solo si vedeva la rondine, sdrucciolando rapidamente dall'alto, rasentare con l'ali tese, per un picciol tratto, la superficie ingombra e confusa di quel terreno; e tosto risalire, volteggiare per l'aria in cerchi veloci e piombar di nuovo. Un'afa faticosa prostrava gli animi con una oppressione straordinaria. La lotta del morire era più affannosa; i gemiti dei languenti erano soppressi dall'ambascia; il movimento delle opere era stanco, rallentato, come sospeso; quella dubbia luce dava al colore della morte e della infermità un non so che di più livido; un non so che di più squallido all'abbattimento onde erano atteggiate le figure dei sani; e su quel luogo di desolazione non era forse ancor passata un'ora amara al par di questa.Eppure quegli che sopravvissero rammentarono quell'ora con gioja per tutta la vita; era la preparazione d'una burrasca, che scoppiò la notte, e menò poi per due giorni una pioggia continua, dopo la quale il contagio cessò quasi ad un tratto. Sotto il fascio di quella comune gravezza, procedevano il giovane e il vecchio, con la fronte bassa il primo e con l'animo diviso fra lo studio della via, fra l'orroredelle cose che vedeva e l'ansietà del suo destino futuro; e l'altro levando di tratto in tratto al cielo la faccia smunta, come per cercare un più libero respiro, e per secondare con quell'atto una speranza interna.—È qui, disse Fermo con voce tremante, accennando la capanna; e v'entrarono, che Lucia, col volto lagrimoso, stava proseguendo il suo racconto. Al riveder Fermo ella trasalì, e al vedere il Padre Cristoforo balzò dal saccone di paglia, ov'era seduta, e gli si gettò incontro sulla porta.—Oh Padre!... Signore Iddio! come sta ella? soggiunse poi tosto, vedendogli i segni della morte in volto.—Come Dio vuole, mia buona figlia, rispose il frate; e presto spero starò bene affatto.—Come?... disse Lucia.—Come Dio vorrà, riprese egli tosto: Parliamo ora di voi, per cui son venuto.—Oh Padre! quanto tempo! quante cose! disse Lucia.—Quante cose! ripetè il frate. E certo, se fossimo là ai vostri monti, seduti in su la porta della casetta di quella buona Agnese, mi lascerei andar volentieri a farne lunghi discorsi. Ma qui il tempo è misurato. E tosto, trattala in disparte in un angolo della capanna, continuò: Fermo mi ha detto che avete fatto voto di non maritarvi.—È vero, rispose Lucia arrossando.—Avete voi pensato allora, proseguì il vecchio, che voi avevate un impegno solenne di matrimonio,e che offerivate alla Vergine una libertà della quale avevate già disposto? E che riprendevate una parola già data, senza sapere se quegli che l'aveva ricevuta avrebbe consentito a restituirvela?—Ho fatto male? chiese Lucia con sorpresa, e con un rimorso che non era tutto doloroso.—Avete voi confidato a nessuno questo vostro nuovo impegno? interrogò di nuovo il frate: avete chiesto consiglio?—Non ho ardito, rispose Lucia.—Ed ora, proseguì egli, che vi dice il vostro cuore di quel voto?—Che vuoi ella che me ne dica? rispose Lucia, arrossando più che mai e chiudendo quasi del tutto gli occhi, ch'erano già chini a terra.—Se non lo aveste fatto, lo fareste?—Se... non fossi in quel pericolo... in un grande pericolo... e poi se non è permesso... non lo farei.—Se non lo aveste fatto, sareste tuttavia risoluta di sposare quell'uomo a cui avevate promesso?—Io credeva... che fosse male il pensarvi... ma poi ch'ella me ne domanda... oh Padre sì!Fermo intanto adocchiava ansiosamente verso quell'angolo, e la vedova anch'essa stava in una tacita aspettazione. Il frate si fece presso a loro, accennando a Lucia, che lo seguì con gli occhi bassi. Allora egli, con voce spiegata, le rivolse questa nuova interrogazione: Credete voi che la santa madre Chiesa ha ricevuta da Dio l'autorità di sciogliere e di legare?—Lo credo, rispose Lucia.—Credete voi dunque che ella possa in suo nome ricevere, confermare, o rimettere i voti che gli son fatti, interpretando la sua volontà in questo, come nel perdono dei peccati, e usando una potestà che tiene da lui?—Lo credo, rispose ancora Lucia.—Domandate voi alla Chiesa di essere sciolta dal voto di verginità, che avete fatto, o inteso di fare alla Madre santissima di Dio?—Lo domando, rispose Lucia, con una prontezza, alla quale Fermo non ebbe nulla a desiderare, e che potrà parere forse troppa a chi, non essendo stato presente a quell'atto, non rifletta che la solennità della richiesta, l'aria autorevole di chi l'ha fatta, non lasciavan luogo a titubamenti leziosi, e che ivi la verecondia doveva essere tutta nella sincerità.—Ed io, disse allora il buon frate con tuono ancor più solenne, prego umilmente la Vergine, regina di tutti i santi, che abbia sempre per aggradito il sentimento del vostro divoto e travagliato sacrificio, e lo offra al suo e nostro Signore; e con l'autorità, che la Chiesa mi ha affidata, vi sciolgo dal voto, annullando ciò che vi potè essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione, se ne avete contratta.Non parleremo dell'effetto che queste parole produssero nell'animo dei due giovani: la buona vedova era tutta commossa. Il frate continuò, rivolto a Lucia:Siate moglie pudica, moglie affettuosa, moglie contenta dì quella contentezza che conduce all'eterna. Questo Iddio ha voluto e vuole da voi. Quindi levò le mani verso i due giovani, come per parlare ad ambedue. Essi caddero ginocchioni ai suoi piedi, ed egli, tutto assorto, e quasi senza avvedersi di quell'atto, stese le mani su le loro teste e stette un momento pensoso. Erano nel fondo della capanna, come chiusi tra quello e il letto della vedova, che teneva gli occhi fissi su di loro; i giovani inginocchiati con la fronte bassa, e il frate ritto dinanzi a loro, con le spalle rivoltate alla porta.—Figliuoli, disse egli, che ho amati e che amerò sempre, ricordatevi che se la Chiesa vi assolve da un sagrificio, non lo fa per procurarvi le consolazioni di questa vita, che deve esser tutta un sagrificio, ma per mettervi su la via della santificazione. Amatevi, come compagni di viaggio, col pensiero di avere a lasciarvi, con la speranza di ritrovarvi ancora e per sempre. Rendete grazie al cielo, che vi ha condotti a questo stato non con le allegrezze turbolente e passeggiere, ma coi travagli e fra le miserie, per disporvi ad una gioja raccolta, temperata e continua. E nei vostri discorsi qualche volta, e sempre nelle vostre preghiere, ricordatevi...Queste parole, che rinchiudevano come un presentimento e un tristo addio, rinnovarono nell'animo di Lucia l'impressione dolorosa che le aveva prodotta l'aspetto di chi le proferiva. Levò ella gli occhiquasi involontariamente, tutta commossa, a riguardarlo di nuovo; ma insieme con l'oggetto che cercava il suo sguardo, un altro inaspettato le se ne offerse su la porta della capanna, alla vista del quale ella mandò uno strido repentino. Tutti gli occhi si rivolsero a quella parte donde le era venuta quella subita commozione[144].Ritto sul mezzo dell'uscio stava un uomo, smorto, rabbuffato i capegli e la barba, scalzo, nudo le gambe, le braccia, il petto, e nel resto mal coperto di avanzi di biancheria, pendenti qua e là a brani e a filaccica; stava, con la bocca semiaperta, guatando le persone raccolte nella capanna, con certi occhi, nei quali si dipingeva ad un punto l'attenzione e la dissensatezza; dal volto traspariva un misto di furore e di paura, e in tutta la persona una attitudine di curiosità e di sospetto, uno stare inquieto, una disposizione a levarsi, non si sarebbe saputo se per fuggire, o per inseguire. Ma in quello sfiguramento Lucia aveva tosto riconosciuto Don Rodrigo, e tosto lo riconobbero gli altri due. Quell'infelice, da una capanna, posta lungo il viale, nella quale era stato gittato, e dove era rimasto tutti quei giorni languente e fuor di sè, aveva veduto passarsi davanti Fermo e poi il Padre Cristoforo, senza esser veduto da loro.Quella comparsa aveva suscitato nella sua mente sconvolta l'antico furore e il desiderio della vendetta, covato per tanto tempo, e insieme un certo spavento, e con questo ancora una smania di accertarsi, di afferrare distintamente con la vista quelle immagini odiose, che le erano come sfumate dinanzi. In una tal confusione di passioni, o piuttosto in un tale delirio, s'era egli alzato dal suo miserabile strame, e aveva tenuto dietro da lontano a quei due. Ma quando essi, uscendo dalla via, s'internarono nelle capanne, il frenetico non aveva ben saputa ritenere la traccia loro, nè discernere il punto preciso per cui essi erano entrati in quel labirinto. Entratovi anch'egli da un altro punto, poco distante, non vedendo più quegli che cercava, ma dominato tuttavia dalla stessa fantasia, era andato a guardare di capanna in capanna, tanto che s'era trovato a quella in cui, mettendo il capo su la porta, aveva riveduto in iscorcio quelle figure. Quivi, ristando stupidamente intento, udì quella voce ben conosciuta, che nei suo castello aveva intuonata al suo orecchio una predica, troncata allora da lui con rabbia e con disprezzo, ma che aveva però lasciata nel suo animo una impressione che s'era risvegliata nel tristo sogno precursore della malattia. Quella voce lo teneva immobile, a quel modo che altre volte si credeva che le biscie stessero all'incanto, quando Lucia s'accorse di lui. Dopo la sorpresa, il primo sentimento di quella poveretta fu una grande paura: il primo sentimentodel Padre Cristoforo e di Fermo, bisogna dirlo a loro onore, fu una grande compassione. Entrambi si mossero verso quell'infermo stravolto, per soccorrerlo e per vedere di tranquillarlo; ma egli, a quelle mosse, preso da un inesprimibile sgomento, si mise in volta e a gambe verso la strada di mezzo; e, su per quella, verso la chiesa. Il frate e il giovane lo seguirono fin sul viale, e di quivi lo seguivano pure col guardo: dopo una breve corsa egli s'abbattè presso ad un cavallo dei monatti che, sciolto, con la cavezza pendente e col capo a terra, rodeva la sua profenda: il furibondo afferrò la cavezza, balzò su la schiena del cavallo, e percotendogli il collo, la testa, le orecchie coi pugni, la pancia con le calcagna, e spaventandolo con gli urli, lo fece muovere e poi andare di tutta carriera. Un romore si levò all'intorno, un grido di piglia, piglia; altri fuggiva, altri accorreva per arrestare il cavallo, ma questo, spinto dal demente, e spaventato da quei che tentavano di avvicinarglisi, s'innalberava e scappava vie più verso il tempio.I due, dei quali egli era stato altre volte nemico, tornarono tutti compresi alla capanna, dove Lucia stava ancora tutta tremante.—Giudizii di Dio! disse il Padre Cristoforo: preghiamo per quell'infelice. Dopo un momento di silenzio, il pensiero che venne a tutti fu di concertare insieme quello che era da farsi: e i concerti furon questi: che Fermo partirebbe tosto, giacchè ivi nonv'era ospitalità da offerirgli, cercherebbe un ricovero per la notte in qualche albergo, e all'indomani si rimetterebbe in via pel suo paese, porterebbe ad Agnese le nuove della sua Lucia, andrebbe poi a Bergamo a disporre la casa dove intendeva di stabilirsi con la moglie e con la suocera; e tornerebbe poi ad aspettare Lucia nel suo paese, dove dovevano celebrarsi le nozze: ne avvertirebbe intanto Don Abbondio, il quale era da sperarsi che, invece di frapporre nuove difficoltà, sarebbe vergognoso di quelle che aveva frapposte altra volta. Quanto a Lucia, ella protestò, prima d'ogni cosa, che non si staccherebbe dalla sua buona compagna, fin che questa non fosse affatto guarita, e ristabilita nella sua casa. Il Padre la lodò, Fermo non v'ebbe nulla a ridire, e la vedova, tutta commossa, promise che accompagnerebbe essa Lucia a casa e la consegnerebbe a sua madre.—E voglio farle il corredo, aggiunse all'orecchio del Padre, a cui aveva fatto cenno di avvicinarsi.—Dio vi benedica, le rispose il buon vecchio.—E tu, disse poi a Fermo, che stai qui tardando? il tempo, come vedi, si fa più nero e la notte si avvicina: affrettati di cercare un ricovero.Convien dire ancora, ad onore di Fermo, che in quel momento non gli doleva tanto lo staccarsi da Lucia, appena trovata, è vero, ma ch'egli contava di riveder presto, quanto dal Padre Cristoforo, che restava lì a morire.—Ci rivedremo, Padre? disse il buon giovane.—Se Dio vorrà e quando Egli vorrà, rispose il frate, vincendo una commozione, che andava crescendo. Va', va', che non c'è tempo da perdere.Fermo disse, con voce accorata, riverisco, al Padre, che lo benedisse e gli strinse la mano: disse addio a Lucia e alla vedova, sopprimendo: un arrivederci presto, che gli veniva su le labbra; poi spiccatosi in fretta, partì.—Vi raccomando l'una all'altra, buone creature, disse il frate, e fece atto pure di andarsene; ma, nel dare a Lucia uno sguardo di commiato, vide nell'aspetto di lei, mista alla commozione, una grande inquietudine; s'avvisò tosto di ciò che poteva esserne la cagione, e disse: Di che state inquieta?—Quell'uomo...! disse Lucia.—Poveretto! rispose il frate, non è più in caso di far paura a nessuno: non lo vedrete più, siatene certa. Pure, soggiunse dopo d'aver pensato un momento, per ogni altro evento, sarà meglio ch'io vi raccomandi a qualcheduno dei nostri. Così detto, uscì, girò un poco in ronda, finchè trovò un cappuccino, e condottolo alla capanna, gli mostrò le due donne, e gli disse: Sono due derelitte: vi prego di averne una cura particolare. Vi lascio con Dio, disse poi alle donne, e uscì dalla capanna. Lucia lagrimando lo seguiva, egli le imponeva che tornasse, e così si trovarono entrambi sulla grande strada, dove videro una folla di monatti, che accorreva in tumulto, gridando: aspetta, aspetta, ad altri monatti, che guidavanoun carro verso la porta. Il carro si fermò quasi davanti ai nostri due amici; quei monatti sopraggiunsero tosto ansanti; e due, che portavano un morto, lo gittarono sul carro, dicendo un d'essi: mettetelo bene in fondo costui, che non torni a cavallo, a farci tribolare.—Che diavolo è stato? disse più d'uno di quei carrettieri.—Il diavolo, rispose il monatto, l'aveva in corpo costui: è andato su e giù finch'ebbe fiato; se durava ancora, faceva crepare il cavallo: ma è crepato egli, e allora, per amore, o per forza, ha dovuto venir giù.Il Padre Cristoforo, rivolto allora a Lucia, le disse: ricordatevi di pregare per questa povera anima, voi e vostro marito, per tutta la vita, e di far pregare i vostri figliuoli, se Dio ve ne concede. Tornate alla vostra compagna. Iddio sia sempre con voi. Dette queste parole, prese in fretta il viale, per andarsene alla sua stazione; Lucia, compunta di quella separazione e atterrita dallo spettacolo, tornò a capo basso e col petto ansante alla sua capanna, e Don Rodrigo, su la cima d'un tristo mucchio, fra lo strepito e le bestemmie, usciva dal lazzeretto per andarsene alla fossa.
