I.
La banda di capitan Riccardo era dagli stessi nemici tenuta in gran conto pel valore dimostrato in più incontri, nei quali era rimasta quasi sempre vittoriosa, e per la disciplina onde era retta. Non le si attribuiva nessuna delle nefandezza che le altre commettevano, ed aveva dato prova d’intendere il rispetto che si deve ai vinti, e di tener per sacra la vita dei prigionieri, molti dei quali erano stati rilasciati con gran sorpresa degli ufficiali francesi, i quali consideravano come morto chiunque dei loro capitasse nelle mani di uno di quei feroci scorridori che si chiamavano Taccone o Benincasa, Parafante o Francatrippa. Nè la banda di capitan Riccardo aveva mai preso parte ad una di quelle scorrerie contro le città o i villaggi indifesi che dalle orde dei predoni venivano devastati col pretesto che se la intendessero coi Francesi. È vero però che per provvedersi dell’occorrevole a continuar nella guerra ricorreva ai ricchi signori, specie se amici del nuovo governo, i quali volentieri le mandavan dei sussidî per averne rispettati i boschi ed il bestiame, nonchè le case e le persone.
Era scorso già un anno. Chi avesse riveduto il giovane capobanda avrebbe notato il gran mutamentoavvenuto in lui. Non solo la vita agitata, quotidianamente esposta a mortali pericoli, incerta del domani, mal sicura dell’oggi, aveva dato alla sua fisonomia una impronta di severa gravità, ma pareva che un persistente pensiero gli velasse gli occhi di malinconia. Solo allorchè la mischia era ingaggiata, tra il fumo delle fucilate e le grida dei combattenti, egli riacquistava la serenità e la calma necessarie per evitar le sorprese del nemico, e ordinar l’assalto o la ritirata a tempo opportuno, pur essendo sempre il primo ad affrontare il nemico, sempre l’ultimo a volgere le spalle dopo un’impari lotta.
Pero egli appariva se non stanco, insoddisfatto di quella vita nella quale si ostinava solo perchè dalla necessità gli era imposta. Anche dopo una vittoria, mentre gli uomini della banda riposavano o, aperto il sacco delle provvigioni, si rimpinzavano di vino e di cibo, fosco in viso e taciturno egli si abbandonava in disparte ai suoi pensieri.
Una sera appunto, dopo una giornata in cui tutto un intero reggimento francese aveva dato la caccia alla banda che, or combattendo, or indietreggiando, ora sparpagliandosi per riunirsi di nuovo e per tornare all’assalto, aveva dato molto da fare al nemico, il quale infine, scoraggiato, aveva fatto sosta all’inseguimento; capitan Riccardo, steso il mantello sull’erba, si era sdraiato all’ombra di un gran pino. Poco discosti da lui Pietro il Toro, il Ghiro ed il Magaro, che allora allora avevan finito di cenare, accese le pipe, erano stati per un pezzo in silenzio, mentre i compagni qua e là pel bosco riposavano dal lungo cammino.
— Chi hai messo di guardia? — chiese infine Pietro al Magaro.
— Volpino: occhio sicuro ed orecchio finissimo.Dall’altra parte il Marinaio, che esercitò lo sguardo quando faceva il pirata. Ci fido come su me stesso!
— Quanti i morti oggi?
— Dieci, e quindici feriti. Di questo passo, se non pensiamo a far delle reclute, fra un mese resteremo Cola, fra Cola e il Priore!
— È vero! — disse Pietro il Toro chinando il capo e continuando a fumare.
— La sai la notizia? — disse infine il Ghiro. — Vittoria, l’amante del Vizzarro, si è divisa da lui e fa banda da sè. Comanda venticinque Senesi, venticinque diavoli che a suo cenno sarebbero capaci di assalire un reggimento. Ebbene, ha chiesto di unirsi a noi: riempirebbero giusto giusto il vuoto dei venticinque che abbiamo perduto.
— Ne sa niente capitan Riccardo?
— No, non gliel’ho detto ancora. Non ho avuto cuore d’avvicinarmi: quei dieci morti, quei quindici feriti gli stan sulla coscienza come se fosse stato lui a colpirli. Si sa, chi va al molino s’infarina e chi fa alle schioppettate uccide od è ucciso.
— Non è questo, non è questo — mormorò Pietro scuotendo il capo. — Vuoi saperlo? Gli è che da un anno facciamo un tal mestiere senza alcun costrutto. Almeno al tempo del Cardinale, in cinque mesi riacquistammo il Regno; invece adesso è trascorso un anno e si è sparso tanto sangue inutilmente!
— Insomma che mi consigli? Gliene parlo dell’offerta di caporal Vittoria?
— Una femmina! Non ci mancherebbe altro, perchè vorrebbe comandar lei i suoi venticinque. No, no, siamo rimasti in quaranta, decisi tutti a durarla fino all’ultimo. Meno siamo e più presto sarà finita. Erano tante le mie e le speranze di quelpovero giovane! Ah, se il destino non gli fosse stato nemico fin da quando venne al mondo! Vedi, quello lì era nato per esser ricco, felice, potente. Io non ho al certo il cuore tenero, ma quando penso a certe infamie....
— Conta, conta: di quali infamie parli? Ho anch’io la paturnia. Non si vedono cader fulminati dieci compagni, non se ne lasciano quindici feriti, gementi su pei greppi o in fondo ad un burrone, destinati ad esser fucilati dal nemico se li trova vivi, o ad esser divorati dai lupi, senza sentirsi stretto il cuore d’angoscia? Conta dunque, tanto per distrarci.
— No, è inutile, non l’ho detto neanche a lui e forse ho avuto torto. Ma glielo dirò uno di questi giorni. Almeno, se dovrò morire, che si sappia qual nome ha il diritto di portare...
— Qual nome? Non è dunque il suo quello di capitan Riccardo?
— Che ne so io? — rispose bruscamente Pietro il Toro.
E riprese a fumare parlottando con se stesso finchè il capo gli si ripiegò sul petto ed il sonno lo colse.
