XXV.1. Maggio.
Corrado provava tutte le ansie crudeli di una coscienza che, non avendo mai interrogato sè stessa, sapeva trattare il sofisma come un coltello. Ogni domanda nuova spalancava una voragine, in cui la mente provava la vertigine dell’incertezza. Al termine d’una notte insonne egli credeva d’essersi persuaso che quarant’un anno non sono molti, specialmente quando tutti ve ne danno trentasette; e che la sproporzione d’età negli sposi non è quasi mai cagione di domestici guai. Poteva citare A. B. C. e parecchie altre lettere dell’alfabeto in favore della sua tesi — e non dubitava che colla statistica alla mano si potesse anzi provare questa verità di fede: «per fare un matrimonio felice le migliori condizioni sono che lo sposo abbia passato i quaranta e la sposa non sia arrivata ai diciasette.» Di questo non ne dubitiamonemmanco noi — perchè qual mai verità di fede non si può provare colla statistica alla mano?
Ma una voce, che invano si era provata a dire, riuscì finalmente a farsi ascoltare:
«A, B, C, sono eccezioni; bada che essi non hanno fatto la tua vita, non si sono logorati nei piaceri, hanno serbata una gioventù: quella del cuore — e una verginità: quella dell’anima. A, B, C, erano buona gente perduta nell’alfabeto del mondo, non fecero mai parlare di sè con uno scandalo, vivevano tranquilli, operosi senza logorarsi la fibra, fantasticando senza lasciare un lembo di fede ad ogni sterpo della vita — erano sani, erano ingenui; se l’età non si misura ad anni, erano giovani. A te invece che rimane? Togli le ricchezze, e di’, qual parte di te credi degna di Grazietta? Oh! se tu le potessi dire: «senti fanciulla mia — un giorno mi trovai dinanzi ad una seduzione, il desiderio mi attirava, ma mi feci forte, trionfai di me medesimo, perchè, senza conoscerti, pensavo a te!» Cerca tra le larve del tuo passato una bella seduttrice respinta.... non ne trovi. E invece a quante tentazioni volgari hai ceduto riluttante! Quanti frutti bacati hai accostato alla bocca nauseata!»
Passò quel giorno, venne il domani. Benvenuto Maggio!
Un’altra corrente afferrò lo spirito vagabondo; il fascino d’un’altra idea lo avvinse; un’impazienza nota gli pose i nervi in sussulto.
Al mezzodì, impotente a resistere oltre, scrisse sopra un suo biglietto da visita —Maggio i— e lo mandò per mezzo d’un fattorino ad Agnese.
La risposta fu un’unica parola e cento promesse: «Forse.»
Corrado volle correre subito, ma una strana riluttanza lo trattenne; il nodo della cravatta riusciva sempre storto, la spartitura dei capelli non veniva mai dritta; spese un tempo prezioso dinanzi allo specchio; senza rendersene conto, coll’aria d’affannarsi a far presto, tirava in lungo; e quando ebbe il cappello a tubo piantato, come si deve, perpendicolarmente sul cranio, andò a buttarsi sopra una poltroncina, da vero sbadato, facendo scendere il cappello sugli occhi e guastando la spartitura.
Finalmente scattò come molla, si mosse, uscì di casa — alla prima cantonata si fermò. Qualcuno gli diceva:
«Ah! se tu le potessi dire: — senti, fanciulla mia, un giorno mi trovai dinanzi ad una seduzione; il desiderio mi attirava, ma mi feci forte, e trionfai di me medesimo, perchè pensavo a te....»
Corrado passò dinanzi alla casa di Agnese, levò il capo a guardare le finestre, andò oltre, e più oltre, e più oltre, finchè fu in contemplazione estatica dinanzi al visino di Grazietta, la quale le parlava dei progressi del suo Mario.
E quel giorno non fu punto audace; non carpì nè un bacio, nè una carezza — poi strinse la manina gentile, disse «buona notte signorina» e se ne andò con una certa solennità.
— Che avrà pensato Agnese? domandò a sè stesso per via.
Agnese aveva pensato:
«Non viene, oggi non verrà; accettare il mio amore significa rinunziare per sempre all’amore di mia sorella; lo sa anche lui — tanto meglio.... Verrà domani....»
Ma anche il domani non venne.