XXI.La peste a Bergamo—Ritorno di Fermo al paese nativo—Suo incontro con Don Abbondio e con Agnese.Lasciando ora Don Rodrigo nel suo tristo ricovero[132]ci conviene andare in cerca d'un personaggio separato da lui per condizione, per abitudini e per inclinazioni, e la storia del quale non sarebbe mai stata immischiata alla sua, se egli non lo avesse voluto a forza. Fermo, del quale intendiamo parlare, aveva campucchiato quell'anno della carestia, parte col suo lavoro, parte coi soccorsi di quel suo buon parente; alla fine, per non essergli troppo a carico, intaccò i cento scudi di Lucia, ma col proposito di restituire, se mai Lucia non fosse più quella per lui. Il passaggio della soldatesca interruppe quelle scarse e imbrogliate comunicazioni di pensieri e di notizie che passavano tra lui ed Agnese. Dietro la soldatesca venne la peste, ai primi avvisi della quale i magistrati di Bergamo interdissero il commercio col territorio milanese finitimo, mandarono commissarjad invigilare al confine, fecero por guardie e cancelli. Pure, come era accaduto nel Milanese, la disobbedienza fu più attenta, più destra, più ingegnosa che la vigilanza; gli abitanti del confine bergamasco non credevano nè pur essi molto alla peste e trattavano di soppiatto coi loro vicini; e, con molta fatica e con molto pericolo, ottennero di potere avere anch'essi la peste in casa. Entrata che fu, invase poco a poco il contado, poi i sobborghi di Bergamo, poi la città[133]. La peste di Bergamo, e nei modi concui si propagò, e in tutti i suoi accidenti, presenta molti tratti di somiglianza notabile con quelli del Milanese. Come in questo paese, così nel bergamasco, dopo scoverta la peste, si trovò ch'ella si sarebbe dovuta prevedere per evidenti segni astrologici e per inauditi portenti; v'ebbe pure la incredulità di molti abitanti, e la negligenza delle precauzioni; v'ebberoi dispareri fra i medici, l'inesecuzione degli ordini e il rilasciamento nei magistrati stessi, nato da una falsa fiducia che il male fosse cessato. Quivi pure una processione, contrastata con ragioni savie e voluta con fanatismo, diffuse rapidamente il contagio nella città; quivi pure molte vite generosamente sagrificate in pro' del prossimo da cittadini, e particolarmente da ecclesiastici; quivi pure licenza e avanie degli infermieri e becchini, che ivi erano chiamatinettezzini, come in Milanomonatti; quivi pure preservativi e rimedi strani o superstiziosi. Quivi pure, come in Milano, subitanei spaventi per voci sparse di sorprese nemiche, sognate dalla paura, o inventate dalla malizia; e finalmente, per non dir tutto, quivi pure all'udire che in Milano v'era gente che disseminava il contagio con unzioni, nacque un terrore che il simile non avvenisse, anzi parve di vedere unti i catenacci e i martelli delle porte e le pile delle chiese[134]. Ma la cosa nonandò oltre; e come in questo particolare, così nel resto, gli accidenti tristi, che abbiam toccati, furono in Bergamo men gravi, meno portentosi; l'incrudeltà fumeno ostinata, men clamorosa, la trascuranza men crassa, la superstizione meno feroce, la violenza meno bestiale e meno impunita. Di questa differenza v'eramolte cagioni, alcune presenti, altre antiche, quale nelle persone e quale nelle cose; la ricerca delle quali cagioni è fuori affatto del nostro argomento. Quelloche ora importa di sapere si è che Fermo contrasse la peste, e la superò felicemente. Tornato alla vita, dopo d'averla disperata, dopo quell'abbandono e quell'abbattimento,sentì egli rinascere più che mai fresche e rigogliose le speranze, le cure e i desiderj della vita, cioè pensò più che mai a Lucia, alle antiche affezioni,agli antichi disegni, alla incertezza in cui era da tanto tempo dei pensieri di essa, e alla nuova terribile incertezza della salute, della vita di lei, in quel tempo doveil vivere e l'esser sano era una come eccezione alla regola. Tutte queste passioni crescevano nell'animo di Fermo di pari passo che il vigore nelle sue membra;e quando queste furono ben riconfortate, egli, con la risolutezza d'un giovane convalescente, disse in sè stesso: andrò e vedrò io come stanno le cose. Il pericolodella cattura gli dava poca molestia; da quello che si passava in Bergamo egli vedeva che la peste assorbiva o affogava tutte le sollecitudini, ch'ella eracome un obblivione, o un giubileo generale per tutte le cose passate; vedeva che i magistrati avevano ben poca forza e poca voglia d'agire centra i delitti dellagiornata, e tanto meno contra reati ormai rancidi; e sapeva, per la voce pubblica, che in Milano il rilasciamento d'ogni disciplina buona e cattiva era ancorpiù grande. Oltre di che, egli si proponeva di cangiar nome, di procedere con cautela, e di scoprir paese, e prender voce nel suo paesetto natale, prima che avventurarsi in Milano. Con questo disegno, egli lasciò in deposito presso un buon prete (quel suo fidato parente era morto di peste) gran parte degli scudi che gli rimanevano, ne prese pochetti con sè, si tolse un pajo di pani, un po' di companatico e un fiaschetto di vino pel viaggio, e si mosse da Bergamo sul finire di luglio, pochi giorni da poi che Don Rodrigo era stato portato al lazzeretto.. Il Manzoni ne possedette una copia fatta dall'ab. Bentivoglio, che gli fu procurata dal suo amico Gaetano Cattaneo. Sulla peste conobbe anche ilMs.º Vezzoli.Preservatione|dalla peste|scritta dal sig. Protomedico|Lodovico|Settala|con privilegio. | In Milano | Per Giovan Battista Bidelli. | M. DC. XXX; in-8º di pp. 60.Cura|locale|de' tumori|pestilentiali,|che sono il Bubone, l'Antrace, o Car-|boncolo,& i Furoncoli.|Contenente tutto quello, che si ha da fare|esteriormente nella cura di questi mali.|Tolta dal Libro della cura della Peste|del Signor ProtofisicoLodovico|Settala. | In Milano, | Per Giovan Battista Bidelli. 1629; in-8º di pp. 32.La peste del| MDCXXX |Tragedia nouamente|composta|dal padre|FraBenedetto Cinqvanta|Teologo, e Predicatore|generale|De Minori Osservanti|Fra li Accademici Pacifici|detto il Seluaggio; in-24º di pp. 239, senza anno e note tipografiche. [Il permesso della stampa, dato in Milano da fra Leone Rossi, Ministro provinciale, è del «10 genaro 1632»; la lettera dedicatoria del Cinquanta a «Gio. Battista Calvanzano, Mercante Pio e diuoto», è data dal Convento di Santa Maria della Pace in Milano il «6 genaro 1632». Parecchi versi di questa tragedia furon dal Manzoni trascritti ne' suoi Estratti.]La pestilenza|seguita in Milano|L'anno 1630|raccontata da|D.Agostino Lampvgnano|Priore di San Simpliciano|Al Serenissimo|Carlo primo Gonzaga|Duca di|Mantova, Monferrato, Neuers,|Vmena, Rethel, etc.| In Milano per Carlo Ferrandi, | con licenza de' Superiori. | 1634; in-12 di pp. 82.Raggvaglio|dell'origine|et giornali successi|della gran peste|Contagiosa, Venefica & Malefica seguita nella Città|di Milano & suo Ducato dall'Anno 1629.|fino all'Anno 1632.|Con le loro successive Provisioni & Ordini.|Aggiuntovi un breve Compendio delle più segnalate specie di Peste|in diuersi tempi occorse|diviso in dve parti|Dalla Creatione del Mondo fino alla nascita del Signore,|Et da N. S. fino alli presenti tempi.|Con diversi antidoti|Descritti daAlessandro TadinoMedico Fisico|Collegiato & de' Conservatori dell'Illustriss. Tribunale|della Sanità dello Stato di Milano.|All'Ill.moSig.rFrancesco Orrigone Vicario|di Prouisione della Città & Ducato di Milano.| In Milano. M. DC. IIL. | Per Filippo Ghisolfi. Ad instanza di Gio. Battista Bidelli. | Con licenza de' Superiori & Privilegio; in-4º di pp. 151, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerare.Alleggiamento|dello|Stato di Milano|per|Le Imposte,e loro Ripartimenti.|Opera di|Carlo Girolamo Cavatio|prosapia de' Contidella Somaglia,|Gentilhuomo Milanese,|giovevole| Perrappresentare alla Cattolica Maestà|del Re N. S.|Filippo IV. il Grande|L'Amore Costante del Dominio,|E la forma facile di Benigno sollevamento.|Honorevole|Per le Prodezze de Cittadini.|Dilettevole|Per le Storie, ed Informationi.|Dedicata a gli Illustrissimi Signori|Vicario, e Sessanta|del Consiglio Generale|della Città di Milano.| In Milano M. DC. LIII.; Nella Reg. Duc. Corte, per Gio. Battista, e Giulio Cesare fratelli | Malatesta Stampatori Reg. Cam. & della Città; in-fol. di pp. 732, oltre 58 in principio e 76 in fine senza numerazione.Vita|di|Federico|Borromeo|Cardinale del Titolo di Santa Maria degli Angeli,|ed Arcivescovo di Milano,|Compilata|daFrancesco Rivola|Sacerdote Milanese,|e dedicata da' Conservatori|Della Biblioteca, e Collegio Ambrosiano|Alla Santità di Nostro Sig. Papa|Alessandro Settimo.| In Milano, | Per Dionisio Gariboldi. M. DC. LVI.; in-4º di pp. 769, oltre 24 in principio e 55 in fine non numerate.Il|memorando contagio|seguito in Bergamo l'anno 1630.|historia|scritta d'ordine pubblico|daLorenzo Ghirardelli|libri otto.|Consacrata|all'immortalità | della stessa Ill.maCittà|di Bergamo.| In Bergamo, M. DC. LXXXI. | Per li Fratelli Rossi Stampatori di essa Città. | Con licenza de' Superiori; in-4º di pp. 361, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerazione.Memorie|delle cose notabili|successe in Milano intorno al|mal contaggioso l'anno 1630.|Del riccorso da Signori della città a Padri Capuccini|per il Governo del Lazzaretto.|Come fu destinato il Molto Rev. Padre Felice da Milano della|Nobilissima Famiglia de Casati, ed il Rev. Padre Michele|da Milano della Famiglia de' Marchesi Pozzobonelli.|De' Portamenti d'essi Padri in quelle calamità; e come entrasse|la Peste ne' Conventi loro.|Delle ammirabili azioni, ed affannose fatiche d'Eccellentissima Carità|dell'Illustrissimo Signor Marchese|Don Gianbattista Arconati|di Gloriosa ricordanza, luce splendidissima di que' tempi,|Reg. Senatore, e Presidente della Sanità.|Del bel passaggio all'Eternità di molti Capuccini Vittime di|Carità, E d'altri risanati per intercessione della Gran|Vergine Miracolosa delle Grazie|Nella Chiesa delli Molto Reverendi Padri Domenicani|in Porta Vercellina.|Con in fine tre Capitoli in compendio della purga|delle cose infette, e sospette usata.|Raccolte da DonPio La Croce, |Consagrate|all'Illustrissimo Signore il Sig.|Don Giuseppe Arconati|Marchese di Busto Garollo|Arconate, etc.| In Milano Nelle Stampe di Giuseppe Maganza. 1730; in-4º di pp. 92, oltre 8 in principio e 2 in fine senza numerazione.Del conte Pietro Verri consultò e cita laStoria di Milanoe leOsservazioni sulla tortura, che postillò; come postillò il suo discorsoDell'Annona. Cfr.Opere inedite o rare diA. M. vol II, pp. 122-124 e 374-386. Cita pure il trattatoDel governo della pestedi Lodovico Antonio Muratori, edizione modenese del 1714; citaDel morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera del dott.F. Enrico Acerbi; l'amico e medico suo.Cfr. inoltre:Ghiron I.,Documenti ad illustrazione dei «Promessi Sposi» e della peste dell'anno 1630; nell'Archivio storico lombardo, ann. V, fasc. 4 [31 dicembre 1878], pp. 749-758.DegliEstrattimanzoniani ne trascriverò qualche brano, per saggio.«Danno portato dai soldati veneziani. Ghirar[delli], p. 55—Processione, p. 161—Sintomi della peste, p. 224.—Unzioni, p. 244.—Inumanità deinettezzini, p. 252.—Non furono mai veduti tanti frutti pendere dagli arbori, etc., p. 258.—Mortalità: città e borghi, 9,533; territorio, 47,322, p. 341.—Continuò la mortalità, sicchè più d'un terzo fu trovato mancar di peste—Esenzioni per 10 anni ai forestieri in Bergamo, p. 356».«Deputati delle parrocchie. Rip[amonti], p. 58—10 cal. maii, p. 75—Quatuor homines deprehensos esse, etc., p. 111—Lazzeretto e P.reFelice, p. 128—Diluvio ai 23 di luglio, p. 131—Sed belli graviores esse curas, p. 245».«Viveva in un certo castello, etc. Rivola, p. 254—Card. Fed. Borromeo raccomanda ai parochi che inculchino il dovere di rivelare la malattia contagiosa, p. 582—Condotte a termine di salire in fin sopra i tetti, etc., p. 759».«Morti della peste in Milano, 1630. Ripamonti, pagine 228-229, morti 140,000. Vedere il luogo, dove le ragioni per cui il calcolo sembra a lui stesso al di qua del vero—Tadino, p, 136, morti 185,558—Somaglia, p. 500, morti 180,000—Rivola, p. 584 (a mezzo settembre), morti 122,000—Ms.º Vezzoli, p. 73, morti 122,464—Lampugnani, pag. 67 (la stessa avvertenza che al Ripamonti), morti 160,000».In un foglio volante, non però di mano del Manzoni, si legge: «Il giorno 21 giugno a Milano il sole leva a 4.h12.', tramonta a 7. 48. Era uso in Italia incominciare a contare le ore o al preciso tramonto, o ad una mezz'ora dopo di esso. Nel primo caso le 8 ore italiane corrispondono a 3. 48 della mattina, ossia 24 minuti prima del levare del sole; che è precisamente all'aurora. Se si contino le 24.hmezz'ora dopo il tramonto, lo che è il 2º caso, le 8 ore corrispondono a 4. 18 dell'orologio francese, perciò 6 minuti prima del levar del sole. In Milano si contava dunque le 24 al preciso tramonto». (Ed.)]I pochi, che erano guariti dalla peste, si trovavano in mezzo all'altra popolazione come una razza privilegiata. Una grandissima parte della gente languivainferma, moriva, e quegli che non avevano contratto il male ne vivevano in un continuo terrore; come ogni oggetto poteva col tocco esser cagione di morte, così di tutto si guardavano; i passi erano misurati e sospettosi, i movimenti ritrosi, irresoluti, fretta ed esitazione in un tempo, un allarme incessante, una disposizione a fuggire, e con tutto questo il pensiero sempre vivo che forse tante precauzioni erano inutili, forse il male era già fatto. I pochi risanati invece, non temendo più del contagio, camminavano ed operavano senza tutte quelle precauzioni, e l'aspetto della incertezza altrui cresceva in molte occasioni la fiducia e la scioltezza loro: erano come i cavalieri dell'undecimo secolo, coperti d'elmo, di visiera, di corazza,di cosciali, di gambiere, con una buona lancia nella destra, un buon brocchiere alla sinistra, una buona spada al fianco, una buona provvigione di giavellotti, sur un buon palafreno, agile all'inseguimento ed alla ritratta, in mezzo ad una marmaglia di villani a piede, ignudi d'armatura, e poco coperti di vestimenti, che per offesa e per difesa non avevano che due braccia e due gambe, e il resto delle membra non atto ad altro che a toccar percosse. L'immunità del pericolo ispira il sentimento e dà il contegno del coraggio; è la parte meno nobile, ma spesso una gran parte di esso; e questa verità si è sapientemente trasfusa nella nostra lingua, dove il vocabolo sicuro, che in origine vale fuor di pericolo, fu traslato a significare anche ardito. Con questa baldezza, temperata però dalle inquietudini che noi sappiamo e dalla pietà di tanti mali altrui, camminava Fermo in un bel mattino d'estate, per coste amene, donde ad ogni tratto si scopre un nuovo prospetto, per verdi pianure, sotto un cielo ridente, tra il fresco e spezzato luccicare della rugiada, all'aria frizzante dell'alba e al soave calore del sole obbliquo, appena comparso sull'orizzonte. Ma dove appariva l'uomo, dove si vedevano i segni della sua dimora, del suo passaggio, spariva tutta la bellezza di quello spettacolo: erano villaggi deserti, animati soltanto da gemiti, attraversati da qualche cadavere, che era portato alla fossa senza accompagnamento, senza romore di canto funebre: qua e là uomini sparuti, cheerravano, infermi che uscivano disperati dal coviglio, per morire all'aria aperta, birboni che agguantavano dove fosse da spogliare impunemente. Fermo cercò di schivare tutte le parti abitate, venendo pei campi; sul mezzo giorno si riposò in un bosco, vicino ad una sorgente, ivi si rifocillò col cibo che aveva portato seco; lasciò passare le ore più infocate, riprese la sua strada; cominciò a riveder luoghi noti, misti alle memorie della sua fanciullezza, e due ore circa prima del tramonto scoperse il suo paesetto. Alla prima vista Fermo ristette un momento, come sopraffatto dalle rimembranze e dai pensieri dell'avvenire, e ripreso fiato, procedette, entrò nel paese. L'aspetto era come quello di tutti gli altri che Fermo aveva dovuti vedere; ma la tristezza fu ben più forte che egli non l'avesse ancor provata. Guardò se vedeva attorno qualche suo conoscente, qualche persona viva: nessuno; le porte chiuse, o abbandonate; avanzando, scorse un uomo seduto sul limitare, lo guardò, durò fatica a riconoscerlo, travisato com'era dal male[135]; ma non fu riconosciuto da esso, che gli piantò in faccia due occhj insensati, e non fece motto. Fermo lo chiamò per nome, non ne ebbe risposta, e più che mai accorato si avviò alla sua casa. Ella era quale l'avevano lasciata i lanzichenecchi: senza imposte, diroccata qua e là, qua e là affumicata, e dentrovuota, ma non già pulita, che vi rimaneva ancor lo strame che era stato letto ai soldati. Ne uscì Fermo in fretta inorridito, ritirando l'occhio dallo spettacolo e la mente dai pensieri e dai ricordi che quello spettacolo faceva nascere, e si incamminò alla casa d'Agnese, con l'ansia di rivedere un volto amico, di udire da lei ciò che tanto gli stava a cuore, e col battito di non ritrovarla, di non ritrovar pure chi gli sapesse dire s'ella viveva.Per giungervi, doveva Fermo passare su la piazzetta della chiesa, dov'era pure la casa del curato. Quando fu in luogo donde la piazza si poteva vedere, guardò egli alla casa del curato, e vide una finestra aperta e nel vano di quella un non so che di bianco-giallastro in campo nero, una figura immobile, appoggiata ad un lato della finestra. Era Don Abbondio in persona, e ad una certa distanza poteva parere un vecchio ritratto di qualche togato, scialbo per natura, per l'arte del pittore e per l'opera del tempo, appeso di traverso fuori al muro, per la buona intenzione di ornare qualche solennità. Fermo, che aveva sospettato chi doveva essere, arrivato su la piazza, lo riconobbe, e da prima, tornandogli a mente che egli era una delle cagioni delle sue traversie, sentì rivivere un po' di stizza e volle passar di lungo. Ma tosto, l'antico rispetto pel curato, quel desiderio di sentire una voce umana e conosciuta, così potente in quelle circostanze, la speranza di risapere da lui qualche cosa che gl'importasse, vinsero nell'animodi Fermo, che si arrestò, fece una riverenza, e dirizzando il volto alla finestra, disse:—Oh, signor curato, come sta ella in questi tempi?—Don Abbondio aveva guatato costui che veniva, gli era sembrato di riconoscerlo; ma quando sentì la voce che non gli lasciava più dubbio—Per amor del cielo! disse, voi qui? Che venite a fare in queste parti? Dio vi guardi! Vi pare egli, con quella poca bagattella di cattura...?—Oh via, signor curato, disse Fermo non senza dispetto, mi vuol ella fare anche la spia?—Parlo per vostro bene, disse Don Abbondio, che nessuno ci sente. Chi volete che ci senta. Non vedete che son tutti morti? Che venite a cercare fra queste belle allegrie? Andate, tornate dove siete stato finora; non venite a porre in imbroglio voi e me; perchè quando si tratti di castigar voi e di tormentare me, pover uomo, vi sarà dei vivi ancora.—Signor curato, mi saprebbe ella dar qualche nuova di Lucia?—Oh Dio benedetto! ancor di questi grilli avete in capo? Oh poveri noi! che serve che vengano i flagelli, se gli uomini non voglion far giudizio! E la peste, figliuolo, la peste? Non sapete che c'è la peste?—Ella deve ricordarsi, signor curato, disse Fermo con voce alquanto risentita, che Lucia ed io... non eramo grilli.—Oh! disse Don Abbondio, figliuol caro, voiavete sempre avuto il timor di Dio, spero che non sarete cangiato. Per questo vi parlo con libertà, da vero padre, perchè vi ho sempre voluto bene. So io quel che dico, questo non è paese per voi: se vi dovesse accadere qualche disgrazia—e già, pur troppo, non la schivereste—che crepacuore per me! La cattura è terribile; v'è un fuoco contro di voi! E poi la peste...—La peste l'ho avuta, disse Fermo, son guarito, e non ho più paura.—Vedete che avviso vi ha mandato il cielo, per farvi pensare al sodo... Anch'io l'ho avuta e son qui per miracolo.—Ma di Lucia non mi sa ella dir nulla?—Figliuol caro, che volete ch'io vi dica? Non ne so nulla: è in Milano; cioè v'era: di chi può dirsi ora, v'è? Sarà morta: muojono tanti.—Ma noi siam pur vivi, e...—Per miracolo, figliuolo, per miracolo. E il frutto che ne dobbiam trarre è di cacciar tutte le bazzecole dalla testa. In Milano, figliuolo! chi vive in Milano? Questo è un purgatorio, ma quello è l'inferno. Non vi passasse mai pel capo...—E Agnese, signor curato?—Agnese è qui: e per miracolo non ha contratta la peste finora; ma si guarda, si guarda; ha giudizio, non vuol vedere nessuno; non le andate fra piedi, che le fareste dispiacere.—Sia lodato Dio; ma ella nè mi vuole ajutare, nè vuole che altri m'ajuti.—Che dite, figliuolo? io son tutto per voi, e parlo perchè vi voglio bene; e perciò vi torno a dire: non vi passasse mai pel capo... Dio guardi! In Milano! Sapete come state! Una cattura di quella sorte! un impegno! e con tanti nemici che avete! Dio liberi! e poi, so io quel che dico, potreste trovare... chi sa? gente che vuol bene, ma... gente che si piglia impegni di proteggere, e poi... sostenere... cozzare... basta, parlo con tutto il rispetto... ma, Dio solo è da per tutto... Si vuole, si comanda, si promette, si fa l'impegno... si scompiglia la matassa, e si dà in mano al curato perchè la riordini... e chi ne va col capo rotto è il curato... Fate a modo mio, tornate dove siete stato finora.—Basta, disse Fermo, non mi aspettava da lei più soccorso di quello che mi abbia avuto. Io non intendo tutti questi suoi discorsi; ma poi che ella non ha altri consigli da darmi, si contenti ch'io faccia a modo mio.