Quella sera si separarono amareggiati,irritati; si strinsero la mano convulsamente. E nelle lunghe ore d'una notte insonne, la Contessa si tormentò con pensieri sconfortanti:
«Dunque non l'amava, non l'aveva amata mai dacchè se ne andava così, senza rivederla, come un estraneo. Era venuto dopo di lei. Non aveva scritture che lo chiamassero altrove. Se ne andava per andarsene; perchè ne aveva assai, di Recoaro. La sua presenza non contava per nulla, non aveva influenza per trattenerlo. O Dio! E lei che s'era montata la testa!...»
La mattina si alzò dal letto scoraggiata, disillusa, ma calma come una donna ragionevole. Le faceva male di rinunciare a quell'ultima illusione. Era l'ultima. Aveva già creduto di non poter averne più. Poi sul suo orizzonte grigio di madre, di vedova, era apparsa quell'ultima strisciarosea di crepuscolo, quell'ultimo bagliore di luce, quell'ultimo saluto di sole.
S'era sentita ravvivare la fantasia, riscaldare il cuore. Ed ora bisognava rinunciarvi, ritornare al grigio, ritornare alla solitudine fredda, e alla sua età era per sempre!
Voleva pensare ad altro. A' suoi figli; ad Alfredo che aveva bisogno dei bagni di mare: ed al suo villino sul lago di Como a cui si dovevano fare delle riparazioni importanti e costose. Come tutrice de' suoi figli, queste dovevano essere le sue cure. Ed intanto le tornavano insistenti al pensiero due versi d'una romanza moderna che aveva cantata tutto l'inverno senza badarci.
La vita è solitudineSenz'amor, senza sogni e senza Dei.
La vita è solitudine
Senz'amor, senza sogni e senza Dei.
Si vestì coll'abito da mattina tuttobianco, che la faceva svelta e sottile. Poi andò al balcone irritata dalla penombra grigia che l'avvolgeva, assetata di luce, assetata d'azzurro, e spalancò le gelosie con un impeto nervoso, mormorando sempre
La vita è solitudineSenz'amor, senza sogni e senza Dei.
La vita è solitudine
Senz'amor, senza sogni e senza Dei.
Ma rimase là, colle braccia alzate, colla frase interrotta, paralizzata, immobile, bianca sul fondo scuro del balcone aperto, come una statua in una nicchia. Aveva ritrovata la poesia rimpianta, aveva ritrovato il suo amore, il suo sogno, la sua fede.
Giù nella via, appoggiato al muro di contro al balcone, aveva veduto Fausto, colla faccia alzata verso di lei, che l'aveva aspettata, che la guardava fissa co' suoi grandi occhi innamorati.
Quella dichiarazione tanto aspettata, tanto invocata, che nessuna parola aveva potuto esprimere, che nessuna dimostrazione era valsa ad affermare, ora era detta, chiara, appassionata, irrevocabile. In quel momento ogni dubbio scomparve. Tutta la storia del loro cuore si rivelava in quello sguardo muto. Non si salutarono. Anche il saluto è una convenzione e loro erano fuori di tutte le convenzioni, di tutte le regole. Tra un grande artista e una gran dama, quell'amore dal balcone alla maniera degli studenti, per non essere ridicolo doveva essere solenne e grande come una vera passione.
Da parte di Fausto era un atto disperato.
Irritato con sè stesso di non poter dire quello che aveva nel cuore, irritato colla Contessa che non voleva comprenderlo, irritato più che mai con tutti iterzi e con tutte le soggezioni che si frapponevano tra loro, in un momento di dispetto si era lasciato sfuggire quella parola: «Parto domani.» Non era un proposito, non ci aveva pensato, non aveva risoluto nulla. Ma omai l'aveva detto, e doveva partire per non suscitare commenti pettegoli. E tuttavia non voleva partire con quella spina nel cuore; non poteva tollerare quell'incertezza.
Un momento gli era venuta l'idea di scrivere alla Contessa; ma quando era stato lì per scrivere l'indirizzo di quella signora, di cui non conosceva neppur il nome, aveva esitato.
E se non l'avesse amato? Se fosse stata un'illusione la sua, e lei dovesse ridere di lui e della sua lettera? Se realmente non avesse creduto all'amore come diceva? E ad ogni modo, qualunque emozione le avesse suscitata nell'animoquella confessione scritta, se s'era proposta serbare il suo segreto, la lettera non avrebbe giovato a strapparglielo. E due ore dopo, Fausto l'avrebbe riveduta col solito sorriso sulle labbra, e se c'era stata una tempesta, non ne avrebbe saputo nulla. Ed egli voleva saperlo, voleva sorprenderla quella tempesta che rispondeva in un altro cuore alla tempesta del suo.
Quando mi vedrà, all'alba, fermo in istrada a contemplare la sua finestra, come un innamorato da romanzo, come un pazzo, non potrà pigliarlo per un complimento. Dovrà comprendere che l'amo, e confessare che lo comprende.
E la Contessa non esitò a confessarlo. Rimase affascinata, col cuore palpitante, cogli occhi fissi negli occhi di lui, bevendo a larghi sorsi la felicità, in quel lungo silenzio d'amore. Rimase senzamisurare il tempo, senza contare le ore. Dopo la luce rosea dell'alba, venne un soffione che le ardeva il capo, che la avvolgeva tutta in un'aureola d'oro, che le infiammava il volto, che strappava raggi e scintille da' suoi cappelli biondi. E Fausto dimenticava il tempo, la strada, la gente, non vedeva che lei in quella gloria di luce e d'amore.
E quando dovettero ritirarsi, riportarono nel cuore la gioia intensa dalla passione corrisposta. Non diffidavano più: erano certi l'uno dell'altra. La società abusa di tutto, toglie il valore ad ogni cosa. Le più calde proteste sono complimenti; una stretta di mano forte, lunga, amorosa, è un saluto; le assiduità più insistenti, sono cortesie. Ma quella corrispondenza muta di due sguardi, l'eloquente poesia di quel silenzio, non era registrata fra gli atti regolari della vita,non si poteva giustificare con un nome profano.
