DA UNO SPIRAGLIO
I.
Quando dimoravo nell’Astigiano tutti i mercoledì d’ottobre mi recavo a Martinengo a passare la giornata col cav. G... consigliere d’appello.
Prima e dopo il desinare, che all’uso monferrino facevamo verso il mezzodì, si stava, il cavaliere ed io, in un suo orticello queto e raccolto nell’ombra vasta di due noci grandissimi. E passeggiando il sentieruolo fatto soffice dal muschio e per le foglie cadute, si discorreva a mezza voce, come due cospiratori, di cose tanto interessanti quanto poco positive. Il cavaliere (non fo il nome perchè oramai uno si compromette colla fede quanto una volta coll’ateismo) il cavaliere G... è giunto come Cartesio ad affermare per via di negative: le sue credenze sono tutte risaldate a un principio: accettata una, bisognavaaccettare anche le altre; coscienzioso e scrupoloso in fatto di prove, non c’era pericolo si lasciasse adescare dalla fantasia. Forse scambiava talvolta le ragioni della mente con quelle del cuore, ma in tal caso il suo argomentare diveniva, per me almeno, più che mai irresistibile.
Il discorso cadeva sovente sopra un problema formidabile: — l’ineguaglianza originaria degli uomini.
Era questo l’intoppo più grave contro cui venivano a urtare le mie credenze, ed io lo lanciavo volontieri con tutta la forza della mia eloquenza fra i piedi del cavaliere perchè mi aiutasse a rimoverlo.
Ma quando avevo sciorinato tutte le mie eccezioni, egli sereno ed imperturbabile rispondeva:
— Eppure, caro mio, c’è un modo di spiegar tutto questo. — Poi, al momento bono quando io attendeva con la più viva ansietà le sue spiegazioni, impensieriva e parlava d’altro. Io restavo mortificato; e una volta glielo dissi.
Il cavaliere mi prese pel braccio e arrestandosi come per mettere i nostri spiriti a più stretto colloquio:
— Credi tu, disse, che la nostra esistenza cominci qui? io non lo credo, e sono convinto invece che si principia tutti eguali, e che le disuguaglianze dinotino i passi fatti.
Fui scosso dalla sicurezza delle sue parole.
— Ma come va, soggiunsi, che non abbiamo alcuna memoria di questa.... esistenza anteriore?
— Non abbiamo precisamente delle memorie, ma bensì degli istinti, delle inclinazioni.... quasi dei ricordi. Quando ero ragazzo avevo in me tutto un mondo morale e metafisico che poi s’è dileguato. A dodici anni una volta ch’ero chiuso per castigo nella biblioteca dello zio canonico, mi capitò in mano il trattato di Cousin sulla logica di Kant: lo apersi per distrazione e ne lessi qualche riga, sbadato: — cosa strana! — conoscevo quelle frasi — il ragionamento dell’autore, mi veniva in mente quasi colle stesse parole prima ch’io le leggessi sul libro, e non avevo mai visto nulla nè di Cousin nè di Kant, non sapevo chi fossero.... Mi sentivo poi degli istinti cattivi assai più che adesso e mi consolo di averne vinti parecchi. Non è vero che l’uomo nasca sempre innocente. Avevo (lo crederesti?) una grande tendenza al furto. Non ho mai rubato, non ho mai avuto bisogno di rubare pur uno zuccherino, si prevenivano tutti i miei desiderii. Ma non era il desiderio che mi tentasse; era, sto per dire, l’abitudine contratta Dio sa dove, certo non nella mia casa, casa onorata da molte generazioni di rigidi magistrati. Il furto non era per me che l’arte per l’arte: un ideale senza pratica applicazione. Passavo delle ore a macchinare dei piani per nasconderedelle rapine immaginarie, e da malato, il mio incubo persistente era quello di credermi perseguitato dalla polizia....
Ho poi molto pensato alle parole del cavaliere, lessi un’intera biblioteca di libri mistici e mi avvidi che quelle idee non erano nè tanto nuove nè tante singolari. L’Oriente n’è stato e n’è ancora tutto compreso: dalle sue mistagogie nuvolose e profonde derivarono spesso in ogni tempo degli sprazzi luminosi nelle religioni e nelle filosofie della nostra Europa, massime del settentrione.
Poco alla volta le faccende giornaliere ed obbligatorie, gli interessi della mia rustica clientela mi distolsero da quelle meditazioni: avviene a chi progredisce nella vita come a quello che scende in una valle — i cespugli gli tolgono la vista delle alture lontane.
Da parecchi anni non ci pensavo più, quando un caso strano venne a rammentarmi i discorsi tenutimi dal cavaliere G... nelle sere d’ottobre sotto il pergolato del suo orticello.
Un giorno in Asti m’imbattei in un mio carissimo compagno d’infanzia che da gran tempo non aveva più veduto. Era Gustavo Michis, il figlio del presidente. Egli mi fece un mondo di feste e mostrò gran piacere di trattenersi qualche ora con me. Mi disse che non aveva che fare, ch’era venuto dalla sua villa di Canelli incittà per isvagarsi: diffatti aveva una cera smunta come uscisse allora di malattia. Io avevo un processo in tribunale: venne meco, assistè al dibattimento, ed aspettò ch’io fossi libero per uscire con me. Quella sera dovetti trattenermi perchè il processo non era finito e mi rimaneva da far l’arringa l’indomani. Gustavo mi fe’ l’offerta di rimanere a tenermi compagnia, offerta che accettai di gran cuore. Io volevo alloggiare all’albergo Reale, ma egli propose ilLeon d’oro, e benchè io gli dimostrassi quanto fosse incomodo per la grande affluenza dei carrettieri, tanto insistè che dovetti compiacerlo. Passai con lui una sera deliziosa, a riandare le memorie della nostra vita di collegio. Ma credo di aver fatte quasi da solo le spese della conversazione: il mio amico Gustavo pareva ascoltarmi, quando io aveva finito un discorso, egli mi porgeva con premura il bandolo di un altro che a dir il vero, non legava sempre con quello di prima. E riempiva il mio bicchiere e più spesso ancora il suo. Quando si è in due soli si scivola facilmente nel serio: dato fondo alle reminiscenze, venni a parlare della mia vita e dei miei poveri disegni di avvocato di provincia. E poi chiesi a Gustavo:
— E tu come te la passi? allegramente, secondo il solito?
Egli mi diè un’occhiata singolare, poi chinò il capo sulla tavola.
— Cosa conti di fare?
— Nulla, — rispose, si passò le palme sul viso, tacque un pezzo, poi mormorò sottovoce come parlasse fra sè: — Oh se questa espiazione finisse!...
— Espiazione!... quale? — esclamai io meravigliato.
Non disse altro; pareva assorto in tristi riflessioni.
Era tardi e mi alzai per recarmi a letto. Gustavo era turbato, mi pregò vivamente di passare la notte nella stessa camera con lui.
Durai fatica a prender sonno; non finivo di pensare al cambiamento che avevo notato nell’amico.
