III.

III.

Per tutto il giorno Riccardo e Vittoria, coadiuvati da Pietro il Toro, avevan disposto le due bande per la difesa del castello lasciando una parte di esse sotto il comando di quest’ultimo nascosta nelle casucce attigue al fienile che avrebbe dovuto prendere i francesi alle spalle quando questi fossero impegnati nell’assalto del castello. Nessuno doveva mostrarsi al di fuori e perciò i luoghi scelti per la difesa erano stati ben provveduti di vettovaglie e di munizioni. Per tutte le vie e i sentieri che dai monti sbuccavano nella vallata il duca aveva mandato delle spie che appena scorto il nemico avrebbero dovuto far ritorno a briglia sciolta per darne a lui l’avviso. Sapeva bene che se qualche sinistro fosse capitato alla Regina il responsabile non solo verso il Re, ma anche innanzi alle Corti straniere come innanzi a tutti che combattevano pel buon diritto sarebbe stato lui, e lui anche causa del disastro.

E quale maggior disastro della cattura di lei, o se lei rimanesse ferita in uno scontro? Avrebbe dovuto opporsi, è vero, al rischioso tentativo voluto dalla Regina, cui anche il Re e i Principi si erano opposti sulle prime; ma trasportato dalla superbia e per non menomare il suo creditoin quella Corte nella quale sperava di salire ai più alti gradi, non aveva voluto confessare che lontano dalle sue terre il suo prestigio si fosse affievolito. I grandi signori che col Re erano fuggiti in Sicilia, mentre i loro vassalli e gli abitanti dei loro fondi si battevano contro l’invasore per un proprio sentimento d’indipendenza, facevan credere che fossero essi a tener viva quella guerra e trovavano il loro tornaconto ad esagerare e ad inventare notizie di vittorie sulle armi francesi. Quei signori non solo lavoravano pel presente ma più per l’avvenire, presentendo prossima una restaurazione.

Il duca di Fagnano, più avido e più ambizioso di tutti, e che aveva sue segrete ragioni per tenersi nel favore del Re e della Regina, se si fosse rifiutato di accompagnarla temeva che altri si offerisse in sua vece, e se, come si faceva credere, quantunque egli ne dubitasse, il viaggio della Regina avesse avuto un trionfale risultato pari a quello del Cardinale, il suo rivale ne avrebbe raccolto i frutti. Bisognava dunque affrontare i rischi che in ogni modo, qualunque fosse stato l’esito, avrebbe pur sempre fatte valere. Solo ebbe una certa titubanza allorchè la Regina fidente; ma come rifiutare un tanto onore che vieppiù accresceva il suo credito e il suo prestigio nella Corte?

Ora, che avrebbe detto i suoi rivali nel favore del Re se alla Regina fosse capitato un sinistro il quale chissà quante gravi conseguenze avrebbe potuto addurre nella politica? Non sarebbe stato anche la sua rovina? E i suoi nemici, perchè ne aveva moltissimi a Corte, non avrebbero di nuovo messo in campo certe voci sul conto suo intorno alla illegittimità dei suoi diritti al titolo ed ai feudidel fratello? E per questo, quando si vide alle strette, quando seppe che i Francesi avevano avuto sentore della loro discesa in Calabria, egli concepì il piano di attirarli nel suo castello onde le due uniche strade che portavano alla marina di S. Eufemia fossero sgombre di essi; perciò, quantunque sdegnasse un tale aiuto, quantunque, come abbiam detto, sentisse un odio istintivo pel capitan Riccardo, la cui banda era più vicina delle altre, fu costretto a chiedergli che accorresse in suo soccorso. Impegnato il combattimento, per una via sotterranea avrebbe posto in salvo la Regina e la sua figliuola con gli altri famigliari venuti con essi dalla Sicilia; e già di là dal colle, nel punto in cui s’apriva la sotterranea via, aveva mandato per attenderli una lettiga, con alcuni cavalli.

Nell’uscire dal castello i due giovani avevano camminato un pezzo in silenzio. Poi Vittoria si era fermata e trattenendo per un braccio il compagno gli disse:

— Ho una cosa da darti.

— Che cosa? — chiese lui.

— Questa collana. Non so che farne io. Io non porto di cotesti gingilli.

— È un premio pei tuoi servigi! — rispose lui evitando di guardarla.

— I miei servigi? O che li rendo a lei io? O che per lei rischierei la pelle? E se io muoio, a quella lì importerà tanto quanto importa a me dello agnello che ho mangiato stamane!

— Stanotte parevi così lieta delle lodi che aveva fatto di te la Regina e del dono che ti avrebbe mandato!

— Ah, sì, stanotte!... Ma, sai bene, in una notte, questa che abbiamo in noi, anima o... vattelappesca,può ben mutare! Eppoi, vuoi che te la dica? Credevo che le regine fossero diverse da noi, invece... son come noi... se non peggio. Però ha del sangue nelle vene, fors’anco avvelenato come il mio. Se quella lì avesse potuto, sarebbe stata un capobanda al par di me... e... e non avrebbe rifiutato gli amanti quella lì. Dunque, la vuoi questa catena?