Era il linguaggio della passione.
Più tardi, quando s'incontrarono alla fonte, la Contessa non era più timida e peritante; colla sicurezza della felicità, si lasciò dietro un tratto la sua inevitabile tutela, e, per la prima volta, lei e Fausto, si trovarono liberi di parlarsi senza testimoni. Ma si erano detto tutto in quel lungo silenzio d'amore, si sentivano d'accordo. Si strinsero la mano; poi Fausto le offerse il braccio, e si avviarono lentamente inebbriati e felici, appoggiati l'una all'altro, come dovevano esserlo per tutta la vita.
— Cosa volete? È una necessità... disse il signor Cantinelli avviandosi verso l'uscio, con un sorriso un po' forzato, sul viso giallastro. Il Signore m'ha tolta troppo presto la vostra povera mamma... Cosa fare? Cosa fare?
Le due ragazze erano sedute una in faccia all'altra, nel vano della finestra, ai due lati d'un gran telaio sul quale era stesa una stoffa di seta bianca, destinata a diventare, quando il ricamo fosse finito, uno stendardo da portare in processione per la festa della Madonna del rosario.
Non alzarono gli occhi dal lavoro, e non risposero.
Il signor Cantinelli stette un momento esitante tra il parlare ancora e l'andarsene. Aveva detto quanto doveva dire; la nuova ufficiale del suo secondo matrimonio. Ma quel silenzio, quella freddezza delle sue figliole, lo lasciavano scontento. Era buono; avrebbe voluto vedere tutti soddisfatti. E d'altra parte, non poteva nè voleva rinunciare alle seconde nozze. Cercò di strappare una parola d'approvazione alle ragazze dicendo:
— Il Signore ha stabilito così, e sia fatta la sua volontà, nevvero figliuole?
— Tu sai quel che fai babbo... rispose la Bianca in fretta, senza guardarlo.
La Paola non rispose affatto.
Allora il signor Cantinelli insinuò lasua persona piccola, ossuta e magra, traverso l'uscio socchiuso, e, sempre con quel risolino compunto sul largo viso incorniciato dai capelli e dalle basette biondiccie, richiuse l'uscio pian piano, e senza rumore.
Quando fu scomparso, le ragazze affrettarono i punti al ricamo, vergognose di quell'idea che stava fra loro, sentendosi offese nel loro pudore delicato di giovinette, e non osando parlarne.
— Dammi il filo d'oro, disse dopo un tratto la Bianca, questo contorno deve riuscire bellissimo.
E guardava attentamente il ricamo, come se da un pezzo non avesse pensato ad altro, ed il discorso di suo padre non l'avesse menomamente distratta da quel pensiero.
— Il filo d'oro è nell'armadio, della nostra camera, rispose la Paola.
Poi, tirando l'ago in fretta e senza guardare sua sorella soggiunse:
— La nostra povera camera che dobbiamo abbandonare.
Le tremava la voce ed era tutta convulsa.
La Bianca arrossì vivamente, ma non rispose, e non si mosse per andare a prendere il filo d'oro. L'aveva domandato per dir qualche cosa, ma non le occorreva.
Intanto la Paola diventava più agitata. Le tremava la mano, ed il respiro le si faceva corto ed affannoso. Sentiva il bisogno di sfogare l'amarezza che le si accumulava in cuore di minuto in minuto.
Quella nuova inaspettata, impreveduta affatto, l'aveva ferita aspramente nel suo amor proprio di donna di casa, e più che tutto, nel suo pudore verginale.
— È crudele, disse fremendo, essere scacciate dalla nostra camera. E perchè? Da tre anni che dirigo io la casa, ho sempre bastato a tutto, e nonhamai dovuto farmi rimproveri, mi pare.
Parlava di suo padre, ma in quel momento non voleva nominarlo.
— Dobbiamo rassegnarci, rispose la Bianca in tono conciliante, e sempre cogli occhi bassi. Dacchè non c'è un'altra camera abbastanza vasta...
— Ma che bisogno c'era della camera vasta... e del resto? esclamò con impeto la Paola, rizzandosi tutta nervosa, ed andando a parlare ai vetri della finestra. Non si stava bene tra noi? Che bisogno c'era?...
— Forse al babbo riesciva d'imbarazzo l'accompagnarci, il vegliare su noi... Bisogna aver pazienza... suggerìla Bianca, che, sebbene più giovine di sua sorella, era più positiva, e meno facile ad eccitarsi.
— Ma che! Ma che! Io ho ventidue anni, mi so custodire da me, e tu pure; ed usciamo così poco che non può dargli fastidio l'accompagnarci; in casa non vien mai nessuno ...
— Sentiva troppo la perdita della povera mamma, ritornò a dire la Bianca. Aveva bisogno d'una compagna anche lui...
— Stai zitta! Stai zitta! gridò la Paola febbrilmente, turandosi le orecchie. Certe cose mi fanno vergogna. La sua compagna l'ha avuta. Dio gliel'ha tolta; è una disgrazia; ma non ha diritto lui di trovarsene un'altra. L'amore il matrimonio, devono legare per sempre, per questa vita e per l'altra.
— Sai; ciascuno ha il suo modo disentire... Ora il babbo ha un'altra affezione...
— Oh! alla sua età! Un padre di famiglia... pensa!
E la Paola si pose a ravviare con una fretta convulsa le sete sparse sul telaio; poi se lo caricò sulle spalle per andarlo a riporre borbottando:
— Ah! povera mamma! povera mamma! Chi muor muore, e chi vive si fa core!
La Bianca le andò dietro nella famosa camera che dovevano abbandonare, e quando il telaio fu appeso al chiodo in fondo ad un grande armadio, abbracciò, per di dietro, le spalle della sua sorella maggiore, e posandole la guancia sulle treccie per non incontrare il suo sguardo durante quel discorso imbarazzante, le susurrò:
— Cerchiamo di prendere la cosa inbuona parte, Paola. È il nostro babbo, ed è buono; non tocca a noi di giudicarlo.
