X.Grazietta.
Si volse; e immobile, senza pensiero, senza volontà, Corrado stette lì un istante a fissare senza sguardo la porta che chiudeva il bel sogno.
Il bel sogno! prima la splendida bellezza di Agnese, il suo riso squillante, i suoi sguardi profondi, il tremolìo dei ricci dorati intorno ad un volto diafano e voluttuoso — e poi una personcina gentile, una vesticciuola bruna e modesta, che non sa nascondere forme, modi e visino di fata — un sogno, un bel sogno!
Volse l’occhio in giro, poi lo abbassò; ai suoi piedi c’erano le scale — scese lentamente. E quando fu sull’ultimo pianerottolo, levò il capo a guardare in alto, stette ad ascoltare se mai qualcuno scendesse, e non potendo prolungare quell’aspettazione senza dar troppo spasso a due occhietti che scintillavano nel camerino del portinaio, finse di ravvedersi ed uscì.
Sulla via si fermò; guardando là dove supponeva fossero le finestre della bella, gli parve di scorgere qualcuno dietro i vetri, ma non ne era sicuro; ad ogni modo, si mosse, diritto innanzi a sè, con passo celere.
Alla svolta della cantonata si arrestò come giunto alla sua meta; fece prova di radunare le idee, di pigliare una determinazione, vide un caffè lì presso e fu tentato d’entrarvi; ma ebbe paura, se in quel mentre Grazietta uscisse, di perderla un’altra volta.
Che cosa era andata a far Grazietta in casa della cortigiana?
Come era bella nella sua vesticciuola nera!
Così l’aveva evocata — pallida, dilicata, gentile — così gli riappariva. Eragli bastato uno sguardo a leggerle in volto il breve tempo passato, ed ora ritesseva colla mente la picciola tela del suo gran dolore.
Sì, ma che cosa era andata a fare Grazietta in casa della cortigiana?
Quanti passavano vicino a Corrado, e lo vedevano lì, attaccato alla cantonata come un pilastro, si voltavano a guardarlo ed a guardare dove egli guardava.
Vedendosi fatto segno alla curiosità, si mosse lentissimamente, fermandosi dinanzi a tutti i manifesti, a tutte le mostre, ma coll’occhio lontano. Alla fine si staccò da una vetrina ed affrettò il passo. Un breve tratto innanzi aveva visto all’improvviso una vesticciola nera, una capigliatura bionda annodata stretto, ma non così che una ciocca non si fosse sprigionataper ricadere sulle spalle — aveva riconosciuto Grazietta.
Costei si volse un paio di volte e non parve vederlo, perchè, invece di camminar più spedita, rallentò il passo. Così pensava Corrado, il quale ora che poteva raggiungerla senza dar nell’occhio alle gente, si trattenne, regolando l’andatura su quella della fanciulla.
Intanto la misurava coll’occhio. Non era piccina Grazietta, non era nemmeno di quelle fanciulle che promettono matrone; aveva il corpo snello senza sottigliezza, e nel camminare, le sue forme eleganti si muovevano con leggiadria.
Ognuno, giovane o maturo, che le passasse accanto, figgeva occhi meravigliati su quella testina di neve e d’oro, che si staccava dalla veste bruna; i più audaci provavano a sorriderle, a dirle qualche parola; allora Corrado muoveva due passi più affrettati.... ma già Grazietta era lontana dall’impertinente, il quale, rimasto un istante a bocca aperta ad accompagnarla cogli occhi, tirava diritto per la sua via, dicendo a voce alta per consolarsi: «che bocconcino!» od altro orrore simile.
Quando li aveva a tiro, Corrado fulminava i sacrileghi collo sguardo, ma senza perder d’occhio la leggiadra creatura, che gli camminava dinanzi a passo di gazzella.
Allo svolto d’una cantonata, Grazietta si volse ancora, così ad un altro, finalmente infilò una stradicciuola solitariaed affrettò il passo camminando con maggior scioltezza, come se fosse uscita dalla folla, dal mondo.
«Qui deve essere il suo nido,» pensò il conte, e sicuro di non poterla oramai perder d’occhio, non si curò di affrettare anch’egli il passo.
La fanciulla sparve in una porticina, nell’ultima casa; al di là erano gli ippocastani del bastione; non passava alcuno nella via, faceva freddo e non vi era anima viva alle finestre. Corrado, dopo breve incertezza, tirò innanzi. Giunto in faccia alla porticina, sollevò il capo per cercare il numero, e ad una finestra del primo piano, fra due vasi di violeciocche, vide un volto sorridente. Parve a Corrado che il raggio di sole, che doveva scaldare le pianticelle, non avesse baci se non per la splendida testina.
