XX.Il signor conte ha dei capricci.

XX.Il signor conte ha dei capricci.

Il padiglione era già rizzato, e due vitalbe promettevano di farne un riparo contro il sollione; anche il viale era stato tracciato largo e comodo, senza tener conto dell’eccessivo rispetto che l’ortolano dimostrava alla lattuga ed ai cavoli. Tutto però non era finito; volendo disegnare un’aiuola che fosse degna di Grazietta, bisognava scegliere i fiori di varie tinte e misurarne scrupolosamente la statura, per distribuirli in modo che i più alti non nascondessero i più piccini.

Quando l’ortolano ebbe sciorinato tutta la sua scienza, Corrado trovò che non bastava; andò egli stesso a consultare i luminari di Flora, ed ogni giorno recava nuove sementi e pianticelle nuove che venivano messe in apposite cassette.

Una domenica il signor conte venne di buon’ora; salì le scale, salutò la signora Valentina, la quale stava dinanzialla finestra aperta a godersi una tepida brezzolina di marzo, non badando alla caffettiera, che le brontolava alle spalle sul fornelletto.

— Lei qui, signor Corrado!

— Proprio io: è domenica, l’ortolano non rinunzierebbe a santificare la festa, se dovesse guadagnare.... il paradiso — è giusto quel che ci vuole — ho detto — disporrò io l’aiuola a modo mio; la disporremo noi, e domani gli diremo che è stato il Padre Eterno a fargli l’improvvisata. — Non le pare una buona idea?....

— Eccellente.... mi dispiace che dovrà rimaner solo il tempo della messa....

— Io conosco un modo per non rimaner solo, disse Corrado.

— Quale?

— Non vadano a messa.

— Le pare?

— Sissignora.

— Nossignore — rispose Valentina ridendo.

— Dov’è Grazietta?

— Eccola laggiù; sarà andata a misurare le calistegie che si arrampicano al salice.... lo dicevo io.... la vede, si curva.

E gridò forte:

«Quanti giri fanno, Grazietta?»

— Sei, disse la fanciulla; ieri ne facevano cinque.

Corrado si era tirato in disparte per non farsi scorgere:

— Indovina.... gridò la buona donna; ma Corrado lestrinse il braccio per farla tacere, e Grazietta, dopo di aver rialzato il capo per ascoltare, tornò a curvarsi sull’erba del praticello.

— La lasci stare così; disse Corrado, e badi che il suo caffè se ne andrà nel fuoco.

— Non se ne andrà, rispose la signora Valentina con sicurezza, e si diresse placidamente al fornello.

Corrado non staccò più gli occhi da quel fondo verde, in cui si muoveva, saltellando come una gazzella, la figurina bianca e gentile di Grazietta.

Non credendosi osservata, ella canticchiava fra sè, interrompendosi per fare seria seria qualche esame importante, ed esprimendo poi a voce alta le sue osservazioni. A un certo punto volle attraversare con un salto il viale tracciato, ma non essendole riuscito di porre il piede sull’erba, si volse, tirò su leggiermente il gonnellino e spiccò il salto benissimo.

«Brava! gridò Corrado cambiando la voce e nascondendosi.

Grazietta stette immobile un istante, poi fece un atto furbo e mosse verso la casa.

Quando Corrado si affacciò alla finestra, incontrò inaspettatamente gli occhioni sereni, i labbruzzi sorridenti e la manina di Grazietta.

Sorrise, pigliò la manina, ma dovette voltarsi a guardare da un’altra parte.

Bevettero il caffè; poi Grazietta corse in giardino pregando il signor conte di «spiegarle l’aiuola,» e il signor conte dietro a «spiegarle l’aiuola.»

Il terreno era dissodato e pronto a ricevere le pianticelle; Corrado vi si cacciò entro sprofondando i piedi nelle zolle, e tracciò col bastone un circolo intorno a sè.

