III.

III.

La prigione in cui avevano rinchiuso capitan Riccardo, o meglio, a voler tenere in conto il brevetto firmato dal re Ferdinando IV, il colonnello Riccardo, era una stanzuccia di una delle torri che aveva dovuto servire di prigione nei tempi in cui i duchi di Fagnano avevano potere di alta e bassa giustizia nelle loro terre. Era preceduta da altre due stanze nelle quali un picchetto di soldati montava la guardia, ma così buie e anguste che si preferiva star fuori, tanto il prigionieroera ben custodito da una massiccia porta di ferro. Nei primi giorni la sorveglianza era stata rigida e severa, ma poi a poco a poco si era rallentata, sia perchè il medico militare aveva detto che il giovane era incapace di muoversi per le tante ferite riportate, sia perchè l’angusto pertugio che s’apriva in alto e la porticina di ferro rassicuravano che ogni tentativo di evasione sarebbe riuscito infruttuoso. E poichè di quella prigione improvvisata mancavano i secondini, il sergente o il caporale che vi montava di guardia ne custodiva le chiavi, e la porta non si apriva che due volte al giorno, per la visita del medico e per il cibo al prigioniero.

Nessuna delle ferite era mortale, e già la robusta fibra del giovane incominciava a riaversi dal gran sangue perduto. Eran passati parecchi giorni e lui era tuttora incerto sulla sorte che gli serbava. Aveva più volte cercato di appurar qualcosa da coloro che accompagnavano il medico e che gli portavano il cibo, ma le sue domande erano rimaste senza risposta, sia perchè forse il suo linguaggio non era compreso, sia perchè la consegna era di non rispondere; onde passava le lunghe giornate standosene in sul giaciglio, parato a tutto; chè questa volta ben comprendeva d’esser finita per lui. Sapeva pur troppo quale pena gli spettava, e conveniva seco d’averla meritata. Anche essi non davano quartiere, anche essi fucilavano i Francesi che cadevano prigioni nelle loro mani, quantunque fossero dei soldati costretti dalla disciplina e dall’onor militare a combattere, mentre essi volontariamente avevano preso le armi.Solo si maravigliava e grandemente che ancora fosse in vita, mentre sapeva che si era andati sempre per le spiccie, e nessuno mai aveva visto la notte del giorno in cui era caduto in mano a quei nemici.

— Aspettano che guarisca dalle ferite e che riacquisti le forze, perchè vada co’ miei piedi a morire — diceva a sè stesso.

Ma le ferite erano quasi rimarginate, il riposo ed il nutrimento abbondante l’avevano a poco a poco ringagliardito. Che si aspettava dunque?

In verità, gli rincresceva di morire, di morire proprio sul limitare di quel mondo che l’amore o il capriccio di una regina gli aveva fatto intravedere. Se non fosse caduto in quella immane lotta che ricordava con fierezza, e che aveva destato l’ammirazione anche dei nemici, i quali ben s’intendevano di valore, un ben altro avvenire gli si sarebbe schiuso dinanzi: egli avrebbe lasciato quei luoghi, non sarebbe stato più il capo di una banda, che, se non per l’intento, per le persone onde era composta e quantunque delle meno feroci, per la rovina che apportava, più che di partigiani era una banda di masnadieri. Il suo cuore, la mente, il suo braccio sarebbero consacrati ad un’alta e nobile impresa che aveva intraveduto nelle parole regali: egli avrebbe fatto ammenda di tutto il passato del quale la sua coscienza non era punto soddisfatta.

Cosa strana: l’amore per lui della Regina non entrava per nulla nel suo rammarico: quantunque il ricordo delle ebbrezze godute dovesse accendergli il sangue, egli restava freddo a tal ricordo.Se sotto l’influenza dello sguardo di lei, se a contatto di quella sfolgorante bellezza cui gli anni invece di attenuarlo ne avevano acuito il fascino; se le torride carezze che ne facevano un’amante formidabile lo sconvolgevano, onde quelle due notti di amore erano state per lui un delirio; lontano da lui, quella donna non era più l’amante, ma era pur sempre la Regina. Inoltre, se interrogando bene l’anima sua egli doveva convenire che non sentimento d’amore era il suo, perchè, senza volerlo, il pensiero vagheggiava un’altra immagine e ci era nel profondo del suo cuore una tenerezza che gli faceva mormorare un altro nome, pure sentiva di esser legato indissolubilmente alla sorte di quella augusta donna, fatta segno a tanto odio, cui si attribuivano tante colpe e tanti delitti. Non avrebbe saputo dire qual fosse il suo sentimento per lei, ma se avesse avuto cento vite, cento vite avrebbe dato pel trionfo di lei. Non per sè gli dispiaceva di morire: infine, aveva vissuto abbastanza, e povero e miserabile trovatello, aveva un grado datogli da un re, aveva goduto gioie sovrumane dategli da una regina: non per quella tenerezza che gli empiva l’animo, talvolta, di malinconia, perchè se una donna regale aveva avuto per lui baci e carezze, la giovinetta dell’anima sua era più in alto assai che nel suo pensiero, ed egli sapeva bene che neanche con lo sguardo giunger poteva a tanta altitudine. La morte dunque per lui sarebbe stata la fine di un sogno che non avrebbe potuto divenir mai una realtà. Ma gli doleva di morire perchè sarebbe venuto meno alla promessa che aveva fatto di esserlui il cuore fedele, l’anima devota necessaria ai disegni dell’augusta donna.

Superstizioso come tutte le nature primitive era giunto a convincersi esser lui indispensabile al trionfo della Regina. Non gliel’aveva detto che ogni sua speranza era riposta in lui? Non gli aveva fatto giurare che se fosse uscito vivo dalla mischia l’avrebbe raggiunta in Sicilia, disposto ad ubbidirle ciecamente? Il cuore fedele, l’anima devota necessaria al gran disegno era lui, che fra poco sarebbe caduto colpito a morte come un vile e nefando malfattore! Morto lui, chi, chi mai l’augusta donna avrebbe trovato disposto a sacrificarlesi?

Era in questi pensieri quando udì un cigolar di catenacci: poco dopo la porticina di ferro si aprì e un sergente entrò seguito da alcuni soldati.

— Ho l’ordine di condurvi innanzi al Commissario civile — disse il sergente.

Egli si era alzato dal suo giaciglio, punto sorpreso dalle parole del soldato.

