XV.Visite.

XV.Visite.

Verso il mezzodì venne Agnese.

Venne a piedi, vestita d’abiti modesti, col velo sugli occhi, col cuore agitato; attraversò la via deserta a passo frettoloso, guardandosi intorno; all’atto di passare sul ponticello, che metteva nel prato, alcune donne, che risciacquavano dei panni, non sollevarono nemmeno le faccie bronzine. Allora si lanciò a correre.... eccola all’uscio di casa, in salotto, nelle braccia della sorella.

«Nessuno mi ha visto! le disse fra due baci. Come stai?

— Benissimo rispose Grazietta, se sapessi come è bello qui.... Vuoi venir di sopra nella mia camera?.... vuoi vedere i canarini?....

— Sì, vengo....

— Non ti dispiace che la signora Valentina sappia che sei qui?.... domandò la fanciulla titubando....

— E perchè mi dovrebbe dispiacere?....

— Non so.... entrando hai detto: «nessuno mi ha vista;» sei venuta in segreto?

— Pazzerella! Signora no, non sono venuta in segreto.... ma quando ho infilato la via Lesmi, vedendo che non vi passava anima viva, ho cominciato a dire: «scommetto che non passerà nessuno prima che io sia giunta al portone,» e poi ho detto: «ah! se passasse qualcuno, quale disgrazia!....» Mi pareva di essere il tuo innamorato e che dovessi venire a donarti un bacio di nascosto, come nei romanzi.... Vediamo, non sei tu il mio amore, non son io il tuo innamorato? Rispondi.

— Ecco, rispose Grazietta, e sollevandosi sulla punta dei piedi scoccò un bacio sulle guancie vermiglie della sorella; poi le buttò un braccio al collo e la trasse su per le scale. Sul pianerottolo si sciolse dal nodo amoroso, sorrise e disse: «la spensierata che sono!....»

Non altro. La sorella comprese, titubò.

«Che fa ora la signora Valentina?

— Lavora.

— La disturberemo, disse Agnese.... e ci disturberà; stiamo da sole finchè è possibile, scendiamo in cucina, andiamo nell’orto, fa un bel sole.

Grazietta trasse un lieve sospiro.

— Torneremo su dopo, aggiunse Agnese in risposta a quel sospiro, voglio conoscere i canarini....

— Sì?.... allora tanto meglio, scendiamo pure nell’orto, vedrai, vedrai....

Scesero nell’orto.

Febbraio era stato mite, e negli ultimi giorni anticipava alla campagna i tepori di marzo; la natura, già uscita dal sonno invernale, aveva aperto lo scrigno inesauribile; ogni pianta mostrava le sue gemme, nei solchi, fra due filuzzi di neve scintillanti al sole, si affacciava il primo verde.

Era vasto l’orto, il prato era immenso, e più oltre la campagna, solcata da filari di olmi o di gelsi, pareva uno scacchiere infinito; più lungi ancora, dietro un velo di vapori, i bei giganti canuti! Quale incanto! Grazietta aveva passata l’infanzia in un ammezzato, e quasi non credeva che da Milano si potesse godere uno spettacolo così bello. E chi l’avrebbe detto che in Via Lesmi c’era un paradiso simile?

Agnese imitava la fanciulla, chinandosi a guardare un insetto, un filo d’erba, un germoglio, cercando anch’essa colla medesima curiosità ingenua..., che cosa?... ed era bello veder quelle due teste bionde riavvicinate, quei due volti così diversamente leggiadri, animati dallo stesso affetto.

«Ah!

— Che è stato?

— Una viola!

Grazietta, che l’aveva trovata, era nel suo diritto mettendola fra i capelli della sorella. «Stanno bene le viole nei capelli biondi.» Agnese lasciò fare, lasciò dire, e sorrise melanconicamente.

«Come sei bella!» esclamò Grazietta.

Fecero il giro del prato, tornarono all’orto.

«Vedi, disse Agnese; fra tre settimane al più avrai di bei fiori.... vedi....

— Vedo.... sono giacinti che spuntano!

