The Project Gutenberg eBook ofCaos del TriperunoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Caos del TriperunoAuthor: Teofilo FolengoRelease date: April 8, 2011 [eBook #35799]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, BarbaraMagni and the Online Distributed Proofreading Team athttp://www.pgdp.net (Images generously made available byEditore Laterza and the Biblioteca Italiana athttp://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CAOS DEL TRIPERUNO ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: Caos del TriperunoAuthor: Teofilo FolengoRelease date: April 8, 2011 [eBook #35799]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, BarbaraMagni and the Online Distributed Proofreading Team athttp://www.pgdp.net (Images generously made available byEditore Laterza and the Biblioteca Italiana athttp://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
Title: Caos del Triperuno
Author: Teofilo Folengo
Author: Teofilo Folengo
Release date: April 8, 2011 [eBook #35799]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, BarbaraMagni and the Online Distributed Proofreading Team athttp://www.pgdp.net (Images generously made available byEditore Laterza and the Biblioteca Italiana athttp://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
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TEOFILO FOLENGOOPERE ITALIANEA CURADIUMBERTO RENDAVOLUME PRIMOBARIGIUS. LATERZA & FIGLITIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI1911
INDICE
Dialogo de le tre etadiSelva primaSestina li cui capiversi dicono quella sentenzia: «Concordantia — durant — cuncta — nature — federa»De la puerizia ed aurea stagioneSelva secondaPrefazioneLa CarossaLa MatottaDialogo primo(Limerno e Merlino)Lamento di bellezzaCentro di questo Caos, detto «laberinto»Amore di Triperuno e GalantaDialogo secondo(Limerno, Triperuno e Fúlica)La Asinaria— Dialogo terzo (Fúlica, Limerno e Triperuno)Tumuli Galanthidis mustellaeSelva terzaPrefazioneTriperunoDialogo(Cristo e Triperuno)Dissoluzione del CaosDialogo(Natura e Triperuno)Paradiso terrestreDe aurea urna qua includitur EucharistiaMira duorum amicitiaDe Georgio AnselmoTumulus MarciA l'integerrimo signor Alberto da CarpoAd un altro Alberto da Carpo di tal nome indegno
Paolaattempata —Coronagiovene —Liviafanciulla.
Paola. Tu piagni, figliuola, e che ti senti tu?[1]
Corona. Nol sai, madre, senza che me lo chiedi?
Paola. Se 'l sapessi giá, non tel dimandarei.
Livia. Dicerottilo io, dapoi che le molte e abbondevoli lagrime t'interrompeno la voce.
Corona. Taci lá tu, pazzarella, ché pur troppo è di soperchio a me sola questo cordoglio, senza che tu v'involvi dentro e lei ancora.
Paola. Non siano parole tra voi! O tu, o tu me lo narri senza piú indugio.
Corona. Piango la mala sorte di mio fratello Teofilo, a te figliuolo.
Paola. È forse morto?
Corona. Sí, d'onore e reputazione.
Paola. Maladetto sia l'uomo il quale disprezza la fama sua.[2]
Corona. Dio pur volesse che la vergogna fusse di lui solo!
Paola. So male che responderti, non t'intendendo ancora: dimmi, ha commesso qualche adulterio?
Corona. Grandissimo.
Paola. È di carne... Ma in che modo?
Corona. Qual trovasi maggior adulterio essere che de lo ingegno suo pellegrino, che de le tante lui grazie dal ciel donate usarne male?
Paola. Grande ingratitudine per certo! Ma comincio giá la causa di questo tuo rammarico intendere: lo poema da lui composto sotto il nome di Merlino Cocaglio ancora non ti si parte dal cuore?
Corona. Anzi ognor piú me lo parte e straccia.
Paola. Deh! stolta, tu t'affanni oltra quello che a te non tocca.
Corona. Piú d'ogni altro mi tocca, ché piú d'ogni altro son certa che l'amo.
Paola. Piú di me?
Corona. Piú di te.
Paola. Di me, ch'io gli son madre?
Corona. Ed io doppia sorella.
Paola. Non l'ami tu giá dunque, se doppia gli sei.
Corona. La causa?
Paola. Tant'è dir «doppio» quanto «falso».
Corona. Or su, non motteggiamo, prego![3]
Paola. In che modo gli sei dunque doppia sorocchia?
Corona. Carnale e spirituale.
Paola. Carnale sí bene, spirituale non piú giá.
Corona. La cagione?
Paola. S'ha gittato il basto da dosso l'asinello.
Corona. E rottosi 'l capestro.
Livia. E tratto di calzi.
Paola. Or cangiamo cotesto ragionamento in altro. Hai tu letto l'Orlandino?
