ATTO TERZO

ATTO TERZOL'interno dell'officina meccanica del Valori, illuminato dall'ampio lucernario a cristalli praticato nel soffitto, sorretto da travatura di ferro. Due porte laterali: una a destra, che scorge al quartiere di Valori, e l'altra a sinistra, che dà sulla via. Più in là, a destra, una grande macchina a vapore verticale con fornello, manovelle per le valvole e congegno di trasmissione di movimento, addossata ad un pilastro con camino in cotto e sostenuta da una base di due scalini di pietra. Di faccia, a sinistra, un trapano ed una grue; dietro il trapano un vasto fucinale rivolto verso il fondo. Fra il fucinale e la grue l'asta col pallino dei mantici. In alto, carrucole, ganci e catene infissi in una trave armata. Lungo la parete, in fondo, i banchi dei limatori colle morse, i limatoi, delle caldaie in rassetto, trafile, argani ed altri congegni meccanici; nel mezzo, un'ampia finestra con inferriata ed invetriata fissa, la quale scorge sopra la piazza.Sulla scena: pezzi di ferro da rifondere e tre incudini coi loro martelli. — Presso il fornello una pala da carbone, ed una stanga da attizzare; presso il fucinale forbici e tanaglie di diversa misura e forma. — Presso la macchina, appesi al pilastro, un termometro ed una lavagna; sopra un palchettino infisso nel pilastro istesso, un bricco di latta a lungo beccuccio per ungere i congegni, del cotone in fiocco, della stoppa e dei cenci.La porta a sinistra si chiude a chiave, e la chiave si appende presso la macchina ad un chiodo piantato nel pilastro, fra il termometro e la lavagna. — È giorno.SCENA I.Tutti gli operai di Valori, sotto la direzione diFRANCESCO. — All'alzarsi del sipario il lavoro ferve vigorosamente. —MARTINO,AMBROGIO,GENNAROed altri sei lavoranti massellano sulle tre incudini le estremità di stanghe di ferro sostenute da apprendisti. —BOBIal mantice,CENCIOal trapano;ORESTEbutta del carbone nel fornello della macchina e vi attizza il fuoco; i limatori attendono alla loroopera presso i banchi in fondo, mentre altri operai, scaglionati in catena dal proscenio a sinistra alla seconda quinta a destra, fanno passare rapidamente dall'uno all'altro i pezzi di materiale che scompaiono così dietro la macchina.Genn.(terminando di cantare una canzone in dialetto napoletano). —Trallalla lallà... la lallera lallà!Franc.(ai massellatori). — Basta! — Al fucinale per la tempra, Martino. — Oreste, ad attizzare. — E voi, Bobi, soffiate. — Gennaro, quante volte vi ha detto il principale di non cantare prima delle quattro?Genn.— CaroFranceschiello, ma io non canto.Franc.— Fatemi il piacere, Gennaro, che v'abbiamo inteso tutti:trallalla lallera lallà!Genn.— No! Scusate, padrone mio, non va cantata così; ma a questo modo:trallallà,lallà...lallera lallà, e così la canto io che l'aggioimparata all'officina di Pietrarsa.Franc.— E allora perchè dite che non è vero che cantate?Genn.— Perchè io non canto,sulfeggio!Franc.— E non potreste stare senzasulfeggià, benedetto voi?!Genn.— Sì, ma sarei come un uomo acciso, e lavorerei anche meno;cantanno, cioè sulfeggianno, noi non si sente neanche la fame. Proibire a noi di cantare? Allora bisogna dire che si vuolea' rivoluzione!Franc.— Basta.(agli operai che hanno trasportato il materiale)Al magazzino... Cencio, date voi una guardata.(scompare dietro la macchina seguito dagli operai già in catena)Cencio.— Oreste, occhio alla macchina, che ha sete, e bada alle valvole, veh, che con quell'arnese non si scherza: ne va della pelle. — Bobi, animo; altrimenti quella tempra non si fa prima del mezzogiorno.(scompare un momento dietro al fucinale)Bobi.— Tanto meglio se non si fa!Oreste.— E il carbone chi lo paga?Bobi.— Me ne importa assai. Domando io se un uomo veramente libero dovrebbe passare la sua vita a soffiare!Mart.— Lui l'ha sempre colla politica.Bobi.— Senti, se tutti i disperati pari miei si mettessero d'accordo una volta, mondo birbone!Oreste.— Vorresti che non ce ne fossero più dei padroni, eh?(ritorna Cencio)Bobi.— Già, per farmi servire un pochino anch'io!Cencio.— Sentite, Bobi, io lavorerei sempre; che se non lavoro m'annoio un buscherìo!Oreste.— E così Cencio fra quattr'o cinqu'anni sarebbe daccapo più ricco di voi... Fatemi il piacere! Se nessuno potesse lavorare, non vi domando come ci si potrebbe campare, ma chi ci terrebbe aperte le osterie?Bobi.— Oh bella! Il Municipio.Mart.— Il torto di Bobi ve lo dico io subito; è quello di non aver girato l'Italia, con licenza parlando. Sapete quello che diceva sempre Cavour? Gira l'Italia.Genn.— Aveva ragione: vedendo s'impara.Cencio.— Sicuro, perchè ogni diritto ha il suo rovescio, come ogni paese ha pure il suo bene.Mart.— Io, con licenza parlando, qui non ho imparato a parlare toscano?Cencio.— Ah! ah!Bobi.— Carino quel toscano!Oreste.—Tittirrittì, tittirrittimì, tittirrittilè!(ridono tutti)Mart.(un po' piccato, ad Ambrogio). — Pazienza che ridano loro che sono toscani perchè ci sono nati; ma tu?Ambr.(scherzando). —Cos'iin sti ciaccere? Se mi voglio, parli count ün accento pü se tüscanno de tucc' voi alter!Genn.(come sopra). —Come sarebbe a dicere di tucci voi alteri? Se io volesse parlà tuscane, sanghe dello ciuccio, saprìa parlà meglio di molti professori, e anche di chilli addottorati... perchè quanno era piccirillo e ghievo a scola, a mamma me diceva sempre: va, figlio mio, e sturea; ca tu tiene una capa, anzi uno capone, da addiventà certo n'alletterate. E però s'io non sono n'alletterate, è sulamente perchè non aggio sturiato!Gli altri.— Ah! ah! Bravo Gennaro!SCENA II.CARLOdalla destra, poi subitoFRANCESCOdal fondo a destra.Detti.Carlo.— Bravissimi! Tutti a fare la burletta, ed il primo di agosto è imminente! Dov'è il capo-fabbrica?Franc.— Eccomi... eccomi...Carlo.— È vicino il mezzogiorno e quella tempera non è ancora all'ordine. Questo fusto non è mica stato massellato a dovere, sapete. Siete tutti addormentati? Carbone al fucinale, attizzate; e voi, Bobi, di grazia, un po' meno flemma! Alla fiaccona di questo messere non ci badate mai?Bobi.— Se non è contento, me ne vado anche adesso io...Carlo.— Nossignore, adesso; mi siete in debito di cinque giornate. Dopo se ve ne andate, mi fate un piacere.Bobi.— Mondo ladro, perchè sono stato disgraziato!Carlo.— Tacete, se non volete che dica io chi siete. Ora, attenti, fabbricatori, al modo di arroventare un fusto per la tempra.Bobi.— (Me l'hai da pagare!)Carlo.— Rivoltate il pezzo. — Due spruzzi d'acqua, Oreste, e sollevate un pochino... Spingete un po' più nel fucinale... Una mano, Oreste... sotto!Oreste.— Non si resiste più...Carlo.— Resisto io!(butta via l'abito, stando primo alla vampa del fucinale)Franc.— Che fa, cavaliere?Carlo.— Ma che cavaliere! Non sono mai stato tanto cavaliere come in questo momento... Attenti! Vedete il colore giusto? Alla pila subito!(scompare dietro il fucinale coi massellatori. — Tocchi di campana: Carlo, Francesco ed i massellatori ritornano in iscena senza il fusto. — I lavoranti pigliano chi il cappello e chi la giacca riposti in qualche angolo, e si dispongono ad uscire)Carlo(a Francesco). — Abbiate pazienza, Savelli; ma qui non c'è quella disciplina senza di cui non si fa mai nulla di serio nè fra soldati, nè fra operai.Franc.— Ne convengo; ma alla fin fine un artigiano non è un soldato.Carlo.— Chi ve lo dice? Soldato della pace, ma non senza pericolo, combatte anche esso per la grandezza della patria, poichè a farla gloriosa e potente non vogliono essere soltanto spade, ma spade e martelli, ed è coi buoni martelli che si fanno le buone spade.Franc.— Lei ha ragione... Già, ha sempre ragione!Carlo(avviandosi alla destra). — Perchè in fondo io amo e stimo il lavoro e il lavorante forse più di voi altri tutti... Buon appetito, figliuoli.(esce dalla destra, mentre gli operai escono dalla sinistra)Franc.— Sì, tu hai ragione; ma c'è qualche cosa nella tua onestà, nel tuo ingegno che io non posso subire, perchè mi pare che voglia farmi sentire la mia inferiorità... Mi hai confidato ogni tuo segreto... perchè sai che non ti potrei tradire... o meglio perchè non potevi farne a meno... ma sei sempre il principale, ed io il povero capo-fabbrica inchiodato qui dal bisogno! Ecco Matilde... Non vado a fare colezione a casa per guadagnar tempo, e lui... Oh! non sarebbe Faustini che agirebbe così con me!SCENA III.MATILDEdalla sinistra con un panierino coperto da un tovagliolo di bucato, coll'occorrente per fare colezione.Detto.Mat.— Eccomi a te, Francesco. C'è del nuovo, sai, oggi... Hai appetito?Franc.— Poco; il caldo mi opprime... e poi con quell'uomo incontentabile!... Che non abbia a finire un giorno questo pane così salato?Mat.— Abbi pazienza, Francesco; tu sai quali impegni abbia il Valori sulle braccia...Franc.— Io so e non so... Se non faccio per lui, parli chiaro: c'è chi mi cresce la paga e mi dà il titolo di direttore.Mat.— Vuoi dire il Faustini?Franc.— Sì... Dammi da bere... Non sono padrone di servire chi mi pare?Mat.— Certamente. Ma bevi adagio... Francesco, tu sai in quali rapporti si trova il cavaliere Valori col Faustini?Franc.— Cani e gatti, ma ciò non mi riguarda: la mia opera è per colui che la ricompensa meglio. Metti via che non voglio altro.Mat.— Tu non ignori però che il Valori deve aver terminato e consegnato le sue macchine per un'epoca fissata, e sai quello che mi ha detto sua moglie.... Quella non si vergogna mica di parlare con me dei suoi guai!Franc.— Già lo so che ti lasci subito commuovere da quattro chiacchiere; ma son queste le belle novità che mi vuoi dire?Mat.(con serietà). — Senti, Francesco; tu sai se io ami la mia bambina e ti ricordi che i medici sono tutti d'accordo nel dire che il rimedio veramente sicuro sarebbe per lei quello dei bagni di mare.Franc.— Sì, e anche per questo sento che mi costerebbe meno piantare il Valori.Mat.— Ed io credi che non sarei felice di vederla una volta alzarsi da quella seggiola ove sta tutto il giorno senza mai rallegrarmi di un sorriso? Oh se bastasse camminare un giorno intiero coi piedi nudi sulle spine per ottenere la sua guarigione, io affronterei sorridendo il martirio, perchè il giorno in cui potrà correrti incontro quando ritorni dal lavoro, il giorno in cui la sentirò ridere e finirò d'invidiare tutte le altre madri, quel giorno sarà bello, molto più bello di quello in cui ti ho sposato!Franc.— E tu non vorresti che io mi accordassi col Faustini, il quale ci porge il mezzo di vedere la nostra bambina risanata più presto?Mat.— Ora guarda...(trae dal seno due biglietti da cento lire)Sono duecento lire...Franc.— Da tuo padre? No; t'ha dimenticata lui! Dal Faustini adunque?Mat.— Sì. Quando li ho avuti nelle mani, il primo mio pensiero fu alla bambina, e ho detto: con centocinquanta lire sto a Viareggio un buon mese pei bagni, e le altre cinquanta me le spendo in tanta biancheria.Franc.— Brava; così saranno spesi bene.Mat.— No, Francesco, questo denaro io corro a riportarlo a chi me lo ha mandato a titolo di regalo, ma colla condizione sottintesa che io ti consigli ad abbandonare il Valori in questo momento.Franc.— Matilde, mi viene un'idea. Se io rimanessi col Valori fino alla consegna delle macchine, e poi andassi dal Faustini, che male ci sarebbe?Mat.— Senti; non ti pare che il Faustini tutto quello che fa per trarti a sè, non sia anche un po' per far dispetto e danno al Valori? E Faustini lo sa che il Valori ti ha rivelato il segreto della sua invenzione?Franc.— Lo sa; ma ciò non vuol mica dire che io possa tradire il Valori!Mat.— Lo credo io; ma non ti pare che ne avrebbe un po' l'apparenza?Franc.— Ma tu spingi troppo la delicatezza!...Mat.— E sia; ma se tu sacrificassi a questo sentimento il tuo amor proprio, non ti sentiresti contento di poter dire: io avrei potuto guadagnare qualche cosa di più, avrei potuto fare qualche cosa di più per la mia creatura, e invece ho soffocato in me le voci di un giusto orgoglio, il grido del bisogno e della natura, per non disertare nel momento del pericolo la mia bandiera, per non unirmi a gente cattiva che vuole schiacciare l'uomo che ha avuto fede nella mia onestà e mi ha confidato il frutto più prezioso della sua intelligenza?Franc.— Oh sì, Matilde, sì che ne sarei contento; ma cara te, la povertà mi fa paura!Mat.— O bella la povertà, quando ci lascia il diritto di stimarci superiori alla nostra sorte! Cara e santa, quando non è l'effetto del vizio e del disonore!! Mio caro Francesco, io ti voglio dire una cosa che non ti ho detto mai. Anch'io ho avuto i miei momenti di sconforto; anch'io ho pensato talvolta alle mie amiche più agiate, più ben vestite di me; ma non ho cessato d'amarti, non ho cessato di essere contenta di te, perchè io sono convinta che sotto il tuo saio c'è un cuore che mi ama, e me lo prova col sentimento dell'onore più geloso, della delicatezza più profonda!Franc.— Non posso fare che questo per te, e anche questo sei tu che me lo hai insegnato!Mat.— E a me, Francesco, il pensare che se tu senti e agisci a questo modo, è anche un po' perchè tua moglie non è la donna triviale che si contenta d'esser portata al caffè e all'osteria, mi fa bene, mi fa più contenta che se tu mi potessi regalare vezzi di gioie, ed abiti sgargianti... Or dunque, poichè non ti chiedo nessun'altra cosa per la mia felicità, lasciami questa santa consolazione di saperti generoso e leale che mi compensa ad usura della povertà!Franc.— Oh sì, Matilde! E per dartene una prova andiamo subito da Faustini a restituirgli i suoi denari.Mat.— Ah!(con slancio, baciandolo)A te con tutta l'anima!(escono dalla sinistra correndo e tenendosi per mano)SCENA IV.MARTINOdalla sinistra, poiCARLOTTA.Mart.(accennando a Francesco e a Matilde già usciti). — Il matrimonio deve avere qualche cosa di buono...(dà un fischio: entra Carlotta)V'ho da dire una cosa, la mia Carlotta...Carl.— Che cosa è questa mia?Mart.— Non lo credete che avete ad esser mia?Carl.— Non credo neanche all'aceto io; e se non vi si cresce la paga, ve lo dico tondo, potete starmi parecchio lontano dai contorni delle scarpe.SCENA V.Dalla destraCARLOinosservato.Detti.Mart.— Sentite, il signor Faustini ha fatto offrire dieci soldi di più per giornata a me, Cencio, Gennaro ed Ambrogio, e sta attorno al capo-fabbrica per guadagnarselo anche lui. Or bene, se per questi altri dieci soldi, che fanno la bellezza di quattro lirette, vi decidete a sposarmi, io, con gran dispiacere.... per lui... pianto qui su due piedi il cavaliere!Carlo.— Bravo!Carl.— (Tonfa!)Mart.— (Ahi! Ahi!) Ho detto con gran dispiacere.Carlo.— Già, per me.(a Carlotta)Che fai tu qui?Carl.— Io cercava... della limatura per far pulito il rame...Carlo.— Va in casa subito.(Carlotta esce dalla destra. — Suono di campana)Mart.— (Pagherei dieci soldi per trovarmi lontano un miglio).Carlo.— Martino, Faustini tenta adunque di prendermi tutti i migliori operai, e voi altri che sapete in quali impegni mi trovo, mi piantereste senza dirmi un'acca!Mart.— (Ne pagherei venti per trovarmi in cantina).Carlo.— Questo prova che avete forse una ragione di farmi del male...Mart.— No,per Diesana!Carlo.— E allora?Mart.