Capitan Riccardo si teneva immobile coi gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani. Una ben crudele delusione, a cui nulla, nulla era di conforto, da un anno gli rodeva il cuore. Per poco aveva creduto che la fortuna gli si fosse mostrata benigna, e che lo destinasse a grandi cose. Era stata un’allucinazione, era stato un sogno? No, perchè conservava ancora gelosamente quelle carte, quei doni che attestavano non fosse stato un sogno il suo, e indelebili nel suo cuore, nella sua mente, nel suo sangue erano i ricordi di quella notte. Era stato dunque dimenticato dopo quelle promesse, dimenticato dopo che un lembo di cielo gli si eraaperto dinanzi agli occhi! Del sangue versato per quella sconosciuta era stato rivalso con una notte d’amore e con ricchi doni; ma perchè quel miraggio, perchè quelle speranze, perchè quel grado, perchè quell’ufficio che gli avevano per poco fatto credere ch’ei fosse predestinato a grandi cose? Perchè sollevarlo così in alto per lasciarlo poi cadere così in basso?
E lui che si era tolto dal cuore e dalla mente financo l’immagine e il ricordo di quella giovinetta che era stata fin dalla fanciullezza il dolce vaneggiamento dell’anima sua! E lui che aveva cercato di obliarla, credendosi non più in diritto di volgere il pensiero a quella purissima creatura, e al suo posto aveva messo quella visione che era stata la delirante realtà di un’ora, quantunque però in fondo al suo pensiero vagamente ancora si delineasse la cara giovinetta che era per lui più una bianca nube frangiata d’oro che una donna fatta di carne! E lui che credeva d’aver finalmente una meta, uno scopo, una missione, e che di nuovo, di un tratto, era tornato nel nulla!
Neanche i pericoli, la vita avventurosa, le fughe, le vittorie di quella guerra lo avevano scosso dal torpore in cui era caduto. Soltanto la responsabilità che gl’incombeva nel comando dei suoi uomini lo distraeva nei giorni in cui o erano assaliti o assalitori: solo nel furore della mischia, egli, per dir così, ritrovava se stesso, e se ogni energia pareva affievolita, il coraggio, la incuria dei pericoli sopravvivevano in lui, pur comprendendo che quella guerra senza direzione, senza obbiettivo, senza un piano alla cui riuscita convergessero tutte le forze, sarebbe finita con la distruzione delle bande e con la morte dei capi, onde vieppiù profondo era nel giovane lo accoramento ed il vuotodesolante del cuore. Sapeva bene che quantunque non gli potesse rimproverare nessuno di quei delitti che talvolta solo per ferocia o per malvagità commettevano gli altri capibanda; quantunque avesse severamente proibito ai suoi le rapine, il saccheggio, gl’incendi, il sequestro delle persone per averne del denaro; quantunque si limitasse soltanto ad assalire i convogli del governo e in caso di bisogno ricorresse con buoni modi ai ricchi per averne dei sussidi, se fosse caduto vivo in mano dei Francesi sarebbe stato appiccato come un malfattore comune. Eppure si sentiva nato a grandi cose, sentiva confusamente in sè una voce che gli parlava di gesta eroiche, di imprese gigantesche: se gli si fosse affidata la direzione suprema di questa guerra già forse da gran tempo lo straniero sarebbe stato cacciato dal Reame. Non era assai più giovane di lui, come aveva sentito dire, quel generale divenuto imperatore, che aveva vinto tutte le battaglie da lui ingaggiate? Ah, che reggimenti invitti avrebbe fatto di tutte quelle bande che consumavano le loro forze in sterili conati! Quanta gloria per sè, quanta fama per la patria sua se egli fosse stato a capo di quella gente, così valorosa nella pugna, ma così perversa negl’istinti e nelle passioni!
La notte intanto era scesa: la banda dormiva sparpagliata pel bosco. Il silenzio era profondo: solo di tanto in tanto si udiva lontano lo squittire di una volpe, cui dal lato opposto rispondeva l’ululo di un lupo.
— Il Volpino ed il Marinaio fan buona guardia — disse Riccardo che aveva prestato orecchio a quelle voci lontane.
Si avvolse nel mantello, poggiò il capo sulla valigetta che gli ricordava il magnifico miraggio cheper poco gli era balenato nell’animo e chiuse gli occhi per riposare il corpo dalle fatiche del giorno, e il cuore e la mente dai tristi pensieri.
Erano scorsi appena pochi istanti allorchè pel bosco, dalla parte che scendeva giù nella vallata intese un grido di civetta.
Si alzò di soprassalto e tese l’orecchio.
— Della gente si avvicina a noi — mormorò, mentre febbrilmente cingeva la spada e infilava alla cinta le pistole.
Un’ombra s’appressava, nella quale Riccardo riconobbe Pietro il Toro.
— Hai inteso, Pietro?
— Ho inteso.
— Che ne pensi?
— Bisogna aspettare che Volpino ci dia un altro segno. Intanto ho mandato i miei aiutanti di campo, il Ghiro e il Magaro, a svegliare la banda.
— Silenzio — disse Riccardo — ecco un altro grido.
Questa volta s’udì un fischio sottile e prolungato.
— Ah, possiamo star tranquilli: non sono più di due o tre. O viandanti smarriti o messaggeri di qualche altra banda.
— Bisogna che tu vada a vedere.
— Questo stavo per fare.
— Se sono dei viandanti si bendino e senza far loro alcun male si accompagnino di là dal bosco.
— Sta bene — rispose Pietro il Toro, muovendo per andar via.
Delle ombre si agitavano silenziose raccogliendosi tutte in un sol punto. La banda si era svegliata, e come avvezzi a tenersi pronti, già i guerriglieri si erano appostati dietro agli alberi.
— Non sarà nulla — disse Riccardo ai più vicinia lui. — Il fischio ci dice che si tratta di pochi individui. Ma non vi muovete dalla posta finchè non torna caporal Pietro.
Egli intanto figgeva gli occhi nelle tenebre dalla parte donde era venuto il fischio. Poco dopo vide venire alla sua volta delle ombre.
— Sei tu, Pietro? — gridò il giovane.
— Sono io — rispose la voce di Pietro.
— Chi sono? — chiese il giovane allorchè gli fu vicino.
— Son due armigeri del duca di Fagnano. Dicono che hanno una lettera per voi e delle cose urgenti da dirvi a voce. Son venuti a cavallo e di gran trotto.
— Del duca di Fagnano! Una lettera per me! — esclamò il giovane che a quel nome aveva inteso il cuore dargli un balzo. — Dove sono?
— Li ho bendati ed affidati al Ghiro e al Magaro che aspettano un vostro segno per condurli qui, e che ne custodiscono i cavalli.
— Di’ alla banda che torni al riposo.
