Non la siepe che l'orto v'imprunaÈ il confin dell'Italia, o ringhiosi,Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosiSon gli sgherri che vengon di là.(BERCHET.)
Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l'Italiana e l'Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole teste dell'Europa. Ma che per lungo spazio d'intestine discordie, a cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda dei popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia armata guerriera.
Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi, non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per l'Italia e per la Spagna l'influenza pestifera del clero, non si stupirà di trovare in coteste meridionali società un'inferiorità marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta che alla coda delle nazioni civili dell'Europa, minime per potenza, per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali penisole.
Le tre nazioni sono propense alla discordia, ma certo nessuna supera l'Italiana. In nessuna, è vero, il rovente ferro della superstizione marcò con segno più indelebile le fatali sue opere. Sede della Negromanzia del mondo, non poteva succedere altrimenti. E vedete quindi i discendenti del più robusto ed altiero degli antichi popoli della terra mingherlini, piccini, curvi della schiena, non dal lavoro, essi amano il non far niente perchè deboli, ma ridotti tali dalle genuflessioni, dai baciamani e dalle umiltà insegnate dai preti. E qui ripeterò forse per la decima volta che se gl'Italiani hanno la dabbenaggine di perdonare ai neri le torture, gli auto-da-fè e d'essere stati venduti settanta e sette volte da loro agli stranieri, essi perdonar non potranno ai loro perversi precettori d'aver loro insegnato ad esser codardi¹.
¹ Quando vi danno uno schiaffo, voi porgete l'altra guancia, vi dicono.
Ritornando al mio tema delle discordie italiane, io non accennerò ad individui, poichè più che a coloro che parzialmente reggevano le sorti del nostro paese, nel 48 e nel 49, debbasi attribuire la colpa alla fatalità che da tanti secoli pesa sulla patria italiana, ed all'indole nostra, bisogna confessarlo, propensa alla discordia. Quand'anche si tolgano alcune difese e brillanti fatti d'armi di popolo e di esercito,—ma tutta roba parziale e di povere conseguenze,—l'Italia del 48 e 49 presenta dei risultati miseri, inconcludenti, fittizi che la rigettarono in una condizione vergognosa, forse peggiore da quella da cui si era emancipata con uno slancio sorprendente, fuoco di paglia però e senza consistenza.
E qui torno sulla poca nostra costanza nei cimenti, non essendovi una guerra italiana nei tempi moderni che conti sei mesi di vita.
Paragonatemi queste miserie coi magnifici fatti che adornano le lunghe resistenze degli Americani del settentrione e del mezzogiorno, dei Greci, dei Messicani, paragonatele e dovremo coprirci il volto di vergogna.
Termino questo ripugnante capitolo, che sarei troppo lungo e forse nojoso, se volessi enumerare le turpitudini di chi ha retto e regge questo nostro sventurato paese ed il pecoresco popolo che tanto si è lasciato malmenare.
Anch'io provaiLa gentil voluttà d'esser pia.(BERCHET).
Oh donna!… se tu fosti veramente creata, certo fosti concepita in un istante di sorriso dell'onnipotente! e certo il creato sorrise all'apparizione tua sulla terra!
E che m'importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie dell'educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!… casta, ideale, fantastica… E quindi, il primo, lo squisitissimo, l'incomparabile capo d'opera dell'Eterno!
Compagna e consolatrice dell'uomo, tu sei, quando buona, il più prezioso de' suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!
In tempo di guerra, cioè quando l'uomo cerca ogni mezzo possibile di distruggere l'uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.
La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l'ospedale, ove fu condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell'alta aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del popolo, la cura del diletto del suo cuore.
La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento nell'Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.
Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l'amico suo Leonida, ferito anch'egli il giorno 30, e curato dall'amante sua, la gentile Cecilia, che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari feriti, esse contrassero quell'amicizia, che quando ferve in anime ben nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.
Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d'ogni parte d'Italia e d'ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi sostenitori dell'onor italiano, non eran certo meno ben curati i due nostri amici dalle passionate fanciulle, che volentieri avrebbero dato la vita per essi.
Un giorno alla richiesta d'Ida, uno dei serventi maschi dell'ospedale le recò una minestrina, ch'era stata concessa al Cantoni, dopo molti giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente, ed in quell'atto, un movimento convulso della mano maschile fece spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.
La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell'uomo e rimase come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi per non più vedere l'apparizione sinistra, essa inciampò nel bracco di Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad aver appetito, in un dispiacevole digiuno.
Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi, precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d'aver stirato convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all'amato suo padrone, che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere per soccorrerlo.
Il servente era sparito, e per quante indagini si facessero non si pervenne a rintracciarlo: Ida però disse a Cantoni: «Io ho ravvisato il sinistro ceffo del Gesuita, non so se con barba tinta o finta. Ma certo io conoscerò sempre tra le più folte moltitudini l'orribile sembiante del mio tentatore.»
Il perverso settario di Lojola era pervenuto ad eludere la vigilanza dei volontari nel quartiere di San Silvestro, e s'era presentato come servente nell'ospedale dei feriti, ove abbondavano signore d'ogni classe, ma si difettava del servigio d'uomini.
Egli avea adocchiato nelle sale e ricercato coll'avidità del bracco le sue prede. Una volta trovato il giaciglio di Cantoni, non tardò ad ordire per avvelenarlo, l'infernale trama che abbiam veduto non riuscire per la miracolosa eventualità di trovarsi sui suoi passi l'infelice animale.
Che mi vengano poi a cantare i melliflui e malvacei liberali d'ogni colore la loro libera Chiesa in libero Stato, separazione dello Stato e della Chiesa, e finalmente la semplice eliminazione del poter temporale. Io risponderò sempre a cotestoro che non v'è patto possibile coi lupi e colle vipere certamente meno nocivi del prete.
Non so se la civilizzazione presente colla sua massa di ministri, di prefetti, di birri e d'insopportabili tasse sia preferibile alla vita selvaggia, ma libera ed indipendente. (Autore conosciuto,)
Una sera al ritorno della gloriosa spedizione del Salto, la Legione Italiana di Montevideo, imbarcata sulla squadriglia Orientale¹, approdava al Rincon de las Gallinas², e giunta in quel punto essa contemplò il piacevole spettacolo di varii matreros³, che in virtù degli ordini anteriormente spediti da Juan de la Cruz loro capo, si presentavano sul lido con una quantità proporzionata di zez° nel laccio, ed in men che lo dico quelle vaccine erano rovesciate al suolo e macellate.
¹ La Republica di Montevideo, chiamasi Orientale di Uruguay² Rincon, canto, angolo, specie di penisola formata dall'Uruguaye dal suo confluente il Rio-Negro.³ Matreros, indipendenti.°Zez, vaccina morta prima di macellarla.
I nostri Legionari, cari ai matreros, e che da loro come da tutti s'eran meritato il nome divalentiesin cento combattimenti, furono accolti con amore. In poco tempo cento fuochi erano accesi, e fregiati con dei bellissimi açados¹. E se ne intendevano di carne buona di vaquillonas, quegli svelti e coraggiosi figli del deserto, assuefatti alla carne abbrustolata senza verun altro alimento. Un barile d'acquavite era la sola eccezione, tra tanta gente, vissuta della parca vita del campo.
¹ Açados, arrosto.
Il capo degli indipendenti, Tuan de la Cruz, era il vero tipo di quella razza. Alto di statura, con un pajo di spalle da Ercole, la testa coperta di folta e nera capigliatura che corrispondeva perfettamente alla irta sua barba ed alle pupille sue arcate e nerissime.
Bello e regolare il suo volto; dagli occhi suoi partiva quel tale sguardo che non è dato a creatura umana di sostenere. Egli compiacevasi nel vedere le destrezze dei suoi uomini a preparare il festino, e la cordiale famigliarità degli stessi cogli Italiani loro fratelli d'armi.