Gustavo Michis, chi l’ha conosciuto alcuni anni addietro, era un ragazzo niente affatto strano, pareva allora quel che paiono tanti altri della sua condizione, un giovinotto che viveva proprio da giovinotto, facendo a divertirsi il più che potesse, aveva un padre vecchio, proprio dei vecchi, che si sforzava inutilmente di farlo lavorare: aveva preso la laurea in diritto come troppi altri, studiava poco, fumava molto; era sano, florido, gioviale e piuttosto volgaruccio; ma aveva su noi una grande superiorità che gl’invidiavamo furiosamente: aveva delle amanti, frequentava la società leggera dove incontrava moltissimo per il suo buon umore, il suo gaio cinismo, i suoianeddoti scabrosi. — Così l’avevo lasciato a Torino: ed ora stentavo a ravvisarlo sotto quel suo pallore, quelle sue distrazioni e quelle sue preoccupazioni. Non sapevo cosa dirmi.
L’indomani, in tribunale, il mio procuratore, indicandomi Gustavo che stava dietro di noi a qualche passo, mi chiese se fosse il figlio del presidente Michis e soggiunse:
— Dicono che è impazzito, è vero?
Mi tornarono alla mente le parole misteriose della sera prima.
Sbrigata la mia causa, mi disponevo a tornare al mio villaggio, quando Gustavo mi domandò con aria di preghiera come di chi impetra un grande favore:
— Non ti rincrescerebbe s’io venissi a star con te qualche giorno?
Come si fa a dir di no? acconsentii con premura: ma in fondo era un po’ impensierito del suo stato.
Venne a casa mia e vi si trattenne quasi tre settimane. In paese, per la scarsità di gioventù agiata, mancavano affatto le distrazioni; lo presentai in una casa vicina dove erano due signore belle e gentili, ma egli era divenuto schivo in modo singolare della compagnia delle donne. In campagna non voleva andare nemmeno accompagnato. Io era occupatissimo ed egli non mi lasciava un minuto.
— Se permetti, — mi diceva, — mi sederò qui e leggerò qualcosa.
Sedeva, prendeva un libro, ma non leggeva punto: fissava gli occhi nella finestra con un’aria distratta e crucciata. Restava così immobile fin ch’io per la pena di vederlo a quel modo mi inducevo a scuoterlo e a farlo parlare.
Come la prima notte ad Asti, non volle dormir da solo e bisognò fargli un letto sull’ottomana nella mia stanza.
Ogni sera mi domandava: — T’annoio?
Rispondevo di no, — non mi annoiava, mi rattristava.
Dopo alquanti giorni cominciò a farsi più espansivo; pareva volesse confidarmi qualcosa, — ma, alle prime parole, parendomi divagasse, e ricordandomi di quanto mi aveva detto il procuratore, l’interrompevo e facevo volentieri il sacrificio della curiosità, pel timore si lasciasse trascinare dalla manìa misteriosa che supponevo lo travagliasse.
E una volta mi disse un po’ risentito:
— Anche tu credi ch’io sia pazzo? molti lo credono, eppure non lo sono.
— Pazzo! — mormorò poi: — ho paura di divenirlo — e forse, chissà? sarebbe il mio bene.
Io mi affrettai a dissipare il suo sospetto con dichiarazioni, che se non venivano da una convinzionemolto profonda, sgorgavano certamente dal cuore.
— Tu sei buono, — riprese Gustavo. — Sei sempre stato riflessivo: mi ricordo che nella mia ignoranza di superficialone mi facevo burla del tuo misticismo. Chi m’avesse detto che sarei poi così cambiato, che sarei venuto qui ad impetrare il sussidio di quelle idee che mi sembravano tanto strane! Tu l’hai sempre quelle idee? da alcuni libri che ho trovati qui posso arguire che sì.
Ero lì lì per disingannarlo e confessargli la mia indifferenza per tutte quelle fantasie giovanili: ma egli non me ne lasciò il tempo.
— Venendo qui, — disse, — avevo il mio perchè. Andavo in traccia di qualche consiglio e ho trovato te: forse non è il caso che mi ti fa incontrare. Non ho potuto resistere al bisogno di aprirti l’animo mio. Di quanti conosco, tu solo puoi comprendere ciò ch’io ho da dire.
E là nel mio studio, seduto in faccia a me sulla sedia dove sedevano i miei clienti, coi gomiti appoggiati ai miei volumi di liti, scartabellando i miei codici, mi fe’ il racconto più singolare ch’io abbia inteso mai.
Parlò lungamente, per parecchie ore di seguito, senza smarrir mai il filo, con la maggior coerenza di idee. Se un matto possa parlare a quelmodo non so: certo è che molti savi gl’invidierebbero quella sua precisione.
A parte la stranezza dei fatti narrati, il suo racconto aveva tutto l’accento della verità.
Due anni prima, Gustavo, dopo una lunga serie di inconcludenti amoruzzi, erasi lanciato per la prima volta in una tresca colpevole e vi si era incaponito, non per passione, bensì per la vanità di spuntarla. Egli era alla vigilia di un successo, miserabile successo che avrebbe distrutto la pace di una famiglia rispettabile legata colla sua da antichi vincoli d’amicizia, e s’applaudiva della propria abilità sciagurata, — quando all’improvviso venne in mente al padre di mandarlo per certo affare a Gressoney da un signor Peyrat, suo lontano parente da parte della madre. Costui, salvo alcuni mesi d’estate, dimorava a Monaco di Baviera e fra lui e il presidente correvano delle relazioni molto rallentate. Gustavo non l’aveva mai visto.
Gustavo dovette suo malgrado obbedire; partì per la valle d’Aosta un mattino di luglio, e l’indomani, un’ora prima del tramonto, s’inerpicavasu per il sentiero di Prè du Lais che mette capo all’ultimo ripiano della valle della Lys.
Attraversò Gressoney Saint-Jean, salì a Gressoney la Trinité, altra frazione più alta del piccolo comune.
Il cugino abitava uno degli ultimi châlet al di là di Orsia, al piede del Monte Rosa.
Quando Gustavo vi giunse, egli era fuori colla figliuola. La vecchia fantesca gli disse che in casa non c’era nessuno. Lo introdusse in un ampio tinello dalle pareti rivestite di abete all’uso svizzero: accese una bella fiammata nel camino e lo lasciò solo.
I cugini tardarono a rincasare. Cominciava a far notte.
Le tenebre salivano dalla valle. C’era un silenzio profondo; il silenzio della montagna: Gustavo, seduto accanto alla finestra, guardava fuori il paesaggio e lo trovava triste.
S’annoiava, s’indispettiva di tutta quella sublime malinconia che egli non capiva.
Anche il fuoco languiva nel camino della stanza, faceva buio; la donna, intenta alle sue faccende, erasi dimenticata di recargli un lume.
Dopo una lunga mezz’ora intese finalmente un passo leggiero e lento lento avvicinarsi: poco dopo vide nel vano di una porta, in faccia a quella per cui era entrato, apparire una figura di donna.