— Io non posso a meno di soffrire; farò male, me ne confesserò; non so che farci; c'è qualche cosa dentro di me che s'offende, mi vergogno;... Non so... Al solo pensarci mi vengono le fiamme al viso.
E con un gesto di ripugnanza esclamò:
— Oh! alla loro età!
— Ma via! Sei un'esagerata! Una sensitiva! Lei ha dieci o dodici anni più di te; non è vecchia. Non sarà una matrigna. Saremo tre sorelle invece di due...
— Che! tre sorelle! ribattè la Paola crollando le spalle. Prima di tutto, non è già più giovane se ha dodici anni più di me. E poi... poi... Tu non pensi alle conseguenze...
E non osò dir altro. Arrossirono tutte e due senza guardarsi, come avrebbero fatto dinanzi ad un'immagine troppo nuda.
***
Il signor Cantinelli era molto devoto; frequentava la chiesa ed i sacramenti, mangiava di magro il venerdì ed il sabato, non lavorava mai la domenica nè le altre feste comandate, a costo di morir di noia, ed era in buona fede.
Aveva ereditato da suo padre un patrimonio meschino, ed un'intelligenza, ancor più meschina del patrimonio.
Aveva tentato di studiare per ottenere un grado accademico, ma non era riuscito. S'era voluto avviarlo al commercio; ma aveva manifestato, alle prime prove, un'assoluta incapacità.
S'era dunque accontentato d'un impiegomodesto in una banca, dove la sua grande onestà gli faceva perdonare di non avere altri meriti.
Da buon cristiano però egli s'appagava del suo stato; era umile, non aveva ambizioni. Era stato buon marito, ed era buon padre, affettuoso, carezzevole, perfino sdolcinato; incapace del menomo atto violento, e neppure d'alzare la voce.
Badava a fare il suo dovere, come l'intendeva lui,da galantuomo e da buon cristiano, ed era sempre contento.
Non desiderava la roba d'altri, e, finchè aveva avuto la moglie, e finchè gli era durato il dolore d'averla perduta, non aveva mai desiderata neppure la donna d'altri.
Appena rimasto vedovo aveva ritirate le sue figliole dal convento, aveva ceduto a loro la camera nuziale coi duelettini gemelli, ed era andato a dormire nella cameretta, dove stavano le fanciulle quand'erano piccine.
La Paola aveva assunto il governo della casa che disimpegnava benissimo, mettendo in ogni cosa la raffinatezza, l'eleganza, l'idealismo che erano nella sua natura.
E, tra il lavoro, le preghiere, le pratiche religiose e le carezze che prodigava alle figliole, quel buon uomo, tutto tenerume, credeva di poter durare tutta la vita.
Ma aveva poco più di cinquant'anni; era vegeto, tranquillo; ed un bel giorno s'avvide che il desiderio peccaminoso della donna d'altri, o almeno della donna non sua, cominciava a spuntargli nel cuore.
Se fosse stato prete o frate, nella sua grande onestà avrebbe ricorso ai cilici,alle macerazioni, magari alla disciplina, e, di certo non avrebbe trasgredito il suo dovere.
Ma, dacchè non aveva fatto dei voti, e gli era possibile diconciliare i suoi desideri col suo dovere, di farsi anzi un dovere di quanto ora lo turbava come una tentazione, non gli parve vero di mettersi d'accordo colla santa madre chiesa e con sè stesso, aggiungendo un nuovo piacere alla sua vita da cuor contento.
Sicuro della santità delle sue idee, si mise ad adocchiare le donne che incontrava, specialmente all'uscire dalla chiesa, per esser certo d'imbattersi in una sposa timorata di Dio; e non tardò ad accorgersi che una donnetta, belloccia, piccolina e grassa, faceva accelerare le pulsazioni del suo cuore, ogni volta che lo sfiorava col vestito passando, o che fermavaa caso gli occhi chiari dabionda, nei suoi.
Le tenne dietro; seppe chi era, e dove abitava, e che era vedova, senza prole. Le espose nei termini più onesti la sua domanda, che venne accettata; e, colla coscienza tranquilla ed il cuore giubilante, andò ad annunciare alle sue figliole la nuova de' suoi serotini amori.
Aveva cominciato la confidenza abbracciandole, accarezzandole, vezzeggiandole, com'era sua abitudine. Ma il rossore, la confusione di loro a quella rivelazione, lo avevano imbarazzato; e se ne era andato via un po' impensierito, non potendo capire come mai un fatto legittimo e santo, come il settimo sacramento, potesse offendere chicchessia.
Non erano coniugi sant'Anna e san Gioachino, san Giuseppe e la Madonna...?
***
Anche la prima moglie del signor Cantinelli era stata allevata religiosamente, e, vivendo con quel divoto convinto, era diventata divota, ed aveva inculcati gli stessi sentimenti alle sue figliole.
Queste non avevano un vero fervore religioso. Avevano accolti sentimenti e credenze, senza discuterli, e come cose indiscutibili. Non provavano gran dolcezza nelle preghiere, nè estasi nella meditazione; non si commovevano alla confessione nè alla comunione; ma avrebbero creduto di commettere un'enormità trascurando quei sacramenti, o perdendo la messa una domenica.
La Bianca, di carattere sereno e calmo come suo padre, di mente ristretta, punto fantastica, metteva d'accordo le pratiche religiose e la vita di famiglia, pensava cheun giorno o l'altro la domanderebbero in moglie, si mariterebbe, avrebbe dei figlioli da allevare; ed aspettava tranquillamente quell'avvenire che le sorrideva.
La Paola, invece, aveva un ideale poetico, mezzo uomo e mezzo angelo; pensava all'amore come ad una musica serafica, ad un vincolo misterioso, solenne ed eterno; il matrimonio se lo figurava «il traversare la vita tenendosi per mano». Era per lei il colmo della poesia, un quadro di bellezza, di gioventù, di luce e d'azzurro.
