XII.

—Grazie! Va' a letto.

—Non vede! È l'alba.

—Alziamoci dunque… Al lavoro!…

Il Piemontese fece l'atto di saltar giù dal letto, ma ricadde supino, con gli occhi chiusi, col respiro affannoso, quasi esaurito dallo sforzo, Cardello gli mise una mano alla fronte. Dio! Come scottava!

Approfittando di quel momento di tranquillità, egli si era affacciato a un balconcino, e aveva pregato uno del vicinato perchè andasse a chiamare, di urgenza, un dottore.

Quindici giorni di angoscia! Si era sviluppato il tifo; Cardello sembrava una larva di uomo, dopo tante giornate e tante nottate passate a far l'infermiere, aiutato un po' da due operai incaricati di eseguire i servizi fuori di casa. Nei momenti in cui la febbre non gli offuscava la mente, il Piemontese seguiva con sguardi pieni di gratitudine Cardello che preparava la vescica di gomma col ghiaccio, le lenzuola da ricambiare, e badava a fargli prendere le medicine o ad apprestargli le limonate. Sorridendo, gli diceva:

—Povero Calogero! Povero Calogero!—

Da lì a poco, il delirio lo riprendeva:

—Come hai fatto?… Imbecille!… Dovevi notare le dosi!… Ma rammèntati dunque!… Hai preso questo preparato qui?… O quest'altro?—Non so! Non ci ho badato!—Lasciami vedere! Una meraviglia!—Non so! Non ci ho badato!—

Egli tentava di calmarlo, quasi il delirante potesse intendere ragione.

—Ah!… Rammenti dunque? Bravo! Bravo! La nostra fortuna è fatta! Non si è mai visto uno smalto simile. Il forno è acceso!… Che caldo! Soffoco! Tutti i rubinetti! Fatemeli schizzare addosso… Li ho messi in opera io… Dite al Sindaco che voglio tutta l'acqua per me… altrimenti… ecco… li schianto a uno a uno! Così! Così!

E agitava le braccia, facendo l'atto di schiantare i rubinetti, buttando via il lenzuolo che Cardello era pronto a rimettere al posto, tentando di rabbonirlo:

—Sissignore… Tutti e sette per lei… Il Sindaco ha dato il permesso… Stia fermo!

Era uno strazio!

* * *

Finalmente, al quattordicesimo giorno la crisi era superata. Il malato sembrava destarsi da lungo sonno.

Quando il dottore gli disse:—Avete avuto un infermiere maraviglioso!—il Piemontese prese Cardello per una mano e gliela strinse, esclamando commosso:

—Povero Calogero! Povero Calogero!—

E al povero Calogero venivano le lacrime agli occhi, non per quelle parole affettuose e per la gioia della convalescenza in cui entrava il padrone, ma, di nuovo, pel terrore che c'era mancato poco ch'egli non perdesse quel suo secondo padre, come lo chiamava, a cui voleva bene più del suo vero padre da lui appena conosciuto e del quale gli rimaneva soltanto un ricordo molto sbiadito e che andava affievolendosi ogni giorno più con l'andare degli anni.

Tutte le volte che, parlando del Piemontese o ragionandone da sè, gli accadeva di chiamarlo suo secondo padre, Cardello si metteva a ridere, pensando:

—Quanti secondi padri ho io avuti! Prima l'Orso peloso, poi il signor Decano; ora questo!—

E soggiungeva:

—Non ne voglio altri!—

Questa volta però, sentendosi stringere la mano, e udendo le affettuose parole: Povero Calogero!—pur provando il terrore del pericolo corso dal terzo secondo padre, e la gioia di vederlo salvo, Cardello non rise; ormai, per lui il Piemontese era l'unico e vero suo secondo padre!

Il giorno che il convalescente potè lasciare il letto, Cardello non riusciva a star fermo dalla contentezza. Saltava, come un bambino, per le stanze, si affacciava ai balconi, comunicava alle persone che passavano la lieta notizia.—Stavo per fartene una brutta assai!—gli diceva il Piemontese:—povero Calogero!

—Dica: Povero Cardello!—egli rispose:—come mi chiamavano al mio paese quando ero ragazzo.

—Perchè?

—Credo perchè ero vispo come un cardellino.

—Da ora in poi ti chiamerò Cardello anche io. Ti fa piacere?

—Certamente. Mi parrà di tornar ragazzo.

Il giorno in cui fu inaugurata la condotta dell'acqua, Cardello non stava nei panni.