Si volgeva intorno come chi cerca qualcuno, ed esita a farsi innanzi.
Gustavo s’alzò e fe’ un inchino.
Essa venne dritta alla sua volta; pareva una giovinetta; quando passò innanzi al camino, Gustavo potè accorgersi al fioco riflesso della brace che essa portava il tradizionale guarnello rosso del paese, e ne conchiuse che fosse una contadina al servizio della casa. Però rivolgendosi a lei con famigliarità la salutò in francese:
— Buona sera, bella ragazza.
— Buona sera.... ma perchè mi chiamate così? — disse anche lei in francese con accento valdostano: — mi conoscete?
Gustavo fu un po’ sconcertato nella sua galanteria da quella franchezza montagnola, e tanto per dir qualche cosa rispose:
— Io no, e voi?
— Mi sono accorta che salivate da lontano e m’è parso ravvisarvi, ma il sole era tanto vivo che mi abbagliava.
— Ed ora sapete chi sono?
La fanciulla stette un po’ a riflettere, poi disse:
— Il sole era vivo, poi si è fatto scuro, la nebbia è salita, ma quando vi sono venuta incontro.... pensavo....
— Cosa pensavi? — domandò con piglio carezzevole Gustavo e la prese pel braccio.
— Ah sì.... — mormorò la giovinetta.
Una voce chiamò:
— Krimilth, Krimilth.
La giovinetta si scosse e disse sottovoce:
— Addio.... sentite, mi chiamano, — e prima che Gustavo pensasse a rattenerla, scivolò a tastoni lungo il muro e scomparve per dond’era venuta.
Entrò la fantesca con una candela; brontolava nel suo dialetto tedesco.
Accortasi di Gustavo, disse in francese:
— Scusate se v’ho lasciato al buio, ma con quella ragazza perdo la testa; chissà dove si sarà cacciata!
— Chi cercate?... la Krimilth?, si chiama così?
— Sì....
— Era qui adesso.
— Era qui, l’avete vista la signorina? oh povera me... non lo dite al padrone!
E la vecchierella uscì frettolosa lasciando Gustavo tutto sorpreso di sentire che la contadinella con cui aveva parlato era la figlia del signor Peyrat. Egli ignorava che a Gressoney anche le signore portano per vezzo il bellissimo costume del paese.
Di lì a poco sopraggiunse il cugino con l’altra sua figlia maggiore, Edvige.
Il signor Peyrat accolse il suo giovine parente con grande cordialità, colla spigliatezza di un uomod’affari che non sa far complimenti e non se ne cura.
Era l’ora della cena e fe’ servire senz’altro.
Gustavo, stanco e un po’ stordito, a tavola parlò poco: invece parlò per due il cugino, che, come tutti gli uomini attivi, provava un forte bisogno di discorrere di sè e delle cose sue. Egli contò tutti i suoi affari e i suoi progetti. Peyrat aveva gran copia degli uni e degli altri. Egli era uno dei più belli esempi di quella pertinace operosità e intelligenza pratica dei montanari, che, se la lasciate fare, ha per meta sicura la ricchezza: prima lavorante, poi assistente, poi imprenditore di strade ferrate, aveva ammassato una considerevole fortuna. E non aveva scordato il suo paese: i montanari non lo scordano mai; il loro sogno è di finir ricchi la vita nel paese, e, se è possibile, nella stessa casa, dove poveri l’hanno incominciata.
La signora Edvige era il vero ritratto fisico e morale di suo padre, a cui serviva di confidente e di segretario privato. Essa s’intendeva quanto lui di gradi di inclinazione e di sussidi chilometrici, e quando parlava era per rettificar qualche cifra e mettere qualche data alla lunga enumerazione di contratti che quella sera snocciolò il signor Peyrat. Del resto era una figura comunissima; alta, bionda, di fattezze regolari, ma senza leggiadria: di colorito sano e giovanile, — tuttosommato, un buon temperamento.... e nulla più.
La Krimilth non venne a tavola e nessuno parlò di lei.
A sbrigar l’affare per cui Gustavo era venuto occorrevano certi istromenti; e bisognò mandarli a prendere fino ad Aosta e aspettar che venissero: il giovine dovette dunque trattenersi.
Egli non era troppo soddisfatto. Per sottrarsi alla monotona loquacità di Peyrat e ai misurati commenti dell’Edvige faceva delle lunghe passeggiate nei dintorni: e in queste corse solitarie pensava con viva curiosità alla Krimilth; — da cinque giorni non aveva inteso nulla di lei. Aveva tentato di chiederne alla fantesca, ma questa non aveva risposto altrimenti che con un sospiro che esprimeva il più profondo rincrescimento di non poter dir nulla.
Lo accompagnava per la montagna Karl, una specie di fattore del signor Peyrat, un giovinotto sui venticinque anni, alto, biondo e taciturno. Una volta Gustavo gli fe’ parola della fanciulla misteriosa, ma egli o non intese o non volle rispondere.
Però l’indomani fu assai più cortese. Erano andati insieme al laghetto di Gabiet: lasciato il sentiero, discesero per un dirupo sulle sponde delpiccolo bacino, che è incavato nel sasso vivo ed ha le rive nude dappertutto fuorchè dalla parte di tramontana dove il torrente che scende dal ghiacciaio di Cappa ad alimentarlo ha formato un sedimento argilloso, qualche pertica di terreno vegetale che si copre nei mesi d’estate d’erba minuta ed aromatica: è, a guardarlo dall’alto, un piccolo tappeto verde chiuso in giro da una zona di rododendri e incorniciato più su da una rada fila di neri abeti delle Alpi. La riva è colà un po’ paludosa e vi crescono dei giunchi e delle piante palustri. Alcune ninfee schiudevano i loro primi fiori, delle grandi stelle candidissime.
Il montanaro Karl era disceso nel pantano per raccoglierli, ma Gustavo, fu lesto a tirarli a sè coll’uncino del proprioalpenstoke li prese lui.
Quando si furono rimessi in cammino, Karl disse a Gustavo:
— Dateli a me per la Krimilth, le dirò che voi gli avete colti e le farà piacere.
Gustavo acconsentì di buon grado e mise a profitto la viva riconoscenza del montanaro per parlargli ancora della giovinetta e chiedergli il perchè la si tenesse a quel modo nascosta.
— Il signor Peyrat e la Edvige vestono fino, ma hanno intelletto grosso, non conoscono punto la Krimilth e n’hanno vergogna.
— Vergogna, perchè?
— Perchè le fan torto.... ella ha la disgrazia d’esser cieca....
— Cieca! — sclamò Gustavo, e rammentandosi del breve colloquio della prima sera con lui stupì grandemente.
— Ell’è nata così, — riprese Karl.
Gustavo era certo che gli aveva parlato del sole.... aveva detto che «abbagliava». Come poteva saperlo lei questo?