Egli si fermò, grave e scuro in viso, fissando la donna con occhi severi.

— Senti, Vittoria — le disse infine — io ti amo come un buon fratello. Attraverso uno strato che dicono di malvagità e di ferocia dovuto alle sventure della tua vita che hanno inacerbito la tua natura, io scorgo un’anima che sarebbe stata salda, forte, potente nel bene: se sei uomo nelle azioni sei rimasta donna nei sentimenti. Ebbene, non parlar così della tua e della mia Regina. Anch’essa è un’anima inacerbita dalle sventure, travolta dalla tempesta.

— Tu l’ami dunque! — disse lei, fissando alla sua volta il giovane.

— Pensa che ella è nata su uno dei troni più eccelsi e che ha diritto di vita e di morte sugli altri uomini, pensa che ora è qui, sola, fuggiasca, minacciata da un nemico che, come ho inteso dire, ha tagliato la testa alla sorella di lei, un’altra potente regina; pensa che si è affidata a noi, alla nostra lealtà, pure essendo noi a suo confronto dei miserabili che non avremmo avuto neanche il diritto di alzar gli occhi fino alle sue ginocchia. Che se queste mie parole non ti fan rimordere delle tue parole, se tu non intendi difenderla o la difenderai fiaccamente... lungi, lungi da me il pensiero che tu voglia tradirla... ebbene va, parti coi tuoi. Resterò io solo a difenderla, io solo a proteggerne la fuga, io solo a salvarla!

— L’ami tu dunque? — ripetè lei.

— Che mi chiedi, che mi chiedi! Non lo so, anzi no, non l’amo, ecco, non l’amo. Un tal sentimento non è possibile, non è naturale tra un uomo come me e... una donna come lei. Ma essa è la mia Regina, intendi? essa si è affidata a me, ed anche se sapessi che, tornata sul trono, si dimenticasse di me, come si dimentica la fonte in cui, arsi dalla sete, ci dissetammo, io... io morrei volentieri per difenderla e per salvarla.

— Come ti amerebbe, se non ti ama, se sentisse le tue parole; come ti amerebbe, se non ti ama, se vedesse il tuo sguardo! — mormorò Vittoria.

Poi, riacquistando il predominio su sè stessa, imponendo al suo volto di dissimulare la sorda angoscia dell’anima, con accento grave pressochè solenne, soggiunse:

— Ove sarai tu sarò io, per lei o per te, non so, ma io la difenderò come tu la difenderai.

— Grazie — disse Riccardo che rivolse alla giovane donna uno sguardo di profonda riconoscenza. — Ed ora separiamoci. Ciascuno attenda al dovere che ci incombe.

— Sì — rispose lei — sì, separiamoci... è meglio, è meglio così. Se dovremo combattere e tu avrai bisogno di me, chiamami, chè anche in mezzo alla mischia più feroce io sentirò il tuo grido.

Ciò detto si allontanò a gran passi. Il giovane la seguì un buon tratto con gli occhi, poi mormorò con un sospiro:

— È forse quello l’amore, è forse quella la passione, che io vo’ cercando altrove!...

No, lui lo sapeva: non era quello, come non era il fascino che l’avvinceva alla Regina: era un altro l’amore, puro, semplice, spoglio di ogni interesse,senza i brividi del desiderio, e senza le lusinghe dell’ambizione, che nell’anima sua era un’idea vaga, un sentimento nebbioso, nel quale si delineava la siderale figura di Alma.

Intanto la notte era discesa e un silenzio profondo incombeva per la campagna. Pareva che il luogo fosse del tutto deserto, che vuote fossero le case, inabitato il castello. Pure in quel silenzio gli uomini delle bande vegliavano con in pugno le carabine, le orecchie tese e gli occhi alle feritoie.

Riccardo si era chiuso con essi nell’ala del castello che guardava la via donde i Francesi sarebbero giunti. Si era rincantucciato in un angolo e pel cuore gli passavano le ore che lentamente l’avvicinavano a quella segnata, verso la quale si tendeva tutto l’esser suo. L’orologio del castello vibrava gli squilli ch’ei sentiva ripercuotersi nell’animo, mentre il cuore gli si stringeva per una dolorosa preoccupazione che il nemico assalisse il castello in quell’ora, che ella di nuovo fuggisse lontano da lui come si era tenuta lontano per tutto un anno!

Con mano convulsa stringeva la chiavetta che gli aveva dato, per farsi certo che ella lo aspettava, per averne una prova irrefragabile; tanto, or che sapeva qual fosse il nome, quale il grado eccelso, quale l’incommensurabile altezza di quella donna gli pareva un vaneggiamento il suo prodotto da una febbre del cervello. L’immagine di lei or gli appariva con tutti i simboli della regalità; il manto di ermellino, la sacra corona sulla fronte radiosa gli appariva in uno sfondo popolato d’imperatori e di re che reggevano lo scettro del mondo, innanzi ai quali egli era più vile del vermicciattolo che striscia fra le erbe. La vedeva nella sublimità regale come su un’alta cima cuiappena giungeva il suo sguardo, tutta cinta da nuvole d’oro; una cima che egli aveva già toccato in una notte senza aver coscienza della formidabile altitudine, e d’onde era poi precipitato. Di nuovo ora sarebbe salito su quella vetta ove solo agli umani che Dio ha fatto pari a sè sulla terra e dato di porre il piede; di nuovo avrebbe baciato quella fronte che rifulgeva di luce divina e quelle labbra la cui parola poteva dar la vita o la morte a tutto un popolo ed esser di un uomo la fortuna o la rovina!

