XXVII.Partenza.

XXVII.Partenza.

Aveva detto bene Agnese: accettare l’amor suo era rinunziare a quello di Grazietta. L’angelica figura della innocente sparve nel buio d’una lontananza senza misura. Fu per alcuni giorni come se la fanciulla non avesse esistito, e solo più tardi il pensiero di lei tornò a Corrado come quello d’una cara defunta. Poi venne il lutto, poi la doglia cocente, immediata, che succede alle lagrime versate per una sepolta. In tutti i modi, Grazietta per Corrado era morta, proprio morta.

Il primo ritorno a lei come a creatura viva fu il pensiero del doverla un dì o l’altro rivedere, di dover fissare riluttante lo sguardo nel volto bianco e virginale, e sentire un impaccio nuovo dinanzi all’azzurro di quell’occhio terso e lucente.

Quel dì venne, e Corrado si stupì molto di non provare tutto quanto immaginava; l’impaccio della fanciullasciolse il suo, e la titubanza di lei a fissarlo in volto, diede animo a lui di guardarla fisso ed a lungo. Ah! era pur bella Grazietta!

Le chiese come stava: «Benino». Dunque non benissimo, si vedeva. S’era di nuovo buscata un’infreddatura stando alla finestra di notte a guardar le stelle, aveva la voce un po’ velata ed un tantino di tosse. E Corrado, stupito della propria disinvoltura crescente, le ordinò di curarsi, di stare a letto, e si fece promettere obbedienza assoluta.

Del giovine pittore, che la voleva in moglie, non fu fatta parola, ma prima che se ne andasse, la mamma Valentina venne a dirgli in segreto che ancora Grazietta non aveva risposto nulla, e che quel povero giovane continuava a passare mattina e sera, sospirando come un mantice: «E finchè soffierà così da lontano, osservò giudiziosamente, c’è poca speranza che la piccina pigli fuoco — dico bene?»

Una smorfia di Corrado significò che diceva benissimo.

Fatta la prima prova, non vi era proprio alcuna ragione per troncar le visite, tanto più che la cara fanciulla non stava molto bene. Corrado volle ripigliare le abitudini di una volta, e il dì successivo tornò alla casetta in via Lesmi. La prima persona, che incontrò mettendo piede sulle scale, fu Agnese, che lo precedeva.

— Tu qui? gli disse costei volgendosi.

— Ti stupisci? balbettò il conte vincendo a stento l’impaccio; come sta Grazietta?

A questa parola seguì un rumore sul pianerottolo; Corrado alzò il capo, Agnese si volse; altro non videro che il lembo d’una veste nera che spariva nel vano dell’uscio.

Si guardarono in silenzio.

— Ci avrà intesi? disse il conte impallidendo.

— Che importa?

— Come le spiegherai...?

— A modo mio.... con una menzogna: le dirò che tu m’ami, che io t’amo, che ci siamo fidanzati e ci sposeremo.... forse; i fidanzati si danno bene deltu....

— Ah! non le dire questo.

— E perchè di grazia? domandò Agnese con un sorriso in cui entrava un po’ di beffa.

Un istante dopo apparve sul pianerottolo Grazietta; fece essa un atto di stupore, e scese le scale sorridendo per venire a baciare sulle due guancie la sorella.

Corrado le porse la mano, ma la fanciulla non vide l’atto, crollò la testa in modo vago, disse: «Buon giorno, signor conte» e scappò in giardino tirandosi dietro Agnese. Costei la guardava con occhio indagatore.

— Come stai oggi? le disse.

— Oggi benissimo, e domani e sempre starò benissimo; non mi voglio più ammalare; va bene così?

Quell’allegria toccava il cuore.

Quando fu l’ora del tramonto, la mamma Valentina entrò a dire: «bisogna rientrare in casa, signorina, e mettersi a letto....»

— Già, rispose Grazietta, e dormire fino a domattina come una marmotta.... signora no.

— Se non vuoi andare a letto, starai su a leggere, ma non devi rimanere all’aperto; le sere sono fredde, e un malanno si fa presto a pigliarselo.... hai la tosse....

— Hai la tosse?...

— Non le dar retta; non ho nulla io.... sto bene.

Agnese pareva agitata da uh pensiero; più volte guardò il conte con una segreta impazienza, poi si accommiatò bruscamente.

Corrado le venne dietro a malincuore.

Ah! Grazietta non esisteva più per lui!

Per via non aprirono quasi bocca; e l’uno interrogò, e l’altra rispose a monosillabi; e sull’uscio di casa della cortigiana, si fermarono entrambi come per tacita intelligenza.

— Sono stanca, disse Agnese.

— Mi aspettano, disse Corrado.

Si toccarono la punta delle dita. «A rivederci.»

Mezz’ora dopo, Corrado giungeva a piedi nella via Lesmi. Alla luce scialba del crepuscolo vide giungere per l’opposto verso una carrozza, che si arrestò dinanzi alla nota casa; si aprì la portiera, ne uscì una donna — Agnese.