Corona. Letto? trista me! appena veduto.
Paola. Come? ti vien interdetto forse che da te con l'altre tue sorelle non si poscia leggere?
Corona. Sí.
Paola. Chi fu questo pontifice?
Corona. La ragione.
Paola. Perché cosí la ragione?
Corona. La quale m'avvisava dover essere peggior Limerno che Merlino.
Paola. Leggerlo almanco voi dovevati.
Corona. A che perder il tempo?
Paola. Taci, ché d'ogni libro qualche cosa s'impara.
Corona. Questo è falso.
Paola. È sentenzia di Plinio.
Corona. Vada con le altre sue menzogne!
Paola. Negarai tu che d'ogni libro non s'impari qualche cosa?
Corona. Anzi, piú de li tristi e disonesti che de li boni.
Paola. Or basta: non sai che 'n doi mesi, e non piú, sotto il titolo di Limerno l'ha composto?
Corona. E' viemmi detto che, tutto a un tempo che lo componeva, eragli rubato da gli impressori.
Paola. Cotesto è piú che vero; ché ove interviene stimulo di sdegno, spizziano versi senza alcun ritegno.
Corona. Potrebbe forse pentirsene, credilo a me.
Paola. Di che?
Corona. Dir tanto male.
Paola. Anzi solamente si dole che non pur Merlino, ma Limerno compose cosí precipitosamente che li stampatori non poteano supplire a l'abbondanzia e copia de' suoi versi; laonde pargli un errore grandissimo non aver servato lo precetto oraziano.[4]
Corona. Doverebbe via piú tosto il meschino piangere e crucciarsi aver consumato il tempo circa tanta liggerezza.
Paola. Non dir liggerezza, figlia, ché non per cosa liggera simulossi giá Ulisse devenuto essere pazzo.
Corona. Troppo son certa io de la lui malizia, il quale fingesi «pitocco» e furfante per dar bastonate da cieco.
Paola. Tu non sai la cagione.
Corona. Cosí non la sapessi!
Paola. Dimmi, qual è?
Corona. Per farci morir tutti spacciatamente di doglia, acciò piú oltra non avesse chi gli gridasse in capo.
Paola. Tu te 'nganni grossamente.
Corona. Anzi pur tu te 'nganni.
Paola. Come?
Corona. In creder alcuno dir male a bon fine.
Paola. Che male dice?
Corona. Non voglio parlarne.
Paola. Perché?
Corona. Temerei di qualche maladizione.
Paola. Or su confortati, figliuola, ché al poledro fu sempre concesso puoter fin a doi capestri rumpere.[5]
Corona. Non rumpa giá lo terzo.
Paola. Anzi totalmente nel ternario numero fermatosi, ha messo a luce ilCaos del triperuno.
Corona. QualCaos del triperuno?
Livia. El pare che non ti sovvegna!
Corona. Non mi sovviene per certo.
Livia. Le tre «selve», le quali heri legessimo, e, per segno di ciò, una allegoria bellissima tu di quelle saggiamente cavasti, quantunque io sia di senso molto dal tuo discosto.
Corona. O smemorata me, ch'ora me lo ricordo! Ma dimmi: è di Teofilo?
Livia. Non sai che solamente vi si fa menzione di Merlino, Limerno e Fúlica?
Corona. Troppo me lo ricordo! Ma che fusse di tuo fratello Camillo mi pensava.
Livia. Tu non pensasti dritto: è di Teofilo.
Paola. Cosí è; ma ditemi ambe dua lo argomento vostro che imaginato vi avete sopra questoCaos, ché ancora io lo sentimento mio vi narrerò. Comincia tu, Livia.
LIVIA.
QuestoCaos, in «selve» tripartito, la vita de l'autore, la quale in tre fogge sin a quest'ora presente col tempo veloce se n'è gita, contiene. Nacque egli (come di me voi sapete meglio) a gli otto giorni ed ore duodeci di notte, nel mese di novembre, sotto Scorpione, essendo allora grandissimo freddo: laonde in questa sua prima «Selva» narra l'orribile freddura in cui egli miseramente nacque, fingendo natura essergli stata, piú di madre, madregna, e pur ne la puerizia, la quale appella «aurea etade», gustò alquanto di securo e dolce riposo.