— Che vuole da me? — rispose sorridendo — Che io denunci i nomi dei miei compagni? Che io faccia la spia insomma? Potrebbero ben risparmiarmi e risparmiarvi tanti fastidi, che io non dirò nulla neanche se mi facessero a brani.

— Io non so altro — rispose il sergente — che debbo condurvi innanzi al Commissario coi polsi stretti nei ferri.

In così dire mostrava una catenella.

— Sentite, camerata — disse capitan Riccardo — so bene che voi eseguite un ordine, ma... guardatemi bene in viso... Sono io capace di dare unaparola e di venir meno alla parola data? Ci è qualcosa che ci accomuna, ed è il valore: ed un valoroso non è mai un mentitore. Io so come voi vi battete, voi non ignorate come io mi batto, voi quindi dovete stimarmi come io vi stimo. Mi inganno forse? Se militassi nelle vostre file non mi credereste degno di stringermi la mano?

— Non dico di no — rispose il sergente che aveva nel viso una profonda cicatrice — Non dico di no: vi siete battuto come un soldato francese; ma io non capisco a che mirano le vostre parole.

— Mirano ad ottenere che quella catena, che mani leali use a maneggiar la sciabola ed il fucile mal saprebbero maneggiare, non disonorino i polsi di chi ha combattuto da leale e valoroso soldato. Io vi do la mia parola d’onore che lungo il tragitto da questa carcere alla dimora del Commissario civile nulla farò per evadere, soccorso o non soccorso, come dicevano i cavalieri antichi. Ve ne do la mia parola d’onore, ripeto.

Il sergente fissò lo sguardo in viso al prigioniero; stette un pezzo pensoso ed incerto, poi scagliando lungi da sè la catenella esclamò:

— Ebbene, sì. Ne avrò forse per dieci giorni di consegna ma non sia detto che un soldato francese abbia dubitato della parola d’onore di un prode, col quale ha scambiato colpi mortali. Perchè fui io che vi atterrai col calcio del fucile.

— Che mi ha tenuto per tre giorni col capo intronato.

— E che per buona fortuna dei miei camerati vi ho messo fuori combattimento. Orsù — disse il sergente volto ai suoi soldati — andate via. Accompagnerò io solo il prigioniero.

— Grazie, sergente — rispose capitan Riccardo — Ed ora vi prego di un altro servigio: che siate voi a comandare il fuoco quando dovrò essere fucilato.

— Come il più anziano tocca a me tale incarico. In ogni modo ve lo prometto.

Il prigioniero si era alzato e attendeva a ricomporsi. Quantunque le ferite gli dolessero, pure dissimulava il dolore con grande meraviglia del sergente che pochi giorni prima lo aveva visto col corpo tagliuzzato e sanguinante disteso su quel giaciglio.

— Che bravi soldati, che bravi soldati sarebbero mai! — mormorò — degni della vecchia Guardia.

Uscirono entrambi dalla prigione e passarono tra i soldati stupiti, ma che pure non osavano biasimare il vecchio sergente, che era il più stimato del reggimento. Il giovane, seguìto dal suo custode, sali l’ampia scala del castello, finchè giunsero all’anticamera del primo piano ove era l’alloggio del Commissario civile.

Seduto su una delle panche lungo le pareti, capitan Riccardo vide un uomo nel quale riconobbe Carmine.

Diedero entrambi un grido di gioia e si slanciarono l’uno nelle braccia dell’altro.

— Libero, sei tu libero? — diceva Carmine, ingannato dal veder senza legami il giovane — Lo dicevo io, lo dicevo. Ma come è avvenuto? Dunque il Commissario civile...

— Ho dato la mia parola d’onore a questo buon sergente — rispose Riccardo — che nonavrei tentato di evadere. Ma è pur troppo vero che io son prigioniero e che forse... non vedrò il sole discendere dietro le spalle dei nostri monti. Questa è la guerra, caro Carmine, e bisogna pur rassegnarsi.

— Tu che dici? Tu che dici? — esclamò il buon uomo — tu lo vedrai ancora per molti e molti anni non solo morire, ma nascere il nostro sole. Tu dunque ignori?... Ma già, come puoi saperlo? che cosa intendevi dire con quelle parole? Che ti fucileranno forse? Fucilar te? E chi ne dovrebbe dar l’ordine, il Commissario civile? Lui!... Via, lascia che mi sbellichi dalle risa...

E il vecchio si diede a ridere così sonoramente che il giovane, temendo avesse dato di volta pel dolore, lo guardava impietosito.

— Tu mi credi pazzo? — disse Carmine quando si riebbe. — Non sono pazzo, no, e lo vedrai, lo vedrai. Ma, a proposito dimmi che n’è di Pietro il Toro e dove potrei trovarlo.

— Io, però — disse il sergente — non posso più oltre permettere un tale colloquio. Se ho assentito a condurre qui il prigioniero senza ceppi...

Il vecchio Carmine lo guardò con un sorriso di compatimento sulle labbra.

— Voi avete creduto di far cosa biasimevole anche se il vostro cuore l’approvava — disse voltosi al sergente. — Ma di questa buona azione voi avrete un premio, ve lo dico io, avrete un premio. Dunque, dove potrei trovare quella testa matta di Pietro il Toro?

— Che vuoi che ne sappia io? — rispose Riccardo. — Io so che fra poche ore... povero zioCarmine, sarò in un luogo donde non si fa più ritorno.

In questo la porta si aprì e un valletto comparve.

— Ci è qui un paesano che ha chiesto un’udienza?

— Sono io — disse Carmine avanzandosi e facendo un segno con la mano a Riccardo, come se volesse fargli intendere che quell’udienza chiesta ed ottenuta spiegar doveva il mistero delle sue parole.

— Il Commissario civile vi aspetta — disse il valletto. — Che il prigioniero attenda qui per esser chiamato.

Riccardo ben sentiva che qualche cosa di grave vi era in quel mistero; che il vecchio Carmine era lì per lui; che quella sicurezza, quella gioia nascondevano un mistero che gli sarebbe presto spiegato. Ma rinunciava a indovinarlo, e quindi sedette per aspettare la sua volta, come aveva detto l’usciere.

— Ah, mi aspetta, mi aspetta! — esclamò Carmine che pareva fuori di sè dalla gioia. — Eccomi, eccomi...