Un nembo minaccioso da mezzogiorno cominciava ad illuminare l'atmosfera con ripetuti lampi ed il tuono scuoteva la terra coll'invadente suo rimbombo. E veramente, appena collocatisi a canto ai fuochi, e cominciando ciurasqueau¹ una tempesta di vento, grandine e pioggia disturbò non poco i preliminari del banchetto, ma come gente assueffatta a tali carezze degli elementi, matreros ed Italiani ripresero ben presto la consueta ilarità, e lavando la gola con un trago² d'acquavita, essi furono subito all'ordine.
¹ Prender dei pezzetti di carne, gettarli nel fuoco, mangiarel'esterno arrostito, e rigettarli ancora al fuoco.² Trago, sorso.
Un'antica ed altissima pianta, situata vicino al quartier generale, fu accesa con qualche fatica da prima, ma poi, quando erano in fuoco il legno corroso dagli anni, essa illuminava il campo lottando contro la pioggia che la voleva estinguere ed il vento che l'attizzava. Tale luminaria non mancò di divertir molto i giovani Legionari, che battendo con pezzi di legno l'annosa pianta la facean scintillare e spruzzare faville sui più vicini che, mezzo ridendo e mezzo brontolando, finivano per maledirli. Troppi legami di fratellanza però esistevano in quella prode brigata perchè vi potessero nascere delle risse.
Come si ebbe mangiato a sazietà dell'eccellente carne e vuoto il barile dell'acquavita, il temporale sembrò molto meno fastidioso, tanto più che esso s'era ridotto in una continua, ma soave pioggia.
Juan de la Cruz il valoroso comandante dei matreros, dopo d'aver pulito il suo coltello sugli stivali¹ e dopo d'avere scosso il suo poncio² dalla pioggia, fu il primo, a richiesta dei Legionari a rompere il silenzio comandato dalla fame, e a raccontare per passare il tempo, il modo in cui aveva vissuto per molti anni l'errante sua vita, e come avea potuto disciplinare quegli indipendenti selvatici, ed insoffrenti di qualunque dominio, come lo Stallone de Las Pampas.³
¹ Uso di quei paesi, ove mangiando solo carne, bisogna possedereun buon coltello ed averne molta cura, nettandolo sugli stivaliche sono generalmente di cuojo crudo, e chiamati botas siatro(puledro). Si ha anche il vantaggio d'ingrassarli.² Poncio, mantello.³ Pampas, immense pianure sulla destra del Rio de la Plata.
«Questi valorosi, che voi avete conosciuto ed ammirato in dieci combattimenti, e che il mondo crede nemici d'ogni disciplina, sono la gente più disciplinabile che vi sia. Essi hanno scelto questa vita errante, piuttosto che rimanere al capriccio dei candillos¹ che sotto il nome di Repubblicani, altro non eran che capi assoluti della Repubblica, non meno despoti dello stesso tiranno di Buenos-Ayres. Lo Statuto era per loro un patto che serviva solo a velare il loro dispotismo ed a far sancire dai sedicenti rappresentanti del popolo, da loro stessi creati, ogni specie di nefandezze.
¹ Candillos, capi militari.
»Io li ho raccolti in questi deserti e vi assicuro che in quindici anni che ne sono capo, non ebbi a lamentarmi una sola volta di loro.
»Noi scansiamo quanto possibile incontri con gente del Governo, ma certamente ogni volta che fummo cercati, ci trovarono, e la mia gente in nessuna circostanza combatte tanto volentieri quanto contro le livree.
»A noi un buon cavallo serve per ogni cosa, e quando è stanco, ne troviamo subito un altro in questi immensi campi ricchissimi di ogni sorta di bestiame.¹
¹ Io ho veramente veduto quelle campagne dell'America meridionale, coperte di vaccine, cavalli, pecore, scimie da far meraviglia.
»I momenti d'ozio noi li occupiamo a far selle, lacci, bolle¹, maniadores² e tutto che ci abbisogna per la vita materiale. E voi capite quanto sia necessario di tener in regola ogni nostro arnese indispensabile ad ogni ora per vivere e combattere.
¹ Le palle di ferro ricoperte di cuojo e rannodate con coreggia,di cui gli Americani si servono con gran destrezza.² Coreggia più lunga per legare i cavalli.
»Anche la vita morale è qui in onore, e tra noi si trova sempre qualche avanzo dalle scuole cittadine, che insegna a leggere e scrivere a chi non sa, e nelle nostre serate campestri qualche vecchio, sperimentato da lunghi anni alla nostra guerra d'indipendenza, racconta alcune volte novelle e favole, ma sempre argomenti che possano adornare la vita intellettuale di chi le ascolta.
«Io sono qui il capo, ma per l'elezione liberissima de' miei compagni, che, dopo d'avermi eletto, d'altro non si curano, e la mia volontà è legge, mentre i veri rappresentanti del popolo, eletti come me in ogni centuria, non si presero mai pensiero di avvertirmi che un altro è destinato a sostituirmi. Qui non preti, non prefetti, non birri, non dottori, non quell'ammasso di leggi scritte, che finalmente s'interpretano sempre dai potenti, come a loro fa comodo. Ma quando occorre qualche differenza tra gl'Indipendenti (cosa rara) essi ricorrono a me ed in poche parole la contesa è regolata, senza spese e cartastraccia.
«Abbiamo le nostre donne (e Juan de la Cruz ne avea una bellissima), un matrimonio d'affetto, e non v'è esempio d'infedeltà o di risse per esse. Esse, che vanno a cavallo, come qualunque di noi, hanno cura de' nostri cavalli di riserva, li conducono in tempo di marcia sul fianco meno esposto al nemico, con una destrezza unica.
«Noi non marciamo sempre a cavallo, benchè i cavalli nostri sieno assueffatti a passare i fiumi: alcune volte ci serviamo di canoe (barche) il maneggio delle quali intendiamo quanto l'equitazione, e ben ci valgono tra questi immensi corsi d'acqua, poichè noi passiamo con esse da questi colli orientali, nell'Entrerios, a Corrientes, e sino nelle vastissime pianure de las Pampas.
«La fama della Legione Italiana si era sparsa tra questi nostri coraggiosi compagni, squisiti estimatori del valore; e quando si seppe che eravate, rimontando l'Uruguay, per combattere le orde di Oribes e di Rosas, essi ardevano dal desiderio di riunirsi a voi e poco faticarono a risolvermi, essendo io stesso già amico vostro prima di conoscervi.
«Comunque fosse essendo l'Uruguay ancora infestato da baleniere¹ armate da Rosas, e non potendo avvicinare il fiume a cavallo, io spesso mi avventuravo in una canoa, e cercavo con essa di recarmi in siti, ove senza essere scoperto, potessi osservare il vostro arrivo. E veramente fu dalla chioma d'un grand'albero ch'io scopersi il maggiore Cavalho amico mio, che veniva in cerca di me mandato dal vostro capo.
¹ Sono generalmente barche leggiere che servono alle navi destinate alla pesca della balena. Ma nei fiumi del Plata, spesso le stesse servono armate in guerra.
»Dall'alto del maestoso e follamente chiomato figlio della selva ove fosse stato un nemico che m'insidiasse, io lo avrei colpito a morte come una gazzella, senza che si vedesse d'onde partiva il colpo. Naturalmente però mi contentai di spaventare l'amico, con un—Alto là! un po' ruvido veramente, ma siccome seguito dal nome del Maggiore da me conosciuto, ciò ne modificò l'asprezza.
»Da quel momento la sorte de' miei compagni e la mia, fu indissolubilmente vincolata alla brillantissima spedizione, ove di tanta gloria fu fregiato il nome Italiano. E certo nessun potere sulla terra, sarebbe giunto a magnetizzare come voi, questi miei liberi figli del deserto.»