— E allora, si capisce... l'amore! Ecco la ragionaccia! Ma la ringrazio d'avermi avvisato, e stia sicuro che finchè non abbia terminato i suoi impegni, non mi muovo, neanche se Carlotta, non so se mi spiego, diventasse più bella della Madonna della Guardia!Carlo.— Basta, Martino... Lo sapevo io: uno per uno di voi se ne fa quello che si vuole. Vi ringrazio e saprò ricompensarvi.SCENA VI.FRANCESCO,GENNARO,CENCIO,AMBROGIO,ORESTE, e tutti gli altri lavoranti, dalla sinistra.Detti.Carlo.— Figliuoli, vi ho a pregare tutti di un favore: perchè le macchine possano esser mandate in tempo al Richard, ci vorrebbe una giornata di più di lavoro, quella giornata appunto che si è perduto per solennizzare non so che festa. Per ricuperare questa giornata bisognerebbe che mi deste un'ora di più al giorno per questa sola settimana.Tutti.— Sì, sì, volentieri.Carlo.— Oh bravi! bravi davvero e grazie!... È inutile che vi dica che da lunedì venturo l'orario sarà nuovamente ridotto di quest'ora, per cui riceverete un proporzionato aumento di paga. Ora al lavoro.(a Francesco)Avete sentito, Savelli, che razza di guerra mi fa il Faustini? E temo anche peggio da certe voci!Franc.— Non abbia timore; i suoi operai gli sono fedeli.Carlo.— Guai a me se dovessi dubitarne! Ora vediamo il materiale ed il carbone per non esser colti alla sprovvista.Franc.(agli operai che s'apprestano a lavorare). — Date mano ad imperniare le ruote dentate, limatori; e voi altri massellatori alla tornitura dei fusti.(a Carlo)In queste ore più calde un lavoro meno faticoso profitta di più...Carlo.— Approvo il vostro consiglio.(escono entrambi dalla destra)SCENA VII.BOBIdalla sinistra guardingo.Detti.QuindiBARTOLOpure dalla sinistra.Bobi.— Amici, gran nuovità; il signor Faustini ha accresciuto l'orario senza crescere la paga, e perciò tutti i suoi operai sono in isciopero.Cencio.— Che n'importa? Noi abbiamo promesso di lavorare, e lavoriamo anzi un'ora di più, colla differenza però che il nostro principale ce la paga.(a Bartolo)Che vieni a fare tu qui?Bart.— Sentite, anche la fabbrica Ramaccini fa sciopero, e mi hanno mandato a dirvi che vogliono facciate il medesimo.Mart.— Vogliono?Bart.— Sono più di duecento con quelli del Faustini.Mart.— Duecento, o mille, che importa? Se esco io col martello scappano tutti.Oreste.— Se mi volete, mi incarico io degli apprendisti.Cencio.— Insomma abbiamo promesso e lavoriamo.Bobi.— Io non ho mai promesso di lavorare: e poi gli è tanto di riposo perduto!Bart.— Badate che potrebbe finir male, ma molto male!Bobi.— Sicuro; perchè vi volete far rompere la testa, e perdere quest'occasione di far la legge anche un pochino voi altri?Mart.— Sentite; la testa io l'ho dura, e se si deve far la frittata ci voglio essere anch'io. Dunque pochi discorsi, perchè sappiamo che voi altri avete del rancore contro il Valori.(a Bartolo)E tu cosa fai qui? Gira l'Italia!SCENA VIII.FRANCESCOdalla destra. Voci dalla piazza in fondo.Detti.Bart.— Sia pure; ma avete da cedere tutti quanti.Franc.— No, che non si cederà! Aria, galantuomo.(Bartolo esce dalla sinistra. — Francesco chiude col catenaccio e colla mandata la porta a sinistra e va ad appendere la chiave presso la macchina a vapore)La porta è solida e si chiude per bene; dall'inferriata della finestra non passano. Lavoriamo tutti come se nulla fosse.(si rompe un vetro della finestra in fondo)Che fate?Una voce(chiara e vibrata dalla piazza). — Il lavoro deve cessare in tutte le officine finchè non sia diminuito l'orario.Franc.— E se noi si volesse lavorare?La voce.— È inutile resistere. Siamo più di duecento noi.Franc.— Sentite, vi do un consiglio; fate la vostra strada.Cencio.— E andate a farvi friggere!La voce.— Poche parole: per l'ultima volta, sì o no?Tutti.— No! no!La voce.— Vigliacchi!Franc.— Ah! venite dentro, se l'osate; venite alla porta!Tutti.— Venite!(si armano di martelli e d'aste, meno Bobi che è disceso a destra; intanto una scarica di sassate dalla piazza frantuma quasi tutti i vetri e ferisce Martino)Mart.— Tirano dellepereloro!Franc.— Ah! volete proprio far davvero? Ebbene il padrone ha delle armi per difenderci, e noi ci difenderemo.(corre per uscire dalla destra)Bobi(arrestandolo). — Fermo.(gli operai, senza badare a Bobi, parlano concitati fra di loro)Franc.— Levati dai piedi, poltrone!Bobi.— Meno superbia, sor Cecchino, se non vuole che ricordi a sua moglie dove ci siamo conosciuti!Franc.— A mia moglie! Ebbene, sia; sarà meno peggio che subire le tue minaccie!Bobi.— Ma non basta, signorino, perchè lei e la sua famiglia sarà fatta segno alla vendetta di tutti i miei compagni, se fa bisogno.Franc.— La mia famiglia?Bobi.— La vada a dare un'occhiata là fuori, e poi mi dica se quei musi la risparmierebbero!Franc.— E io dovrò cedere come un vile?Bobi.— Che cedere? Non hai che da tacere.(agli altri)Anche il capo-fabbrica è convinto che non si può resistere.Cencio.— Non è possibile!Franc.(dominato da Bobi). — Eppure è vero; riconosco, malgrado mio, che bisogna cedere al numero.Cencio.— E allora è inutile rompersi la testa, compagni.Gli altri(deponendo gli strumenti). — Quando lo dice il capo-fabbrica!Franc.(isolato ed assorto nei suoi pensieri). — (O che infamia! che viltà vergognosa! Ma posso io esporre il mio onore ai sospetti di Matilde, e Matilde istessa e la nostra creatura alla vendetta dei ribaldi di cui costui è strumento?)Bobi(al fondo). — Pace! Pace! Neanche noi non si lavora più: evviva la vera eguaglianza!Molte voci(di fuori con applausi). — Bravi! Bravi! Evviva!Una voce.— Prendete e suggelliamo la pace...(dalla piazza si sporgono agli operai vari fiaschi di vino e qualche bicchiere; comincia a bere qualche lavorante in fondo, e poi poco a poco finiscono per fare lo stesso anche gli altri)SCENA IX.AGNESEdalla destra, edEGISTOin abito di tela bianca.Detti.Egisto.— Vedrai che tutto è inutile...(rimane sulla soglia a destra)Agnese.— Dov'è Carlo?... Che fate? Non avete udito la campana del lavoro?Bobi.— Quella non è la campana del lavoro; è la squilla della li-ber-tà!Agnese.— Sentite: se non è questione che di denaro, l'accomoderemo meglio fra noi, che Carlo non ne sappia nulla... Egli non spera più che in voi, lo sapete... Via! se egli ha qualche titolo alla vostra benevolenza, se io stessa ho potuto fare qualche cosa per le vostre famiglie, voi ci avrete ricompensati ad usura sdegnando di imitare i lavoranti delle altre officine... Oreste, dà tu il buon esempio: il fornello della macchina è ormai spento; buttaci del carbone.Oreste.— Subito, signora...(azione)Bobi.— Fa scoppiare la caldaia, imbecille! E lei, mi faccia la grazia di non seccarci altro.Franc.— Una parola di più alla signora e ti strappo la lingua!Agnese.— Signor Savelli, lei aspetta che mi si perda il rispetto per usare la sua autorità? Lei se ne sta colle mani in mano in questo momento?Franc.— Non posso far nulla!Agnese.— Dunque il mio Carlo avrà avuto invano fede ed affetto per voi tutti? povero sognatore!(ad Egisto)Aspettami, corro a cercare mio marito che saprà ricondurli al dovere.Egisto.— Mi lasci solo?Agnese.— Avresti paura?(via dalla destra)Egisto.— (Paura io? ho spavento!)Bobi.— Venga, venga, sor cavaliere! Eh che caldo?Egisto.— (Sarà bene fare un po' il democratico). Un caldo... un caldo che fa sudare anche i sordi!Bobi.— To', ha dello spirito lui! Levatevi pure la giacchetta senza complimenti...Egisto.— Grazie... (Mi dà del voi). Guardate come mi avete conciato!Bobi.— Ma io vi pulisco subito...Egisto.— (Con quelle zampe! E Carlo non arriva!) Non v'incomodate, brav'uomo...Bobi.— Che bella facciona simpatica!.... Voi dovete bere un bicchiere con noi!...Egisto.— Grazie tante!... Troppo buono! Ma non bevo mai fuori pasto!Bobi.— Con questo caldo? Ma io i signori li capisco a volo: ricusa perchè non abbiamo un bicchiere pulito; ma ci penso io...(soffia dentro al bicchiere, lo asciuga colla camicia, e vi mesce)Alla nostra salute, se non siete un codino!Egisto.— No; non son neanche un codino.... non son nulla io!Bobi.— Giù tutto alla nostra salute!Egisto.— Alla vostra salute! (Alla mia no certo)(beve)(Che veleno!) Ora che ho fatto a vostro modo, vorreste farmi una grazia?Bobi.— Parla, anima mia! Vuole offrirci dei sigari di sicuro...Egisto.— Eccone... ecco tutti quelli che ho in tasca; ma ora, da bravi, al lavoro...Bobi.— Come? Tu che fai il cavaliere tutto l'anno, ora hai lo stomaco di venirci a predicare il lavoro?Egisto(intimorito). — No, no, vi faceva la commissione; ma poi per me lavorate, cantate, ballate, torna lo stesso... (Mi dà del tu; come finirà?)Bobi.— Oh così sta bene! Ma già basta guardarti: con quella bella cera da frate priore, con quella pancia che pare un armadio da osteria, si capisce subito che non puoi aver simpatia per il lavoro! To', simpaticone, non so resistere al desiderio di abbracciarti!Egisto.— Resistete, ve ne prego, resistete!Bobi.— Nossignore, voglio levarmi il gusto di ballare una volta con un cavaliere... Musica!(abbraccia Egisto per costringerlo a ballare: risate e chiasso in piazza, ma è l'affare di un istante)SCENA X.CARLOdalla destra.Detti.Carlo.— Silenzio!(ad Egisto)Vattene.(Egisto esce dalla destra con premura)La campana è suonata da un pezzo, la macchina è accesa: a lavorare.Bobi(s'avanza sfacciatamente verso Carlo, tenendo a sè dinanzi, come a difesa, or l'uno or l'altro dei compagni). — S'è finito di lavorare!Carlo.— Voi comandate in casa mia?Bobi.— Un po' per uno; oggi tocca a me.Carlo.— Ed io vi caccio all'istante, perchè dei mascalzoni pari vostri non ho che a guardare nelle bettole lungo la strada per trovarne a centinaia.Bobi.— Dei pari miei a centinaia? La gli gira!Carlo.— Ma Cencio, Gennaro, Martino, ditemi voi se io sogno, se è vero che voi lasciate bestemmiare così questo avanzo di prigione.Bobi(respingendo gli altri). — Con me deve aggiustare i conti, con me solo!Carlo.— Io parlerò a voi lavoratori, perchè, a farlo con lui, lo schifo che ne sento potrebbe rendermi ingiusto. Non vi parlo da padrone, vi parlo da amico. In poche officine si paga il lavoro come da me; in nessuna come da me vi si dà un tanto per cento sugli utili. Quale pretesa potete avere?Bobi.— Quando ce la saremo intesa coi compagni delle fabbriche Faustini e Ramaccini, la saprà; intanto bisogna crescere la paga e scemare di molto l'orario.Carlo.— Siete pazzi? Se vi cresco la paga non posso più lottare cogli stranieri che hanno in casa metallo e combustibile! Quanto a scemare l'orario vi ricordo che non è mezz'ora che m'avete promesso di crescere il lavoro!Bobi.— E ora non si vuole più, oh! Che cosa è alla fin fine il vostro capitale senza di noi?Carlo.— Nulla.Voci(ed applausi di fuori). — Bravo!Carlo.— L'ho detto io e lo ripeto: non è nulla! Ma voi, mano d'opera, ditemi un po', che cosa diverreste se il capitalefacesse contro di voi lo sciopero che credete profittevole e giusto per voi soli? E dal momento che non deve essere stimato altro che l'operaio, perchè dovrà solamente contare quello che lavora colla mano e non anche quello che lavora coll'ingegno e lo studio? Forse per creare un nuovo tiranno più cieco e brutale di quelli che ci hanno oppresso?Bobi.— Tutte parole buttate: a noi la sua aria di professore non può farci nè caldo nè freddo, perchè alla fin fine lavoranti e principali, tutti eguali ora!Molte voci(dalla piazza con applausi). — Bene! Bravo! Bis!Carlo.— Poveri figliuoli; vi hanno gonfiato il capo di parolone che non capite, e me le lanciate come una minaccia e una condanna! Siamo tutti eguali dinanzi al diritto di vivere ed alla legge: così è, e così deve essere. Ma dinanzi alla scienza, ma dinanzi al lavoro, quello che tira il mantice sarà eguale a me che so, e invento? Se è così, su, mastro Bobi, venite a mettervi al mio posto nell'officina e allo scrittoio; e se i vostri calcoli e i vostri disegni saranno migliori dei miei, voi sarete il principale ed io l'artigiano. Ah! cieco, che mi vuoi essere uguale in tutto fuorchè nella fatica, te lo mostro io il modo di essermi eguale, il segreto per diventar principale: lavoro, temperanza, risparmio! E tu disgraziato, invece di cercare nella temperanza la forza, nel risparmio l'indipendenza, nel lavoro la vera nobiltà, non desideri che di far nulla, affidando il tuo avvenire agli avvocati del disordine, od al Monte di pietà, al lotto ed all'ospedale! Ma guarda che miseria è la tua: sei miserabile fino nel desiderare!Bobi.— Tu l'ha a vedere!Carlo.— Allora fuori dei piedi te ed i poltroni che ti vorranno seguire!(movimento degli operai per uscire)Genn.— Eccellenza, se non ci date la chiave!...Carlo(atterrito). — Tutti uscite?... Tutti, quando la vostra diserzione può costarmi l'avvenire? Cencio, Martino, Gennaro, Ambrogio, fuori dalla cerchia dannata! Accusatemi, parlate, dite che cosa vi ho fatto io per essere tradito in questo momento?Cencio.— Sono più di duecento fuori, ed hanno già ferito Martino.Mart.— Io sono bell'e guarito, padrone; ma sono più del doppio di noi.Ambr.— Sor Carlo, non si comprometta... Anche lei è padre di famiglia.Carlo.— Ah se non è che questo! Savelli? Dov'è Savelli?(scoprendolo)Francesco, se ci attaccano...(fischi ed urli al di fuori)Fischiate; a Custoza ne ho sentiti dei più terribili senza impallidire...(si rompono altri vetri)Buon augurio: è un vetraio che cerca lavoro... Animo, Savelli, venite con me...Bobi.— Savelli non si muove.Carlo.— Savelli?Franc.— Sull'onor mio non si può!Carlo(smarrito). — Savelli, voi sapete che cosa sarebbe di me se non potessi terminare a tempo il lavoro e pagare le cambiali!Franc.— Ma non capisce che io non posso far nulla?Carlo.— (O Dio! Dio!) Ma figliuoli, v'ho da scongiurare in ginocchio?Operai(che bevono in fondo). — Alla sua salute!Carlo(indignato). — Ah! Li ha ubbriacati l'infame, e poi li ha comprati! Ebbene io vi discaccio tutti, sì, tutti; e te per il primo, serpente che ho raccolto nel fango e che ora ti schieri coi miei nemici!Franc.— Ah! non una parola di più!...Carlo.— Sì, ti ho confidato il mio segreto, la mia invenzione, e tu mi vendi ad un Faustini! Vile traditore, più vile di Giuda!SCENA XI.AGNESE, dalla destra, inosservata.Detti.Franc.(slanciandosi fuori di sè ad armarsi di un martello).Voci(di fuori). — Dàgli!... ammazzalo!Carlo.— Ah sì?...(cava di tasca una rivoltella e l'appunta contro Francesco)Franc.— Ebbene mi ucciderai; ma resteranno cento per strapparti il cuore!Agnese(che colpita dall'idea di poter salvare Carlo si è intanto slanciata alla macchina ed ha chiuso le valvole di sicurezza, grida con forza:)— Non resterà nessuno perchè scoppierà prima la macchina!Franc. e tutti gli operai(si buttano smarriti verso la porta a sinistra con un grido di terrore).Carlo.— Ah! Vedete quando combattete per l'ozio e per l'invidia come la mano di una donna basta per schiacciarvi! Io potrei seppellirvi tutti con me sotto le rovine dell'officina; ma preferisco di lasciare a voi soli il vanto di avermi assassinato!(getta loro la chiave della porta e riapre le valvole. Mentre un operaio si precipita per pigliare la chiave, e Carlo, sostenendo Agnese che si è abbandonata fra le sue braccia, intima a loro tutti di uscire, cala rapidamente il sipario).FINE DELL'ATTO TERZO.