Poi voltosi a Riccardo:

— Ce ne andremo insieme a braccetto dopo che anche tu avrai parlato col Commissario civile che bacierà in terra per ringraziare il Cielo. Ce ne andremo insieme a braccetto... se però tu... quando saprai, e sarà fra poco, non sdegnerai la mia compagnia!

Ciò detto si precipitò verso l’uscio, mentre Riccardo, che non aveva nulla compreso delle parole di Carmine, lo guardava stupito.

— Quel povero vecchio è matto! — disse il sergente sedendo presso il prigioniero.

Il duca di Fagnano sedeva innanzi un ampio scrittoio e teneva gli occhi fissi alla porta con una grande curiosità, aspettando che comparisse colui che gli aveva scritto di aver gravi cose da comunicargli e che si riferivano al tempo in cui il duca, evaso dalle carceri, era tornato nel villaggio. Ciò era bastato per fargli sorgere nell’animo una speranza vaga, strana, alla quale sicuramente avrebbe tenuto dietro una delusione.

Che cosa aveva fatto lui prima di prendere la via dell’esilio? Era tornato nel villaggio a rischio di essere ripreso, si era abboccato con quella povera creatura che era stata svegliata a mezzo della notte dal noto fischio di lui, aveva ottenuto che ella, nel delirio della gioia per rivederlo vivo e libero, assentisse a seguirlo di notte nella chiesa per la celebrazione del matrimonio; aveva pregato il parroco, si era provvisto di due testimoni. Poi, appena le nozze celebrate, era andato via, chè già si sapeva cercato dagli uomini del Governo. Che doveva dirgli dunque colui che gli ricordava quell’epoca della sua vita? In nome di chi veniva se lei era morta, uccisa dal dolore, morta col pegno del loro amore che portava nelle viscere?

Carmine entrò pallido e ansante dall’emozione, ma non seppe dir parola nel trovarsi dinanzi a quel nobile vecchio, nel quale aveva riconosciuto il giovane mite e pensoso di un tempo. Il vecchio duca lo guardava, sforzandosi di ricordare, ma pareva che ogni ricordo fosse dileguato in lui, onde ruppe il silenzio per dirgli:

— Siete voi che avete chiesto un’udienza per ricordarmi cose assai gravi concernenti un triste periodo della mia vita?

— Non mi riconoscete, Eccellenza, non mi riconoscete? — balbettò Carmine, il quale aveva sperato che il duca al primo vederlo gli movesse incontro con le braccia aperte.

— No — rispose il duca continuando a fissarlo.

— Ma io sono Carmine... Carmine, intendete Eccellenza? Colui che quella notte, con Pietro il Toro vi fece da testimone....

Il duca non lo lasciò proseguire; si alzò di botto, e sopraffatto dall’emozione si avvicinò al vecchio, gli mise le mani sugli omeri, e come il ricordo si andava in lui ridestando, il viso esprimeva una gioia profonda.

— Sì, sì — disse infine con voce soffocata — ti riconosco ora, ti riconosco!

In così dire gli occhi gli si velarono di lagrime. Non era solo a ricordare quella poveretta, l’unico dolce e grande amore della sua vita! Quell’uomo al certo avrebbe potuto parlargli di lei, ne aveva forse raccolto le ultime parole, veniva forse a compiere l’estremo volere della moribonda. Quell’uomo lo rannodava al suo amore, ne rendeva più viva la memoria, e a lui pareva che l’ombra della infelice Rachele si delineasse innanzi a’ suoi occhi e gli sorridesse.

— Parla, parla — soggiunse. — È lei che ti manda, non è vero, è lei?

Il vecchio assentì col capo non potendo profferir parola.

— Vieni, vieni, siedi qui, presso a me — disseil duca costringendo a seguirlo. — Credevo che la morte avesse mietuto tutti coloro che avevan preso parte a quel triste dramma della mia vita. Tu mi dirai dove l’han sepolta, tu mi dirai quali furono le ultime sue parole, tu mi dirai come scorsero i tristi giorni di quella martire.

— Io vi dirò — disse Carmine con voce rotta, quantunque si fosse alquanto riavuto — che ne fu del figlio che ella mise al mondo e che mi confidò prima di morire.

Il duca di Fagnano a queste parole vacillò come se stesse per venir meno, e balbettò guardando con occhi smarriti il vecchio Carmine:

— Un figlio?... mio figlio, mio figlio!... Morto anch’esso, non è vero? morto anch’esso!...

— Ei vive, ei vive! — esclamò Carmine con occhio sfavillante.

— Che hai tu detto, che hai tu detto? — gridò il duca, divenendo pallido e precipitandosi sul vecchio.

— Ho detto che vostro figlio vive, vive, ed è qui, qui, a pochi passi da voi.

— Ma non m’inganni tu, non m’inganni? Mio figlio vive ed è a pochi passi da me, il figlio di Rachele! Dio mio, Dio mio, ma è un sogno questo, è un sogno?!

— Ecco — continuò il vecchio, porgendo al duca una lettera, la cui carta giallognola e i caratteri dell’indirizzo sbiaditi attestavano che da gran tempo era stata scritta — ecco la lettera che ella mi consegnò col bambino.

Il duca prese con mano tremante la lettera che Carmine gli porgeva, l’aperse si diede a leggerla,mentre copiose le lagrime gli sgorgavano dagli occhi.

— Dov’è mio figlio, dov’è mio figlio? — proruppe di un tratto, acceso in volto da pallido che era, così che Carmine ne fu spaventato. Aveva compreso di aver commesso una grande imprudenza col rivelargli così di botto tutta intera la verità, egli che il giorno innanzi aveva avuto tanti scrupoli.

— Ma — rispose con voce incerta — bisogna che vi narri... bisogna che sappiate...

— Poi poi mi narrerai ciò che debbo sapere... Adesso voglio veder mio figlio, intendi? mio figlio!

Soffocava dalla gioia. Tutto un miraggio di felicità domestica gli si spiegava dinanzi. Un figlio era il premio ineffabile ai tanti dolori da lui sofferti, era la felicità degli anni che ancora gli restavano da vivere. Non solo la casa, non solo le terre, non solo il titolo degli avi aveva ricuperato, ma la provvidenza gli aveva serbato anche una famiglia il cui ceppo sarebbe stato il figliuol suo. Tutta la sua vita era stata un isolamento al quale scarso compenso offrivano gl’ideali politici da lui vagheggiati per la libertà dei popoli. Non era più solo adesso, e tutta la felicità sognata nella giovinezza allorchè aveva legato al suo destino una povera creatura, tornava a sorridergli ineffabilmente.

