XXXVIII.Madre e figlio.

XXXVIII.Madre e figlio.

Una luce crudele si fece innanzi agli occhi di Corrado; fissò egli lo sguardo nello spazio, e vide, inorridito, Agnese bionda, pallida e santa come Grazietta, fra le braccia della morte, e gli parve d’udire un gemito lontano, come una vocetta che chiamasse la madre muta per sempre e respingesse il padre snaturato.

Poi gli balenò una speranza: «chi sa? tutto non è ancora finito, la sciagura aspetta forse la sentenza d’un giudice temuto.»

Era lui quel giudice!

Obbedendo ad un impulso generoso, mandò questo telegramma urgente ad Agnese, presso il mulino della Narcisa a V***:

«Credo tutto, risparmia una sciagura, un rimorso — io vengo.

«Corrado.»

Due ore dopo partiva, coll’anima in tumulto. Da principio il viaggio parve lungo al suo terrore impaziente, ma a poco a poco un’idea vecchia, uscendo dalla folla di tante idee nuove, mostrò la sua faccia beffarda al signor conte, il quale volse il capo per non vederla e di nuovo la vide, e non cercò di sfuggirla, e infine la fissò apertamente ricambiandole l’amaro sorriso.

«Arriverai in tempo, diceva quel sorriso amaro, ancora non è morta. Solo hai fatto un’imprudenza mandando un telegramma in cui prometti di venire.... perchè, non si sa mai, se veramente haquellaintenzione, ora che è sicura di te si ucciderà più presto. Per trovarla viva dovevi lasciarla in dubbio, farle credere che hai un macigno nel petto e che, morta lei, suo figlio,tuo figlio, non avrebbe più nessuno — ad ogni modo sta tranquillo, ancora non è morta».

Corrado, giungendo a Saluzzo, aveva ricuperato il dominio del suo pensiero: era tornato sè stesso; solo di mezzo alla glaciale indolenza con cui pareva prestarsi allo scioglimento d’una commedia troppo lunga, ogni tanto, obliandosi, scorgeva una sfiducia od un terrore che gli affrettava i palpiti.

La via s’inerpicava con giravolte astute su pei colli, per allungarsi poi come un nastro polveroso nella vallata; quando la diligenza andava su penosamente peggio d’una tartaruga, quando il cocchiere abbandonava le redini, quando i cavalli lasciavano penzolare il capo sfiduciati, allora tornavano i terrori a Corrado, il quale avrebbevoluto scendere a terra e correre. Ma era allora che, giunto in cima all’erta, il carrozzone cominciava a rotolare dalla china, facendo un chiasso assordante, accompagnato dall’ombra che, scavalcando siepi, saltando muriccioli e piante, pareva stentare a tenergli dietro — era allora che il signor conte, annicchiato nel suo cantuccio, udiva distintamente il conforto amaro:

«Sta tranquillo, ancora non è morta.»

Giunse finalmente ad un primo anfiteatro formato dai monti, poi per una stretta gola ad un altro del tutto simile al primo; colà dal verde di un boschetto uscivano poche case ed un campanile — il paesello di V***.

La prima persona, a cui con un tremito nella voce domandò l’abitazione della signora Agnese, gli additò una casetta verde in cima ad un poggio, fiancheggiata da due tugurii fatti di fango.

Il borghigiano gli aveva dato quell’indicazione in modo naturalissimo; solo si era fermato sulla via per guardare ilsignoresconosciuto, il quale, voltandosi, credette proprio di leggergli sulla faccia lo stesso ritornello che una voce beffarda gli gridava per via: «ancora non è morta.»

Venne innanzi alla casetta verde; gli batteva il cuore forte; una contadina gli si fece presso.

— La signora Agnese?

— Sta qui appunto.... ma non è in casa....

— Ah! non è in casa!

— No.... è uscita stamane di buon’ora, non è più tornata....

Un pallore improvviso coprì le guancie del conte; ma l’altra proseguì:

— Le succede spesso di star via tutto il giorno, ora che ha il piccino a balia dalla Narcisa....

— Ah! le succede spesso....

— Sicuro; se vuole aspettarla, non può tardare ad essere di ritorno.

— Non può tardare, dite?

— No; se poi vuole andarle incontro, la vada al mulino della Narcisa.