Fu breve l’incertezza; non era quel venire alla finestra e sorridere un invito? Ahi! Grazietta era una bella ragazza come tante altre, e solo più bella di tante! Nel cacciarsi per entro il piccolo vano buio, Corrado lasciava sulla via un’illusione cara. I battiti del suo cuore non avevano più nulla di generoso, ma erano frequenti come a vent’anni; pure, quando fu solo dinanzi ad una scala che si disegnava appena nel buio, si arrestò titubante, e in un lungo sguardo rivolto alla porta, parve ricercare l’illusione che vi aveva abbandonato. E se fosse stato certo di poterla trovare, sarebbe forse uscito all’aperto — ma no, era proprio scomparsa. Tornò a fissar la scala, che andava su ripida e diritta, e quando ebbe avvezzatogli occhi all’oscurità, vide in alto, sull’ultimo gradino, un corpo più nero dell’ombra nera, e su quel corpo un volto biancheggiante.
— Grazietta.... signorina!
E una voce d’argento rispose:
— Badi a non inciampare.
Corrado si trovò sul pianerottolo a fianco della fanciulla, e poi dietro a lei in un corridoio più scuro della scala, seguendo un filo di luce, che passava attraverso la toppa d’un usciolino, come una guida discreta, e poi in una cameruccia piena di sole. Gli pareva di sognare. Guardò Grazietta. La vaga creatura aveva il volto acceso e si turbava lievemente sotto l’occhiata curiosa, ma non mostrava nè l’impaccio della vergogna, nè la falsa disinvoltura delle donne che non si vergognano.
— Perdoni....
— Perdoni....
L’aver incominciato insieme e colla stessa frase li fece ammutolire e ridere entrambi.
— Perdoni, ripetè Corrado, perdoni, signorina, se l’ho spiata, se l’ho seguita per la via, se ho osato venire fin qui....
E la guardava fisso.
— Sono io, disse la fanciulla, provandosi a reggere quello sguardo, ma chinando poi gli occhi a terra; sono io che devo scusarmi se la ricevo in queste camerette.... ma già lei è tanto buono!.... Favorisca di accomodarsi.
Così dicendo, gli mostrava un divano. Corrado sedette.Egli ancora non sapeva che pensare, dubitava ancora, ma non si fermava già più a contemplare il suo dubbio.
Quando Grazietta vide l’ospite seduto, sciolse i nastri del modesto cappellino, domandò scusa con infinita grazia e sparve frettolosa dietro un uscio, dal cui vano socchiuso entrò subito il gorgheggio festoso di un canarino.
Tacque il gorgheggio, riapparve Grazietta senza lo scialletto nero e col capo scoperto, più bella che mai.
— Sono da lei, mi perdoni.
E sedette anch’essa sopra una seggiola. Corrado, volendo essere proprio schietto, avrebbe dovuto scongiurare la signorina di non badare a lui, di fare come se fosse sola e di lasciarlo lì, su quel divano, un quarticino d’ora, a contemplare una cosa che non aveva visto mai e che pure gli pareva di riconoscere: l’innocenza, o la sua immagine più somigliante.
E come accade, non sapendo egli stesso che fosse venuto a fare in quella casa, immaginò che la fanciulla lo avesse indovinato.
— Lei ha compreso?....
— Sissignore, appena sono scesa nella via e l’ho visto in distanza, ne ho avuto il primo dubbio; quando mi sono accorta che mi veniva dietro, allora ho compreso che lei aveva bisogno di parlarmi, ed ho detto: «il signor Corrado ha qualcosa da dirmi; lo aspetto? non lo aspetto?» Ma pensando che uno come lei non accompagnain pubblico una poveretta come me, ho tirato dritto.... anche perchè non sta bene che le fanciulle si fermino coi signori a discorrere sulla via. Mi sono però voltata due volte per vedere se lei perdeva la pazienza o se affrettava il passo per raggiungermi, che allora mi sarei fermata lo stesso. Ho fatto male?
E rinfrancata dal suono della propria voce, Grazietta fissò in volto a Corrado due occhioni azzurri e sereni. Come non rimanere estatico dinanzi alla purezza di quegli orizzonti? Dove erano i dubbi, dove erano i nugoli neri? Diradati, fuggenti.
— Ha fatto benissimo, rispose Corrado, ha fatto benissimo.
E non sapeva come andare innanzi.
— Sono contenta! rispose la fanciulla; a fare come detta il cuore, non è vero che si sbagli sempre.