— Hai detto che è a pochi passi da me... È fuori dunque nell’anticamera?! — gridò come se di un tratto gli fosse balenato il vero.

E si precipitò verso l’uscio; con agilità giovanile aperse la porta e guardò.

— L’ho fatta grossa, l’ho fatta grossa! — mormorava Carmine che era rimasto come intontito.

All’apparire del Commissario civile il sergente si era alzato e con lui si era alzato il prigioniero.

Il sergente si avanzò e piantandosi militarmente innanzi al Commissario che senza badargli volgeva intorno ansioso lo sguardo disse:

— Che Vostra Eccellenza mi perdoni... So di aver contravvenuto alla consegna nel condurre qui libero e sciolto il capo della banda... ma egli è un valoroso, come Vostra Eccellenza sa, e mi ha dato la sua parola d’onore che non tenterà di fuggire. Se ho mancato gli è che non so fare il carceriere, non avendo fatto in vita mia che il soldato.

— Ma — disse il Commissario che frugava con lo sguardo per gli angoli dell’anticamera tra sorpreso e deluso per non veder colui che si aspettava — non era qui con voi anche... un giovane?

— No, nessun altro, fuor di me e del prigioniero che fa onore alla sua parola, e perciò se ho mancato merito che la pena sia lieve.

Solo allora il Commissario si accorse di capitan Riccardo che si era tenuto in disparte senza iattanza e senza umiltà. Quantunque lacero nelle vesti che ancora serbavano le tracce del sangue rappreso, l’aspetto ne era pur sempre nobile e bello.

— Oh! — fece il duca trasalendo, chè nel viso del prigioniero rivedeva i tratti di un altro viso, quello di una soave creatura che era stata l’unico amore della sua vita.

— A prescindere — continuò il vecchio sergente — che gli ho promesso di essere io, proprio io, a comandare il fuoco allorchè...

Il duca di Fagnano era pallido come un morto. Nello sguardo che figgeva sul prigioniero ci era tanta densità di pensiero, un così complesso sentimento di gioia, di trepidanza, di dolore che il giovane se ne sentì turbato. Non era lo sguardo severo e indagatore del giudice, non quello ardente d’odio del nemico, non lo sguardo compassionevole di chi deplora il fatto inesorabile che condanna a morte una giovane vita: ci era negli occhi di quell’arbitro del destino di lui un complesso di sentimenti che lo sorprese.

Il duca di Fagnano, senza rispondere al sergente, del quale forse non aveva compreso le parole, si rivolse al prigioniero e gli disse facendosi da parte:

— Entrate.

Capitan Riccardo entrò. Sapeva bene che sarebbe uscito da quella stanza per muovere al luogo dell’estremo supplizio; però il suo contegno, senza cessare d’esser fiero, era tranquillo e franco. Quando vide Carmine che dal mezzo della stanza in cui fin allora si era tenuto immobile aspettando gli eventi, gli moveva incontro con le braccia aperte, sorrise.

— Coraggio — gli disse con voce sommessa. — Dovevi esserci preparato alla mia sorte. So bene che mi fucileranno, perchè per dare un esempio...

— Ma no, ma no! — balbettava il vecchio, quantunque non ben sicuro.

I suoi occhi cercavano quelli del duca di Fagnano che alla sua volta fissava Carmine come per interrogarlo.

— È lui, proprio lui! — proruppe Carmine rispondendoallo sguardo interrogativo del duca, il quale con uno sforzo supremo s’impose di essere calmo.

— Lasciateci soli — disse poi con voce di cui mal dissimulava il tremore.

Il vecchio si liberò dalle braccia di Riccardo: cercò di sorridere per rassicurarlo; fece un inchino al duca ed uscì dalla stanza richiudendo dietro a sè la porta.

Quale tempesta di affetti e di sentimenti si agitasse nel cuore del duca di Fagnano nessuno avrebbe saputo dire; pure si teneva calmo e severo, mentre Riccardo dritto in piedi aspettava che gli rivolgesse la parola.

Il duca sedette innanzi allo scrittoio sforzandosi di assumere un contegno grave e raccolto, ma suo malgrado non sapeva distoglier gli occhi dal giovane, il quale non poteva spiegarsi perchè il suo giudice lo guardasse così senza rivolgergli alcuna dimanda.

La sua natura franca ed espansiva prese il sopravvento e fu lui pel primo a rompere il silenzio.

— Se Vostra Eccellenza — disse — vuol risparmiare il suo tempo, non m’interroghi su cose che potrebbero compromettere gli amici che mi furono larghi di soccorso e di aiuti: io nulla direi perchè ne ho dimenticati i nomi. Del resto, non tenterò punto di scolparmi, pur sapendo quale sia la mia sorte. Ho combattuto i Francesi perchè li reputo nemici non solo del mio Re e della mia Regina, ma anche della patria mia, e se dovessi sopravvivere, lo dichiaro, tornerei a combatterli. Dunque è inutile perderci in vane parole. Io fo ilmio dovere tacendo, lei faccia il suo condannando.

Ci era tanta fierezza e tanta nobiltà nelle parole del giovane e nel suo aspetto maschio e risoluto che il duca ne sussultò di gioia.

— Dunque — disse con voce velata dalla commozione — voi non negate di avere assoldato della gente, di aver tenuto la campagna, di aver combattuto contro i soldati di S. M. l’Imperatore, venuti qui per liberarvi dal giogo dei vostri re e per far di voi un popolo di liberi e d’indipendenti?

— Lo ripeto, Eccellenza, che io nulla nego. Se ho ucciso ho corso il rischio d’essere ucciso; se ho ferito, ho corso il rischio d’esser ferito. Non ho nè rubato, nè assassinato: ho combattuto lealmente, cuore contro cuore, petto contro petto, i nemici del mio paese.

— Gli amici, volete dire! — rispose il duca.

Ma la voce ne era incerta, l’aspetto preoccupato, e il prigioniero non sapeva spiegarsi quel contegno che non era punto quello di un giudice. Si sarebbe detto che il colpevole fosse quel vecchio che tremava visibilmente e che aveva negli occhi un pensiero che a stenti giungeva a dissimulare.