—No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e voi. Abbiate compassione d'un pover uomo, che ha bisogno di quiete; e sarebbe giusto finalmente che la godesse. Quello che ho patito io, vedete, non lo ha patito nessuno. Ne ho passate d'ogni sorte: spaventi, crepacuori, fatiche: è venuta la carestia, e m'è toccato di veder persone morirmi di fame su gli occhi. Ho dovuto fuggire di casa, e nessuno mi volle ajutare; ho trovato cuori duri come selci; e i soldati m'hannosperperato ogni cosa. E sono stato... e ho dovuto... e basta... sono stato ricoverato da un degno signore... basta so io quello che ho patito. E poi la peste! ho dovuto assistere agli appestati... e ne ho avute io delle cure, sa il cielo! ma l'ho presa anch'io, e son qui vittima della mia carità; d'allora in poi non son più quello. Perpetua è morta, mi ha abbandonato in questi guaj; e mi tocca servirmi da me, povero, vecchio e malandato, come sono. Ecco che appena cominciava a star bene, e voi venite per darmi nuovi travagli...—Signor curato, disse Fermo, io le desidero ogni bene; e del travaglio ella ne può bene aver dato a me, ma non io a lei, in fede mia. La spia ella non me la vorrà fare; del resto, io mi rimetto nelle mani di Dio. Attenda a guarir bene, signor curato.—Sentite, sentite,—continuava Don Abbondio, ma Fermo aveva già fatta una riverenza di risoluto congedo, e camminava verso la casetta di Lucia.—Oh povero me! questo ci mancava! continuò a barbottare fra sè Don Abbondio, ritirandosi dalla finestra. Povero me! Se costui va a Milano, se trova Lucia, se tornano alle loro antiche pretese, ecco rinnovato l'imbroglio. Un Cardinale che dirà: voglio che si faccia il matrimonio; un signore che dice, non voglio: ed io tra l'incudine e il martello. Basta... disse poi soffiando, dopo d'avere alquanto pensato... muore tanta gente... che dovessero rimanere al mondo tutti quelli che si divertono a mettere le pulci nell'orecchio di me pover uomo!Intanto Fermo arrivò alla casetta d'Agnese, la quale casetta, se il lettore se ne ricorda, era fuori del villaggio, solitaria. Alla vista di quel luogo una nuova tempesta sorse nel cuore di Fermo; diede egli un gran sospiro, e bussò.—Chi è là? gridò da dentro la voce d'Agnese: state lontano; non bazzicate intorno alla porta; verrò a parlarvi dalla finestra.—Son io, rispose Fermo; ma Agnese, non aspettando a basso la risposta, aveva fatte in fretta le scale e apriva la finestra.—Son io; mi conoscete? disse ancor Fermo, quando la vide.—Oh Madonna santissima! sclamò Agnese: voi?—Io, rispose Fermo; sono il benvenuto?—Oh figliuolo! sclamò di nuovo Agnese, quanto vi avrei desiderato, se non avessi avuto paura per voi? Ma ora che venite voi a fare?—A saper nuove di Lucia e di voi, rispose Fermo. A vedere se tutti si sono scordati di me. Che n'è di Lucia?—Figliuolo, sono mesi che non ne ho notizia: prima di quel tempo ella stava bene di salute; ma ora chi può sapere...?—Io andrò a vedere, io vi porterò nuova di vostra figlia, disse Fermo risolutamente.—Voi? disse Agnese: ma e... mi capite. Basta...—Volete aprirmi e parleremo più liberamente?—E la peste, figliuolo?—Grazie al cielo ella non ha ammazzato me ed io ho ammazzato lei, e son sano e salvo, come mi vedete. Aprite con sicurezza.—Scendo ad aprire, rispose Agnese; oh con quanta consolazione v'avrei riveduto. Ma ora, bisogna ch'io vi preghi di starmi lontano.—Come vorrete, rispose Fermo.—State ad aspettarmi nel mezzo della strada; quando aprirò, non vi affacciate alla porta; lasciatemi rientrare; poi entrerete e vi porrete in un angolo, lontano da me, e ci parleremo; le parole non hanno bisogno di toccarsi. Oh quante cose ho da dirvi!—Ed io a voi, rispose Fermo.Agnese calò in fretta le scale, giunta alla porta, avvisò ancora Fermo che stesse discosto, aprì, rientrò fino in fondo alla stanza; Fermo entrò pure, prese un trespolo, lo portò in un angolo, vi si pose a sedere, guardando intorno, ricordandosi di tanti momenti passati in quel luogo, e sospirando; Agnese andò a richiuder la porta e venne a sedersi nell'angolo opposto. E subito cominciò come una sfida d'inchieste.—Come vi siete fidato di venir da queste parti?—Perchè Lucia non mi ha mai risposto?—Come avete potuto fuggire?—E perchè non venire dove io era in sicuro, piuttosto che mandarmi denari?—Chi v'ha strascinato in quei garbugli?—Quanto tempo Lucia è stata in quello spavento? e come è andata propriamente la cosa?Fatte le prime interrogazioni più pressanti, ognunocominciò a rispondere brevemente a quelle del compagno. Fermo finalmente pregò Agnese ch'ella raccontasse per disteso tutta la sua storia, promettendo di soddisfarla egli poi della propria. Così Fermo conobbe per la prima volta daddovero le triste vicende di Lucia, e l'esito inaspettato. Tremò, fremè, impallidì cento volte a quel racconto; ora diede dei pugni all'aria ed ora giunse le mani in atto di ringraziamento; maledisse la Signora, benedisse il Cardinale, diede maledizioni e benedizioni al Conte del Sagrato, invocò ora la vendetta, ora il perdono del cielo sopra Don Rodrigo. Ma un punto rimaneva tuttavia oscuro, nè Agnese sapeva dilucidarlo. Perchè non è venuta con me? con me, suo promesso? con me, che doveva, che poteva divenir suo marito? che ostacolo v'era più? non sarebbero mancati che i denari, e il cielo gli aveva mandati. Agnese non seppe dire, se non ciò ch'ella aveva pur pensato: che Lucia fosse rimasta tanto stordita e sgomentata da quegli orribili accidenti, che non le rimanesse più forza da voler nulla, e fosse disgustata d'ogni cosa.—Oh? andrò io a saperlo da lei, disse Fermo; voglio vedere l'acqua chiara. Ella era mia; mi si era promessa; io non ho fatto niente per demeritarla; e se non mi vuoi più... e qui avrebbe pianto se gli uomini non si vergognassero di piangere: se non mi vuoi più, me lo ha a dire di sua propria bocca, e mi deve dire il perchè.Agnese cercò di racconsolarlo, e lo chiese dellasua storia, che Fermo le narrò sinceramente. Questa storia fece molto piacere ad Agnese e le rimise Fermo nell'antico buon concetto.—Voleva ben dire io; sclamava essa di tratto in tratto. Se sapeste come la raccontavano qui, in cento maniere, l'una peggio dell'altra. Ma voi non me l'avete mai fatta scrivere ben chiara.—E voi, madonna, disse Fermo, non mi avete mai data soddisfazione sopra quello che io voleva sapere.—Basta, disse Agnese, lodato Dio che abbiam potuto parlarci una volta; valgon più quattro parole sincere di due ignoranti che tutti gli scarabocchj di questi sapienti. Ma voi come vi fidate di andare a Milano, dove vi hanno tanto cercato, dove...?—Chi mi conoscerà! rispose Fermo, non m'hanno visto che un momento; e il nome... ne piglierò un altro; non ci vuoi gran lettera per questo; e poi chi volete che pensi a me ora? Hanno da pensare alla peste. Sono tutti in confusione. Muojono come le mosche, a quel che si dice... Ah! pur che viva Lucia!—Dio lo voglia! sclamò Agnese; e lo vorrà, io spero. Quella poveretta innocente ha tanto patito! Dio gli conterà tutto quel male, per salvarla ora, Ah! Fermo io ho buona speranza; andate pure; mi sento tutta riconfortata dall'avervi veduto. Sento una voce che mi dice che i guai sono alla fine; e che passeremo ancora insieme dei buoni momenti.Fermo chiese del Padre Cristoforo, e Agnese non li seppe dir altro se non ch'egli era a Palermo, cheè un sito lontano lontano, di là dal mare. Scontento, e perchè sperava da lui ajuto e consiglio, e perchè desiderava di raccontare a lui pure la storia genuina; e perchè avrebbe riveduto volentieri quell'uomo pel quale sentiva tanta venerazione e tanta riconoscenza. Disse però: brav'uomo! vero religioso! è meglio ch'egli sia fuori di questi guai e di questi pericoli. Agnese offerse a Fermo l'ospitalità per quella notte, con molte prescrizioni sanitarie però di lontananza, di cautela, di non toccar questo, di non avvicinarsi a quell'altro luogo. Fermo accettò l'ospitalità ben volentieri e promise tutti i riguardi che Agnese desiderava. Era venuta l'ora della cena, e la massaja si diede ad ammanirla. Pose al fuoco la pentola per cucinarvi la polenta. Fermo, da giovane ben educato, voleva risparmiare la fatica alla donna e fare egli il lavoro: ma Agnese, levando la mano: guardatevi bene dal toccar nulla, disse; lasciate fare a me. Fermo ubbidì; ed ella prese la farina, la gettò nell'acqua, la rimenava dicendo: Eh! altre volte era Lucia! basta il cuor mi dice che la mia poveretta verrà con me, e presto; e che staremo tutti in buona compagnia. Fermo sospirava. Agnese versò la polenta, raccomandando sempre a Fermo di non si muovere, di non toccare; poi andò a mugnere la vacca» tornò con una brocca di latte, dicendo: vedete: quella povera bestia da sei mesi è la mia unica compagnia. Prese un bel pezzo di polenta, lo ripose sur un piattello, lo sporse a Fermo, stando più lontana che poteva,e stringendosi con l'altra mano la gonna d'intorno alla persona, perchè non istrisciasse agli abiti di Fermo; quindi, allo stesso modo, gli sporse una scodella di latte. Nel tempo della cena si parlò dei disegni di Fermo, Agnese gli diede istruzioni sul nome dei padroni di Lucia; gli comunicò le notizie confuse ch'ella aveva sul luogo della loro dimora; e questi discorsi gli tennero a veglia qualche ora dopo la cena. Finalmente Agnese indicò all'ospite la stanza dov'egli doveva coricarsi: era quella di Lucia. Fermo amò meglio di andarsi a gettare sul picciolo fenile, adducendo motivi di precauzione per la salute. Prima dell'alba erano entrambi in piedi. Agnese diede a Fermo due pani e due raviggiuoli, fattura delle sue mani, gli riempì di vino il fiaschette ch'egli aveva portato con sè, dicendo: in questi tempi potreste morir di fame prima di trovare chi vi desse da mangiare. Il congedo fu quale ognuno può immaginarselo, pieno di tenerezza, di accoramento e di speranza. Fermo partì, viaggiò tutto quel giorno, e avrebbe potuto la sera entrare in Milano, ma pensò che avrebbe trovato più facilmente un ricovero al di fuori. Ristette di fatti in una cascina deserta, a un miglio dalla città. Dormì su le stoppie, e all'alba, levatosi, si avviò e fece la sua seconda entrata in Milano, che gli comparve di un aspetto più tristo e più strano d'assai che non era stato la prima volta[136].
Lasciando ora Don Rodrigo nel suo tristo ricovero[132]ci conviene andare in cerca d'un personaggio separato da lui per condizione, per abitudini e per inclinazioni, e la storia del quale non sarebbe mai stata immischiata alla sua, se egli non lo avesse voluto a forza. Fermo, del quale intendiamo parlare, aveva campucchiato quell'anno della carestia, parte col suo lavoro, parte coi soccorsi di quel suo buon parente; alla fine, per non essergli troppo a carico, intaccò i cento scudi di Lucia, ma col proposito di restituire, se mai Lucia non fosse più quella per lui. Il passaggio della soldatesca interruppe quelle scarse e imbrogliate comunicazioni di pensieri e di notizie che passavano tra lui ed Agnese. Dietro la soldatesca venne la peste, ai primi avvisi della quale i magistrati di Bergamo interdissero il commercio col territorio milanese finitimo, mandarono commissarjad invigilare al confine, fecero por guardie e cancelli. Pure, come era accaduto nel Milanese, la disobbedienza fu più attenta, più destra, più ingegnosa che la vigilanza; gli abitanti del confine bergamasco non credevano nè pur essi molto alla peste e trattavano di soppiatto coi loro vicini; e, con molta fatica e con molto pericolo, ottennero di potere avere anch'essi la peste in casa. Entrata che fu, invase poco a poco il contado, poi i sobborghi di Bergamo, poi la città[133]. La peste di Bergamo, e nei modi concui si propagò, e in tutti i suoi accidenti, presenta molti tratti di somiglianza notabile con quelli del Milanese. Come in questo paese, così nel bergamasco, dopo scoverta la peste, si trovò ch'ella si sarebbe dovuta prevedere per evidenti segni astrologici e per inauditi portenti; v'ebbe pure la incredulità di molti abitanti, e la negligenza delle precauzioni; v'ebberoi dispareri fra i medici, l'inesecuzione degli ordini e il rilasciamento nei magistrati stessi, nato da una falsa fiducia che il male fosse cessato. Quivi pure una processione, contrastata con ragioni savie e voluta con fanatismo, diffuse rapidamente il contagio nella città; quivi pure molte vite generosamente sagrificate in pro' del prossimo da cittadini, e particolarmente da ecclesiastici; quivi pure licenza e avanie degli infermieri e becchini, che ivi erano chiamatinettezzini, come in Milanomonatti; quivi pure preservativi e rimedi strani o superstiziosi. Quivi pure, come in Milano, subitanei spaventi per voci sparse di sorprese nemiche, sognate dalla paura, o inventate dalla malizia; e finalmente, per non dir tutto, quivi pure all'udire che in Milano v'era gente che disseminava il contagio con unzioni, nacque un terrore che il simile non avvenisse, anzi parve di vedere unti i catenacci e i martelli delle porte e le pile delle chiese[134]. Ma la cosa nonandò oltre; e come in questo particolare, così nel resto, gli accidenti tristi, che abbiam toccati, furono in Bergamo men gravi, meno portentosi; l'incrudeltà fumeno ostinata, men clamorosa, la trascuranza men crassa, la superstizione meno feroce, la violenza meno bestiale e meno impunita. Di questa differenza v'eramolte cagioni, alcune presenti, altre antiche, quale nelle persone e quale nelle cose; la ricerca delle quali cagioni è fuori affatto del nostro argomento. Quelloche ora importa di sapere si è che Fermo contrasse la peste, e la superò felicemente. Tornato alla vita, dopo d'averla disperata, dopo quell'abbandono e quell'abbattimento,sentì egli rinascere più che mai fresche e rigogliose le speranze, le cure e i desiderj della vita, cioè pensò più che mai a Lucia, alle antiche affezioni,agli antichi disegni, alla incertezza in cui era da tanto tempo dei pensieri di essa, e alla nuova terribile incertezza della salute, della vita di lei, in quel tempo doveil vivere e l'esser sano era una come eccezione alla regola. Tutte queste passioni crescevano nell'animo di Fermo di pari passo che il vigore nelle sue membra;e quando queste furono ben riconfortate, egli, con la risolutezza d'un giovane convalescente, disse in sè stesso: andrò e vedrò io come stanno le cose. Il pericolodella cattura gli dava poca molestia; da quello che si passava in Bergamo egli vedeva che la peste assorbiva o affogava tutte le sollecitudini, ch'ella eracome un obblivione, o un giubileo generale per tutte le cose passate; vedeva che i magistrati avevano ben poca forza e poca voglia d'agire centra i delitti dellagiornata, e tanto meno contra reati ormai rancidi; e sapeva, per la voce pubblica, che in Milano il rilasciamento d'ogni disciplina buona e cattiva era ancorpiù grande. Oltre di che, egli si proponeva di cangiar nome, di procedere con cautela, e di scoprir paese, e prender voce nel suo paesetto natale, prima che avventurarsi in Milano. Con questo disegno, egli lasciò in deposito presso un buon prete (quel suo fidato parente era morto di peste) gran parte degli scudi che gli rimanevano, ne prese pochetti con sè, si tolse un pajo di pani, un po' di companatico e un fiaschetto di vino pel viaggio, e si mosse da Bergamo sul finire di luglio, pochi giorni da poi che Don Rodrigo era stato portato al lazzeretto.
. Il Manzoni ne possedette una copia fatta dall'ab. Bentivoglio, che gli fu procurata dal suo amico Gaetano Cattaneo. Sulla peste conobbe anche ilMs.º Vezzoli.Preservatione|dalla peste|scritta dal sig. Protomedico|Lodovico|Settala|con privilegio. | In Milano | Per Giovan Battista Bidelli. | M. DC. XXX; in-8º di pp. 60.
Cura|locale|de' tumori|pestilentiali,|che sono il Bubone, l'Antrace, o Car-|boncolo,& i Furoncoli.|Contenente tutto quello, che si ha da fare|esteriormente nella cura di questi mali.|Tolta dal Libro della cura della Peste|del Signor ProtofisicoLodovico|Settala. | In Milano, | Per Giovan Battista Bidelli. 1629; in-8º di pp. 32.
La peste del| MDCXXX |Tragedia nouamente|composta|dal padre|FraBenedetto Cinqvanta|Teologo, e Predicatore|generale|De Minori Osservanti|Fra li Accademici Pacifici|detto il Seluaggio; in-24º di pp. 239, senza anno e note tipografiche. [Il permesso della stampa, dato in Milano da fra Leone Rossi, Ministro provinciale, è del «10 genaro 1632»; la lettera dedicatoria del Cinquanta a «Gio. Battista Calvanzano, Mercante Pio e diuoto», è data dal Convento di Santa Maria della Pace in Milano il «6 genaro 1632». Parecchi versi di questa tragedia furon dal Manzoni trascritti ne' suoi Estratti.]
La pestilenza|seguita in Milano|L'anno 1630|raccontata da|D.Agostino Lampvgnano|Priore di San Simpliciano|Al Serenissimo|Carlo primo Gonzaga|Duca di|Mantova, Monferrato, Neuers,|Vmena, Rethel, etc.| In Milano per Carlo Ferrandi, | con licenza de' Superiori. | 1634; in-12 di pp. 82.
Raggvaglio|dell'origine|et giornali successi|della gran peste|Contagiosa, Venefica & Malefica seguita nella Città|di Milano & suo Ducato dall'Anno 1629.|fino all'Anno 1632.|Con le loro successive Provisioni & Ordini.|Aggiuntovi un breve Compendio delle più segnalate specie di Peste|in diuersi tempi occorse|diviso in dve parti|Dalla Creatione del Mondo fino alla nascita del Signore,|Et da N. S. fino alli presenti tempi.|Con diversi antidoti|Descritti daAlessandro TadinoMedico Fisico|Collegiato & de' Conservatori dell'Illustriss. Tribunale|della Sanità dello Stato di Milano.|All'Ill.moSig.rFrancesco Orrigone Vicario|di Prouisione della Città & Ducato di Milano.| In Milano. M. DC. IIL. | Per Filippo Ghisolfi. Ad instanza di Gio. Battista Bidelli. | Con licenza de' Superiori & Privilegio; in-4º di pp. 151, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerare.
Alleggiamento|dello|Stato di Milano|per|Le Imposte,e loro Ripartimenti.|Opera di|Carlo Girolamo Cavatio|prosapia de' Contidella Somaglia,|Gentilhuomo Milanese,|giovevole| Perrappresentare alla Cattolica Maestà|del Re N. S.|Filippo IV. il Grande|L'Amore Costante del Dominio,|E la forma facile di Benigno sollevamento.|Honorevole|Per le Prodezze de Cittadini.|Dilettevole|Per le Storie, ed Informationi.|Dedicata a gli Illustrissimi Signori|Vicario, e Sessanta|del Consiglio Generale|della Città di Milano.| In Milano M. DC. LIII.; Nella Reg. Duc. Corte, per Gio. Battista, e Giulio Cesare fratelli | Malatesta Stampatori Reg. Cam. & della Città; in-fol. di pp. 732, oltre 58 in principio e 76 in fine senza numerazione.
Vita|di|Federico|Borromeo|Cardinale del Titolo di Santa Maria degli Angeli,|ed Arcivescovo di Milano,|Compilata|daFrancesco Rivola|Sacerdote Milanese,|e dedicata da' Conservatori|Della Biblioteca, e Collegio Ambrosiano|Alla Santità di Nostro Sig. Papa|Alessandro Settimo.| In Milano, | Per Dionisio Gariboldi. M. DC. LVI.; in-4º di pp. 769, oltre 24 in principio e 55 in fine non numerate.
Il|memorando contagio|seguito in Bergamo l'anno 1630.|historia|scritta d'ordine pubblico|daLorenzo Ghirardelli|libri otto.|Consacrata|all'immortalità | della stessa Ill.maCittà|di Bergamo.| In Bergamo, M. DC. LXXXI. | Per li Fratelli Rossi Stampatori di essa Città. | Con licenza de' Superiori; in-4º di pp. 361, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerazione.
Memorie|delle cose notabili|successe in Milano intorno al|mal contaggioso l'anno 1630.|Del riccorso da Signori della città a Padri Capuccini|per il Governo del Lazzaretto.|Come fu destinato il Molto Rev. Padre Felice da Milano della|Nobilissima Famiglia de Casati, ed il Rev. Padre Michele|da Milano della Famiglia de' Marchesi Pozzobonelli.|De' Portamenti d'essi Padri in quelle calamità; e come entrasse|la Peste ne' Conventi loro.|Delle ammirabili azioni, ed affannose fatiche d'Eccellentissima Carità|dell'Illustrissimo Signor Marchese|Don Gianbattista Arconati|di Gloriosa ricordanza, luce splendidissima di que' tempi,|Reg. Senatore, e Presidente della Sanità.|Del bel passaggio all'Eternità di molti Capuccini Vittime di|Carità, E d'altri risanati per intercessione della Gran|Vergine Miracolosa delle Grazie|Nella Chiesa delli Molto Reverendi Padri Domenicani|in Porta Vercellina.|Con in fine tre Capitoli in compendio della purga|delle cose infette, e sospette usata.|Raccolte da DonPio La Croce, |Consagrate|all'Illustrissimo Signore il Sig.|Don Giuseppe Arconati|Marchese di Busto Garollo|Arconate, etc.| In Milano Nelle Stampe di Giuseppe Maganza. 1730; in-4º di pp. 92, oltre 8 in principio e 2 in fine senza numerazione.
Del conte Pietro Verri consultò e cita laStoria di Milanoe leOsservazioni sulla tortura, che postillò; come postillò il suo discorsoDell'Annona. Cfr.Opere inedite o rare diA. M. vol II, pp. 122-124 e 374-386. Cita pure il trattatoDel governo della pestedi Lodovico Antonio Muratori, edizione modenese del 1714; citaDel morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera del dott.F. Enrico Acerbi; l'amico e medico suo.
Cfr. inoltre:Ghiron I.,Documenti ad illustrazione dei «Promessi Sposi» e della peste dell'anno 1630; nell'Archivio storico lombardo, ann. V, fasc. 4 [31 dicembre 1878], pp. 749-758.
DegliEstrattimanzoniani ne trascriverò qualche brano, per saggio.
«Danno portato dai soldati veneziani. Ghirar[delli], p. 55—Processione, p. 161—Sintomi della peste, p. 224.—Unzioni, p. 244.—Inumanità deinettezzini, p. 252.—Non furono mai veduti tanti frutti pendere dagli arbori, etc., p. 258.—Mortalità: città e borghi, 9,533; territorio, 47,322, p. 341.—Continuò la mortalità, sicchè più d'un terzo fu trovato mancar di peste—Esenzioni per 10 anni ai forestieri in Bergamo, p. 356».
«Deputati delle parrocchie. Rip[amonti], p. 58—10 cal. maii, p. 75—Quatuor homines deprehensos esse, etc., p. 111—Lazzeretto e P.reFelice, p. 128—Diluvio ai 23 di luglio, p. 131—Sed belli graviores esse curas, p. 245».
«Viveva in un certo castello, etc. Rivola, p. 254—Card. Fed. Borromeo raccomanda ai parochi che inculchino il dovere di rivelare la malattia contagiosa, p. 582—Condotte a termine di salire in fin sopra i tetti, etc., p. 759».
«Morti della peste in Milano, 1630. Ripamonti, pagine 228-229, morti 140,000. Vedere il luogo, dove le ragioni per cui il calcolo sembra a lui stesso al di qua del vero—Tadino, p, 136, morti 185,558—Somaglia, p. 500, morti 180,000—Rivola, p. 584 (a mezzo settembre), morti 122,000—Ms.º Vezzoli, p. 73, morti 122,464—Lampugnani, pag. 67 (la stessa avvertenza che al Ripamonti), morti 160,000».
