V.

V.

In quell’ora stessa Riccardo, seduto sull’impalcato della prigione, non avendo potuto prender sonno, con la testa fra le mani, era immerso ne’ suoi pensieri.

Era vero dunque, era vero? Lui il figlio legittimo del duca di Fagnano, lui che per tanti anni si era tenuto ed era stato tenuto in conto di un diseredato della fortuna, l’unico rampollo di una famiglia che si era usi a considerare come la più potente dopo quella del Re? E quei trenta anni di stenti, di miseria, di vergogna, di umiliazioni, e quei trenta anni nei quali aveva creduto che non avesse diritto neanche all’aria che respirava, neanche all’acqua che gli offriva la fonte! Quante volte i guardiani delle sue terre lo avevano scacciato dai boschi, dai suoi boschi, in cui tendeva insidie agli uccelli! Quante volte lui, magro, sparuto, lacero nelle vesti, aveva invidiato la sorte del più umile servo di quel castello! Ed era lui il padrone, lui il signore legittimo!

Legittimo? E qui un dubbio gli strinse il cuore.

Se, pure essendo il figlio naturale del duca di Fagnano, questi lo avesse proclamato legittimo solo per arrecare un danno al fratello, e quindi a quella creatura che nella sua vita fortunosa era stata l’unica sua religione? Chi, che cosa comprovava la sua legittimità? Però ben comprendeva che era nel suo diritto il duca a proclamarlo erede, come era nel suo diritto di dichiararlo per figliuol suo agli occhi del mondo. Ma che sarebbe avvenuto di Alma se con un atto pubblico il padre fosse dichiarato un usurpatore dei titoli e dei beni del fratello? Quale abisso immensurabile una tale dichiarazione non avrebbe scavato tra lui e lei? Ed egli, che esser ne doveva la rovina, egli che l’avrebbe scacciata dal castello, che le avrebbe strappato il titolo, che l’avrebbe condannata a vivere non più come un’amica ma come una serva della Regina, egli l’aveva adorata, l’adorava come la sola e pura divinità della sua vita!

Questo, questo sarebbe stato l’effetto di un legale riconoscimento de’ suoi diritti. La sua vita, che aveva già a sè dinanzi tracciata una via, quantunque incerto fosse ove avrebbe potuto condurlo, sarebbe stata distrutta a mezzo del cammino! Quel che aveva ottenuto, la fama, sia pure non del tutto limpida, che aveva conquistato in quella guerra; le sue speranze, le sue ambizioni, quel che l’avvenire gl’imprometteva, dovuto tutto tutto al suo valore, alla sua fortuna, sarebbe stato troncato così di un tratto; e quando già in lui la giovinezza era per tramontare, avrebbe dovuto imprendere un nuovo cammino, rifarsi una personalità nuova, della quale, qualunque fosse, nonavrebbe avuto merito alcuno. Che sarebbe divenuto lui, il famoso guerrigliero, lui, il campione della regale legittimità, lui che al par del più umile de’ suoi compagni vantar poteva i meriti stessi od esser reo delle stesse colpe, se lo si riconosceva per figlio legittimo di un rivoluzionario, di un amico, anzi di un complice di coloro che avevano decapitato il re Luigi XVI, che avevano decapitato Maria Antonietta?

Maria Antonietta! La sorella cioè di Colei che poteva dire la sua amante; della donna che scendendo dal trono regale gli si era data senza chiedere chi ei fosse, donde lui venisse; della Regina figlia d’imperatori che lo aveva fatto giurare di accorrere in di lei aiuto! Poteva egli apportare tanta rovina a coloro che amava, ad Alma, sua religione, suo culto, suo pensiero costante; alla Regina alla quale se non dall’amore, era legato dalla riconoscenza? Poteva, essendo mostruoso, se accettasse di essere riconosciuto per figlio legittimo dal Commissario civile, continuare a combattere contro suo padre, volgere le armi contro i suoi compagni di tante lotte, di tanti pericoli?

Ed anche accettando l’offerta di suo padre che gli avrebbe ottenuto un grado negli eserciti dell’Imperatore, che si sarebbe detto di lui? Di quali calunnie non l’avrebbero fatto segno! Come infamato sarebbe stato il suo nome! Egli già in quella guerra, di briganti per alcuni, di campioni della patria indipendenza per altri, aveva mantenuto integra la sua fama, non solo di valoroso fra i valorosi, ma anche di onesto uomo, pur nonessendo che un povero trovatello: poteva per un titolo, poteva per conseguire un alto grado sociale macchiarsi di una infamia, chè infamia reputava l’abbandonar gli antichi compagni e il venir meno alla fede giurata alla Regina?

Come sarebbe uscito da tal ginepraio?

E pensava anche con uno stringimento di cuore a suo padre, a quel vecchio che gli aveva parlato così umile e supplichevole; che dopo trent’anni ritrovando lui, suo figlio, aveva per poco creduto che Dio avesse avuto pietà del suo dolore. Quantunque non sapesse che in confuso gli avvenimenti che avevan costretto suo padre a fuggire in Francia, pure intuiva che ben misera era stata la vita che in Francia aveva vissuta quel perseguitato dagli uomini e dalla fortuna. Certo il suo cuore non poteva ridestarsi di botto all’amor filiale: quel vecchio che si diceva suo padre era pur sempre un estraneo per lui; non per tanto comprendeva pur troppo che se la gioia nel ritrovar suo figlio era stata grande, ben crudele esser ne doveva il dolore se avesse dovuto distaccarsene di nuovo onde ei seguisse la sua sorte. Comprendeva quale tormento era per suo padre il saperlo prigioniero, quale preoccupazione nel saperlo inflessibile nel suo dovere e nella fede giurata, e pensava a lui con uno stringimento di cuore, certo che in quell’ora istessa anche nell’anima di quel vecchio turbinavano mille angosciosi sentimenti.