Migliaia di persone attorno alla fonte in attesa di veder funzionare i sette rubinetti di rame che, ripuliti il giorno avanti da lui, luccicavano al sole quasi fossero di oro. Tutto il Municipio in gran gala, la banda con la nuova divisa, impennacchiata, che si sfiatava a suonare… E, al momento decisivo, marcia reale, appena l'acqua schizzò con violenza, limpida come cristallo, tra un gran urlo di: Viva! Viva! e infiniti bàttiti di mano. Era stato lui, Cardello, che aveva aperto l'ultima valvola, distante un centinaio di passi dalla fonte. E compiuta l'operazione, era corso a gridare: Viva! Viva! anch'esso e ad applaudire, pallido dalla gran commozione, a lato del Piemontese che riceveva congratulazioni da ogni parte. I carabinieri stentavano a trattenere la folla che si pigiava per tuffar le mani nella vasca, e i ragazzi che si davano spinte ed urtoni per essere tra i primi a riempire le quartare e portar a casa l'acqua nuova! Festa, delizia di paese assetato, e che pareva di essersi ora ubbriacato con la sola vista dell'acqua sospirata da tanti anni!

La gioia di tutta quella gente era stata però niente a confronto di quella di Cardello, a cui importava poco della sete altrui e che avea gridato Viva! Viva! e avea battuto furiosamente le mani unicamente pensando: "Ora daremo mano alla fabbrica!"

Egli aveva tale illimitata fiducia nell'abilità del Piemontese, da figurarsi che le pratiche per la compra del terreno avrebbero potuto condursi a termine in un paio di giorni. E quando vide che andavano per le lunghe, e quando apprese che per lo fornaci occorreva l'opera di un ingegnere pratico di quel genere di costruzioni, sentì uno scoraggiamento grande. Aveva avuto la fabbrica davanti agli occhi, come un miraggio, e così vicino che quasi gli sembrava di toccarla con le mani, e ora la vedeva indietreggiare e allontanarsi in fondo in fondo e dileguare, come al destarsi da un sogno.

Meno male che il Piemontese riprendeva intanto a fare nuovi saggi d'impasto della creta, e di stagno, e di altri colori.

Cardello questa volta spalancava bene gli occhi, mentre il padrone pesava i preparati, notando tutto in un quadernetto che si era cucito per tale scopo. Il Piemontese gli diceva scherzando:

—Vuoi rubarmi l'arte?

—Sono ignorante; non posso rubarle niente.

—Fai bene a prender nota di ogni cosa; dicevo per celia.—

Ma il Piemontese non era mai contento, quantunque i vasetti uscissero dal forno con lo stagno ben cristallizzato, e con vividi colori di verde macchiettato di nero e di giallo. Cardello se n'angustiava.

Finalmente arrivò il giorno in cui fu firmato il contratto di compera del fondo. L'ingegnere però non arrivava! Cardello passava le giornate a sorvegliare i carrettieri che portavano dalla cava le pietre di arenaria e i manovali che le rizzavano in mucchi quadrati. E il miraggio della fabbrica tornava a riapparirgli davanti agli occhi vicinissimo, con gli stanzoni rustici per la manipolazione della creta, con quelli destinati agli operai che dovevano lavorare a le ruote, coi forni là accanto, rotondi, come il Piemontese glieli aveva fatto osservare nel disegno del libro.

L'ingegnere intanto non arrivava!

A Cardello sembrava quasi impossibile che il suo padrone avesse bisogno dell'opera di mi ingegnere, lui che aveva murato da sè il piccolo forno riuscito a meraviglia.

—Ma che bisogno ne ha lei che sa far tutto?—gli disse una volta.

—L'ingegnere arriverà domani,—rispose il Piemontese.

E fu come se gli avesse detto:—Domani la fabbrica sarà allestita di tutto punto.

Sì, l'ingegnere stette là otto giorni a prender misure, a tracciar disegni, e andò via senza far murare una sola pietra.

Il Piemontese era di malumore. Contava su le dieci mila lire del premio che il Municipio avrebbe dovuto dargli; ma il Sindaco lo rimandava da un giorno all'altro, da un mese all'altro, e gli toccava di leticare coi carrettieri e coi manovali che volevano essere pagati e che egli, a corto di quattrini, non poteva pagare, Tutto era di nuovo sospeso, anche i saggi di terracotta, perchè il Piemontese perdeva le giornate a sollecitare il Sindaco, e anche a trovar quattrini in prestito da qualche strozzino.

* * *

Come vedeva sorgere da terra i muri per gli stanzoni rustici, Cardello si sentiva crescere, su su, anche lui. Per ora, una sola fornace e non molto grande; le altre due rimanevano in progetto, ma erano segnate sul terreno con cerchi di grosse pietre.

