XXIX.Al capezzale.
«Non ancora!»
Nessuno gli aveva detto altro, nè altro egli aveva chiesto; tutta la storia di due mesi era in queste parole.
La mamma Valentina, seduta al capezzale, Agnese colle braccia penzolanti dalla spalliera della seggiola, collo sguardo intento e come sprofondato in una visione — aspettavano.
Corrado non ebbe la forza di staccarsi dal limitare — aspettava anch’esso.
A un tratto un brivido corse per quelle tre creature desolate.... Grazietta esalò un sospiro lungo....
Non era l’ultimo. Le fanciulla aveva aperto gli occhi, mandava in giro come a fatica uno sguardo spento, in cui all’improvviso balenò una gran luce.
«Signor Corrado!» disse con voce sonora.
Lo sciagurato si fece presso al letto, strinse nelle propriela mano scarna e febbrile che gli venne offerta, allacciò paurosamente un suo sguardo desolato con quello della fanciulla, che nulla più aveva della terra — non disse parola.
— Come sta? interrogò Grazietta.
— E lei, signorina? rispose Corrado assottigliando la voce e modulandola come una carezza — e lei, come sta? Ah! perchè ammalarsi quando io era lontano, perchè non farmelo sapere?
— Sto bene, balbettò la fanciulla, sto tanto bene.
Si sciolse dalla stretta amorosa che le teneva le mani, ed abbassando la voce a guisa di chi fa una confidenza:
— Voglio guarire, disse, ora chiederò di guarire.
E chiusi gli occhi, mosse le labbra senza parlare — poi volse il capo in atto di ascoltazione, finchè ricadde nel sopore.
Lungamente il conte stette al capezzale — guardava le trecce lunghissime e due ricciolini ribelli, che ponevano una cornice d’oro sulla fronte diafana e bianca come alabastro.... Era bella Grazietta fin tra le strette della morte; la febbre aveva avuto pietà della sua avvenenza, e sulle guancie disfatte aveva steso un velo incarnato, che ne cancellava i solchi e le ombre.
All’ultimo Corrado si scostò dal lettuccio; sul limitare si rivolse ancora una volta, e stringendo disperatamente la fronte fra i pugni chiusi, uscì dalla camera.
Agnese si era rizzata come un automa, senza togliergli di dosso gli occhi; quando fu uscito, gli venne dietro.Erano sul pianerottolo in faccia l’un dell’altro. Corrado guardò una crocetta nera che aveva visto al collo della fanciulla ed ora stava infranta sulla soglia; finalmente disse, parlando fra sè medesimo: «Povera Grazietta!»
Agnese l’udì, e non rispose; lo contemplava estatica. Tutto il suo volto patito era un gran dolore e una gran tenerezza, in cui balenava ogni tanto una strana luce. Strana davvero l’espressione di quel viso; parve a Corrado di leggervi una nuova sciagura e non seppe sprigionarsi dallo sguardo profondo.
— Che hai?
— Che ho? rispose Agnese, ponendogli le due mani sugli omeri e dandogli un brivido con quel contatto — e soggiunse con accento tenero e dolce come una musica: io nulla, Corrado, nulla....
Poi disse: «Grazietta muore!»
— Qual’è il medico?
— Il dottor B.
— E dice?
— Che non vi è rimedio, che Grazietta muore.
Agnese staccò finalmente gli occhi dal volto di Corrado e li fissò rincupiti al suolo. Si udiva la sua respirazione affrettata, si vedeva il suo seno sollevarsi ed abbassarsi. «E lo sa Dio, mormorò con voce sorda senza batter ciglio, e lo sa Dio se sarei morta con gioia per far lei felice! Ora è troppo tardi! Grazietta muore....»
Rizzò ad un tratto il capo, sprigionò dagli occhi ungran baleno, e profferì con accento intenerito queste parole feroci: «meglio che muoia, povera Grazietta!»
Corrado la guardò in volto, la credette impazzita; e certo il suo dubbio gli apparve sulla faccia, perchè Agnese, leggendolo, sorrise melanconicamente.
«Mi credi pazza? balbettò....
Il conte scese alcuni scalini, non sapendo che rispondere, poi si volse.... la desolata donna lo guardava con espressione d’amorosa pietà.
— Che hai? insistette.
Nessuna risposta. Ed egli allora, incapace di reggere oltre, col cuore oppresso da una nuova angoscia senza nome, scese gli ultimi gradini, nè più si volse; uscì, corse a casa sua e si buttò nelle braccia di Antonio lagrimoso. Un’ora dopo tornava a contemplare a ciglio asciutto la sciagura a cui aveva fatto un nido degno della felicità.