L'interno dell'officina meccanica del Valori, illuminato dall'ampio lucernario a cristalli praticato nel soffitto, sorretto da travatura di ferro. Due porte laterali: una a destra, che scorge al quartiere di Valori, e l'altra a sinistra, che dà sulla via. Più in là, a destra, una grande macchina a vapore verticale con fornello, manovelle per le valvole e congegno di trasmissione di movimento, addossata ad un pilastro con camino in cotto e sostenuta da una base di due scalini di pietra. Di faccia, a sinistra, un trapano ed una grue; dietro il trapano un vasto fucinale rivolto verso il fondo. Fra il fucinale e la grue l'asta col pallino dei mantici. In alto, carrucole, ganci e catene infissi in una trave armata. Lungo la parete, in fondo, i banchi dei limatori colle morse, i limatoi, delle caldaie in rassetto, trafile, argani ed altri congegni meccanici; nel mezzo, un'ampia finestra con inferriata ed invetriata fissa, la quale scorge sopra la piazza.Sulla scena: pezzi di ferro da rifondere e tre incudini coi loro martelli. — Presso il fornello una pala da carbone, ed una stanga da attizzare; presso il fucinale forbici e tanaglie di diversa misura e forma. — Presso la macchina, appesi al pilastro, un termometro ed una lavagna; sopra un palchettino infisso nel pilastro istesso, un bricco di latta a lungo beccuccio per ungere i congegni, del cotone in fiocco, della stoppa e dei cenci.La porta a sinistra si chiude a chiave, e la chiave si appende presso la macchina ad un chiodo piantato nel pilastro, fra il termometro e la lavagna. — È giorno.