Ne la seconda «selva», pervenuto egli omai ne gli anni di qualche cognizione, ritrova molti pastori, la cui vita e costumi e quieta pace molto gli piacquero, volendovi inferire che di sedeci anni egli co' l'abito cangiò la vita. E veramente sí come a li pastori apparve l'angelo e mostrò loro dove giacesse il nasciuto fanciullo Iesú Cristo, cosí allora, su quel principio che egli prese a far vita comune co' gli altri pastori, trovò Cristo parvolino entro il presepio collocato; ma col tempo poi, per cagione di... (ma non voglio parlarne chiaro, ché ancora egli va piú riservato che sia possibile) traviato, si mise a seguir amorosamente una donna bellissima, la quale sopra un sfrenato cavallo gli scampa innanzi per tirarsilo drieto al precipizio d'ogni perdizione. Né chi sia questa dongella né dove finalmente lo conducesse, vogliovi manifestar se non in l'orecchia dicendolo: ma, conchiudendo la seconda «selva», dico che 'l laberinto intricatissimo, nel quale ultimamente si ritrova, pare a me una soperstizione tenacissima significare, de la cui caligine se non per divin aiuto si pò essere liberato. Ed in questa tal foggia seconda di vivere, essendo egli giá fora del sentiero diritto, compose lo poema di Merlino con tutte l'altre favole e sogni amorosi, li quali ne la «selva» seconda si leggono.
Or dunque Cristo si gli scopre in quel centro d'ignoranzia de la «selva» terza apparendo, e d'indi smosso, lo driccia sul cammino al terrestre paradiso duttore. Ché per divina inspirazione conoscendosi egli perder il tempo supersticiosamente in quella seconda «selva», ritornasi a la sincera vita da l'evangelio primamente a lui demonstrata; e fatto del suo core un dono a Cristo Iesú, da lui ne riceve tutto 'l mondo in ricompenso e guiderdone di esso; e giunto nel paradiso terrestre, gli vien ivi comandato che non mangi de l'arbore de la scienza del bene e male, ma solamente si pasca e nudrisca del legno vitale, per darci sopra ciò un bell'avviso: che, quantunque ogni constituzione o sia tradizione de alcun santo padre bona e fundata su l'evangelio sia, nulla di manco assai piú secura e utile cosa è non partirsi dal mero evangelio; perché, sí come ogni norma e regula de santi ha in sé figura de l'arbore del saper il bene e il male, cosí de l'arbore di vita contiene in sé lo leggier peso del Servatore nostro. Laonde esso mio zio Teofilo commetteria la terza sciocchezza quando mai lasciasse piú lo vecchio sentiero per tornar al novo. E questo è il senso mio circa la dechiarazione di questoCaos.
CORONA.
Arguto ed ingenioso fu questo da te pensato soggetto, Livia cara; ma non tanto a l'intenzione di tuo zio mi par agiatamente accascare, quanto quello ch'heri ti dissi ed ora sono ad ambe dua per ragionare. Move dunque mio fratello piú generalmente il voler scrivere di qualunque altro uomo che del suo proprio fatto; onde ne la prima «selva» narra la infanzia e puerizia umana, ne la seconda la precipitosa giovenezza, ne la terza la matura e virile etade.
Or dunque, ne la prima descrive in quanti affanni e travagli qualunque uomo, per fallo del primo nostro padre Adam, nasce in questo mondo, chiamandovi Natura «crudele matregna»: da la quale di scorze, peli, piume e squame provveduto viene ad ogni altro animale quantunque vilissimo; ed egli solo, nudo nascendo, non ha schermo alcuno e difesa contra le ingiurie del tempo. Ma poscia, per beneficio de la industria ed arte pervenuto a la puerizia, dimanda quella «l'aurea etade», perché la innocenzia del fanciullo sen passa quel poco di tempo senza sapere che sia rigidezza di legge, téma di tiranno ed inquietudine di avarizia.