Karl soggiunse:
— Ella è cieca, ma vede più in là di noi: molto di più, molto di più. Credo che veda colla mente. Ci sono dei giorni che cammina come noi senza la guida di nessuno. Quando i suoi parenti sono via, va certe volte per il paese, di casa in casa, soccorre tutti e sa se siete sani od infermi e vi scorge nel cuore, e sa quel che vi accade e se siete tristi o lieti. Poi sa indovinare il tempo. — Alla fine della bella stagione una mattina si fa condurre fino a quella punta che vedete sotto il ghiacciaio a sinistra e sta là accoccolata delle ore intere, — finchè sulla Betta Furca compare una nuvoletta grigia che ingrossa minacciosa e comincia a scendere; allora scende anche la Krimilth e vien giù la neve. — Se le parlate di lei e le fate qualche domanda indiscreta, non risponde mai, ma però vi legge un cattivo pensiero fino in fondo all’anima: guai a dirle una bugia, vi pianta in volto quei suoi occhibianchi e stralunati e vi dice secco secco: «non è vero». Poi ella vi conta delle cose strane, maravigliose, che vi mettono i brividi addosso, — soggiunse Karl con voce profonda e tremula per la commozione: — ella vede di là e di su.
— Come? — domandò Gustavo.
Karl innalzò la mano:
— Di là.... quello che non è più, e molto su.... perciò i suoi, che non sono buoni di comprenderla, dicono che è matta, e se ne vergognano e la tengono qui nascosta.
— Ella sta qui tutto l’anno?
— Non s’è mossa di qui dacchè è nata. Parecchi mesi prima che nascesse, sua madre (chissà cosa le han fatto!) era caduta in una gran malinconia: salì quassù sulla montagna qualche giorno prima della neve e non si mosse più. Appena venne al mondo la Krimilth, ella se n’andò. Mia madre buon’anima allevò la bambina, ella la capiva; prima di morire la raccomandò a mia sorella ed a me; noi non la lasciamo mai. Per delle settimane sta chiusa in casa, non parla, non si lagna.... e dopo, esce, gira pei monti.... ed io la seguo e veglio su lei che non le incolga qualche disgrazia. Qui tutti le vogliamo bene perchè è buona, buona come il sole.
Erano, così discorrendo, arrivati presso a casa, e Karl non disse altro.
L’indomani, quando Gustavo venne a cercare di Karl per farsi accompagnare, lo trovò tutto afflitto e gli disse che la Krimilth era malata — che egli non poteva muoversi di casa. Poi per parecchi giorni non lo vide più.
Le carte erano in questo mezzo arrivate da Aosta. Ma il cugino volle trattenere Gustavo, ed egli vi rimase; non poteva suo malgrado spiccarsi di là, ogni sera proponeva di partire l’indomani e la mattina poi non sapeva risolversi; una mestizia voluttuosa, invincibile lo legava a quei luoghi; girovagava nei dintorni non troppo lontano dalla casa.
Andava spesso dalla parte di Gabiet, e una mattina si incontrò con Karl; il montanaro era mezzo nascosto fra una macchia di larici con l’aria di chi osserva qualcuno e non vuol farsi scorgere. Quando si accorse di Gustavo che scendeva alla sua volta gli fe’ cenno di tacere.
Gustavo accostatosi vide allora un guarnellino rosso che appariva e scompariva dietro le rupi che costeggiavano il torrente. Poco dopo, a uno svolto, ravvisò la Krimilth.
Veniva su lentamente, ma franca e disinvolta pel sentiero tortuoso e dirupato e non metteva piede in fallo.
Karl disse sottovoce:
— Zitto! a disturbarla ne’ suoi pensieri, c’è rischio di darle le convulsioni e farla precipitare.
La fanciulla continuò a salire.
Gustavo la vide allora in viso per la prima volta: poteva avere sedici anni al più, una copiosa capigliatura fina, d’un rosso pallido, scendeva a riccioloni, a cannoncini ad incorniciarle la faccia bianca, un po’ lentigginosa; aveva fattezze irregolari, sottili, la fronte alta, angolosa; graziosissime invece le curve della bocca e del mento, — uno strano contrasto di delicatezza e di forza, di bontà e di fermezza, e, cosa singolarissima, in cambio della stupida esitanza dei ciechi, una singolare espressione, una grande risolutezza. C’era nel suo portamento la sicurezza inconscia del sonnambulo.
Quando li ebbe oltrepassati, si fermò e stette un po’ sopra di sè; poi disse nel dialetto germanico del paese:
— Fratello Karl, chi è con te?
Gustavo pose l’indice sulle labbra chiuse.
— Nessuno, — disse Karl.
La giovinetta crollò lentamente il capo e soggiunse:
— Perchè il fratello Karl non dice il vero? perchè il giovine forastiero si nasconde?
— Egli temeva di far dispiacere alla sorella Krimilth.
— Dispiacere?... — ripetè la giovinetta corrugando leggermente la fronte, — digli che s’accosti.
Gustavo uscì dal suo nascondiglio e salì sul sentiero.
Krimilth gli porse la mano; quando il giovane gli ebbe data la sua, ella la strinse forte e continuò prestamente la sua strada tirandolo con sè.
Poco più in là il sentiero si biforca: da una parte sale dritto al colle di Olen, le cui rupi nude e le cui morene simili a grandi mucchi di pietre chiudono in fondo l’orizzonte; — dall’altro verso cala al laghetto di Gabiet. Quest’ultima era la strada che Gustavo aveva fatta con Karl alcuni giorni prima; per essa lo trasse Krimilth. Scesero sulla riva, proseguirono verso il nord, passarono in mezzo ai rododendri e risalirono qualche centinaio di passi su fra gli abeti. Giunsero così ad un praticello piano, raccolto in una piega del monte, riparato dai venti, dalle bufere di neve che scendono turbinando dai ghiacciai per precipitarsi nella valle, nascosto a tutto l’universo, fuorchè al sole di mezzodì il quale vi getta per alcune ore ogni giorno i suoi raggi fecondi, vi alimenta un’atmosfera tiepida e uguale, un lungo sorriso di primavera dal giugno all’ottobre. La flora montanina vi prodiga tutte le sue ricchezze. In alto gli abeti, più giù i bruni cipressi, i pini nani; tappezzano le pareti della roccia i licheni e crescono nei crepacci i rododendri, le saxifraghe e la minuta progenie dell’erbette filiformi coi fiorellini dai mille colori; al piè della rupe icapelvenere e la immensa, l’antica famiglia delle felci. Un piccolo rivoletto orlato di ciclamini scende obliquamente fra mobili macchie di ontani. Addossata alla rupe dominava questo piccolo paradiso alpestre una capannetta, grande appena alcune braccia. Era opera di Karl; egli l’aveva costrutta di rami di pino ripuliti, disposti con bel disegno e con una diligenza da non dirsi. Era difatti riuscito un piccolo capolavoro nello stile dei mobili da giardino, un grazioso giocattolo.
Krimilth vi condusse Gustavo; doveva esser quella la meta solita delle passeggiate di lei, la sua sosta, il suo rifugio. Dentro alla capannetta non c’era che un mucchio d’erba scelta con cura fra la più minuta e la più profumata.