E un altro pensiero, pio, gentile, malinconico, a poco a poco si era fatto strada nel cuore di Riccardo. Se suo padre, mentre lui cresceva solitarioe abbandonato, era da lui lontano, la povera creatura morta nel darlo alla luce giaceva a lui vicino in una fossa della chiesetta parrocchiale. Quante volte era entrato in quella chiesa, quante volte si era inginocchiato sulla lapide di quella fossa! E sua madre era là, sotto i suoi ginocchi, mentre egli credeva ancor viva e forse felice e spensierata; sua madre era là, da lui uccisa sul nascere, e uccisa dai dolori che le aveva dato l’amore, del quale egli era l’unico frutto! E perchè Carmine non gliel’aveva detto? perchè non gli aveva additato quella tomba su cui avrebbe potuto pregare, a cui avrebbe potuto chieder conforto e consiglio nelle ardue vicende della sua vita? Ah, se anche per poco avesse potuto riacquistare la libertà, sia pure per un solo istante, sarebbe andato a pregare sulla tomba di sua madre per chiederle perdono se nelle tristezze della sua vita aveva pensato a lei con un sentimento di disdegno; avrebbe, curvo sulla fossa, teso l’orecchio per sentir la sua voce che gli avrebbe additato la via da seguire.

Perocchè non era la morte che aspettava ormai, ben comprendendo che suo padre lo avrebbe salvato: la morte lo assolverebbe di ogni suo dovere, la morte sarebbe stata una fine degna della sua vita fortunosa. Nei giorni in cui aveva vissuto aspettando di esser condotto all’estremo supplizzio, con animo tranquillo aveva fatto il conto con se stesso, e un tal conto gli diceva che non aveva vissuto indarno. Poteva considerar la sua vita come una lunga via interrotta da un abisso, nel quale era precipitato: di là vi eran forse la fortuna, l’amore,un alto grado, la gloria; ma poichè tale era stato il suo destino, sprofondava tranquillo nell’abisso, pago di poter dire a sè stesso di aver vissuto nel piacere, nella fama con tutta l’energia della sua giovinezza. Era stato amato da una Regina, e aveva amato un fantasima; dall’umile gleba in cui aveva razzolato fanciullo era assurto fino al piè di un trono; abbandonato e derelitto; una Regina lo aveva richiesto d’aiuto, una Regina doveva a lui la salvezza e lo aveva eletto a suo confidente.

Aveva dunque vissuto, poteva dunque morire, poichè era questo il suo destino. Non era colpa sua se a mezzo il cammino si era profondo spalancato l’abisso.

Ma ora che la morte era stornata dal suo capo, la vita aveva per lui delle atroci preoccupazioni, e se fin allora era stata una via dritta, da quel giorno gli si presentava come un bivio disseminato di spine. Abbandonare quel vecchio per continuar a compiere quel che diceva il suo dovere, o tradire di dover suo per accettare un nome, un titolo, una ricchezza? È vero che non aveva esitato, che l’anima sua onesta e leale non si era lasciata vincere; ma pensando a quel vecchio che gli aveva aperto le braccia chiamandolo figlio, incominciava a sentire un sordo dolore. Pure bisognava risolversi: quella prigionia non sarebbe finita che dopo una sua decisione. Quale, esser doveva? Comprendeva inoltre che il padre, venuto per la repressione di quella guerra, non avrebbe potuto dar la libertà a lui che seguir voleva le sorti dei Borboni.

Una evasione, solo una evasione avrebbe potuto risolvere un tal viluppo. Egli sarebbe andato lontano egli avrebbe mantenuto la sua promessa raggiungendo in Sicilia la Regina, rinunciando al suo titolo, al suo diritto, per seguir la via che il destino gli aveva tracciato per non tradire la fede che avea giurato. È vero che suo padre ne sarebbe morto dal dolore; è vero che egli avrebbe sacrificato tutto il magnifico avvenire che gli balenava dinanzi; però avrebbe compiuto il suo dovere, avrebbe mantenuto la sua fede! Ma come, come evadere da quella prigione, le cui mura eran così massicce, che era custodita da un battaglione di soldati?

Mentre Riccardo era in questi pensieri, nella stanza attigua in cui si apriva la porta della prigione, il sergente de Chantal, dopo aver tirato a sè la porta della stanza in cui dormivano i soldati di guardia, si era fatto a quella che dava nello stambugio e picchiava con le nocche delle dita.

La porta si aprì e sulla soglia apparve Vittoria.

— Zitto — disse — il nonno si è addormentato proprio adesso. Senti come russa!

Infatti veniva dallo stambugio un russar sonoro che pareva un brontolio di tuono.

Il sergentino richiuse pian piano la porta, con mano tremante dall’orgasmo, poi prese fra le braccia la giovane donna che non oppose alcuna resistenza.

— Finalmente, finalmente siamo soli, siamo liberi fino a domani! — disse il sergente.

Una lucernetta spandeva un fioco chiarore per la stanza. Vittoria si lasciava stringere, mentrei suoi occhi si fissavano sulla porticina della prigione.

Sciogliendosi dolcemente dalle braccia del giovane lo respinse dicendogli:

— Discorriamo un po’.... Bisogna intenderci prima!

— Intenderci?

— Ma sì, intenderci. Io non sono una ragazza come le tante altre che hai ingannate...

— Non ho ingannato mai nessuno! — rispose lui impaziente.

E poichè si era di nuovo stretto a lei, ella lo respinse dicendogli:

— Discorriamo un poco. Ecco, io voglio che tu mi ubbidisca in tutto. Poi, quando avrai appagato la mia curiosità, quando mi avrai dato prova che sai contenerti per non farmi dispiacere, io... io sarò più buona.... te lo prometto.

— Tu non mi ami! — disse lui con voce piagnucolosa.

— Non ti amo? E sarei qui mentre il mio povero nonno dorme tranquillo e sicuro? Ma sono una ragazza bizzarra, te lo confesso: voglio tutto ciò che colui che mi ama non vuole e.... viceversa.