»Il Colonnello Angani¹ Comandante della Legione rispose al Comand. dei matrerosi; Prode Juan de le Cruz, è vero noi ebbimo brillanti fatti d'armi, che meritarono alla Legione Italiana gli elogi universali, e la destra dell'esercito Orientale. Onore che stranieri come noi, appena avrebbero sognato in un esercito giustamente stimato come valoroso. Ma senza di voi, l'estinto vostro compagno Mundels² e questi vostri leoni equestri, poco o nulla avremmo potuto fare, giacchè in questi vostri campi nemmeno si mangia senza cavalli, e noi partimmo da Montevideo con soli sei cavalli, mentre trovando voi, fummo subito padroni di ben mille con cui potemmo imprendere ogni operazione.»
¹ Il Colonnello Angani, Lombardo è il militare di più modestoch'io m'abbia conosciuto.—Ad Angani la Legione dovette la suabella organizzazione, e le pagine le più brillanti della suastoria.—E se Angani avesse vissuto, e fosse stato apprezzatocome lo meritava, certo l'esercito italiano sarebbe statodegnamente comandato.² Mundels, figlio d'un inglese e possidente al Queguary—uno deiconfluenti dell'Uruguay—fu uno dei più valorosi capi de'matreros che accompagnarono la Legione Italiana.
Era bello, veder la gara di questi valorosissimi attribuendosi l'un l'altro il merito d'una splendida campagna, in luogo di scendere a basse gelosie. Tale è l'indole del vero merito, della vera bravura. E la modestia che adornava questi militi del diritto è certamente il più bel elogio dell'essere umano.
Al silenzio dei capi, successe subito il ronzio delle turbe, che non potendo dormire, naturalmente dovevano occupare il tempo a qualche cosa. Dopo d'aver attizzato il fuoco, ed aggiuntovi della legna, abbondantissima in quei boschi, dopo d'aver tormentato la vecchia pianta accesa, luminaria del campo, per farle spruzzare delle scintille e fiamme, ognuno si strinse a canto al fuoco, ove qualche narratore occupava l'attenzione dei compagni, e spesso ne suscitava l'ilarità.
Io non tedierò il lettore colle moltiformi storie che uscivano da questa gioventù ammirabile per coraggio, e dei fatti compiuti a pro della libertà dei popoli, ma che forse si risentiva un po' della vita sciolta a cui era assueffatta da tempo. La maggior parte dei racconti alludevano alle galanterie degli scarafaggi (preti) dei loro paesi, così astuti nella seduzione delle donne, massime nei villaggi. Ed anche con episodi di questa brutta gente non voglio nauseare chi legge. Farò cenno soltanto di alcune narrazioni di quella notte, che provano l'indole della gente che mi accompagnava.
L'ardue imprese non temo, l'umili non sprezzo.(TASSO).
Nello, uno dei forti Liguri che formavano il nucleo principale della Legione Italiana di Montevideo, raccontava le molte miserie, e patimenti sofferti in casa di sua madre, per la brutalità d'un patrigno.
»La mia infanzia, egli diceva, fu una serie di dolori. Battuto atrocemente per il minimo motivo, e sovente messo fuori di casa di notte, anche nell'inverno coi nostri monti coperti di neve, io ero obbligato di cercarmi un ricovero nel deposito delle foglie di castagne che si raccoglievano e farmene lettiera. La mia povera madre, che mi amava teneramente, era sovente essa stessa vittima di quel mostro. E guai s'essa avesse avuto l'aria di difendermi. Ciò più mi feriva ancora dei maltrattamenti usati al mio corpiccino da quello scellerato, perchè anch'io amavo tanto la mia buona genitrice.
»Il mio patrigno era un cocchiere e teneva vettura d'affitto. Non occorre dire che appena mi sentii capace di guidare un veicolo, egli stesso m'imbarcava sopra il sedile, se no eran staffilate peggio dei cavalli. Colla differenza ch'egli non stimava abbastanza il progresso delle mie membra, dovuto alla mia forte costituzione, all'esercizio quasi continuo in cui vivevo, e finalmente alla buona cena con cui mi trattavo nelle osterie della via, sempre propense a favorire i cocchieri, colla speranza d'aver viaggiatori. Una sera, secondo il suo solito, dopo d'aver bevuto oltremodo, egli cominciò a maltrattare mia madre, pria con parole, e poi con schiaffi e pugni. Avevo quindici anni—e questo pugnale, acquistato nei miei viaggi, mi batteva la cintola, come se vi avessi un cilicio; i miei occhi s'intorbidirono, e non vedevo che sangue. Avevo la sinistra al colletto del malvivente inclinato sulla giacente mia madre, la punta del mio ferro già passava la clavicola ed io certo lo immergevo sino alla guardia come se fosse stato nel burro!
»Un grido di mia madre mi trattenne. Essa aveva veduto luccicare l'acciaro nella mia mano. Allora mi contentai di rovesciare sul pavimento l'ubbriaco.
»Sollevai mia madre, ed ambi piangemmo quasi tutta la notte insieme.
»Alla mattina, col pretesto di un viaggio vicino, attaccai un calesse col miglior cavallo, giunsi a Genova, vendei l'uno e l'altro, e presi subito passaggio per Montevideo.»
A Nello colla sua storia un po' seria subentrò Carbonin. Questi era proprio dell'interno della città di Genova, del celebre quartiere di Portoria, e faceto fu veramente il suo racconto nel grazioso dialetto genovese.
»Io all'incontro ebbi un eccellente padre, cominciò Carbonin; e l'amor suo per me contribuì forse a farmi piùbimboloche non lo fossi per natura.
»Tra le facezie da me perpetrate al mio buon genitore, io conterò solamente la seguente;
»Un giorno non avendo soldi da divertirmi presi il _rescentà_¹ di casa ed andai a venderlo a Sottoriva².
¹ Rescentà.—Specie di secchia in rame. ² Specie di strada coperta o Bazar ove si compra e si vende ogni cosa.
»La nostra casa era al mercato del pesce e tra questa e Sotto-riva vi è un pozzo comune ov'io soleva attinger acqua per uso di casa.—Ilrescentàmi è cascato nel pozzo! io esclamai presentandomi a mio padre con finte lagrime.
»Non piangere, mi disse quell'eccellente cuore, noi andremo col rampino e lo pescheremo.
»Ci vuol'altro, pensavo tra me, per pescare ilrescentà, e facendo il gnorri e l'afflitto seguitai mio padre, che alacramente ricammminavasi verso il pozzo col rampino, quasi certo di raccogliere presto lo smarrito utensile. Giunto al pozzo, mio padre gettò il rampino e dopo vari infruttuosi tentativi, si fermò stanco, e fisse nei miei i suoi occhi.
»Io con quella ingenua furfanteria che mi conoscete—«Padre! dicevo con voce melliflua. Gettate un po' più sottoriva.
»Aggiungevo così lo scherno al delitto!
»Povero padre! conosco oggi, quanto bene mi voleva quella santa creatura. Egli senza alterarsi dopo d'aver faticato invano per un un bel pezzo, mi disse: Vieni, saremo più fortunati domani.»
A Nello e Carbonin successero altri narratori di cose facete, che lungo sarebbe raccontarle.—Tutte però provavano di che classe di gente era composto quel corpo. Prodi, sino all'eroismo, ma non roba d'ordine, come l'intendono i moderati, e sopratutto poco devoti a Madre Chiesa ed a' suoi ipocriti ministri, come lo provarono all'assalto della Colonia¹, avendovi fatto fare da cuoco al reverendo curato, fatta servire a tavola la casta sua Perpetua, ed essendosi rivestitisi quei bei musi di Legionari cogli abiti sacerdotali, con cui funzionarono quella notte, al chiarore delle sacre torcie, al suono dei sacri cantici e colla gola mediocremente lavata dal vino che correva per le contrade della città deserta².
