XXIII.Conciliabolo segreto.
— Vediamo, non ve la volete già sposar voi Grazietta?
Corrado camminava su e giù per la stanza, mentre Antonio gli diceva a spizzico qualche cosa, in cui entravano il signor Filiberto ed il signor Domenico, e gli domandava se volesse questo, se avesse bisogno di quest’altro, in fine se non ordinasse nulla.
— No; ti pare? disse all’improvviso il signor conte; e quando, uscito Antonio, rimase solo, si piantò dinanzi allo specchio per vedere in faccia il suo interlocutore, e ripetè: «no, ti pare?»
Contrasse un istante le labbra ad un ghigno di beffa; ma subito chinò il capo sul petto, e rialzatolo poi e veduto nello specchio il proprio volto rabbuiato, si scostò lentamente, appuntò i gomiti al davanzale della finestra e tenne gli occhi fissi in un nugolo bianco, che saliva frettoloso la curva del cielo. Alla luce del crepuscolo,l’azzurro veniva perdendo quell’albore diffuso, che ne appanna castamente la bellezza come il velo nuziale appanna la vergine; e quando la mano occulta della notte lasciva ebbe strappato quel velo, non fu più per l’aria altro che un bagliore scialbo, solcato ogni tanto dall’ammiccare d’una nuova stella, che si affacciava a civettare nel firmamento. La nuvoletta saliva sempre. Ad un punto il venticello, che la sospingeva, giunse fino a lambire la fronte di Corrado. Apparve allora nell’ultimo contorno dell’orizzonte una linea tenebrosa, e non era apparsa, che già era cresciuta e già fatta gigante; la nuvoletta saliva sempre.
«Il pazzo nembo, pensò Corrado, ama la nuvoletta; e la nuvoletta non ama lui; egli stende le braccia nere, ed ella impaurita fugge, cerca uno scampo in ogni punto dell’ampio cielo; la nuvola è Grazietta, il nembo pazzo è il signor Conte.»
E senza mutar positura, aspirando l’aria fresca che gli soffiava sul volto e gli scompigliava i capelli, continuò a seguire coll’occhio, ad animare colla fantasia quella scena grandiosa e muta. Poi disse:
«Il signor conte si adira; l’impazienza gli balena nella gran faccia nera, non può camminare spedito quanto vorrebbe; ecco brontola; dice alla fuggitiva di arrestarsi, prega, scongiura, comanda e rugge come uno screanzato; la bella non gli dà retta, è piccina, ma piena di giudizio, sa che dal temuto amplesso non altro può nascere che l’uragano.... e fugge.»
Poi di nuovo disse:
«Il signor conte sa tutte le arti; ora mormora e si lamenta, e intanto stende le braccia sterminate per chiudere l’orizzonte alla fuggitiva, ecco.... dovunque si volga, Grazietta non vede più che il suo buio innamorato; tituba, si arresta — il pericolo si avvicina — vuol fuggire... è raggiunta....»
Un vivissimo lampo, poi uno scroscio formidabile — la nuvoletta bianca sparve nell’amplesso del nembo. L’uragano si scatenò improvviso, la pioggia cadde a torrenti; i lampi, che si succedevano senza intervallo, erano moine, erano sorrisi, erano sguardi irati, e la voce del tuono aveva inflessioni dolci, cadenze lamentevoli, accenti di minaccia e di carezza.
Corrado erasi drizzato quanto era lungo dinanzi alla finestra, si teneva impettito sporgendo la faccia per ricevere gli schiaffi dell’acquazzone; e quando più forte scrosciava la pioggia e ruggiva il tuono, gridava:
«Così amano i nembi.... così! così! Grazietta! Grazietta!»
Il vento soffiava ora impetuoso, accavallando nuvole a nuvole; il nembo ingrossava sempre; aveva raccolto da tutti i punti dell’orizzonte i cirri vaganti; l’immenso cielo era nero.
Ma d’un tratto, dove prima era apparsa la linea di tenebre, balenò, alla luce d’un lampo, una striscia d’azzurro; pochi istanti dopo i nuvoli erano passati sul capo di Corrado. Nell’ampio cielo tornò lo scintillìodelle stelle; da lontano giungeva il sordo brontolare del tuono.