— Ma sai — esclamò il sergentino un po’ seccato — che ora che ti ho qui con me non mi sfuggirai, non ti sottrarrai, come facesti finora? Sai che dovrai cedere o con la dolcezza o con la violenza? Non si rischia la libertà, il grado, forse la vita, così per nulla....

— Tu dunque hai rischiato molto? Pel prigioniero, non è vero?

— Se si sapesse che ho introdotto qui, mentre i soldati dormono ubbriachi, una donna, il Consiglio di guerra mi condannerebbe a morte!

— Per così poco?

— Come per così poco? Colui che è chiuso in quella prigione è uno dei più famosi capibanda.

— Ma se è chiuso!

— È chiuso, è vero, ma ne ho le chiavi.

— Ah già, me lo dicesti, le hai tu. Debbono essere ben grosse, per un prigioniero così importante!

— Ma perchè perdiamo il tempo in vane chiacchiere? Ah, se tu mi amassi come io ti amo! Non vedi come fremo?.... Guardami negli occhi... non vi leggi tutta la fiamma della passione mia?

— Mostramele — disse lei, schermendosi dalle di lui carezze.

— Che cosa?

— Le chiavi, voglio vederle. È un capriccio, lo so; te l’ho detto che ho dei capricci.... Debbono essere ben curiose le chiavi di una prigione.... Non ne ho viste mai.... Mostratemele....

— Non fare la sciocca, via! Potrebbe svegliarsi tuo nonno.

— No, no, no! — disse lei facendo la bambina — Ho detto che le voglio e le voglio.... Se così mi ubbidisci in tutto! Ti prometto che non mi verrà punto il desiderio di vederlo il tuo prigioniero.

— Non ci mancherebbe altro!

— Ecco, voglio essere io per pochi minuti la custode di un capobanda così celebre... che fucileranno, non è vero?

— Sicuro, domani.

— Dove sono dunque le chiavi? Le hai adosso?

Nello schermirsi e nel resistergli le vesti le si erano scomposte, il seno a metà denudato aveva nivei bagliori. Il sergente, rosso in viso per l’orgasmo, era come ubbriaco di desiderio.

— Via finiamola! — disse con voce soffocata — Le chiavi sono là in quell’armadietto.

E in ciò dire additava un armadio presso al muro.

Ella si alzò d’un subito, corse all’armadio, lo aprì e vi frugò dentro.

— Ma lascia stare — diceva lui che l’aveva raggiunta.

E poichè ella non gli badava, la prese per le spalle e tentò di riversarla sul pavimento.

— Lasciami e va via — rispose lei, liberandosi con una robusta scrollata delle spalle e impadronendosi delle chiavi.

— Va via? — esclamò il sergente scoppiando a ridere — Andiamo, non farmi montare in collera. Lascia quelle chiavi e sii buona....

Ella di un tratto si avventò sul giovane, lo prese per la gola ed atterrandolo.

— Non una parola, non un grido! — gli disse con voce soffocata mentre brandiva su lui un affilato pugnale.

In questo la porticina si spalancò: Pietro il Toro irruppe sul giacente che aveva gli occhi sbarrati e non potendo profferir parola si dibatteva per svincolarsi dalle mani di lei che lo tenevano inchiodato sul pavimento.

— Lascialo a me... Or ora te lo riduco come un salame.

Ella si alzò mentre Pietro metteva un panno sulla bocca del sergente per soffocare la voce.

— Presto, la corda... legagli dietro la nuca il bavaglio.... Così... So un nodo che m’insegnò il Marinaio....

Il sergente giaceva senza moto, con metà del viso nascosto dal bavaglio.

Ella aveva messo una delle chiavi nella toppa della prigione, ma per l’orgasmo non riusciva a farla girare.

— È inutile... non so... Vieni, vieni tu! Presto, chè sento del rumore.

Pietro il Toro che aveva finito di legare il sergente, balzò presso di lei, le tolse le chiavi e si diede a girarle e a rigirarle.

— Maledizione, resta solo il catenaccio — disse, mentre scuoteva poderosamente la porticina.

Ella, pur non perdendo di vista il sergente, che aveva le mani e i piedi avvinti e che attraverso il bavaglio faceva udire un rantolo sordo, diceva:

— Il rumor si avvicina.... Non m’inganno io...

— Sono i soldati che russano — rispose Pietro continuando a trarre a sè la porta.

— No, no, il rumore è di là, viene dal castello... Non abbiamo che pochi istanti.

— Ebbene, per Gesù Cristo, bisogna che il catenaccio venga via.

Mise le ferree dita nel vuoto tra il catenaccio e lo incavo della porta, e con uno sforzo di tutto il suo corpo si diede a tirarlo a sè: il catenaccio resistette, ma gli anelli scricchiolarono e il ferro si contorse.

— Un altro sforzo — diceva lei con voce sorda — animo, Pietro, un altro sforzo!

— Dovessi spezzarmi le braccia, dovessi spezzarmi le dita!

Conficcò di nuovo le dita sanguinanti nella commessura, puntellò i piedi nella porta, e con i grossi occhi fuori dell’orbita stringendo le mascelle, col viso contraffatto per lo sforzo e per la rabbia dell’impotenza, si diede di nuovo a trarre a sè gli anelli.

S’intese uno schianto: la porticina s’aperse e Pietro il Toro andò ruzzoloni.

Allo schianto, al rumore della porta che si apriva rispose un grido dal di dentro. Capitan Riccardo apparve sull’uscio, confuso, sconvolto.

— Ah — fece Vittoria afferrandolo pel braccio — Vieni, vieni... Sei libero... Presto, fuggiamo!

E lo trascinò verso lo stambugio seguita da Pietro il Toro, che passando pel tavolaccio su cui aveva finto di dormire, raccolse la bisaccia e raggiunse i due suoi amici che eran già fuori sullo spiazzo.