¹ Paese sulla sponda sinistra del Plata—a circa cento miglia atramontana di Montevideo.—² Istorico.—Il nemico avendo ordinato alla popolazione dievacuare la città, mise fuoco alle case, le soldatesche prima diabbandonarla ruotolarono fuori molte botti di vino e spiriti concui si ubbriacarono e poi lasciarono spandere.
I fratelli hanno ucciso i FratelliQuest'orrenda notizia vi do.(MANZONI.)
«Non odi? diceva il sergente Carbonin a Rota, suo luogotenente: «Non odi il rumore di gente che s'avanza alle nostre spalle: saranno nostri!»—E mentre il tenente porgeva l'orecchio per accertarsi del rumore, che veramente si facea sempre più vicino, un suono di tromba toccando alla carica, mise in tumulto tutto il campo dei Legionari Italiani e degli altri corpi formanti la prima spedizione uscita da Roma contro le truppe Borboniche nel 49. Il generale papalino Zucchi, conoscendo la forte posizione di Palestrina, tentò di assaltarla di notte per sorpresa, ed avendo preparate le sue colonne d'attacco al fronte della città verso mezzogiorno, mandò un corpo di Spagnuoli ad attaccare i Romani alle spalle del loro fianco destro verso settentrione, in meno scoscesa posizione.
I Romani ebbero sentore del movimento e si trovarono preparati a ricevere il nemico. Essi però non s'aspettavano ad un attacco alle spalle, ciocchè produsse qualche confusione nella nostr'ala destra, ove gli Spagnuoli caricarono risolutamente protetti dalle tenebre.
La confusione però durò poco e guidati da prodi ufficiali, e da alcuni sott'ufficiali avanzi delle guerre americane, i nostri Legionari, dopo d'aver piegato un momento, si precipitarono sul nemico, che sbaragliarono completamente. Ciononostante perdemmo alcuni valorosi in quel conflitto notturno, e l'alba rischiarando il campo della strage mostrava le marziali fisonomie di Rota e di Carbonin, distesi cadaveri, ed attorniati da cadaveri nemici.
Rota e Carbonin erano caduti al posto di guardia loro assegnato, senza cedere un palmo di terreno. Il loro petto era crivellato di ferite.
Assicuratosi che l'attacco sulla destra aveva avuto luogo, il generale Zucchi lanciò le sue colonne sul centro e la sinistra, ove, favoriti dalle posizioni e comandati dai valorosi Manara¹ e Zambianchi, i Romani ricacciarono gli assalitori nel piano con tanto impeto da non lasciar più loro il tempo di riordinarsi.
¹ Il colonello Manara di Milano, è una di quelle individualità militari, difficile da rimpiazzarsi. Egli avrebbe ben degnamente guidato l'esercito italiano a decisiva battaglia.
La vittoria fu completa, ma la celerità del nemico nel ritirarsi e la mancanza di cavalleria per parte nostra, resero i risultati di quel brillante fatto d'armi insignificante.
Comunque fosse il Borbone ed i suoi alleati di Spagna ebbero una prima lezione dai coraggiosi figli della Republica, che avean prima l'aria di disprezzare.
Les Republicans sont des hommes,Les esclaves sont des enfant.(CHENIER.)
Io non mi fermerò a narrare il bene e gli errori commessi da chi reggeva le sorti della Republica Romana. Ricorderò soltanto che quando uno straniero qualunque invade il paese, ogni soldato, dal piffero al generale in capo di quell'esercito straniero, dev'essere trattato come assassino, e non con i guanti di seta, come generalmente succede in Italia.
E qui mi colpisce ancora la desolante, la sciagurata idea del prete, che ha fatto di questa terra di delizie una villeggiatura allo sgherro straniero, e di questo popolo, che pure è stato qualche cosa nel mondo, una famiglia di servi e di prostitute.
Sì! li ho veduti io colle loro facce rubiconde dalle vivande e dal vino questi scarafaggi marciare davanti le colonne straniere col crocifisso alla mano, servendo loro di guida e sorridendo alla folla dei villani da loro ingannati come se avessero voluto dire: «Qui noi vi conduciamo i liberatori! E veramente i neri nel Croato e nel Bonapartesco trovavan sempre i liberatori del ventre, minacciato dallo sdegno e dall'insofferenza di questo popol tradito!
I sacerdoti dell'Incas, i Papas, gli Ulema, i Bonzi pugnano alla testa del loro popolo contro gli invasori stranieri: solo questa schiatta di traditori che fanno capo a Roma non pugnano perchè troppo codardi, ma vendono sempre allo straniero il loro nativo paese! «E Cristo teco alfine non s'adira! (Petrarca).»
A Velletri l'esercito borbonico fu una seconda volta snidato daiRepubblicani, ed il re in persona lo comandava allora.
L'esercito nemico, fortificato nell'antica Velitre dei Volsci, aspettò di piè fermo l'avanguardia dell'esercito republicano, il cui oggetto non era d'attaccarlo, ma di non lasciarlo fuggire, siccome annunziavano tutte le informazioni raccolte per via, e non credendo che il grosso dell'esercito nostro comandato dal generale in capo Roselli potesse tanto ritardare.
I Borbonici, molto superiori di forze e vedendo davanti a loro poca gente, tentarono una sortita, ove si distinse particolarmente la cavalleria napoletana, ad onta d'esser il campo di battaglia poco adequato per cavalli.
«Guarda, diceva Ida a Cantoni, ancora convalescente dalle sue ferite, con che furia caricano quei cavalieri napoletani i pochi lancieri di Masina¹ e come fuggono i nostri!» I nostri veramente non fuggivano, ma per vizio assai comune nei cavalli italiani male addestrati, essi non potevano trattenere i focosi animali spaventati dalle cannonate e dalle fucilate che mai non avevano udito.
¹ Masina è la più bella figura marziale, che io m'abbia veduto nell'esercito Italiano. Egli e Daverio furon gli eroi della giornata respingendo l'attacco del nemico con un'audacia degna de' tempi antichi. Ambi, Masina e Daverio, morirono il 3 Giugno; i loro cadaveri furono trovati in mezzo alle riserve dei quarantamila soldati del Bonaparte che ci attaccarono traditoriamente in quel giorno fatale. Daverio era moralmente e fisicamente il ritratto d'Anzani.
La strada, ove ebbe luogo quella carica di cavalleria era incassata, tagliando quasi ad angolo retto delle collinette coperte di vigne; sui ciglioni di quelle colline, erano scaglionati distaccamenti della Legione Italiana, e come riserve, alcuni uomini d'un reggimento pontificio allora al servizio della Repubblica.
Due pezzi d'artiglieria erano collocati indietro delle linee repubblicane, in posizione dominante.
Il terreno, occupato dai nostri, come si vede, era adequato per una bella difesa. Verso le 10 antim. l'esercito Borbonico prendeva le sue disposizioni per la sortita e l'attacco. Una forte colonna di fanteria sortiva per la strada principale, preceduta da uno squadrone di cavalleria, e sui suoi fianchi, numerose linee di tiratori s'avanzavano per le vigne attaccando a fucilate i nostri fianchi. Lo sforzo principale del nemico era sul fianco del nostro corpo, situato in posizione che tutto dominava e che si poteva chiamare l'obbiettivo del campo di battaglia. E veramente, padrone di quelle alture, il nemico, colle preponderanti sue masse, ci avrebbe avviluppati e minacciati nella nostra ritirata. Ma in quel punto trovavasi l'intrepido colonnello Marrocchetti¹, comandante della Legione Italiana, e di tutta la vanguardia. Con lui stavano Masina e Daverio, che valevano un esercito.