L'interno dell'officina meccanica del Valori, illuminato dall'ampio lucernario a cristalli praticato nel soffitto, sorretto da travatura di ferro. Due porte laterali: una a destra, che scorge al quartiere di Valori, e l'altra a sinistra, che dà sulla via. Più in là, a destra, una grande macchina a vapore verticale con fornello, manovelle per le valvole e congegno di trasmissione di movimento, addossata ad un pilastro con camino in cotto e sostenuta da una base di due scalini di pietra. Di faccia, a sinistra, un trapano ed una grue; dietro il trapano un vasto fucinale rivolto verso il fondo. Fra il fucinale e la grue l'asta col pallino dei mantici. In alto, carrucole, ganci e catene infissi in una trave armata. Lungo la parete, in fondo, i banchi dei limatori colle morse, i limatoi, delle caldaie in rassetto, trafile, argani ed altri congegni meccanici; nel mezzo, un'ampia finestra con inferriata ed invetriata fissa, la quale scorge sopra la piazza.Sulla scena: pezzi di ferro da rifondere e tre incudini coi loro martelli. — Presso il fornello una pala da carbone, ed una stanga da attizzare; presso il fucinale forbici e tanaglie di diversa misura e forma. — Presso la macchina, appesi al pilastro, un termometro ed una lavagna; sopra un palchettino infisso nel pilastro istesso, un bricco di latta a lungo beccuccio per ungere i congegni, del cotone in fiocco, della stoppa e dei cenci.La porta a sinistra si chiude a chiave, e la chiave si appende presso la macchina ad un chiodo piantato nel pilastro, fra il termometro e la lavagna. — È giorno.