— Sicuro, sono giacinti!

— Signora no, sono cipolle, disse una voce all’improvviso.

D’onde veniva quella prosa? da un luogo degno: da un filare di cavoli.

Le giovinette risero dello sbaglio, intanto che un omicciattolo, ridente anch’esso, faceva la riverenza.

— Sono l’ortolano, disse; il signor conte, vedano, mi ha dato ordine di fare un giardinetto dinanzi alla casa, e un padiglione in fondo, con un sentiero in mezzo al prato per andarvi.... ne metteremo dei giacinti se ne vogliono, ma quelle lì, vedano, sono cipolle.

Un giardino, un padiglione! Grazietta ebbe la forza di trattenersi dinanzi alsuogiardiniere, ma trasse seco la sorella rapidamente per dirle colla felicità negli occhi:

«Un giardino! un padiglione!

— Quanto è buono il signor conte, soggiunse dopo breve silenzio. E come fa ad indovinare ciò che mi dà piacere?

Una nube passò sul volto di Agnese.

— Non è stato qui ieri?

— No, non è stato.

— Non ti ha mai detto nulla?

— Di che.... Ah! sì, mi ha chiesto come facessi a conoscerti; gli ho risposto.... non gli ho risposto.... non ha insistito. Ma giusto, se mi domanda ancora?....

— Puoi dirgli tutto.

— Davvero!.... Anche alla signora Valentina?.... È tanto buona!

— Anche a lei.

— Grazie; così almeno parlerò di te, e non dovrò farmi rossa.

Agnese pose il braccio della fanciulla nel suo, senza dir parola; ma Grazietta era indocile, ogni tanto si fermava, e sprigionando il braccio o costringendo la sorella a curvarsi, si piegava ad esaminare un filo d’erba, un insetto.

«Un bozzolo! esclamò ad un tratto; ed Agnese ripetè:

«Un bozzolo!»

— No, disse Grazietta, non è un bozzolo; vedi, è tondo, è piccino, è bruno.

— No, non è un bozzolo, fece eco Agnese.

— La signora Valentina deve saperlo, andiamo da lei.

— Andiamo da lei....

E via di corsa tenendosi per mano.

— Venivamo a cercarle, disse lamamma, che scendeva appunto le scale, ci è una bella visita!....

— Il signor Corrado! esclamarono le due sorelle, e si arrestarono entrambe.

Corrado scese gli ultimi gradini, e venne a stringerela mano alle giovinette, dicendo non so che, ammirando senza averne coscienza la bellezza di quelle due teste bionde, che per la prima volta sembravano proporsi ad un confronto.

Fu Grazietta a rispondere.

«Signor Corrado, disse ella, signora Valentina....

— Lascia stare lesignorie, di’ Valentina crudo crudo....

«Signor Corrado,.... Valentina, ripigliò scherzosamente la fanciulla, ho l’onore di presentare.... si dice così?.... la signora Agnese, mia sorella.

Non vi era pericolo che Valentina si meravigliasse troppo; essa fece:oh!appena appena; e se vi sono cento modi di fare:oh!, la flemmatica signora ne adoperava uno solo per tutti i casi della vita.

Questa meraviglia temperata e pur genuina ebbe virtù di temperare la falsa meraviglia di Corrado. Anch’egli feceoh!appena appena.

— Sissignori, è mia sorella, soggiunse Grazietta, e se non l’ho detto prima, è perchè la cattivella me l’aveva proibito.... Siamo sorelle, ma non abbiamo avuto la stessa madre; per questo essa non porta il lutto, però voleva bene anche lei alla mamma.... Oh! che volevo dire?.... Ecco: Agnese ha uno zio ricco, molto ricco, e molto avaro, e molto cattivo, di cui essa ha paura; questo zio le ha proibito ogni rapporto coi parenti di nostro padre, che era solo un pittore, mentre sua madre era di famiglia nobile.... dico bene Agnese?

Agnese chinò il capo e non lo rialzò.