In un foglio volante, non però di mano del Manzoni, si legge: «Il giorno 21 giugno a Milano il sole leva a 4.h12.', tramonta a 7. 48. Era uso in Italia incominciare a contare le ore o al preciso tramonto, o ad una mezz'ora dopo di esso. Nel primo caso le 8 ore italiane corrispondono a 3. 48 della mattina, ossia 24 minuti prima del levare del sole; che è precisamente all'aurora. Se si contino le 24.hmezz'ora dopo il tramonto, lo che è il 2º caso, le 8 ore corrispondono a 4. 18 dell'orologio francese, perciò 6 minuti prima del levar del sole. In Milano si contava dunque le 24 al preciso tramonto». (Ed.)]
I pochi, che erano guariti dalla peste, si trovavano in mezzo all'altra popolazione come una razza privilegiata. Una grandissima parte della gente languivainferma, moriva, e quegli che non avevano contratto il male ne vivevano in un continuo terrore; come ogni oggetto poteva col tocco esser cagione di morte, così di tutto si guardavano; i passi erano misurati e sospettosi, i movimenti ritrosi, irresoluti, fretta ed esitazione in un tempo, un allarme incessante, una disposizione a fuggire, e con tutto questo il pensiero sempre vivo che forse tante precauzioni erano inutili, forse il male era già fatto. I pochi risanati invece, non temendo più del contagio, camminavano ed operavano senza tutte quelle precauzioni, e l'aspetto della incertezza altrui cresceva in molte occasioni la fiducia e la scioltezza loro: erano come i cavalieri dell'undecimo secolo, coperti d'elmo, di visiera, di corazza,di cosciali, di gambiere, con una buona lancia nella destra, un buon brocchiere alla sinistra, una buona spada al fianco, una buona provvigione di giavellotti, sur un buon palafreno, agile all'inseguimento ed alla ritratta, in mezzo ad una marmaglia di villani a piede, ignudi d'armatura, e poco coperti di vestimenti, che per offesa e per difesa non avevano che due braccia e due gambe, e il resto delle membra non atto ad altro che a toccar percosse. L'immunità del pericolo ispira il sentimento e dà il contegno del coraggio; è la parte meno nobile, ma spesso una gran parte di esso; e questa verità si è sapientemente trasfusa nella nostra lingua, dove il vocabolo sicuro, che in origine vale fuor di pericolo, fu traslato a significare anche ardito. Con questa baldezza, temperata però dalle inquietudini che noi sappiamo e dalla pietà di tanti mali altrui, camminava Fermo in un bel mattino d'estate, per coste amene, donde ad ogni tratto si scopre un nuovo prospetto, per verdi pianure, sotto un cielo ridente, tra il fresco e spezzato luccicare della rugiada, all'aria frizzante dell'alba e al soave calore del sole obbliquo, appena comparso sull'orizzonte. Ma dove appariva l'uomo, dove si vedevano i segni della sua dimora, del suo passaggio, spariva tutta la bellezza di quello spettacolo: erano villaggi deserti, animati soltanto da gemiti, attraversati da qualche cadavere, che era portato alla fossa senza accompagnamento, senza romore di canto funebre: qua e là uomini sparuti, cheerravano, infermi che uscivano disperati dal coviglio, per morire all'aria aperta, birboni che agguantavano dove fosse da spogliare impunemente. Fermo cercò di schivare tutte le parti abitate, venendo pei campi; sul mezzo giorno si riposò in un bosco, vicino ad una sorgente, ivi si rifocillò col cibo che aveva portato seco; lasciò passare le ore più infocate, riprese la sua strada; cominciò a riveder luoghi noti, misti alle memorie della sua fanciullezza, e due ore circa prima del tramonto scoperse il suo paesetto. Alla prima vista Fermo ristette un momento, come sopraffatto dalle rimembranze e dai pensieri dell'avvenire, e ripreso fiato, procedette, entrò nel paese. L'aspetto era come quello di tutti gli altri che Fermo aveva dovuti vedere; ma la tristezza fu ben più forte che egli non l'avesse ancor provata. Guardò se vedeva attorno qualche suo conoscente, qualche persona viva: nessuno; le porte chiuse, o abbandonate; avanzando, scorse un uomo seduto sul limitare, lo guardò, durò fatica a riconoscerlo, travisato com'era dal male[135]; ma non fu riconosciuto da esso, che gli piantò in faccia due occhj insensati, e non fece motto. Fermo lo chiamò per nome, non ne ebbe risposta, e più che mai accorato si avviò alla sua casa. Ella era quale l'avevano lasciata i lanzichenecchi: senza imposte, diroccata qua e là, qua e là affumicata, e dentrovuota, ma non già pulita, che vi rimaneva ancor lo strame che era stato letto ai soldati. Ne uscì Fermo in fretta inorridito, ritirando l'occhio dallo spettacolo e la mente dai pensieri e dai ricordi che quello spettacolo faceva nascere, e si incamminò alla casa d'Agnese, con l'ansia di rivedere un volto amico, di udire da lei ciò che tanto gli stava a cuore, e col battito di non ritrovarla, di non ritrovar pure chi gli sapesse dire s'ella viveva.
Per giungervi, doveva Fermo passare su la piazzetta della chiesa, dov'era pure la casa del curato. Quando fu in luogo donde la piazza si poteva vedere, guardò egli alla casa del curato, e vide una finestra aperta e nel vano di quella un non so che di bianco-giallastro in campo nero, una figura immobile, appoggiata ad un lato della finestra. Era Don Abbondio in persona, e ad una certa distanza poteva parere un vecchio ritratto di qualche togato, scialbo per natura, per l'arte del pittore e per l'opera del tempo, appeso di traverso fuori al muro, per la buona intenzione di ornare qualche solennità. Fermo, che aveva sospettato chi doveva essere, arrivato su la piazza, lo riconobbe, e da prima, tornandogli a mente che egli era una delle cagioni delle sue traversie, sentì rivivere un po' di stizza e volle passar di lungo. Ma tosto, l'antico rispetto pel curato, quel desiderio di sentire una voce umana e conosciuta, così potente in quelle circostanze, la speranza di risapere da lui qualche cosa che gl'importasse, vinsero nell'animodi Fermo, che si arrestò, fece una riverenza, e dirizzando il volto alla finestra, disse:—Oh, signor curato, come sta ella in questi tempi?—Don Abbondio aveva guatato costui che veniva, gli era sembrato di riconoscerlo; ma quando sentì la voce che non gli lasciava più dubbio—Per amor del cielo! disse, voi qui? Che venite a fare in queste parti? Dio vi guardi! Vi pare egli, con quella poca bagattella di cattura...?
—Oh via, signor curato, disse Fermo non senza dispetto, mi vuol ella fare anche la spia?
—Parlo per vostro bene, disse Don Abbondio, che nessuno ci sente. Chi volete che ci senta. Non vedete che son tutti morti? Che venite a cercare fra queste belle allegrie? Andate, tornate dove siete stato finora; non venite a porre in imbroglio voi e me; perchè quando si tratti di castigar voi e di tormentare me, pover uomo, vi sarà dei vivi ancora.
—Signor curato, mi saprebbe ella dar qualche nuova di Lucia?
—Oh Dio benedetto! ancor di questi grilli avete in capo? Oh poveri noi! che serve che vengano i flagelli, se gli uomini non voglion far giudizio! E la peste, figliuolo, la peste? Non sapete che c'è la peste?
—Ella deve ricordarsi, signor curato, disse Fermo con voce alquanto risentita, che Lucia ed io... non eramo grilli.
—Oh! disse Don Abbondio, figliuol caro, voiavete sempre avuto il timor di Dio, spero che non sarete cangiato. Per questo vi parlo con libertà, da vero padre, perchè vi ho sempre voluto bene. So io quel che dico, questo non è paese per voi: se vi dovesse accadere qualche disgrazia—e già, pur troppo, non la schivereste—che crepacuore per me! La cattura è terribile; v'è un fuoco contro di voi! E poi la peste...
—La peste l'ho avuta, disse Fermo, son guarito, e non ho più paura.
—Vedete che avviso vi ha mandato il cielo, per farvi pensare al sodo... Anch'io l'ho avuta e son qui per miracolo.
—Ma di Lucia non mi sa ella dir nulla?
—Figliuol caro, che volete ch'io vi dica? Non ne so nulla: è in Milano; cioè v'era: di chi può dirsi ora, v'è? Sarà morta: muojono tanti.
—Ma noi siam pur vivi, e...
—Per miracolo, figliuolo, per miracolo. E il frutto che ne dobbiam trarre è di cacciar tutte le bazzecole dalla testa. In Milano, figliuolo! chi vive in Milano? Questo è un purgatorio, ma quello è l'inferno. Non vi passasse mai pel capo...
—E Agnese, signor curato?
—Agnese è qui: e per miracolo non ha contratta la peste finora; ma si guarda, si guarda; ha giudizio, non vuol vedere nessuno; non le andate fra piedi, che le fareste dispiacere.
—Sia lodato Dio; ma ella nè mi vuole ajutare, nè vuole che altri m'ajuti.
—Che dite, figliuolo? io son tutto per voi, e parlo perchè vi voglio bene; e perciò vi torno a dire: non vi passasse mai pel capo... Dio guardi! In Milano! Sapete come state! Una cattura di quella sorte! un impegno! e con tanti nemici che avete! Dio liberi! e poi, so io quel che dico, potreste trovare... chi sa? gente che vuol bene, ma... gente che si piglia impegni di proteggere, e poi... sostenere... cozzare... basta, parlo con tutto il rispetto... ma, Dio solo è da per tutto... Si vuole, si comanda, si promette, si fa l'impegno... si scompiglia la matassa, e si dà in mano al curato perchè la riordini... e chi ne va col capo rotto è il curato... Fate a modo mio, tornate dove siete stato finora.
—Basta, disse Fermo, non mi aspettava da lei più soccorso di quello che mi abbia avuto. Io non intendo tutti questi suoi discorsi; ma poi che ella non ha altri consigli da darmi, si contenti ch'io faccia a modo mio.
—No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e voi. Abbiate compassione d'un pover uomo, che ha bisogno di quiete; e sarebbe giusto finalmente che la godesse. Quello che ho patito io, vedete, non lo ha patito nessuno. Ne ho passate d'ogni sorte: spaventi, crepacuori, fatiche: è venuta la carestia, e m'è toccato di veder persone morirmi di fame su gli occhi. Ho dovuto fuggire di casa, e nessuno mi volle ajutare; ho trovato cuori duri come selci; e i soldati m'hannosperperato ogni cosa. E sono stato... e ho dovuto... e basta... sono stato ricoverato da un degno signore... basta so io quello che ho patito. E poi la peste! ho dovuto assistere agli appestati... e ne ho avute io delle cure, sa il cielo! ma l'ho presa anch'io, e son qui vittima della mia carità; d'allora in poi non son più quello. Perpetua è morta, mi ha abbandonato in questi guaj; e mi tocca servirmi da me, povero, vecchio e malandato, come sono. Ecco che appena cominciava a star bene, e voi venite per darmi nuovi travagli...
—Signor curato, disse Fermo, io le desidero ogni bene; e del travaglio ella ne può bene aver dato a me, ma non io a lei, in fede mia. La spia ella non me la vorrà fare; del resto, io mi rimetto nelle mani di Dio. Attenda a guarir bene, signor curato.
—Sentite, sentite,—continuava Don Abbondio, ma Fermo aveva già fatta una riverenza di risoluto congedo, e camminava verso la casetta di Lucia.
—Oh povero me! questo ci mancava! continuò a barbottare fra sè Don Abbondio, ritirandosi dalla finestra. Povero me! Se costui va a Milano, se trova Lucia, se tornano alle loro antiche pretese, ecco rinnovato l'imbroglio. Un Cardinale che dirà: voglio che si faccia il matrimonio; un signore che dice, non voglio: ed io tra l'incudine e il martello. Basta... disse poi soffiando, dopo d'avere alquanto pensato... muore tanta gente... che dovessero rimanere al mondo tutti quelli che si divertono a mettere le pulci nell'orecchio di me pover uomo!
Intanto Fermo arrivò alla casetta d'Agnese, la quale casetta, se il lettore se ne ricorda, era fuori del villaggio, solitaria. Alla vista di quel luogo una nuova tempesta sorse nel cuore di Fermo; diede egli un gran sospiro, e bussò.
—Chi è là? gridò da dentro la voce d'Agnese: state lontano; non bazzicate intorno alla porta; verrò a parlarvi dalla finestra.—Son io, rispose Fermo; ma Agnese, non aspettando a basso la risposta, aveva fatte in fretta le scale e apriva la finestra.—Son io; mi conoscete? disse ancor Fermo, quando la vide.—Oh Madonna santissima! sclamò Agnese: voi?—Io, rispose Fermo; sono il benvenuto?
—Oh figliuolo! sclamò di nuovo Agnese, quanto vi avrei desiderato, se non avessi avuto paura per voi? Ma ora che venite voi a fare?
—A saper nuove di Lucia e di voi, rispose Fermo. A vedere se tutti si sono scordati di me. Che n'è di Lucia?
—Figliuolo, sono mesi che non ne ho notizia: prima di quel tempo ella stava bene di salute; ma ora chi può sapere...?
—Io andrò a vedere, io vi porterò nuova di vostra figlia, disse Fermo risolutamente.
—Voi? disse Agnese: ma e... mi capite. Basta...
—Volete aprirmi e parleremo più liberamente?
—E la peste, figliuolo?
—Grazie al cielo ella non ha ammazzato me ed io ho ammazzato lei, e son sano e salvo, come mi vedete. Aprite con sicurezza.
—Scendo ad aprire, rispose Agnese; oh con quanta consolazione v'avrei riveduto. Ma ora, bisogna ch'io vi preghi di starmi lontano.
—Come vorrete, rispose Fermo.
—State ad aspettarmi nel mezzo della strada; quando aprirò, non vi affacciate alla porta; lasciatemi rientrare; poi entrerete e vi porrete in un angolo, lontano da me, e ci parleremo; le parole non hanno bisogno di toccarsi. Oh quante cose ho da dirvi!
—Ed io a voi, rispose Fermo.
Agnese calò in fretta le scale, giunta alla porta, avvisò ancora Fermo che stesse discosto, aprì, rientrò fino in fondo alla stanza; Fermo entrò pure, prese un trespolo, lo portò in un angolo, vi si pose a sedere, guardando intorno, ricordandosi di tanti momenti passati in quel luogo, e sospirando; Agnese andò a richiuder la porta e venne a sedersi nell'angolo opposto. E subito cominciò come una sfida d'inchieste.
—Come vi siete fidato di venir da queste parti?
—Perchè Lucia non mi ha mai risposto?
—Come avete potuto fuggire?
—E perchè non venire dove io era in sicuro, piuttosto che mandarmi denari?
—Chi v'ha strascinato in quei garbugli?
—Quanto tempo Lucia è stata in quello spavento? e come è andata propriamente la cosa?
Fatte le prime interrogazioni più pressanti, ognunocominciò a rispondere brevemente a quelle del compagno. Fermo finalmente pregò Agnese ch'ella raccontasse per disteso tutta la sua storia, promettendo di soddisfarla egli poi della propria. Così Fermo conobbe per la prima volta daddovero le triste vicende di Lucia, e l'esito inaspettato. Tremò, fremè, impallidì cento volte a quel racconto; ora diede dei pugni all'aria ed ora giunse le mani in atto di ringraziamento; maledisse la Signora, benedisse il Cardinale, diede maledizioni e benedizioni al Conte del Sagrato, invocò ora la vendetta, ora il perdono del cielo sopra Don Rodrigo. Ma un punto rimaneva tuttavia oscuro, nè Agnese sapeva dilucidarlo. Perchè non è venuta con me? con me, suo promesso? con me, che doveva, che poteva divenir suo marito? che ostacolo v'era più? non sarebbero mancati che i denari, e il cielo gli aveva mandati. Agnese non seppe dire, se non ciò ch'ella aveva pur pensato: che Lucia fosse rimasta tanto stordita e sgomentata da quegli orribili accidenti, che non le rimanesse più forza da voler nulla, e fosse disgustata d'ogni cosa.
—Oh? andrò io a saperlo da lei, disse Fermo; voglio vedere l'acqua chiara. Ella era mia; mi si era promessa; io non ho fatto niente per demeritarla; e se non mi vuoi più... e qui avrebbe pianto se gli uomini non si vergognassero di piangere: se non mi vuoi più, me lo ha a dire di sua propria bocca, e mi deve dire il perchè.
Agnese cercò di racconsolarlo, e lo chiese dellasua storia, che Fermo le narrò sinceramente. Questa storia fece molto piacere ad Agnese e le rimise Fermo nell'antico buon concetto.—Voleva ben dire io; sclamava essa di tratto in tratto. Se sapeste come la raccontavano qui, in cento maniere, l'una peggio dell'altra. Ma voi non me l'avete mai fatta scrivere ben chiara.
—E voi, madonna, disse Fermo, non mi avete mai data soddisfazione sopra quello che io voleva sapere.
—Basta, disse Agnese, lodato Dio che abbiam potuto parlarci una volta; valgon più quattro parole sincere di due ignoranti che tutti gli scarabocchj di questi sapienti. Ma voi come vi fidate di andare a Milano, dove vi hanno tanto cercato, dove...?
—Chi mi conoscerà! rispose Fermo, non m'hanno visto che un momento; e il nome... ne piglierò un altro; non ci vuoi gran lettera per questo; e poi chi volete che pensi a me ora? Hanno da pensare alla peste. Sono tutti in confusione. Muojono come le mosche, a quel che si dice... Ah! pur che viva Lucia!
—Dio lo voglia! sclamò Agnese; e lo vorrà, io spero. Quella poveretta innocente ha tanto patito! Dio gli conterà tutto quel male, per salvarla ora, Ah! Fermo io ho buona speranza; andate pure; mi sento tutta riconfortata dall'avervi veduto. Sento una voce che mi dice che i guai sono alla fine; e che passeremo ancora insieme dei buoni momenti.
Fermo chiese del Padre Cristoforo, e Agnese non li seppe dir altro se non ch'egli era a Palermo, cheè un sito lontano lontano, di là dal mare. Scontento, e perchè sperava da lui ajuto e consiglio, e perchè desiderava di raccontare a lui pure la storia genuina; e perchè avrebbe riveduto volentieri quell'uomo pel quale sentiva tanta venerazione e tanta riconoscenza. Disse però: brav'uomo! vero religioso! è meglio ch'egli sia fuori di questi guai e di questi pericoli. Agnese offerse a Fermo l'ospitalità per quella notte, con molte prescrizioni sanitarie però di lontananza, di cautela, di non toccar questo, di non avvicinarsi a quell'altro luogo. Fermo accettò l'ospitalità ben volentieri e promise tutti i riguardi che Agnese desiderava. Era venuta l'ora della cena, e la massaja si diede ad ammanirla. Pose al fuoco la pentola per cucinarvi la polenta. Fermo, da giovane ben educato, voleva risparmiare la fatica alla donna e fare egli il lavoro: ma Agnese, levando la mano: guardatevi bene dal toccar nulla, disse; lasciate fare a me. Fermo ubbidì; ed ella prese la farina, la gettò nell'acqua, la rimenava dicendo: Eh! altre volte era Lucia! basta il cuor mi dice che la mia poveretta verrà con me, e presto; e che staremo tutti in buona compagnia. Fermo sospirava. Agnese versò la polenta, raccomandando sempre a Fermo di non si muovere, di non toccare; poi andò a mugnere la vacca» tornò con una brocca di latte, dicendo: vedete: quella povera bestia da sei mesi è la mia unica compagnia. Prese un bel pezzo di polenta, lo ripose sur un piattello, lo sporse a Fermo, stando più lontana che poteva,e stringendosi con l'altra mano la gonna d'intorno alla persona, perchè non istrisciasse agli abiti di Fermo; quindi, allo stesso modo, gli sporse una scodella di latte. Nel tempo della cena si parlò dei disegni di Fermo, Agnese gli diede istruzioni sul nome dei padroni di Lucia; gli comunicò le notizie confuse ch'ella aveva sul luogo della loro dimora; e questi discorsi gli tennero a veglia qualche ora dopo la cena. Finalmente Agnese indicò all'ospite la stanza dov'egli doveva coricarsi: era quella di Lucia. Fermo amò meglio di andarsi a gettare sul picciolo fenile, adducendo motivi di precauzione per la salute. Prima dell'alba erano entrambi in piedi. Agnese diede a Fermo due pani e due raviggiuoli, fattura delle sue mani, gli riempì di vino il fiaschette ch'egli aveva portato con sè, dicendo: in questi tempi potreste morir di fame prima di trovare chi vi desse da mangiare. Il congedo fu quale ognuno può immaginarselo, pieno di tenerezza, di accoramento e di speranza. Fermo partì, viaggiò tutto quel giorno, e avrebbe potuto la sera entrare in Milano, ma pensò che avrebbe trovato più facilmente un ricovero al di fuori. Ristette di fatti in una cascina deserta, a un miglio dalla città. Dormì su le stoppie, e all'alba, levatosi, si avviò e fece la sua seconda entrata in Milano, che gli comparve di un aspetto più tristo e più strano d'assai che non era stato la prima volta[136].