Sederono sovra un masso quadrato posto avanti alla porta. Poi la giovinetta disse sottovoce al suo compagno:
— Parla dunque, qui non ci ode nessuno; in questo buio fitto che di solito mi circonda ho dimenticato quasi ogni cosa; ma le tue parole mi faranno ricordare. Non dici nulla?
— Non ho nulla da dire, — mormorò Gustavo con una timidezza di cui quindici giorni prima si sarebbe vergognato.
— Nulla! non sei venuto da lontano per parlarmi? Oh io lo so, sai. Senti, in questo esiglio di tenebre io non ho nessuno che mi conosca; e, all’infuori di Karl, nessuno che mi voglia bene;non mi comprendono, quando parlo non mi rispondono, una volta non era così....
— Una volta? quando? — domandò involontariamente Gustavo.
— Non so più, e tu te lo ricordi; certo che sì, perchè allora si viveva insieme. Dunque ascolta; quando qualche tempo fa sentii che tu dovevi arrivare dal paese dove il sole brilla continuamente, io ti venni incontro e ti ho ritrovato. Poi son venuti a separarci, ora però ci lascieranno in pace.
E terminò ripetendo con supplice insistenza:
— Parla.
Gustavo per compiacerla le contò la grata sorpresa del suo incontro la prima sera, poi la lunga attesa, il desiderio di rivederla....
Krimilth l’ascoltava ansiosa ed impaziente; se egli si fermava un momento lo stimolava con un e poi? e talvolta aggiungeva: — ora mi par di ricordare. Se il giovine le chiedeva di che cosa? ella tornava a dirgli: — parla.
Ed ascoltava poi, sempre più avidamente. Corrugava la bianca fronte, come ad aguzzar l’intelletto; un breve sorriso le balenava tra le labbra; poi tentennava il capo e corrugava la fronte ancora.
Ad un punto lo interruppe, gli strinse il braccio con la sua mano sottile:
— Torna da capo; hai detto che mi cercavi e avevi bisogno di trovarmi....
Gustavo aveva detto questo così per dire.
— E poi? — ella domandò.
Egli cercò di chiarire la frase.
— Aspetta — ora ci sono — ah!
Aggrottò le ciglia, ma dopo qualche po’ scosse la testa lentamente e mormorò con rincrescimento:
— Mi pareva di ravvisarti; molte cose si affollavano qui, e sono svanite. Tu perchè non mi aiuti e non mi dici chi sei?
— Sono tuo cugino.
— Cugino? che significa questo? non mi chiamavi così una volta.
Gustavo, confuso, tentò spiegarle la parentela che correva fra sua madre e il padre di lei, Peyrat.
Il viso di Krimilth si abbuiava, ogni lume d’intelligenza era svanito; non appariva più che una povera cieca, un’idiota per giunta. Anche il suo linguaggio aveva perduto la chiarezza. Borbottava:
— Peyrat, non conosco.... padre.... non conosco.
Gustavo tacque stupito.
Ella si levò poi e barcollando, camminando a tentoni, chiamava con voce lamentosa:
— Karl, fratello Karl!
Il montanaro accorse, le passò il braccio sotto il suo.
— Mi sono smarrita, — gli disse con voce stanca, — mi hanno tratta in inganno.
E s’avviarono insieme per la scesa, lui sorreggendola — ella incespicando e tenendosi forte in guisa da sembrar tutt’altra da quella di prima.
Come rimanesse Gustavo a questa scena si può pensare; si persuase come gli altri che fosse pazza, eppure non poteva non riflettere al senso delle sue parole e sentiva il bisogno di trovarcene uno. Sentiva anche una gran pena, una malinconica tenerezza di trovarsi con lei un’altra volta.
L’indomani sera, dopo cena, Gustavo passeggiava nell’orto. Karl gli si accostò furtivo e lo pregò di seguirlo.
Ella lo aspettava.
S’avviarono alla casetta in fondo all’orto, dove abitava la Krimilth col montanaro e con la sorella che le facevano da custodi. Sull’uscio, Karl gli disse con tono in cui il rispetto velava a stento la diffidenza:
— Non la fate inquietare, signore, — ella è tanto cagionevole.
Gustavo entrò che il cuore gli batteva forte.
Krimilth era nella strombatura della finestra in fondo; gli fece cenno d’accostarsi.
S’appoggiarono al davanzale e tacquero entrambi lunga pezza.
Il torrente scorreva mormorando innanzi a loro.
Karl e la sorella stavano in silenzio accanto al fuoco.
Krimilth susurrò nell’orecchio del compagno:
— Senti cosa dice.
Gustavo stette in ascolto: nessun altro suono che il ciangottare dell’acqua di sotto.
— La sua voce non inganna, — riprese Krimilth, — egli narra che è nato su su in alto, sopra le nebbie, sopra le nubi, al sole: era limpido, era fresco, era solo. Perchè non restò sulla sua cima? — Lo sedusse il desiderio dei ciclamini profumati, lo invogliarono le ninfee del lago e l’erbe della valle e discese. Ma i ciclamini e le ninfee e l’erbetta sono forse fatti per lui che non può mai fermarsi? e va ramingo per clivi e burroni senza posa ed è stanco stanco.... ma il suo corso è lungo ancora e travaglioso — la meta lontana lontana.... scenderà; scenderà per altri clivi e burroni, scorrerà per altre valli innumerevoli....
Krimilth tacque — il torrente borbottava lamentevole fra i ciottoli.
La fanciulla era sempre intenta ad ascoltare: di quando in quando rabbrividiva.
Gustavo la prese dolcemente per mano, la tirò indietro, la fece sedere accanto a sè sopra unbanco là vicino. Poi le parlò lungamente di cose comuni, di Karl, di suo padre, di sua sorella.
Krimilth gli disse:
— Non capisco bene, ma la tua voce è cara, cara....
Poi chinò il capo sulla sua spalla e, mentre il giovine parlava, si addormentò.
La sera dopo e l’altra, Karl venne a cercare Gustavo alla stessa ora, e si ripetè presso a poco la stessa scena.
Soltanto, Krimilth non divagava più, non si occupava che di lui; era docile, e per compiacenza lo chiamavacugino Gustavo.
Dopo ch’ella s’era addormentata e che Karl colla sorella l’avevano condotta nella camera, Gustavo usciva di là singolarmente turbato, malcontento di sè; per tutta la notte era perseguitato dall’immagine e dalle parole della povera cieca. — E il giorno non faceva che pensarci.
Si sentiva attirato verso di lei da un fascino penoso e prepotente. Invano cercava divincolarsi e invano per questo richiamava il suo buon umore, la sua gaia spensieratezza di pochi giorni prima. Stentava a riconoscersi: lo assalivano paure e malinconie non mai provate; andava girellando pei dintorni e si chiedeva con sgomento se egli riuscirebbe mai a spiccarsi da quei luoghi; si scostava dalla casa e scendeva a Gressoney fino aSaint-Jean, ma repentinamente provava un grande bisogno, una gran smania di tornar indietro e rifaceva la strada quasi di corsa. Quando arrivava trafelato si sentiva più tranquillo; ma avrebbe voluto essere lontano le mille miglia di là.