«Ecco l’aiuola, disse con un certo sussiego: le par grande abbastanza?

— Sì, sì.

Qui nel mezzo, in vece mia, deve sorgere un rododendro.... ne ha mai visti di rododendri? il nostro avrà i fiori rossi, quasi neri.... intorno intorno zinnie; poi un giro di petunie e uno di tageti nani, poi pervinche di prato, e per ultimo un’orlatura di elisio odoroso.

— Le zinnie le conosco, i tageti anche ed anche le pervinche e le primule; ma l’elisio che fiore è?

— È l’elisium odoratum.

— E l’elisium odoratumche fiore è?

— Non lo so, rispose Corrado collo stesso sussiego; incominciamo?

— Incominciamo, disse Grazietta battendo le mani.

— Lei se ne vada pure a messa, consigliò il conte alla signora Valentina, che stava ad assistere colla solita compostezza bonaria, e si accontentò di sorridere senza muoversi.

— Prima il rododendro....

— Dov’è il rododendro?

— Eccolo; mi aiuti a levarlo dal vaso.... tenga il vaso, io tirerò....

— Nossignore, non si fa così, entrò a dire la mamma Valentina; bisogna spezzare il vaso, se no si stacca laterra, si mettono allo scoperto le radici, e la pianta se ne muore....

— Lei perderà la messa, rispose Corrado scherzando.

— E lei perderà il rododendro.

— Ha ragione, disse Grazietta.

— Sicuro che ha ragione, ripetè il conte.

Il rododendro fu tolto dal vaso con tutte le precauzioni consigliate dalla pratica, e cacciato nella buca scavata apposta.

— Ora lo innaffii, consigliò la signora Valentina.

— Ora lo innaffio, rispose Corrado, ma abbia pietà dell’anima sua, non perda la messa.

La buona donna sorrideva senza muoversi.

Ad una ad una le pianticelle furono disposte in giro nei varii solchi tracciati; la testa bruna di Corrado più volte sfiorò la bionda testina di Grazietta, e gli occhi loro s’incontrarono un istante, e le loro labbra si sorrisero così da vicino, che quasi il sorridere e baciarsi era tutt’uno — finalmente la difficile impresa fu compiuta.

E allora Corrado, pigliando per mano la fanciulla e traendola in distanza per ammirare meglio la nuova aiuola:

— Veda un po’ la bella figura che fa — come contrastano bene i colori delle petunie screziate col rosso cupo del rododendro, col giallo ranciato dei tageti nani, coll’azzurro delle pervinche!

La signora Valentina sbarrava tanto d’occhi, perchè la petunie erano alte tre pollici, i tageti poco più didue, e tutto quel contrasto di tinte non esisteva che nella immaginazione accesa del signor conte.

Ma Grazietta rideva forte ed asseriva anch’essa che il contrasto era magnifico.

— Non ci è che lei a non trovarla bella la nostra aiuola — disse Corrado alla signora Valentina.

— Io! si figuri, la trovo un paradiso! fu la risposta placida.

— Manco male.... E se ne dovrà accontentare, se non santifica le feste.... Signorina, lo dica anche lei a mamma Valentina che per carità non perda la messa.

— Mamma Valentina, ripetè scherzosamente la fanciulla, per carità non perda la messa.

Ma, dette appena queste parole, tenne gli occhi immobilmente fissi in un punto dello spazio, come in una immagine melanconica apparsa or ora; le si cancellò il riso, le si oscurò la fronte, volse le spalle e fuggì nella sua camera.

Gli altri due dietro.

La trovarono seduta accanto al lettuccio, colla fronte nascosta fra le mani; piangeva.

— Che è stato, figliuola mia? domandò la buona donna, baciandole la fronte e i capelli.

— Nulla, disse Grazietta, e vedendo Corrado, si rizzò, riasciugò il bel volto e vi pose un sorriso melanconico.