Uscito poi egli dal bel giardino di puerizia, entra ne l'impetuosa giovenezza, la quale, innanzi che da l'ardente desio anco non vien assalita, comincia, con la mente tutta svegliata, de l'esser non pur suo, ma d'ogni altra cosa a ripensare. E quivi, ne la seconda «selva», mio germano, in persona (come giá sopra dissi) d'ogni altra razionale creatura, fingesi trovar pastori, e Cristo Iesú tra quelli nasciuto, per darci questo avviso: che l'uomo, quanto prima ne gli anni di ragione entrar comincia, per favore del suo bon genio, incontanente ricorre a la cognizione di veritade, la qual è Cristo nostro Servatore. Ma, levatasi poi la consueta tempestade di nostra carne, ecco la voluptade, ecco 'l desio sotto il viso di vaga dongella, sul sboccato cavallo de la delettazione, lo riconduce al varco de le due strade, per tirarsilo drieto a la sinistra del vizio, lasciando la destra de la veritade. Quivi dubitoso, ne la prima giunta, stassi ove gir si debbia: quinci, da belli e boni avvisi a la destra invitato; quindi, da gli umani piaceri combattuto che egli muovasi a la mancina. Soperato dunque e vinto finalmente dal fugace desio, vágli impetuoso drieto, dovunque la falsa incantatrice, losingando, a sé in guisa di calamita lo smarrito animo tira, passando tutta fiata per sogni, chimere ed amorose favole, quali sono le «fizzioni macaronesche», come gli appellano, di Merlino, li sonetti, ed altre assai vane frascuzze, per signar il tempo da la giovenezza inutilmente trapassato, in fin che poi nel laberinto di qualche travaglio si ritrova essere: cosa che 'l piú de le volte dopo gli piaceri sòle a gli gioveni accascare.[6]
Laonde, come ne la terza «selva» noi leggemo, l'uomo angustiato ricorre al divino suffragio: e Cristo gli appare bello e pietoso, cavandolo benignamente di quella ignoranzia d'amore, e talmente li tocca il core, che 'l giovene, giá venuto virile, si mette in considerazione di quanto mai fece Iddio per l'uomo. Dil che mio fratello sopra questo finge che, avendo Cristo ricevuto il core da lui, criògli tutto quanto il mondo, e al paradiso terrestre dricciatolo, gli comanda che, pascendosi egli del legno de la vita, il quale ha di sua grazia in sé la figura, non gusti per niente di quello del bene e male; il quale a me par dover significare che l'uomo, facendo le bone opere, quelle non debbe a soi meriti tribuire, anzi tutte nel divin favore collocarle. Tal è dunque il concetto mio dalCaosdivenuto.
PAOLA.
Sentenzia divina è che «la lettera uccide l'anima». Fermamosi, prego, dunque sul Caos di questa materia, lasciando in parte sí la vita di mio figliuolo in spezialitade, la quale per vigor e sottiezza de peregrini ingegni forse col tempo verrá in luce piú secura, sí quella ancora di qualunque altro uomo, in questa umana gabbia precipitato.
Ne la prima «selva» contienesi, adunque, l'uomo studioso ed avido d'imparare mettersi prima in considerazione di queste cose piú basse de l'umana natura, fra le quali se l'arte liberale con la industria insieme non fusse, oh quanto inferiore a gli altri animali sarebbe l'uomo, non cosí provvisto da natura contra le ingiurie del tempo, quanto di piume, squame e peli sono quelli! Onde pare che meritamente piú lei chiami «madre» che «madregna», se la nuditade od altra miseria nel nascere ben si comprende. Ma contemplando per mezzo di queste divine arti liberali aver da non curarsi di qualunque onta naturale, si move al studio simplicemente di umanitade, lo quale «aurea etade» meritatamente appella, quando che tutta d'oro sia cotesta disciplina e d'ogni scrupulo del nostro intelletto fora.
Ne la seconda «selva», questo medemo studente si delibera pur di trovar la veritade di quante cose naturali e soprannaturali ne' libri si contengono. Partesi da gli umani giardini per saltar ne la filosofia; ma tosto lo genio suo bono gli antepone la umanitá di Iesú Cristo e affermali non essere altra veritade di questo. Eppur la curiositade di pescar piú sul fondo, in guisa di donna sopra un sfrenato destriero, lo tira per vie scabrose in fin sul passo che divide lo sentiero in due parti: quinci a la man destra invitalo l'evangelica, quindi a la sinistra la peripatetica d'oggidí teologia. Ma, vinto da la curiositade ancora, si avventa senza freno drieto a quella per chimere, sogni e favole sofisticali, trovandovi drento Merlin Cocaio; per notificarci la grossa e incorretta retorica ed elocuzione de la maggior parte de' nostri moderni teologi, ove quelli loro vocaboli «causalitade», «entitade», «intuitiva» ed «abstractiva», con l'altra barbaria tengono corte bandita: per che al fine di mille dubitanze, errori ed eresie, nel laberinto egli avviluppato si ritrova e seppellito.
Or ne la terza «selva», commosso Iesú Cristo da dolce pietade verso quella anima invischiata ed allacciata in quei tanti «utrum,probo,nego,arguo,pro,contra», ecc., tiralo al mero e puro latte del santissimo Vangelo ed al fidel e tutissimo porto di san Paolo, con tutto il resto de' libri del Testamento novo e vecchio, nel qual egli studiosamente ruminando a Dio fa un dono del suo core. Lo quale, in cambio di sí legger cosa, fallo signore de l'universo, criandogli di novo il cielo, il mar e la terra; e dapoi tanto, al paradiso terrestre mandatolo, quivi gli comanda che voglia solamente pascersi di contemplar quanta sia verso noi la divina misericordia, ma non quale e quanta sia la maiestade e potenzia sua. E questo è l'arbore de la bona e mala scienza, sí come quell'altro è legno de la vita. A me cotesta allegoria pare de le vostre meglio quadrare al Caos di mio figliuolo. Orsú, leggemolo dunque di compagnia, e prima li tre nomi di esso.