— Oh, — rispose il giovane — amici! Li avete visti voi nelle nostre città nei nostri villaggi, come intendano essi la loro libertà, la loro fratellanza, li avete visti? Avete visto le donne insidiate, i padri, i mariti, i fratelli derisi o puniti con la prigionia, con le battiture, con la morte se osavano opporsi alle turpitudini commesse in nome di cotesta libertà? Amici! Ma noi non abbiamo mutatoche padroni, e vi assicuro che non si è punto guadagnato nel cambio. Almeno il Re era un padrone datoci da Dio; questi son padroni impostici dalla forza che portano la ruina ovunque mettono il piede.

— Siete ben ardito! — mormorò il duca. — Il vostro è un linguaggio che...

— Il mio è il linguaggio — interruppe il giovane — di colui chè si sa presso a morire... Ma che avete signore? Voi impallidite... voi venite meno... Perchè mi guardate così, perchè mi guardate così?

Invero il duca, pur non distaccando gli occhi dal giovane, si era abbandonato sulla sedia così livido in viso, così tremante, da giustificare il grido e lo spavento del prigioniero che si era chinato su lui per sorreggerlo. Pure, con uno sforzo di volontà giunse a riaversi, si risollevò e con voce commossa, per quanto cercasse di dissimulare la commozione, gli disse:

— Sedete qui... vicino a me.

Capitan Riccardo lo guardò come trasognato. Non giungeva a spiegarsi il mistero che intravedeva nello strano contegno di colui che esser doveva il suo giudice; pure sedette, col viso di chi si attenda una spiegazione.

— Conoscete da molto tempo il vecchio che era qui quando voi siete entrato? — gli chiese il duca guardandolo fissamente.

— Carmine! — esclamò il giovane — Carmine, il mio benefattore, colui che pur essendo poverissimo spezzò con me il suo pane, divise con me il suo tugurio? Se lo conosco! Ma io, che nulladebbo a chicchessia, io che fui abbandonato fra gli sterpi d’un bosco da mia madre, io che forse per un brutale capriccio fui messo al mondo da un uomo senza cuore, a cui importava poco che il figlio suo divenisse pasto delle fiere o, perchè nato dal vizio, si desse al vizio per finire sulla forca o fucilato come sarà fra breve, non ebbi carezze che da quel vecchio, non ebbi pane, non ebbi vesti, non ebbi buoni consigli che da quel vecchio, che giunse a vendere i suoi poveri arredi per pagare il maestro che m’insegnò a leggere, che vendè l’unico ricordo lasciatogli da sua madre, un anellino d’oro, per pagare le medicine quando fui malato!

Il duca di Fagnano l’ascoltava visibilmente sopraffatto da emozioni diverse, quando il giovane s’arrestò, colpito da un triste pensiero. Perchè il suo giudice lo interrogava sul vecchio Carmine? credeva forse un complice? Quell’aria inesplicabile che avrebbe potuto dirsi più che di bontà, di interesse profondo per lui, nascondeva forse un tranello? Si voleva forse coinvolgere anche il suo benefattore nelle colpe che i nemici gli attribuivano, e per le quali sapeva bene che sarebbe stato punito con la morte?

— Però — aggiunse con risoluto accento — non fu lui ad indurmi a prendere le armi per difendere la causa del diritto e la indipendenza del mio paese. Egli avrebbe voluto far di me un contadino umile e tranquillo, pieghevole a tutte le schiavitù, anche a quella che ci si vuole imporre in nome della libertà e della uguaglianza! Fu il mio cuore di calabrese che a tanto m’indusse; fu il veder lenostre donne violate, le nostre chiese profanate, la brutalità soldatesca sbrigliata a danno della mia gente! E se questo non vi basta, fu il mio ardor giovanile insofferente d’una vita senz’aria e senza luce; fu l’anima mia anelante di riparare all’avversità del destino che mi fece nascere col marchio dell’onta di mia madre e dell’infamia di mio padre sulla fronte. Lo so, io sono per voi e per i vostri soldati un brigante di cui bisogna depurare la società offesa; pure, ho sempre combattuto a viso aperto, petto contro petto, cuore contro cuore, non meno lealmente e forse non meno valorosamente di coloro che il vostro Bonaparte ha fatto principi e baroni. Ed ora che v’ho detto ciò, signor Commissario, ordinate che mi si fucili.

— Figlio, figlio mio! — gridò il vecchio che aveva gli occhi gonfi di lagrime e gittandosi al collo del giovane.

Il quale era retrocesso come istupidito.

— Che dite, signore, che dite? — balbettava, non sapendo se dovesse sottrarsi ai baci, alle carezze di quel suo giudice che gli parve percosso da subita follia.

— Dico — gridava il duca tra i singhiozzi — dico che tu sei mio figlio, che nelle tue vene scorre il mio sangue, che la tua anima è parte della mia. Dico che negli occhi tuoi ritrovo la luce degli occhi di quell’angelo che fu tua madre. Tu non la vedi, ma ben la veggo io su noi che ci sorride beata perchè essa, essa ci ha ricondotto l’uno all’altro. Oh sì, sì, Dio, tu esisti, nella Provvidenza, nella Bontà, nella Misericordia infinita.

— Calmatevi, via — diceva il giovane, semprepiù persuaso che il vecchio avesse dato di volta. — Forse una fortuita rassomiglianza con un vostro figliuolo vi fa dire parole assai strane. Io, ahimè, non sono che il capitan Riccardo.... potrei anche dire il colonnello Riccardo, capo di una delle bande che difesero il castello.... e mia madre... oh, mia madre avrebbe male scelto il momento di uscir dal sepolcro, se essa non è ancor viva, per sorridere al figliuolo che dovrà essere fucilato fra poco!

Il vecchio lo teneva ancora stretto fra le braccia mentre Riccardo parlava tentando con dolce violenza di liberarsene.