Evitò di trovarsi con lei la sera; si trattenne in casa coi cugini. Ma questa risoluzione gli costò uno sforzo immenso, nel quale consumò tutta la sua fermezza.
L’indomani, i suoi propositi erano svaniti: avrebbe voluto correre subito in traccia di Krimilth; gli pareva che la giornata non dovesse mai finire: e passò tutta la mattinata badaluccando intorno alla siepe dell’orto colla speranza di vederla comparire.
Nel pomeriggio era disteso in riva al torrente dietro la casa.
Intese un lieve fruscìo sull’erba.
La Krimilth gli pose una mano sulla spalla dicendo:
— Tu mi volevi? eccomi.
Sedette accanto a lui sul margine e soggiunse sottovoce:
— Il cugino Gustavo vuol lasciare la povera Krimilth — cos’ha fatto la Krimilth al cugino Gustavo?
Gustavo volle negare — la fanciulla ripetè:
— Cos’ha fatto di male la Krimilth a suo cugino? cos’ha fatto di male?
Le lagrime le rigavano le guancie; e singhiozzava ch’era una pena il sentirla.
— No, Krimilth, mia buona Krimilth, voi non mi avete fatto nulla, — disse il giovane per chetarla.
— Tu dici il vero? proprio?
— Ma sì, ma sì....
— Allora, non partirai.
Gustavo non rispose.
— Non partirai più? — insistè la fanciulla.
Perchè ingannarla?
— Pur troppo, — disse Gustavo, — dovrò andarmene fra pochi giorni!
Un sussulto nervoso contrasse i lineamenti di lei, che riprese a singhiozzare.
Il giovane, commosso, esaltato dalla tenerezza che ella mostrava per lui, soggiunse:
— Io devo tornarmene a casa mia, mi aspettano.... ma sentite, non ci potreste venire anche voi?
Ella tentennò il capo desolata.
— Perchè no? perchè fate a quel modo?
— Non mi lasceranno andare, — disse con sforzo Krimilth.
— Ma sì, ma sì, ne parlerò io col babbo: lo pregherò di lasciarvi venire e non me lo negherà; vi condurrò a casa mia.
— E starò là....
— Finchè vorrete.
— Sempre?
Gustavo esitò un poco.
— Sempre? — ridomandò lei.
— Sempre, — rispose lui, — tutto gli sembrava possibile in quel momento. — Ho due buone sorelle, — soggiunse, — quasi della vostra età, avranno cura di voi, vi faranno compagnia, vi vorranno bene.
La fanciulla si rasserenò ad un tratto; una leggera tinta rosea le si diffuse sul viso smunto.
— E il cugino Gustavo starà con me?
— Sicuro....
— Sempre, sempre?
— Sì....
La fanciulla sfavillò di gioia. Poi si rabbuiò di nuovo, gli prese il braccio forte e domandò:
— Non m’inganni, vero?
— No, cara....
Gustavo era sincero in quel momento: non rifletteva più.
Ella appoggiò il capo sulla spalla di lui; era stanca, oppressa dalle emozioni, ma pareva così fiduciosa, così contenta!....
La brezza vespertina sussurrava in mezzo agli ontani e il torrente le rispondeva col suo tranquillo mormorio.
Gustavo discorreva con voce bassa del suo paese, dove voleva condurla dalla sua famiglia.
Subitamente Krimilth rizzò la testa e disse imperiosa:
— Silenzio! dammi la mano.
Egli obbedì, la fanciulla ripetè:
— Silenzio! Ascolta....
Tacque lungamente come assorta.
Gustavo provò un effetto strano, inesplicabile: la manina della fanciulla gli serrava il polso, fredda, acuta, tenace come una morsa d’acciaio. Ad ogni stretta un brivido gli correva per le fibre e un fluido gli penetrava, gli intorpidiva le membra; gli toglieva il senso della realtà, mentre le nozioni delle cose circostanti si spegnevano ad una ad una in una tenebra fitta, in un silenzio profondo, pauroso. Poi la misteriosa potenza gli montava al cervello, vi si concentrava, vi destava il sentimento di una vita più intensa, vi suscitava facoltà nuove, sensi nuovi, ignoti.... e visioni del pari.
Sentiva sorgere dei mormorii, delle voci prima così fioche, così lontane, che non capiva nulla; poi si appressavano, si facevano più distinte — una le dominava tutte. Pareva quella di Krimilth, ma più vibrata e metallica.
Quella voce diceva:
— Ci siamo smarriti insieme, ritroveremo insieme il retto cammino; tu il mio sostegno, sarò io la tua guida: i tuoi occhi vedono dappresso, il mio spirito mira lontano: — i nostri destini, uniti nella colpa, lo saranno nella rigenerazione. Quando arriveremo di traverso sulla strada dacui ci siamo scostati, allora proseguiremo insieme o ci lasceremo.
— Chi sarà più svelto precederà l’altro, o si fermerà ad attenderlo, ad aiutarlo. Allora saremo liberi ancora. Non prima. Orsù in viaggio: t’ho aspettato tanto tempo nel buio fitto, e non venivi mai.... che indugi a fare? non ti persuadi che tutto quello che vedi o senti è lusinga, prova o castigo?... che fuggire quel che ti attira, seguire quel che ti ripugna è il tuo dovere, è il tuo bene? La tua felicità è altrove, la pace non esiste per noi nell’universo; l’universo è una grande ascensione d’anime verso Dio; ogni sosta è un ritardo, ogni debolezza si espia, è fatale il salire, ma bisogna salire volenterosi: si è liberi di prolungare indefinitamente i propri tormenti, ma non di rimanerci inoperosi. Chi ricusa le prove, le moltiplica; dovrà ad una ad una superarle. Ora siamo giù in fondo: ma lassù in alto, si sale lietamente, con gioia sempre più viva, le prove si fanno più nobili, le esistenze più elevate; la materia si affina, diventa spirito a poco a poco; l’intelligenza si afferma nell’istinto, le aspirazioni nel desiderio: l’amore, scevro delle lugubri menzogne dei sensi, non corrompe, ma nobilita. Cosa sono la luce, la bellezza, la gioia di questa vita? sono le figlie di un sole pallido e smorto che appena col suo calore oltrepassa il fragile tessuto delle mie palpebre.Poisarà ben altro.... ben altro!...
Gustavo guardò Krimilth: essa s’era rizzata in piedi: era immobile: l’ultimo raggio le indorava i capelli rossi cingendole il capo come di una aureola di fuoco: il suo volto era bianco, lucente, quasi abbagliante.
Aveva le labbra chiuse. Era lei che aveva parlato o lui che sognava?
Gustavo era soggiogato.