Ma quale era, quale il vero sentimento che lo dominava, che lo teneva così intontito? Non era l’amore, perchè mancava quel che ha d’amore di tenerezza, di intimità, di fusione; mancava il connubio delle anime, l’assimilazione dei cuori, mancava l’equilibrio dell’età, delle condizioni sociali indispensabile anche nel disquilibrio del sociale convenzionalismo; era dunque il fascino della regalità che aveva preso forma di prepotente passione, che aveva sconvolto il cervello di quel giovane fino a fargli sentire che oramai la sua vita e il suo avvenire appartenevano a quella donna, che se non era per lui l’amore, pur ne faceva schiave la volontà e la ragione!

Pochi minuti mancavano alla mezzanotte: egli aveva inteso squillare l’orologio come se fosse la voce di lei che lo chiamasse. Si alzò e guardossi intorno. Gli uomini della banda sonnecchiavano avvolti nei loro mantelli; solo il Ghiro da una parte e il Magaro dall’altra si tenevano immobili presso le feritoie con le orecchie tese e l’occhio all’aperto.

— Io vado fuori per sorvegliare le sentinelle — disse il giovane con voce sommessa.

— Sta bene — rispose il Ghiro.

— Nessuna novità?

— Nessuna. Soltanto mi era parso veder splendere un lume sulle alture.

— E poi?

— Sarà stata un’allucinazione.

Il giovane uscì. Innanzi la massiccia porta del castello, che era chiusa e saldamente sprangata, trovò raccolti alcuni armigeri del duca.

— Aprite — disse loro.

— Ma... abbiamo l’ordine di non lasciare uscir nessuno.

— Aprite! — esclamò Riccardo imperiosamente. — Sono io che comando qui.

Quando fu fuori nel silenzio, nelle tenebre, non volle ascoltare le voci di dubbio che si elevavano dal cuore. Sarebbe venuta lei al convegno, or che si era svelata? E innanzi a lei avrebbe avuta lui l’audacia di parlar come un amante? Sentiva dei brividi, sentiva delle paure che al certo gli avrebbero tolta ogni energia. Il ricordo di quella notte non valeva a rassicurarlo: quella notte aveva creduto di tener fra le braccia una donna; ora sapeva che si sarebbe trovato innanzi a una Regina!

Giunse senza accorgersene presso la porticina di ferro alla quale era arrivato strisciando lungo il muro per non esser visto dalle sentinelle. Trasse la chiavetta e si tenne pronto ad aprir la porta allorchè l’ora fosse scoccata.

La mano gli tremava come il cuore.

L’ora scoccò ed egli aperse. La porta stridette sui cardini arrugginiti. Spaventato al rumore che nel silenzio delle tenebre parve un lamento, sostò; poi, rassicuratosi, la richiuse impaziente e con un sussulto di gioia perchè aveva visto posata sul primo gradino della scala una lanterna che spandeva una luce fioca, e che prese.

Dunque ella lo aspettava, ella, la Regina!

Salì la scaletta e giunto in un pianorottolo nel quale vide a sè dinanzi una porta, s’arrestò.

Gli pareva che si muovesse in un sogno, che fosse in preda ad una allucinazione. Agiva come per un impulso misterioso; in quell’istante egli si sentiva incapace di volere, incapace di riflettere.

Spinse la porta ed entrò, deponendo sull’uscio la lanterna. La Regina sedeva su un largo divano sul cui bracciuolo posava il gomito, mentre la testa era ripiegata sulla mano.

Egli stette sull’uscio, incapace di avanzarsi.

— Avvicinatevi — disse la Regina, non mutando il suo atteggiamento.

Quando Riccardo le fu vicino cadde in ginocchio, curvò il capo e prendendo un lembo della veste di lei lo portò alle labbra.

— L’avete ritrovata la vostra amica — disse lei con voce dolce e piana. — Vedete bene che non promise invano allorchè vi scrisse che presto o tardi avreste avuto sue nuove! Ah, ella sperava che ben altre fossero le sorti di questa guerra, nella quale il vostro nome avesse potuto rifulgere sì in alto da far impallidire i più superbi!... Lo so, lo so che voi avreste voluto che tutte le forze fossero state dirette da un duce supremo; ma l’invidia, la gelosia, il timore che sorgesse un nuovo astro congiurarono contro il vostro disegno e contro lo Stato, a favore dei nostri nemici. Ora comprendo che la partita è perduta!

— Noi combatteremo fino all’ultima stilla del nostro sangue — disse lui.

— Vi farete uccidere tutti, tutti voi che siete i miei soli amici. No, no; io ho bisogno laggiù di cuori fedeli per combattere contro altri e più feroci nemici.