XXII.Fermo trova Lucia nel lazzeretto.All'intorno del picciolo tempio v'era un picciolo spazio sgombro di capanne, e Fermo, giungendovi, lo vide occupato da una folla, distinta in ragazzi, in donne e in uomini, tutti composti e in gran silenzio, fra il quale si udiva distintamente una voce alta ed oratoria, che veniva dal tempio. Questo, elevato d'alcuni gradi al di sopra del suolo, non aveva allora altro sostegno che le colonne, disposte in circolo; nel mezzo v'era un altare, che si poteva vedere da tutti i punti del lazzeretto, per mezzo agli intercolunnj vuoti, che in oggi sono murati. Ritto sulla predella dell'altare stava un cappuccino, alto della persona, fra la virilità e la vecchiezza; teneva con la destra una croce, posata al suolo, che gli sopravvanzava il capo di tutto il traverso; e con l'altra mano accompagnava di gesti il discorso che andava facendo. Era questi il Padre Felice, sopraintendente del lazzeretto. Fermo, giunto sull'orlo di quella adunanza, avrebbe voluto avanzarsi a trascorrerla e cercare ciò che gli stava a cuore; ma, senza contare unaltro cappuccino che, con un aspetto tanto severo, anzi burbero, quanto quello dell'oratore era pietoso, stava ritto in mezzo alla brigata per tener l'ordine; quella quiete generale, quell'attento silenzio e quella unica voce bastarono ad avvertire il nostro ansioso che ogni movimento sarebbe stato in quel luogo scompiglio e irriverenza. Stette egli dunque alla estremità della brigata ad aspettare e udì la perorazione di quel singolare oratore.Diamo adunque, diceva egli, un ultimo sguardo a questo luogo di miserie e di misericordia, pensando quanti vi sono entrati, quanti ne sono stati tratti fuora per la fossa, quanti vi rimangono, quanti pochi al paragone, siam noi, che ne usciamo non illesi, ma salvi, ma colla voce da lodarne Iddio. L'anima nostra ha guadato il torrente; l'anima nostra ha guadate le acque soverchiatrici: benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia, benedetto nella morte, benedetto nella salvezza, benedetto nel discernimento ch'Egli ha fatto di noi in questo sì vasto, sì smisurato eccidio! Ah possa essere questo un discernimento di clemenza! possa la nostra condotta, da questo momento, esserne un indizio manifesto! Attraversando questo mare di guaj, diamo uno sguardo di pietà e di conforto a quegli che si dibattono tuttavia con la tempesta, e dei quali, oh quanto pochi, potranno, come noi, afferrare un porto terreno. Ci vedano uscirne rendendo grazie per noi ed elevando preghiere per essi! Attraversando lacittà, già sì popolosa, noi, scarsa restituzione dell'immenso tributo ch'essa mandò in questo luogo, mostriamo agli scarsi suoi abitatori un popolo scemato sì, ma rigenerato. Procediamo con la compunzione nel volto e coi cantici su le labbra. Quegli che son ritornati nella pienezza dell'antico vigore porgano un braccio soccorrevole ai fiacchi; gli adulti reggano i teneri, i giovani sostengano con riverenza e con amore i vecchj, ai quali la salute ritornata non apporta che pochi giorni di stento. E se in questo soggiorno di prova, in questo stesso crogiuolo di purgazione abbiam peccato; se abbiamo abusato anche dei flagelli, se abbiamo sciupati i doni e le ricchezze dello sdegno, come già quelli della benignità; ebbene! non abbiam però potuto esaurire il tesoro del perdono; ricorriamo ad esso di nuovo. Per me...E qui l'oratore fece pausa, straordinariamente commosso; poi tolse una corda, che gli stava ai piedi, se l'avvinghiò al collo, come ad un malfattore, cadde ginocchioni e proseguì:Per me e per tutti i miei compagni, i quali, sebbene immeritevoli, siamo stati per una ineffabile degnazione trascelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; se, come pur troppo, non abbiamo degnamente corrisposto ad un tanto favore, se non abbiam degnamente adempiuto un sì grande ministero... perdonateci! Se la fiacchezza o la ritrosia della carne ci ha resi men pronti ai vostri bisogni, alle vostre chiamate, perdonateci! se una ingiusta impazienza,se una noja colpevole ci ha fatto talvolta nei vostri mali mostrarvi un volto severo e fastidito, perdonateci! se la corruttela d'Adamo ci ha fatto trascorrere in qualche azione che vi sia stata cagione di tristezza e di scandalo, perdonateci! Nessuno porti fuor di qui altra amaritudine che delle sue proprie colpe!Così detto, stette egli ginocchioni, come aspettando un segno che l'umile e cordiale suo prego era accetto ed esaudito. Un singhiozzo, un pianto, un gemito universale si levò da quella turba a rispondere. Dopo qualche momento il frate s'alzò, prese la croce ad ambe le mani e l'inalberò; scese dalla predella e quivi depose i sandali; gridò ad alta voce: andiamo in pace; poi intonò ilMiserere; e scalzo, portando dinanzi a sè quell'alta croce pesante, scese gli scaglioni del tempio dalla parte rivolta alla porta meridionale del lazzeretto che sbocca dinanzi alla mura della città, e s'incamminò verso quella. Dietro lui s'avviò la torma dei fanciulletti, di quelli cioè che potevano reggersi e sapevano condursi da sè; poi le donne, alcune delle quali tenevan per mano o nelle braccia fanciulline, o bambini, e con fioca voce cantavano il salmo intonato dal guidatore; poi gli uomini, pur cantando; poi carri di convalescenti e delle bagagli e di quei che partivano; quelle che in tanta confusione s'eran potuto serbare e raccogliere. Ultimo veniva quell'altro cappuccino che abbiamo menzionato, con un gran vincastro in mano; e coi cenni di quello, con gli occhi e con la voce teneva in sestoil convoglio. Era questi un Padre Michele Pozzobonelli, il coadiutore più autorevole, e come il primo ministro del Padre Felice, in quel regno di desolazione.Fermo, tosto ch'ebbe veduto questo scender dal tempio, e notato da che parte s'avviava, entrò di nuovo fra le capanne per pigliare i passi innanzi, senza dare nè ricever disturbo, e sboccar poi di nuovo su la strada per dove la processione doveva passare. Dalla porta meridionale al tempio v'era infatti come una strada, uno spazio che s'era lasciato sgombro di capanne per dar passaggio ai carri degli infermi, che per lo più entravano da quella porta, e da quello spazio poi si distribuivano a dritta e a sinistra, come si poteva. Fermo riuscì su quella, al mezzo incirca, e vide venire il vecchio crocifero, lo vide passare, vide passare i ragazzi e poi con un gran battito di cuore esaminò le donne, che pur passavano; e lo potè fare a suo agio, perchè elle procedevano a due a due. Passa, passa; guarda, guarda; qui non v'è, qui nè pure: più che la metà è passata; poche ne rimangono; compajono le ultime della fila femminile; ecco gli uomini; Lucia non v'era. Quanta speranza svanita! Rimanevano però i carri ancora: Fermo gli vedeva venire; e i primi erano carichi di donne. Stette dunque aspettando; lasciò passare la schiera degli uomini; guardò ad uno ad uno quei carri. Passavano lentamente, si arrestavano talvolta, come accade nelle processioni e nelle marce d'ogni genere,di modo che Fermo potè aver la trista certezza che nessuna di quelle donne era sfuggita alla sua vista, e che Lucia non v'era. Le braccia gli caddero quando si vide finire in mano l'unico, o almeno il più forte filo delle sue speranze. Anche prima di vedere trascorrere quella per lui sì trista rassegna, egli sentiva pur troppo quanto era più probabile che Lucia fosse nel numero dei tanti portati fuora dal lazzeretto sui carri, che dei pochi risanati: ma pure, come si suole, egli metteva il suo desiderio sul guscio della speranza e faceva traboccare le bilance da quella parte. Ma ora egli credeva di dovere esser certo che Lucia non era tra i guariti, nè tra i convalescenti: la contingenza più lieta per lui, l'unica sua speranza (quale speranza!) era ormai ch'ella fosse ivi languente, ma viva. Passato tutto il convoglio, passato il Padre Michele, Fermo si mise, senza troppo pensare dove anelasse, su quella via rimasta sgombra, e le sue gambe lo portarono dinanzi al tempio. Quivi gli vennero alla mente le parole del buon frate Cristoforo: Se non ve la scorgi, fa cuore tuttavia... Cercala con rassegnazione[137]. Si prostrò su gli scaglioni del tempio,fece a Dio una preghiera, o, per dir meglio, un viluppo di parole scompigliate, di frasi interrotte, diesclamazioni, di domande, di proteste, di disdette, uno di quei discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, nè sofferenza per ascoltarli; non sono abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo. Si levò di là più rincorato e si avviò. Dal tempio alla porta che divide il lato settentrionale, a cui tendeva Fermo, scorreva, come dalla parte opposta, un viale sgombro di capanne, e si sarebbe potuto chiamare la via dei morti, perchè ivi facevano capo e giravano i carri che portavano alla fossa di San Gregorio le centinaja che perivano ogni giorno nel lazzeretto. Fermo scelse quella via come la meno impedita e la più breve, e studiando il passo alla meglio, tra l'incontro continuo dei carri e l'inciampo frequente di altri tristissimi ingombri, pervenne a pochi passi dalla porta. Ma quivi un accorrimento di carri vuoti che entravano, di colmi che uscivano, faceva in quel punto un tale imbarazzo, che Fermo, anzichè affrontarlo, o aspettare lo sgombro, stimò meglio di entrare tra le capanne per riuscire di quindi al fabbricato. Le capanne in quel luogo eran tutte abitate da donne, ed egli procedeva lentamente d'una in altra, guardando. Or, mentre passando, come per un vicolo, tra due di queste, l'una delle quali aveva l'apertura sul suo passaggio, e l'altra rivolta dalla parte opposta, egli metteva il capo nella prima, sentì venire dall'altra, per lo fesso delle assacce ond'era connessa, sentì venire una voce... una voce, giusto cielo!che egli avrebbe distinta in un coro di cento cantanti, e che, con una modulazione di tenerezza e di confidenza, ignota ancora al suo orecchio, articolava parole che forse in altri tempi erano state pensate per lui, ma che certamente non gli erano mai state proferite: Non dubitate; son qui tutta per voi; non vi abbandonerò mai.Se Fermo non mise uno strido, non fu perchè lo rattenesse il riguardo di fare scandalo, il timore di farsi troppo scorgere e d'essere preso, o cacciato; fu perchè gli mancò la voce. Le ginocchia gli tremarono sotto, la vista gli s'appannò un momento; ma come accade per lo più quando dopo una gran sorpresa rimane qualche cosa d'importante da farsi, o da sapere, l'animo gli ritornò tosto, e più concitato di prima. In tre balzi girò la capanna, fu su la porta, vide una donna inclinata sur un letto, che andava assestando.Lucia! chiamò Fermo, con gran forza e sottovoce ad un tempo: Lucia!Trabalzò ella a quella chiamata, a quella voce, credette di sognare, si volse precipitosamente, vide che non era sogno, e gridò: Oh Signore benedetto! Fermo rimase su la porta, tacito e ansante, e Lucia pure, dopo quel grido, stette immota in silenzio più tempo che non bisogni a raccontare in compendio le sue vicende dal punto in cui l'abbiamo lasciata.Ella era sempre rimasta nella casa di Don Ferrante; e fino ad un certo tempo sotto la vigilanzasevera di Donna Prassede. Ma, allo spiegarsi della peste, questa signora, messe da un canto tutte le altre cure, dimenticate tutte le brighe, non solo le sue proprie, ma anche quelle di cui prima andava tanto volentieri in cerca, non ebbe più che un pensiero, dì guardarsi dal pericolo comune. Pensò ella che per fare del bene, la prima condizione è di essere in vita, e, per allora, volle assicurar questa. Quanto al prossimo, non pensò più a regolarlo, ma soltanto a tenerselo lontano, tanto che non li comunicasse la pestilenza. Don Ferrante, invece, persuaso che tutte le precauzioni immaginabili non avrebbero potuto fare che là congiunzione di Saturno con Giove non fosse avvenuta, nè stornare le conseguenze di un avvenimento dì quella sorte, non cangiò nulla al suo tenore solito di vita, e contrasse la pestilenza, che[138]in un giorno lo spicciò. Donna Prassede[139]s'era ritiratacon la signora Ghita nella stanza più remota della casa; Prospero, che alla morte di Don Ferrante era certo di dovere andare a spasso, pensava a farsi un po' di fardello; il resto della famiglia seguiva il suo esempio; e il povero astrologo sarebbe morto abbandonato, se Lucia non avesse avuta la carità di prestargli qualche servigio. Il giorno stesso in cui Don Ferrante morì, Lucia fu presa da un gran sopore, rimase come insensata, e cadde senza forze: Donna Prassede ordinò tosto che[140]ella fosse portata nella via, ad aspettare un carro o una bussola che la portasse al lazzeretto. Così fu fatto, e così avvenne. Lucia, deposta in quella capannuccia, stette alcuni giorni fuori di sè, senza prender cibo, nè rimedi, lottando il vigore della natura con la violenza del male, e non riprese l'uso delle sue facoltà se non quando il male fu superato. Ma quale risvegliamento! in quel tumulto di morte, in quello scompiglio di guai, senza vedere un volto conosciuto, senza udire una voce famigliare! Pure in quel tempo, come in tutte le grandi calamità, la vista o il racconto e l'aspettazione continua dei mali rendeva preparati a tutto anche gli animi i meno agguerriti; questa preparazione, la gran ragione della necessità, la cascaggine stessa che il male aveva lasciata addosso a Lucia, la fecero avvezzare ben tosto alla sua situazione; lafiducia in Dio gliela raddolcì. La capannuccia non capiva che due letti, o covili che fossero: in pochi giorni Lucia cangiò più volte di compagnia. Finalmente, quando ella cominciava a potersi reggere, vi fu portata una donna, che era moglie, anzi vedova d'un ricco mercante di stoffe, madre, anzi orba di due figli: la peste le aveva tutto portato via. Questa, rimasta sola in casa, e sentendosi pure colpita dal morbo, aveva chiamato un commissario della Sanità, che conosceva per sua buona sorte, e che per una sorte ancor più rara era un galantuomo, e gli aveva raccomandata sè e la sua casa. Egli la fece chiudere e sigillare, promise di vegliarla, e fece portare la donna al lazzeretto, con tutta quella cura particolare che si poteva in quelle circostanze. Lucia assistette la sua compagna, che superò pure la malattia, e, come è facile ad intendersi, tra quella che prestava sì pietosi servigj, e quella che gli riceveva, ambedue deserte, buone ambedue, s'era formata una strettissima amicizia.La vedova, prima di venire al lazzeretto, aveva nascosta nella sua casa una buona somma di danari, e vi aveva lasciate molte mercanzie, protette dal sigillo pubblico, e ancor più dalla indifferenza dei monatti per le robe che non fossero di pronto uso o di facile smercio. Trovandosi quindi sola e doviziosa, ella aveva proposto a Lucia di tenerla con sè, come una sua figlia, e Lucia, ringraziando Dio che le aveva preparato un asilo, e la buona donna che glielo offeriva,lo aveva accettato, ma solo per qualche tempo, tanto che potesse aver notizie di sua madre, e pensare a prendere una risoluzione stabile. Ciò ch'ella aveva promesso alla sua compagna era dì non abbandonarla finch'ella non potesse uscire dal lazzeretto; e perciò Lucia non s'era unita ai convalescenti che erano partiti quel giorno alla guida del Padre Felice. Ma la buona vedova, avvezza a quella dolce compagnia, e atterrita dal solo pensiero di restarne priva, nella desolazione, esprimeva di tempo in tempo quel suo terrore e si faceva rinnovare da Lucia la promessa in cui trovava la quiete dell'animo suo. E per dissipare appunto una di queste dubitanze, Lucia aveva dette le soavi parole che colpirono l'orecchio di Fermo, e che abbiamo riferite.Fermo era dimorato su la porta; e di là il suo secondo sguardo s'era rivolto su la persona alla quale quelle parole erano state dirette; e fu molto contento quando vide a che sesso ella apparteneva.—Ah! siete viva e v'ho trovata! diss'egli, quando potè ricuperar la parola; ed entrò nella capanna.—Voi! sclamò Lucia.—Son venuto qui per cercarvi, e v'ho trovata! rispose Fermo.—E la peste?—L'ho avuta.—Ah! fece Lucia con un gran respiro, che significava assai più che un: me ne rallegro infinitamente.—Ma come... qui?—Son venuto a cercarvi in Milano, appena ho potuto; m'hanno detto ch'eravate qui; ci son venuto.—Oh Signore! disse Lucia, stringendo le mani giunte, alzando gli occhi al cielo, e con una voce che i singhiozzi stavano per interrompere. Poi, come entrata di repente in un altro pensiero, chiese ansiosamente: Sapete qualche cosa di mia madre?—L'ho veduta jeri; è sana, vi saluta, e potete credere... era tutta in pensiero per voi, e sospira di vedervi.Lucia rispose con un altro respiro di consolazione.Fermo continuò:—Sospira di vedervi, e crede... tiene per sicuro... Ma voi,... voi mi parete stupita... ch'io sia venuto a cercarvi. Io... son sempre lo stesso... non vi ricordate...? che è avvenuto, Lucia?—Tante cose! rispose ella sospirando.—Ecco! disse Fermo: sa il cielo che cosa v'avranno detto di me!—Che importa, rispose Lucia, quel che dica la gente?—Dunque...—Dunque... io credeva... che dopo tanto tempo... dopo tanti guai... non avreste più pensato a me.—L'avete creduto? e me lo dite? quando son qui...—L'ho creduto, disse Lucia, troncando in fretta le parole appassionate di Fermo, l'ho creduto, perchè sarebbe stato meglio... è meglio.Lucia aveva sempre tenuti gli occhi bassi; maproferendo, non senza fatica, queste parole, chinò anche la testa e la tenne appoggiata sul petto, come per riposarsi d'un grande sforzo.—È meglio! disse Fermo, stordito e contristato di quel mistero, e guardando fiso nel volto di Lucia, per trovarvi la spiegazione di quelle tronche ed oscure parole. È meglio! che cosa, v'ho fatto io? è colpa mia se... Non sono io quello a cui avete promesso? Che vi mancava perchè foste mia? un momento... e... ma gli ho perdonato. Non siete voi più quella...? Dopo tanto sperare! dopo tanto pensare a voi! dopo... Parlate chiaro; dite che non mi volete più; dite il perchè; non mi fate...—Fermo, disse con voce più riposata e solenne Lucia, che, mentre egli parlava, aveva cercato di raccogliere tutte le sue forze.—Fermo, ascoltatemi tranquillamente: pensate dove siamo: vedete questa buona creatura che ha bisogno di quiete: ascoltatemi. Io non sarò mai di nessuno... e non posso più esser vostra.—No, non l'avete detta voi questa parola, rispose Fermo; no, che non l'ascolto: che ho fatto io? perchè? chi ve l'ha detto? chi è entrato tra voi e me? chi c'è entrato? voglio saperlo.—Zitto, zitto, non andate avanti, per amor del cielo, disse Lucia. Quando lo saprete, se siete ancora quello di prima, se temete Dio come una volta, non direte così.—Parlate, per amor del cielo!—Sapete voi in che casi, in che spaventi io mi son trovata, in che pericoli?—Lo so, lo so, e... gli ho perdonato.—Ora, sappiate quello che nessuno, nè pure mia madre, ha udito finora dalla mia bocca. In una notte... Vergine santissima! qual notte!... lontana da ogni soccorso... senza speranza di liberazione... sola... io sola, in mezzo... all'inferno, ho guardato in su, ho domandato l'ajuto di quel solo che può fare i miracoli... ho domandato un miracolo, e ho dovuto fare una promessa... mi son votata alla Madonna che se, per sua intercessione, io usciva salva da quel pericolo, non... sarei mai stata sposa d'un uomo.—Ahi! che avete fatto! sclamò dolorosamente Fermo: che avete fatto!—Ho ottenuto il miracolo, riprese Lucia: la Madonna mi ha salvata.—Bastava pregarla, e vi avrebbe salvata. Che avete fatto! Che avete fatto! Non dovevate fare un tal voto.—L'ho fatto: che giova parlarne più? Che giova pentirsi? Pentirsi? No, no, Dio liberi! Egli pure è sempre a tempo a pentirsi d'avermi salvata. Può lasciarmi cadere ancora in un pericolo, e allora, chi pregherei io? che promessa potrei fare?—Lucia, disse Fermo, e se non fosse il voto...? dite; sareste la stessa per me?—Uomo senza cuore! rispose Lucia, contenendo le lagrime, quando mi avreste fatte dire delle paroleinutili, delle parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati, sareste voi contento? Partite, scordatevi di me: non eravamo destinati; ci rivedremo lassù. Dopo queste parole, le lagrime soverchiarono, e fra i singhiozzi ella continuò: dite a mia madre ch'io son guarita, che ho trovata questa buona amica che pensa a me; ditele che spero ch'ella sarà preservata da questi guai, che Dio provvederà a tutto, e che ci rivedremo. Partite, per amor del cielo; e non vi ricordate di me che quando pregate il Signore.