—Tra sei mesi!—aveva detto il Piemontese.

E sei mesi sarebbero passati presto.

Cardello però notava che il padrone era spesso preoccupato di qualche cosa ch'egli non riusciva a indovinare. Difficoltà di denaro, forse, dopo tanto che se n'era speso? Ma con quell'uomo le difficoltà duravano poco! Cardello continuava sempre a crederlo una specie di mago.

A un tratto, il Piemontese parve preso da una gran fretta di inaugurare la fabbrica con quattro operai andati a cercare in un paese vicino e tre ragazzi che aiutavano Cardello a manipolare la creta. Degli stanzoni uno solo era stato coperto. Tutto alla meglio, pur d'iniziare la produzione.

I vasi, gli orci già seccavano al sole nella spianata; oggetti piccoli però, per saggiare la cottura nella fornace e poi saggiare la stagnatura. E l'ansietà della prima prova era tale in Cardello che non lo faceva dormire.

Quando i vasi e gli orci vennero tratti fuori, anche il Piemontese perdè un po' della sua serietà davanti al bel resultato. La creta, nella cottura, aveva preso un colore di rosa carnicina soavissimo; anche per la leggerezza il resultato era stato eccellente; a confronto di quelli degli stovigliai, quegli orci, quei vasi pesavano poco più della metà. La creta avea potuto esser ridotta sottile senza nulla perdere in resistenza.

Cardello, incontrato quel vecchio stovigliaio, gli disse trionfalmente:

—Venite a vedere!—

E lo condusse con sè.

—Non c'è che dire; ma costeranno di più

—Possiamo darli allo stesso prezzo dei vostri.—

Il vecchio crollava la testa, incredulo.

—E poi, che può importare che siano più legger?

—Faremo roba fina. Quando vedrete lo stagno!… Tornate tra otto giorni.—

In quei giorni nella fabbrica era un via vai di gente. I cinquanta vasi disposti con bell'ordine sui rozzi tavolini coperti con fogli di carta, attiravano una folla di visitatori che veniva parte a vedere se era vero che il Piemontese fosse riuscito a dar lo stagno alle stoviglie, parte a rallegrarsi che un'industria nuova sorgesse a dar lustro alla città e pane agli operai.

Cardello, interrogato, dava qualche spiegazione; ma ordinariamente stava zitto, mescolato tra la folla, ammirando anche lui e dandosi già l'aria di capo-operaio e di qualcosa di più, di mezzo padrone.

Il Piemontese gli aveva detto due giorni avanti:

—Io dovrò assentarmi per qualche mese. Qui tutti hanno paura di metter fuori quattrini e avventurarli in un'impresa; e senza capitali, le industrie non vanno avanti: vado a cercarli lassù, in Piemonte. Tu baderai a fare e a far fare quel che si potrà. Ti lascerò istruzioni precise. Intanto in questi quindici giorni, ti regolerai come se io non fossi qui. Voglio vedere se sei capace di far riuscire un'infornata…. Altrimenti bisognerà attendere il mio ritorno coi nuovi operai.

E così, dopo quattro giorni di esposizione, era stato ripreso il lavoro, sotto la direzione di Cardello. Egli tremava per la responsabilità assunta, e a ogni po' interrogava con lo sguardo il padrone che fumava e andava su e giù, muto, serio, indifferente, quasi niente di quel che si faceva colà lo interessasse, e non gli rispondeva neppur con un cenno della testa.

La prima cottura era andata bene. Il difficile veniva ora, con la manipolazione dello stagno; ma Cardello si era già infrancato, e immergendo i vasi, chiuso nello standone a parte, ripeteva dentro di sè la preghiera:

—Signore, aiutatemi! Fatemi riuscire un altro pezzo unico…. Così il padrone andrebbe via contento!—

Il Signore non gli concesse la fortuna del pezzo unico, ma tutto andò bene, come se quel mago del Piemontese ci avesse messo le mani. E mentre questi gli diceva:—Bravo! Bravo! Bravo!—tre volte, Cardello si sentiva quasi impazzire dalla gioia al pensiero che per qualche mese il padrone della fabbrica sarebbe stato lui!…

E tornava a ripetere, pensando ai casi della sua vita:

—Quando si dice: "Il destino!" È proprio vero che ognuno ha il suo destino!—

E il cuore gli si gonfiava di grandi speranze; e i suoi sogni a occhi aperti arrivavano fino all'assurdità dei sogni veri, ed egli stesso talvolta ne rideva.

* * *

Sul punto di partire, il Piemontese lo aveva tratto da parte, e gli aveva consegnato una busta sigillata, senza indirizzo.