— Come, come dubitarne? — diceva il duca di Fagnano trasfigurato dalla gioia. — Tanta nobiltà di sentimenti, tanta fierezza di linguaggio, anco se nel tuo viso non riscontrassi i lineamenti della mia povera morta, ti direbbero mio figlio, ti direbbero figlio di lei. Tu mi credi folle, non è vero? Tu non puoi darti conto del mio linguaggio! Lo comprendo. Ma vedi, vedi le mie lagrime, guardami negli occhi.... È tuo padre, intendi? che ti parla così. Non io ti abbandonai, non lei povera creatura, ti abbandonò. Non mi credi tu, non mi credi? Ebbene, dimandane a Carmine, dimandane a un certo Pietro il Toro che devi ben conoscere. Tu sei mio figlio, mio figlio, capisci?

Riccardo infine comprese che quell’uomo, quel suo giudice volgeva proprio a lui le parole; lo guardò per un pezzo in silenzio, contenendosi quantunque sentisse il cervello in tumulto.

— Voi mio padre, voi? — disse infine — Ma chi siete voi, o signore, chi siete?

— Non te l’han detto? Non ti han detto che io sono il duca di Fagnano, il vero duca di Fagnano?

— Colui che fuggì in Francia, colui che si disse morto?

— Sì, sì, e che ora è tornato, è tornato, riconosciuto nei suoi dritti dal nuovo governo, investito del potere supremo.....

Il giovane rimaneva ancora incerto e perplesso. Era così strano quel che gli accadeva! Si guardava intorno come smemorato. Ricordava le parole che gli aveva rivolte il vecchio Carmine nell’anticamera, le quali gli confermavano la verità di quel che aveva inteso. Pure si credeva in preda ad un sogno, quantunque i suoi sensi testimoniassero della realtà. Cercò di riordinare le idee: si sciolse dolcemente dalle braccia che lo tenevano avvinto, e con uno sforzo supremo di volontà giunse a calmarsi, a riacquistar la padronanza di sè stesso.

— Perdonatemi — disse al duca che lo contemplava con un ineffabile sorriso di beatitudine, mentre calde lacrime continuavano a scorrergli dagli occhi. — Capite che.... non ero preparato a tale rivelazione. Se io sono vostro figlio, come dite, occorre che sappia.... che mi sia svelato il mistero. Finora ho pensato a mia madre.... a mio padre, con rammarico, se non con avversione. Non vi nascondo che mi struggevo dalla vergogna e che ogni donna, ogni uomo del mio paesello, del quale per l’età avrei potuto esser figlio, mi metteva nel cuore uno sgomento. Sono essi forse che mi abbandonarono, pensavo: sono essi che mi negarono il loro nome, che per preservarsi dall’onta o per sottrarsi ai fastidii della paternità, mi gittarono come un canein un bosco, sperando che i lupi e le volpi mi divorassero. Capirete dunque signor..... signor duca, che mi occorre un po’ di tempo perchè mi abitui al pensiero che ho anche io un padre, che ebbi anche io una madre, che ho anche io un nome, io il trovatello, io il miserabile, io il bandito che fra poche ore avrò il petto forato dalle palle francesi!

— Figlio mio, figlio mio! — gemeva il vecchio, al quale le parole di Riccardo producevano un ineffabile dolore.

— Sedete, signor duca — disse il giovane con voce calma e severa — e narratemi la vostra storia, se ci è una storia da narrarmi.

Parve che le parti fossero invertite. Il giudice freddo, inesorabile era il giovine che sedette sulla seggiola lasciata vuota dal duca.

— Figlio mio, figlio mio, tu mi hai maledetto fin da quando incominciasti a crederti figlio della colpa; tu forse hai maledetto tua madre che fu la creatura più nobile come è ora l’angiolo più puro del cielo; eppure Dio sa, Dio sa se a te che io credevo morto in sul nascere, volava in ogni istante il mio pensiero, a te che accomunavo con quella povera santa che morì nel metterti al mondo. Ascoltami dunque, ascoltami e poi....

— Ma signor duca, prima di narrarmi la vostra storia ditemi se siete ben sicuro, ben sicuro intendete? che io sia... vostro figlio. Quali sono le prove che, se han convinto voi, dovranno convincere anche me? La parola del vecchio Carmine non basta: egli indotto dal suo amore per me, sapendomi prigioniero e sapendovi arbitro della mia vita e della mia morte, avrà potuto escogitare una tale menzogna per salvarmi.....

— No, no, cuor generoso, no, anima fiera e leale, il vecchio Carmine non ha mentito. Se non mel dicesse la tua meravigliosa somiglianza con tua madre, me lo dice la lettera di lei in cui dopo tanti anni trovo tutta l’anima sua. Non hai tu una medaglietta che ella nel separarsi da te ti mise al collo: Questa, sì, questa! — gridò il vecchio vedendo che Riccardo traeva dal petto la medaglia — questa che era un amuleto di mia nonna. Non hai tu sul braccio sinistro una voglia di fragola?

— È vero è vero! — mormorò Riccardo nel cui cervello turbinavano i pensieri.

— Non dubito punto io, non ho dubitato punto al primo vederti — continuò il duca vieppiù esaltandosi. — E il cuore, il mio cuore di padre non conta per nulla? Comprendo che il tuo, sdegnoso per tanti anni di coloro che ti misero al mondo per abbandonarti, non può così di un tratto accoglierne l’amore, ma il mio ha dato un balzo nel sentirti mio figlio. Mio figlio! Lascia che m’inebbri di questa parola, lascia che la ripeta nella esultanza così come l’ho ripetuta per tanti anni nel dolore!

Riccardo ascoltava, ma come chi fluttui in un’onda di pensieri e di sentimenti. Più volte innanzi a quel vecchio così ebbro di gioia, che lo contemplava con tanta profonda tenerezza, aveva inteso salirgli dalle viscere sulle labbra la parola padre pur essendo del tutto nuova per lui; e non rispondendo ancora alla sua convinzione non aveva osato proferirla. Ma le ultime parole di quel vecchio giunsero a commuoverlo; comprese che aveva bisogno di sentirsi dir padre, che, se anche ei s’ingannava, per pietà almeno avrebbe dovutoconcedergli una tale gioia, e facendo uno sforzo:

— Padre mio — gli disse — padre mio...

Ma non potè continuare; il vecchio l’aveva preso di nuovo fra le braccia e l’andava baciando bagnandogli il volto di lagrime.

In questo fu picchiato leggermente alla porta.

Padre e figlio trasalirono. Il duca si drizzò. Il giovane anch’esso si era alzato e mentre il duca si avvicinava alla porta per aprirla, si era fatto nel mezzo della stanza, assumendo il contegno umile di chi si trovi in presenza del suo giudice.