In così dire trasse un sibilo acuto dal fischietto che nella mischia gli serviva per dare gli ordini. Poi andò a sedere presso l’albero sotto il quale aveva giaciuto: aprì la valigetta e ne trasse una lanterna cieca che accese battendo il focile.
— Una lettera per me, del duca! — mormorava.
La lanternina spandeva un cerchio di luce lasciando il giovane nelle tenebre. Intanto un calpestìo sempre più si avvicinava; poco dopo i due uomini bendati, tenuti pel braccio dal Ghiro e dal Magaro, furono alla sua presenza.
— Togliete le bende — ordinò Riccardo. — Ebbene, chi vi manda? — chiese poi.
— Ci manda il duca.
— Il duca è qui, nel suo castello? — fece il giovane con un atto di stupore.
— Sì, con la figliuola e una signora sua amica.
— Oh! — gridò Riccardo cui di un tratto era sorto un dubbio nell’animo.
— Il duca — continuò l’armigero — vi avvisa che due compagnie di volteggiatori francesi si avanzano, forse per assalire il castello. Non si tratta tanto di salvar lui quanto... non so che cosa di assai più importante. Siccome delle bande fedeli al Re e che pel Re combattono la vostra è la più vicina, mi ha mandato a voi...
— Con una lettera?
— No, veramente la lettera mi fu data da quella signora amica della duchessina.
Egli intese un tuffo di sangue nel cervello. Dunque non era stato dimenticato? Dunque avrebbe potuto aprir di nuovo l’animo alla speranza? Dunque di nuovo quella mano si stendeva su lui per trarlo in su dall’abisso senza fondo in cui era caduto?
— Dammela — disse con voce tremante.
Quando l’armigero gliela porse intese al contatto della carta la sensazione di una mano morbida e calda, il tepore di un fluido dolcissimo che si spandeva per tutto l’esser suo. Aperse la lettera, l’avvicinò alla luce della lanterna, ma in sulle prime non giunse a leggere i caratteri che riconobbe per quelli tante volte da lui letti e meditati. Poi ebbe vergogna della sua commozione, si impose maggior serenità e maggior calma. Si curvò sul foglio e lesse:
«Un gran pericolo sovrasta a colei dalla quale vi siete creduto dimenticato e che intanto, sempre memore di voi, attendeva a spianarvi la via. Sol per questo e pel trionfo insieme di supremi interessi si è esposta ad un cemento che potrebbe esser detto folle se non fosse stato necessario. Accorretecon tutta la vostra banda che disporrete a difesa del castello. Voi precedetela, facendovi guidare dal porgitore, e fidate in chi non ha cessato per un istante dal pensare a voi, e che sa quanto eroica e nobile sia stata la vostra azione in questa guerra. Non indugiate un istante.»
Egli si alzò risoluto:
— Pietro! — gridò.
— Eccomi — rispose la voce del suo vecchio amico, il quale, mentre Riccardo leggeva, si era tenuto all’ombra.
— Pietro — continuò lui — presto: il castello del duca di Fagnano è minacciato dai Francesi. Due compagnie di volteggiatori marciano per cingerlo d’assedio. Bisogna accorrere alla difesa.
— Siamo pronti — disse Pietro. — Ah che gusto! Chi mai più del duca di Fagnano ha il diritto di difendere il retaggio de’ suoi avi? Ed è proprio colui che si fa chiamare il duca di Fagnano, che si rivolge a voi, proprio lui?
— Sì. Ma sbrigati, orsù. Richiama il Volpino ed il Marinaio. Manda innanzi dieci dei migliori col Ghiro e col Magaro. Vi acquatterete tutti intorno al castello. Io intanto vi precedo. Il mio cavallo, su presto, il mio cavallo!
In ciò dire finiva di armarsi convulso, sconvolto, rimuginando un solo ed unico pensiero: che quella donna l’aspettava, che quella donna era l’amica di Alma. Dunque era Alma, Alma la compagna mascherata della incognita, era la voce di lei che aveva inteso, era la figura di lei che aveva intrivisto quella notte fatale? Alma era là, in quella casa mentre lui giaceva ferito in una stanza di essa? Alma dunque sapeva che l’ultima notte della dimora di lui colà, quella donna si era impossessata di lui di sorpresa, legandolo con una catena di baci edi carezze alla sua vita? Ovvero la sua purezza di fanciulla era rimasta limpida ed ignara mentre sotto l’istesso tetto avveniva quel connubio di passione?
Ma perchè, ma perchè il suo pensiero passava da quella donna, ignota a lui nel nome e nello stato, a quella fanciulla con la quale anche abbandonandosi alla più folle speranza, non gli era lecito aver rapporto alcuno? Perchè l’associava al destino che l’aveva unito a quella sconosciuta? Perchè quando più torridi si ridestavano in lui i ricordi di quella notte, egli ne sentiva un vago rimorso, quasi fosse colpevole con quella nobile giovinetta così in alto, dalla quale non aveva avuto mai nè uno sguardo, nè un sorriso? Perchè dunque ondeggiava? Perchè al pensiero che fra poco avrebbe rivisto entrambe, colei che tutto in una notte gli aveva concesso, e colei alla quale nulla, mai, aveva pensato di chiedere, tanto la reputava superiore a sè, egli sentiva uno sgomento così acuto, egli che credendosi dimenticato dalla sconosciuta era andato sempre più sprofondando nel dolore?
Ma non lui, non lui poteva leggere nel suo cuore, vittima di uno di quei fenomeni che sfuggono a qualunque analisi!
Balzò in sella e seguito dai due armigeri ai quali erano stati ricondotti i cavalli, prese la via del castello, mentre la banda s’avviava pei sentieri del bosco che scendevano alla vallata.
Egli non vedeva la via; così tutto raccolto in sè andava rimuginando i suoi pensieri. Nè si preoccupava punto dei pericoli nei quali era possibile imbattersi. Precedevano i due armigeri a cavallo e il sauro di Riccardo ne seguiva le orme senza bisogno che il giovane lo guidasse. La strada angustae dirupata scendeva fra due colli folti di piante.
Allo svolto di una stradicciuola i due armigeri si fermarono di botto. Riccardo, tratto da’ suoi pensieri, alzò la testa.
— Che è stato? — chiese.
— Delle ombre camminano parallelamente a noi su per le due balze...
In questo s’intese un fischio, poi uno scricchiolio di rami dietro e dinanzi i tre uomini a cavallo.
— Ci hanno circondati — disse Riccardo impugnando le pistole.