— Laggiù? — disse lui, — in Sicilia?

— Sì, ove gl’Inglesi predominano sul debole animo del Re che volgono secondo i loro interessi. Credete che se i Francesi han saputo del mio viaggio, quantunque tutte le precauzioni fossero state prese per tenerlo occulto, non siano stati essi a darne l’avviso? Colà sono circondato da spie assoldate anche fra i miei familiari. Ogni mia parola, ogni mio atto è riferito a lord Bentink e al generale Makferlane, e anche i miei figli, anche i miei figli congiurano contro di me, che avrei loro dato il regno, ridata la indipendenza se mi avessero seguito nella lotta!

Egli ascoltava stupito e insieme esultante. Quelle confidenze eran per lui più preziose delle parole d’amore; la Regina così lo sublimava ai suoi occhi, e scendendo fino a lui lo sollevava fino a lei.

— Ed io son sola a combattere, sola a lottare! — continuò la Regina. — Di chi fidarmi? I signori della Corte invidi, codardi, ingrati, che tutto sperano dei miei nemici, nulla più di me, esulterebbero se io, stanca, me ne tornassi in Austria o mi ritirassi in un convento. Essi temono la tempesta che potrei suscitare, che dovrebbe o tutti inabissarci o ridarci il trono che avemmo da Dio. Ed ecco, ecco a che mi han costretto, a chiedere aiuto a un povero capobanda, a fidare nel pugnale del partigiano non potendo fidare nella spada del gentiluomo!

Egli s’intese punto da queste parole. Sollevò fieramente il capo e rispose:

— Non io, o regina, ho chiesto che mi apriate il cuore per mostrarmene le piaghe.

La Regina che era diventata cupa in viso, come se il suo orgoglio si fosse ribellato a quell’oblio della regale dignità, intese il rimprovero contenuto nelle parole del giovane.

— No — disse, stendendo la mano sul capo di lui e accarezzandone i lunghi neri capelli — ma gli è che io ho bisogno di una anima tutta mia, di un cuore devoto. Voi dunque, allorchè mi saprete in salvo laggiù, sceglierete i più fidi della vostra banda, lascerete liberi gli altri, ai quali darete un compenso che vi farò tenere, e mi raggiungerete in Sicilia. Gravi ragioni mi costringono a non portarvi meco ora. Il duca è geloso di voi ed io commisi l’imprudenza di costringerlo stamane a far cosa che ripugnava alla sua invidia. Se vi portassi meco ora, egli appena giunto in Sicilia attraverserebbe i miei disegni. Io ho una grande missione da affidarvi, un segreto che gl’Inglesi pagherebbero qualunque prezzo, e che sarebbe venduto da chiunque me lo carpisse. Se riuscirete nella vostra missione, se arriderà la fortuna al mio disegno, la rovina de’ miei nemici è sicura ed io schiaccierò loro la testa come ho schiacciato quella di tutti coloro che osarono lottar con me!

In ciò dire fremevano al pensiero della vendetta le sue narici, tremava l’austriaco labbro sporgente, mandavano baleni gli occhi del color del mare che avevan del mare le tempeste e le furie. Era la donna implacabile che aveva voluto, infrangendo i patti sacrosanti della capitolazione, la morte dell’ammiraglio Caracciolo; che era stata sorda alla voce del genio, della beltà, del sapere, della giovinezza, della virtù, e aveva sacrificato alla sua sete di sangue e di vendetta Cirillo, Pagano, Russo, Mantonè, Conforti, il conte di Ruvo, la Pimentel, la Sanfelice, e aveva scagliato contro gli abitanti del suo reame, rei solo di aver voluto la libertà, le feroci orde di Fra Diavolo e di Panedigrano, di Parafante e di Francatrippa!

— Ah — disse poi, come per rispondere al pensiero del giovane che la guardava spaventato — ah, se avessi potuto mettermi io a capo delle vostre bande, come avrei saputo vendicarmi dei felloni che ci han tradito!

Poi, rasserenandosi e tornando al pensiero del momento, mise le mani sugli omeri di Riccardo, tuttora in ginocchio, lo trasse a sè e fissandolo negli occhi così da vicino che ei sentiva il respiro di lei bruciargli il viso, gli disse accentuando le parole:

— Sei tu un cuore saldo e fedele come io ti ho creduto e ti credo? Sai tu custodire un segreto anche se svelandolo dovessi divenir ricco e potente? Bada, non è il segreto d’una notte di amore in cui fu appagato il capriccio d’una donna, è il segreto da cui dipende la vendetta e il trionfo d’una regina!

— La mia vita è vostra... — diss’egli.

— Non si tratta della tua vita: la vita oggi si tiene in conto di ben poca cosa e si baratta per nulla. Si tratta della tua fedeltà, intendi? Si tratta del tuo onore, si tratta della tua devozione che dovrà essere tanta da resistere alle lusinghe d’un tradimento, pel quale tutto potresti chiedere ai miei nemici e tutto ottenere. Sei tu l’uomo di cui io vo’ in cerca, sei tu?