Costei vide subito Corrado, e in vece d’infilare il portone, gli mosse incontro determinata.

«Abbiamo voluto ingannarci a vicenda, disse con un accento strano; il nostro amore non incomincia conmolta schiettezza; può essere che appunto perciò duri di più. Avevo bisogno di trovarmi sola con mia sorella, e tu pure, mi sembra. Posto che non ci è riuscito, vieni in carrozza meco, parleremo.»

Corrado obbedì come un automa, e quando la carrozza si mosse, egli si affacciò a guardare la casetta biancheggiante, che sembrava fuggirgli dinanzi per nascondersi nell’ombra.

Salirono le scale in silenzio — giunto nel salotto, Corrado si buttò sopra il divano; Agnese sciolse le briglie del suo cappellino, e senza levarlo sedette sull’orlo d’una poltroncina. Stettero un tratto immobili e silenziosi. Alla luce fioca, che penetrava dalle finestre, entrambi parevano due ombre.

— È inutile domandare dei lumi, disse Agnese; tu devi preferire di stare al buio.

Corrado non rispose.

— Perchè tornavi da Grazietta? soggiunse la bella con accento di dileggio.

Nessuna risposta.

— Non lo sai tu stesso — te lo dirò io: tornavi a lei perchè l’ami o perchè almeno così t’hanno detto i tuoi sensi; circondato dall’aureola d’innamorato, tu ti santifichi, diventi incapace di male e speri di commetterlo involontariamente.... come vuole il destino. Leggo io bene nel tuo cuore?

Nessuna risposta.

— Questo non accadrà, ripigliò a dire Agnese, abbassandola voce ma senza ira: dovessi ucciderti, dovessi uccidere lei stessa, tu non giungerai fino a Grazietta.

— Come sei gelosa! esclamò Corrado amaramente.

— Ti duole che non lo sia?

— Non hai tu detto d’amarmi?

— L’hai tu creduto?

Le tre ironie s’incrociarono fredde, inesorabili. Agnese proseguì:

— Ti conosco troppo; troppo è in te della mia stessa natura, in me della tua. Ebbene, sì, ho mentito.... Che importa? Non è tutta la mia vita una menzogna? Non ho di mio che il cuore, perchè non fu mai di nessuno — no, non ti amo, non potrei amarti. Te ne duole forse?

Corrado era rientrato nel suo mutismo.

— Potevi far te e lei felice, soggiunse Agnese dopo breve silenzio — ora è tardi — può un conte essere l’amante di una donna come me — ciò è lecito, è decoroso, è bello anzi — ma non può farsi sposo di una creatura povera e santa come Grazietta. Hai scelto d’essere mio amante, tutto è finito fra te e lei.

Corrado si rizzò all’improvviso, e pigliando le mani della cortigiana, le disse con gravità:

«Ho giurato di rispettare l’innocenza di tua sorella e non l’ho offesa con una parola — domani all’alba partirò.

— Per tornare....?

— Quando il matrimonio di Grazietta sarà compiuto.

Scattando come molla, Agnese suonò il campanello e chiese i lumi; poi disse:

— Voglio guardarti in volto ora....

Alla luce di un candelabro, la cortigiana fissò gli occhi nella faccia mesta di Corrado.

«Sei bello, disse, sei generoso. Peccato che io non sia innamorata di te! E d’altra parte, che fortuna!

— Perchè?

— Perchè il mio amore non potrebbe renderti felice.

Poi lo baciò e gli disse «buon viaggio.»

Il giorno successivo, quando credeva Corrado partito, Agnese se lo vide venire dinanzi all’improvviso: impallidì.

— Che significa?

— Significa che non parto, che non posso partire; sono stato a direaddioa Grazietta — sarò pazzo, sarò sciocco, ma credo che la poveretta mi ami.... ridi pure, sì essa mi ama! ne sono sicuro — rimango.

Agnese stette un istante dubbiosa, poi, cedendo ad un’improvvisa idea, pigliò le mani di Corrado nelle proprie, e piantandogli in volto gli occhi sfavillanti:

— Sì, disse, Grazietta ti ama! — Ebbene.... sarà un’onta di più nella mia vita, ma non importa — sposala! Credevo che l’amore d’una cortigiana potesse essere un inciampo — vedo bene che non lo è mai; sposala, e falla felice — io partirò, andrò lontano perchè non giunga fino a voi l’ombra della mia vergogna. — Nessuno saprà mai che la contessa Germinati ha una sorella come me.

Il conte teneva il capo chino a terra, e a queste ultime parole disse, come parlando fra sè: «Lo sa Filiberto, lo sanno gli amici del circolo, tutti lo sanno!»

E tacque.

Agnese si era lasciata cadere sopra una seggiola, teneva gli occhi fissi a terra. Lungo silenzio.

— Parto, disse Corrado.

Uscì. Agnese non si mosse, non sollevò lo sguardo — pareva la statua della sciagura.


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