Di repente la fanciulla si scosse, tese l’orecchio, e sclamò tutta turbata.
— Ohimè! vengono.
Gustavo volle trattenerla; ma essa ritrasse in gran furia la mano da quella di lui dicendo sbigottita:
— No, no, bisogna ch’io mi nasconda.
— Non è che vostro padre.
Ma la giovinetta era già sparita.
Non era difatti altro che il signor Peyrat: il quale tornava da una solitaria partita di caccia intrapresa col solo e poco micidiale proposito di ammazzar la giornata! zufolava allegramente come uno che finalmente ha raggiunto la desiderata ora della cena.
Visto Gustavo, gli mandò una voce; poi varcò il ponticello, gli venne incontro e presolo a bracetto, faceziando sul suo umore malinconico lo tirò verso casa.
Gustavo gli disse che voleva partire l’indomani.
Il cugino gli diè sulla voce, lo pregò di osservare che quell’aria conferisce meravigliosamente alla digestione, e per conseguenza è salutare a tutti gl’infermi, compresi gl’innamorati. Così dicendo ammiccava malizioso.
Gustavo impallidì; — ma Peyrat lo rassicurò protestando che non l’avrebbe restituito alle sirene torinesi prima d’averlo sanato del tutto e corazzato contro le loro malìe. Soggiunse che intanto, pel domani, egli aveva progettata una gita coll’Edvige a Macugnaga a trovar un amico, e che doveva di fatto venirci anche lui.
Gustavo non potè rifiutare.
Passò una brutta notte; non potè levarsi un minuto dalla fantasia l’immagine di Krimilth, trasfigurata come l’aveva vista la sera prima; pazza o veggente, quelle sue parole strane gli tornavano alla mente e invano si sforzava di persuadersi ch’erano delirii. Un dubbio spaventoso lo assaliva: — se fosse pazzo anche lui o stesse per diventarlo? Bisognava fuggire.... — Eppoi cos’era quel nuovo sentimento? — era forse invaghito sul serio di Krimilth! oh assai più che invaghito! E a cosa poteva condurlo quella passione? Egli già non poteva farsi gioco di lei, di una povera disgraziata.... e allora? Che fare? sacrificare tutta la sua vita! Dio buono, ma come resisterle?... bisognava fuggire, bisognava fuggire senz’indugio.
Divisò partire, appena tornato da Macugnaga. Anzi non sarebbe neppure tornato, ma sarebbe disceso dalla parte di Lagna.
L’indomani si pose per via col cugino e coll’Edvige. Ma, a qualche centinaio di passi, rovinò per uno scheggione e si scorticò un piede in guisa da non poter proseguire.
Il signor Peyrat e la figlia volevano tornare indietro; ma Gustavo, tutto mortificato, lo pregò di andare a Macugnaga senza lui, e si fe’ accompagnare a casa da un ragazzo.
Fu una giornata lunga un secolo, senza fine e senza riposo. Non poteva uscire; e di star solo non si fidava. Era inquieto e infinitamente triste.
Verso sera discese nel tinello e si provò di appiccare discorso colla fantesca, che gli serviva la cena. Ma costei, vecchia zotica e superstiziosa, con una cera lunga da funerale, non gli rispondeva che con dei gemiti lugubri, con dei sospiri d’anima in pena. Quando ebbe sparecchiata la mensa, borbottando le sue preghiere, gli diè la buona notte —guten Abend— e si ritirò.
Gustavo rimase solo accanto al camino in cui cigolavano alcuni tizzi d’abete.
Dopo il tramonto s’era levato un vento impetuoso e squassava le piante dell’orto, e faceva,malgrado la solidità granitica dell’edifizio, scricchiolare l’intavolato dei muri.
Le raffiche infuriate passavano, s’allontanavano, inabissandosi giù per la scesa. Parevano urla di turbe invisibili, — il grido di una sommossa immensa, formidabile.
E nell’animo di Gustavo, i pensieri, gli affetti, si affollavano tumultuosi; erano rimorsi prepotenti, che salivano dal fondo della sua coscienza, rimembranze confuse di cose e di giorni passati, di giorni remoti della sua infanzia.... Anzi di un tempo più lontano ancora; di chissà quando.... E la figura di Krimilth era sempre in esse, pareva la compagna di quei ricordi misteriosi; quanto più quelli si rabbuiavano, tanto più viva rifulgeva. E non era più triste, ed afflitta, ma bella, lieta, sorridente.
Gustavo teneva gli occhi serrati, per vederla....
Quando li aperse, Krimilth era là ritta a due passi da lui dall’altra parte del camino.... E sorrideva.
Com’era bella in quel punto! I capelli scomposti le scendevano vagamente in riccioloni sul petto; fra le palpebre socchiuse pareva saettare uno sguardo profondo.
Il fuoco fiarava e scoppiettava: un profumo acuto di abete inondava la stanza. Il pavimento traballava disotto come fosse preda ai marosi.
Gustavo, — non si ricordava il come, — sitrovò accanto a Krimilth, le prese la mano, la baciò lungamente; la fanciulla gli si abbandonò sul petto: arrovesciò la testa, tremava, rabbrividiva leggermente, sussultava e sorrideva sempre.
Gustavo voleva dirle tante cose, dirle ch’era bella, e non poteva parlare; la piena della passione gli toglieva il fiato; si chinò e baciò quelle labbra sorridenti. Un moto convulso agitò le membra di lei. La fanciulla con uno sforzo prodigioso si divincolò dalla sua stretta, balzò indietro atterrita.
Gustavo volle accostarsele: essa si rizzò altera sulla persona, lo afferrò pel braccio, lo tenne fermo, chino innanzi a lei.
Fu una lunga pausa.
Poi Krimilth domandò severamente:
— Che vuoi da me?
— Ti voglio bene, — mormorò Gustavo.
— Tu mi vuoi bene? tu? bugia, bugia! Non pensavi tu di fuggirmi? la tua passione mente come ha mentito; mi ricordo di allora! — era la stessa malìa, — lo stesso inganno e c’era la luce; e un astro brillava su me innocente e te seduttore, sulla tua e sulla mia colpa; un astro luminoso ah io lo sento!...
Gustavo alzò il viso: erano davanti alla finestra.
Sulle giogaie della Betta Turca spuntava lastella di Vega; saliva dietro a falde leggere di vapori e, ogni volta che s’affacciava per gli squarci della bianca nube, saettava raggi di luce tremolante: — e ogni raggio suscitavagli nell’anima arcane reminiscenze: — parlava di cose profonde e paurose. Dov’erano accadute?
— Bugia! bugia!
Era la voce di Krimilth? dove l’aveva intesa? cos’aveva fatto? oh la scena terribile! oh rimorso tremendo diallora!
— Ricordi?
Sì, egli ricordava; rivedeva cose che il suo labbro, la sua parola non poteva esprimere — cose strane, ma vive e reali.
Poi sparivano; si faceva un gran buio nella sua mente; sparivano le immagini; restava il senso di esse.