Tutti gli operai di Valori, sotto la direzione diFRANCESCO. — All'alzarsi del sipario il lavoro ferve vigorosamente. —MARTINO,AMBROGIO,GENNAROed altri sei lavoranti massellano sulle tre incudini le estremità di stanghe di ferro sostenute da apprendisti. —BOBIal mantice,CENCIOal trapano;ORESTEbutta del carbone nel fornello della macchina e vi attizza il fuoco; i limatori attendono alla loroopera presso i banchi in fondo, mentre altri operai, scaglionati in catena dal proscenio a sinistra alla seconda quinta a destra, fanno passare rapidamente dall'uno all'altro i pezzi di materiale che scompaiono così dietro la macchina.

Genn.(terminando di cantare una canzone in dialetto napoletano). —Trallalla lallà... la lallera lallà!

Franc.(ai massellatori). — Basta! — Al fucinale per la tempra, Martino. — Oreste, ad attizzare. — E voi, Bobi, soffiate. — Gennaro, quante volte vi ha detto il principale di non cantare prima delle quattro?

Genn.— CaroFranceschiello, ma io non canto.

Franc.— Fatemi il piacere, Gennaro, che v'abbiamo inteso tutti:trallalla lallera lallà!

Genn.— No! Scusate, padrone mio, non va cantata così; ma a questo modo:trallallà,lallà...lallera lallà, e così la canto io che l'aggioimparata all'officina di Pietrarsa.

Franc.— E allora perchè dite che non è vero che cantate?

Genn.— Perchè io non canto,sulfeggio!

Franc.— E non potreste stare senzasulfeggià, benedetto voi?!

Genn.— Sì, ma sarei come un uomo acciso, e lavorerei anche meno;cantanno, cioè sulfeggianno, noi non si sente neanche la fame. Proibire a noi di cantare? Allora bisogna dire che si vuolea' rivoluzione!

Franc.— Basta.(agli operai che hanno trasportato il materiale)Al magazzino... Cencio, date voi una guardata.(scompare dietro la macchina seguito dagli operai già in catena)

Cencio.— Oreste, occhio alla macchina, che ha sete, e bada alle valvole, veh, che con quell'arnese non si scherza: ne va della pelle. — Bobi, animo; altrimenti quella tempra non si fa prima del mezzogiorno.(scompare un momento dietro al fucinale)

Bobi.— Tanto meglio se non si fa!

Oreste.— E il carbone chi lo paga?

Bobi.— Me ne importa assai. Domando io se un uomo veramente libero dovrebbe passare la sua vita a soffiare!

Mart.— Lui l'ha sempre colla politica.

Bobi.— Senti, se tutti i disperati pari miei si mettessero d'accordo una volta, mondo birbone!

Oreste.— Vorresti che non ce ne fossero più dei padroni, eh?(ritorna Cencio)

Bobi.— Già, per farmi servire un pochino anch'io!

Cencio.— Sentite, Bobi, io lavorerei sempre; che se non lavoro m'annoio un buscherìo!

Oreste.— E così Cencio fra quattr'o cinqu'anni sarebbe daccapo più ricco di voi... Fatemi il piacere! Se nessuno potesse lavorare, non vi domando come ci si potrebbe campare, ma chi ci terrebbe aperte le osterie?

Bobi.— Oh bella! Il Municipio.

Mart.— Il torto di Bobi ve lo dico io subito; è quello di non aver girato l'Italia, con licenza parlando. Sapete quello che diceva sempre Cavour? Gira l'Italia.

Genn.— Aveva ragione: vedendo s'impara.

Cencio.— Sicuro, perchè ogni diritto ha il suo rovescio, come ogni paese ha pure il suo bene.

Mart.— Io, con licenza parlando, qui non ho imparato a parlare toscano?

Cencio.— Ah! ah!

Bobi.— Carino quel toscano!

Oreste.—Tittirrittì, tittirrittimì, tittirrittilè!(ridono tutti)

Mart.(un po' piccato, ad Ambrogio). — Pazienza che ridano loro che sono toscani perchè ci sono nati; ma tu?

Ambr.(scherzando). —Cos'iin sti ciaccere? Se mi voglio, parli count ün accento pü se tüscanno de tucc' voi alter!

Genn.(come sopra). —Come sarebbe a dicere di tucci voi alteri? Se io volesse parlà tuscane, sanghe dello ciuccio, saprìa parlà meglio di molti professori, e anche di chilli addottorati... perchè quanno era piccirillo e ghievo a scola, a mamma me diceva sempre: va, figlio mio, e sturea; ca tu tiene una capa, anzi uno capone, da addiventà certo n'alletterate. E però s'io non sono n'alletterate, è sulamente perchè non aggio sturiato!

Gli altri.— Ah! ah! Bravo Gennaro!

CARLOdalla destra, poi subitoFRANCESCOdal fondo a destra.Detti.

Carlo.— Bravissimi! Tutti a fare la burletta, ed il primo di agosto è imminente! Dov'è il capo-fabbrica?

Franc.— Eccomi... eccomi...

Carlo.— È vicino il mezzogiorno e quella tempera non è ancora all'ordine. Questo fusto non è mica stato massellato a dovere, sapete. Siete tutti addormentati? Carbone al fucinale, attizzate; e voi, Bobi, di grazia, un po' meno flemma! Alla fiaccona di questo messere non ci badate mai?

Bobi.— Se non è contento, me ne vado anche adesso io...

Carlo.— Nossignore, adesso; mi siete in debito di cinque giornate. Dopo se ve ne andate, mi fate un piacere.

Bobi.— Mondo ladro, perchè sono stato disgraziato!

Carlo.— Tacete, se non volete che dica io chi siete. Ora, attenti, fabbricatori, al modo di arroventare un fusto per la tempra.

Bobi.— (Me l'hai da pagare!)

Carlo.— Rivoltate il pezzo. — Due spruzzi d'acqua, Oreste, e sollevate un pochino... Spingete un po' più nel fucinale... Una mano, Oreste... sotto!

Oreste.— Non si resiste più...

Carlo.— Resisto io!(butta via l'abito, stando primo alla vampa del fucinale)

Franc.— Che fa, cavaliere?

Carlo.— Ma che cavaliere! Non sono mai stato tanto cavaliere come in questo momento... Attenti! Vedete il colore giusto? Alla pila subito!

(scompare dietro il fucinale coi massellatori. — Tocchi di campana: Carlo, Francesco ed i massellatori ritornano in iscena senza il fusto. — I lavoranti pigliano chi il cappello e chi la giacca riposti in qualche angolo, e si dispongono ad uscire)

Carlo(a Francesco). — Abbiate pazienza, Savelli; ma qui non c'è quella disciplina senza di cui non si fa mai nulla di serio nè fra soldati, nè fra operai.