Il pericolo imminente ne aveva ridestato l’ardimento e insieme la calma e la riflessione. Nell’istesso tempo udì una voce che dall’altro gridava:
— Che gente e chi viva?
Il giovane fece retrocedere il cavallo tanto da addossarlo a uno dei lati della strada, slacciò il mantello e tenendosi pronto ad un attacco gridò:
— Capitan Riccardo, capo di una banda di Sua Maestà Ferdinando IV!
— Che nessuno di muova — continuò quella voce che parve avesse dato in una esclamazione di gioia.
Il giovane era in dubbio se spronare il cavallo per sottrarsi con la fuga, ben sentendo con l’orecchio usato dal lungo esercizio dell’imboscata che grande era il numero di coloro i quali gli avevano intimato di fermarsi. I due armigeri tacevano, tenendosi anche essi pronti a respingere l’offesa. In questo il giovane sentì che il cavallo si era piegato sui i garetti e un corpo dietro a lui che lo abbracciava ai fianchi. Si rivolse alzando il braccio per colpire quando nel barlume della notte vide un viso presso al suo del quale riconobbe i tratti.
— Ah! — esclamò — l’amante del Vizzarro!
— L’ho lasciato — rispose questa che era balzata in groppa al sauro. — Te lo disse che l’avrei lasciato e che avrei fatto banda da me! Sai quanti da lui mandati con la scusa d’ingaggiarsi nella mia banda, avrebbero voluto farmi la pelle? Ma io ho fatto la loro, ricamandola anche a colpi di pugnale. Come son lieta d’averti incontrato dopo averti cercato invano per un anno! Ti sapevo ora qua ora là; anche alcuni Francesi, fatti da me prigionieri, mi parlarono di te come di un eroe. Ad essi io non ho fatto alcun male, anzi li mandai via liberi. Dimmi ora, dove vai così solo? Dov’è la tua banda? Noi procedevamo per l’alto, fra la boscaglia, quando sentimmo il calpestio dei cavalli e vedemmo due ombre. Capirai, abbiamo creduto fossero dei ricchi signori, dei grossi mercanti, e quantunque fossimo diretti per un certo luogo, ove pare si abbia gran bisogno di noi, non ci sarebbe dispiaciuto prendere, come si dice, due colombe a una fava. Dove vai dunque?
— E tu dove vai? — chiese lui invece di rispondere.
— Un gran signore, di quelli che parlano col Re e con la Regina senza togliersi il cappello, a cui in uno scontro coi Francesi, in mezzo al quale si trovò per caso, salvai la vita, sapendo che io ero con la mia banda presso al Savuto mi ha mandato a dire che corressi in suo aiuto. Pare che i Francesi vogliono assediare il suo castello.
— Come si chiama un tal signore?
— Il duca di Fagnano.
— Tu dunque con la tua banda sei diretta al castello del duca?
— Appunto. Ah, sai che quel vecchiaccio mi faceva lo sdolcinato come se io fossi una dama!Lo sdolcinato con me, capisci? Ma io gli son grata perchè mi ha detto che Sua Maestà la Regina parla spesso di me, delle mie imprese e che non potendo darmi una decorazione, perchè se la natura mi ha fatto uomo nel coraggio e nella forza mi ha fatto femmina nel resto, mi manderà una collana, un gioiello, un segno infine della sua benevolenza. Ma insomma, non mi hai ancor detto dove tu vai.
— Anche io al castello del duca.
— Anche tu, anche tu! — esclamò lei con un sussulto di gioia. — E la tua banda?
— Mi segue.
— Ah, dunque faremo insieme alle schioppettate! Vedrai, vedrai come so menar le mani. Le grida, il fumo, lo scoppio dei fucili, il balenar dei coltelli, delle daghe, delle baionette, la vista del sangue mi ubbriacano, e allora... senti, allora mi scende un velo agli occhi e veggo tutto rosso... Vedrai, vedrai... Ma dì, vuoi che io venga con te? Il tuo cavallo porta bene in groppa; io poi sono ben leggiera; solo la mano è pesante allorchè colpisce. Dì, vuoi? Il mio caporale condurrà la banda.
— Ma poi ti dovrò lasciare — disse lui, punto lieto di quella compagnia.
— Perchè? Non ti accamperai tu coi miei e con i tuoi intorno al castello?
— Sì ma... debbo discorrere col duca di alcuni affari assai gravi...
— Ed io ti aspetterò. Anzi cedo a te il comando anche della mia banda. Tu avevi ben ragione o, meglio, noi avevamo ben ragione. Se questa guerra fosse stata diretta da un capo supremo, da te per esempio, come io avevo proposto, non ne sarebbe rimasto un solo di cotesti maledetti Francesi.Invece noi, noi saremo distrutti a poco a poco! Glielo dissi a quel vecchiaccio del duca, che mentre il nostro Re e quella povera Regina aspettano invano che riconquistiamo il Regno fa lo sdolcinato anche con una donna come questa qui. Dunque, aspetta che dia l’ordine al mio caporale e poi spronerai il cavallo per rimetterci in via.
E senza aspettare risposta, trasse un fischietto e si diede a modulare dei suoni, ai quali di su le alture tra le boscaglie, altri suoni risposero.
Riccardo spronò il cavallo, imitato dagli armigeri. La donna si teneva stretta a lui ed egli ne sentiva sulla nuca il caldo respiro e nelle carni l’impressione del corpo gagliardo che gli produceva una strana sensazione, quasi di sgomento. Qual singolare impasto di giovanile spensieratezza e di maturità virile, di ferocia e di abbandono, di veemenza nelle passioni e di una certa femminile gaiezza! Quella donna che aveva ucciso, a credere quanto si narrava, in un impeto di geloso furore, la madre sua; che ubbriaca di sangue si faceva una festa della strage e della carneficina, ei la sentiva stretta al suo corpo, molle, pieghevole, con le labbra arse e con tutte le viscere frementi di passione; onde a tal contatto sentiva che il sangue gli si accendeva, che le fibre eran corse da un brivido...
Ma doveva egli abbandonarsi a tal fascino? Quale abisso si sarebbe spalancato ai suoi piedi se avesse ceduto, se volgendosi avesse toccato con la sua la bocca di quella donna, il cui fiato gli bruciava le carni? Ora che di nuovo la mano della sconosciuta si era a lui distesa, ora che di nuovo vedeva attraverso lo spiraglio delle tenebre nelle quali fin allora era stato avvolto una striscia di luce, doveva ubbidendo a un volgareistinto darsi in balia di una donna che l’avrebbe trascinato nella sua rovina?