Nessuno le mostrava mai la parte vera e positiva dell'esistenza nel matrimonio. Sua sorella, meno idealista, la vedeva da sè. Ma lei avrebbe avuto bisogno di un correttivo alla mente troppo immaginosa ed alla sua sensibilità eccessiva.
E questo correttivo non lo trovava di certo nell'ambiente in cui viveva. Il riserbodella vita monastica, nel convento, aveva anzi aumentata la sua suscettibilità. La menoma parola meno che pura, o che lei credesse tale, la faceva arrossire. Se stava cucendo una camicia, quando entrava qualcuno, la nascondeva in fretta come una cosa indecente, e per quanto poteva, evitava persino di nominarla.
In casa loro non c'erano quadri nè statue profane. Nell'entrata c'era una nicchia con una statua della Madonna dinanzi alla quale ardeva sempre un lumicino. Nella camera delle ragazze c'era un'altra madonnina di gesso. Un bambino Gesù di cera, che riposava da anni ed anni sotto una campana di vetro nel salotto, era stato pudicamente vestito di una tunichina di seta bianca, che il tempo aveva ingiallita; e le ragazze l'avevano veduto sempre così.
Non erano mai state in una pinacoteca, nè ad una esposizione artistica; e, persino in istrada, il signor Cantinelli studiava dei giri viziosi per non farle passare dinanzi ai monumenti, dove avrebbero potuto vedere qualche figura di donna col petto scoperto o qualche puttino nudo.
Avevano letti i romanzi della contessa di Segur, della signora Fleuriot, del padre Bresciani, ed altri dello stesso genere. Ma questi appunto avevano fomentate le aspirazioni idealiste della Paola, che, nelle coppie di sposi, voleva vedere soltanto dei Malek Hadel e delle Matilde.
In tanta purezza d'azzurro, quel matrimonio d'un uomo vecchio con una donna matura, quel discorso del cambiamento di camera per cedere a loro la camera comune coi due letti gemelli, suscitòtutte le ripugnanze della poetica Paola.
L'amore vecchio, che s'adagiava senza riserbo dov'era passato un altro amore giovine e pieno delle ingenuità e dei rossori dei primi sentimenti, offendeva la sua delicatezza di fanciulla, la metteva nell'imbarazzo, come se avesse commessa lei un'azione sconveniente.
Il signor Cantinelli presentò le sue figlie alla sposa in una visita di cerimonia, nella quale si contenne con un grande riserbo; e poi affrettò le nozze per uscire da quella situazione difficile.
Fece colla sposa un brevissimo viaggio di nozze, perchè i suoi mezzi e l'impiego non gli permettevano di prolungarlo e perchè, come padre affettuoso e compreso del suo dovere, non voleva lasciar lungamente due giovinette sole.
E dopo otto giorni tornò a custodirle,offrendo agli occhi modesti delle due fanciulle, pei quali s'era messa una camicia al bambino Gesù, lo spettacolo della sua luna di miele; certi baci e certe occhiate da fare arrossire la Vergine di gesso nella sua nicchia.
Faceva il suo dovere di sposo cristiano amando la sposa che Dio gli aveva concessa; e, del resto, era carezzevole per natura, baciucchiava la moglie come baciucchiava le figlie; di atti scandalosi non sarebbe stato capace di commetterne; e la sua coscienza non gli rimproverava nulla.
Infatti la Bianca non ci vedeva alcun male.
Quando sua sorella usciva dal salotto tutta rossa ed indignata, spingendosi indietro l'uscio, per isfuggire la vista di quelle carezze, lei la seguiva e le diceva:
— Ma perchè ti agiti a questo modo, Paola? Non vuoi che il babbo voglia bene alla sua sposa? È la religione stessa che comanda agli sposi d'amarsi.
La Paola non rispondeva, come non aveva parlato neppur prima. Non si rendeva ragione della ripugnanza che provava. Non faceva un torto a suo padre della sua tenerezza. Ma sentiva che ognuna di quelle carezze distruggeva una sua illusione; le faceva vedere vecchio, brutto, materiale, l'amore che lei aveva collocato in alto, sulle nuvole, puro e bello come una visione di cielo; profanava il suo idolo.
La Bianca la capiva in parte, ma non poteva ragionarla molto. Era un argomento troppo scabroso per loro. Tutt'al più le diceva:
— Tu hai troppa poesia in testa. Ti figuri che tutti abbiamo le tue delicatezze.Invece il mondo è differente; e bisogna pigliarlo com'è. Se vorrai maritarti, mia cara, ti ci dovrai avvezzare.
— No, è impossibile, diceva la Paola, se il matrimonio è così non ne voglio sapere.
— Ma come vuoi che sia? insisteva la Bianca, vincendo un poco l'usato riserbo del loro parlare, per dare un poco d'ilarità alla sorella troppo ideale. Vuoi che due sposi stiano a guardarsi da lontano come due papi di gesso? Se si fanno qualche carezza, non ci vedo nulla di male.
La Paola crollava le spalle e stava zitta. Infatti non avrebbe potuto dire che ci vedesse del male neppur lei.
Ma non trovava più bello il matrimonio, dacchè lo vedeva così, e si sentiva profondamente delusa, e soffriva della sua delusione, e non sapeva più cosadesiderare nè cosa sperare, dacchè il suo sogno era svanito.
A forza di isolarla in un ambiente di purezza ideale, di parlarle col frasario convenzionale inventato per le ingenue, di accarezzare il suo pudore esagerato e ritroso da sensitiva, l'avevano lasciato esaltare fino alla mania.
Co' suoi ventidue anni e la sua intelligenza, non poteva serbare l'indifferenza e la fede d'un'ingenua; capiva che fin allora s'era ingannata; si sentiva fuori dalla normalità; ma non poteva vincere le sue impressioni, la sua delicatezza nervosa, e soffriva, piangeva, si eccitava.