— Che volete?; — disse il duca all’usciere che si vide dinnanzi nell’aprire la porta.

— Eccellenza, il Consiglio è raccolto da un pezzo... Se Vostra Eccellenza non ha finito d’interrogare il prigioniero...

— No — rispose il duca impallidendo. — Dite al Consiglio che mi occorre ancora un prosieguo d’istruzione; si sciolga quindi. Lo convocherò a suo tempo.

E rinchiuse la porta.

Padre e figlio si guardarono entrambi muti e pensosi.

Il giovane fu il primo a rompere il silenzio.

— Fate il vostro dovere, padre mio — disse con voce tranquilla. — Ero da gran tempo preparato alla sorte che mi aspetta. Sono un vinto, e poichè in questa guerra il vinto è già un condannato, son pronto a subire la morte che ho meritata.

— Morire tu, morire tu — gridò il duca — nel momento in cui ti ritrovo, nel momento in cui tanta luce sfolgora nell’anima mia? No, no, tu non morrai: otterrò la tua grazia dal Luogotenentegenerale, dall’Imperatore se occorre. Lo so, tu non sei colpevole che di aver usato le armi contro coloro che credevi nemici del tuo paese; nessun altro delitto macchia la tua coscienza. Hai combattuto come un soldato, non come un masnadiere. L’Imperatore ama i valorosi, e tu sei un valoroso...

Egli ascoltava con le braccia conserte ed un sorriso di dolore sulle labbra.

— Dimenticate — disse infine — il decreto del Luogotenente che non fa eccezione alcuna...

— Che importa a me, che importa? I Bonaparte mi debbono pur qualcosa. Senza di me e dei miei amici la Convenzione avrebbe condannato a morte colui che è oggi l’Imperatore dei francesi. Vita per vita dunque. Egli sa che ancor noi possiamo qualcosa, che gli antichi spiriti repubblicani non sono del tutto spenti. Ti manderò a lui: egli farà di te un colonnello, per farne poi un generale, un maresciallo di Francia. Ha buoni occhi, non dubitare. Un duca di Fagnano maresciallo dell’Impero vale quanto un umile borghesuccio di Ajaccio sovrano d’Europa. Ma non si parli più di questo: abbiamo tante tante altre cose da dirci! Non tornerai più nella tua prigione. Ti prenderò sotto la mia garanzia. Sai tu che io posso quel che voglio e che delle azioni mie non debbo dar conto che all’Imperatore?

Il vecchio sfavillava di gioia nel dir ciò: sì era avvicinato al prigioniero e lo veniva carezzando con mano febbrile, sollevandone i capelli per ammirarne l’ampia fronte, brancolando, per così dire, pel volto, pel petto, come se non gli bastasse lavista, l’udito, come se volesse rendersi saturo del figlio suo.

Questi però restava muto e pensoso, quasi la tenerezza in lui fosse combattuta da un pensiero funesto.

— Otterrò un decreto — disse il duca — col quale sarai riconosciuto per mio legittimo figlio, erede del mio nome e de’ miei beni.

Il giovane trasalì e scuotendo il capo rispose:

— No, padre mio, no... È troppo tardi!

— Che intendi dire, che intendi dire? — gridò il duca sconvolto da tali parole.

— Intendo dire, padre mio, che ad ognuno il destino traccia la sua vita: la mia è già segnata e bisogna che la percorra per intero. Da quel che ho compreso, fu il fratel vostro che usurpò i vostri beni e il vostro titolo... Egli ha una figliuola, pia, bella, soave come un angelo. Io non voglio che ella sia colpita, ella innocente e che ignora forse le colpe di suo padre. Eppoi, ci è un’altra ragione: io ho promesso, intendete? ho dato la mia parola d’onore di raggiungere in Sicilia la mia Regina. Se voi dunque come Commissario civile investito di pieni poteri, mi farete grazia della vita, io vi lascerò per andare dove il dovere mi chiama.

— Tu deliri, tu deliri, o io non ho compreso bene — proruppe il duca. — Andresti in Sicilia a raggiungere la tua Regina? Ma sai tu chi sia la donna alla quale, come dici, ti lega un giuramento? Sai tu che lei, lei soltanto è la causa di tanta strage e di tanta rovina? Sai tu che ha fatto versare torrenti di sangue, che si è macchiata dei più orrendi delitti, che il suo nome è esecrato e maledettoda tutta Europa? Sai tu che la ferocia di quella donna infernale non ha risparmiato nè la grazia e la fralezza femminile facendo condannare al capo Luigia Sanfelice, nè l’ingegno e la dottrina facendo decapitare Cirillo e Mario Pagano; sai che lasciò morire sul patibolo un fanciullo Emanuele de Deo; che in Rossi, Conforti, Ciaia, Vincenzo Russo, Scoti, Logoteta, uccise la poesia, la storia, la politica; che disonorò per mezzo della sua turpe amica Emma Lyonna, lord Nelson, costringendolo a tradire i patti della capitolazione e ad impiccare Francesco Caracciolo? E a una tal femmina, a un tal mostro hai tu dato la tua parola d’onore, tu duca di Fagnano, tu che anche reputandoti un povero trovatello hai combattuto come un cavaliere?

— Ho giurato, padre mio! — rispose Riccardo con voce calma e fredda.

— Hai giurato, dunque, di divenire l’istrumento delle infamie di quella infernale creatura, di lasciarti travolgere nell’abisso de’ suoi delitti, tu, il cui animo generoso si ribellava al pensiero di arrecar danno alla figlia di colui che la natura mi diede per fratello e che fu il mio Giuda! No, no, non sarà mai! Non ti ho ritrovato per darti a quella femmina nefanda: non ti ho ritrovato per saperti l’istrumento di una sozza creatura! Meglio, meglio se ti sapessi con le armi in pugno contro di me, tuo padre, che imbragato negli intrighi di lei a danno di un povero popolo per lunghi anni corrotto da’ suoi vizi, smunto dalla sua ingordigia, svenato dai suoi carnefici.

— Ho giurato! — ripetè il giovane, scuro in viso, con accento d’inflessibile risoluzione.