MERLINUS.
Tres sumus unius tum animae tum corporis. Istenascitur, ille cadit, tertius erigitur.Is legi paret naturae, schismatis illerebus, evangelico posterus imperio.Nomine sub ficto «triperuni» cogimur idem:infans et iuvenis virque, sed unus inest.
Tres sumus unius tum animae tum corporis. Istenascitur, ille cadit, tertius erigitur.Is legi paret naturae, schismatis illerebus, evangelico posterus imperio.Nomine sub ficto «triperuni» cogimur idem:infans et iuvenis virque, sed unus inest.
LIMERNO.
Giove, Nettuno, Pluto d'un Saturnoebber a sorte il ciel, il mar, l'inferno;fulmini, denti, teste in lor governo:tre trine insegne per tre cause fûrno.Tre fonti, oltra le tre del mio Liburno,nacquer d'un capo santo al sbalzo terno:[7]cosí Merlino, Fúlica, Limernosi calcian d'un Teofil il coturno.Mantoa sen ride e parla con Virgilio:— Tu sei pastor, agricola, soldato,perché del nòmer terno Dio s'allegra.Ridi tu meco ancora, dolce filio,quando che sotto un nome triplicatosortisca una confusa mole e pegra.[8]
Giove, Nettuno, Pluto d'un Saturnoebber a sorte il ciel, il mar, l'inferno;fulmini, denti, teste in lor governo:tre trine insegne per tre cause fûrno.Tre fonti, oltra le tre del mio Liburno,nacquer d'un capo santo al sbalzo terno:[7]cosí Merlino, Fúlica, Limernosi calcian d'un Teofil il coturno.Mantoa sen ride e parla con Virgilio:— Tu sei pastor, agricola, soldato,perché del nòmer terno Dio s'allegra.Ridi tu meco ancora, dolce filio,quando che sotto un nome triplicatosortisca una confusa mole e pegra.[8]
FÚLICA.
Fermati alquanto, lettore amantissimo. Son certo che lo exastico e sonetto di mei compagni di sopra ti parono duri e scabrosi. Non vi slungar, in guisa di rinoceronte, suso il naso, ti prego, ché 'l ladro il quale rubasse di giorno saria tantosto compreso. Quivi ci fa mistiero di scurezza e caliginosa nebbia: ma se li capoversi per tutto il nostro Caos provvidamente scegliere saperai, chiaro e limpido finalmente ti parrá lo intricato soggetto nostro. Ma solamente un bell'avviso quivi darti intendo: che totalmente sul ternario numero siamosi, per conveniente ragione, fundati. Prima tu vedi lo titolo del libro essere tre parole:Caos del triperuno.[9]Segueno poi le tre folenghe,[10]ovver fòliche son dette, le quali sono antiquissima insegna di casa nostra in Mantoa. E sotto specie di loro succedono le tre donne[11]di tre etadi[12]e di tre fogge di parentela[13], da le quali derivano li tre prolissi argomenti[14], ciascuno di loro in tre parti diviso[15]. Noi siamo poi di tre nomi:Merlino,Limerno,Fúlica.[16]
Li quali, cominciando il nostroCaos, in tre «selve» lo spartimo,[17]con li soi tre sentimenti[18]; ma lo piú autenticato al giudicio de l'ingenioso lettore dimettemo.
DISTICHON
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;tres dixere Chaos: numero Deus impare gaudet.
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;tres dixere Chaos: numero Deus impare gaudet.
Stemma con le lettere M L F T; ai lati FE. GO.
HEXASTICHON
Quae nat aquis coeloque interdum attollitur ales,vel nat amore aquilae vel volat icta metu.Nam quae solis adit, veluti Iovis ales, acumen?est Fulicae ut Minti ludat in amne sui.At, si illa huc humile ad stagnum descenderit ales,quae nat aquis, aquilis digna erit esca suis.
Quae nat aquis coeloque interdum attollitur ales,vel nat amore aquilae vel volat icta metu.Nam quae solis adit, veluti Iovis ales, acumen?est Fulicae ut Minti ludat in amne sui.At, si illa huc humile ad stagnum descenderit ales,quae nat aquis, aquilis digna erit esca suis.
TRIPERUNO.