Franc.— Ne convengo; ma alla fin fine un artigiano non è un soldato.

Carlo.— Chi ve lo dice? Soldato della pace, ma non senza pericolo, combatte anche esso per la grandezza della patria, poichè a farla gloriosa e potente non vogliono essere soltanto spade, ma spade e martelli, ed è coi buoni martelli che si fanno le buone spade.

Franc.— Lei ha ragione... Già, ha sempre ragione!

Carlo(avviandosi alla destra). — Perchè in fondo io amo e stimo il lavoro e il lavorante forse più di voi altri tutti... Buon appetito, figliuoli.(esce dalla destra, mentre gli operai escono dalla sinistra)

Franc.— Sì, tu hai ragione; ma c'è qualche cosa nella tua onestà, nel tuo ingegno che io non posso subire, perchè mi pare che voglia farmi sentire la mia inferiorità... Mi hai confidato ogni tuo segreto... perchè sai che non ti potrei tradire... o meglio perchè non potevi farne a meno... ma sei sempre il principale, ed io il povero capo-fabbrica inchiodato qui dal bisogno! Ecco Matilde... Non vado a fare colezione a casa per guadagnar tempo, e lui... Oh! non sarebbe Faustini che agirebbe così con me!

MATILDEdalla sinistra con un panierino coperto da un tovagliolo di bucato, coll'occorrente per fare colezione.Detto.

Mat.— Eccomi a te, Francesco. C'è del nuovo, sai, oggi... Hai appetito?

Franc.— Poco; il caldo mi opprime... e poi con quell'uomo incontentabile!... Che non abbia a finire un giorno questo pane così salato?

Mat.— Abbi pazienza, Francesco; tu sai quali impegni abbia il Valori sulle braccia...

Franc.— Io so e non so... Se non faccio per lui, parli chiaro: c'è chi mi cresce la paga e mi dà il titolo di direttore.

Mat.— Vuoi dire il Faustini?

Franc.— Sì... Dammi da bere... Non sono padrone di servire chi mi pare?

Mat.— Certamente. Ma bevi adagio... Francesco, tu sai in quali rapporti si trova il cavaliere Valori col Faustini?

Franc.— Cani e gatti, ma ciò non mi riguarda: la mia opera è per colui che la ricompensa meglio. Metti via che non voglio altro.

Mat.— Tu non ignori però che il Valori deve aver terminato e consegnato le sue macchine per un'epoca fissata, e sai quello che mi ha detto sua moglie.... Quella non si vergogna mica di parlare con me dei suoi guai!

Franc.— Già lo so che ti lasci subito commuovere da quattro chiacchiere; ma son queste le belle novità che mi vuoi dire?

Mat.(con serietà). — Senti, Francesco; tu sai se io ami la mia bambina e ti ricordi che i medici sono tutti d'accordo nel dire che il rimedio veramente sicuro sarebbe per lei quello dei bagni di mare.

Franc.— Sì, e anche per questo sento che mi costerebbe meno piantare il Valori.

Mat.— Ed io credi che non sarei felice di vederla una volta alzarsi da quella seggiola ove sta tutto il giorno senza mai rallegrarmi di un sorriso? Oh se bastasse camminare un giorno intiero coi piedi nudi sulle spine per ottenere la sua guarigione, io affronterei sorridendo il martirio, perchè il giorno in cui potrà correrti incontro quando ritorni dal lavoro, il giorno in cui la sentirò ridere e finirò d'invidiare tutte le altre madri, quel giorno sarà bello, molto più bello di quello in cui ti ho sposato!

Franc.— E tu non vorresti che io mi accordassi col Faustini, il quale ci porge il mezzo di vedere la nostra bambina risanata più presto?

Mat.— Ora guarda...(trae dal seno due biglietti da cento lire)Sono duecento lire...

Franc.— Da tuo padre? No; t'ha dimenticata lui! Dal Faustini adunque?

Mat.— Sì. Quando li ho avuti nelle mani, il primo mio pensiero fu alla bambina, e ho detto: con centocinquanta lire sto a Viareggio un buon mese pei bagni, e le altre cinquanta me le spendo in tanta biancheria.

Franc.— Brava; così saranno spesi bene.

Mat.— No, Francesco, questo denaro io corro a riportarlo a chi me lo ha mandato a titolo di regalo, ma colla condizione sottintesa che io ti consigli ad abbandonare il Valori in questo momento.

Franc.— Matilde, mi viene un'idea. Se io rimanessi col Valori fino alla consegna delle macchine, e poi andassi dal Faustini, che male ci sarebbe?

Mat.— Senti; non ti pare che il Faustini tutto quello che fa per trarti a sè, non sia anche un po' per far dispetto e danno al Valori? E Faustini lo sa che il Valori ti ha rivelato il segreto della sua invenzione?

Franc.— Lo sa; ma ciò non vuol mica dire che io possa tradire il Valori!

Mat.— Lo credo io; ma non ti pare che ne avrebbe un po' l'apparenza?

Franc.— Ma tu spingi troppo la delicatezza!...

Mat.— E sia; ma se tu sacrificassi a questo sentimento il tuo amor proprio, non ti sentiresti contento di poter dire: io avrei potuto guadagnare qualche cosa di più, avrei potuto fare qualche cosa di più per la mia creatura, e invece ho soffocato in me le voci di un giusto orgoglio, il grido del bisogno e della natura, per non disertare nel momento del pericolo la mia bandiera, per non unirmi a gente cattiva che vuole schiacciare l'uomo che ha avuto fede nella mia onestà e mi ha confidato il frutto più prezioso della sua intelligenza?

Franc.— Oh sì, Matilde, sì che ne sarei contento; ma cara te, la povertà mi fa paura!

Mat.— O bella la povertà, quando ci lascia il diritto di stimarci superiori alla nostra sorte! Cara e santa, quando non è l'effetto del vizio e del disonore!! Mio caro Francesco, io ti voglio dire una cosa che non ti ho detto mai. Anch'io ho avuto i miei momenti di sconforto; anch'io ho pensato talvolta alle mie amiche più agiate, più ben vestite di me; ma non ho cessato d'amarti, non ho cessato di essere contenta di te, perchè io sono convinta che sotto il tuo saio c'è un cuore che mi ama, e me lo prova col sentimento dell'onore più geloso, della delicatezza più profonda!

Franc.— Non posso fare che questo per te, e anche questo sei tu che me lo hai insegnato!

Mat.— E a me, Francesco, il pensare che se tu senti e agisci a questo modo, è anche un po' perchè tua moglie non è la donna triviale che si contenta d'esser portata al caffè e all'osteria, mi fa bene, mi fa più contenta che se tu mi potessi regalare vezzi di gioie, ed abiti sgargianti... Or dunque, poichè non ti chiedo nessun'altra cosa per la mia felicità, lasciami questa santa consolazione di saperti generoso e leale che mi compensa ad usura della povertà!

Franc.— Oh sì, Matilde! E per dartene una prova andiamo subito da Faustini a restituirgli i suoi denari.

Mat.— Ah!(con slancio, baciandolo)A te con tutta l'anima!(escono dalla sinistra correndo e tenendosi per mano)

MARTINOdalla sinistra, poiCARLOTTA.

Mart.(accennando a Francesco e a Matilde già usciti). — Il matrimonio deve avere qualche cosa di buono...(dà un fischio: entra Carlotta)V'ho da dire una cosa, la mia Carlotta...

Carl.— Che cosa è questa mia?

Mart.— Non lo credete che avete ad esser mia?

Carl.— Non credo neanche all'aceto io; e se non vi si cresce la paga, ve lo dico tondo, potete starmi parecchio lontano dai contorni delle scarpe.

Dalla destraCARLOinosservato.Detti.

Mart.— Sentite, il signor Faustini ha fatto offrire dieci soldi di più per giornata a me, Cencio, Gennaro ed Ambrogio, e sta attorno al capo-fabbrica per guadagnarselo anche lui. Or bene, se per questi altri dieci soldi, che fanno la bellezza di quattro lirette, vi decidete a sposarmi, io, con gran dispiacere.... per lui... pianto qui su due piedi il cavaliere!

Carlo.— Bravo!

Carl.— (Tonfa!)

Mart.— (Ahi! Ahi!) Ho detto con gran dispiacere.

Carlo.— Già, per me.(a Carlotta)Che fai tu qui?

Carl.— Io cercava... della limatura per far pulito il rame...

Carlo.— Va in casa subito.(Carlotta esce dalla destra. — Suono di campana)

Mart.— (Pagherei dieci soldi per trovarmi lontano un miglio).

Carlo.— Martino, Faustini tenta adunque di prendermi tutti i migliori operai, e voi altri che sapete in quali impegni mi trovo, mi piantereste senza dirmi un'acca!

Mart.— (Ne pagherei venti per trovarmi in cantina).

Carlo.— Questo prova che avete forse una ragione di farmi del male...

Mart.— No,per Diesana!

Carlo.— E allora?