— Corriamo, corriamo — diceva anelando — potremo dirci al sicuro in qualche modo sol quando saremo in fondo al Vallone ove i compagni si raccolgono ogni notte per aspettarci.

Riccardo aveva in confuso capito di dovere a quei due la libertà, ma era stata così rapida, così improvvisa la sua liberazione, che tutto l’accaduto gli pareva un sogno. Fuggivano giù per un dirupo che dai margini dello spiazzo scendeva in una valletta, lasciandosi talvolta sdrucciolare e precipitando coi massi divelti dai loro piedi.

— Ah, gonna maledetta! — urlò Vittoria che si era impigliata in un cespuglio.

Riccardo si fermò a mezzo della discesa. Pietro il Toro già era giunto al basso, ove era stato accolto da alcune ombre.

— Prosegui, prosegui — gridò lei a Riccardo, mentre invano cercava di districarsi dal cespuglio.

— Senza di te, mai, senza di te..

E si diede a risalire per aiutarla.

— Va, va — gridava lei — Se mi colgono tanto meglio. Farò loro perdere del tempo e tu potrai salvarti.

— No — rispose lui che già le era vicino — no, morremo insieme se occorre.

Ella allora prese una risoluzione che pur le ripugnava per un sentimento di pudore onde era stranamente sopraffatta anche in quell’istante supremo. Con l’affilata lama del pugnale si diede a tagliar la gonna che cadde, e da quel viluppo ella uscì col magnifico torso nudo e le anche coperte appena dalle brevi brache contadinesche.

Fu un’apparizione; poi ella spiccò un salto per nascondersi agli occhi di lui che intese dietro alla sua liberatrice il rovinìo delle pietre e del terriccio; onde egli si diede a ridiscendere, sì che in breve si trovò in fondo tra un gruppo di ombre che nel vederlo diedero in una esclamazione di gioia.

— E Vittoria? — chiese lui guardandosi intorno.

— Solo Pietro il Toro ha osato avvicinarsele... per lo stato in cui era... Ad ogni altro di noi sarebbe saltata alla gola.

— Non perdiamoci in chiacchiere — disse Pietro il Toro appressandosi. — Andiamo, andiamo, chè abbiamo già di troppo indugiato. Appena al sicuro nella grotta si penserà al da fare. In quanto a Vittoria essa ci seguirà, ma raccomando a tutti di non cercare di avvicinarsele.

E quelle ombre si misero in cammino per alcuni sentieri che risalivano la valletta e che mettevano capo nei boschi delle alture.

Il sergente intanto che, pur facendo erculei sforzi per liberarsi o almeno per poter sciogliere il bavaglio, aveva assistito rantolando di rabbia alla liberazione del prigioniero, era giunto ad accostarsi alla porta della stanza in cui dormivano i soldati di guardia. Ora gli appariva ben chiaro il piano di quella donna che era forse la famosa Vittoria di cui tanto si discorreva. La passione delusa era rincrudita dalla responsabilità che sarebbe gravata, su lui, quantunque le corde nelle quali era avvinto e il bavaglio che gli turava la bocca potessero scusarlo coi superiori che avrebbero creduto a una sorpresa, onde se la sarebbe cavata con una lieve pena per aver permesso che i suoi soldati si addormissero. Ma bisognava mostrare che egli aveva fatto di tutto per non dar tempo ai fuggitivi di mettersi in salvo, sebbene se fossero ripresi e avessero svelato il come erano penetrati nel corpo di guardia per aprir la prigione, la colpa di lui sarebbe stata riconosciuta gravissima.

In questo intese un rumore di passi nella stanza attigua, ma come di chi camminasse guardingo, i passi si avvicinavano sempre più alla porta che si aperse, e sulla soglia apparve un vecchio in cui il sergente spaventato riconobbe il Commissario civile.

Il quale nel veder dinanzi ai suoi piedi quel soldato legato ed imbavagliato che si contorceva rotolando su se stesso, si fermò con un grido di stupore.

— Ah! — disse poi chinandosi per dare aiuto al soldato — un tentativo di evasione certo!

In ciò dire strappava il bavaglio.

— Aiuto, aiuto, il prigioniero è fuggito! — gridò il sergente.

— Fuggito! — gridò il vecchio — fuggito?!

E vedendo aperta la porta della prigione vi corse e trovandola vuota tornò al sergente che con uno sforzo si era alzato a sedere.

— Come si chiamava il prigioniero che è fuggito? — chiese con voce tremante.

— Era il capo della banda... colui che doveva esser fucilato stamane — rispose il sergente con voce strozzata.

— Ah! — fece il vecchio risollevandosi.

Ma dovette appoggiarsi alla parete per non cadere: era livido in viso e pareva colto da un tremore in tutte le membra.

— Aiuto, aiuto! — gridava il sergente.

Il vecchio si scosse, si chinò su lui, gli mise la mano sulla bocca.

— Taci — gli disse sommessamente. — Io voglio salvarti. Nol potrei se ti udissero. I soldati sono immersi nel sonno, certo perchè ubbriachi. Dunque fosti tu ad ubbriacarli per favorire l’evasione.

— Io no, io no — gemeva il poveretto — glielo giuro, signor Commissario.

— Rispondimi, ma sottovoce, altrimenti sarai tu fucilato in sua vece.

Nella voce del Commissario civile tremava un’angoscia, un’ansia inesplicabili pel sergente. Possibile che gli stesse tanto a cuore la salvezza di lui fino ad imporgli di non svegliare i soldati, di non dar l’avviso della fuga? Pure rinunziò a spiegarsi tale enigma che gli salvava la vita.

— Da quanto tempo son fuggiti? — continuò a chiedere il Commissario, che pareva più timoroso del sergente di esser sorpreso e che si guardava intorno trasalendo ad ogni rumore.

— Da mezz’ora.

— Ed erano?

— In tre. Due, un vecchio ed una donna, penetrarono qui... per quello stambugio la cui porta si apre sulla strada, mi sorpresero e...