Voi, ch'ad un'alta e faticosa impresavedete or me salir audacementeper via mai forse da null'altro intesa,piacciavi d'ascoltare queste lentemie corde in voce lagrimosa e mesta,[19]ch'altro non s'ha d'un'anima dolente.E, bench'i' veda alzandovi la testamia virtú debil al salir tant'alto,[20]di che sovente per viltá s'arresta;pur spiego l'ale, e quanto so m'exaltolá 've m'accenna il lume d'ogni lume,per cui non temo alcun spennato salto.Ché, mentre su con le 'ncerate piume[21]tolgomi de le nubi sopra 'l velo,d'un Dedalo megliore sotto 'l nume,vedrò ch'immobil stassi e volge 'l cielo,[22]sostien la terra, e l'universo a 'n cenno,volendo, pò cangiar o 'n foco o 'n gelo.Or dunque, di piú sana audacia e sennoch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua viaambo gli piedi, ambo le braccia impenno.E cantovi di questa nostra ria[23]prigion che «vita» nominar non oso,le frode di essa, il volgo, la pazzia;e di quel Re, che 'n un presepio ascosovidi fra le duo bestie a gran bisogna,ver' se stesso crudel, ver' noi pietoso,[24]che svelse il mundo tutto di menzognacon sua dottrina colma di quel foco,ch'arde sí dolce in alma che non sogna.Io dico te, Iesú, lo qual invocomio Febo, mio Elicona, mio Parnasso,ov'ogni bel pensier al fin collòco.So ben che di te dir via piú t'abbasso,che tacendo non alzo; e pur m'offersi,ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo.Ché, come vedi, son questi miei versi[25]d'amor almanco e caritade in cima,se non toscani, ben sonori e tersi.
Voi, ch'ad un'alta e faticosa impresavedete or me salir audacementeper via mai forse da null'altro intesa,piacciavi d'ascoltare queste lentemie corde in voce lagrimosa e mesta,[19]ch'altro non s'ha d'un'anima dolente.E, bench'i' veda alzandovi la testamia virtú debil al salir tant'alto,[20]di che sovente per viltá s'arresta;pur spiego l'ale, e quanto so m'exaltolá 've m'accenna il lume d'ogni lume,per cui non temo alcun spennato salto.Ché, mentre su con le 'ncerate piume[21]tolgomi de le nubi sopra 'l velo,d'un Dedalo megliore sotto 'l nume,vedrò ch'immobil stassi e volge 'l cielo,[22]sostien la terra, e l'universo a 'n cenno,volendo, pò cangiar o 'n foco o 'n gelo.Or dunque, di piú sana audacia e sennoch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua viaambo gli piedi, ambo le braccia impenno.E cantovi di questa nostra ria[23]prigion che «vita» nominar non oso,le frode di essa, il volgo, la pazzia;e di quel Re, che 'n un presepio ascosovidi fra le duo bestie a gran bisogna,ver' se stesso crudel, ver' noi pietoso,[24]che svelse il mundo tutto di menzognacon sua dottrina colma di quel foco,ch'arde sí dolce in alma che non sogna.Io dico te, Iesú, lo qual invocomio Febo, mio Elicona, mio Parnasso,ov'ogni bel pensier al fin collòco.So ben che di te dir via piú t'abbasso,che tacendo non alzo; e pur m'offersi,ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo.Ché, come vedi, son questi miei versi[25]d'amor almanco e caritade in cima,se non toscani, ben sonori e tersi.
TRIPERUNO.