***
Dopo alcuni mesi la sposa cominciò ad abbandonarsi sulle poltrone in abito discinto, e lo sposo, più tenero versodi lei, parlava tutto ringalluzzito, di «quello che verrà,» della culla, dell'allattamento.
Erano discorsi nuovi in quella casa, dove era molto se, arrossendo e chinando gli occhi, si diceva che «una tale signora aveva comperato un figliolo».
La Paola aveva finito per isolarsi quanto era possibile, nella sua cameretta.
Lavorava e pregava in silenzio, teneva sempre gli occhi bassi, ed a poco a poco, la sua ritrosia sempre allarmata, le aveva dato un aspetto rigido.
Un giorno il signor Cantinelli la prese a parte e le disse:
— Sai, figliola mia, che t'avvicini ai ventitre anni? Non è per dire che invecchi, gioia mia, ma perchè è tempo di darti marito. Sono certo che lo desideri.
— No, no, no! esclamò arrossendo la Paola.
— Via! tutte le ragazze dicono così. Ma quando lo trovano sono contentone. E tu l'hai trovato.
— Non m'importa: Non lo voglio...
— Ma, no, bimba mia. Non far la ritrosa. Credi che io non abbia capito che tu ci pativi a veder me e la Rosa che ci vogliamo bene? Ho visto che avevi spesso gli occhi rossi, specialmente dacchè abbiamo delle speranze... Si sa, una ragazza alla tua età, desidera d'andare a posto anche lei, e la vista della felicità degli altri aumenta la sua impazienza...
— Babbo. Ti giuro che non desidero di maritarmi. Voglio farmi monaca... esclamò la Paola tutta nervosa.
— Non hai mai manifestata questa vocazione, Paola cara. È mio dovere diesortarti a pensarci seriamente. Darsi al Signore è una buona, una santa cosa; ma bisogna averne la vocazione; ed io credo d'aver osservato che tu hai delle altre aspirazioni...
— Nessun'aspirazione. Hai osservato male, interruppe aspramente la Paola. Voglio farmi monaca. È un pezzo che ci penso...
— Ma senti, almeno, quanto volevo dirti. È il nostro fabbriciere della parrocchia che m'ha parlato d'un buon partito per te...
— Oh Dio! No no! Com'è possibile sposare uno che non si conosce? No. Voglio farmi monaca. Digli di no. Nè lui, nè nessuno. Odio questi matrimoni...
— Ebbene, insistè il padre, aspetta ancora. Ne troverai uno ti tuo gusto. Ma intanto questo dovresti vederlo. È un'ottima persona, timorata di Dio, edun bell'uomo. Un po' maturo, ma ancora vegeto...
Queste ultime parole misero addirittura in convulsione la povera sensitiva, che si nascose il volto gridando di no, che non voleva saperne, che aveva una assoluta ripugnanza pel matrimonio, che si sentiva una gran vocazione per la vita monastica, che voleva cominciare il noviziato, subito, subito...
In un'altra famiglia quella vocazione senza fervore religioso, improvvisa e tenace, avrebbe inspirato delle diffidenze, e spinto il padre ad indagarne il movente.
Ma in casa Cantinelli, si diceva con convinzione che «darsi al Signore è una santa cosa quando si ha la vocazione»; e, dacchè la fanciulla affermava d'averla, il padre devoto avrebbe creduto d'andar contro il volere di Dio, ostinandosi a contrariarla.
Una volta presa quella risoluzione, la Paola affrettò le cose, e riesci ad entrare in convento prima che la sua matrigna partorisse.
L'idea di trovarsi in casa in quel momento le dava i brividi.
La Bianca non poteva consolarsi della lontananza di sua sorella. Tanto più che la Paola, a misura che s'era abbandonata a' suoi scrupoli, s'era andata separando moralmente da lei, come se le facesse un torto d'accettare quello stato di cose che le pareva scandaloso.
Nel suo isolamento la povera Bianca sentiva il bisogno di qualcuno da amare e da proteggere, come aveva fatto colla sua sorella maggiore.
A poco a poco si venne affezionando alla matrigna, che era buona e che aveva bisogno d'assistenza. E quando, due mesi dopo, la sposa la fece chiamare nella suacamera una mattina, e le presentò un visino violaceo di bimbo, tutto contornato di fasce e di trine, con due piccoli pugni stretti che si agitavano inconscientemente fuori dalle fascie, si sentì tutta intenerita, e pianse di commozione baciando quel nuovo fratello.
Il giorno stesso scrisse alla Paola:
«Rinuncia all'idea di abbandonarci per sempre. Torna fra noi. Dio ci ha mandato un fratellino, piccino e bello come il bambino Gesù. Me lo lasciano tenere a battesimo da me. Ma se tu vieni ti cederò questa gioia, e lo chiameremo Paolo, e sarà il tuo fratellino. Quando il Signore ne manderà un altro quello sarà il mio...»
La rigida novizia strappò la lettera, e rispose che era più ferma che mai nel suo proposito di farsi monaca.
Infatti, otto mesi dopo pronunciò i voti.
Col volto pallido, gli occhi sempre bassi, l'aspetto rigido, suora Paola Immacolata è ora la monaca più fredda e severa del convento.
Le educande tremano dinanzi a lei, che aspra, nervosa, eccitabile, aggrava tutte le mancanze e le punisce con un rigore eccessivo ed inesorabile.
Quando il signor Cantinelli va a farle una visita traverso la grata del parlatorio, e la trova gelida, indifferente, completamente staccata da lui, dalla Bianca, e che non parla mai dei nuovi fratellini che non vide neppure, torna a casa dicendo:
— Era una vera vocazione. Il suo cuore era tutto per Dio e per la religione. Non ha altri amori. Era una vera vocazione.
La Bianca è la sola che, nella suasemplice bontà, vede qualche cosa di anormale che non capisce, ma sente, nell'anima di sua sorella; e dice crollando il capo:
— Chissà! Forse se fosse stata allevata diversamente...
