XXXI.Una strofetta di Mario.
Scese la notte nera; non lagrime, non singhiozzi per le camere silenziose. La Giovanna, una povera vicina, avvertita della sciagura, pianse e venne; lungamente le tre donne si aggirarono come ombre intorno al cadavere. Ogni tanto, Valentina interrogava paurosamente il volto di Agnese, che, impietrito dal dolore, nulla rispondeva, mentre Corrado, addossato alla parete, seguiva le tacite movenze, con occhio indifferente, quasi curioso.
Quando la cameretta fu pronta e il letto preparato con lenzuola candidissime e bisognò adagiarvi la bella fanciulla che avea sposato la morte, le donne si fecero presso a Grazietta, e una, la Giovanna, le toccò un braccio, che cadde e spenzolò lungo il fianco.
Stettero un istante dubbiose.
Fu Agnese la più forte; ella fece il giro del seggiolone, venne a porsi in faccia alla morta, e i tre astanti la videro sorriderle. Si accostarono tutti; fu sollevato il corpicino, e trasportato nel lettuccio — poi ognuno si allontanò a ritroso.
La mamma Valentina disse qualche parola in segreto alla Giovanna, trasse da un armadio una veste bianca e la depose sopra una seggiola — all’ultimo, fe’ cenno a Corrado ed Agnese di venir via.
Sul limitare dell’uscio, che metteva in giardino, tutti tre sollevarono gli occhi al cielo, che era purissimo e scintillante di stelle, e stettero così lungamente. A un tratto, la mamma Valentina ruppe con un singhiozzo la barriera delle lagrime — andò in cucina a piangere; Agnese e Corrado rimasero a ciglio asciutto, come assorti in una visione.
Poi la mamma tornò, si fece presso ai due, e solo quando fu scomparsa ed Agnese le fu andata dietro su per le scale, Corrado sentì che gli era stato detto:
«Lei rimanga.»
Rimase; si rifece a guardare una stella più fulgida delle sue compagne, ad ascoltare un soffio lamentevole che passava ogni tanto per la pianura, svegliando le erbe ed agitando le piante nere.
Quanto tempo stette egli, senza pensiero, senza altra sensazione della vita fuorchè uno stupore di morte? Un tempo lungo.
Poi tolse l’occhio dal cielo e vide la tenebra immensa— si mosse, si addentrò nel viale, aggiunse un’ombra vagante alle ombre immobili.
E quanto tempo così? Un tempo lungo.
Impallidivano le stelle, l’alito fresco ed umido dell’alba correva per la campagna, quando il conte tornò alla casicciuola biancheggiante nel fondo bigio. Salì le scale; sul pianerottolo trattenne il respiro, quasi aspettando che si aprisse l’uscio per lasciar passare un caro fantasma.
Spinse la porta, che girò con lieve cigolìo di lamento — entrò, fece un passo innanzi.... La luce di una candela illuminava una visione.
Non era vero che Grazietta fosse morta; aveva solo smesso il lutto per vestirsi come una sposa, poi le era venuto il capriccio di buttarsi ancora una volta, prima di andare a nozze, sul suo letto di fanciulla, e quivi il sonno ingannatore le aveva irrigidito le membra e chiuso gli occhi, non le labbra, che sorridevano ancora alle lusinghe dell’avvenire. Una treccia le cadeva lungo il pallido viso; l’altra, scendendo giù pel capezzale, quasi toccava terra, ed era tinta di riflessi di fuoco e d’oro dalla luce della candela e dell’alba pallida, che si affacciava ai vetri della finestra.
Corrado, immoto dinanzi al lettuccio, rivedeva un’altr’alba, che gli aveva mostrato la cara visione, e là, nella bottega del parrucchiere famoso, il medesimo contrasto di luci intorno alla testina di neve.
Dov’è una prigione al pensiero? La sciagura stessanon l’ha. Ritto innanzi al cadavere gentile, Corrado fece in un attimo un gran viaggio con lei viva, e sorrise e rise con lei, dimentichi entrambi della morte.
Tornando nella cameretta, ritrovandosi dinanzi a quel corpicciuolo stecchito, a quel visino bianco — «non è vero che sia morta, pensò; doveva andare a nozze, ha avuto il capriccio di buttarsi così vestita nel suo lettuccio da fanciulla per aspettarmi.... si sveglierà or ora.» —
E fece un passo innanzi, e radunò tutta la sua potenza visiva in uno sguardo, che era un amplesso: parevagli che sotto quella forza magnetica il corpo di Grazietta tremasse, e quando la fiamma mal ferma della candela gettava sulla faccia della morta un’ombra mobile, pensava: «ora si sveglia!....»
A un tratto, dalla parete a cui il conte volgeva le spalle, si staccò un corpo, e si fece innanzi senza rumore.... Corrado si volse senza sgomento.
Era la mamma Valentina che il sonno aveva vinto sopra la seggiola.
«Signor Corrado.... disse ella.
— Zitto, ripetè il conte con un filo di voce, ora si sveglia....
La povera donna lo guardò crollando il capo.
Ancora un passo riluttante, e Corrado fu al capezzale della morta.
— Grazietta! Grazietta! mormorò come pazzo — svegliati, Grazietta....
Tacque, poi soggiunse con voce sommessa:
«Non lo sai tu quanto io t’amava? Nessuno mai te l’ha detto? Oh! quanto t’amavo, Grazietta! Se è vero che tu pure mi amassi e che un conforto ti è mancato, sappilo ora: io t’amava tanto! Mi ascolti tu? Sono io, il signor Corrado.... sono io!.... Sorridimi.... così.... guardami per l’ultima volta, sono io....
E cedendo al suo delirio sollevò colle dita tremanti le palpebre gelide della morta, e curvò il capo per ricercarne lo sguardo vitreo.... L’orrore lo vinse; cadde egli in ginocchio al capezzale, domandò perdono a Grazietta, e pianse.
Pochi minuti dopo si rialzò; raccolse la treccia su cui luccicavano alcune lagrime, la compose melanconicamente intorno al viso gentile. Era grave, solenne....
Intanto, la signora Valentina, fattasi innanzi come un automa, aveva spento il lume, e allora — o vista! — alla luce dell’alba la morte apparve in tutto il suo orrore; la faccia bianca di Grazietta si trasformò a un tratto, divenne di cera. Corrado, che ancora la guardava, fece per allontanarsi a ritroso, ma la signora Valentina lo trattenne.
— L’altro giorno la poverina mi parlava della sua prossima morte — a me sola ne parlava, credendo la poverina che io l’amassi meno — e mi diceva: «Mamma Valentina.... (ora nessuno mi dirà più mamma!) mamma Valentina, mi diceva, quando sarò morta, ricordati che mi devi tagliare i capelli e darli al signor Corrado. Sono suoi.... proseguiva, e mi farà piacere che qualche cosadi me non scenda in sepoltura.» La poverina diceva così, niente di più o di meno.... Veda, par proprio che sorrida perchè non ho cambiato una parola....
— No, disse Corrado con voce tremante, no, povero angiolo, portala teco la tua ultima bellezza.
Allora squillò una nota — si volsero entrambi. Accanto alla finestra, dal cantuccio dove era stata dimenticata la gabbia, Mario salutava il mattino a modo suo. Diceva:
«Grazietta! Grazietta! buone nuove! il buio è scomparso, sono rinati gli alberi, è tornato il verde, è tornato l’azzurro; svegliati, Grazietta, ecco il sole!»