E non solo dall’ambizione era trattenuto, dall’ambizione rappresentata dalla sconosciuta che dopo un anno di oblio di nuovo lo chiamava a sè, ma da una immagine bianca e luminosa che vedeva a sè dinanzi delinearsi nelle tenebre che aveva gli occhi dolci e il mite sorriso di Alma.
Onde egli spronava a furia il cavallo,: come per fuggire alla tentazione che portava in groppa.
— Perchè sproni così, perchè sproni così? — gli diceva quella donna, vieppiù vieppiù avvinghiandosi a lui.
Egli non rispondeva, curvo sul cavallo continuando a dar di sprone, sicchè di molto e in breve ebbe sorpassato i due armigeri.
— Fermati, via — gli diceva lei — i tuoi compagni sono indietro di molto.
Ma egli continuava nella corsa dirotta, spingendo il cavallo che saltava siepi e muricciuoli, ben comprendendo che se per poco si fosse fermato quella donna l’avrebbe avuto in sua balìa.
Anch’ella anelava; pure con voce rotta gli diceva:
— Nè la mia nè la tua banda potranno raggiungerci. Se i Francesi son giunti, la furia del tuo cavallo ci porterà in mezzo ad essi. Tu fuggi come se avessi paura. Dì, hai paura di me dunque?
— Sì — diss’egli non sapendo frenarsi — di te... di te... — E fuggiva per le tenebre, tanto più che già aveva scorto da lungi confusamente il castello ducale, e lui, che conosceva i luoghi, sapeva bene che fra pochi minuti sarebbe giunto. Respirò, chè ogni pericolo gli pareva cessato. Ormai dovevano star bene guardinghi, poichè, come lei aveva detto, avrebbe potuto cadere in mezzo ai nemici.
Arrestò il cavallo, ma intanto aveva inteso che le braccia di lei si erano allentate.
— Ah, dunque di me hai paura, di me hai paura! — mormorava tristamente.
Riccardo non rispose e smontò dal cavallo: anche Vittoria ne scese.
Il castello biancheggiava in fondo silenzioso.
Ella disse:
— Pare che tutto sia tranquillo qui.
— Non ti fidare. Non sarebbero ricorsi a noi se il pericolo non fosse imminente.
— Le bande sono ancor lontane... Se ci colgono qui soli, bada, non intendo cader viva nelle loro mani. Alcuni ufficiali han detto che vogliono far di me la loro amante, gl’imbecilli! Avevo già disposto un certo agguato che ho dovuto sospendere per venire qui. Vedi che piaccio ancora come donna anche ai nemici!
E disse ciò con un accento di profonda amarezza.
Il giovane taceva contemplando il castello. Fra poco dunque, fra poco la sconosciuta gli avrebbe svelato il suo segreto: essa era là che lo aspettava in quell’ora della notte; essa era là che vegliava e forse aveva inteso lo scalpitio del cavallo. Ma bisognava aspettare gli armigeri che aveva di tanto sopravanzato.
— Perchè non sediamo? — disse lei. — Stando così siamo esposti ad esser visti. Che guardi tu?
— Ascolto se odo il passo dei cavalli che eran con me.
— Siedi dunque.
Egli sedette a piè d’un albero vicino a lei.
— Dunque ti dicevo — continuò la donna che volgeva di tanto in tanto, quasi timida ed irresolutalo sguardo acceso al giovane pur sempre distratto — che avevo teso un agguato a quegli ufficiali, i quali in una taverna, in presenza di un uomo della mia banda travestito da carbonaro avevan detto di voler fare di me la loro amante. Ah, come mi sarei divertita se mi fossero caduti nelle mani; che bel servizio avrei lor fatto! Piaccio dunque ancora come donna, quantunque sia vestita così! Da quanto tempo non vesto le gonne, da quanto!...
Poi, dopo una pausa, gli disse quasi irata e con accento superbo:
— Ma lo sai tu che io ero una signora, che nelle mie vene scorre sangue di signori, che in un tempo ero la più bella signorina del mio paese che mi si citava come una meraviglia perchè sapevo leggere e scrivere, lo sai tu?
— Sì, lo so — rispose lui — ho inteso narrare la tua storia.
Ella chinò il capo e stette pensosa un istante.
— Che vuoi farci? — disse poi con un sospiro — ognuno ha il suo destino... In me si sono fusi i due sessi: sento in me la donna come sento l’uomo. Per esempio, quando ti vidi la prima volta, non so perchè, intesi vergogna dell’abito che vestivo, e in quel tempo in cui non ti ho veduto più, pensando a te, io mi rivedevo con le mie belle vesti signorili, con lo strascico, col fisciù, col cappellino, con le mie belle chiome di un tempo spartite sulla fronte e ricadenti in anella sugli omeri! E dire che ne avevo visto dei bei giovani!... Anche il Vizzarro, che fu il mio primo e solo amante, era un bel giovane... però, vuoi che te lo dica? Non l’ho amato d’amore, no, non l’ho amato d’amore. Sai quel che mi fecero soffrire per lui? Sai che per tanti mesi mi tennero legata,e mi bastonavano, e mi schiaffeggiavano, comprendi? E lui intanto, lui che era riuscito a fuggire, lui se la godeva con... È vero che venne poi per liberarmi, ma non tanto per liberar me quanto per...
Non proseguì: come sopraffatta da orrendi ricordi nascose la faccia tra le palme; onde egli, scosso dai suoi pensieri, la guardò e se ne intese commosso. Per distrarla le disse:
— Bisognerebbe intenderci sul modo come difendere il castello...
Lei si aspettava una parola più dolce, quella che aveva invocato con l’anima sua; non ottenendola parve sentisse sdegno e vergogna insieme del suo abbandono.
— Intenderci? — esclamò con voce aspra e sollevando il capo con fierezza. — È presto fatto: chi non fa nessun conto della vita la esponga ove è maggiore il pericolo... È questa la tattica della mia banda: ne hai tu una migliore?