—Senti: conserva bene questa busta. Se io tardassi molto a scrivere—i casi son tanti—aprila; vi sono istruzioni che adempirai minutamente…. Appena arrivato, spedirò un po' di denaro. Tu sei un buon figliuolo, saprai regolarti.

—Torni presto! Torni presto! Mi parrà di essere una mosca senza capo con la mancanza di lei.

—La testa non bisogna perderla mai, in qualunque circostanza…. Va', tu sei un buon figliuolo!… Tornerò presto! E mi raccomando: ordine e pulizia!

—Scriva sùbito.

—Appena arrivato.—

Cardello si accorgeva che il Piemontese serio, freddo, faceva in quel momento grandi sforzi per non mostrarsi commosso; ed egli lo imitava, trattenendo i singhiozzi nella gola e le lacrime tra le ciglia, per non fargli il cattivo augurio.

E arrivò la prima lettera e poi la seconda e poi la terza; e arrivarono anche mille lire! Cardello, che non aveva mai avuto, in vita sua, tanti quattrini da spendere, non volle tenerli in casa e li portò alla cassa postale; là erano sicuri!

Poi, con intervallo di quindici giorni, un'altra lettera affettuosa, ma breve, che prometteva vicino il ritorno…. E poi niente più!

Cardello, non fidandosi delle sue scarse abilità epistolari, si faceva scrivere lunghe lettere dal segretario comunale; ma rimanevano tutte senza risposta. Un telegramma venne restituito con la osservazione: "Irreperibile!"

Il Piemontese non era dunque più a Torino?

Che cosa doveva egli fare? Attendere ancora o aprire la busta e adempire le istruzioni lasciategli?

Intanto le ruote lavoravano, la fornace ardeva, e la vendita degli oggetti stagnati procedeva bene in città e nei paesi vicini. Cardello, però, vedeva diminuire la provvista dei preparati ch'egli si ostinava a chiamare medicamenti. Una lettera raccomandata venne rimessa al mittente per irreperibilità del destinatario.

Allora l'idea d'una disgrazia, di qualche malattia grave—alla morte non osava di pensare—riempì di terrore Cardello.

Se avesse saputo dove andare a rintracciarlo, sarebbe partito senza indugio; gli rimanevano ancora cinquanta lire.

E andò a consultarsi col Segretario comunale, che dimostrava di volergli bene, e gli diceva spesso, come il Piemontese:—Sei un buon figliuolo!—cosa che a Cardello faceva tanto piacere perchè gli sembrava di sentirlo dire dal padrone lontano.

—Ha scritto finalmente?—gli domandò il Segretario vedendolo.

—Ma che! Non so che pensare. Ho il cuore piccino piccino…. Mi consigli lei che ne sa più di me. Sul punto di partire….—

E riferì sillaba per sillaba le parole che il Piemontese gli aveva dette consegnandogli la busta sigillata.

—Che cosa devo fare? Attendere ancora? Aprire la busta ed eseguire le istruzioni che contiene? Non so come regolarmi.

—Io, nel caso tuo, aprirei la busta.—

Cardello la trasse di tasca e gliela consegnò:

—L'apra lei.—

Il Segretario, spiegato il foglio, spalancò gli occhi dalla sorpresa.

Cardello non osava di domandargli:

—Che cosa dice?—

—È il suo testamento!—soggiunse il Segretario.—Lascia tutto a te, la fabbrica e il resto del premio che il Municipio deve pagargli: sei mila lire,

Cardello, interdetto, non respirava; temeva di avere inteso male.

—E sai come dice?—riprese il Segretario:—Istituisco mio erede universale quel buon figliuolo del mio operaio Calogero Strano!—

Cardello diè in un gran scoppio di pianto!

—È dunque morto?… Non è possibile! Come? Dove?—Non se ne potrà saper niente? Oh Dio!… Non è possibile! Voglio attenderlo! Tornerà!

—Potrebbe anche darsi. Intanto è bene far registrare il testamento. È una bella fortuna, sai? Sappi conservartela!

—Che farò, senza la sua guida?… No, non è morto: voglio attenderlo…. Tornerà!—balbettava Cardello quasi soffocato dai singhiozzi.

E, come compianto del suo padrone, gli sfuggì di bocca:—Quando si dice: "Il destino!" È proprio vero: ognuno ha il suo!

—Il nostro destino—lo ammonì il Segretario—ordinariamente ce lo facciamo con le nostre mani. Tu sei stato un buon figliuolo; la fortuna che ti càpita oggi te la sei meritata! Sappi conservartela, caro mio!


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