¹ Il colonello Marrocchetti avanzo delle guerre di Spagna, d'America e d'Africa, comandante la Legione Italiana a S. Antonio, ove fu ferito. Egli dopo di aver servito nella Legione molti anni fu uno dei 78 che da Montevideo vennero in Italia nel 48. Erano intrepidissimi militi.
Il colonnello Marrocchetti dopo d'aver ordinato ai Legionari di coricarsi, e lasciar avanzare il nemico senza far un tiro, quando questo giunse a breve distanza, ordinò la carica, e come leoni sulla preda, si precipitarono i Repubblicani sui Borbonici, e si portarono a bajonettate sino dentro Velletri.
Nel centro le cose andavano diversamente, la colonna di fanteria s'avanzava impavida per lo stradale. Lo squadrone di cavalleria in testa, incontrossi con pochi esploratori a cavallo dei nostri, si caricò, e dopo alcune sciabolate, i pochi voltaron faccia, e spinti dal nemico alle reni i loro cavalli novizi si abbandonarono a furia ad una fuga a carriera, senza più poterli frenare.
Chi scrive trovavasi a cavallo col suo fedele Aguilan nella strada incassata tra le linee nostre di fanteria e la poca gente a cavallo. La corsa dei Repubblicani sembrò ad esso poco dignitosa, ed egli assieme al suo valoroso assistente attraversarono i cavalli in corsa per fermare i fuggiaschi. Imprudenza che quasi gli costò la vita, e quella del suo compagno. Giacchè i cavalli infuriati che giungevano sul luogo a carriera, trovando gli ostacoli di cavalli attraversati, rovesciarono cavalli, cavalieri, e cadendo alcuni dei fuggenti stessi formarono un gruppo informe a catafascio, che naturalmente divenne facilissima preda al nemico.
E veramente i Borbonici sopraggiunti inseguendo i fuggenti, cominciarono a menar sciabolate a gente incapace di difendersi, ed a gridare: «Arrendetevi!» I caduti eran tutta gente poco disposta alla resa, e sbarazzati dai cavalli, essi si atteggiarono a menar le mani. Ma cosa avrebbe potuto un numero sì sproporzionato? morire da forti. Così però non l'intendevano Cantoni ed Ida. Essi non perdevano di vista l'amato loro capo, ed accennando il pericolo, al bravo capitano Airoldi, in riserva con una compagnia di ragazzi¹ tutti si precitarono alla riscossa.
¹ Io fui sempre d'avviso per la formazione di corpi di ragazzi, e sono persuaso che con essi si possono avere i migliori militi. In questa circostanza mi salvarono la vita, in ogni città Italiana v'è sempre una esuberanza di fanciulli, orfani o con poveri parenti. Organizzati ed istruiti, essi potran formar il nerbo dell'esercito nazionale, e togliere dalla società l'elemento corrotto, Italia lo farà quando avrà un Governo.
Cantoni pel primo, saltando al dissopra dell'informe catasta, gettossi tra me ed un nemico che mi travagliava da vicino, e contro cui io difficilmente mi difendevo essendo rotto dalle contusioni, e mentre il Borbonico mi feriva, forse con un colpo sulla testa, la sciabola liberatrice lo colpiva e bestemmiando si ritirava col braccio penzolone.
Ida armata della lancia d'un lanciere caduto, tempestava a fianco dell'amante. Io giammai avrei creduto la bellissima fanciulla capace di tanto eroismo; essa somigliava un demone colla faccia d'angelo. La svelta schiera dei giovinetti, come se fosse in un campo di ricreazione, lanciavasi a corpo perduto, ed al grido diViva l'Italia!maravigliava quanti nemici si trovava davanti.
Intanto l'ala destra nostra, vittoriosa obbligava anche il centro e la destra del nemico, che potevan esser tagliate, a ritirarsi precipitosamente. Cosicchè tutto l'esercito borbonico fu ricacciato in Velletri. Mentre la vanguardia dell'esercito repubblicano trovavasi impegnata, il corpo di battaglia e la retroguardia dello stesso, che erano stati ritardati per aspettare i viveri, s'avanzavano, ma non giungevano che molto dopo la ritirata del nemico.
Qui, ad istruzione della gioventù italiana, io devo accennare ad un inconveniente ben grave nella guerra nostra. A me risuona ancora nell'orecchio, il maledetto grido:di pagnotta e paga, con cui mi salutavano i miei primi votontari nel 48. A me assueffatto coi valorosi Americani, ai quali un pezzo di carne era sufficiente alimento, doveva veramente sorprendere di trovarmi obbligato a condurre dei carri per le montagne, per dar tre pasti al giorno ai miei soldati. Meglio desistere dalle aspirazioni di libertà e di indipendenza, se non si è capaci di passare per le privazioni inseparabili dalla vita dei campi.
Io so esser bene: che il milite abbia, se possibile, il pane ogni giorno, la sua minestra con vino, ecc. Ma, per esempio, quando vi sia del pane solo, o della carne sola, si deve per ciò far meno il proprio dovere?
Per il mercenario che vive della pagnotta, e altre aspirazioni non ha che la pagnotta ed il soldo, io capisco le mormorazioni, ed anche il rifiuto di servizio; ma per il milite patriota, per il volontario al servizio della causa santa del suo paese, ciò non dovrebbe essere, perch'egli deve andar superbo di qualunque disagio sofferto.
Potendo vivere di carne sola un esercito qualunque si trae d'impedimento, valgano ad esempio gli eserciti agguerriti del Rio de la Plata che non conducono secoloro un solo carro; non proviande, quindi non carri, non un mondo di addetti alle commissarie, alle distribuzioni ecc., e certamente meno furti e dilapidazioni. Con una truppa di bovi, proporzionata ad ogni corpo, o di pecore, ecc., facili a moversi in ogni senso sui fianchi, o nella retroguardia, la gente non si trova mai affamata, se tal servizio è fatto con intelligenza ed avvedutezza.
Ciò non toglie che in tempi meno urgenti, non vi debbano esser carri, marmitte, pentole, pane, vino, ecc., e tutta quella ciurma d'imbarazzi, che accompagnano un esercito nostro, e che ne disturbano e sovente paralizzano i movimenti.
Accennando al solo alimento di carne, io alludo all'America meridionale ove tale costume è generalizzato. Io so però che non ebbi difficoltà ad Assueffarmivisi, siccome chiunque appartenne alla Legione Italiana di Montevideo, e credo quindi non difficile assueffarvi la gioventù nostra, destinata a passar ancora per delle forti e disagiate prove, prima di poter gridar al mondo: Noi siamo i padroni della nostra terra, e l'Italia ha cessato d'esser una menzogna.—Il 67 nell'agro Romano, ove vi fu veramente dell'eroismo per parte della gioventù nostra nelle varie pugne, si mancò al solito di costanza, non si volle adattarsi a mangiare carne sola, abbondantissima in quelle contrade, si volle pane ad ogni costo, e non si poteva ottennerne per tanti motivi, cioè, per non aver forni sufficienti, e per esser intercettato il pane nostro dal sediciente governo italiano. E a tutto ciò diede l'ultimo crollo in quella gloriosa e sventurata campagna, il tradimento del governo e dei dottrinari!
