IV.Un mazzolino di viole nel buio.

IV.Un mazzolino di viole nel buio.

Corrado fissò nelle vetrate nere gli occhi spalancati, e mentre una parte di lui accompagnava i passi di Fanny, e stava ad ascoltare se mai dalla via deserta gli giungesse ancora una voce dell’allegra brigata, l’altra parte di sè stava muta, fredda, indifferente, come immemore od inconscia della vita.

Una carrozza rotolò nella neve, proprio sotto alle finestre, si tenne pochi istanti ferma, e di nuovo si mosse; il sordo rumore s’allontanò, si spense... succedette il silenzio profondo — e Corrado continuava a seguire con sguardi intenti i fiocchi di neve che, passando dietro le vetrate, alla viva luce della camera si tingevano un istante di riflessi rossigni e sprofondavano nel buio.

La porta, da cui poc’anzi era uscita la comitiva ciarliera, girò sui cardini senza rumore; apparve una testa canuta, in cima ad un corpicciolo mingherlino. Corradonon si mosse, non profferì parola, non staccò gli occhi dai vetri. Allora la testa canuta parve barcollare sulla sua base, il corpicciolo sembrò volersi fare più piccino per non recar disturbo, e la porta, che non era chiusa intieramente, si riaprì.

«Antonio... disse Corrado, senza voltarsi.

— Scusi....

— Spegni i lumi.

E siccome il servitore esitava, ripetè con voce raddolcita:

«Spegni i lumi, Antonio.

— Tutti?

— Tutti.

Il vecchio non disse più nulla, prese dalla credenza un lumicino che accese ad una fiamma di gas, allungando il braccio, poi salì sopra uno sgabello.

L’idra ritrasse ad una ad una le sue cinque lingue, divenne mutola. Antonio scese, raccolse da terra non so che, pose le mani qua, là, cercando un pretesto per non andarsene alla muta, tre volte guardò verso il suo padrone, ed altrettante aprì la bocca per sprigionare un sospiro discreto, ed altrettante tentennò il capo, e finalmente mosse un passo incerto... un altro... eccolo presso all’uscio.

— Antonio, disse Corrado.

Il servitore accorse frettoloso.

— Povero Antonio!

Un breve silenzio.

— Perchè non sei andato a dormire? Te l’ho pur raccomandato di non star su.

— Non avevo sonno.

— Al solito, e Proto invece dormiva in piedi... al solito.

— Non ce n’ha colpa, è tanto giovane!....

— E tu l’hai mandato a letto?

— Si dorme male sulle sedie....

— L’hai provato?

Il vecchio arrossì lievemente senza rispondere.

— Va a letto, povero Antonio, soggiunse Corrado.

— Il signor conte non ci va?

— Ci andrò a momenti.

— E vuol rimanere qui... all’oscuro?

— Sì.

Antonio non ribattè parola, ma curvandosi dinanzi al caminetto, ai piedi del suo padrone, prese ad accomodare i tizzoni colle molle e ad aggiungere legna. Non fu pago se non quando vide una fiammata. Allora disse:

— La fa allegria!

Stette un istante irresoluto, e si battè la fronte come a punirla di una imperdonabile smemorataggine:

«Ah! il mazzolino! disse, ed uscì frettoloso per ritornare subito dopo.

Corrado non s’era mosso, guardava sempre la fiamma. Lungamente Antonio fece girare fra le dita un mazzolino di viole, aspettando che gli fosse fatta una domanda;alla fine pigliò una determinazione eroica, depose il mazzolino sulla caminiera dicendo:

«Non si sa chi lo abbia mandato.

Il giovane rialzò la testa bruna, accarezzata dai riflessi della fiamma, guardò sbadatamente i fiori, e ponendo nell’accento una dolcezza maggiore dell’usato, disse:

«Grazie!

— Di che? Non è mio quel mazzolino. Certo... se ci avessi pensato... se avessi creduto di farle piacere... ma che vale? Non ci ho pensato. Alla mia età non si crede neppure che d’inverno vi siano fiori.

— E chi dunque li ha mandati?

— Non si sa.

Il vecchio pronunziò le parole quanto più misteriosamente gli fu possibile, e alle parole aggiunse un atto misteriosissimo, che doveva suscitare un febbrone di curiosità a dir poco. Ma il disgraziato Corrado non badò all’accento, non vide l’atto, e chinò di nuovo la testa sul petto. Poco dopo, si scosse e ripetè:

— Va a dormire, Antonio.

— Vado.... Vado....

Non andava.

— Porta via il lume.

Il vecchio volle provare a resistere, radunò tutte le sue forze per disobbedire, ma non ci fu verso; gli bisognava andarsene, lasciare il padrone solo, all’oscuro, nella pessima compagnia di quattro tizzoni, capaci dimettergli in capo Dio sa che.... Sospirò forte, disse sotto voce che padrone e tiranno sono sinonimi, fece un passo verso l’uscio, ne fece un altro, altri due, e se ne andò portando via il lume.

Corrado, rimasto solo, rovesciò il corpo sulla poltroncina, curvò il capo sul petto e fissò gli occhi nel focolare.

Fra le strette di quattro tizzoni, una gran fiamma irrequieta si dibatteva, lamentandosi, senza potersi sprigionare; si faceva piccina per accarezzare le braccia nere che la trattenevano; poi irrompeva con uno splendore di rivolta, e di nuovo si contorceva, si ripiegava gemendo, tacendo, sprizzando scintille — piccoli fulmini di collera — invano; i quattro tizzoni, che parevano sbadati, all’improvviso aprivano un occhio, due, tre, dieci occhi, piegavano un istante per ripigliare una positura più salda.