—Lucia, disse Fermo, con tuono riposato e solenne egli pure; noi siamo due poveri figliuoli senza studio: quel brav'uomo, quel gran religioso, quel nostro padre, il Padre Cristoforo...—Ebbene?—E qui, nel lazzeretto, ad assistere gli appestati.—È qui! disse Lucia: ah! non mi fa maraviglia: oh se potessi vederlo, sentir la sua voce! È egli sano?—È in piedi, disse Fermo, ma il suo volto... Dio voglia che sieno gli anni e le fatiche!—Voi l'avete veduto! disse Lucia.—L'ho veduto e gli ho parlato, rispose Fermo: egli mi ha fatto animo a cercarvi, mi ha fatto promettere che tornerei a rendergli conto delle mie ricerche. Corro da lui: egli ci ha sempre ajutati; e spero che ci ajuterà anche in questa occasione.—Che dite voi? che volete ch'egli faccia? preghiamoDio che ci ajuti... che vi ajuti a sopportare. Ditegli che io ho sempre pregato per lui; che, se può, venga a trovarmi, a consolarmi, e voi... voi...Non tornate più qui, per amor del cielo, voleva ella dire, ma non lo disse[141]. Dopo fatto quel voto Lucia aveva sempre creduto di essersi legata irrevocabilmente, e non aveva supposto mai che alcuna autorità potesse annullare un patto col cielo; aveva rispinto come colpevole il pensiero stesso, e non aveva mai confidato a persona il suo doloroso segreto. Ma quando Fermo parlò d'una speranza nel Padre Cristoforo, quella stessa speranza confusa, entrò nel cuore di Lucia; le balenò nella mente un: chi sa? intravide come non impossibile che il Padre Cristoforo potrebbe trovar qualche mezzo... e in quel dubbio ella stimò inutile di dire risolutamente a Fermo: non tornate. Egli partì senza far altre parole, come un uomo che pensa di tornar ben tosto, e s'avviò alla capanna del buon frate.La vedova, compagna di Lucia, era rimasta con gli occhi sbarrati a guardare quel personaggio sconosciuto e ad udire quel dialogo, nuovo per lei; giacchè Lucia, la quale, come si è potuto vedere in altre parti di questa storia, era molto discreta, nonle aveva mai parlato nè della sua promessa di matrimonio, nè per conseguenza delle vicende conseguenti. Ma ora non potè scusarsi di fargliene il racconto: e, a dir vero, la disposizione d'animo di Lucia, in quel momento s'accordava assai bene con le voglie, curiose e benevole ad un tempo, della vedova. Quelle memorie, compresse e rispinte per tanto tempo, s'erano ora presentate tutte in tanta folla e con tanto impeto all'animo di Lucia, che il parlarne diveniva per lei quasi uno sforzo necessario. Dopo aver dunque risposto alla meglio ai rimproveri che la vedova le fece dì un tanto segreto tenuto con lei, cominciò il racconto, che fu spesso interrotto dai suoi singhiozzi e dalle esclamazioni e dalle inchieste della ascoltatrice[142].XXIII.Scioglimento del voto di Lucia e morte di Don Rodrigo.Fermo intanto era giunto alla capannuccia del Padre Cristoforo, e avendolo veduto lì fuori, che, pregando, chiudeva gli occhi ad un morente, si era ritirato nella capannuccia, senza dar voce, nè far segno che turbasse quel pio e doloroso uficio. Quando il poveretto fu spacciato, Fermo si mostrò, e il Padre Cristoforo andò a lui, che tosto gli raccontò la lietissima scoperta ch'egli aveva fatta di Lucia viva e sana e quell'altra scoperta che era venuta come a tradimento a guastargli una tanta consolazione. Benchè egli, in questa parte del racconto, volesse aver l'aria di chi propone un dubbio superiore ai suoi lumi, aspettando il giudizio d'un sapiente, pure non lasciò scappare nessuna occasione di qualificare d'imprudenza e di pazzia quel voto, che veniva per lui così male a proposito. Così faceva sentire che, per la parte sua, il giudizio era bell'e fatto; e intanto guardava attentamente ai volto del Padre Cristoforo, per iscoprire un pensiero, dal quale avrebbe potuto dipendere la sua sorte. Ma non potendo leggervi nulla, terminò con una aperta domanda: Chene dice, Padre? Il Padre stava pensoso: combattuto fra il desiderio di rivedere Lucia e la speranza di consolarla forse, e il timore di rendersi colpevole, abbandonando per qualche tempo i suoi infermi. Dopo essere così rimasto alquanto, pronunziò ad alta voce la conclusione del dibattimento che era stato tra i suoi pensieri. Ho un dovere con quella creatura, diss'egli. Dio l'aveva in altri tempi indirizzata a me, ed ora non me l'ha fatta venir così presso perch'io ricusi di esserle utile. Andiamo.Lasciò per la seconda volta i suoi ammalati alla cura del Padre Vittore e si mosse con Fermo.Questi andava innanzi tacito, facendo la guida per quel triste labirinto, e dirigendosi al viale per cui era passato la prima volta, e il frate, pur tacito, gli teneva dietro.Gli oggetti, che ad ogni mutar di passo si succedevano alla vista, tenevano occupato l'animo di quella compunzione che non trova parole; e in quel momento su quel mesto spettacolo pareva che scendesse e pesasse una mestizia più cupa e più grave dell'ordinario.Una nuvola comparsa all'occidente aveva a poco a poco coperto tutto il cielo: e alla oscurità crescente avresti detto che il giorno era finito, se il sole, lontano ancor forse due ore dal tramonto, non avesse mostrato, come dietro ad un velo spesso ed immobile, il suo disco grande e biancastro, donde partivano non vivi raggi e diretti, ma un barlume scialbo e circonfuso,che mandava[143]una caldura morta e gravosa. L'aria non dava un soffio, non si vedeva muovere una tenda delle baracche, nè piegar la cima d'un pioppo nelle campagne d'intorno. Solo si vedeva la rondine, sdrucciolando rapidamente dall'alto, rasentare con l'ali tese, per un picciol tratto, la superficie ingombra e confusa di quel terreno; e tosto risalire, volteggiare per l'aria in cerchi veloci e piombar di nuovo. Un'afa faticosa prostrava gli animi con una oppressione straordinaria. La lotta del morire era più affannosa; i gemiti dei languenti erano soppressi dall'ambascia; il movimento delle opere era stanco, rallentato, come sospeso; quella dubbia luce dava al colore della morte e della infermità un non so che di più livido; un non so che di più squallido all'abbattimento onde erano atteggiate le figure dei sani; e su quel luogo di desolazione non era forse ancor passata un'ora amara al par di questa.Eppure quegli che sopravvissero rammentarono quell'ora con gioja per tutta la vita; era la preparazione d'una burrasca, che scoppiò la notte, e menò poi per due giorni una pioggia continua, dopo la quale il contagio cessò quasi ad un tratto. Sotto il fascio di quella comune gravezza, procedevano il giovane e il vecchio, con la fronte bassa il primo e con l'animo diviso fra lo studio della via, fra l'orroredelle cose che vedeva e l'ansietà del suo destino futuro; e l'altro levando di tratto in tratto al cielo la faccia smunta, come per cercare un più libero respiro, e per secondare con quell'atto una speranza interna.—È qui, disse Fermo con voce tremante, accennando la capanna; e v'entrarono, che Lucia, col volto lagrimoso, stava proseguendo il suo racconto. Al riveder Fermo ella trasalì, e al vedere il Padre Cristoforo balzò dal saccone di paglia, ov'era seduta, e gli si gettò incontro sulla porta.—Oh Padre!... Signore Iddio! come sta ella? soggiunse poi tosto, vedendogli i segni della morte in volto.—Come Dio vuole, mia buona figlia, rispose il frate; e presto spero starò bene affatto.—Come?... disse Lucia.—Come Dio vorrà, riprese egli tosto: Parliamo ora di voi, per cui son venuto.—Oh Padre! quanto tempo! quante cose! disse Lucia.—Quante cose! ripetè il frate. E certo, se fossimo là ai vostri monti, seduti in su la porta della casetta di quella buona Agnese, mi lascerei andar volentieri a farne lunghi discorsi. Ma qui il tempo è misurato. E tosto, trattala in disparte in un angolo della capanna, continuò: Fermo mi ha detto che avete fatto voto di non maritarvi.—È vero, rispose Lucia arrossando.—Avete voi pensato allora, proseguì il vecchio, che voi avevate un impegno solenne di matrimonio,e che offerivate alla Vergine una libertà della quale avevate già disposto? E che riprendevate una parola già data, senza sapere se quegli che l'aveva ricevuta avrebbe consentito a restituirvela?—Ho fatto male? chiese Lucia con sorpresa, e con un rimorso che non era tutto doloroso.—Avete voi confidato a nessuno questo vostro nuovo impegno? interrogò di nuovo il frate: avete chiesto consiglio?—Non ho ardito, rispose Lucia.—Ed ora, proseguì egli, che vi dice il vostro cuore di quel voto?—Che vuoi ella che me ne dica? rispose Lucia, arrossando più che mai e chiudendo quasi del tutto gli occhi, ch'erano già chini a terra.—Se non lo aveste fatto, lo fareste?—Se... non fossi in quel pericolo... in un grande pericolo... e poi se non è permesso... non lo farei.—Se non lo aveste fatto, sareste tuttavia risoluta di sposare quell'uomo a cui avevate promesso?—Io credeva... che fosse male il pensarvi... ma poi ch'ella me ne domanda... oh Padre sì!Fermo intanto adocchiava ansiosamente verso quell'angolo, e la vedova anch'essa stava in una tacita aspettazione. Il frate si fece presso a loro, accennando a Lucia, che lo seguì con gli occhi bassi. Allora egli, con voce spiegata, le rivolse questa nuova interrogazione: Credete voi che la santa madre Chiesa ha ricevuta da Dio l'autorità di sciogliere e di legare?—Lo credo, rispose Lucia.—Credete voi dunque che ella possa in suo nome ricevere, confermare, o rimettere i voti che gli son fatti, interpretando la sua volontà in questo, come nel perdono dei peccati, e usando una potestà che tiene da lui?—Lo credo, rispose ancora Lucia.—Domandate voi alla Chiesa di essere sciolta dal voto di verginità, che avete fatto, o inteso di fare alla Madre santissima di Dio?—Lo domando, rispose Lucia, con una prontezza, alla quale Fermo non ebbe nulla a desiderare, e che potrà parere forse troppa a chi, non essendo stato presente a quell'atto, non rifletta che la solennità della richiesta, l'aria autorevole di chi l'ha fatta, non lasciavan luogo a titubamenti leziosi, e che ivi la verecondia doveva essere tutta nella sincerità.—Ed io, disse allora il buon frate con tuono ancor più solenne, prego umilmente la Vergine, regina di tutti i santi, che abbia sempre per aggradito il sentimento del vostro divoto e travagliato sacrificio, e lo offra al suo e nostro Signore; e con l'autorità, che la Chiesa mi ha affidata, vi sciolgo dal voto, annullando ciò che vi potè essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione, se ne avete contratta.Non parleremo dell'effetto che queste parole produssero nell'animo dei due giovani: la buona vedova era tutta commossa. Il frate continuò, rivolto a Lucia:Siate moglie pudica, moglie affettuosa, moglie contenta dì quella contentezza che conduce all'eterna. Questo Iddio ha voluto e vuole da voi. Quindi levò le mani verso i due giovani, come per parlare ad ambedue. Essi caddero ginocchioni ai suoi piedi, ed egli, tutto assorto, e quasi senza avvedersi di quell'atto, stese le mani su le loro teste e stette un momento pensoso. Erano nel fondo della capanna, come chiusi tra quello e il letto della vedova, che teneva gli occhi fissi su di loro; i giovani inginocchiati con la fronte bassa, e il frate ritto dinanzi a loro, con le spalle rivoltate alla porta.—Figliuoli, disse egli, che ho amati e che amerò sempre, ricordatevi che se la Chiesa vi assolve da un sagrificio, non lo fa per procurarvi le consolazioni di questa vita, che deve esser tutta un sagrificio, ma per mettervi su la via della santificazione. Amatevi, come compagni di viaggio, col pensiero di avere a lasciarvi, con la speranza di ritrovarvi ancora e per sempre. Rendete grazie al cielo, che vi ha condotti a questo stato non con le allegrezze turbolente e passeggiere, ma coi travagli e fra le miserie, per disporvi ad una gioja raccolta, temperata e continua. E nei vostri discorsi qualche volta, e sempre nelle vostre preghiere, ricordatevi...Queste parole, che rinchiudevano come un presentimento e un tristo addio, rinnovarono nell'animo di Lucia l'impressione dolorosa che le aveva prodotta l'aspetto di chi le proferiva. Levò ella gli occhiquasi involontariamente, tutta commossa, a riguardarlo di nuovo; ma insieme con l'oggetto che cercava il suo sguardo, un altro inaspettato le se ne offerse su la porta della capanna, alla vista del quale ella mandò uno strido repentino. Tutti gli occhi si rivolsero a quella parte donde le era venuta quella subita commozione[144].Ritto sul mezzo dell'uscio stava un uomo, smorto, rabbuffato i capegli e la barba, scalzo, nudo le gambe, le braccia, il petto, e nel resto mal coperto di avanzi di biancheria, pendenti qua e là a brani e a filaccica; stava, con la bocca semiaperta, guatando le persone raccolte nella capanna, con certi occhi, nei quali si dipingeva ad un punto l'attenzione e la dissensatezza; dal volto traspariva un misto di furore e di paura, e in tutta la persona una attitudine di curiosità e di sospetto, uno stare inquieto, una disposizione a levarsi, non si sarebbe saputo se per fuggire, o per inseguire. Ma in quello sfiguramento Lucia aveva tosto riconosciuto Don Rodrigo, e tosto lo riconobbero gli altri due. Quell'infelice, da una capanna, posta lungo il viale, nella quale era stato gittato, e dove era rimasto tutti quei giorni languente e fuor di sè, aveva veduto passarsi davanti Fermo e poi il Padre Cristoforo, senza esser veduto da loro.Quella comparsa aveva suscitato nella sua mente sconvolta l'antico furore e il desiderio della vendetta, covato per tanto tempo, e insieme un certo spavento, e con questo ancora una smania di accertarsi, di afferrare distintamente con la vista quelle immagini odiose, che le erano come sfumate dinanzi. In una tal confusione di passioni, o piuttosto in un tale delirio, s'era egli alzato dal suo miserabile strame, e aveva tenuto dietro da lontano a quei due. Ma quando essi, uscendo dalla via, s'internarono nelle capanne, il frenetico non aveva ben saputa ritenere la traccia loro, nè discernere il punto preciso per cui essi erano entrati in quel labirinto. Entratovi anch'egli da un altro punto, poco distante, non vedendo più quegli che cercava, ma dominato tuttavia dalla stessa fantasia, era andato a guardare di capanna in capanna, tanto che s'era trovato a quella in cui, mettendo il capo su la porta, aveva riveduto in iscorcio quelle figure. Quivi, ristando stupidamente intento, udì quella voce ben conosciuta, che nei suo castello aveva intuonata al suo orecchio una predica, troncata allora da lui con rabbia e con disprezzo, ma che aveva però lasciata nel suo animo una impressione che s'era risvegliata nel tristo sogno precursore della malattia. Quella voce lo teneva immobile, a quel modo che altre volte si credeva che le biscie stessero all'incanto, quando Lucia s'accorse di lui. Dopo la sorpresa, il primo sentimento di quella poveretta fu una grande paura: il primo sentimentodel Padre Cristoforo e di Fermo, bisogna dirlo a loro onore, fu una grande compassione. Entrambi si mossero verso quell'infermo stravolto, per soccorrerlo e per vedere di tranquillarlo; ma egli, a quelle mosse, preso da un inesprimibile sgomento, si mise in volta e a gambe verso la strada di mezzo; e, su per quella, verso la chiesa. Il frate e il giovane lo seguirono fin sul viale, e di quivi lo seguivano pure col guardo: dopo una breve corsa egli s'abbattè presso ad un cavallo dei monatti che, sciolto, con la cavezza pendente e col capo a terra, rodeva la sua profenda: il furibondo afferrò la cavezza, balzò su la schiena del cavallo, e percotendogli il collo, la testa, le orecchie coi pugni, la pancia con le calcagna, e spaventandolo con gli urli, lo fece muovere e poi andare di tutta carriera. Un romore si levò all'intorno, un grido di piglia, piglia; altri fuggiva, altri accorreva per arrestare il cavallo, ma questo, spinto dal demente, e spaventato da quei che tentavano di avvicinarglisi, s'innalberava e scappava vie più verso il tempio.I due, dei quali egli era stato altre volte nemico, tornarono tutti compresi alla capanna, dove Lucia stava ancora tutta tremante.—Giudizii di Dio! disse il Padre Cristoforo: preghiamo per quell'infelice. Dopo un momento di silenzio, il pensiero che venne a tutti fu di concertare insieme quello che era da farsi: e i concerti furon questi: che Fermo partirebbe tosto, giacchè ivi nonv'era ospitalità da offerirgli, cercherebbe un ricovero per la notte in qualche albergo, e all'indomani si rimetterebbe in via pel suo paese, porterebbe ad Agnese le nuove della sua Lucia, andrebbe poi a Bergamo a disporre la casa dove intendeva di stabilirsi con la moglie e con la suocera; e tornerebbe poi ad aspettare Lucia nel suo paese, dove dovevano celebrarsi le nozze: ne avvertirebbe intanto Don Abbondio, il quale era da sperarsi che, invece di frapporre nuove difficoltà, sarebbe vergognoso di quelle che aveva frapposte altra volta. Quanto a Lucia, ella protestò, prima d'ogni cosa, che non si staccherebbe dalla sua buona compagna, fin che questa non fosse affatto guarita, e ristabilita nella sua casa. Il Padre la lodò, Fermo non v'ebbe nulla a ridire, e la vedova, tutta commossa, promise che accompagnerebbe essa Lucia a casa e la consegnerebbe a sua madre.—E voglio farle il corredo, aggiunse all'orecchio del Padre, a cui aveva fatto cenno di avvicinarsi.—Dio vi benedica, le rispose il buon vecchio.—E tu, disse poi a Fermo, che stai qui tardando? il tempo, come vedi, si fa più nero e la notte si avvicina: affrettati di cercare un ricovero.Convien dire ancora, ad onore di Fermo, che in quel momento non gli doleva tanto lo staccarsi da Lucia, appena trovata, è vero, ma ch'egli contava di riveder presto, quanto dal Padre Cristoforo, che restava lì a morire.—Ci rivedremo, Padre? disse il buon giovane.—Se Dio vorrà e quando Egli vorrà, rispose il frate, vincendo una commozione, che andava crescendo. Va', va', che non c'è tempo da perdere.Fermo disse, con voce accorata, riverisco, al Padre, che lo benedisse e gli strinse la mano: disse addio a Lucia e alla vedova, sopprimendo: un arrivederci presto, che gli veniva su le labbra; poi spiccatosi in fretta, partì.—Vi raccomando l'una all'altra, buone creature, disse il frate, e fece atto pure di andarsene; ma, nel dare a Lucia uno sguardo di commiato, vide nell'aspetto di lei, mista alla commozione, una grande inquietudine; s'avvisò tosto di ciò che poteva esserne la cagione, e disse: Di che state inquieta?—Quell'uomo...! disse Lucia.—Poveretto! rispose il frate, non è più in caso di far paura a nessuno: non lo vedrete più, siatene certa. Pure, soggiunse dopo d'aver pensato un momento, per ogni altro evento, sarà meglio ch'io vi raccomandi a qualcheduno dei nostri. Così detto, uscì, girò un poco in ronda, finchè trovò un cappuccino, e condottolo alla capanna, gli mostrò le due donne, e gli disse: Sono due derelitte: vi prego di averne una cura particolare. Vi lascio con Dio, disse poi alle donne, e uscì dalla capanna. Lucia lagrimando lo seguiva, egli le imponeva che tornasse, e così si trovarono entrambi sulla grande strada, dove videro una folla di monatti, che accorreva in tumulto, gridando: aspetta, aspetta, ad altri monatti, che guidavanoun carro verso la porta. Il carro si fermò quasi davanti ai nostri due amici; quei monatti sopraggiunsero tosto ansanti; e due, che portavano un morto, lo gittarono sul carro, dicendo un d'essi: mettetelo bene in fondo costui, che non torni a cavallo, a farci tribolare.—Che diavolo è stato? disse più d'uno di quei carrettieri.—Il diavolo, rispose il monatto, l'aveva in corpo costui: è andato su e giù finch'ebbe fiato; se durava ancora, faceva crepare il cavallo: ma è crepato egli, e allora, per amore, o per forza, ha dovuto venir giù.Il Padre Cristoforo, rivolto allora a Lucia, le disse: ricordatevi di pregare per questa povera anima, voi e vostro marito, per tutta la vita, e di far pregare i vostri figliuoli, se Dio ve ne concede. Tornate alla vostra compagna. Iddio sia sempre con voi. Dette queste parole, prese in fretta il viale, per andarsene alla sua stazione; Lucia, compunta di quella separazione e atterrita dallo spettacolo, tornò a capo basso e col petto ansante alla sua capanna, e Don Rodrigo, su la cima d'un tristo mucchio, fra lo strepito e le bestemmie, usciva dal lazzeretto per andarsene alla fossa.