— Mi spiaceva avere un segreto con lei, signor Corrado; lo conserveremo egualmente bene in tre.... perchè non bisogna che alcuno sappia.... Agnese dice che è meglio, sebbene non vi sia alcun male. Giusto, signor Corrado, lei non sapeva tutto, ma che Agnese ha uno zio lo sapeva.... Lo conosce anche.... Non è vero che è brutto da far paura?

— L’hai visto? domandò Agnese sollevando il capo.

— Una volta, su per le scale.... almeno ho immaginato che fosse lui.... un uomo alto, magro, brutto e vecchio.... non è così?

— È così! rispose Agnese con un filo di voce.

— Che è questo? Lo sa? disse Grazietta a Valentina mostrandole il bozzolo raccolto.

— «Lo sai?» così devi dire, e allora, se io lo so, rispondo.... ma non lo so.

— È un bozzolo, rispose Corrado.

— Un vero bozzolo?

— Sì, lo guardi attraverso la luce....

— Ci è dentro una cosa nera....

— Un bruco.

— Ah! esclamò Grazietta, e fece atto di lasciarlo cadere.

— Una farfalla! corresse Corrado ridendo.

Anche Grazietta rise, poi corse nell’orticello, andò a deporre il bozzolo nel fesso da cui l’aveva staccato, e fu di ritorno in un attimo. Visitarono il salotto e lacucina, poi salirono le scale. Giunti dinanzi alla gabbia dei canarini:

— Vedrai, Agnese, vedrai; disse Grazietta.

Arturo, Riccardo, Viola, Edmondo, Rosa, Eugenio e gli altri vennero sull’omero, sulla mano, sulla testa della signora Valentina, tirarono su il secchio, cantarono o stettero zitti; e la savia educatrice ottenne ogni cosa coll’adoperare la forza persuasiva del suo linguaggio pacato, chiaro e logico.

«Che nomi! disse Corrado.

— Li ho scelti io, rispose la signora; così avrei chiamato i miei figli se ne avessi avuto. Un bel nome non costa nulla; i figli dei poveri non dovrebbero mai chiamarsi Bartolomeo, nè Grisostomo, nè Pancrazio, nè Biagio.... Non ho ragione?

Ne aveva cento delle ragioni, aveva sempre ragione; e poteva mai aver torto una donna così ragionatrice come la signora Valentina?

Un’ora di ciancie passa presto. Agnese doveva andarsene, e non avendo Corrado alcun motivo di rimanere, le si offrì cavaliero, salutarono insieme, ed insieme uscirono. Una carrozza aspettava; Corrado l’offrì alla sua dama, entrarono, fecero un addio colla mano a Grazietta, che affacciava la bella testina da una siepe, e via di galoppo.

— Siete contenta? domandò Corrado con un accento straordinariamente giocondo.

— Contentissima, e voi?

— Lo vedete, felice.

Tacquero.

Corrado si dondolava con vezzo, correggeva le pieghe del panciotto, si lisciava i baffi, si chinava a guardare dallo sportello — adorabilmente fatuo e disinvolto. Agnese ne seguiva ogni movimento, ma era distratta.

— Bel sole oggi! disse Corrado.

— Magnifico!

— Si può dire che siamo di primavera.

— Proprio.

Tacquero.

— Sapete che cosa si dovrebbe fare noi due? disse Corrado con fatuità sempre crescente.

— Che cosa? domandò Agnese, figgendogli in volto gli occhioni sereni.

— Darci un bacio.... per suggellare l’opera compiuta insieme.... e poi, me l’avete quasi promesso.

— Quando?

— Promesso no, veramente; ma me ne avete fatto venir la voglia dicendomi.... vi ricordate?... «e poi venite da me, e vi darò un bacio se lo vorrete....» Oh! se lo vorrei!...

Rideva.

Anche Agnese rise forte, poi gettando indietro il corpo, in modo che il volto rimanesse quasi nascosto nell’ombra, disse:

— E se qualcuno ci vede?

— Peggio per lui.... ma la carrozza va di galoppo, non ci vedrà nessuno.