— E non fosti tu a dar le chiavi?

— No, le trovarono... la porta fu aperta non con le chiavi... furono strappati gli anelli del catenaccio da quel vecchio con una forza sovrumana...

— Come si chiamava quel vecchio?

— Ne intesi il nome proferito dalla donna. Si chiamava Pietro.

— Pietro il Toro! — gridò il Commissario.

— Sì, sì, Pietro il Toro, un nomignolo che gli sta bene!

Il vecchio era rimasto pensoso ed ansava, come se assai atroce fosse il dolore dell’anima.

— È impossibile — disse poi chinandosi sul sergente — che sieno penetrati qui senza tua intesa. Non m’interrompere... io voglio salvarti, comprendi? Non hai detto che con quel vecchio era anche una donna? Giovane e bella al certo?

— Ahimè, sì — sospirò il sergente.

— Ah! — fece il vecchio come se un lampo di luce ne avesse di un tratto rischiarata la mente. — Indovino... Era quella donna uno dei capibanda più feroci e più valorosi che chiamano Vittoria.

— Dev’esser lei, dev’esser lei! — mormorò il sergente.

— Dunque tu ti facesti sedurre: tu le apristi la porta di strada sperando di fartene un’amante, sedotto dalle sue simulate civetterie. Non è così?

— È così! — rispose il sergente che comprese essere inutile il mentire più oltre.

— Se dunque i fuggitivi saran ripresi, essi denunzieranno la tua complicità e tu sarai fucilato.

— Lei ha detto di volermi salvare!

— Io nulla posso contro le leggi militari. È tuo interesse dunque che non siano ripresi e perciò bisogna dar loro il tempo di porsi in salvo.

— È vero, è vero!

— Io non posso che rimetterti il bavaglio perchè i soldati allo svegliarsi ti trovino come io ti ho trovato.

In così dire prese il bavaglio, si chinò sul sergente che lasciava fare sorpreso, confuso, ma lieto in cuor suo di cavarsela a buon mercato.

— Tu sei stato sorpreso — disse il vecchio risollevandosi — mentre facevi la guardia al prigioniero... Questo dirai, hai inteso?

Il sergente rispose con un cenno della testa. Il Commissario riprese la lucernetta ed uscì a passi lenti, col capo curvo come chi sia colpito da un profondo dolore.

Salì la scala del suo appartamento nel silenzio profondo del castello deserto, chè soldati e familiari eran tutti a dormire; attraversò le stanze e giunse in una cameretta ove si era ridotto, come s’ei fosse un estraneo a quell’ampio edificio che aveva visto i suoi padri in tutta la gloria del fasto e della possanza. Ivi giunto depose su una tavola la lucernetta e cadde a sedere presso il lettuccio.

— Fuggito! — mormorò giungendo le mani con un gesto di disperazione profonda — fuggito per riprendere la vita dello scorridore, fuggito per continuare la sanguinosa guerra che io ho il dovere di reprimere, sia pure facendo scorrere fiumi di sangue!... Il figlio che Dio mi aveva ridato, il figlio che era sorto dalla tomba ove io lo credevo, ove io lo piansi per trent’anni... il figlio che mi apparve di un tratto così bello, così nobile, così fiero! E domani, quando si saprà della sua fuga, dovrò io, io ordinare e disporre che lo si insegua,che vivo o morto sia ricondotto qui; dovrò io, io sguinzagliare contro di lui un manipolo di feroci soldati che dovrò lodare, che dovrò premiare se lo trascineranno in prigione o se me lo condurranno morto su una barella!

E il povero vecchio rimase immobile, con lo sguardo fisso come se vedesse a sè innanzi il corpo del figlio crivellato di ferite. Fece un gesto di orrore, scosse il capo canuto come per scacciare quella orrenda visione e poi riprese con un lamentio nella voce piena di lagrime:

— E che dirà nel suo sepolcro la poveretta che morì con la fede che io sarei tornato, che al figlio suo avrei dato il mio nome, che nel figlio suo avrei accumulato quell’amore che fu troncato dal destino dall’infamia degli uomini? Che dirà nel sepolcro quella poveretta che vedrà il figlio suo perseguitato e forse ucciso dai soldati che ubbidiscono ai miei ordini? Per questo dunque io son tornato nel castello de’ miei padri, per questo ho ripreso il mio nome e i miei titoli, per questo il destino mi diede fra le braccia il figlio mio, per perseguitarlo come un malfattore, per ucciderlo come un delinquente?!

S’interruppe portando le mani al capo: aveva inteso come uno schianto nel cervello, le idee gli si confusero, gli occhi gli si annebbiarono.

— Mio Dio, mio Dio — balbettò — è la morte questa... è la morte!

Ebbe la forza di alzarsi per giungere al laccio di un campanello a capo del letto; lo trasse a sè mentre non reggendosi sulle gambe stramazzava sul pavimento.

Pel silenzio del castello echeggiò lo squillo argentino, poco dopo la porta si aperse ed entrò un valletto che al fioco lume della lucerna vide un corpo riverso.

— Il Commissario — gridò — il Commissario... Morto forse?

Si chinò a guardare il giacente dalle cui labbra semi-aperte usciva un sordo rantolo. Il valletto spaventato uscì correndo dalla stanza. Pel silenzio del castello si udì la sua voce che gridava a soccorso, a cui tenne dietro un gran rumore di accorrenti.

— Il Commissario sta per morire, il Commissario sta per morire!

In breve l’appartamento del Commissario fu pieno degli accorsi, di tutti gli ufficiali cioè che alloggiavano nel castello, i quali erano stati destati a mezzo il sonno. Alcuni di essi presero quel corpo inerte e lo adagiarono sul lettuccio.

— Una congestione cerebrale — disse il medico che era accorso con gli altri. — Sarà un miracolo se con un buon salasso si giungerà a salvarlo.