— E dov’è il mulino della Narcisa?

— Laggiù, vede.... laggiù.... vicino a quegli olmi, in riva alla Varaita, passato il ponticello di legno.... Ha buona vista lei? Lo vede?....

— Lo vedo....

— Lei è il marito della signora, se non mi sbaglio.... sarà contenta la signora, è tanto che aspetta; lei viaggiava non è così?.... ed ha fatto buon viaggio?....

— Eccellente — grazie. La signora, la vedete ogni giorno?

— Ogni giorno; sono io che la servo....

— E l’avete vista anche stamane?

— Anche stamane....

— Ed era di buon umore, non è vero?

— Mi è parso di sì; molto di buon umore non è mai, ma se ho da dire.... mi è parso sì, che fosse di buon umore stamane.

— Vado dalla Narcisa.

— Vada.... giù, fino alla Varaita, non può sbagliare; passi il ponte di legno.... Vedrà il piccino.... giusto! non mi domanda del piccino?

— È bello?

— Un amore.

— Vado dalla Narcisa.

E volte le spalle alla buona donna, scese giù pel rapido sentiero. Solo quando fu a pie’ del colle, girò l’occhio intorno a sè. Che vago spettacolo! Qui lo sguardo, non imprigionato in una cornice di monti, da due lati almeno seguiva per lungo tratto il corso della Varaita ingrossata dal primo squagliamento delle nevi, che scintillavano al sole del tramonto come caschi d’argento sulle teste severe dei monti. Sopra tutti si ergeva, nascondendo il capo fra le nubi, il Monviso. Nella valle si svegliavano mille accenti sommessi, sui quali dominava lo scrosciare continuo del torrente rigonfio. Incominciava il crepuscolo, che fra i monti è breve — il conte si rimise in cammino ed affrettò il passo.

Giunse al mulino; passato il ponticello di legno, si fermò.... gli era parso d’udire un grido — dove?

Si fece innanzi — un uomo infarinato gli venne incontro ridendo.

— La Narcisa?

L’altro continuava a ridere.

— La Narcisa? ripetè il conte.

— La Narcisa sono io! disse una voce fresca; e allo stesso tempo apparve sulla soglia dello stanzone dellamacina una contadina giovine e bella, con un bambino addormentato nelle braccia.

— Non badi a Gianni — disse — è un povero.... innocente.... non è del paese.... ma di Brossasco.... sono quasi tutti così lassù.... la Narcisa sono io.... e che vuole da me?... soggiunse con un impaccio bizzarro.

Corrado, senza staccar gli occhi dal bambino, domandò:

«È vostro?»

— No, è di un conte che non mi ricordo.... laggiù di Milano.... si chiama Corrado il bimbo.... un bel nome, non è vero?.... e guardi un po’ come è bellino anche lui!

In così dire si avvicinava, e volgeva lievemente le spalle, perchè l’altro potesse scorgere il visino soave del dormente. Ma invece di guardare il bimbo, Corrado mandava un’occhiata in giro con una specie d’impazienza dispettosa....

— Sì, è bello; disse brusco — e dov’è sua madre?

La Narcisa si fece rossa, non rispose.

Un amaro riso contrasse le labbra di Corrado; il quale, avvicinandosi alla soglia dello stanzone vicino:

— Agnese, disse forte, Agnese, sono io, perchè dunque ti nascondi?

Pallida e bianca come un fantasma, Agnese apparve sulla soglia.

Il conte le si avvicinò e le prese la mano con un atto disinvolto.

La Narcisa, che non comprendeva nulla, sorrideva. Fu lei la prima e rompere il silenzio:

«Si sveglia, disse avvicinandosi — lo guardi ora, signor conte.... scusi sa.... la signora contessa me l’aveva detto che era lei.... lo guardi ora....

Il bimbo, svegliandosi, mandò un grido, che fu subito soffocato nel seno della Narcisa.

— Come poppa! sente!....

— Sento.... rispose Corrado guardando appena, e soggiunse, volgendosi ad Agnese:

— Ti sono passate le melanconie?....

La leggerezza di quell’accento toccò come un pugnale il cuore della disgraziata donna, la quale levò gli occhi pieni di lagrime in volto al conte ed uscì ratta all’aperto.