La Carmela aveva conosciuto il suo fidanzato alla Sagra di Galliate. C'era andata con una sorella del parroco, e s'era trovata tutta confusa quando arrivando, aveva veduto nel cortile, una folla nera di preti. Non aveva ancora sedici anni, ed era naturale che fosse molto timida. Aveva detto alla sua compagna:
— Ma non ti pare che si dovrà stare in una gran suggezione, noi due sole fra tanti preti?
La compagna, che era maggiore di lei di parecchi anni, le aveva risposto:
— Se avessi creduto di non veder altri che preti non sarei partita da Novara, e non t'avrei invitata, poverina.
Poi aveva soggiunto con un luccicchio giulivo negli occhi:
— Verrà Giusto, e verrà mio fratello Gaudenzio.
Giusto era il suo fidanzato, un giovine medico, che aspettava d'essere nominato medico condotto di Oleggio per isposarla. Ed il fratello Gaudenzio era uno studente che faceva il quarto anno di legge all'università di Torino, e che l'Amalia vagheggiava di vedere innamorato e fidanzato della sua amica.
Infatti poco dopo arrivarono Giusto e Gaudenzio, con una frotta d'amici, tutti studenti che erano a Novara in vacanza, fra i quali Mario Pedrazzi, che aveva ventidue anni, e stava per prendere la laurea da ingegnere.
Era bello, biondo, coi capelli ondulati e rigonfi, cogli occhi d'un grigio chiaro, grandi, un po' infossati, pieni di languidezza e di mistero.
Quegli occhi meravigliosi s'erano subito fissati negli occhioni neri della Carmela, come per magnetizzarla. E l'avevano magnetizzata.
Prima del pranzo c'era stata la presentazione; a pranzo, seduti accanto, avevano fatto conoscenza; dopo pranzo, passeggiando in giardino dietro gli altri due già fidanzati, Mario aveva detto delle cose molto sentimentali, e la Carmela s'era sentito rimescolare il sangue e sussultare il cuore; ai vespri avevano sempre tenuti gli occhi fissi l'uno nell'altro, lasciando che quelle occhiate lunghe e languide dicessero tutto quanto volevano dire; e la sera, andando alla stazione per ripartire, lungo la stradabuia, Mario, che dava il braccio alla Carmela, le aveva presa la mano che si appoggiava sulla manica della sua giacchetta, e le aveva sussurrato:
— Cara... cara...
La Carmela non aveva risposto, e lui non aveva aggiunto altro. Ma avevano continuato a camminare colle mani unite, col braccio di lei stretto fortemente fra il petto ed il braccio di lui, ed avevano scambiato ogni sorta di confessioni, di proteste, di promesse in quel lungo silenzio d'amore.
Poi, a Novara, quando lei gli aveva stesa la mano alla stazione, prima d'andarsene col suo babbo che stava ad aspettarla, Mario aveva sussurrato:
— Per sempre...?
E lei aveva chinato il capo con un sì molto sommesso, ma molto chiaro e risoluto.
Ma da quel momento non c'erano più stati ravvicinamenti simili fra loro.
L'Amalia, risentita che la sua amica avesse scelto per l'appunto un altro invece di suo fratello, s'era messa a trattarla con freddezza, a stare a distanza, e poco dopo s'era sposata, ed era partita col marito per Oleggio.
Intanto Mario era partito di nuovo per Torino a compiere gli studi.
Ma appena tornato a Novara colla laurea, s'era messo a passare parecchie volte al giorno sotto le finestre della Carmela, a seguirla in istrada, da lontano, perchè, naturalmente, lei non usciva sola, a fissarla col canocchiale tutta la sera, quando gli accadeva di vederla in teatro.
Parecchie volte s'erano incontrati a qualche festa da ballo di famiglia, ed allora lui aveva ballato quasi esclusivamentecon lei, e le aveva detto delle cose molto significative, per lei che, grazie al precedente di Galliate, era in grado di interpretarle: «Che lui aveva sempre avuto una gran preferenza per le donne brune. Che i dintorni di Novara non erano poi tanto privi di bellezze pittoresche come si diceva. Lui trovava che Galliate era un luogo pieno di poesia. Lui vagheggiava un ideale modesto: avviarsi bene nella sua carriera, associare alla sua esistenza una dolce compagna, bruna, e passare la vita tra lo studio e lei, in una bella Casina elegante e piccola...»
Erano i suoi disegni d'avvenire che le comunicava a quel modo; e la Carmela ne era felice.
Due volte il suo babbo le aveva fatte delle proposte di matrimonio. Ma lei, fedele al fidanzato del suo cuore, avevarifiutato con un pretesto, per non tradire il suo segreto.
Intanto erano passati tre anni. La Carmela ne aveva dicianove. Mario aveva messo uno studio, e faceva buoni affari. Era tempo di chiudere quel romanzo di amore, che tutta la città conosceva, ed al quale ogni mala lingua faceva un'aggiunta, e molti commenti.
La Carmela in quei tre anni s'era cucito tutto il corredo, s'era preparati molti ricami in colore, per le poltrone del suo futuro salotto, aveva imparato a fare delle conserve, a riporre le frutta per l'inverno, a preparare dei liquori casalinghi, per essere una massaia modello.
Ed aspettava fiduciosa e serena d'essere chiamata a mettere in pratica quelle cognizioni preziose, quando ad un tratto, in una casa terza, in un giorno di visita, in mezzo ad un circolo di signore, sisentì gettare brutalmente in faccia la nuova tremenda, che distruggeva tutto il suo avvenire:
«L'ingegnere Pedrazzi è sposo.»
Non svenne, come succede nei romanzi, e non abbreviò neppure la sua visita per non farsi scorgere. E stette a sentire le doti e la dote della sposa; una bella dote, perchè Pedrazzi aveva sempre aspirato a fare un ricco matrimonio; era un giovine serio, badava al sodo, era certo che farebbe una bella carriera...
Appena tornata a casa, la Carmela si rinchiuse nella sua camera, e pianse finchè ebbe lacrime negli occhi.