Febbrilmente si accinse all’opera coadiuvato da alcuni ufficiali. Quando il medico aprì la vena del braccio un rosso e fumante zampillo di sangue ne venne fuori.

Poco dopo il Commissario aprì gli occhi e balbettò alcune parole che non furono comprese.

— Per ora il pericolo è scongiurato — disse il dottore — ma ci è sempre da temere una ricaduta.

Non aveva finito di dire queste parole quando si sentì una voce che gridava:

— Il prigioniero è evaso... il sergente di guardia fu trovato col bavaglio e coi piedi e le mani legati saldamente.

Il giacente parve scuotersi a tal grido: volse gli occhi intorno muovendo le labbra. Gli ufficiali tutti sorpresi si volsero verso la porta ove era apparso il vecchio sergente La Harpe che aveva portato la notizia.

— Evaso? — gridarono gli ufficiali — Possibile? Per la porta, per la finestra di una prigione che ha la porta di ferro e la finestra presso al soffitto! Parla dunque.

— Io so quel che mi ha detto il povero de Chantal: mentre egli faceva la ronda vide spalancarsi la porticina di uno stambugio che dà sulla via e che era ben chiusa, e in un baleno gli furono addosso due omaccioni, uno dei quali lo ridusse all’impotenza, l’altro spezzò gli anelli del catenaccio e poi col prigioniero fuggirono, lasciando de Chantal che faceva vani sforzi per isciogliersi.

— Presto, presto — disse il maggiore — che una compagnia del battaglione insegua i fuggitivi. Se quel brigante ha il tempo di raccogliere intorno a sè i rimasugli della banda sarà un affare serio. A voi, capitano — disse poi rivolgendosi ad un ufficiale — il compito di riportarlo morto o vivo, anzi, meglio morto che vivo.

Il capitano uscì. Il maggiore si fece al letto del Commissario che pareva avesse del tutto riacquistato la coscienza e aveva nello sguardo una espressione di ansia che il maggiore interpretò per dolore e per sdegno della avvenuta evasione.

— Si rassicuri, signor Commissario, il capitano è un vecchio bracco che sa scovare le volpi. Ha ben compreso i miei ordini e non ci sarà più da temere che quel malnato evada un’altra volta. Questo vuol dire voler procedere con le formalità legali. Se jeri invece di ricondurlo in prigione gli avessimo fatto tirare alle spalle due o tre fucilate, lei ora che ha bisogno di star tranquillo per riaversi non sarebbe crucciato da un tale strano avvenimento. Ma il capitano ha ben compreso quel che ho voluto dire con la raccomandazione di ricondurlo o morto o vivo e... darò l’ordine che si trovi pronta una fossa larga e profonda.

Il Commissario agitò le labbra tentando di parlare, ma non potè emettere che un confuso balbettio.

— Comprendo quel che vuol dire — continuò il maggiore. — So bene il luogo ove i superstiti delle bande si raccolgono: è un luogo dettole Grotteche il capitano conosce al par di me...

Certo il giacente dovette fare uno sforzo sovrumano perchè il viso gli s’imporporò, agitò le labbra da prima senza giungere a proferir parola; poi vincendo con ultimo sforzo la paralisi, borbogliò:

— Carmine.

Il maggiore e gli altri due o tre ufficiali che erano rimasti intorno al letto si chinarono sul giacente, che continuò spiccando le parole e con accento imperioso:

— Carmine... un contadino... presso la chiesa... Si svegli e venga qui.

— Che uomo! — esclamò il maggiore voltosi al chirurgo. — Sono tali uomini che fecero la nostra grande Rivoluzione. Certo cotesto Carmine è una sua spia segreta. Può dirsi moribondo e pensa al suo dovere!

— Ma in tal modo si ucciderà di sicuro — proruppe il dottore.

Poi voltosi al giacente:

— Non si affatichi, Eccellenza: ella ha bisogno di riposo. Pensi al grave pericolo che ha corso. Non dubiti che il fuggitivo sarà ripreso e messo in grado di non fuggire più dal luogo in cui sarà chiuso.

Lo sguardo del duca sfavillò di sdegno.

— Presto, Carmine venga qui... Mi lascerete solo con lui. Ubbidite.

Nella voce tremante e smozzicata del vecchio ciera tanta imperiosità che il maggiore fece il saluto militare ed uscì per dare l’ordine che si cercasse il contadino Carmine, che, come aveva detto il Commissario, abitava presso la chiesa del villaggio, e fosse condotto nel castello.

Intanto il chirurgo aveva finito di fasciare il braccio del Commissario il quale certo che i suoi ordini sarebbero stati eseguiti, aveva chiuso gli occhi e si teneva immobile col capo affossato nei cuscini.

Il chirurgo notò che due grosse lacrime gli scendevano giù per le guance.

— Deve soffrire molto — disse sottovoce a uno degli ufficiali. — Potrebbe però pensare ai casi suoi. Se sopraggiunge un altro flusso di sangue è bello e spacciato.

— Il bene della patria anzitutto per questi uomini che decapitarono un re ed una regina! — rispose solennemente l’ufficiale.

Un gran fermento regnava intorno al castello. Il sergente, messo agli arresti, non aveva saputo o non aveva voluto dire altro che mentre faceva la ronda era stato sorpreso ed imbavagliato; solo dell’aver lasciato che i suoi sottoposti, dopo aver bevuto si fossero addormentati si confessava colpevole; pel resto si limitava a dare particolari vaghi. Contemporaneamente con la notizia della fuga del più importante prigioniero si era sparsa quella del male onde era stato colpito il Commissario che alcuni dicevano pressochè moribondo. Era un andare e venire di messi, di spie, un affaccendarsi di soldati e di ufficiali. Ognuno temeva una ripresa della lotta sospesa per la sconfitta delle due bande, sconfitta che aveva lasciato il tempo di mettersi in salvo agli ospiti del castello, fra i quali si teneva per fermo fosse la Regina.