All'intorno del picciolo tempio v'era un picciolo spazio sgombro di capanne, e Fermo, giungendovi, lo vide occupato da una folla, distinta in ragazzi, in donne e in uomini, tutti composti e in gran silenzio, fra il quale si udiva distintamente una voce alta ed oratoria, che veniva dal tempio. Questo, elevato d'alcuni gradi al di sopra del suolo, non aveva allora altro sostegno che le colonne, disposte in circolo; nel mezzo v'era un altare, che si poteva vedere da tutti i punti del lazzeretto, per mezzo agli intercolunnj vuoti, che in oggi sono murati. Ritto sulla predella dell'altare stava un cappuccino, alto della persona, fra la virilità e la vecchiezza; teneva con la destra una croce, posata al suolo, che gli sopravvanzava il capo di tutto il traverso; e con l'altra mano accompagnava di gesti il discorso che andava facendo. Era questi il Padre Felice, sopraintendente del lazzeretto. Fermo, giunto sull'orlo di quella adunanza, avrebbe voluto avanzarsi a trascorrerla e cercare ciò che gli stava a cuore; ma, senza contare unaltro cappuccino che, con un aspetto tanto severo, anzi burbero, quanto quello dell'oratore era pietoso, stava ritto in mezzo alla brigata per tener l'ordine; quella quiete generale, quell'attento silenzio e quella unica voce bastarono ad avvertire il nostro ansioso che ogni movimento sarebbe stato in quel luogo scompiglio e irriverenza. Stette egli dunque alla estremità della brigata ad aspettare e udì la perorazione di quel singolare oratore.
Diamo adunque, diceva egli, un ultimo sguardo a questo luogo di miserie e di misericordia, pensando quanti vi sono entrati, quanti ne sono stati tratti fuora per la fossa, quanti vi rimangono, quanti pochi al paragone, siam noi, che ne usciamo non illesi, ma salvi, ma colla voce da lodarne Iddio. L'anima nostra ha guadato il torrente; l'anima nostra ha guadate le acque soverchiatrici: benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia, benedetto nella morte, benedetto nella salvezza, benedetto nel discernimento ch'Egli ha fatto di noi in questo sì vasto, sì smisurato eccidio! Ah possa essere questo un discernimento di clemenza! possa la nostra condotta, da questo momento, esserne un indizio manifesto! Attraversando questo mare di guaj, diamo uno sguardo di pietà e di conforto a quegli che si dibattono tuttavia con la tempesta, e dei quali, oh quanto pochi, potranno, come noi, afferrare un porto terreno. Ci vedano uscirne rendendo grazie per noi ed elevando preghiere per essi! Attraversando lacittà, già sì popolosa, noi, scarsa restituzione dell'immenso tributo ch'essa mandò in questo luogo, mostriamo agli scarsi suoi abitatori un popolo scemato sì, ma rigenerato. Procediamo con la compunzione nel volto e coi cantici su le labbra. Quegli che son ritornati nella pienezza dell'antico vigore porgano un braccio soccorrevole ai fiacchi; gli adulti reggano i teneri, i giovani sostengano con riverenza e con amore i vecchj, ai quali la salute ritornata non apporta che pochi giorni di stento. E se in questo soggiorno di prova, in questo stesso crogiuolo di purgazione abbiam peccato; se abbiamo abusato anche dei flagelli, se abbiamo sciupati i doni e le ricchezze dello sdegno, come già quelli della benignità; ebbene! non abbiam però potuto esaurire il tesoro del perdono; ricorriamo ad esso di nuovo. Per me...
E qui l'oratore fece pausa, straordinariamente commosso; poi tolse una corda, che gli stava ai piedi, se l'avvinghiò al collo, come ad un malfattore, cadde ginocchioni e proseguì:
Per me e per tutti i miei compagni, i quali, sebbene immeritevoli, siamo stati per una ineffabile degnazione trascelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; se, come pur troppo, non abbiamo degnamente corrisposto ad un tanto favore, se non abbiam degnamente adempiuto un sì grande ministero... perdonateci! Se la fiacchezza o la ritrosia della carne ci ha resi men pronti ai vostri bisogni, alle vostre chiamate, perdonateci! se una ingiusta impazienza,se una noja colpevole ci ha fatto talvolta nei vostri mali mostrarvi un volto severo e fastidito, perdonateci! se la corruttela d'Adamo ci ha fatto trascorrere in qualche azione che vi sia stata cagione di tristezza e di scandalo, perdonateci! Nessuno porti fuor di qui altra amaritudine che delle sue proprie colpe!
Così detto, stette egli ginocchioni, come aspettando un segno che l'umile e cordiale suo prego era accetto ed esaudito. Un singhiozzo, un pianto, un gemito universale si levò da quella turba a rispondere. Dopo qualche momento il frate s'alzò, prese la croce ad ambe le mani e l'inalberò; scese dalla predella e quivi depose i sandali; gridò ad alta voce: andiamo in pace; poi intonò ilMiserere; e scalzo, portando dinanzi a sè quell'alta croce pesante, scese gli scaglioni del tempio dalla parte rivolta alla porta meridionale del lazzeretto che sbocca dinanzi alla mura della città, e s'incamminò verso quella. Dietro lui s'avviò la torma dei fanciulletti, di quelli cioè che potevano reggersi e sapevano condursi da sè; poi le donne, alcune delle quali tenevan per mano o nelle braccia fanciulline, o bambini, e con fioca voce cantavano il salmo intonato dal guidatore; poi gli uomini, pur cantando; poi carri di convalescenti e delle bagagli e di quei che partivano; quelle che in tanta confusione s'eran potuto serbare e raccogliere. Ultimo veniva quell'altro cappuccino che abbiamo menzionato, con un gran vincastro in mano; e coi cenni di quello, con gli occhi e con la voce teneva in sestoil convoglio. Era questi un Padre Michele Pozzobonelli, il coadiutore più autorevole, e come il primo ministro del Padre Felice, in quel regno di desolazione.
Fermo, tosto ch'ebbe veduto questo scender dal tempio, e notato da che parte s'avviava, entrò di nuovo fra le capanne per pigliare i passi innanzi, senza dare nè ricever disturbo, e sboccar poi di nuovo su la strada per dove la processione doveva passare. Dalla porta meridionale al tempio v'era infatti come una strada, uno spazio che s'era lasciato sgombro di capanne per dar passaggio ai carri degli infermi, che per lo più entravano da quella porta, e da quello spazio poi si distribuivano a dritta e a sinistra, come si poteva. Fermo riuscì su quella, al mezzo incirca, e vide venire il vecchio crocifero, lo vide passare, vide passare i ragazzi e poi con un gran battito di cuore esaminò le donne, che pur passavano; e lo potè fare a suo agio, perchè elle procedevano a due a due. Passa, passa; guarda, guarda; qui non v'è, qui nè pure: più che la metà è passata; poche ne rimangono; compajono le ultime della fila femminile; ecco gli uomini; Lucia non v'era. Quanta speranza svanita! Rimanevano però i carri ancora: Fermo gli vedeva venire; e i primi erano carichi di donne. Stette dunque aspettando; lasciò passare la schiera degli uomini; guardò ad uno ad uno quei carri. Passavano lentamente, si arrestavano talvolta, come accade nelle processioni e nelle marce d'ogni genere,di modo che Fermo potè aver la trista certezza che nessuna di quelle donne era sfuggita alla sua vista, e che Lucia non v'era. Le braccia gli caddero quando si vide finire in mano l'unico, o almeno il più forte filo delle sue speranze. Anche prima di vedere trascorrere quella per lui sì trista rassegna, egli sentiva pur troppo quanto era più probabile che Lucia fosse nel numero dei tanti portati fuora dal lazzeretto sui carri, che dei pochi risanati: ma pure, come si suole, egli metteva il suo desiderio sul guscio della speranza e faceva traboccare le bilance da quella parte. Ma ora egli credeva di dovere esser certo che Lucia non era tra i guariti, nè tra i convalescenti: la contingenza più lieta per lui, l'unica sua speranza (quale speranza!) era ormai ch'ella fosse ivi languente, ma viva. Passato tutto il convoglio, passato il Padre Michele, Fermo si mise, senza troppo pensare dove anelasse, su quella via rimasta sgombra, e le sue gambe lo portarono dinanzi al tempio. Quivi gli vennero alla mente le parole del buon frate Cristoforo: Se non ve la scorgi, fa cuore tuttavia... Cercala con rassegnazione[137]. Si prostrò su gli scaglioni del tempio,fece a Dio una preghiera, o, per dir meglio, un viluppo di parole scompigliate, di frasi interrotte, diesclamazioni, di domande, di proteste, di disdette, uno di quei discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, nè sofferenza per ascoltarli; non sono abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo. Si levò di là più rincorato e si avviò. Dal tempio alla porta che divide il lato settentrionale, a cui tendeva Fermo, scorreva, come dalla parte opposta, un viale sgombro di capanne, e si sarebbe potuto chiamare la via dei morti, perchè ivi facevano capo e giravano i carri che portavano alla fossa di San Gregorio le centinaja che perivano ogni giorno nel lazzeretto. Fermo scelse quella via come la meno impedita e la più breve, e studiando il passo alla meglio, tra l'incontro continuo dei carri e l'inciampo frequente di altri tristissimi ingombri, pervenne a pochi passi dalla porta. Ma quivi un accorrimento di carri vuoti che entravano, di colmi che uscivano, faceva in quel punto un tale imbarazzo, che Fermo, anzichè affrontarlo, o aspettare lo sgombro, stimò meglio di entrare tra le capanne per riuscire di quindi al fabbricato. Le capanne in quel luogo eran tutte abitate da donne, ed egli procedeva lentamente d'una in altra, guardando. Or, mentre passando, come per un vicolo, tra due di queste, l'una delle quali aveva l'apertura sul suo passaggio, e l'altra rivolta dalla parte opposta, egli metteva il capo nella prima, sentì venire dall'altra, per lo fesso delle assacce ond'era connessa, sentì venire una voce... una voce, giusto cielo!che egli avrebbe distinta in un coro di cento cantanti, e che, con una modulazione di tenerezza e di confidenza, ignota ancora al suo orecchio, articolava parole che forse in altri tempi erano state pensate per lui, ma che certamente non gli erano mai state proferite: Non dubitate; son qui tutta per voi; non vi abbandonerò mai.
Se Fermo non mise uno strido, non fu perchè lo rattenesse il riguardo di fare scandalo, il timore di farsi troppo scorgere e d'essere preso, o cacciato; fu perchè gli mancò la voce. Le ginocchia gli tremarono sotto, la vista gli s'appannò un momento; ma come accade per lo più quando dopo una gran sorpresa rimane qualche cosa d'importante da farsi, o da sapere, l'animo gli ritornò tosto, e più concitato di prima. In tre balzi girò la capanna, fu su la porta, vide una donna inclinata sur un letto, che andava assestando.
Lucia! chiamò Fermo, con gran forza e sottovoce ad un tempo: Lucia!
Trabalzò ella a quella chiamata, a quella voce, credette di sognare, si volse precipitosamente, vide che non era sogno, e gridò: Oh Signore benedetto! Fermo rimase su la porta, tacito e ansante, e Lucia pure, dopo quel grido, stette immota in silenzio più tempo che non bisogni a raccontare in compendio le sue vicende dal punto in cui l'abbiamo lasciata.
Ella era sempre rimasta nella casa di Don Ferrante; e fino ad un certo tempo sotto la vigilanzasevera di Donna Prassede. Ma, allo spiegarsi della peste, questa signora, messe da un canto tutte le altre cure, dimenticate tutte le brighe, non solo le sue proprie, ma anche quelle di cui prima andava tanto volentieri in cerca, non ebbe più che un pensiero, dì guardarsi dal pericolo comune. Pensò ella che per fare del bene, la prima condizione è di essere in vita, e, per allora, volle assicurar questa. Quanto al prossimo, non pensò più a regolarlo, ma soltanto a tenerselo lontano, tanto che non li comunicasse la pestilenza. Don Ferrante, invece, persuaso che tutte le precauzioni immaginabili non avrebbero potuto fare che là congiunzione di Saturno con Giove non fosse avvenuta, nè stornare le conseguenze di un avvenimento dì quella sorte, non cangiò nulla al suo tenore solito di vita, e contrasse la pestilenza, che[138]in un giorno lo spicciò. Donna Prassede[139]s'era ritiratacon la signora Ghita nella stanza più remota della casa; Prospero, che alla morte di Don Ferrante era certo di dovere andare a spasso, pensava a farsi un po' di fardello; il resto della famiglia seguiva il suo esempio; e il povero astrologo sarebbe morto abbandonato, se Lucia non avesse avuta la carità di prestargli qualche servigio. Il giorno stesso in cui Don Ferrante morì, Lucia fu presa da un gran sopore, rimase come insensata, e cadde senza forze: Donna Prassede ordinò tosto che[140]ella fosse portata nella via, ad aspettare un carro o una bussola che la portasse al lazzeretto. Così fu fatto, e così avvenne. Lucia, deposta in quella capannuccia, stette alcuni giorni fuori di sè, senza prender cibo, nè rimedi, lottando il vigore della natura con la violenza del male, e non riprese l'uso delle sue facoltà se non quando il male fu superato. Ma quale risvegliamento! in quel tumulto di morte, in quello scompiglio di guai, senza vedere un volto conosciuto, senza udire una voce famigliare! Pure in quel tempo, come in tutte le grandi calamità, la vista o il racconto e l'aspettazione continua dei mali rendeva preparati a tutto anche gli animi i meno agguerriti; questa preparazione, la gran ragione della necessità, la cascaggine stessa che il male aveva lasciata addosso a Lucia, la fecero avvezzare ben tosto alla sua situazione; lafiducia in Dio gliela raddolcì. La capannuccia non capiva che due letti, o covili che fossero: in pochi giorni Lucia cangiò più volte di compagnia. Finalmente, quando ella cominciava a potersi reggere, vi fu portata una donna, che era moglie, anzi vedova d'un ricco mercante di stoffe, madre, anzi orba di due figli: la peste le aveva tutto portato via. Questa, rimasta sola in casa, e sentendosi pure colpita dal morbo, aveva chiamato un commissario della Sanità, che conosceva per sua buona sorte, e che per una sorte ancor più rara era un galantuomo, e gli aveva raccomandata sè e la sua casa. Egli la fece chiudere e sigillare, promise di vegliarla, e fece portare la donna al lazzeretto, con tutta quella cura particolare che si poteva in quelle circostanze. Lucia assistette la sua compagna, che superò pure la malattia, e, come è facile ad intendersi, tra quella che prestava sì pietosi servigj, e quella che gli riceveva, ambedue deserte, buone ambedue, s'era formata una strettissima amicizia.
La vedova, prima di venire al lazzeretto, aveva nascosta nella sua casa una buona somma di danari, e vi aveva lasciate molte mercanzie, protette dal sigillo pubblico, e ancor più dalla indifferenza dei monatti per le robe che non fossero di pronto uso o di facile smercio. Trovandosi quindi sola e doviziosa, ella aveva proposto a Lucia di tenerla con sè, come una sua figlia, e Lucia, ringraziando Dio che le aveva preparato un asilo, e la buona donna che glielo offeriva,lo aveva accettato, ma solo per qualche tempo, tanto che potesse aver notizie di sua madre, e pensare a prendere una risoluzione stabile. Ciò ch'ella aveva promesso alla sua compagna era dì non abbandonarla finch'ella non potesse uscire dal lazzeretto; e perciò Lucia non s'era unita ai convalescenti che erano partiti quel giorno alla guida del Padre Felice. Ma la buona vedova, avvezza a quella dolce compagnia, e atterrita dal solo pensiero di restarne priva, nella desolazione, esprimeva di tempo in tempo quel suo terrore e si faceva rinnovare da Lucia la promessa in cui trovava la quiete dell'animo suo. E per dissipare appunto una di queste dubitanze, Lucia aveva dette le soavi parole che colpirono l'orecchio di Fermo, e che abbiamo riferite.
Fermo era dimorato su la porta; e di là il suo secondo sguardo s'era rivolto su la persona alla quale quelle parole erano state dirette; e fu molto contento quando vide a che sesso ella apparteneva.
—Ah! siete viva e v'ho trovata! diss'egli, quando potè ricuperar la parola; ed entrò nella capanna.
—Voi! sclamò Lucia.
—Son venuto qui per cercarvi, e v'ho trovata! rispose Fermo.
—E la peste?
—L'ho avuta.
—Ah! fece Lucia con un gran respiro, che significava assai più che un: me ne rallegro infinitamente.
—Ma come... qui?
—Son venuto a cercarvi in Milano, appena ho potuto; m'hanno detto ch'eravate qui; ci son venuto.
—Oh Signore! disse Lucia, stringendo le mani giunte, alzando gli occhi al cielo, e con una voce che i singhiozzi stavano per interrompere. Poi, come entrata di repente in un altro pensiero, chiese ansiosamente: Sapete qualche cosa di mia madre?
—L'ho veduta jeri; è sana, vi saluta, e potete credere... era tutta in pensiero per voi, e sospira di vedervi.
Lucia rispose con un altro respiro di consolazione.
Fermo continuò:—Sospira di vedervi, e crede... tiene per sicuro... Ma voi,... voi mi parete stupita... ch'io sia venuto a cercarvi. Io... son sempre lo stesso... non vi ricordate...? che è avvenuto, Lucia?
—Tante cose! rispose ella sospirando.
—Ecco! disse Fermo: sa il cielo che cosa v'avranno detto di me!
—Che importa, rispose Lucia, quel che dica la gente?
—Dunque...
—Dunque... io credeva... che dopo tanto tempo... dopo tanti guai... non avreste più pensato a me.
—L'avete creduto? e me lo dite? quando son qui...
—L'ho creduto, disse Lucia, troncando in fretta le parole appassionate di Fermo, l'ho creduto, perchè sarebbe stato meglio... è meglio.
Lucia aveva sempre tenuti gli occhi bassi; maproferendo, non senza fatica, queste parole, chinò anche la testa e la tenne appoggiata sul petto, come per riposarsi d'un grande sforzo.
—È meglio! disse Fermo, stordito e contristato di quel mistero, e guardando fiso nel volto di Lucia, per trovarvi la spiegazione di quelle tronche ed oscure parole. È meglio! che cosa, v'ho fatto io? è colpa mia se... Non sono io quello a cui avete promesso? Che vi mancava perchè foste mia? un momento... e... ma gli ho perdonato. Non siete voi più quella...? Dopo tanto sperare! dopo tanto pensare a voi! dopo... Parlate chiaro; dite che non mi volete più; dite il perchè; non mi fate...
—Fermo, disse con voce più riposata e solenne Lucia, che, mentre egli parlava, aveva cercato di raccogliere tutte le sue forze.—Fermo, ascoltatemi tranquillamente: pensate dove siamo: vedete questa buona creatura che ha bisogno di quiete: ascoltatemi. Io non sarò mai di nessuno... e non posso più esser vostra.
—No, non l'avete detta voi questa parola, rispose Fermo; no, che non l'ascolto: che ho fatto io? perchè? chi ve l'ha detto? chi è entrato tra voi e me? chi c'è entrato? voglio saperlo.
—Zitto, zitto, non andate avanti, per amor del cielo, disse Lucia. Quando lo saprete, se siete ancora quello di prima, se temete Dio come una volta, non direte così.
—Parlate, per amor del cielo!
—Sapete voi in che casi, in che spaventi io mi son trovata, in che pericoli?
—Lo so, lo so, e... gli ho perdonato.
—Ora, sappiate quello che nessuno, nè pure mia madre, ha udito finora dalla mia bocca. In una notte... Vergine santissima! qual notte!... lontana da ogni soccorso... senza speranza di liberazione... sola... io sola, in mezzo... all'inferno, ho guardato in su, ho domandato l'ajuto di quel solo che può fare i miracoli... ho domandato un miracolo, e ho dovuto fare una promessa... mi son votata alla Madonna che se, per sua intercessione, io usciva salva da quel pericolo, non... sarei mai stata sposa d'un uomo.
—Ahi! che avete fatto! sclamò dolorosamente Fermo: che avete fatto!
—Ho ottenuto il miracolo, riprese Lucia: la Madonna mi ha salvata.
—Bastava pregarla, e vi avrebbe salvata. Che avete fatto! Che avete fatto! Non dovevate fare un tal voto.
—L'ho fatto: che giova parlarne più? Che giova pentirsi? Pentirsi? No, no, Dio liberi! Egli pure è sempre a tempo a pentirsi d'avermi salvata. Può lasciarmi cadere ancora in un pericolo, e allora, chi pregherei io? che promessa potrei fare?
—Lucia, disse Fermo, e se non fosse il voto...? dite; sareste la stessa per me?
—Uomo senza cuore! rispose Lucia, contenendo le lagrime, quando mi avreste fatte dire delle paroleinutili, delle parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati, sareste voi contento? Partite, scordatevi di me: non eravamo destinati; ci rivedremo lassù. Dopo queste parole, le lagrime soverchiarono, e fra i singhiozzi ella continuò: dite a mia madre ch'io son guarita, che ho trovata questa buona amica che pensa a me; ditele che spero ch'ella sarà preservata da questi guai, che Dio provvederà a tutto, e che ci rivedremo. Partite, per amor del cielo; e non vi ricordate di me che quando pregate il Signore.
—Lucia, disse Fermo, con tuono riposato e solenne egli pure; noi siamo due poveri figliuoli senza studio: quel brav'uomo, quel gran religioso, quel nostro padre, il Padre Cristoforo...