— Ah! vuoi aver dei segreti con me? non è ben fatto, no, anzi è fatto male, è pessimamente fatto.

— Mi è venuta in mente la mamma, rispose Graziettacon semplicità, ed ho pianto perchè sono un’ingrata, perchè non penso quasi più alla poveretta, perchè sono cattiva, perchè rido troppo — ecco perchè ho pianto.

— Hai sedici anni, le rispose la signora Valentina, e per questo ridi, e per questo ti sembra di dimenticare la tua cara morta, mentre l’ami tanto più d’ogni cosa viva; quando avrai la nostra età, non saprai più ridere così, ma nemmeno amare.... non è vero signor Corrado?

Costui non rispose subito; pensava a tutti i morti del suo cuore, che a lui non era concesso piangere; finalmente disse:

— Alla nostra età, signora Valentina, si può ancora ridere ed amare e piangere, piangere la felicità che non abbiamo saputo trattenere, la felicità che non ci è concesso di aspettare.... ma alla nostra età non bisogna farle vedere le lagrime.

E rise per correggere il tono d’elegia.

— Volevo ben dire! osservò Valentina, volevo ben dire che era uno scherzo, perchè io che doveva capirci qualche cosa non ho capito nulla.

Intanto Grazietta si era ricomposta ad una melanconica serenità.

— Non so come sia, disse ella; raduno talvolta tutte le facoltà della mia mente per pensare alla mamma, e non riesco a vederne le sembianze; e invece quando rido e giuoco mi stanno sempre dinanzi sorridenti; sembra che ella stessa mi dica: stanotte pregherai per me, staremo insieme nel sonno, ora non pensare a melanconie,va nel prato, corri, raccogli i fiori e canta.... Ed io corro e canto.... così.

Disse e sparve come un folletto giù per le scale, e si potè un istante dopo vederla nel prato curvarsi e sollevarsi e ridere.

— Bella età! sospirò Corrado.

— Bella età, ripetè la signora Valentina senza sospirare.

Suonarono le ore ad un orologio lontano.

— Zitti! disse Valentina al signor conte ed a Grazietta; uno, due, e tre....

— Ssss.... fece burlescamente Corrado, e all’ultimo tocco, ripigliando fiato, esclamò con voce cupa: «dodici!»

— Ha perduto la messa, prima che si vesta e giunga in chiesa, il prete avrà voltato il messale.... È fatta!

La buona signora mandò un sospiro al cielo, perchè fosse interprete delle sue buone intenzioni; poi ripetè con evangelica rassegnazione: «è fatta!»

— Meglio così, e sa ora che cosa deve fare? non lo indovina? indovini lei, signorina....

— Non so....

— Deve invitarmi a desinare....

— A desinare! esclamò Valentina; le pare? signor no, nemmeno per sogno.

— Grazie tante.

La fanciulla rideva.

— Signor no, le ripeto; non abbiamo un desinare che si.... una mensa che si.... ma già ella fa per ridere....

— Mangerò sul, serio, ho fame.

— E allora....

— E allora m’invita, mille grazie, accetto con gratitudine; non stia a far nulla di più per me.... all’antipasto non ci pensi, ne faremo di meno.

— Oh! sì, sì che ne faremo di meno.

— Del resto, di sei piatti ne avremo d’avanzo; non dimentichi però il pasticcio di Strasburgo, qualche primizia alla frutta, un po’ di fragole per esempio, e vino del Reno.

La signora Valentina non si sgominava per quattro ciancie; essa fece di sì col capo, rise quando credette venuto il momento di ridere, poi andò a fare una visita al pollaio per stanare le uova fresche e persuadere un galletto di lasciarsi cuocere in fricassea colle cipolline.

La persuasione fu difficile, perchè fatalmente anche i galletti hanno l’istinto più forte del criterio; e che l’uomo li mangia per il loro bene, cioè per farli salire nella gerarchia delle creature, non lo capiscono se non quando sono stati mangiati — così rispose la signora Valentina al signor conte.