Carmine all’alba di quel giorno dormiva saporitamente. Era andato a letto soddisfatto del dovere compiuto e sicuro che il giorno appresso avrebbe visto il suo Riccardo libero e sciolto accanto a suo padre. La cosa gli pareva così semplice da non averne dubbio alcuno, quantunque in principio si fosse mostrato così esitante. Pur comprendeva che per dare pubblicità al riconoscimento faceva duopo al duca di qualche tempo che avrebbe impiegato a far assolvere il suo figliuolo. Perciò non si era maravigliato punto nel non notare alcuna impressione negli abitanti del castello del grande avvenimento che appena divulgato avrebbe sbalordito tutta la gente di quella contrada.

Ed era andato a letto sicuro che il giorno appresso qualcosa si sarebbe saputa. Che bei sogni aveva fatto! Certo il suo figliuolo d’adozione non lo avrebbe dimenticato e la sua vecchiaia sarebbe trascorsa tranquilla nel benessere... Anche Geltrude sarebbe stata contenta, chè Riccardo non le avrebbe negato quel che ella ambiva, la proprietà assoluta del molino. Eppoi, chissà che l’antico disegno di Pietro il Toro non si sarebbe effettuato, chissà se non era destino che i due fratelli si conciliassero con un buon matrimonio tra Alma e Riccardo! Come era lieto di aver compiuto la missione affidatagli dalla povera morta, assistito dal buon Dio che aveva preservato il giovane Riccardo dai tanti pericoli affrontati nella sua vita avventurosa! Certo era stata la madre che lo aveva protetto, la madre che aveva ricondotto il padre a suo figlio, e lui che era stato l’istrumento del quale si era servita la provvidenza se ne sentiva profondamente commosso!

Non aveva dormito mai così bene; quantunque svegliato a mezzo il sonno dai picchi poderosi allaporta di strada, un lieto pensiero gli balenò alla mente. Lo si voleva al castello perchè ei fosse partecipe della gioia di quei due esseri che egli aveva fatto felici.

— Capperi — disse balzando dal letto per correre ad aprire. — è appena l’alba... non han voluto porre indugio... Già, avran passato la notte a narrarsi vicendevolmente la loro storia.

Aperse tutto lieto in viso e vide a sè dinanzi un caporale dei volteggiatori.

— Che cosa è — disse Carmine — Mi si vuole al castello, non è vero?

— Non siete voi Carmine? — rispose il caporale — Mi han detto che voi solo qui portate un tal nome.

— Sicuro, sono Carmine. È il duca, o meglio, colui che chiamate Sua Eccellenza il Commissario che vi manda?

— Mi manda il mio tenente. Sbrigatevi.

— Aspettate che finisca di vestirmi. Se preferite andare innanzi vi raggiungerò.

— Ho l’ordine di non perdervi di vista... Non ve l’aspettavate una nostra visita a quest’ora! Già avevo preso le mie precauzioni facendo custodire le finestre.

Poi voltosi a due soldati che col fucile al braccio si tenevano sotto le due finestre della casuccia:

— Venite qui voi... Il marrano voleva che andassi innanzi per sgattaiolarsela... Se fossi stato io nei panni del Commissario vi avrei fatto fucilar tutti, tutti, intendete?

Il povero Carmine ascoltava intontito, con la bocca aperta dalla sorpresa.

— Ma... — balbettò poi — non vi manda il Commissario, il signor duca, anche se l’ordine vi futrasmesso dal vostro tenente? A che dunque queste precauzioni? Al primo picchio, quantunque dormissi profondamente, compresi che mi si voleva al castello...

— Perchè vi rimorde la coscienza... perchè sapete quel che è accaduto stanotte.

— Dio mio, che è accaduto? — gridò Carmine sconvolto.

— Animo, via, non fate lo gnorri... Vestitevi ed andiamo.

In così dire seguito dai due soldati spingeva Carmine nella casuccia.

— Dieci minuti per finir di vestirvi... La compagnia è già sotto le armi.

— O Gesù, Gesù! — gemette il pover uomo. — Mi si vuol fucilare forse? E che ho fatto, che ho fatto?

— Io non so se vi si vorrà fucilare adesso o se vi fucileranno poi. In quanto a quel che avete fatto, la vostra aria spaventata mi dice che ben lo sapete, e chi sa non foste voi uno dei due che sopraffecero il povero De Chantal per far fuggire il prigioniero.

— Riccardo fuggito, Riccardo fuggito! — gridò Carmine vieppiù stravolto.

— Dieci minuti per finir di vestirvi, andiamo. La reciterete poi la commedia innanzi al Consiglio di Guerra. E questa volta si andrà per le spicce; il Commissario non metterà degli inciampi come ha fatto finora alle risoluzioni ed ai provvedimenti energici. Già — disse poi, voltosi ai due soldati — sempre così quando cotesti borghesi vogliono imporre le loro leggi a noi militari. Ho inteso io il mio capitano dir cose di fuoco contro i tentennamenti di quel vecchio che essendo della stessa razza di questi briganti mal vedeva che sifucilassero! Ma a quest’ora o è morto o sta per dare l’anima al diavolo!...

— Il signor duca il signor duca malato, morto forse! — esclamò Carmine colpito al cuore dalle parole del caporale.

— La fuga del prigioniero, che lui non volle si fucilasse ieri, lo avrà spaventato per la responsabilità che incombe su lui. Via su, andiamo.

Carmine macchinalmente aveva finito di vestirsi: nel suo povero cervello cozzavano le idee, e innanzi al mistero della fuga di Riccardo e dell’agonia del duca che il giorno innanzi aveva lasciato vegeto e sano la sua mente si smarriva. Tutto il suo sogno dileguava, e una terribile realtà, vieppiù terribile perchè avvolta nel mistero, era rimasta di quel sogno. Non sapeva il duca che il prigioniero era suo figlio? Non li aveva lasciati l’uno di fronte all’altro? Non gli era parso il duca sfavillante di gioia? Che era dunque avvenuto? Perchè Riccardo era fuggito? E che si voleva da lui ora? Forse si era saputo che il fuggitivo aveva vissuto per lunghi anni nella sua casa, che egli lo aveva amato come un figlio, e lo si riteneva complice della evasione? E in questo caso, come aveva detto il caporale, lo avrebbero fucilato?