Fu interrotta da uno scalpitar di cavalli: egli si alzò, sollevato da un gran peso. Eran quelli gli armigeri al certo che giungevano in tempo per interrompere quel colloquio così imbarazzante per lui. Non amava quella donna da cui si sentiva amato con passione così prorompente; non per tanto incominciava a subirne il fascino fisico acuito dall’amor proprio lusingato. Nelle parole di quella donna, che per la sua ferocia destava il terrore dovunque apparisse con la sua banda, ci erano degli accenti di una ineffabile dolcezza: parlando a lui in quell’ora della notte, in quel silenzio, in quella tenebre, era divenuta la donna in tutta l’ineffabile vaghezza della beltà dell’anima e delle forme: non era la guerrigliera famigerata, trista eroina di tante storie di sangue, era un cuoreamante che si offriva timidamente, che pur cercando di dissimulare i suoi fremiti, pulsava di desiderio. Se gli si fosse offerta in un impeto di sanguinosa passione, egli si sarebbe lasciato vincere per poi dimenticare; ma, lo aveva ben detto lei, era quella la prima volta che amava d’amore. Quale sinistra influenza avrebbe avuto quella donna sulla sua vita se egli avesse ascoltato più l’ardente voce del sangue che quella della ragione? E quando, poi? quando la sconosciuta, che aveva ormai dei diritti sulla sua vita, lo chiamava a sè; quando di nuovo vedeva a sè dinanzi un raggio di luce nel quale si delineava il suo avvenire sottratto all’obbrobrio del presente, perchè lui bene aveva coscienza di quanto indegna, rovinosa fosse quella guerra, che se aveva un nobile e patriottico principio, era degenerata in una orrenda lotta di ladroni!
I due armigeri intanto si erano avvicinati.
— So che debbo seguirvi — disse il giovane. — Aspettate che lasci le disposizioni per la banda.
Poi voltosi alla donna, che non era stata punto riconosciuta, sicchè i due armigeri credevano fosse un uomo, il capo dell’altra banda, le disse:
— Mi affido a te per le disposizioni: te la intenderai con Pietro il Toro. È meglio però che le due bande siano divise.
— Tu dove vai? — chiese lei con voce che la mal frenata emozione rendeva roca.
— Scusate, capitano — disse uno degli armigeri — la signora ha detto che avrebbe atteso fino a due ore innanzi l’alba. Bisogna far presto.
— È una donna dunque che ti aspetta! — esclamò lei cupamente.
— Siamo intesi, non è vero? — continuò il giovane senza rispondere alla domanda. — I nostri uomini non potranno tardare.
Vittoria non rispose; si era avvolta nel mantello e nascondeva in esso la faccia.
— Andiamo dunque — disse Riccardo volto agli armigeri.
E si allontanò da quella donna che, rimasta sola, stette immobile un istante, poi mormorò:
— Via, ciascuno ha il suo destino: un tale amore avrebbe fatto di me un’anima dolce, timida, buona, ed io son destinata alla ferocia, alla strage, alla devastazione! Guai, guai a chi mi si parerà dinanzi al primo scontro! Senza pietà, oramai, senza pietà!
I due armigeri seguiti dal giovane si diressero per un viottolo che conduceva dietro il castello, dal cui mezzo sorgeva una torre massiccia che aveva al basso una angusta porticina. Ivi si fermarono, e uno di essi avvicinate le labbra al buco della toppa fece sentire un sibilo sottile.
Poco dopo la porta si aprì, ma appena quanto passar potesse il braccio di un uomo.
— Siete voi? — chiese una voce di dentro.
— Sì, ed è con noi capitan Riccardo.
— Ho l’ordine d’introdurlo subito. Fate che si avvicini.
— Avvicinatevi — disse uno degli armigeri a Riccardo.
Il giovane si appressò alla porticina. Poco dopo questa si aperse, pur rimanendo in parte assicurata a massicce catene.
— Entrate — disse la voce.
Il giovane si curvò e con qualche sforzo riuscì a passar oltre. Nel rialzarsi intese che la poderosa porta di ferro gli si chiudeva alle spalle con un gran rumore di catenacci. Trovossi in un angusto vano rischiarato fiocamente da un lumicino. Vide quattro uomini armati nei quali riconobbe alcuni armigeri del duca di Fagnano.
— Dovete deporre le armi — disse uno di questi uomini.
— Le armi, io? Non me ne sono mai separato — rispose il giovane. — Ed è strano che mi si voglia far deporre le armi pur essendo chiamato per adoperarle.
— Ma nessuno ha ii diritto di presentarsi armato dinanzi alla signora che ha chiesto di voi.
— Me lo prendo da me un tal diritto. Dite alla signora che se mi vuol ricevere così come sono... Via, è inutile insistere: andate a portar la mia risposta.
Dovettero comprendere che il giovane non avrebbe ceduto perchè uno degli armigeri, dopo aver confabulato coi compagni, salì per una scaletta e in breve disparve.
— Che il capitan Riccardo mi segua — disse poco dopo dall’alto della scala.
Il giovane si tolse il mantello, che raccolse sul braccio. Nel pittoresco costume adottato dai capibanda: giubba di panno bruno sulla quale si ripiegava il collo della camicia, panciotto e braghe di velluto turchino con quattro fili di bottoni argento, stivali di vacchetta fin su il ginocchio, una cinta di cuoio gialla affibbiata alla vita da due massicce borchie d’argento, e cappello a cono con un ciuffo di penne di gallo e lunghi nastri di velluto; in tal pittoresco costume vieppiù bella e fiera appariva la sua figura. Quando entrò nell’anticamera che aveva alle pareti due grandi specchi e che, quantunque fosse già vicina l’alba, era illuminata dai ceri di un gran candelabro, volse uno sguardo alla specchiera, e soddisfatto del breve esame si avvicinò alla porta che vide innanzi a sè e presso alla quale si temevano ritti due valletti in una livrea che non era quella del duca.
I due valletti s’inchinarono e uno di essi aprì la porta. Il giovane la varcò pur cercando di dissimulare la sua emozione; ma sentiva come un tremito per le membra credendo che si sarebbe trovato dinanzi alla sconosciuta di quella notte fatale; invece retrocesse con un grido di sorpresa.
A sè dinanzi, ritta presso un tavolo, aveva visto Alma, la figliuola del duca.
La soave leggiadria della giovinetta era divenuta vieppiù luminosa e bianca: pareva che da lei s’irradiasse un nimbo che tutta l’avvolgeva, ond’egli abbagliato non giungeva a discernerne i tratti: ne vedeva soltanto l’ineffabile assieme. Si tolse il cappello e si tenne ritto a lei dinanzi non trovando parole da rivolgerle.
— Ho l’incarico di pregarvi — disse la giovinetta — di pazientare un momento.