E gli pareva che Krimilth, china su lui, dicesse: — la colpa ci ha uniti: — non può riunirci nulla di lieto; riparazione, riparazione — lo vuoi? — vedrai per me, sentirò per te, vuoi? tutta la vita — breve — ma tutta — vuoi, — vuoi?
E Gustavo rispondeva: — No! no!...
················
Si trovò solo, disteso sul pavimento; il fuoco era spento.
Quanto fosse rimasto colà non sapeva; cominciava il barlume del crepuscolo.
Rammentò la scena spaventosa. Era sogno, delirio? Era una cosa orribile.
S’alzò, fuggì all’aperto; — all’uscire della porta intese una voce ripetergli: — vuoi? tutta! tutta!
E corse zoppicando per la valle.
Un mandriano che incontrò lo aiutò a trascinarsi a Gressoney la Trinité. — Di lì si fè trasportare a Pont Saint-Martin.
Gustavo Michis mi narrò questa storia con la sicurezza inconscia, passiva del sonnambulo che descrive la propria visione. Il mio racconto appena riproduce la precisione del suo.
Mentre parlava, il povero amico mio aveva l’occhio fisso, atterrito; il suo viso scarno, sparuto, smorto, si contraeva dolorosamente, e parlava sempre collo stesso tono di voce.
Quando ebbe finito, raccapricciava tutto. Mi stese la mano, era umida e fredda. Non pensai neppure a rassicurarlo colle solite volgarità. C’era, sotto a quella calma apparente, lì dentro a quell’anima, qualcosa di straordinario, di morboso, ma vero. Almeno mi parve allora, mi parve sempre che parlai con lui.
Gustavo mi strinse la mano e disse:
— Non ho avuto il coraggio di sacrificarmi a quella creatura — ma sono suo lo stesso — lo sento....
Dopo qualche giorno l’amico se n’andò e per un anno intero non ebbi notizie di lui: non osavo chiederne — quella sua sciagura mi turbava — cercai dimenticarlo.
Ma l’autunno successivo, credo la stessa settimana di settembre, egli tornò da me; mi capitò in casa una sera, mi abbracciò, e, senza quasi salutarmi, come continuasse un discorso allora interrotto, mi disse:
— Ho risoluto di affrontare la mia sorte; non posso vivere, non posso morire lontano da lei, — vado e tu mi devi accompagnare — chiedo alla tua amicizia questo grande servizio.
Il credereste? — adesso pare strano anche a me. — In quel punto non pensai a ricusare, a combattere il suo disegno; ero soggiogato dalla sua fermezza; gli chiesi:
— Quando partiamo?
— Domattina.
E partimmo diffatti.
Due giorni dopo eravamo a Gressoney.
Superammo il ciglione di Trina che il sole tramontava; l’ultimo raggio fuggiva su pei ghiacciai del monte Rosa e ne scendeva attraverso gli abeti un sottile vapore turchiniccio.
La piccola valletta, uguale, queta, raccolta, si nascondeva a poco a poco nell’ombra; gli ontani tuffavano i rami nello scialbo lume del crepuscolo, e in mezzo a quelli spariva il campanile della modesta chiesuola; lo squillo della sera, voce solenne e tranquilla del villaggio, salutava il giorno morente.
Mi stringeva il cuore una grande tristezza.
Gustavo era inquieto, ansioso. Correvamo trafelati senza sapere il perchè.
All’ingresso del paese, accanto al piccolo cimitero, un giovane si fe’ incontro a Gustavo.
— Presto, presto, vi aspetta, — mormorò.
Gustavo mi disse poi che non aveva annunziato a nessuno il nostro arrivo.
Nessuno di noi due rispose: seguimmo il montanaro su per la valle.
Era Karl.
Dopo alcuni minuti Gustavo si fermò e gli chiese:
— E lei?
— Muore, — disse Karl, — e non scorderò mai quella sua voce: v’era un dolore infinito e una gran collera.
Arrivammo a notte chiusa alla casa dei Peyrat. Tirava un rovaio pungente; aveva nevicato il giorno prima.
Attraversammo l’orto, entrammo nella casetta di Karl.
Ci fe’ salire una scala di legno.
Entrammo in una cameretta tutta parata di bianco.
Una lucerna di veglia gettava una luce velata sopra un letticciuolo e sopra una fanciulla morente.
Riconobbi tosto la Krimilth, quale me l’aveva descritta Gustavo: il suo volto pareva di cera. Alcune treccie di capelli rossi bellissimi scendevano sul guanciale. Era una figura singolarissima, non bella, — più che bella.
Una giovinetta, la sorella di Karl che stava accanto al letto, venne alla nostra volta.
Gustavo solo si accostò. La Krimilth si volse da lui, gli stese la mano.
— Tardi, — disse con voce dolce e lamentevole, — però hai fatto bene a venire; tu abbrevii le mie pene. Povero amico! non hai voluto la rigenerazione, non ti rimane che l’espiazione, povero amico!... Il tuo cuore è fiacco e molte prove ti aspettano. — Nessuno sfugge alla sua sorte. Chi non la combatte la sopporta.
— Krimilth! ero venuto per te, — disse angosciato Gustavo.
Ella scosse il capo.
— No, no, per te, per te solo. Ascolta. Ho molto a dirti; chinati qua presso alle labbra; aspetta ed ascolta.
Gustavo s’inginocchiò al capezzale.
La fanciulla fe’ un cenno, Karl si appressò; ella mormorò qualche parola per dir che voleva restar sola con Gustavo.
Karl tornò verso di me, mi prese pel braccio e senza cerimonie mi tirò nella camera attigua.
Passammo parecchie ore seduti l’uno in faccia all’altro senza far parola. Sentivamo, a intervalli, indistinta la voce di Krimilth; sempre più fioca, sempre più fioca. Parlava e nessuno le rispondeva.
A un tratto tacque.
Poco dopo Gustavo entrò nella camera, mi pose le due mani sulle spalle, mi disse: è morta.
Karl stramazzò al suolo: la sorella si precipitò nella camera di Krimilth.
Noi due uscimmo. Gustavo mi faceva paura.
················
Ricondussi l’amico presso la sua famiglia in Torino.
Dopo una lunga prostrazione morale di parecchi mesi, parve riaversi.
Seguendo la tradizione della famiglia entrò nella magistratura; chiese ed ottenne un posto di sostituto in una procura regia delle provincie meridionali. Dicono che quivi si mostrasse tranquillo, e, ad intervalli, anche sereno.
Era laboriosissimo. Buono com’è, tutti gli volevan bene; strinse relazione con una famiglia del luogo e stava per prender moglie.
Alla mattina delle nozze lo trovarono svenuto a terra nella sua stanza.
Tornato in sè, diè in smanie, cadde in convulsioni terribili. I parenti suoi lo collocarono in una casa di salute. Ma riuscì a fuggire e scomparve.
Tutti lo credono pazzo, ed anch’io mi sforzo di crederlo, ma quando penso al suo racconto e a ciò che ho visto, non ci riesco.
FINE.