Dovette fare uno sforzo per andare a tavola; ma aveva il viso stravolto, e non mangiò nulla. Se ci fosse stata una mamma, una parente in casa, si sarebbe avveduta che c'era un guaio. Ma la Carmelaviveva sola col suo babbo, vedovo, il quale badava più agli affari che a lei. E potè abbandonarsi alla sua desolazione senza essere interrogata.
Passò la notte intera a ripensarci.
Certo non avrebbe più osato ricomparire in città dopo una simile mortificazione. Avrebbe preferito morire. Ma non si muore quando si vuole.
La Carmela aveva una sorella molto maggiore di lei, maritata già da cinque anni con un ricco possidente di un villaggio presso Santhià.
S'era sposata quando la sorella più giovine era in collegio, e si vedevano una volta all'anno a San Gaudenzio, quando la signora De Lorenzi andava a Novara a passare quel giorno solenne nella casa paterna.
Era naturale che la Carmela pensasse d'andare in quella circostanza da sua sorella.
Ne parlò a suo padre, il quale consentì facilmente, e telegrafò per annunciare la sua partenza. Ma ricevette un telegramma che le diceva di non moversi, ed in seguito una lettera, che spiegava il telegramma.
Nel paese infieriva la difterite, e la signora De Lorenzi assisteva i suoi coloni ammalati, prima per sentimento di carità, poi per conservare la popolarità del marito, che era sindaco, e non disperava di diventare deputato alle prime elezioni.
Ma questo non iscoraggiò la Carmela. La morte, nello stato d'animo in cui si trovava, non le faceva paura. E ad ogni modo non voleva rimanere a Novara a nessun costo.
Disse a suo padre: che lei non aveva più pace al pensiero che sua sorella era sola, esposta al pericolo d'un contagio,che voleva andare ad aiutarla, a dividere la sua sorte, ad assisterla, in caso che si ammalasse, a morire con lei...
E si mostrò, o parve, nel suo eccitamento, animata da tanto affetto fraterno e da tanto sentimento di carità, che suo padre le concesse di partire.
Soltanto, lui non poteva accompagnarla. Era professore in un liceo privato, ed, in coscienza, non poteva correre il rischio di portare il contagio ai suoi allievi.
Fors'anche non gli garbava di pigliarlo neppure per sè. Però conosceva un possidente di Tronzano, presso Santhià, che, di solito, era sempre a Novara, nei giorni di mercato, e disse:
— Vedrò. Se Beltrami è qui, domattina lo pregherò d'accompagnarti.
Beltrami c'era. Accettò cordialmente l'incarico, prese la valigia della Carmelae fece entrare la signorina in un vagone di prima classe, dove rimasero soli.
Era un vecchio signore grasso coi capelli grigi.
La Carmela si rincantucciò in un angolo del vagone, e, col viso contro il vetro del finestrino, stette a guardare i prati verdi ed umidi, le risaie gialle allagate da un'acqua sudicia, tutta quella campagna monotona, il cui piano liscio, sterminato, era appena interrotto da qualche filare di gelsi, da pochi ciriegi selvatici sui quali s'arrampicavano le viti, dalle case coloniche isolate, rozze, povere.
E pensava:
— Ecco; la mia vita omai scorrerà triste, monotona come questa pianura. Arriverò a cinquant'anni, come sono oggi; più vecchia, più brutta, ma senzagioie, dacchè non ho più amore nè speranza... Preferirei pigliare la difterite e morire... sarebbe finita!
Sbirciò un'occhiata al vecchio signore, e vedendo che aveva spiegata laPerseveranza, e leggeva attentamente il bollettino della borsa, ne profittò per piangere liberamente.
Ma il suo compagno non era tanto assorto nel bollettino della borsa da non udire i piccoli singhiozzi che le sfuggivano.
Si volse stupito, stette un tratto a considerarla, poi lasciando laPerseveranzaabbandonata sul sedile, le si fece accosto e le disse:
— Come! Piange? Un'eroina?
La Carmela stava in un momento d'eccitazione. Aveva bisogno di sfogo, ed in un impeto di sincerità esclamò:
— No, non dica... Io non sono un'eroina!
— Ma se va a sfidare la morte per curare i contadini difterici...
Il signor Beltrami diceva questo con un'ombra d'ironia. Non amava gli atteggiamenti drammatici, e le ostentazioni d'eroismo inutile.
La Carmela intuì quella disapprovazione per quanto celata, e ne fu punta. Quel vecchio signore aveva un'aria buona ed intelligente nel volto florido, negli occhi scintillanti come quelli d'un giovinotto. Le inspirava fiducia, ed avrebbe voluto che la stimasse; e senza rifletterci molto, tornò a dire:
— Ma io non vado a sfidare la morte. Vado a cercarla, o vado a nascondermi perchè ho un gran dispiacere, e non ho il coraggio di sopportarlo. Ecco che eroina sono!
E ricacciando il volto nella pezzuola, che era già tutta bagnata, riprese a piangere,senza ritegno, un po' sollevata da quella confidenza.
Il vecchio signore lasciò che si sfogasse un poco, ed intanto la guardò fisso con occhio di profonda pietà; poi le disse:
— Via, ora smetta di piangere. Le fa male, e si fa gli occhi gonfi che è un peccato. Mi confidi il suo gran dispiacere. Faccia conto ch'io sia il suo babbo... Ma non tanto severo come lui; un babbo indulgente, pieno di compatimento pei dispiaceri della gioventù, e disposto a ricevere le sue confidenze con cuore da amico... Dica, via. Vuole che siamo amici? Vuol dirmi perchè è afflitta, perchè piange?
Era appunto quanto aveva bisogno quel povero cuore crucciato ed oppresso dal suo cruccio segreto. Un amico a cui confidarlo. Rispose senza scoprirsi il volto, perchè si vergognava:
— Piango perchè il mio amante mi ha abbandonata.