— Non si sbaglia mai quando si ha il cuore retto.
Chi avesse annunziato che Corrado si sarebbe lasciato uscir di bocca col massimo sussiego questa frase solenne, avrebbe fatto ridere di cuore gli amici; ma chi avesse pronosticato che in faccia ad una leggiadra fanciulla, egli si sarebbe, in un bel giorno di febbraio, arrabbiato di parer troppo giovane e troppo mondano, costui avrebbe fatto morir dalle risa lui stesso. Corrado non rideva; meditava proprio sul serio al fatto che i suoi abiti erano troppo di moda, la sua camicia troppo lucida e troppo sfacciata, i bottoncini di brillanti troppo civettuoli, e passava una mano sui capelli per sprigionarlidai cosmetici diCome si chiama, dolente di non potersi far crescere, per forza di volontà, almeno almeno la barba di due giorni.
— Ha fatto benissimo, soggiunse, il mondo è maligno e, sebbene tra me e lei ci sia un abisso di età.... sebbene io possa essere suo padre....
Corrado era in buona fede dicendo queste parole, ma non le ebbe appena profferite, che in buona fede si aspettava pure di essere contraddetto. Invece la fanciulla stette ad ascoltare guardandolo con occhio sereno.
Infin dei conti era vero: poteva esser suo padre. Tanto meglio.
Ma non lo ripetè; spieghi chi può questa debolezza.
«Sebbene tra me e lei ci sia una bella distanza di età, ripigliò, la maldicenza non si ferma a queste inezie. E poi si sa....
Che stava per dire? Si turbò. Grazietta lo guardava sempre con una specie d’attenzione estatica, tra rispettosa ed amorevole.
A Corrado, stringendo le pugna, poi allargandole e piantando le palme delle mani sulle ginocchia, riuscì di ricomporsi alla meglio.
— Ella ha indovinato che io aveva qualche cosa da dirle, e non sarei qui se fosse altrimenti. Ciò che ho da dirle, signorina, può sembrarle curioso; ho fatto un voto.
— Un voto!
— Il giorno che la vidi afflitta, sofferente, dispostaa sacrificare il solo ornamento della sua gioventù per.... per fare un’opera santa.... quel giorno mi sono sentito migliore, ho cominciato a credere a qualche cosa a cui non credevo....
— A che cosa?
— All’esistenza degli angioletti in terra, rispose Corrado sorridendo.
Grazietta chinò gli occhi e si fece rossa.
— E lieto di ritrovare questa fede, ho fatto il voto di rappresentare la Provvidenza della buona figlia rimasta senza madre.
Le manine della fanciulla non furono così ratte da soffocare un singhiozzo.
Corrado ammutolì un istante. Poi con voce più lenta e più sommessa:
— Mi duole d’aver svegliato memorie che l’affliggono, che la fanno piangere.... che le fanno male.
— Non fanno male le memorie, disse Grazietta sollevando il capo lievemente, mi hanno fatto tanto bene le lagrime.... mi perdoni.... è passato.... veda non piango più.
E scostando la mani bianche, mostrò il volto arrossato, e gli occhioni lucidi da cui spuntavano ancora due lagrime ribelli.... le ultime.
Provò a sorridere; una lagrima cadde, ma Corrado giunse in tempo a raccoglierla colla propria pezzuola, che porse alla fanciulla. Grazietta accettò arrossendo, asciugò gli occhi, restituì la pezzuola e finalmente sorrise.
— Mia madre è morta in quello stesso giorno, prese a dire senza titubanza, è morta ripetendo il suo nome, benedicendola. Io era ricca, perchè avevo le mie cento lire; le feci porre una corona sulla bara, la feci seppellire all’aperto in un giardinetto a 10 anni, e sulla tomba, con certi sassolini a mosaico, feci scrivere «mamma!» Sarà contenta, non è vero? Le parrà di sentirsi chiamare; a primavera le porterò i fiori che le piacevano tanto.
Corrado avrebbe ascoltato un pezzo, senza stancarsi, la bella musica di quella vocina; ma Grazietta disse: «Scusi» e tacque.
— Non mi annoia, s’affrettò a dire Corrado, mi parli pure di sua madre, me ne parli.
— Grazie, disse la fanciulla sorridendo, ella mi legge nel cuore. Aspetti, prima gliela farò conoscere.