Corrado si curvò, raggiunse colle labbra il bel volto e vi stampò un bacio, uno solo. Poi di nuovo uscì a ridere. Agnese rimaneva col corpo nascosto nell’ombra.

«Vi siete fatta rossa, le disse il conte guardandola fisso. To’, ecco che vi fate più rossa ancora!...

— È strano! rispose Agnese.

Tacquero.

La carrozza si fermò all’improvviso; entrambi, tolti dalla scossa alla loro distrazione, si strinsero la mano.

— A rivederci, disse Agnese, e sempre così allegri.

— Sempre....

Corrado stette a guardarla come trasognato, poi la carrozza si mosse.

Il vecchio Antonio, contro l’abitudine, era sul pianerottolo; faceva non so bene che cosa — nulla, mi pare — e non aspettò che il padrone avesse salito le scale per rivolgergli la parola.

— Mi era parso di sentir suonare, corro ad aprir l’uscio.... nessuno.... sto ad ascoltare e la intendo venir su, e per questo sono rimasto sul pianerottolo.

Corrado entrò nelle sue camere senza rispondere; il vecchio non gli si sapeva staccare dai calcagni....

— Vossignoria ha un’aria contenta oggi.... non l’ho vista mai così.... E sì che....

— È vero, Antonio mio, sono proprio contento.... Che cosa stavi dicendo?...

— Che cosa stavo dicendo?...

— Dicevi: «e sì che....»

Antonio guardò il soffitto, poi implorò la misericordia del suo tiranno: «se n’era dimenticato.»

Corrado si spogliò senza dir parola, fermandosi ogni tanto, distraendosi orribilmente; certo senza l’aiuto di Antonio avrebbe infilato la veste da camera al rovescio. Vedendo che non ci era verso di farlo parlare, il vecchio ricorse ad un mezzo eroico:

— «E sì che....» ora mi viene.... se vuole che lo dica, lo dico....

— Dillo.

— E sì che di belle cose ne ha fatte, vossignoria; ma belle come questa, se l’ho proprio da dire, nossignore....

— Ne ho fatto io di belle?... domandò Corrado con un sorriso ironico.

— Altro che!... Ma questa le passa tutte. Mi par di vederla la signorina Grazietta.... come deve essere felice là, coi suoi canarini, col suo orticello, colla compagnia amena di mia sorella!... ride, salta, corre, si fa rossa in viso come una fragola.... La deve proprio star bene là!

A tutte queste interrogazioni indirette, come le suggeriva il rispetto, Corrado rispose:

«Grazietta è felice, tua sorella è felice, anch’io sono felice....

— Ed io.... esclamò Antonio, ma si corresse: ed io non conto.... ma se contassi, sarei più felice di tutti.

— Lasciami ora, mi chiamerai pel desinare, disse Corrado sorridendo al vecchio amico per temperare la durezza dell’ordine.... lasciami....

Antonio, rispettoso tutte quante le ventiquattr’ore, aveva i suoi minuti di tacita ribellione. Non se ne accorgeva lui, ma ce ne siamo accorti noi benissimo: tutta la sua obbedienza non gli impediva di fare sempre a modo suo.

Riuscì dunque a non muoversi, fingendo o credendo lui stesso di affrettare per andarsene. Chi sa? il padrone poteva fare qualche nuova domanda, come talvolta gli era accaduto.... Non ne fece alcuna; e bisognava pur passarla quella benedetta soglia, e chiuderlo quell’uscio benedetto.... Forse no.... di chiudere l’uscio veramente non aveva avuto ordine.... «Devo chiudere?» si arrischiò a domandare.

— Fa come vuoi....

La risposta dava diritto al vecchio di rimanere dubitoso; prima fece per andarsene senza chiudere l’uscio, ma tornò indietro, lo socchiuse, lo riaprì, e finalmente lo chiuse.

Corrado stette ad ascoltare i passi del vecchio, che si allontanava, poi si lasciò cadere sul divano, appoggiò la bocca ad un cuscino, e pianse.


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