Col cuore stretto da una orrenda paura, col cervello in tumulto, avendo finito di vestirsi si avviò in mezzo ai soldati verso il castello.

Il duca giaceva supino sul suo letto affannando penosamente: di tanto in tanto apriva gli occhi e li rivolgeva alla porta con una espressione di ansia angosciosa. Due valletti vegliavano a piè del lettuccio, tenendosi muti ed immobili. Di tanto in tanto entrava nella camera il dottore che si appressava al giacente, e dopo averlo osservato si ritraeva scuotendo il capo.

— Che ne dite dottore? — gli chiese il comandante del battaglione che aspettava nella stanza attigua.

— Potrebbe salvarsi se gli si evitassero le emozioni. La fuga del prigioniero è stata la causa precipua del male.

— Ma no, la notizia giunse quando già ne era stato colpito.

— Forse l’avrà saputa prima. È certo che è agitato da un pensiero, che lo fa sussultare ed aprir gli occhi che rivolge alla porta come chi aspetti qualcuno.

— Quel contadino forse che è testè giunto. Non l’ho fatto entrare per chiedere il vostro parere. Non sarebbe meglio risparmiargli una emozione?

— Credo invece sia peggio che il povero Commissario stia con l’animo sospeso. Meglio dunque che entri. Certo si tratta di cosa assai grave. Del resto, finchè il commissario non avrà ripreso intera la coscienza, lei ne fa le veci. A lei dunque tocca di comandare.

— Io non voglio responsabilità — disse il maggiore. — So per esperienza che cotesti borghesi finiscono sempre con aver ragione contro di noi. L’Imperatore e il Luogotenente generale fanno un gran conto di quel vecchio che rese alla Francia ed alla Rivoluzione di grandi servigi. Io dunque darò ordine che cotesto contadino sia condotto qui.

— E io ne avviserò il Commissario.

Ciò detto il dottore entrò nella camera dell’ammalato ed avvicinandosi al letto chinossi su lui.

— Eccellenza — disse — è qui il contadino che ha fatto chiamare.

Il vecchio aprì gli occhi che ebbero una espressione di gioia profonda.

— Che venga, che venga — balbettò.

Parve d’un tratto rianimato tanto che tentò di sollevarsi pur non distogliendo gli occhi dall’uscio, sul quale fra due soldati apparve Carmine con i polsi stretti dai ferri, livido, disfatto, reggendosi appena sulle gambe malferme.

Il giacente a tal vista sembrò richiamasse tutte le sue forze, si sollevò a sedere e stese il braccio, dicendo con voce rotta ma con accento imperioso:

— Si tolgano quei ferri... Comando io qui... Uscite tutti, tutti...

E volse intorno lo sguardo nel quale balenava lo sdegno.

I soldati si affrettarono ad ubbidire: i valletti uscirono, uscirono i soldati. I lineamenti del vecchio si ricomposero, e voltosi a Carmine che era passato dal terrore alla gioia nel vedersi sciolto dai ferri, ma che era pur sempre intontito:

— Chiudi la porta — gli disse, giungendo con uno sforzo a ben profferire le parole.

Carmine chiuse la porta; poi, vinto dalla commozione nel veder lo stato in cui era ridotto il vecchio duca, si avvicinò al lettuccio, e giungendo le mani:

— Dio mio, Eccellenza, Dio mio, cosa è stato?

— Ascolta — disse il vecchio, del quale la dolorosa tensione dell’anima era visibile nei tratti scomposti del viso. — Egli è fuggito. Egli ha preferito... quel che dice il suo dovere a me... Lui non poteva amarmi così d’un tratto... è giusto... come io l’amai solo a vederlo... Lui può fare a meno di un padre... io non posso fare a meno del figlio mio... Perciò muoio...

Parlava lentamente, fermandosi ad ogni frase ed affannando, quasi stentasse a tradurre il pensiero. Pure continuò rantolando, ma riuscendo a proferir bene le parole:

— Se non lo uccideranno, raggiungerà in Sicilia la sua Regina... È lei che me lo toglie, lei... quella donna infernale che ho odiato fin da quando mise il piede in questo Regno... Gli perdono e lo benedico... se il destino lo vuole salvo dai soldati che lo inseguono, e tu lo rivedrai, digli che l’ho perdonato e l’ho benedetto nel punto... di morire.

Il vecchio Carmine che da un’ora subiva tante e sì diverse emozioni, aveva gli occhi gonfi di lagrime, nè trovava parole per confortare il morente.

Il quale riprese:

— Ella ti diede una lettera per me che tu per trent’anni custodisti fedelmente: io ti do una lettera per lui; la Provvidenza ti assisterà anche in questo. Dammi quel calamaio e quella carta.

Carmine corse allo scrittoio e portò al duca l’occorrente per scrivere. Il duca con mano tremante scrisse alcune parole, firmò, poi porgendo la carta a Carmine:

— È il mio testamento... che gli darai con la lettera di lei che è qui... sul mio petto... E gli dirai che lo bene...

Non compì la parola e ricadde sul letto, livido e rantolante.

Carmine smarrito, tremante, trasse dal petto del vecchio la lettera che il giorno innanzi gli aveva dato, la nascose, con la carta che il duca aveva scritto; poi si chinò sul giacente, e poichè il rantolo era cessato, gli sollevò le palpebre.

Gli occhi eran vitrei, senza sguardo, iniettati di sangue.

— Dio mio! — gridò atterrito. — Dio mio!

E si precipitò fuori la camera gridando al soccorso.


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