Corrado, commosso suo malgrado, le venne dietro, lasciando la Narcisa sulla soglia, dove si era seduta perchè il piccino poppasse meglio.

Annottava; i monti biancheggiavano nascondendosi nell’ombra.

I due sciagurati stavano immobili senza guardarsi in volto.

— Agnese....

Nessuna risposta.

— Agnese....

Asciugò costei il volto lagrimoso, poi disse senza amarezza:

— Lo vedi?... lo vedi ora?...

Tacque. Corrado si fece forza, e pigliandole ambe le mani, disse con grave accento:

— Sì, sono cattivo, sono crudele; sento di odiare me stesso; perdonami. Egli ancora è nulla nella mia vita; sarà tutto, te lo prometto — lo adotterò, sarò per lui il migliore dei padri....

— Lo vedi?... lo vedi? ripetè la povera donna.

E dopo un lungo silenzio, ripigliò a dire:

— Lo vedi che la mia morte è necessaria? Ho voluto darti retta, mi sono lusingata un momento.... sono anche stata debole, ho colto il pretesto che mi offrivi per differire di qualche ora.... mi è mancato il cuore di separarmi dalla mia creatura senza averla vista nelle tue braccia.... Vieni — disse con voce ferma — vieni, fa quel che devi....

— Dove?

— Vieni ad abbracciare tuo figlio dinanzi a sua madre; poi tutto sarà finito.... vieni....

— Agnese.... Agnese!

— Sta tranquillo; ora ti pare un estraneo, più tardi l’amerai più di te stesso — sì, sarà tutto nella tua vita il meschinello che hai guardato appena; e non il migliore dei padri per lui, ma suo padre, ecco che cosa sarai.... Vieni....

— Agnese, che vuoi fare? gridò lo sciagurato, trovando un accento di tenerezza sincera.

— La solo cosa onesta concessa alla vergogna — nascondersi. Ciò che in faccia al mondo sarà una buonaazione, in faccia a mio figlio ed a te è un dovere.... Vieni....

— No, non vengo; promettimi di vivere, io credo tutto, riconoscerò mio figlio....

— Povero Corrado! rispose Agnese; tu mi credi? tu credi a me?... ah! non credere a te stesso, povero Corrado! Tutta la mia vita non è forse una menzogna? E il mondo, e gli uomini, e il cielo che permette il dubbio, non sono forse un’unica menzogna atroce? La morte soltanto non è bugiarda.

— Credo tutto, credo tutto....

— E allora vieni, disse Agnese baciandolo in volto; sento che ricomincio ad amarti.

Lo prese per mano e lo trasse nell’abitazione, in una stanzuccia dietro al mulino, dove, entro una culla di vimini, giaceva l’amorino cogli occhi chiusi.

La Narcisa cessò un istante di dondolare la culla, e subito il bimbo aprì gli occhi, il che fece dire alla balia: «è pieno di malizia — è un demonietto quest’angelo.»

Agnese non rispose, teneva lo sguardo fisso in volto a Corrado, il quale, obbediente a quello stimolo, si curvò e impresse un bacio lungo sulla fronte del piccino, che rialzò gli occhi.

— Come ti guarda! disse Agnese sotto voce. Poi, piegandosi essa stessa, ingelosita di quell’occhiata lunga:

«Non sono gelosa, no, ma io sono la mamma, la tua povera mamma, che....

Il resto della frase fu mormorato fra i baci.

Mezz’ora dopo, il bimbo dormiva; Agnese e Corrado, scostandosi sulla punta dei piedi, uscirono all’aperto.

Era notte fitta: la luna nascondeva la faccia dietro ad un monte, la vallata era invasa dalle ombre; a quando a quando balenava qua e là, nel buio, il solco luminoso d’una stella cadente. Poche voci d’insetti ha il mese di marzo, pochissime in quelle valli; si udiva solo il rumoreggiar del torrente, che pareva cresciuto d’intensità.

— Come sono felice! disse Agnese, e si avviò a passo lento pigliando per mano Corrado.

Camminarono lungo tratto in silenzio, docile il conte ad ogni capriccio della bella, ella obbediente alle idee che le passavano pel capo, arrestandosi talvolta di botto o camminando spedita.