— Sì — rispose lui che oramai si sentiva al livello di quella donna, pari a lei per la dedizione che faceva di sè stesso. — Sì: ditemi il vostro segreto, affidatemi, se mi credete capace di compierla, cotesta missione, ed io la compirò anche se dovessi rifiutare un regno, anche se dopo voi mi scacciaste come un cane.

— Tu sei leale, leggo il tuo cuore nel tuo sguardo — disse lei che aveva ascoltato il giovaneguardandolo negli occhi e spiandone il pensiero nei tratti del viso. — Tu non mi tradirai, no, tu non mi tradirai, anche se il tradirmi ti procurasse un regno!

— Parlate dunque — esclamò lui — parlate!

— No, non qui, non ora. In Sicilia, ove tu verrai appena ti sarà possibile. Ma nulla qui ti trattiene, nulla? Posso io attenderti sicura? Posso io contar su te come su me stessa? E se... oh, il destino mi ha fatto diffidente assai... e se, quando io sarò lontana, tu riflettendo al gran peso che ti imporrei volessi sottrartene? E se una fortuna qui, per caso ti capitasse? E se il tuo giovane cuore restasse ammaliato dall’amore di una donna e qui ti trattenesse?

E continuava a guardarlo negli occhi tenendolo per gli omeri, sicchè i loro aliti si confondevano e lui sentiva sul petto il seno di lei fremente e palpitante.

— Oh! — rispose Riccardo — che io muoia come un cane randagio: che il mio nome suoni infamia pei secoli se mai mancassi, o Regina! Se i vostri nobili vi tradiscono, se coloro ai quali prodigaste onori, privilegi, benefici, congiurano contro di voi, e fra i duchi e i principi non havvi un sol cuore fedele e leale, quest’uomo che ignora il nome di suo padre, forse un misero boscaiuolo, di sua madre, forse una povera serva di contadini, vi mostrerà che nel suo petto pulsa un cuore più nobile di quello di un duca o di un principe. Se fra un mese non sarò morto, io sarò ai vostri piedi in Sicilia, ve ne do la mia parola d’onore!

L’accento ne era così convinto e risoluto, lo sguardo così aperto e leale che la Regina ne sussultò di gioia.

— Sì, sì — proruppe — tu sei il cuore leale, tusei l’anima devota. Fra un mese dunque in Sicilia!

E come se, concluso quel patto, la donna fosse subentrata alla regina, la sua fisonomia mutossi: nello sguardo, nel sorriso, egli riconobbe l’amante di quella notte, che lo guardava con occhi desiosi:

— Quella donna — mormorò lei — quella donna che era con te stamane, non è la tua amante, è vero?

Dall’accento egli comprese che un tal dubbio la tormentava.

— Non sarei qui — rispose — ai vostri piedi...

— È vero, è vero: se fosse la tua amante sarebbe stato un altro il suo contegno. Ma è una donna che ti ama.

— La vidi or fa un anno nella riunione dei capibanda; la incontrai stanotte mentre venivo qui. Dopo che Vostra Maestà sarà in salvo, ci separeremo.

Ella intanto si era alzata. La lanterna che rischiarava la stanza pareva stesse per spegnersi. Di un tratto il giovane udì un rumore come se la lanterna fosse stata urtata e si trovò nelle tenebre.

— Ah! — gridò lui in un impeto, quasi scoppiasse il desiderio finallora soffocato.

Si sentì avvinto da due braccia morbide e tenaci, mentre la bocca che ne cercava la bocca mormorava:

— Per la tua vita il mio amore, per la tua fedeltà i miei baci!...

Che avveniva intanto fuori del castello, nelle tenebre? Sui colli, tra i quali svolgevansi le due vie che ricongiungevansi a capo del villaggio, erano apparsi dei rossicci chiarori i quali mutavano di posto come se seguissero le giravolte di esse e talvolta sparivano per ricomparire più in qua, talvolta restavano immobili per tornare poia muoversi avvicinandosi sempre più al castello.

— Hai visto — disse il Ghiro a Pietro il Toro che aveva messo anche lui gli occhi alla feritoia.

— Sì — rispose Pietro senza muoversi — sì... parrebbero le lanterne dei soldati. Ecco, ora non si veggono più perchè in quel punto la strada si avvalla...

Stettero un pezzo in silenzio con gli occhi alle feritoie.

— Se fra due o tre minuti ricompariranno più in giù, ove la strada è aperta, non possono essere che soldati. Le tante lezioni non hanno insegnato ad essi la prudenza: appunto per coteste lanterne si lasciarono sorprendere tante volte.

Il silenzio delle tenebre fu rotto dallo scalpito di un cavallo; poco dopo fu picchiato violentemente alla porta di strada.

— È una delle vedette che porta l’avviso — disse Pietro.

— Capitan Riccardo è uscito da un pezzo e non è più rientrato...

— Sarà col duca, sarà con quella signora... Fra poco lo vedrai comparire.

I picchi alla gran porta di quercia rivestita di ferro erano così rimbombanti che Riccardo aveva dato un balzo e sciogliendosi dalle braccia di lei aveva teso l’orecchio.