Il vecchio signore fece un balzo sul sedile, ed esclamò meravigliato:
— Il suo amante? Lei aveva un amante? Ma quanti anni ha?
— Ne ho diciannove. Erano già tre anni che ci si voleva bene...
— Ma il suo babbo, che è tanto severo, le permetteva questa relazione?
— Non la sapeva.
— Non avrà saputo in che rapporti erano; ma infine, che lei conosceva quel giovinotto, che veniva in casa sua, doveva pure saperlo...
— Ma no. Non veniva in casa mia...
Il vecchio signore stette un tratto confuso, poi riprese un po' esitante, e colla voce un po' meno dolce:
— Allora era lei... Dove lo vedeva, insomma?
— Lo vedevo dal balcone.
— Ah! esclamò il signor Beltrami; ed i suoi occhi brillarono più che mai, ed il suo volto tornò sereno. Riprese l'interrogatorio coll'indulgenza di prima.
— E, si scrivevano?
— No...
— Ma come avevano fatto per sapere di volersi bene? Avevano pure dovuto dirselo, o scriverlo...
La Carmela era tutta mortificata. Infatti non se l'erano detto nè scritto. Volle narrare la storia di Galliate, ma quel vecchio signore, alla sua età, aveva perduto di vista gli amori giovanili, e rispose quasi ridendo:
— Se non c'è altro, figliola mia, non è un amante che ha perduto, è un sogno che s'è dileguato.
Le prese tutte e due le mani in una delle sue che era grossa e forte, le posel'altra sulla fronte, e rispingendole il capo indietro per guardarla negli occhi, le disse:
— Lei non sa cosa sia l'amore.
In quella lo sportello fu aperto con impeto, ed i guarda freni passarono gridando:
— Vercelli! Vercelli! Chi scende? Dodici minuti di fermata... Vercelli!...
Il vecchio signore scese, ed andò al caffè a bere una tazza di birra.
La Carmela un po' stupita dal discorso che avevano fatto, dal vuoto che aveva dovuto riconoscere nel suo passato, tenne dietro collo sguardo a quell'uomo attempato, che le aveva inspirata tanta fiducia.
Non era punto grasso, come le era parso alla prima. Era robusto. Teneva il cappello in mano facendosi aria, ed i suoi capelli grigi, ritti sul capo, foltissimi, facevano una bella cornice al voltofresco. Aveva le sopraciglia ed i baffi castani, appena brizzolati di qualche filo d'argento. E camminava leggero, svelto. Da lontano le accennò se volesse bere, ed i suoi occhi neri brillarono come due fiamme.
La Carmela nel suo profondo abbandono, provò un'ombra di gioia al vedere che quel vecchio amico, non le aveva perduta la considerazione, e sembrava volerle bene anche dopo la sua confidenza. Ed era stupefatta d'avergliela fatta quella confidenza, così, subito, conoscendolo appena. Ma le pareva di conoscerlo da un pezzo. Era così ardito, insinuante, ed aveva una voce così calda, e guardava così direttamente negli occhi. Non si poteva mentire con lui.
Del resto cosa le importava? Non lo sapeva tutta Novara il suo segreto?
Il vecchio signore risalì, tornò a sedereal suo posto, e riprese laPerseveranzasenza parlare. I guarda freni chiusero i vagoni, il convoglio si mosse, ed i due amici rimasero ancora soli.
Ad un tratto il vecchio signore si alzò, andò a sedere accanto alla Carmela, le prese la mano che lei teneva abbandonata in grembo e le disse, come se continuasse il discorso di poco prima:
— L'amore, figliola mia, il buono, il vero, non si accontenta di quelle lunghe separazioni mute, senza una manifestazione, senza uno sfogo. L'amore non bada alla laurea dell'uomo, alla dote della donna, a nessuna considerazione d'interesse. Un uomo che ama arde tutto, freme, desidera con forza, con passione; va direttamente al suo scopo, e domanda francamente, impaziente alla donna che ama:
«— Vuoi esser mia?»
Nell'enfasi di quel discorso, il vecchio signore aveva attirata a sè la mano che stringeva, e guardava la Carmela negli occhi tanto davvicino, che il suo alito le sfiorava la bocca.
Non era più vecchio. Era un uomo forte, appassionato e bello.
Quelle parole entravano acute, pungenti nel cuore della Carmela, e le faceva sentire amaramente che, infatti, non era stata amata mai, che s'era illusa. Eppure doveva essere una dolce cosa sentirsi amata così. Una dolce cosa, che lei non proverebbe mai...
Ma mentre pensava questo, invasa da una gran voglia di piangere, di piangere, sul petto di quell'amico di un'ora, che le parlava con tanto calore, sentì un braccio forte e tremante stringersi intorno alla sua vita, e quella voce dolce e profonda ripetere:
— Di' vuoi? Voi essere mia moglie, mia compagna nel bene come nel male? Vedi, io ti conosco da un'ora, ti amo da un'ora, forse da meno, ma non aspetto domani a dirtelo.
Poi soggiunse colla disinvoltura d'un uomo avvezzo alle tempeste della vita:
— È vero che ho trent'otto anni, e non ho molto tempo d'aspettare.
E vedendo che la Carmela non parlava, ma tremava tutta e non cercava di sciogliersi dal braccio che la stringeva, riprese:
— Non temere, bambina... So chi sei, e non dimentico che t'hanno affidata a me. Non ti domando che una parola. Di' non ti spaventano i miei capelli grigi?
La Carmela abbandonò il capo sulla spalla di lui, susurrando:
— Oh no! no!
Scendendo alla stazione di Santhià, ilvecchio signore si fece incontro alla sorella della Carmela dicendole:
— Le presento la mia sposa. Glie l'affido soltanto per poche ore, e la riconduco subito a Novara, perchè ha una gran paura della difterite.
La signora De Lorenzi osservò:
— T'avevo pur detto, di non venire, Carmela.
E la Carmela, dando uno sguardo al suo compagno, rispose:
— Allora non avevo paura di morire.
FINE.