Corrado seguiva le vicende della lotta, chiudendo tutto sè stesso in quel picciolo vano, incapace di staccarsene un istante per vagare nel buio che non ha confini, trasognato, senza pensiero, senza desiderio, senza ansia, come uno spettatore indifferente, come un ebbro di noia, il quale barcolli solo perchè dimentico dell’equilibrio.

Forse alcuna cosa dentro di lui lottava, come la fiamma, contro braccia invincibili; forse quel focolare gliene raffigurava un altro in cui ardeva una parte di sè stesso... forse — non ne aveva coscienza.

A certi guizzi della fiamma, correva per la volta bigiaun tremolio d’ombre; bagliori di luce si avventavano nel buio dell’ampia camera, e sulle pareti, ora qua, ora là, s’affacciava un amorino.

Corrado non aveva occhi per la scena fantastica; continuava a stare immobile, col mento appoggiato sul petto e l’occhio fisso nella fiamma.

A poco a poco, una sensazione quasi impercettibile lo tolse a quella specie di dimenticanza di sè medesimo; e allora nell’infinito vuoto, nel buio infinito della sua mente, si fece strada qualche cosa che assomigliava ad un pensiero. Una voce domandò dentro di lui:

«Che è questo?

E un’altra dentro di lui rispose:

«È un profumo di viole, è un profumo venuto da lontano.

Corrado si sollevò sulla poltroncina, allungò una mano e trovò tentoni sulla caminiera il mazzolino di viole, lo guardò un istante alla luce della fiamma, poi spenzolò il braccio a terra, così che le viole parvero aggiunte ai fiorami del tappeto.

E la stessa voce di prima si arrischiò a domandare: «E chi mai ha pensato a te? quale delle tante, che ti hanno portato via un brandello del cuore e due mesi della vita, si ricorda ancora del tuo Santo? L’Angelica no certo, la Candida nemmeno, e nemmeno la Bice.... Le altre sono troppo remote.... Ah! forse Nina, la fantastica Nina; essa sola può andar soggetta a tenerezze postume.... oppure.... ma già l’Angelica no certo, la Candida nemmeno, e nemmeno la Bice....

Un brontolio prolungato della fiamma fece ammutolire quella ciarliera, poi un’altra voce spropositò timidamente: «povera Fanny!» — Che cosa ci entra ora Fanny? sta zitta.... non può esser stata che la Nina. Te la rammenti, la Nina? Era bella la Nina!... Ti ricordi di quel giorno?... di quell’altro?... e quella volta.... e quell’altra?... Povera Nina!... La Candida, che te la fece dimenticare, non valeva quanto lei, ma era un’altra. Ah! lealtre, Corrado,le altre!... Un mazzolino di viole.... quest’anno sono i soli fiori che tu abbia ricevuto! Hai delle amiche, quest’anno, che ridono dei fiori come i tuoi amici. Fanny sola ama i fiori.... Se te ne fossi innamorato un mese più tardi, ella te l’avrebbe mandato il suo mazzolino. L’hai amata troppo presto! Il tuo Santo non ha potuto anticipare.... e ci hai perduto un mazzolino.... Ma insomma, a chi può essere venuta l’idea delle viole? alla Candida no certo, all’Angelica nemmeno e nemmeno alla Bice.»

Corrado, che udiva quel chiacchierio senza ascoltarlo, levò lentamente il braccio e tenne un istante il mazzolino dinanzi al focolare; le viole si staccavano nere nere dal fondo di fiamma. Ma d’improvviso rotolò un tizzo e balenò una luce più viva; fu per tutta la stanza una lunga processione di ombre; a quel bagliore, Corrado vide fra le dita un luccichio a cui non aveva posto mente; strappò ad una ad una le viole del mazzolino, e dai gambi recisi sciolse, come istupidito, una lunga ciocca di capelli biondi.

Un lampo, balenandogli negli occhi, gli accese il volto spento; volle guardar meglio, ma proprio in quella un altro ceppo rotolò dagli alari, e la fiamma, non più trattenuta che da due braccia impotenti, si sprigionò con un guizzo e fuggì via.

L’istinto fu più ratto del pensiero.

Corrado aveva appena tirato il cordone del campanello, che già era pentito; e ad Antonio, il quale entrò recando un lume:

— Non sei andato a letto? chiese impacciato.

— Ci andavo ora — balbettò il vecchio, e non sapendo che altro dire, guardava tutt’intorno.

— Ieri hanno portato un mazzolino....

— Sissignore, un mazzolino di viole.... dove è andato?... l’avevo messo sulla caminiera, e....

Ammutolì, vedendo a terra le viole strappate dai gambi.

— E chi l’ha portato quel mazzolino?

— Non so, fu consegnato al portinaio.

— Da chi?

— Da chi? è vero, bisognava chiedere da chi; chiederò stamane.

— Non chiederai nulla.

— Non chiederò nulla.

— E andrai a dormire subito, povero Antonio, non voglio che tu mi venga ammalato.

— Anche lei....

— Io no, non ho sonno.

— E che significa il non aver sonno alla sua età? Lei ha qualche cosa.

— Sì, ho qualche cosa... qualche cosa che non ho mai avuto... ma non ho sonno, e tu non puoi tenere gli occhi aperti; va a letto, povero Antonio!

Il povero Antonio radunò, come era solito fare, tutte le sue forze per provarsi ancora a disobbedire, riattizzò il fuoco nel caminetto, mandò in giro per la stanza certe occhiate ribelli e se ne andò ripetendo fra i denti «che non c’è rimedio, che deve essere così, che è sempre stato e sarà sempre così... cioè che tiranno e padrone sono sinonimi.»

Corrado, rimasto solo, raccolse ad una ad una le viole recise, e stette a guardarle alla luce della fiamma, finchè l’alba si affacciò alle vetrate.


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