— I Francesi, i Francesi! — mormorò. — Uno dei nostri ne ha portato l’avviso. Bisogna che vada, che torni ai miei uomini. Se potessi giungere fino ad essi senza uscir fuori...

— Impossibile — rispose lei. — Si dovrebbe attraversare le mie stanze, quelle della figlia del duca e del duca stesso.

— Allora bisogna che mi affretti. Che si direbbe, che si direbbe se io mancassi al momento dell’assalto?

Si aggirava convulso nel buio, cercando invano la lanterna per riaccenderla; il suo onore di soldato predominava sul fascino che lo avvinceva a quella donna.

— Che fare, mio Dio, che fare?

Ella gli disse calma e fredda:

— Io sola ho il diritto di comandare qui, io sola. Non sei tu ai miei ordini? Non militi tu per me? Ora io ti impongo di rimanere qui.

— Mentre la mia banda si batte!... Ah, no, no, sarei indegno di voi, indegno della benevolenza vostra!...

— Ma tu non potresti tornare ai tuoi che uscendo dalla porticina per la quale sei venuto. Sarebbe un cadere in mano ai nemici.

— Che importa, che importa? Non si direbbe che mi son posto in salvo, che son fuggito. Ah, la lanterna, la lanterna!

Nell’andare attorno smanioso, sconvolto, aveva inciampato col piede in qualche cosa che aveva dato un suono metallico. Si chinò: era proprio la lanterna che ella aveva spento. Con mano febbrile cercò l’esca e il focile. Poco dopo una fioca luce rischiarava la stanza.

Si rivolse. La Regina aveva avuto il tempo di ricomporsi: si era alzata e si teneva fieramente dritta, superba come se la imminenza del pericolo avesse in lei richiamata tutta la indomabile energia della sua tempra.

— La vostra vita appartiene a me — disse lei con severo cipiglio. — Voi avete giurato che la vostra dedizione sarebbe intera, assoluta! Io dunque vi ordino di restar qui, a custodia della porta per la quale siete venuto.

In questo s’intese un vocio seguito da un fragore di fucilate.

— La Regina, la Regina! — si gridava dall’interno del castello.

— Mi cercano — continuò lei. — Non debbono trovarmi qui con voi, non perchè a me importerebbe, ma perchè per la riuscita del mio disegno, debbono ignorarsi gl’intimi legami che ci avvincono... So il disegno del duca... Mentre il combattimento sarà impegnato noi usciremo dal castello per la via sotterranea, e in cinque o sei ore saremo a bordo delbrikche ci aspetta.

— Che si dirà di me, che si dirà di me? — continuava a balbettar lui che pur non osava ribellarsi alla imperiosa ingiunzione di lei.

La fucilata intanto continuava da ogni lato del castello, segno che i Francesi l’avevano circondato.

— Qui — gridò lei — qui è il pericolo: se i Francesi penetrano per la porticina ci sarà impedita la fuga. Vedi dunque che a te tocca la più bella parte e insieme la più pericolosa. Fui io che non volli vi si mettessero degli uomini a difesa per poterti ricevere qui.

— Ah, se è questo, se è questo, è salvo il mio onore, è salvo! — proruppe il giovane esultando.

Quasi a confermare le parole della Regina un urto formidabile alla porta della torre fece tremar tutta quella parte dell’edificio.

— Li senti, li senti? La porticina resisterà per poco — esclamò lei. — A te il difendere la scala...

— La Regina, la Regina! — gridava il duca dall’interno; ma la voce era ancora lontana.

— Manderò della gente in tuo soccorso. Intanto, addio... Ricordati... ti aspetto in Sicilia. Ho la tua parola d’onore. Contendi il passo ai nemici per pochi minuti... quanti bastino a noi per fuggire... poi ti salverai. La tua vita è mia... ricordalo.

Egli era trasfigurato. Il suo onore era salvo: avrebbe potuto far credere che, uscito fuori per far la ronda, aveva compreso quanto fosse necessario mettersi a guardia di quella porta, trascurata nel piano di difesa. Intanto preparava le armi, acceso in volto da un nobile ardore, calmo, risoluto, or che a lui, a lui solo spettava una tanto disperata difesa.

Gli urti alla porticina continuavano formidabili: essa ancora resisteva, quantunque in parte sgangherata. I colpi di fucile si susseguivano fra gli urli, le bestemmie, i lamenti dei feriti.

— Va, addio. Che il cielo ti protegga... Pensa che ti aspetto... che il trionfo della tua Regina e la vendetta della donna che ti ama saranno a te affidati.

Gli avvinse le braccia al collo, lo trasse a sè e lo baciò in bocca.

In questo la porta in fondo si aperse e Alma comparve reggendo un lume che gettò un vivo bagliore nella stanza.

— Non più indugi, Maestà — disse con voce tremante. — Mio padre va in cerca di voi. I nemici han già fatto una breccia alla gran porta di entrata...

— Eccomi, eccomi — disse lei, che nel punto in cui l’uscio si apriva aveva avuto il tempo di staccarsi da Riccardo.

Era stata vista dalla giovinetta tra le braccia dell’amante?... Si fece una tale domanda, ma alzò le spalle, chè di lei non temeva. Riccardo aveva trasalito traendosi in disparte.