Il signor conte, colla faccia bagnata di pioggia, aveva di nuovo appuntato i gomiti al davanzale, e guardava, e porgeva orecchio ad una dimanda quasi indistinta del nembo fuggente: «Vediamo, non ve la volete già sposar voi, Grazietta?
Vi rispose un coro di voci rauche e beffarde, con una di quelle risate lunghe e penetranti che si odono da lontano. Le udì Corrado le voci rauche e beffarde degli amici del Circolo.
«Il conte Germinati si fa sposo!
«Egli, il nemico giurato delle giuste nozze!
«Sono tutti così i nemici giurati!
«Il matrimonio è immorale; se non fosse il matrimonio, non vi sarebbe l’adulterio — diceva Filiberto.
E Fanny diceva:
«Il matrimonio è contro natura.... vedete gli animali.... dove ho letto questo? in quel libro.... che s’intitola, come s’intitola?... di quel francese.... come si chiama?... non importa — vedete gli animali: perchè obbediscono alla natura non pigliano moglie....
«Il matrimonio, gridava Felicino, è un’indecenza, ed offende il pudore!
Corrado lasciava dire, e quando tacquero finalmente quelle voci avvinazzate, non gli uscì di bocca una parola e continuò a fissar gli occhi nello spazio.
«Sì, sarebbe un’apostasia, gli disse sotto voce qualcuno,sarebbe uno scandalo inaudito; ma che ne importa a te? Sono le parole che mutano, non le tue idee; tu sei sempre eguale a te stesso: amavi il piacere e lo domandavi agli amici del circolo, all’orgia, alle donne facili; ora invece lo domandi alla campagna verde, alla solitudine, al silenzio, ad una fanciulla ingenua e difficile. E se per giungervi devi passare attraverso il fuoco purificatore del matrimonio, e tu passi, perchè il piacere è la vita, e il matrimonio, come i bisticci di Aniceto e le maldicenze degli amici, come la società, come il resto, è una parola.»
«È vero, pensava allora Corrado, Grazietta è giovine, è bella, è innocente — e l’adoro; la chiamino pure mia moglie, che importa purchè divenga mia? Tanto tanto, una contessa Germinati più graziosa di così non si può dare.... non si può dare.... non si può dare....»
«Contessa Germinati! E che dirà tuo zio l’ambasciadore? I tuoi cugini e le tue cuginette che diranno?
«La marchesa Felicita non metterà più il piede in tua casa, non ti manderà nemmeno il biglietto di visita a capo d’anno. E che dirà il mondo? Le tue nozze si compiranno senza feste, senza augurii, senza sonetti; formerai l’argomento di tutte le conversazioni quest’inverno; ma tu, impassibile, assaporerai la dolcezza d’essere marito a Grazietta, seduto con lei accanto al focolare.»
Corrado lasciava dire; e la voce sommessa proseguiva:
«Scommetto che Grazietta non sa il francese, scommettoche non ricama, che non suona il pianoforte, e che canticchia solo ad orecchio; in conversazione non ci è stata mai di sicuro; lo strascico dell’abito la farà inciampare ad ogni passo; e forse non sa quando una signora deve star seduta e quando alzarsi del tutto o solo a metà.... E come si fa un inchino, lo sa Grazietta? E come si ride, e come si sorride, e come si sta serii, e come si guarda, e quando si alza la voce parlando, lo sa Grazietta?... Non lo sa.... peccato!
«È vero, ripigliava a dire l’incognito, è vero, è una ragazza piena di giudizio, imparerà presto tutte queste cose.... come le ha imparate sua sorella.... Che contessina coi fiocchi farebbe Agnese, se non facesse d’altro!
Profondo silenzio nell’anima di Corrado dopo le ultime parole, che erano scese come un martello spietato. Passata quella specie di stordimento, la stessa voce, ma con altro accento, disse:
«Verissimo, Agnese è Agnese, e Grazietta non ha nulla da fare con lei; ma il mondo non pensa così; però a te non deve importare nè punto nè poco del mondo. Si dica che si vuole, le contessine pure come Grazietta non le trovi a dozzine, anche se abbiano il blasone senza macchia.... L’albero genealogico dei conti Germinati ha larghe braccia e può celare uno scandaluccio, e può ingentilire una donnina plebea, specialmente quand’è così gentile come Grazietta!... Già, la marchesa Felicita e lo zio ambasciadore e gli altri e tu stesso, se non vi fermate a re Pipino, a re Ottone, a Carlomagno,e cercate il germe di quella che ora è una pianta colossale d’orgoglio, trovate, a vero capostipite, un bastardo.