Nella circostanza che abbiam descritto (Velletri 1849) successe dunque che il corpo principale dell'esercito Romano, fermo a Zaccarolo in aspettativa delle razioni da Roma, perdette un tempo prezioso e ciò fu il motivo d'aver potuto il re di Napoli far la sua ritirata non disturbato. La vanguardia all'incontro, coi suoi pochi cavalieri montevideani, avea trovato nelle tenute cardinalesche, bestiame ad esuberanza con cui fece lauto pasto. E dalle informazioni prese dai viandanti, e gente del paese, il vecchio ed esperto Marrocchetti, conoscendo che l'esercito borbonico preparavasi a ritirarsi, sollecitò come abbiam veduto, e raccolse ciò nonostante sui campi di Velletri un bel frutto della campagna. L'esercito repubblicano giunse tardi alla vista di Velletri, la ritirata era già cominciata, al che l'esercito borbonico attese più marcatamente dopo la sua sconfitta coll'invio sulla via Appia che conduce a Terracina, di tutte le grosse artiglierie e bagagli. La cavalleria nemica, scaglionata a destra e sinistra della strada per proteggere la ritirata, e i suggerimenti di quanto s'era saputo ed osservato non valse a persuadere il generale in capo delle intenzioni del nemico. Dimodochè alla mattina seguente l'alba rischiarava l'esercito borbonico, lontano, lontano sulla via Appia, marciando precipitosamente verso Terracina.
La pluralità dei governanti nei tempi urgenti è la rovina della Republica.—
Uno degli errori commessi dal Governo Romano fu certamente d'aver concentrato in Roma tutte le forze della Republica. Certo ciò era desiderato dal Buonaparte e compagni, e rese facile il compito della loro infame campagna. Se essi non avessero avuto abbastanza di quaranta mila uomini per assaltar la capitale ne avrebbero inviato cento mila. Dopo le vittorie di Palestrina e Velletri sull'esercito borbonico, quell'esercito era intieramente demoralizzato, dir basti che i suoi soldati furon fatti uscir di notte da Velletri senza scarpe per non far rumore, e si sapea positivamente ch'essi fuggivano ognuno cercando di guadagnar la propria casa. Che occasione per impadronirsi del regno e dar la mano alla Sicilia eroicamente lottante!
A Bocca d'Arce, ove s'inviò un distaccamento nostro, all'apparire dei bersaglieri di Manara una divisione borbonica, comandata dal generale Vial, fuggiva.
Le deputazioni delle provincie Napoletane giungevano ad invitarci d'invadere, assicurandosi delle buone disposizioni a favor nostro in ogni parte del regno.
La Sicilia intiera era ancora un altro non ultimo motivo che doveva spingere ad invadere il Napoletano.
In luogo di localizzare la guerra in una città indifesa, con diciotto miglia di circuito, potevasi far la guerra nazionale nella campagna con dei mezzi immensi esistenti allora in Roma, trasportando la sede del governo in un punto forte, come Orvieto, per esempio, o altro, che non mancano nelle falde dell'Apennino, oppure marciando il Governo colle colonne Repubblicane, com'è successo in tante parti d'America, ed allora la perdita della Filadelfia¹ Italiana non solo sarebbe stata insignificante, ma avrebbe servito d'imbarazzo al nemico, obbligato di tenervi forte presidio.
¹ Nelle guerre d'indipendenza degli Stati Uniti, essendo allora Filadelfia la capitale, minacciata dagli Inglesi, il Governo abbandonò la città e si ritirò coll'esercito nell'interno del paese.
Nulla di tutto ciò si fece, si richiamarono in Roma una divisione esistente in Bologna, l'esercito vittorioso a Velletri, il distaccamento già entrato nel regno per Bocca d'Arce ed infine tutte quante le forze esistenti sul territorio della Repubblica, e così si diede agio al nemico di finire con un bel colpo!—Dementi che potevano sostenersi indefinitivamente e con buon successo se sparsi sul vasto e montuoso territorio dell'Italia del centro e del mezzogiorno!
Di più ci fu tolto l'onore di cadere per gli ultimi, se cader si doveva, nella gloriosa tenzone sostenuta dall'Ungheria, da Venezia e Roma.
Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage;Dieu fit la libertà, l'homme a fait l'esclavage.(CHENIER.)
Come già dicemmo, la Legione Italiana era acquartierata in Roma nel Convento di San Silvestro, che fu già di monache, e come dissero alcuni scrittori ragionati un'haremdei moderni sacerdoti di Venere e Bacco, che per isventura d'Italia governano Roma.
Il lettore ricorderà che nella notte dell'auto-da-fè dei confessionali il gesuita Gaudenzio era stato rinchiuso in detto quartiere.
Che i Legionari non fossero poi quei carcerieri, conosciuti massime dai detenuti politici, e sì famosi per crudeltà e vigilanza, tutti ponno supporre, ma si sapeva pure che Gaudenzio era stato chiuso nei sotterranei del convento, ove gli si passavano i viveri necessari, e da dove sparì una bella mattina, non essendo stati mossi i catenacci del portone, e non trovandosi nello stesso indizio alcuno di violenza. L'antipatia dei giovani militi per il prete era troppo grande da lasciar supporre, che si fosse favorita la fuga del malvivente, poi le chiavi non eran mai uscite dalla custodia dell'ufficiale di guardia.
Tutte queste considerazioni eran passate per la testa del nostro Martino Franchi, che Zambianchi accusava d'aver lasciato fuggire il sorcio.
Comunque fosse le spedizioni di Palestrina e Velletri, avevano impedito ai nostri amici di occuparsi del Gesuita; tornata però la Legione in quartiere, dopo Velletri, e giuntavi di sera, Franchi invitò Zambianchi e Cantoni ad una investigazione nei sotterranei.
Muniti delle chiavi e di torcie, i quattro amici (diciamo quattro perchè Ida colla sua curiosità donnesca, non aveva voluto perdere sì propizia occasione, per conoscere i segreti d'un convento da donna: poi trattavasi di quel misterioso individuo che già tante volte l'avea tribolata, perseguitata e che giustamente ella poteva chiamare il suo malefico tentatore),—i quattro amici dunque s'avanzarono verso il portone, lo aprirono e cominciarono a discendere in quella bolgia, ove la carità cristiana avea precipitato cristianamente un numero immenso d'innocenti vittime, la maggior parte per non più tornare a riveder il firmamento. Al chiarore dell'apertura del portone i pipistrelli schifosi svolazzavano nell'oscuro spazio, ed alcuni avean profittato del momento per sprigionarsi e solcare l'atrio colonnato del convento.
Colle mani diradavansi le ragnatele che non solamente ne ingombravano gli angoli della scalinata, ma spesso attraversavano la discesa ai viandanti posandosi spiacevolmente sul loro volto. Il topo, che probabilmente credevasi il naturale padrone del sotterraneo, appena movevasi dall'immondo pasto, per aprir un varco agli esploratori. Esso era senza dubbio il discendente dei mangiatori di cadaveri, in tempi in cui questi erano numerosi e così numerosi i conviti. Al suo dente roditore dovevasi certamente la diminuita quantità di scheletri esistenti, ciò che menomava quindi i corpi di delitto della razza reproba, che avea presieduto alle carneficine umane.
Le catacombe e i sotterranei di Roma sorprendono colla loro frequenza ed estensione; essendo però il terreno composto di un tuffo facilissimo a scavare e tenace abbastanza da potervisi praticare volte senza pericolo, agevole ne diventava l'esecuzione.—Tanto più frequente, poi esserne dovea questa ove si ponga mente alla ricchezze accumulate dai nipoti dei padroni del mondo, che dovevano cercar ricoveri da nasconderle, e sovente anche per salvare la vita dalle irruzioni sì frequenti e terribili dei nemici di Roma.
Ai discendenti degli antichi Romani, successi i preti, anche ricchissimi, diffidenti per il malo acquisto, e scopritori di quei raffinati supplizi, di cui solo un chercuto è capace, i sotterranei vieppiù si moltiplicarono, massime sotto i conventi¹, sotto le chiese, sotto le abitazioni di prelati e dei principi. Il sotterraneo di San Silvestro era dei meno importanti; non vi mancavano però celle per i condannati e le condannate in quantità ragguardevole e tutte scavate nel tuffo.
¹ Con cui i conventi dei maschi comunicavano con quei delle femmine.