— Addio! — disse di nuovo, volgendosi a Riccardo, e sparì per la porta che Alma aveva aperta.

Il giovane di un balzo era accorso sul pianerottolo, stringendo in pugno le pistole, pronto a scaricarlesui primi che fossero apparsi. Poi la lotta si sarebbe impegnata ad armi bianche, onde per la ristrettezza dello spazio e della entrata avrebbe potuto lottare con vantaggio ed a lungo.

Ad un nuovo urto la porticina cedette: egli intese una voce al di fuori che gridava in francese:

— Avanti, avanti, non vi son difensori!

— V’ingannate — gridò Riccardo esplodendo una delle pistole sul primo degli assalitori che curvando il dorso aveva cercato di penetrar dentro.

Così cominciò quella lotta di un solo contro i venti o i trenta che avevano sfondato la porticina. I corpi dei più audaci colpiti a morte venivano ritirati dal di fuori. Il giovane era balzato presso la porta, e fattosi da un canto a riparo dei nemici, colpiva di taglio e di punta, avendo gittato le pistole divenute inutili. Intanto vieppiù fragorose giungevano a lui le fucilate degli altri punti difesi, e gli urli e le voci dei combattenti. Egli, invasato da una rabbia folle, colpiva, quantunque fosse ferito in più parti. Ma già le forze erano per venirgli meno, quando intese una voce dall’alto che gli gridava:

— Tenete fermo, tenete fermo almeno per un altro quarto d’ora.

— Sei tu, Pietro, sei tu? — disse lui pur non perdendo di vista l’angusto vano, pel quale i nemici non più si avventuravano.

— Sì, io... Mi manda il duca, mi manda quella signora, e son già in salvo... ma perchè non sieno inseguiti e raggiunti occorre ancora che il castello resista... Io torno ai nostri...

— Sì, va, va... Sta sicuro.

In questo un grido si elevò dal di fuori:

— Al fuoco... al fuoco... Delle fascine... Bruciamoli vivi questi briganti.

Le parole erano in francese e il giovane non bene intendeva. Egli però si sentiva venir meno pel sangue sparso e che continuava a spargere; ma col coltellaccio in alto si teneva pronto a ricominciare se mai nuovi nemici si mostrassero nell’angusto passaggio.

Un grido, nel quale riconobbe la voce dei suoi, lo scosse.

— Il fuoco, il fuoco!... salviamoci, il fuoco! — La fucilata ricominciò, e questa volta veniva dalla scala, dallo spiazzo. Certo le bande facevano impeto sul nemico per porsi in salvo. Degli squilli di tromba echeggiavano fra gli urli e le schioppettate: un odore acre veniva dalla scala; comprese che il fumo dell’incendio si diffondeva.

Una voce dal di fuori l’angusto passaggio, che di certo rivolgevasi a lui ed agli altri difensori, gridò:

— Il castello brucia, arrendetevi.

— Noi non ci arrendiamo — gridò Riccardo con voce soffocata, che già il fumo cominciava a prenderlo alla gola.

— Vi sapremo costringer noi, briganti!

Egli sentiva un andare e venire di gente innanzi all’entrata, gli occhi incominciavano a velarglisi, il respiro gli rantolava nella strozza. Comprese che era finita per lui.

— Vi offriamo salva la vita, arrendetevi! — gridò quella stessa voce.

Il quarto d’ora era trascorso: la Regina, Alma, il duca esser dovevano ben lontani, ma egli no, non avrebbe commesso la viltà di arrendersi. Quanti, quanti dei suoi eran morti in quella pugna, quanti feriti, quanti caduti in mano dei Francesi sarebbero stati appiccati! Doveva morire anche lui, anche lui! Ella era in salvo: quel che lei avevapromesso aveva ottenuto; aveva pagato con la vita le gioie che gli erano state concesse, l’orgoglio, la felicità sovrumana d’aver tenuto fra le sue braccia una Regina! Che avrebbe potuto offrirgli la vita di meglio? Sarebbe mancato alla Regina un cuore fedele, un’anima devota cui affidare il suo disegno, ma non per sua colpa se moriva, se moriva per salvarla. Il fumo intanto si faceva sempre più fitto; egli, attingendo la forza dalla volontà di lottare fino all’ultimo, stringendo in pugno il coltellaccio col quale aveva impedito l’irrompere del nemico, si era curvato per respirare l’aria che penetrava per l’angusta apertura. Ma una buffata di fumo che da essa veniva lo respinse, comprese che innanzi alla porta avevano accesa della paglia.

— Tanto, son morto — disse. — È meglio finirla di un tratto.

Strinse il coltellaccio, ravvolse intorno al braccio il mantello, si curvò e si spinse fuori il passaggio tra le fiamme che già si elevavano.

— Eccone uno, eccone uno! — gridarono i soldati che attendevano ad attizzare il fuoco.