«E poi, se un ramo laterale mette male, lo si recide anche da un albero genealogico — tu sopprimi Agnese. Chi ha da immaginare che l’angelo sia parente della cortigiana, se costei medesima non l’ha detto ad anima viva? Mandi Agnese lontano, o te ne vai lontano tu stesso — si può essere felici da per tutto.
«Felice! sei proprio certo che sarai felice? Quante volte ti è sembrato di doverlo essere! Se questa, che insegui ora e che ti pare la felicità vera, fosse una delle tante larve? Perchè ti batte il cuore, perchè vaneggi, perchè parli a voce alta da solo, perchè insegui le nuvole collo sguardo, ecco, ti credi mutato. Non ti fidare di te stesso: hai fatto così altre volte. Hai avuto ricchezze, gioventù, amori, orgie — di’, sapesti mai essere felice? Un giorno, un’ora sì, quanto durava l’ebbrezza del vino e della donna; poi venne la sazietà, poi la nausea, poi lo sconforto, ed ora il più amaro degli scetticismi, quello che ti fa dubitare di te stesso. La tua fibra è forte nel desiderare, debole nel resistere al piacere, e il piacere ti taglia i nervi, ti getta come un cencio nelle braccia della felicità, che non vuol saperne di te.
Corrado veniva ripetendo:
«Hai avuto ricchezze, gioventù, amori, orgie — di’, sapesti mai essere felice?
«La gioventù se ne va, è andata; l’orgia ti dà ilmal di capo, il denaro dorme inoperoso nei tuoi scrigni, la felicità è altrove....
«Dov’è?
«Non nelle braccia di Grazietta. La vecchia edera del bosco, che un legnaiuolo ha strappato colla falce agli amplessi dell’olmo poderoso, se si abbarbica al giovine arboscello, lo soffoca. Tu sei l’edera vecchia — il grand’albero delle tue illusioni è caduto; ti sei sentito strappare a tutti gli amplessi vani da un terribile legnaiuolo, da una falce spietata; soffocheresti Grazietta senza far te felice.
«Il bel nodo che vai fantasticando! Stringere l’innocenza e il cinismo, la fede e lo sconforto, l’alba e il tramonto; mandare a braccetto per le vie il reuma ed il lattime e far dire: «Ve’ sono marito e moglie!» Succede ogni giorno, è vero, ma ogni giorno si ride di questi invalidi della vita, che si mettono a riposo sposando una fanciulla di 16 anni. Quanti ne hai tu, Corrado? trentasette, trent’otto, forse più; non lo sai bene. Ma che importano gli anni, se sei forte, se sei sano, se il tuo corpo è giovine? E l’anima, Corrado, quella, intendiamoci, che si chiama così, ed è il cuore, ed è il pensiero, ed è il desiderio, la speranza, la fede? Tutto ciò è vecchio, è moribondo, è morto. Oh! il curioso nodo che vai fantasticando!
«Vuoi farla felice Grazietta? Non te la vuoi sciupare la tua buona azione? Dà retta a quel pittore, giovine, bello, che ha due compagni nella vita: la fede nell’avvenire,il lavoro; fai la dote alla fanciulla, terrai a battesimo un bel maschio.»
Corrado troncò le ciance degli invisibili consiglieri, staccandosi con impeto dalla finestra, e ripigliando a camminare su e giù per la stanza. Avvenne nelle sue idee quel rimescolio che produce il soffio d’un fanciullo in una processione d’atomi lungo un raggio di sole: Grazietta, il pittore, la dote, Filiberto, Felice, la marchesa, e poi Grazietta troppo ingenua, e Agnese, e il mondo, e le beffe, e poi Grazietta che non sa il francese.... e di nuovo Filiberto, Felice e la marchesa.