Egli sentiva che il cuore gli tremava, che non gli sarebbe possibile profferir parola. Per quanto sapesse che era quello il castello di lei, che lei era tornata in compagnia della sconosciuta che dicevano sua amica, non si aspettava di vederla, nè di trovarla lì sola: gli pareva così strano che lei gli avesse rivolta la parola, gli pareva così strano ch’ei respirasse la stessa aria che lei respirava, così inaudito che la stessa luce avvolgesse entrambi, da non credere a se stesso, da non credere ai suoi occhi, da non credere alla sua vista. E alla presenza di quella creatura avrebbe parlato a quella donna, la cui immagine si associava ad una folle notte di amore? Gli pareva qualcosa di così indegno, di così sacrilego come se il candore della siderale giovinetta potesse restarne macchiato.
— Noi del resto ci conosciamo — riprese laduchessina. — Non foste voi che, or fan molti anni, trovaste e mi rendeste una collana che avevo perduta?
— Sì — rispose lui, più con un cenno della testa che con le labbra.
Ah, quel ricordo come lo respingeva nella miseria, nella oscurità, nella vergogna del suo stato! Ella gli ricordava gli anni in cui era un povero contadinello, un povero figlio della gleba nato per strisciare sul suolo che i privilegiati della fortuna calpestavano! Pure quel ricordo, che lo aveva colpito al cuore, produsse in lui come una reazione. Era proprio a lui che si era ricorso per difendere quella casa, era proprio a lui che si chiedeva di esporne la sua vita per difendere quella di lei! Ebbe negli occhi un lampo di fierezza, si raddrizzò sulla persona e disse:
— E spero adesso di rendervi un servigio ben più grande difendendo il vostro castello.
— Non a me — rispose lei con alterezza — ma a colei che sola qui ha il diritto di comandare e che si è degnata d’incaricarvi della sua difesa.
In ciò dire si rivolse; la porta in fondo si era aperta ed una donna vi era apparsa. A quelle parole e a quella visione Riccardo era rimasto come intontito.
— Se Vostra Maestà ha degli ordini da dare, suoni onde io possa accorrere.
— La Regina! — mormorò il giovane, retrocedendo come se avesse visto ed udito qualcosa di spaventevole.
Carolina d’Austria, che aveva fatto voto di vestire di nero finchè non fosse tornata sul suo trono di Napoli, fissava il giovane con una espressione di compiacenza e insieme di ammirazione, quantunque nel vederlo così sbalordito non potessetrattenere un sorriso che rispondeva a un suo interno pensiero.
— Va, figliuola mia, va — disse rivolgendosi alla giovinetta, ma pur continuando a fissare Riccardo. — Il segreto della mia presenza qui non doveva esser nascosto a questo nostro fedelissimo e valoroso soldato, mentre per tutti io non sono che un’amica della duchessa di Fagnano.
La giovinetta fece una riverenza e mosse per andar via, ma giunta all’uscio guardò Riccardo con uno sguardo vago che rapidamente distolse.
La Regina e il capobanda rimasero soli.
Era lei, era lei la sconosciuta, lei, la Regina? Ah, no, no, per quanto tutti gl’indizi più evidenti lo persuadessero che non poteva essere altra. Con uno sforzo della mente richiamava l’immagine di quella donna che aveva avuto tra le braccia nella penombra di un’alcova e la paragonava alla donna che aveva dinanzi in tutta la sua regale maestà. Sì, i tratti eran quelli, gli occhi azzurri e dolcissimi eran quelli, ma il resto, il resto sfumava come in un sogno. Possibile, possibile che egli per tutta una notte avesse avuto fra le braccia quella regina? Possibile che avesse baciato quella bocca, che avesse affondato la mano nella massa di quei capelli? Possibile che tutte, tutte le bellezze di quella figlia d’imperatori fossero state sue, e che egli avesse baciato quella fronte su cui posava un diadema regale?
No, esser doveva ben altra la donna che gli si era data, che le somigliava forse. Somigliava? Ma la voce non era la stessa e non ne sentiva ancora l’eco in tutto l’esser suo?
Tutti questi pensieri gli passarono rapidamente pel capo. Intanto si teneva immobile, mentre la Regina, per dargli forse il tempo di riaversi e perstudiarne la fisonomia, fingeva di leggere un foglio, pur di sottecchi non perdendo di vista il giovane.
Ma poichè il silenzio incominciava ad essere imbarazzante per entrambi, ella lasciò cadere il foglio sul tavolo e gli si rivolse dicendogli:
— Mi siete raccomandato da una mia buona amica che molto vi deve. So che una notte a Napoli rischiaste la vostra vita per salvar la sua; so inoltre che siete valoroso e leale...
Egli ascoltava vieppiù sbalordito. Il mistero dunque continuava? Mentiva quella figlia d’imperatori, mentiva come la più umile, la più comune delle donne, o era proprio così, proprio così come ella diceva?
— Sedete — disse lei — dobbiamo discorrere un pezzo, e non siamo qui a Corte dove dareste scandalo ai cortigiani.
Sedette, potremmo ben dire, come un automa, tanto quel che accadeva parevagli strano.
— Quell’amica — continuò la Regina che aveva tra labbro e labbro un malizioso sorriso — ha vissuto sempre memore di voi; ma ben gravi ragioni le impedirono per tutto un anno di attenere le sue promesse. Per quanto la Provvidenza l’abbia posta assai in alto, anche lei ha i suoi dolori, circondata com’è da malvagi e mortali nemici, dei quali trionferà, trionferà... e allora i cuori devoti, i cuori fedeli avran da lei il compenso che meritarono.
— Non è qui dunque? — chiese lui con voce tremante.
La Regina lo guardò con una cert’aria tra il dubbio e la meraviglia, quindi rispose:
— Qui vi è soltanto la vostra Regina, intendete?
Egli lesse negli occhi di lei il significato di quella frase che lo fece trasalire come chi di un tratto vegga rischiarate le tenebre da un lampo.
— Intendo — rispose, incominciando ad acquistare un po’ più di franchezza.
— La vostra Regina — continuò lei — si trova in un gran cimento, come... vi ha scritto la vostra amica. Venuta qui per giudicare sul luogo sulle sorti della guerra che contro gli stranieri ed i sudditi malvagi combattono i nostri, fidò troppo sulle assicurazioni altrui e sperò di poter compiere senza pericoli un tal viaggio. Invece le nostre spie ci han fatto sapere che al certo qualche cosa è trapelato della nostra presenza qui e che il nemico si avanza per precluderci la via. Pare che si voglia assaltare questo castello in cui ci credono rifugiati. Intanto una nave ci aspetta nelle acque di S. Eufemia. Quale è dunque il vostro avviso? Fuggire od aspettare di piè fermo il nemico, fidando sulla difesa delle bande che si possono raccogliere?