Di quella spera piú capace ed ima[26]del ciel, ove l'Artefice sopernofabbrica ognor quanto mai finse prima,io novamente usciva, fatto eternocandido spirto leggiadretto e bianco,che bianca piú non vien neve d'inverno;quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fiancovibrommi tal, che giú ne venni a piomboin loco basso e d'ogni posa manco.E come vago e timido colombo[27]vola quando si parte da la torma,del ciel tonante al subito ribombo;tal io vi errava tanto che, d'un'ormauscendo in l'altra, mi trovai sul porto,dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma.Guardomi intorno paventoso e smorto,[28]ché teso in ogni parte vedo un rete,onde ch'entrarvi debbia mi sconforto.Quivi spicciando fora d'un paretelargo cosí, ch'ampio paese cinge,chiara fontana porsemi gran sete.La qual fra sassi mormorando astringeal dolce ber qualunque vi s'applica;ma tosto se ne pente chi lei tinge,perch'ella il senso e lo 'ntelletto intrica.Però non men a un vischio tal m'accolsi,[29]tratto dal bere e da l'usanza antica.Quivi cum brame tanto me ne tolsi,che tutto 'l bene che capisce in noinon pur lasciai, ma nel contrario avvolsi.Acque maligne, acque di tòsco, voipiú del mèle soavi, piú che manna,scoprite il fele al nostro error dopoi:ché chi vi gusta pur, non che tracanna,[30]presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia:dura cagion, che a questo ci condanna!Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia,né qual era pur dianzi non ricorda,né su quel punto sa che far si debbia.Io dunque, alma di bere troppo ingorda,le parti mie d'alti pensieri dotteperdei qual cieca forsennata e sorda.Perché non so: sássel colui, che nottefar giorno e giorno notte pote solo,e dá sovente a noi d'amare bòtte.Per fallo d'uno preme tutto 'l stolo,[31]e vedesi alcun padre umil e domoirsene giú per colpa del figliuolo.Or chi l'intenderebbe, che d'un pomosucceda tanto incomodo, ch'ognorasostegna il ceppo uman l'error d'un uomo?Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancorafoggia non è la qual digesto l'abbia,né mai (tant'esser deve crudo!) fôra,se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32]col raggio di pietá nol dissacerbae tempra di giustizia in sé la rabbia;né stomaco di struzio né onto né erba,mentre da noi per quest'ombre si viva,è per smaltir un'esca tanto acerba.I' non fu' mai di tal cibo conviva,e pur padirlo, anzi patirlo, deggio,per cui vien ciascun'alma del ciel priva.La qual ir non dovria di mal in peggio,[33]se, al priego d'una femina, coluimorse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.A che unqua nascer noi, se per altruifallir par ch'anco l'ira non s'estinguadivina in noi, per loghi alpestri e bui?Ahi miser! taci e morditi la lingua,ché maladetto fie chi in ciò s'adira:giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua;anzi ama l'opre sue, contempla e mira,e studia l'uomo a sé fatto similescampare dal suo stesso foco ed ira.Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34]via troppo da l'uman pensier rimoto,ché alto pensier non cape in senso vile.Dunque dirò che quanto chiaro e notom'era dinanzi al ber de l'acque sparve,onde fui d'ombra pieno e di sol vòto.Eccomi sogni intorno, fauni e larve,che mi facean per quella notte scorta,né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve.Pur mi raffronto a quella orribil porta[35]fiso mirando, e qui fermai lo piedecom'uom ch'entrarvi drento si sconforta,e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.
Di quella spera piú capace ed ima[26]del ciel, ove l'Artefice sopernofabbrica ognor quanto mai finse prima,io novamente usciva, fatto eternocandido spirto leggiadretto e bianco,che bianca piú non vien neve d'inverno;quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fiancovibrommi tal, che giú ne venni a piomboin loco basso e d'ogni posa manco.E come vago e timido colombo[27]vola quando si parte da la torma,del ciel tonante al subito ribombo;tal io vi errava tanto che, d'un'ormauscendo in l'altra, mi trovai sul porto,dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma.Guardomi intorno paventoso e smorto,[28]ché teso in ogni parte vedo un rete,onde ch'entrarvi debbia mi sconforto.Quivi spicciando fora d'un paretelargo cosí, ch'ampio paese cinge,chiara fontana porsemi gran sete.La qual fra sassi mormorando astringeal dolce ber qualunque vi s'applica;ma tosto se ne pente chi lei tinge,perch'ella il senso e lo 'ntelletto intrica.Però non men a un vischio tal m'accolsi,[29]tratto dal bere e da l'usanza antica.Quivi cum brame tanto me ne tolsi,che tutto 'l bene che capisce in noinon pur lasciai, ma nel contrario avvolsi.Acque maligne, acque di tòsco, voipiú del mèle soavi, piú che manna,scoprite il fele al nostro error dopoi:ché chi vi gusta pur, non che tracanna,[30]presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia:dura cagion, che a questo ci condanna!Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia,né qual era pur dianzi non ricorda,né su quel punto sa che far si debbia.Io dunque, alma di bere troppo ingorda,le parti mie d'alti pensieri dotteperdei qual cieca forsennata e sorda.Perché non so: sássel colui, che nottefar giorno e giorno notte pote solo,e dá sovente a noi d'amare bòtte.Per fallo d'uno preme tutto 'l stolo,[31]e vedesi alcun padre umil e domoirsene giú per colpa del figliuolo.Or chi l'intenderebbe, che d'un pomosucceda tanto incomodo, ch'ognorasostegna il ceppo uman l'error d'un uomo?Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancorafoggia non è la qual digesto l'abbia,né mai (tant'esser deve crudo!) fôra,se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32]col raggio di pietá nol dissacerbae tempra di giustizia in sé la rabbia;né stomaco di struzio né onto né erba,mentre da noi per quest'ombre si viva,è per smaltir un'esca tanto acerba.I' non fu' mai di tal cibo conviva,e pur padirlo, anzi patirlo, deggio,per cui vien ciascun'alma del ciel priva.La qual ir non dovria di mal in peggio,[33]se, al priego d'una femina, coluimorse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.A che unqua nascer noi, se per altruifallir par ch'anco l'ira non s'estinguadivina in noi, per loghi alpestri e bui?Ahi miser! taci e morditi la lingua,ché maladetto fie chi in ciò s'adira:giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua;anzi ama l'opre sue, contempla e mira,e studia l'uomo a sé fatto similescampare dal suo stesso foco ed ira.Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34]via troppo da l'uman pensier rimoto,ché alto pensier non cape in senso vile.Dunque dirò che quanto chiaro e notom'era dinanzi al ber de l'acque sparve,onde fui d'ombra pieno e di sol vòto.Eccomi sogni intorno, fauni e larve,che mi facean per quella notte scorta,né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve.Pur mi raffronto a quella orribil porta[35]fiso mirando, e qui fermai lo piedecom'uom ch'entrarvi drento si sconforta,e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.