E gli si avventarono addosso; ma egli parava i colpi col braccio e feriva di punta e di taglio. Era bello ed orribile insieme con le vesti insanguinate, i capelli arsi dalle fiamme, le ciglia e i baffi bruciacchiati. L’aria pura gli aveva ridato nuove forze, ed or piegava sotto i soldati, or se ne svincolava ruggendo ed affannando. Però non tutti gli erano corsi addosso; molti se ne stavano in attesa innanzi la porta, sicuri che gli altri difensori sarebbero venuti fuori.

Il giovane intanto si sentiva venir meno; pur si reggeva in piedi opponendo una formidabile resistenza ai nemici, che, essendo la lotta a corpoa corpo, erano impediti dall’usar i fucili. Intanto il castello bruciava e per l’aria azzurreggiante del mattino si elevavano nembi di fumo misti a lingue stridenti di fiamme.

— Tenete fermo, tenete fermo! — urlarono alcune voci.

Vittoria, Pietro il Toro ed il Magaro piombarono sui soldati che non ressero a quell’urto. Credendo che quei tre fossero seguiti da un gran numero, essi retrocedettero verso il grosso delle soldatesche che già avevano sfondato la porta grande del castello e continuavano la lotta coi rimasti, mentre drappelli di soldati si erano dati ad inseguire per la campagna quelli tra i difensori che erano saltati dalle finestre o nella confusione avevano potuto attraversare le schiere dei Francesi.

Riccardo era caduto sfinito. Cogliendo quell’istante di tregua, ben comprendendo che i soldati sarebbero sopraggiunti in gran numero, Vittoria, Pietro il Toro ed il Magaro gli si erano chinati intorno.

— Ti ho cercato, ti ho cercato invano tra il fumo, tra le schioppettate — diceva la giovane donna, anch’essa pesta, contusa, ferita, con le vesti in brandelli, e tutta sangue nel viso, nel petto, nelle braccia. — Eri qui, dunque, a lottar solo, a tener fronte ai nemici tu solo?

— Sì, ma fuggite, fuggite... essi sopraggiungono... vi perdereste senza salvarmi!...

— Vi prenderò in braccio — disse Pietro il Toro.

— No, no, fuggite... Quanti ne son morti dei nostri?

— Tutti quelli che dovevano morire — rispose Vittoria con voce cupa. — Io non ti lascerò, eroio che dovevo morire, e in vece sei tu!... Vieni, andiamo, morremo insieme, almeno...

— Non mi reggo più in piedi — disse lui — ho le carni tagliuzzate dalle ferite... non posso sollevare le braccia... Quanti ne ho colpiti, quanti!... Sento ancora il loro grido di dolore... È giusto, è giusto che muoia anch’io!...

— Vieni con noi, richiama le tue forze — diceva lei che gli aveva sollevato la testa. — Il tuo solo nome basterà ad atterrire i nemici... Ho veduto il mucchio di coloro che uccidesti... Son lì, guardali... sono essi il tuo trofeo!... Vieni dunque, fuggiamo, per tornar poi a piombare sui nemici. Ti guarirò io, ti curerò io... la so la medicina...

— No, no, è inutile, non posso muovermi: piuttosto se potrete raccogliere i fuggiaschi e tentar con essi di liberarmi...

— Ed era questo che pensavo — proruppe il Magaro che si era tenuto fino allora in silenzio. — Ho visto subito che non si poteva muovere... Certo lo condurranno con loro in trionfo e noi potremo liberarlo, mentre ora saremmo sgozzati come tante pecore.

— È vero, sì, è vero — disse Pietro il Toro sollevandosi. — Per ora non gli faranno alcun male; è meglio dunque che noi ci mettiamo al sicuro per pensare al modo come ritoglierlo ai nemici. Io avevo le lagrime agli occhi, ma ora mi sono state asciugate dalla speranza. Andiamo, andiamo...

— Ebbene sì, andiamo. Ma ti giuro che se tu hai dato la vita per una donna, una donna darà la vita per te. Se non potrò salvarti, vedrai, saprò, morire!...

Ciò detto si chinò sul giovane e lo baciò in fronte.Ma in questo rimbombarono alcuni colpi di fucile: i Francesi ritornavano in gran numero e si erano divisi in modo da circondare il gruppo intorno al ferito. I tre risposero scaricando le loro armi, poi con un balzo guadagnarono il viottolo all’estremità dello spiazzo che scendeva giù per una rupe. Alcuni dei soldati si distaccarono per inseguirli, altri, giunti presso il giovane che giaceva supino, inerte, livido in viso come morto, sostarono.

— Dev’essere uno dei capi — disse un sergente che portava nelle vesti e nella persona le tracce della lunga lotta sostenuta. — È un valoroso, bisogna pur confessarlo. Era dunque solo a difendere quella porticina! Pure, pareva difesa da cento diavoli.

— Vive ancora — disse un giovane soldato sollevandolo.

— Il cuore gli batte, non è che svenuto...

— Se è un capo bisogna metterlo in disparte. È questo l’ordine del Commissario generale.

— Il castello brucia ancora?

— No; solo in un’ala il fuoco non è stato domato ancora.

— Andiamo via — disse il sergente — sollevate quest’uomo e portatelo in una delle stanze del cortile. Vedremo poi che cosa se ne dovrà fare.


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