Le cose si mettevano al buon umore.

— Che brava donna! disse Grazietta quando la mamma fu scomparsa in cucina, e come mi vuol bene!

— Non deve far molta fatica a volerle bene.

— Perchè?

— Perchè....

La risposta era difficile, e Corrado stentò tanto a trovarla, che alla giovinetta uscì di mente la domanda. In quella si udì il trillo di Mario, e la mamma Valentina riapparve.

— Devo confidarle un segreto, disse in fretta la fanciulla; si ricordi di domandarmelo, se no, m’uscirà di mente.

Mario spiegava tutta la sua voce sonora, ed empiva l’aria di gorgheggi.

— Che cosa dice Mario? domandò Corrado alla signora Valentina.

— Grazietta lo sa; che cosa dice, Grazietta?

— Dice che è contento di stare all’ombra, nel vano della finestra, e di vedere il sole che fa luccicare il verde della campagna; dice che vuol bene alla brezzolina che lo accarezza, ed alla sua padrona che gli dà il miglio e l’erba fresca.

— E dice sempre le stesse cose?

— No, alla mattina per esempio, quando vede la luce, mi chiama e mi dice: «Grazietta! Grazietta! buone nuove! il buio è scomparso, sono rinati gli alberi, è tornato il verde, è tornato l’azzurro; svegliati Grazietta, ecco il sole!» E continua finchè mi sveglio.

— Bravissima! proprio così; disse la mamma; fammelo qui, sulla guancia, un bel bacio....

Corrado provò a radunare tutta la sua sfrontatezza per dire: «Bravissima! me lo faccia qui, sulla guancia,un bel bacio»; ma all’atto di aprir bocca, sentì sul volto il caldo del rossore.

— Me lo confida ora il suo segreto? disse quando fu di nuovo solo colla fanciulla.

— Non è mio veramente, è della signora Valentina.

— Ah! è della signora Valentina?

— Già! sa di che cosa mi sono accorta?.... che dà lezioni di nascosto a Mario.

— Davvero?

— Davvero — e aggiunse ridendo; Mario mi ha detto tutto. Ma fingo di non saper nulla.... la vuol farmi un’improvvisata.

Il conte Germinati, non trovando più parole, pose il braccio della fanciulla sotto il suo.

— Che cosa pensa? domandò Grazietta levando in alto la testa per guardare in faccia al cavaliere.

— Nulla.

Pensava che Grazietta gli giungeva poco più su dell’omero, che aveva il passo leggiero, e camminando doveva appendersi un pochino al suo braccio; null’altro pensava. Poi alla voce di mamma Valentina, che chiamava, la fanciulla si sprigionò e corse a preparare la mensa, e Corrado rimase solo, un tempo lungo, a camminare su e giù pel viale, continuando a pensare che Grazietta gli giungeva poco più su dell’omero, ed aveva il passo leggiero e che poc’anzi si appendeva un pochino al suo braccio.

Ma all’improvviso una voce gridò: «a tavola!»

— Ha sempre appetito? chiese la signora Valentina.

— Sempre.

— Chiuda un occhio, sa?

Corrado stava per promettere che li avrebbe chiusi tutti e due, quando nel vano dell’uscio apparve un personaggio inaspettato.

— Agnese! esclamò Grazietta correndo incontro alla sorella.

La bella donna si fece innanzi con disinvoltura, toccando appena la punta delle dita del signor conte; e all’offerta di prender posto a mensa, rispose dichiarando di sentirsi venire un appetito che non sospettava nemmeno.

Doveva essere quello di Corrado, il quale l’aveva appunto perduto ad un tratto.

Durante il pasto Grazietta fece alla sorella la storia del curioso capriccio venuto al signor conte, di pranzare cioè con loro alla buona, dopo aver piantato la magnifica aiuola; e la sorella si accontentò di trovarlo uncapriccio curioso.


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