Attraversò la camera, sparve dietro l’uscio dirimpetto e tornò; aveva in mano una piccola cornice, e mentre era stata ratta nell’uscire, ora si faceva innanzi a passi lenti; ripulì colla manica del vestito il vetro, prima di porre il quadro sotto gli occhi a Corrado, e si tenne ritta al fianco di lui per non abbandonare dello sguardo le amate sembianze. La madre della fanciulla appariva giovane e bella; aveva uno di quei visini tutt’occhi, patiti e buoni, che fanno pensare al cielo. Corrado guardò a lungo il ritratto con una dolce gravità, e involontariamente provò a ricercar la somiglianza nel volto della fanciulla, la quale continuava a figgere nelle sembianzedella povera morta quello sguardo profondo che è pietà e desiderio.
Finalmente si ravvide, sorrise a Corrado ed alla mamma e depose il quadretto sul tavolino.
— Povera donna! quanto doveva essere buona!
— Anche lei se ne è accorto! Lo dicono tutti. Oh! se era buona! Voleva bene ai fiori, agli uccelli, alla gente cattiva perfino, a me più di tutti. Soffrì molto; il pensiero di lasciarmi sola le faceva sembrare orribile il morire. E all’ultimo momento mi disse con un filo di voce: «Grazietta, me ne vado, ma verrò a vederti.» Il suo bacio lungo me lo sento ancora sulle labbra. Ha mantenuto la promessa; alla notte la chiamo prima di addormentarmi, ed essa viene in sogno; si vola insieme pella campagna, si va lontano, lontano....
Grazietta parlava ora della morta senza lagrime, senz’affanno, con accento di mestizia dolce e confortata; e quando tacque, nessuna nube le oscurò la fronte.
— E vive sola? domandò Corrado.
— Mario mi fa compagnia..., rispose la fanciulla.
— Chi è Mario?
Grazietta si fe’ forza per trattenere il riso.
— Un famoso tenore, dicono....
E sprigionò un’allegra risata, a cui Mario in persona rispose dalla stanza vicina con una fioritura di vecchio stile.
— Lo sente? disse Grazietta ridendo più forte.
— E il suo canarino le basta proprio?
— Mario mi fa buona compagnia; ma poi ho la mamma: una mamma morta è ancora una mamma; se non l’avessi conosciuta, come non ho conosciuto mio padre, non mi basterebbe ora pensarci per sentirne la presenza: anche in questo momento mi pare che sia qui, che ascolti tutto, che veda tutto.... non è lo stesso come vederla e udirla e farle i baci e nascondere la testa fra le sue ginocchia, ma tanto fa bene.
Corrado non osò dir parola, quasi timoroso che l’accento della propria voce dovesse guastare quella fede ingenua. Dopo un istante di silenzio, fece una nuova domanda:
— Perdoni la curiosità: come fa a conoscere la signora Agnese?
Un vivo rossore tinse le guancie della fanciulla. Non rispose. Corrado, per non ripiombare in un suo dubbio amaro, insisteva col silenzio e collo sguardo.
E allora Grazietta disse:
«La signora Agnese non vuole che si sappia ch’io la conosco; mi ha raccomandato di non dirlo a nessuno.
— Ma io lo so.
— È vero.
— Dunque è inutile nascondermelo.... e poi non ha detto che ha fiducia in me?
— È vero.
Ma non rispondeva alla prima domanda.
— Ci va spesso in casa della signora Agnese?
— Spesso.... vado a prendere del lavoro ed a riportarloquando l’ho finito. Non ha voluto che andassi a giornata in una bottega, e così sto in casa. Mario canta ed io lavoro.
Se la curiosità di Corrado non era sazia, il dubbio almeno era placato; non volle insistere di soverchio.
— E che lavoro fa?
Quella domanda, che avviava altrove la conversazione, gettò una luce sul visino della fanciulla, la quale, senza nascondere la propria contentezza, sollevò l’indice della mano sinistra e fece vedere il polpastrello punzecchiato dall’ago.
«Veda.
A Corrado quell’atto parve troppo repentino, quasi civettuolo. Perchè non aveva essa detto semplicemente «lavoro di cucito?....» Ah! Perchè l’ingenuità ha talvolta le sembianze della malizia? Pure, vedendo quella mano affilata e candida e quel ditino levato in alto come una minaccia scherzosa, lo scettico incorreggibile non si potè trattenere dal dire: «peccato!»
— Non è nulla, rispose Grazietta, ci sono avvezza, non fa male.