Di queste celle alcune erano chiuse, altre aperte. Tutte mandavano fetore di cadavere, e se il sotterraneo non si fosse aperto in un spazio assai vasto, i nostri amici eran forse obbligati di tornare addietro per non poter resistere a tanta pestilenza.
I quattro non eran gente da spaventarsi di poco, ed innoltratisi al chiaror delle torcie in un corridojo più spazioso, essi poterono osservarvi cose da loro non mai viste, e che avrebbero intimorito chiunque meno assuefatto ai perigli ed alle nequizie degli scellerati sedicenti servi di Dio! Qui, e là appesi alle pareti ogni specie d'istromenti di tortura: la cuffia del silenzio¹, e non pochi eran gli scheletri, che la conservavano ancora nell'informe loro teschio; le tenaglie immense con cui fratturavansi le ossa, i cavalletti di metallo, su cui sedevano gli sventurati dopo d'averli resi roventi con fuoco interno, i ceppi, come tormenti preparatori a tormenti maggiori, le corde insaponate con nodi scorsoj da appiccare per il collo o per qualunque della membra, botti con chiodi a punta interna, ove si rotolavano gli sventurati, che forse avevan dubitato dell'infallibilità del Papa; e per gli innocenti, a cui si volevan togliere, i soldi, la figlia o la donna! E quando si pensa che esiste ancora questa canaglia nel consorzio umano, in questo secolo di civilizzazione,—che dico esiste! anzi trionfa nelle miserie dei poveri popoli, grassamente sovvenuta dai potenti!!…
¹ Era uno strumento che impediva alla vittima di aprire la bocca.
E credon forse le genti che, potendolo, i preti non tornerebbero ancora alle torture ed ai roghi? Sicuro, con tanta alacrità come nel Medio Evo. E qui bisogna confessarlo: se l'umanità non progredisce come dovrebbe, essa almeno ha fatto un gran passo, togliendo ai chiercuti il potere di pascersi di carne umana!
Tra gli stromenti di tortura appesi alle pareti, esistevano teschi ancor attinenti al busto per gli ossami del collo, e che accusavano i patimenti infiniti sofferti in quelle terribili murature.
Ida, piegando sotto la sensibilità squisita della sua natura di donna, quasi sveniva nelle braccia di Cantoni all'orrendo spettacolo, ma la rauca voce di Zambianchi che gridava: «Venite qui,» la ridonò ai suoi sensi, e barcollando essa seguiva l'amante verso l'amico, che da destra del corridoio invitava i compagni, a condividere l'inaspettato ed orrendo spettacolo da lui scoperto.
Era questo l'ossario… Alla destra del corridojo, incavato nel tuffo, eravi una specie di rettangolo alto circa 10 piedi dalla superficie del suolo, e forse colla stessa profondità al dissotto. Tale fossa era piena d'ossami e dalle dimensioni degli stessi, essi appartenevano tutti a neonate creature!¹.
¹ Storia.
Ad Ida svanì la sincope, e come un'ossessa, colle mani alla chioma, si lanciò a strepitare per il corridojo, urlando: Infami! Scellerati! e si sarebbe forse infranta il cranio contro il tuffo, senza l'agilità di Cantoni, che giunse in tempo a trattenerla. Tali sono i santuari di queste bordaglie, che predica mansuetudine alle genti, e che coperta di ogni nefando delitto, continua, protetta dalla tirannide, di cui è vile stromento ad ingannare e mantenere nella sventura questo sventurato nostro popolo!
A canto sull'ossuario, ove erano acatastati ossami informi, scorgevansi alcune nicchie con dentro piccoli scheletri, meglio conservati che nell'ossuario, ciocchè si doveva probabilmente alla pietà d'alcune giovani madri, che furtivamente avean potuto collocare in un giaciglio men confuso, il corpiccino del loro amato! Poichè il prete ha potuto giungere al punto di degenerare il più grande dei popoli della terra, esso può fare un cretino un imbecille d'un essere intelligente, ma per astuto, pravo e scellerato, ch'egli sia non giungerà mai a far tacere nel cuore della più perfetta delle creature, il maggiore di tutti gli affetti, l'amore di madre!
I quattro amici giunsero così presso al termine del corridoio, spinti e sollecitati dall'orrendo spettacolo, e come abbiam detto essere non grande il sotterraneo, in breve pervennero ad altra scalinata, che ascesa alquanto fece loro scoprire la luce del cielo. Solo alcuni cespugli intercettavano l'uscita, e diradati dalle robuste braccia di Zambianchi e di Martino, essi con grande soddisfazione trovaronsi all'aperto nell'orto del convento, illuminato dalle stelle.
Il problema della fuga di Gaudenzio era sciolto, e Zambianchi, volto al Bresciano gli diceva: «Vedi? se lasciavi a me il sorcio, esso certamente non mi fuggiva, e molto male si sarebbe risparmiato al nostro povero paese.»
Franchi stava per rispondere, ma un suono vivissimo di tromba della Legione, chiamava a raccolta, ed il suono, distintissimo nella notte, di cannonate e fucilate verso porta San Pancrazio, fecero cessare la conversazione e spinsero gli esploratori a raggiungere la Legione, che si formava e marciava immediatamente sul campo della pugna.
Il 3 giugno fu il giorno più fatale alla libertà Italiana ch'io mi ricordi: Oudinot, degno del suo padrone, commise uno di quei tradimenti che pochi paragoni hanno nella storia militare.
Sconfitto il 30 aprile, egli s'era ritirato verso Castel Guido, per aspettare nuovi rinforzi, e per paura d'essere attaccato in circostanza sfavorevole, esso patteggiò un armistizio col governo Romano. Armistizio con dei ladri! «Sgombrate! si doveva dire: e poi tratteremo. Tornate da dove veniste!…» Ma in Italia, sventuratamente si trattano i ladri coi guanti. L'armistizio doveva terminare il 4 e nella notte dal 2 al 3, il predone Buonapartesco, con forze molto superiori attaccò i nostri avamposti, li debellò uno dopo l'altro per sorpresa e s'impadronì della forte posizione dei Quattro Venti (Villa Corsini), che domina intieramente tutte le altre posizioni di Roma, e poco mancò che l'esercito nemico non s'innoltrasse la stessa notte nella capitale.
La Legione, stanca della marcia da Velletri, fu svegliata verso mezzanotte, e le si ordinò di marciare. Essa ebbe per riposo una tremenda giornata di pugna. Certo non v'era tempo da perdere, e si corse subito alla riscossa verso il punto attaccato.
All'alba quand'io vidi il nemico padrone dei quattro Venti¹ dissi tra me: «La sorte di Roma è decisa.» E veramente tutto l'eroismo dei difensori della città eterna non valse a cacciarlo da quella chiave dell'assedio, in cui esso, imprese subito a fortificarsi, avendo a sua disposizione corpo di genio e cannoni quanti ne abbisognava.
¹ Prima di partire per Velletri, avevamo combinato col Generale Avezzana, di fortificare quella chiave della difesa di Roma, ma il vecchio guerriero, forse il solo idoneo a comandar l'esercito, fu sacrificato, e con futile pretesto inviato dal Ministero della guerra alla difesa d'Ancona, ove non abbisognava.
La Legione, il corpo di Manara, la Legione Romana, quella di Melara, e quanti corpi di volontari si trovano o vennero dopo in Roma, fecero prodigi di valore, ma invano. Oudinot con un esercito di quarantamila uomini, aveva rubato la fortissima posizione, e la tenne col nerbo delle sue forze. Masina, Daverio, Mameli, Morosini, Peralta, Ramorino, Davide e la parte più brillante dell'Ufficialità Italiana fu mietuta in quel giorno. Immensi furono i feriti e dei migliori.