Mart.— E allora, si capisce... l'amore! Ecco la ragionaccia! Ma la ringrazio d'avermi avvisato, e stia sicuro che finchè non abbia terminato i suoi impegni, non mi muovo, neanche se Carlotta, non so se mi spiego, diventasse più bella della Madonna della Guardia!

Carlo.— Basta, Martino... Lo sapevo io: uno per uno di voi se ne fa quello che si vuole. Vi ringrazio e saprò ricompensarvi.

FRANCESCO,GENNARO,CENCIO,AMBROGIO,ORESTE, e tutti gli altri lavoranti, dalla sinistra.Detti.

Carlo.— Figliuoli, vi ho a pregare tutti di un favore: perchè le macchine possano esser mandate in tempo al Richard, ci vorrebbe una giornata di più di lavoro, quella giornata appunto che si è perduto per solennizzare non so che festa. Per ricuperare questa giornata bisognerebbe che mi deste un'ora di più al giorno per questa sola settimana.

Tutti.— Sì, sì, volentieri.

Carlo.— Oh bravi! bravi davvero e grazie!... È inutile che vi dica che da lunedì venturo l'orario sarà nuovamente ridotto di quest'ora, per cui riceverete un proporzionato aumento di paga. Ora al lavoro.(a Francesco)Avete sentito, Savelli, che razza di guerra mi fa il Faustini? E temo anche peggio da certe voci!

Franc.— Non abbia timore; i suoi operai gli sono fedeli.

Carlo.— Guai a me se dovessi dubitarne! Ora vediamo il materiale ed il carbone per non esser colti alla sprovvista.

Franc.(agli operai che s'apprestano a lavorare). — Date mano ad imperniare le ruote dentate, limatori; e voi altri massellatori alla tornitura dei fusti.(a Carlo)In queste ore più calde un lavoro meno faticoso profitta di più...

Carlo.— Approvo il vostro consiglio.(escono entrambi dalla destra)

BOBIdalla sinistra guardingo.Detti.QuindiBARTOLOpure dalla sinistra.

Bobi.— Amici, gran nuovità; il signor Faustini ha accresciuto l'orario senza crescere la paga, e perciò tutti i suoi operai sono in isciopero.

Cencio.— Che n'importa? Noi abbiamo promesso di lavorare, e lavoriamo anzi un'ora di più, colla differenza però che il nostro principale ce la paga.(a Bartolo)Che vieni a fare tu qui?

Bart.— Sentite, anche la fabbrica Ramaccini fa sciopero, e mi hanno mandato a dirvi che vogliono facciate il medesimo.

Mart.— Vogliono?

Bart.— Sono più di duecento con quelli del Faustini.

Mart.— Duecento, o mille, che importa? Se esco io col martello scappano tutti.

Oreste.— Se mi volete, mi incarico io degli apprendisti.

Cencio.— Insomma abbiamo promesso e lavoriamo.

Bobi.— Io non ho mai promesso di lavorare: e poi gli è tanto di riposo perduto!

Bart.— Badate che potrebbe finir male, ma molto male!

Bobi.— Sicuro; perchè vi volete far rompere la testa, e perdere quest'occasione di far la legge anche un pochino voi altri?

Mart.— Sentite; la testa io l'ho dura, e se si deve far la frittata ci voglio essere anch'io. Dunque pochi discorsi, perchè sappiamo che voi altri avete del rancore contro il Valori.(a Bartolo)E tu cosa fai qui? Gira l'Italia!

FRANCESCOdalla destra. Voci dalla piazza in fondo.Detti.

Bart.— Sia pure; ma avete da cedere tutti quanti.

Franc.— No, che non si cederà! Aria, galantuomo.(Bartolo esce dalla sinistra. — Francesco chiude col catenaccio e colla mandata la porta a sinistra e va ad appendere la chiave presso la macchina a vapore)La porta è solida e si chiude per bene; dall'inferriata della finestra non passano. Lavoriamo tutti come se nulla fosse.(si rompe un vetro della finestra in fondo)Che fate?

Una voce(chiara e vibrata dalla piazza). — Il lavoro deve cessare in tutte le officine finchè non sia diminuito l'orario.

Franc.— E se noi si volesse lavorare?

La voce.— È inutile resistere. Siamo più di duecento noi.

Franc.— Sentite, vi do un consiglio; fate la vostra strada.

Cencio.— E andate a farvi friggere!

La voce.— Poche parole: per l'ultima volta, sì o no?

Tutti.— No! no!

La voce.— Vigliacchi!

Franc.— Ah! venite dentro, se l'osate; venite alla porta!

Tutti.— Venite!

(si armano di martelli e d'aste, meno Bobi che è disceso a destra; intanto una scarica di sassate dalla piazza frantuma quasi tutti i vetri e ferisce Martino)

Mart.— Tirano dellepereloro!

Franc.— Ah! volete proprio far davvero? Ebbene il padrone ha delle armi per difenderci, e noi ci difenderemo.(corre per uscire dalla destra)

Bobi(arrestandolo). — Fermo.(gli operai, senza badare a Bobi, parlano concitati fra di loro)

Franc.— Levati dai piedi, poltrone!

Bobi.— Meno superbia, sor Cecchino, se non vuole che ricordi a sua moglie dove ci siamo conosciuti!

Franc.— A mia moglie! Ebbene, sia; sarà meno peggio che subire le tue minaccie!

Bobi.— Ma non basta, signorino, perchè lei e la sua famiglia sarà fatta segno alla vendetta di tutti i miei compagni, se fa bisogno.

Franc.— La mia famiglia?

Bobi.— La vada a dare un'occhiata là fuori, e poi mi dica se quei musi la risparmierebbero!

Franc.— E io dovrò cedere come un vile?

Bobi.— Che cedere? Non hai che da tacere.(agli altri)Anche il capo-fabbrica è convinto che non si può resistere.

Cencio.— Non è possibile!

Franc.(dominato da Bobi). — Eppure è vero; riconosco, malgrado mio, che bisogna cedere al numero.

Cencio.— E allora è inutile rompersi la testa, compagni.

Gli altri(deponendo gli strumenti). — Quando lo dice il capo-fabbrica!

Franc.(isolato ed assorto nei suoi pensieri). — (O che infamia! che viltà vergognosa! Ma posso io esporre il mio onore ai sospetti di Matilde, e Matilde istessa e la nostra creatura alla vendetta dei ribaldi di cui costui è strumento?)

Bobi(al fondo). — Pace! Pace! Neanche noi non si lavora più: evviva la vera eguaglianza!

Molte voci(di fuori con applausi). — Bravi! Bravi! Evviva!

Una voce.— Prendete e suggelliamo la pace...

(dalla piazza si sporgono agli operai vari fiaschi di vino e qualche bicchiere; comincia a bere qualche lavorante in fondo, e poi poco a poco finiscono per fare lo stesso anche gli altri)

AGNESEdalla destra, edEGISTOin abito di tela bianca.Detti.

Egisto.— Vedrai che tutto è inutile...(rimane sulla soglia a destra)

Agnese.— Dov'è Carlo?... Che fate? Non avete udito la campana del lavoro?

Bobi.— Quella non è la campana del lavoro; è la squilla della li-ber-tà!

Agnese.— Sentite: se non è questione che di denaro, l'accomoderemo meglio fra noi, che Carlo non ne sappia nulla... Egli non spera più che in voi, lo sapete... Via! se egli ha qualche titolo alla vostra benevolenza, se io stessa ho potuto fare qualche cosa per le vostre famiglie, voi ci avrete ricompensati ad usura sdegnando di imitare i lavoranti delle altre officine... Oreste, dà tu il buon esempio: il fornello della macchina è ormai spento; buttaci del carbone.

Oreste.— Subito, signora...(azione)

Bobi.— Fa scoppiare la caldaia, imbecille! E lei, mi faccia la grazia di non seccarci altro.

Franc.— Una parola di più alla signora e ti strappo la lingua!

Agnese.— Signor Savelli, lei aspetta che mi si perda il rispetto per usare la sua autorità? Lei se ne sta colle mani in mano in questo momento?

Franc.— Non posso far nulla!

Agnese.— Dunque il mio Carlo avrà avuto invano fede ed affetto per voi tutti? povero sognatore!(ad Egisto)Aspettami, corro a cercare mio marito che saprà ricondurli al dovere.

Egisto.— Mi lasci solo?

Agnese.— Avresti paura?(via dalla destra)

Egisto.— (Paura io? ho spavento!)

Bobi.— Venga, venga, sor cavaliere! Eh che caldo?

Egisto.— (Sarà bene fare un po' il democratico). Un caldo... un caldo che fa sudare anche i sordi!

Bobi.— To', ha dello spirito lui! Levatevi pure la giacchetta senza complimenti...

Egisto.— Grazie... (Mi dà del voi). Guardate come mi avete conciato!

Bobi.— Ma io vi pulisco subito...

Egisto.— (Con quelle zampe! E Carlo non arriva!) Non v'incomodate, brav'uomo...