— Ebbene sì, hai giurato... Voglio ammettere che per un cieco sentimento d’onore ti senta legato dal tuo giuramento. Ma chi eri tu quando giurasti? Un povero soldato di ventura, senza nome, misero, oscuro, perseguitato dalla legge, colpevole di un delitto di Stato che si espia con la morte. Ora tu sei figlio del duca di Fagnano, erede del suo nome, destinato a far rigermogliare l’albero di una delle più antiche e nobili famiglie del Regno. Può il duca di Fagnano tener conto del giuramento prestato dal capitano Riccardo, condottiero d’una banda di ribelli?

Parve al vecchio che un tale argomento fosse inconfutabile; il volto era tornato a sfavillargli di gioia, e accostatosi al giovane, con paterna bonomia tra l’imbronciato e il carezzevole gli mise la mano sul capo.

Il giovane si sottrasse a quella carezza continuando nel contegno severo e triste.

— Ho inteso dire — rispose poi con un amaro sorriso — che voi altri repubblicani perseguitate a morte certi frati che si dicono gesuiti, che fanno professione d’ipocrisia, e che fanno delle restrizioni mentali e degli arzigogoli curialeschi un istrumento della loro politica. Io nell’ascoltarvi testè mi domandavo se era un gesuita che voleva far di me un fedifrago, di me vissuto finora all’aperto sui monti con la carabina in pugno e il coltello al fianco, pronto a mostrare il petto al nemico e col petto il cuore franco e leale. Se son da un’ora duca di Fagnano, sono da trent’anni l’uomo che deve tutto a sè stesso, e pel quale il suo onore, la sua fede valgono ben più di una duchea.

— È vero, è vero! — mormorò il duca colpito al cuore da quelle parole. — Ma fu la fatalità che fece di te un abbandonato e che ti travolse nel turbine di questa orribile guerra.

Poi, comprendendo che il suo linguaggio era stato troppo aspro, e che lui infine non poteva avere sull’animo di quel giovane, che poco innanzi vedeva in esso il suo giudice, autorità di padre; che anzi parlandogli in nome del suo grado e della sua nascita vieppiù ne acuiva il rancore, riprese:

— Perdonami, perdonami se parlai a te di cose che non puoi comprendere; perdonami se volli infrangere le tue illusioni. Non sai che in quest’ora l’anima mia è corsa a ritroso di trent’anni, e il mio amore per te è divampato come se per trent’anni lo avessi portato nel cuore! Rinuncia al tuo progetto: ho troppo, troppo sofferto: fui troppo troppo solo dal giorno in cui lasciai questi luoghi. Quella donna... no no, non la oltraggerò più oltre per non ridestare il tuo corruccio... quella donna, quella regina, troverà altri servi, altri devoti. I cuori dei potenti dimenticano, e già ti avrà dimenticato. È tuo padre che ti supplica, è tua madre... tua madre intendi? che sa quanto io ho sofferto, che ti prega con me. Rinuncia al tuo progetto. Cosa farei io qui solo, solo, mentre da un’ora mi vo’ immergendo nel dolce sogno di vederti in alto, in alto col nome, col grado, col lustro che ti spettano?...

Anche gli occhi del giovane eran velati di lagrime, pure si teneva immobile, e, come chiaro appariva, incrollabile nella sua risoluzione.

— Padre mio — disse infine — il destino ha tracciatoa ciascuno di noi la sua via. Troppo tardi ci ha ricongiunti e ci ha ricongiunti per infierire vieppiù su voi, per infierire vieppiù su me. È inutile ostinarci a mutarlo. Voi... sì, lasciate che vel dica... voi non riconoscereste in me vostro figlio se io, lusingato da un avvenire di onori, di grandezza, mi lasciassi indurre a spergiurare. Il vostro, io lo comprendo, è stato un bel sogno, ma fa duopo rinunciarvi: così vuole il mio ed il vostro destino.

— Ebbene — gridò il duca esasperato, nascondendo con la collera il suo dolore nel dover riconoscere che ben giusta e movente da un alto principio di dignità era la inflessibile risoluzione del figliuolo — ebbene, io ti impedirò di compiere il tuo disegno. Sono io qui il giudice supremo: ti farò ricondurre in carcere, duplicherò, triplicherò le guardie, e finchè non ti piegherai al mio volere ti terrò prigioniero come il più vile dei malfattori.

— Fate, signor duca — rispose freddamente Riccardo inchinandosi dinanzi al suo giudice.

Il duca di Fagnano si diresse verso la porta: ivi giunto sostò e con le labbra tremanti, con gli occhi supplichevoli si rivolse al figliuolo. Il giovane non pareva punto esitante o commosso. Con le braccia conserte, il contegno severo e tranquillo aspettava.

Il duca comprese che sarebbe stato inutile lo insistere. Con un impeto di sdegno aprì la porta e gridò:

— Il sergente di guardia!

Il vecchio sergente si fece innanzi e si piantò, e dietro a lui si tenevano immobili alcuni soldati armati di fucili.

— Riconducete il prigioniero nel suo carcere — ordinò il duca con voce d’ira e d’angoscia.

Riccardo fece un passo innanzi, ma retrocedette allorchè vide che il sergente si apprestava a mettergli i ferri.

— Il capitano, mio camerata — disse il sergente — mi ha inflitto dieci giorni di carcere duro per aver trasgredito alla consegna. Bisogna dunque rassegnarsi... Posso solo permettere di non stringere troppo forte...

Il duca, pallido, sconvolto, si era appoggiato alla parete e pareva stesse per venir meno. Quando vide che Riccardo, dissimulando il suo turbamento porgeva i polsi ai ferri gridò:

— Dite al vostro capitano che ho ordinato io che il prigioniero fosse ricondotto libero e sciolto alla sua carcere.

Il sergente guardò il duca come intontito.

— Quando l’ordina lei — disse poi — posso anche chiedere che mi sia tolta la punizione che avevo meritato.

E voltosi al giovane:

— Andiamo dunque... e vi giuro che la promessa sarà mantenuta. Sceglierò io dodici buoni tiratori...

Il giovane mosse fra i soldati per andar via; in questo gli occhi del padre e del figlio s’incontrarono, ma il giovane si contenne e passò oltre.

Quando il vecchio duca fu solo, cadde di peso su una sedia e nascondendosi la testa fra le mani:

— Dio mio, Dio mio, — gemette — non ti erano bastati tanti anni di esilio, di solitudine, di dolore; non ti era bastata tutta una vita di strazî e di tormenti!...


Back to IndexNext