GENIO.
«Alma, che per altrui difetto al varcodubbioso arrivi e Dio ti vi destina,or quivi entrando inchinal'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carcogira di stelle e mostrasi luntano!Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36]qual eri avanti 'l poculo di Lete!Ma se tornarvi brami, quelle membra,ove tu déi corcarti a man a mano,fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquetel'uman desio che le conduce al retesí di legger, ove ne resti presa.Ma strenua contesanon sa fatica, finalmente, o carco».
«Alma, che per altrui difetto al varcodubbioso arrivi e Dio ti vi destina,or quivi entrando inchinal'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carcogira di stelle e mostrasi luntano!Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36]qual eri avanti 'l poculo di Lete!Ma se tornarvi brami, quelle membra,ove tu déi corcarti a man a mano,fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquetel'uman desio che le conduce al retesí di legger, ove ne resti presa.Ma strenua contesanon sa fatica, finalmente, o carco».
TRIPERUNO.
Queste parole, in man d'un vecchio bianco,vedendo appese di quell'uscio in fronte,io tremai forte e tremone pur anco.Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte:ché allor, mentre per me giá si delibranon ir piú innanzi e volgomi dal ponte,donna m'appar accanto, che mi vibra[37]un pugno al fianco e drieto mi flagella,ch'avea ne l'altra man un'aurea libra.Ritornomi a la porta, dove quellami piega col temone di sue pugna,drieto chiamando sempre: — Alma rubella,alma proterva, fa' che non ti giugnascamparti da colui che qui ti movead una faticosa e strana pugna,ch'avrai con esso teco e non altrove,[38]e per vincer leoni, tigri ed orsi,vincendo te, minori son le prove! —I' non mil fei ridir, ma via trascorsi,qual timido cavallo che s'arrestane l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi;poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa,ma chi gli sede addosso presto il torna,stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta;ond'egli per le bòtte si ritornain quella parte onde lo smosse l'ombra,di passo no, ma corre e non soggiorna.Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39]notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato,in luogo cui la terra intorno adombra.Ed io ne stetti non d'abisso al lato,ma in centro d'ombre grosse denso e folto,qual talpa preso in gli occhi e smemorato.Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40]io, pronto spirto ne la carne inferma,stetti non pur prigione, ma sepolto,fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.
Queste parole, in man d'un vecchio bianco,vedendo appese di quell'uscio in fronte,io tremai forte e tremone pur anco.Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte:ché allor, mentre per me giá si delibranon ir piú innanzi e volgomi dal ponte,donna m'appar accanto, che mi vibra[37]un pugno al fianco e drieto mi flagella,ch'avea ne l'altra man un'aurea libra.Ritornomi a la porta, dove quellami piega col temone di sue pugna,drieto chiamando sempre: — Alma rubella,alma proterva, fa' che non ti giugnascamparti da colui che qui ti movead una faticosa e strana pugna,ch'avrai con esso teco e non altrove,[38]e per vincer leoni, tigri ed orsi,vincendo te, minori son le prove! —I' non mil fei ridir, ma via trascorsi,qual timido cavallo che s'arrestane l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi;poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa,ma chi gli sede addosso presto il torna,stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta;ond'egli per le bòtte si ritornain quella parte onde lo smosse l'ombra,di passo no, ma corre e non soggiorna.Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39]notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato,in luogo cui la terra intorno adombra.Ed io ne stetti non d'abisso al lato,ma in centro d'ombre grosse denso e folto,qual talpa preso in gli occhi e smemorato.Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40]io, pronto spirto ne la carne inferma,stetti non pur prigione, ma sepolto,fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.
MELPOMENE.