Nello spirito di Corrado era un’altalena di dubbio e di fede; dopo quarant’anni passati con certe fanciulle, poco si crede alla fanciulle, non si crede punto al candore. Solitamente le innocentine sono civette mal destre — si sa a memoria. Grazietta no; tutta l’anima le splendeva negli occhi, la sua stessa bellezza era il testimonio d’una virtù immacolata. Bastava guardare l’ammattonatoroso e sconnesso, le pareti nude, i travicelli del soffitto ed i mobili modesti, che circondavano tanto lusso di forme, di gioventù, di grazia. Così faceva Corrado.
E la fanciulla, seguendone lo sguardo curioso, fissava anch’essa sorridendo l’ammattonato roso ma pulito, i travicelli da cui non pendeva nemmeno un ragnatelo, le pareti nude ma imbiancate di fresco; e vedendo sul canterano un bruscolo, che non ci doveva essere, si levò in fretta per toglierlo.
Corrado sbadatamente si rizzò anch’esso, e non l’aveva fatto, che già era pentito ed avrebbe voluto sedersi per prolungare la sua visita. La fanciulla, non comprendendo l’intenzione, gli domandò con un sorriso:
«Vuol vedere tutto il mio alloggio, vuol conoscere Mario?
Corrado la seguì.
— Ecco, disse Grazietta, come fu nella camera attigua, non c’è altro, ma io ne ho di troppo.
Era una stanzuccia gentile nella sua povertà; Corrado si arrestò sul limitare come in un santuario, vide il lettuccio in fondo, il tavolino da lavoro accanto alla finestra, e nel vano la gabbietta di Mario.
Non disse parola; quella semplicità gli dava come uno stordimento; pensava a mille cose. E quando un trillo lungo, squillante, finito con un salto audacissimo d’ottava, lo svegliò dalla sua estasi, appena appena seppe dir «bravo!» al piccolovirtuoso.
Pochi istanti dopo, metteva il piede sul pianerottolo per andarsene, quando si battè la fronte e ripassò il limitare.
«Senta, disse pigliando le due mani della fanciulla nelle proprie, senta, io potrei esserle padre, ho diritto alla sua fiducia e la pretendo. Me la conceda intera.
Grazietta lo guardava senza dir parola.
— In questa casa, proseguì Corrado, ella non può starci.
— Come?
— No.... non può starci, alla sua età non si deve star soli....
— Ci sono dei vicini....
— Gente curiosa, maligna, indifferente.
— No, signore....
— Sì, signorina, la lasci dire a me che me ne intendo.... lei deve andare ad abitare in casa di buona gente, dove sia come una figlia, dove non le manchino le cure dovute alla sua età. Mi permetta di occuparmi di questo.... non mi dica di no....
Grazietta non sapeva che rispondere, le si dipingeva in volto un gran turbamento.
Corrado ripigliò a dire con dolcezza, pronunciando le parole lentamente:
«Quel giorno che la vidi per la prima volta fu un bel giorno succeduto ad una notte orribile; ella mi diede una consolazione grande, una gioia sincera, la prima, la sola forse; ho fatto voto di aiutarla ad esser felice.... perchè si può anche esser felici....
Ed aveva l’aria di darle una notizia importante.
— Io sono felice, rispose semplicemente Grazietta.
— Per ora sì; ma in avvenire?
Grazietta non rispose, ma levò gli occhi sbigottiti e li fissò in volto a Corrado con una serenità non scevra di baldanza; quello sguardo lungo diceva: «A sedici anni l’avvenire è un bel sogno che non fa paura. Non mi toccate l’avvenire.» Ma Corrado non seppe leggere in quello sguardo. Componendo il volto e la persona alla massima gravità, chiese titubando:
— Dubita forse di me?
— E perchè dovrei dubitare?
— Grazie; non mi dica altro; prima di accettare, bisogna che anch’io sappia che cosa proporle.... Addio.
— Verrà ancora?
— Probabilmente no.
— No?
— Ma penserò a lei.
— Era questo che aveva a dirmi?
— Questo. Ah! mi dimenticavo di ringraziarla del mazzolino....
— Gliel’hanno dato?.... Ha capito che erano mie le viole?
— Ho riconosciuto i suoi capelli....
Grazietta si fece rossa.
— L’ho legato così per farmi conoscere.... e poi perchè i miei capelli erano suoi.... sono suoi — aggiunse sorridendo — quando li voglia, non ha che a dirlo.
— Per ora mi basta questo; disse Corrado, e curvandosi sulla leggiadra testina, pose sulle treccie d’oro un bacio casto.
Poi scese le scale con una nuova festa nel cuore. Solo allo svoltar della via, poichè fu certo che nessuno poteva vederlo, si volse a guardare la nota finestra. Fra le violeciocche era ancora il bel viso baciato dal sole.