— Non hai nulla da dirmi, Corrado? non mi parli di questo tempo passato? Non mi chiedi quanto ho patito? Non mi dici se hai tu pure sofferto?

— Perchè amareggiarci invano? rispose Corrado riluttante; il passato non è più.

— Ma noi siamo pure i suoi figli! rispose Agnese con un sospiro.

E quando, dopo una lunga pausa, il conte potè credere che avesse volto il pensiero altrove, la poveretta ripigliò a dire:

«Credi tu che io non sarei capace di soffrire la fame, i cenci, la fatica, tutto ciò che ho tanto temuto finora, per avere ciò che ho tanto disprezzato finora: la stimadel mondo? Ma stolti! noi crediamo d’essere soli nella vita, non pensiamo che forse una persona diletta ci accompagna non vista, e che coglierà il pretesto d’un vergognoso piacere se non le daremo un’occasione lecita di venirci a chiedere tutto il nostro amore, ad offrirci tutto il suo.... Ma di’, come la cosa più santa può nascere da una colpa?... Ci hai tu pensato mai, Corrado?

Corrado ci pensava ora; non rispose.

— Lasciamo le melanconie, disse Agnese, e volgeva la faccia biancheggiante verso il suo compagno, come ad interrogarne il silenzio; parliamo del nostro piccino. L’hai trovato bello? non è vero che ti somiglia?

— Sì, è bello.... mi somiglia.... poichè lo dici.... Come vuoi che io faccia ad accorgermene, se l’ho visto appena?

— Sta tranquillo, gli rispose la povera madre con accento singolare, lo vedrai molto e a lungo, e cercherai tu stesso su quel visino d’angelo le traccie del tuo prepotente affetto di padre, e gli parlerai tu pure come ho fatto io senza speranza di risposta.... e spierai, tu spierai sulle sue labbra, con una voluttà più dolce di quante ne abbi mai provato, la prima parola. Quanto sarai felice, Corrado!

Il conte non rispose; provava come un dispetto della propria debolezza, si sentiva vergognoso del sacrifizio che aveva accettato. Aveva voglia di dire: «taci, taci almeno!» Non disse nulla. Volle abbandonare il braccio della sua compagna, e si accontentò di lasciarlo uscire dal suo senza trattenerlo.

Erano giunti in cima ad una via sassosa dominante il torrente che muggiva a molte braccia sotto i loro piedi; nel buio si scorgevano biancheggiare i gorghi schiumosi, e scintillare nell’acqua i riflessi delle stelle.

Lo spettacolo era incantevole; ma Corrado non vi badava: a un tratto si sentì stringere le tempie da due mani calde e tremanti, e sentì sulle labbra il fuoco di due baci, e quest’unica parola mormorata frammezzo: «addio!» E poi un grido acuto.... e poi più nulla.

La disgraziata madre, fattasi sul ciglio della strada, si era precipitata nell’abisso mugghiante.

Corrado corse come pazzo sulla sponda della via, scandagliando cogli occhi l’oscurità; quando gli parve di vedere un corpo più nero nell’ombra nera delle acque, si lasciò rotolare dalla rapida china.

L’impeto del torrente era irresistibile, ma la disperazione centuplicava le forze allo sciagurato; riuscì egli a giungere presso al corpo che le onde trasportavano come in un letto; afferrò coi denti le treccie, che si sciolsero, e con uno sforzo supremo toccò la sponda. Quivi slacciò le vesti madide della poveretta, le toccò la fronte, e ritrasse la mano intrisa. Stette a lungo immoto, trattenendo il respiro, aguzzando lo sguardo per cogliere nel buio una contrazione, un alito, un indizio della vita.

Poi si affacciò dai monti la luna a contemplare il pietoso spettacolo; e all’improvvisa luce, Corrado vide il bel volto insanguinato.

Coi brividi del freddo e del terrore, trasse la pezzuola bagnata, la inzuppò nell’acqua e lavò con essa la bellissima fronte e le guancie e le labbra, fra cui si era fermato un filo di sangue. Agnese si scosse e con voce che non era più della terra:

«Grazie, mormorò — tuo figlio!»

Non altro.

Ed apparve un ultimo sorriso su quelle labbra purificate dal bacio della morte.


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