—Ebbene?
—E qui, nel lazzeretto, ad assistere gli appestati.
—È qui! disse Lucia: ah! non mi fa maraviglia: oh se potessi vederlo, sentir la sua voce! È egli sano?
—È in piedi, disse Fermo, ma il suo volto... Dio voglia che sieno gli anni e le fatiche!
—Voi l'avete veduto! disse Lucia.
—L'ho veduto e gli ho parlato, rispose Fermo: egli mi ha fatto animo a cercarvi, mi ha fatto promettere che tornerei a rendergli conto delle mie ricerche. Corro da lui: egli ci ha sempre ajutati; e spero che ci ajuterà anche in questa occasione.
—Che dite voi? che volete ch'egli faccia? preghiamoDio che ci ajuti... che vi ajuti a sopportare. Ditegli che io ho sempre pregato per lui; che, se può, venga a trovarmi, a consolarmi, e voi... voi...
Non tornate più qui, per amor del cielo, voleva ella dire, ma non lo disse[141]. Dopo fatto quel voto Lucia aveva sempre creduto di essersi legata irrevocabilmente, e non aveva supposto mai che alcuna autorità potesse annullare un patto col cielo; aveva rispinto come colpevole il pensiero stesso, e non aveva mai confidato a persona il suo doloroso segreto. Ma quando Fermo parlò d'una speranza nel Padre Cristoforo, quella stessa speranza confusa, entrò nel cuore di Lucia; le balenò nella mente un: chi sa? intravide come non impossibile che il Padre Cristoforo potrebbe trovar qualche mezzo... e in quel dubbio ella stimò inutile di dire risolutamente a Fermo: non tornate. Egli partì senza far altre parole, come un uomo che pensa di tornar ben tosto, e s'avviò alla capanna del buon frate.
La vedova, compagna di Lucia, era rimasta con gli occhi sbarrati a guardare quel personaggio sconosciuto e ad udire quel dialogo, nuovo per lei; giacchè Lucia, la quale, come si è potuto vedere in altre parti di questa storia, era molto discreta, nonle aveva mai parlato nè della sua promessa di matrimonio, nè per conseguenza delle vicende conseguenti. Ma ora non potè scusarsi di fargliene il racconto: e, a dir vero, la disposizione d'animo di Lucia, in quel momento s'accordava assai bene con le voglie, curiose e benevole ad un tempo, della vedova. Quelle memorie, compresse e rispinte per tanto tempo, s'erano ora presentate tutte in tanta folla e con tanto impeto all'animo di Lucia, che il parlarne diveniva per lei quasi uno sforzo necessario. Dopo aver dunque risposto alla meglio ai rimproveri che la vedova le fece dì un tanto segreto tenuto con lei, cominciò il racconto, che fu spesso interrotto dai suoi singhiozzi e dalle esclamazioni e dalle inchieste della ascoltatrice[142].
Fermo intanto era giunto alla capannuccia del Padre Cristoforo, e avendolo veduto lì fuori, che, pregando, chiudeva gli occhi ad un morente, si era ritirato nella capannuccia, senza dar voce, nè far segno che turbasse quel pio e doloroso uficio. Quando il poveretto fu spacciato, Fermo si mostrò, e il Padre Cristoforo andò a lui, che tosto gli raccontò la lietissima scoperta ch'egli aveva fatta di Lucia viva e sana e quell'altra scoperta che era venuta come a tradimento a guastargli una tanta consolazione. Benchè egli, in questa parte del racconto, volesse aver l'aria di chi propone un dubbio superiore ai suoi lumi, aspettando il giudizio d'un sapiente, pure non lasciò scappare nessuna occasione di qualificare d'imprudenza e di pazzia quel voto, che veniva per lui così male a proposito. Così faceva sentire che, per la parte sua, il giudizio era bell'e fatto; e intanto guardava attentamente ai volto del Padre Cristoforo, per iscoprire un pensiero, dal quale avrebbe potuto dipendere la sua sorte. Ma non potendo leggervi nulla, terminò con una aperta domanda: Chene dice, Padre? Il Padre stava pensoso: combattuto fra il desiderio di rivedere Lucia e la speranza di consolarla forse, e il timore di rendersi colpevole, abbandonando per qualche tempo i suoi infermi. Dopo essere così rimasto alquanto, pronunziò ad alta voce la conclusione del dibattimento che era stato tra i suoi pensieri. Ho un dovere con quella creatura, diss'egli. Dio l'aveva in altri tempi indirizzata a me, ed ora non me l'ha fatta venir così presso perch'io ricusi di esserle utile. Andiamo.
Lasciò per la seconda volta i suoi ammalati alla cura del Padre Vittore e si mosse con Fermo.
Questi andava innanzi tacito, facendo la guida per quel triste labirinto, e dirigendosi al viale per cui era passato la prima volta, e il frate, pur tacito, gli teneva dietro.
Gli oggetti, che ad ogni mutar di passo si succedevano alla vista, tenevano occupato l'animo di quella compunzione che non trova parole; e in quel momento su quel mesto spettacolo pareva che scendesse e pesasse una mestizia più cupa e più grave dell'ordinario.
Una nuvola comparsa all'occidente aveva a poco a poco coperto tutto il cielo: e alla oscurità crescente avresti detto che il giorno era finito, se il sole, lontano ancor forse due ore dal tramonto, non avesse mostrato, come dietro ad un velo spesso ed immobile, il suo disco grande e biancastro, donde partivano non vivi raggi e diretti, ma un barlume scialbo e circonfuso,che mandava[143]una caldura morta e gravosa. L'aria non dava un soffio, non si vedeva muovere una tenda delle baracche, nè piegar la cima d'un pioppo nelle campagne d'intorno. Solo si vedeva la rondine, sdrucciolando rapidamente dall'alto, rasentare con l'ali tese, per un picciol tratto, la superficie ingombra e confusa di quel terreno; e tosto risalire, volteggiare per l'aria in cerchi veloci e piombar di nuovo. Un'afa faticosa prostrava gli animi con una oppressione straordinaria. La lotta del morire era più affannosa; i gemiti dei languenti erano soppressi dall'ambascia; il movimento delle opere era stanco, rallentato, come sospeso; quella dubbia luce dava al colore della morte e della infermità un non so che di più livido; un non so che di più squallido all'abbattimento onde erano atteggiate le figure dei sani; e su quel luogo di desolazione non era forse ancor passata un'ora amara al par di questa.
Eppure quegli che sopravvissero rammentarono quell'ora con gioja per tutta la vita; era la preparazione d'una burrasca, che scoppiò la notte, e menò poi per due giorni una pioggia continua, dopo la quale il contagio cessò quasi ad un tratto. Sotto il fascio di quella comune gravezza, procedevano il giovane e il vecchio, con la fronte bassa il primo e con l'animo diviso fra lo studio della via, fra l'orroredelle cose che vedeva e l'ansietà del suo destino futuro; e l'altro levando di tratto in tratto al cielo la faccia smunta, come per cercare un più libero respiro, e per secondare con quell'atto una speranza interna.—È qui, disse Fermo con voce tremante, accennando la capanna; e v'entrarono, che Lucia, col volto lagrimoso, stava proseguendo il suo racconto. Al riveder Fermo ella trasalì, e al vedere il Padre Cristoforo balzò dal saccone di paglia, ov'era seduta, e gli si gettò incontro sulla porta.—Oh Padre!... Signore Iddio! come sta ella? soggiunse poi tosto, vedendogli i segni della morte in volto.—Come Dio vuole, mia buona figlia, rispose il frate; e presto spero starò bene affatto.
—Come?... disse Lucia.
—Come Dio vorrà, riprese egli tosto: Parliamo ora di voi, per cui son venuto.
—Oh Padre! quanto tempo! quante cose! disse Lucia.
—Quante cose! ripetè il frate. E certo, se fossimo là ai vostri monti, seduti in su la porta della casetta di quella buona Agnese, mi lascerei andar volentieri a farne lunghi discorsi. Ma qui il tempo è misurato. E tosto, trattala in disparte in un angolo della capanna, continuò: Fermo mi ha detto che avete fatto voto di non maritarvi.
—È vero, rispose Lucia arrossando.
—Avete voi pensato allora, proseguì il vecchio, che voi avevate un impegno solenne di matrimonio,e che offerivate alla Vergine una libertà della quale avevate già disposto? E che riprendevate una parola già data, senza sapere se quegli che l'aveva ricevuta avrebbe consentito a restituirvela?
—Ho fatto male? chiese Lucia con sorpresa, e con un rimorso che non era tutto doloroso.
—Avete voi confidato a nessuno questo vostro nuovo impegno? interrogò di nuovo il frate: avete chiesto consiglio?
—Non ho ardito, rispose Lucia.
—Ed ora, proseguì egli, che vi dice il vostro cuore di quel voto?
—Che vuoi ella che me ne dica? rispose Lucia, arrossando più che mai e chiudendo quasi del tutto gli occhi, ch'erano già chini a terra.
—Se non lo aveste fatto, lo fareste?
—Se... non fossi in quel pericolo... in un grande pericolo... e poi se non è permesso... non lo farei.
—Se non lo aveste fatto, sareste tuttavia risoluta di sposare quell'uomo a cui avevate promesso?
—Io credeva... che fosse male il pensarvi... ma poi ch'ella me ne domanda... oh Padre sì!
Fermo intanto adocchiava ansiosamente verso quell'angolo, e la vedova anch'essa stava in una tacita aspettazione. Il frate si fece presso a loro, accennando a Lucia, che lo seguì con gli occhi bassi. Allora egli, con voce spiegata, le rivolse questa nuova interrogazione: Credete voi che la santa madre Chiesa ha ricevuta da Dio l'autorità di sciogliere e di legare?
—Lo credo, rispose Lucia.
—Credete voi dunque che ella possa in suo nome ricevere, confermare, o rimettere i voti che gli son fatti, interpretando la sua volontà in questo, come nel perdono dei peccati, e usando una potestà che tiene da lui?
—Lo credo, rispose ancora Lucia.
—Domandate voi alla Chiesa di essere sciolta dal voto di verginità, che avete fatto, o inteso di fare alla Madre santissima di Dio?
—Lo domando, rispose Lucia, con una prontezza, alla quale Fermo non ebbe nulla a desiderare, e che potrà parere forse troppa a chi, non essendo stato presente a quell'atto, non rifletta che la solennità della richiesta, l'aria autorevole di chi l'ha fatta, non lasciavan luogo a titubamenti leziosi, e che ivi la verecondia doveva essere tutta nella sincerità.
—Ed io, disse allora il buon frate con tuono ancor più solenne, prego umilmente la Vergine, regina di tutti i santi, che abbia sempre per aggradito il sentimento del vostro divoto e travagliato sacrificio, e lo offra al suo e nostro Signore; e con l'autorità, che la Chiesa mi ha affidata, vi sciolgo dal voto, annullando ciò che vi potè essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione, se ne avete contratta.
Non parleremo dell'effetto che queste parole produssero nell'animo dei due giovani: la buona vedova era tutta commossa. Il frate continuò, rivolto a Lucia:Siate moglie pudica, moglie affettuosa, moglie contenta dì quella contentezza che conduce all'eterna. Questo Iddio ha voluto e vuole da voi. Quindi levò le mani verso i due giovani, come per parlare ad ambedue. Essi caddero ginocchioni ai suoi piedi, ed egli, tutto assorto, e quasi senza avvedersi di quell'atto, stese le mani su le loro teste e stette un momento pensoso. Erano nel fondo della capanna, come chiusi tra quello e il letto della vedova, che teneva gli occhi fissi su di loro; i giovani inginocchiati con la fronte bassa, e il frate ritto dinanzi a loro, con le spalle rivoltate alla porta.
—Figliuoli, disse egli, che ho amati e che amerò sempre, ricordatevi che se la Chiesa vi assolve da un sagrificio, non lo fa per procurarvi le consolazioni di questa vita, che deve esser tutta un sagrificio, ma per mettervi su la via della santificazione. Amatevi, come compagni di viaggio, col pensiero di avere a lasciarvi, con la speranza di ritrovarvi ancora e per sempre. Rendete grazie al cielo, che vi ha condotti a questo stato non con le allegrezze turbolente e passeggiere, ma coi travagli e fra le miserie, per disporvi ad una gioja raccolta, temperata e continua. E nei vostri discorsi qualche volta, e sempre nelle vostre preghiere, ricordatevi...
Queste parole, che rinchiudevano come un presentimento e un tristo addio, rinnovarono nell'animo di Lucia l'impressione dolorosa che le aveva prodotta l'aspetto di chi le proferiva. Levò ella gli occhiquasi involontariamente, tutta commossa, a riguardarlo di nuovo; ma insieme con l'oggetto che cercava il suo sguardo, un altro inaspettato le se ne offerse su la porta della capanna, alla vista del quale ella mandò uno strido repentino. Tutti gli occhi si rivolsero a quella parte donde le era venuta quella subita commozione[144].
Ritto sul mezzo dell'uscio stava un uomo, smorto, rabbuffato i capegli e la barba, scalzo, nudo le gambe, le braccia, il petto, e nel resto mal coperto di avanzi di biancheria, pendenti qua e là a brani e a filaccica; stava, con la bocca semiaperta, guatando le persone raccolte nella capanna, con certi occhi, nei quali si dipingeva ad un punto l'attenzione e la dissensatezza; dal volto traspariva un misto di furore e di paura, e in tutta la persona una attitudine di curiosità e di sospetto, uno stare inquieto, una disposizione a levarsi, non si sarebbe saputo se per fuggire, o per inseguire. Ma in quello sfiguramento Lucia aveva tosto riconosciuto Don Rodrigo, e tosto lo riconobbero gli altri due. Quell'infelice, da una capanna, posta lungo il viale, nella quale era stato gittato, e dove era rimasto tutti quei giorni languente e fuor di sè, aveva veduto passarsi davanti Fermo e poi il Padre Cristoforo, senza esser veduto da loro.Quella comparsa aveva suscitato nella sua mente sconvolta l'antico furore e il desiderio della vendetta, covato per tanto tempo, e insieme un certo spavento, e con questo ancora una smania di accertarsi, di afferrare distintamente con la vista quelle immagini odiose, che le erano come sfumate dinanzi. In una tal confusione di passioni, o piuttosto in un tale delirio, s'era egli alzato dal suo miserabile strame, e aveva tenuto dietro da lontano a quei due. Ma quando essi, uscendo dalla via, s'internarono nelle capanne, il frenetico non aveva ben saputa ritenere la traccia loro, nè discernere il punto preciso per cui essi erano entrati in quel labirinto. Entratovi anch'egli da un altro punto, poco distante, non vedendo più quegli che cercava, ma dominato tuttavia dalla stessa fantasia, era andato a guardare di capanna in capanna, tanto che s'era trovato a quella in cui, mettendo il capo su la porta, aveva riveduto in iscorcio quelle figure. Quivi, ristando stupidamente intento, udì quella voce ben conosciuta, che nei suo castello aveva intuonata al suo orecchio una predica, troncata allora da lui con rabbia e con disprezzo, ma che aveva però lasciata nel suo animo una impressione che s'era risvegliata nel tristo sogno precursore della malattia. Quella voce lo teneva immobile, a quel modo che altre volte si credeva che le biscie stessero all'incanto, quando Lucia s'accorse di lui. Dopo la sorpresa, il primo sentimento di quella poveretta fu una grande paura: il primo sentimentodel Padre Cristoforo e di Fermo, bisogna dirlo a loro onore, fu una grande compassione. Entrambi si mossero verso quell'infermo stravolto, per soccorrerlo e per vedere di tranquillarlo; ma egli, a quelle mosse, preso da un inesprimibile sgomento, si mise in volta e a gambe verso la strada di mezzo; e, su per quella, verso la chiesa. Il frate e il giovane lo seguirono fin sul viale, e di quivi lo seguivano pure col guardo: dopo una breve corsa egli s'abbattè presso ad un cavallo dei monatti che, sciolto, con la cavezza pendente e col capo a terra, rodeva la sua profenda: il furibondo afferrò la cavezza, balzò su la schiena del cavallo, e percotendogli il collo, la testa, le orecchie coi pugni, la pancia con le calcagna, e spaventandolo con gli urli, lo fece muovere e poi andare di tutta carriera. Un romore si levò all'intorno, un grido di piglia, piglia; altri fuggiva, altri accorreva per arrestare il cavallo, ma questo, spinto dal demente, e spaventato da quei che tentavano di avvicinarglisi, s'innalberava e scappava vie più verso il tempio.
I due, dei quali egli era stato altre volte nemico, tornarono tutti compresi alla capanna, dove Lucia stava ancora tutta tremante.
—Giudizii di Dio! disse il Padre Cristoforo: preghiamo per quell'infelice. Dopo un momento di silenzio, il pensiero che venne a tutti fu di concertare insieme quello che era da farsi: e i concerti furon questi: che Fermo partirebbe tosto, giacchè ivi nonv'era ospitalità da offerirgli, cercherebbe un ricovero per la notte in qualche albergo, e all'indomani si rimetterebbe in via pel suo paese, porterebbe ad Agnese le nuove della sua Lucia, andrebbe poi a Bergamo a disporre la casa dove intendeva di stabilirsi con la moglie e con la suocera; e tornerebbe poi ad aspettare Lucia nel suo paese, dove dovevano celebrarsi le nozze: ne avvertirebbe intanto Don Abbondio, il quale era da sperarsi che, invece di frapporre nuove difficoltà, sarebbe vergognoso di quelle che aveva frapposte altra volta. Quanto a Lucia, ella protestò, prima d'ogni cosa, che non si staccherebbe dalla sua buona compagna, fin che questa non fosse affatto guarita, e ristabilita nella sua casa. Il Padre la lodò, Fermo non v'ebbe nulla a ridire, e la vedova, tutta commossa, promise che accompagnerebbe essa Lucia a casa e la consegnerebbe a sua madre.
—E voglio farle il corredo, aggiunse all'orecchio del Padre, a cui aveva fatto cenno di avvicinarsi.
—Dio vi benedica, le rispose il buon vecchio.
—E tu, disse poi a Fermo, che stai qui tardando? il tempo, come vedi, si fa più nero e la notte si avvicina: affrettati di cercare un ricovero.
Convien dire ancora, ad onore di Fermo, che in quel momento non gli doleva tanto lo staccarsi da Lucia, appena trovata, è vero, ma ch'egli contava di riveder presto, quanto dal Padre Cristoforo, che restava lì a morire.
—Ci rivedremo, Padre? disse il buon giovane.
—Se Dio vorrà e quando Egli vorrà, rispose il frate, vincendo una commozione, che andava crescendo. Va', va', che non c'è tempo da perdere.
Fermo disse, con voce accorata, riverisco, al Padre, che lo benedisse e gli strinse la mano: disse addio a Lucia e alla vedova, sopprimendo: un arrivederci presto, che gli veniva su le labbra; poi spiccatosi in fretta, partì.
—Vi raccomando l'una all'altra, buone creature, disse il frate, e fece atto pure di andarsene; ma, nel dare a Lucia uno sguardo di commiato, vide nell'aspetto di lei, mista alla commozione, una grande inquietudine; s'avvisò tosto di ciò che poteva esserne la cagione, e disse: Di che state inquieta?
—Quell'uomo...! disse Lucia.
—Poveretto! rispose il frate, non è più in caso di far paura a nessuno: non lo vedrete più, siatene certa. Pure, soggiunse dopo d'aver pensato un momento, per ogni altro evento, sarà meglio ch'io vi raccomandi a qualcheduno dei nostri. Così detto, uscì, girò un poco in ronda, finchè trovò un cappuccino, e condottolo alla capanna, gli mostrò le due donne, e gli disse: Sono due derelitte: vi prego di averne una cura particolare. Vi lascio con Dio, disse poi alle donne, e uscì dalla capanna. Lucia lagrimando lo seguiva, egli le imponeva che tornasse, e così si trovarono entrambi sulla grande strada, dove videro una folla di monatti, che accorreva in tumulto, gridando: aspetta, aspetta, ad altri monatti, che guidavanoun carro verso la porta. Il carro si fermò quasi davanti ai nostri due amici; quei monatti sopraggiunsero tosto ansanti; e due, che portavano un morto, lo gittarono sul carro, dicendo un d'essi: mettetelo bene in fondo costui, che non torni a cavallo, a farci tribolare.
—Che diavolo è stato? disse più d'uno di quei carrettieri.
—Il diavolo, rispose il monatto, l'aveva in corpo costui: è andato su e giù finch'ebbe fiato; se durava ancora, faceva crepare il cavallo: ma è crepato egli, e allora, per amore, o per forza, ha dovuto venir giù.
Il Padre Cristoforo, rivolto allora a Lucia, le disse: ricordatevi di pregare per questa povera anima, voi e vostro marito, per tutta la vita, e di far pregare i vostri figliuoli, se Dio ve ne concede. Tornate alla vostra compagna. Iddio sia sempre con voi. Dette queste parole, prese in fretta il viale, per andarsene alla sua stazione; Lucia, compunta di quella separazione e atterrita dallo spettacolo, tornò a capo basso e col petto ansante alla sua capanna, e Don Rodrigo, su la cima d'un tristo mucchio, fra lo strepito e le bestemmie, usciva dal lazzeretto per andarsene alla fossa.