Egli si era del tutto rimesso dalla sorpresa e dall’emozione. Comprendeva che il suo avviso avrebbe di molto pesato sulla risoluzione da prendere. Non più al suo cuore, ma alla sua mente si faceva appello: non all’innamorato ma al guerrigliero eran rivolte quella parole. Ond’egli rispose:
— Sa la Maestà Vostra se altri soldati guardano le strade che menano a S. Eufemia? Perdoni se oso interrogarla...
— No: le due compagnie che per diverse strade marciano contro il castello erano le uniche disponibili: il grosso dell’esercito nemico è tenuto a bada dagl’Inglesi di Scilla.
— E allora — disse lui — bisogna attirar quiil nemico; e mentre le nostre bande difenderanno il castello, la Maestà Vostra con poca scorta prenderà la via di S. Eufemia.
— Ero anch’io di questo avviso — disse la Regina. — Siete voi sicuro dei vostri uomini?
— Come di me stesso. Bisogna però che Vostra Maestà mantenga l’incognito. Avrei preferito che neanche a me si fosse svelata.
— Avreste insomma preferito di trovar in mio luogo la vostra amica?
— Ebbene sì — proruppe lui che aveva del tutto riacquistato il predominio su se stesso, comprendendo il perchè la Regina giuocasse quella commedia. — Ebbene sì, perchè più franco e più libero parlar potrebbe l’animo mio.
— E che le direste? Sentiamo. A me piace la franchezza: parlate dunque senza ambagi fidando, sia pure, sulla mia indulgenza.
Per quanto imminente e terribile fosse il pericolo che le sovrastava per quanto il decoro regale le imponesse un contegno severo, un dolce pensiero traspariva dal bel viso di lei che si conservava meravigliosamente giovane. Aveva poggiato i gomiti sulla tavola, e i begli occhi azzurri fissi su Riccardo avevano una espressione d’interesse e di benevolenza profondi.
— Le direi — disse il giovane — che per tutto un anno ho portato nell’anima e nel sangue il ricordo di quella notte in cui a me parve che una dea fosse discesa per concedermi un’ora di gioia sovrumana a prezzo di tutta una vita di dolori. Che da quella notte ho vissuto come se la mia vita fosse esaurita, ben comprendendo che gioie simili non si rinnovellano, e che ero condannato alla più terribile delle pene: di vivere senza speranza in un unico desiderio. Le direi che pur non sapendoneil nome, la invocavo col nome che il mio cuore le dava e che le mie labbra mormoravano come una preghiera; e sempre chiuso nel mio dolore, nel mio desiderio infinito, nella delusione di ogni mia speranza, presi le armi per difendere la mia Regina e cercai la morte negli scontri coi nemici sol perchè forse la mia morte avrebbe ricordato il mio nome a colei per la quale io ben mi sentivo indegno di vivere, ma ai cui piedi avrei voluto morire per ottenere uno sguardo ed un sorriso!
Ella continuava a fissarlo, ma un’ombra di malinconia si era diffusa pel suo volto.
— Ah! — mormorava colle labbra tremanti — se di un tale amore fosse stato irraggiata la giovinezza mia, se a contatto di un tal cuore il mio si fosse temprato all’amore!...
Poi quando il giovane tacque, ella che al suono delle di lui parole aveva inteso come tutto un languore per l’esser suo, stette ancora intenta, quasi per risentir l’eco della voce dolcissima.
— Continuate — gli disse — continuate.
— Che io continui? — rispose lui con un amaro sorriso. — Ahimè! è tanto, tanto lontano da me quella dea che in un’ora m’apparve: così in alto, così in alto che la mia voce può giungere ad essa solo come un fievole lamento. Che può importare a lei di chi ebbe per poco abbagliati gli occhi dal sole e poi di nuovo ripiombò nelle tenebre? Ben pietoso sarebbe stato il destino se mi avesse lasciato giacente nel fango in cui ero vissuto!
— La mia amica fu dunque ben sconsigliata nel discendere fino a voi! — disse la Regina aggrottando le ciglia.
— No, no, no: ella ha messo una stella nelmio cielo tenebroso, un fiore nel roveto della mia esistenza — proruppe lui. — Che Dio la esalti vieppiù: che Dio, il quale ne prova l’animo invitto con tanti dolori, benedica quella fronte coronata di stelle, come io la benedico, come la benedirò allorchè cadendo trafitto dai suoi nemici, volgerò a lei l’ultimo sospiro dell’anima mia!
Ella aveva chinato il capo e fissava una chiavetta con la quale andava giocherellando. Il giovane, acceso dai ricordi di quella notte, contemplava con occhi ardenti la Regina, non potendo più oltre dubitare che ella fosse colei di cui finallora aveva ignorato il nome. Sentiva che le sue parole ne avevano commosso l’animo ed acceso il sangue; la vedeva palpitante e languente; e se il ritegno, la riverenza che le doveva non l’avessero tenuto a freno, e se la dignità e il regale decoro non avessero imposto a lei un severo contegno, quelle braccia si sarebbero aperte a lui pel quale tutto quel lungo anno di vana attesa era disparito, come se quell’ora fosse la continuazione della notte fatale in cui ella gli si era data.
Ma intanto la luce dell’alba filtrava attraverso le fessure delle finestre: quella del lampadario impallidiva.
La Regina si alzò, e rivoltasi a lui che si era alzato e si teneva dritto in piedi pallido in viso e con gli occhi supplichevoli:
— Domani a mezzanotte — gli disse con voce rapida e sommessa — aprirete con questa chiave, che con le altre tutte mi fu consegnata come era obbligo di suddito fedele, dal padrone del castello, la porticina all’angolo della torre. Salite per la scaletta che dà in una stanza nella quale... troverete la vostra amica.
Egli s’inginocchiò, prese la chiavetta, baciò lamano morbida e bianca che ella gli porgeva, balbettando per l’orgasmo confuse e sommesse parole.
— Sempre se dimani non saremo in mano dei nemici — disse lei sorridendo.
— O Regina — esclamò il giovane — perchè il nemico giunga fino a voi fa d’uopo ch’io sia morto!
— No, colonnello Riccardo. Voi dovete vivere per la vostra Regina e... per la vostra amica.