Bobi.— Che bella facciona simpatica!.... Voi dovete bere un bicchiere con noi!...

Egisto.— Grazie tante!... Troppo buono! Ma non bevo mai fuori pasto!

Bobi.— Con questo caldo? Ma io i signori li capisco a volo: ricusa perchè non abbiamo un bicchiere pulito; ma ci penso io...(soffia dentro al bicchiere, lo asciuga colla camicia, e vi mesce)Alla nostra salute, se non siete un codino!

Egisto.— No; non son neanche un codino.... non son nulla io!

Bobi.— Giù tutto alla nostra salute!

Egisto.— Alla vostra salute! (Alla mia no certo)(beve)(Che veleno!) Ora che ho fatto a vostro modo, vorreste farmi una grazia?

Bobi.— Parla, anima mia! Vuole offrirci dei sigari di sicuro...

Egisto.— Eccone... ecco tutti quelli che ho in tasca; ma ora, da bravi, al lavoro...

Bobi.— Come? Tu che fai il cavaliere tutto l'anno, ora hai lo stomaco di venirci a predicare il lavoro?

Egisto(intimorito). — No, no, vi faceva la commissione; ma poi per me lavorate, cantate, ballate, torna lo stesso... (Mi dà del tu; come finirà?)

Bobi.— Oh così sta bene! Ma già basta guardarti: con quella bella cera da frate priore, con quella pancia che pare un armadio da osteria, si capisce subito che non puoi aver simpatia per il lavoro! To', simpaticone, non so resistere al desiderio di abbracciarti!

Egisto.— Resistete, ve ne prego, resistete!

Bobi.— Nossignore, voglio levarmi il gusto di ballare una volta con un cavaliere... Musica!

(abbraccia Egisto per costringerlo a ballare: risate e chiasso in piazza, ma è l'affare di un istante)

CARLOdalla destra.Detti.

Carlo.— Silenzio!(ad Egisto)Vattene.(Egisto esce dalla destra con premura)La campana è suonata da un pezzo, la macchina è accesa: a lavorare.

Bobi(s'avanza sfacciatamente verso Carlo, tenendo a sè dinanzi, come a difesa, or l'uno or l'altro dei compagni). — S'è finito di lavorare!

Carlo.— Voi comandate in casa mia?

Bobi.— Un po' per uno; oggi tocca a me.

Carlo.— Ed io vi caccio all'istante, perchè dei mascalzoni pari vostri non ho che a guardare nelle bettole lungo la strada per trovarne a centinaia.

Bobi.— Dei pari miei a centinaia? La gli gira!

Carlo.— Ma Cencio, Gennaro, Martino, ditemi voi se io sogno, se è vero che voi lasciate bestemmiare così questo avanzo di prigione.

Bobi(respingendo gli altri). — Con me deve aggiustare i conti, con me solo!

Carlo.— Io parlerò a voi lavoratori, perchè, a farlo con lui, lo schifo che ne sento potrebbe rendermi ingiusto. Non vi parlo da padrone, vi parlo da amico. In poche officine si paga il lavoro come da me; in nessuna come da me vi si dà un tanto per cento sugli utili. Quale pretesa potete avere?

Bobi.— Quando ce la saremo intesa coi compagni delle fabbriche Faustini e Ramaccini, la saprà; intanto bisogna crescere la paga e scemare di molto l'orario.

Carlo.— Siete pazzi? Se vi cresco la paga non posso più lottare cogli stranieri che hanno in casa metallo e combustibile! Quanto a scemare l'orario vi ricordo che non è mezz'ora che m'avete promesso di crescere il lavoro!

Bobi.— E ora non si vuole più, oh! Che cosa è alla fin fine il vostro capitale senza di noi?

Carlo.— Nulla.

Voci(ed applausi di fuori). — Bravo!

Carlo.— L'ho detto io e lo ripeto: non è nulla! Ma voi, mano d'opera, ditemi un po', che cosa diverreste se il capitalefacesse contro di voi lo sciopero che credete profittevole e giusto per voi soli? E dal momento che non deve essere stimato altro che l'operaio, perchè dovrà solamente contare quello che lavora colla mano e non anche quello che lavora coll'ingegno e lo studio? Forse per creare un nuovo tiranno più cieco e brutale di quelli che ci hanno oppresso?

Bobi.— Tutte parole buttate: a noi la sua aria di professore non può farci nè caldo nè freddo, perchè alla fin fine lavoranti e principali, tutti eguali ora!

Molte voci(dalla piazza con applausi). — Bene! Bravo! Bis!

Carlo.— Poveri figliuoli; vi hanno gonfiato il capo di parolone che non capite, e me le lanciate come una minaccia e una condanna! Siamo tutti eguali dinanzi al diritto di vivere ed alla legge: così è, e così deve essere. Ma dinanzi alla scienza, ma dinanzi al lavoro, quello che tira il mantice sarà eguale a me che so, e invento? Se è così, su, mastro Bobi, venite a mettervi al mio posto nell'officina e allo scrittoio; e se i vostri calcoli e i vostri disegni saranno migliori dei miei, voi sarete il principale ed io l'artigiano. Ah! cieco, che mi vuoi essere uguale in tutto fuorchè nella fatica, te lo mostro io il modo di essermi eguale, il segreto per diventar principale: lavoro, temperanza, risparmio! E tu disgraziato, invece di cercare nella temperanza la forza, nel risparmio l'indipendenza, nel lavoro la vera nobiltà, non desideri che di far nulla, affidando il tuo avvenire agli avvocati del disordine, od al Monte di pietà, al lotto ed all'ospedale! Ma guarda che miseria è la tua: sei miserabile fino nel desiderare!

Bobi.— Tu l'ha a vedere!

Carlo.— Allora fuori dei piedi te ed i poltroni che ti vorranno seguire!(movimento degli operai per uscire)

Genn.— Eccellenza, se non ci date la chiave!...

Carlo(atterrito). — Tutti uscite?... Tutti, quando la vostra diserzione può costarmi l'avvenire? Cencio, Martino, Gennaro, Ambrogio, fuori dalla cerchia dannata! Accusatemi, parlate, dite che cosa vi ho fatto io per essere tradito in questo momento?

Cencio.— Sono più di duecento fuori, ed hanno già ferito Martino.

Mart.— Io sono bell'e guarito, padrone; ma sono più del doppio di noi.

Ambr.— Sor Carlo, non si comprometta... Anche lei è padre di famiglia.

Carlo.— Ah se non è che questo! Savelli? Dov'è Savelli?(scoprendolo)Francesco, se ci attaccano...(fischi ed urli al di fuori)Fischiate; a Custoza ne ho sentiti dei più terribili senza impallidire...(si rompono altri vetri)Buon augurio: è un vetraio che cerca lavoro... Animo, Savelli, venite con me...

Bobi.— Savelli non si muove.

Carlo.— Savelli?

Franc.— Sull'onor mio non si può!

Carlo(smarrito). — Savelli, voi sapete che cosa sarebbe di me se non potessi terminare a tempo il lavoro e pagare le cambiali!

Franc.— Ma non capisce che io non posso far nulla?

Carlo.— (O Dio! Dio!) Ma figliuoli, v'ho da scongiurare in ginocchio?

Operai(che bevono in fondo). — Alla sua salute!

Carlo(indignato). — Ah! Li ha ubbriacati l'infame, e poi li ha comprati! Ebbene io vi discaccio tutti, sì, tutti; e te per il primo, serpente che ho raccolto nel fango e che ora ti schieri coi miei nemici!

Franc.— Ah! non una parola di più!...

Carlo.— Sì, ti ho confidato il mio segreto, la mia invenzione, e tu mi vendi ad un Faustini! Vile traditore, più vile di Giuda!

AGNESE, dalla destra, inosservata.Detti.

Franc.(slanciandosi fuori di sè ad armarsi di un martello).

Voci(di fuori). — Dàgli!... ammazzalo!

Carlo.— Ah sì?...(cava di tasca una rivoltella e l'appunta contro Francesco)

Franc.— Ebbene mi ucciderai; ma resteranno cento per strapparti il cuore!

Agnese(che colpita dall'idea di poter salvare Carlo si è intanto slanciata alla macchina ed ha chiuso le valvole di sicurezza, grida con forza:)— Non resterà nessuno perchè scoppierà prima la macchina!

Franc. e tutti gli operai(si buttano smarriti verso la porta a sinistra con un grido di terrore).

Carlo.— Ah! Vedete quando combattete per l'ozio e per l'invidia come la mano di una donna basta per schiacciarvi! Io potrei seppellirvi tutti con me sotto le rovine dell'officina; ma preferisco di lasciare a voi soli il vanto di avermi assassinato!

(getta loro la chiave della porta e riapre le valvole. Mentre un operaio si precipita per pigliare la chiave, e Carlo, sostenendo Agnese che si è abbandonata fra le sue braccia, intima a loro tutti di uscire, cala rapidamente il sipario).

FINE DELL'ATTO TERZO.


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