La Legione Italiana sola perdette ventidue ufficiali tra morti e feriti. Da quel giorno fu uno scheletro e non la riconobbi più. Il magnifico battaglione di Manara fu anche decimato. E così successe alla maggior parte dei corpi della difesa.
In tutto il giorno 3, dall'alba sino alla notte, fu un combattimento continuo, tra i Repubblicani Romani, ed altri sedicenti Repubblicani del Buonaparte. Da porta San Pancrazio a Villa Corsini il terreno era seminato di cadaveri,—ivi giacquero le speranze d'Italia!—La colonna che prima assaltò Villa Corsini, era guidata da Masina, e quel valorosissimo, la condusse sino dentro alle stanze terrene del Palazzo.
Ivi s'impegnò una zuffa tremenda, corpo a corpo, ma i pochi furono alla fine soperchiati dai molti, e quasi tutti soccombettero.
A canto al cadavere dell'invitto loro duce, distinguevansi due caduti di rara bellezza. Uno sembrava il minor fratello dell'altro. Essi verso il tramonto, in cui il fuoco dei cannoni e dei moschetti s'era rallentato, furono adocchiati da un prete, da uno di quei tanti traditori del loro paese, che nella notte antecedente avean guidato le colonne nemiche, quel prete, chi l'avesse osservato, avrebbe veduto nell'occhio suo maledetto, un riverbero d'anima d'inferno.
Egli si guardò attorno geloso che alcuno contemplasse la sua preda. Poi, vedendo di non essere osservato, si fregò le mani, e rincantucciossi mormorando tra sè: «Ora, per Dio, non mi fuggiranno!» Egli alla sua scelleraggine del pensiero, aveva associato il sacrilegio!
Il lettore avrà indovinato senza dubbio, che si tratta di Cantoni, di Ida e dello scellerato tentatore Gaudenzio. Questi, appena scomparso dall'orizzonte il gran luminare, e colle prime tenebre lasciò il cantuccio, e presentandosi all'ufficiale di guardia al portone, si fece conoscere, e chiese di poter uscire, per amministrare gli ultimi sacramenti a qualche moribondo.
Egli avea notato il sito in cui giacevano le sue vittime, ed era suo interesse particolare d'assicurarsi se Ida non fosse ben morta, e se v'era speranza di salvarla. Per l'altro, il suo pugnale avrebbe terminato un avanzo di vita se pur ne restava.
Tali erano i santi sensi, che guidavano quella perla di servo di Dio!Ma egli aveva fatto il conto senza l'oste.
Il palazzo Corsini, ridotto a fortezza dagli agressori Buonaparteschi, era pieno zeppo di soldati, e non v'era una finestra, uno spiraglio ove non vi fosse una sentinella. Gaudenzio avea bensì chiesto permesso all'ufficiale di guardia al portone, ma questi aveva altro per la testa, di far avvisare la sentinella superiore della sortita del Gesuita. Dimodochè una sentinella che si trovava al disopra del portone, vedendo muoversi nel carname sotto di lui, e credendo fosse qualche ferito cercante d'evadersi, lo aggiustò ben bene nella schiena, e mandò gambe in aria quel traditore.
Gaudenzio cadde boccone sulla testa di Cantoni, e siccome questo era ancora ferito alla testa, ma non mortalmente, la scossa di quel corpaccio lo richiamò in sensi.
Cantoni mosse la testa, ed il suo primo pensiero fu all'adorata sua fanciulla, ch'egli riconobbe presso di sè, benchè già notte. Egli, palpitando di timore e di speranza, le pose la mano sul cuore, e dopo d'essersi assicurato che batteva, la adagiò pian piano meno incomodamente, aspettando il compimento della sua sorte, da uomo sempre pronto ad affrontare il pericolo, e custode questa volta di quanto aveva di più caro nella vita dopo l'onore e la libertà d'Italia.
Siccome i Buonaparteschi però avevano ancora molti feriti fuori tra i nostri, giunta la notte, ed essendovi poco pericolo d'esser molestati dalle mura, non tardarono ad uscire par raccoglierli.
Così furono raccolti Cantoni ed Ida, che il fresco dalla notte avea pure rianimata essendo la sua ferita nel petto, ma non mortale. Ambi furono trasportati in un ospedale nemico. Alla resa di Roma poi furono lasciati liberi di tornare a casa.
Dal 3 giugno ai primi di luglio, in cui Roma si arrese, fu una serie di gloriosi combattimenti, ma senza frutto. Palmo a palmo si difese il tratto di terreno, che avvicina porta San Pancrazio; il nemico fu obbligato d'impiegarvi tutta l'arte degli assedi per giungere alla mura. Anche dopo d'aver aperto due breccie, egli non azzardò di assaltarle di giorno, tanto era il rispetto in cui lo tenevano quei tremendi difensori. I quarantatremila soldati di Buonaparte ajutati nel resto d'Italia da altri tre eserciti, austriaco, spagnuolo e borbonico, vinsero quel pugno d'uomini, che combattevano per la causa santissima del loro paese, ricollocarono nel cuore dalla sventurata Italia il più detestabile, il più schifoso dei poteri umani: il Papato!
Ora, mentre si combatteva per la causa di tutti in Piemonte, a Venezia ed a Roma, Italia fece forse il suo dovere? quante furono le città che s'incendiarono come Mosca, per non restar preda al nemico? quante quelle, che come Ipsara, e Missolungi si fecero saltar in aria, per non veder le loro donne, ed i loro bimbi prostituiti? quante le donne, che, come in Spagna si prostituivano, per aver agio di pugnalare il loro drudo straniero?
Sì! io ho veduto! e cosa?—mi fa ribrezzo il narrarlo: moltitudini plaudenti all'eccidio dei pochi prodi che morivan per esse. Eserciti italiani, che impassibili spettatori assistevano al duello a morte, impegnato tra due eserciti stranieri da una parte, e pochi valorosi Italiani dall'altra, su terra italiana!—Governi! Ah! qui, mi converrebbe bagnar la penna nel fango, per scrivere tante turpitudini, umiliazioni e tradimenti!
Dopo diciott'anni, non lungi dalle mura di Roma gl'Italiani combattevano una fazione sventurata ma gloriosa!
In Roma essi avevan rinchiuso l'esercito dei chercuti, che spaventato avea fatto saltare i ponti che guidano alla città eterna.
A Mentana quello stesso esercito intiero, era debellato dalla gioventù italiana, sotto condizioni per questa sfavorevolissima.
Ma il mal genio del nostro povero paese, scellerato! brutto di sangue dei bambini di Parigi, secondato da un governo che mi vergogno di nominare, cambiò il trionfo italiano in isconfitta, e la cadente baracca pretina fu ripuntellata.
L'alba del 4 novembre 1867, sulla funerea campagna di Nomenzio, rischiarava due cadaveri, feriti nel petto ed abbracciati.
L'uno era di quelli nel cui stampo la scultura greca modellava i suoi Achilli, l'altra, poichè si riconosceva donna, nei suoi 32 anni, manifestava ancora quella purezza di lineamenti, che adornano molte delle belle figlie di Felsina. Cantoni ed Ida, dopo d'aver preso parte a tutti i gloriosi fatti dei Volontari Italiani, morivano da far invidia a chi resta, pugnando contro il soldato straniero ed il prete.
La loro unione fu un matrimonio d'amore, che ne vale bene un altro. Il loro affetto, benchè non beati da prole, fu fervido nell'ultimo come nel primo giorno.
Ambi franchi repubblicani, perchè convinti che la Repubblica è il governo naturale e dignitoso delle nazioni; essi però, senza futili pretesti, eran sempre pronti a correre ove si trattava di menar le mani contro gli oppressori dell'Italia, sia operando o no coll'esercito nostro.
Il gran concetto di Dante:far l'Italia anche col diavolo, era il loro motto favorito, e sino all'ultimo sospiro gli furono fedeli.