XQuando Carlo Darwin s'imbarcò giovinetto per quel grande viaggio di circumnavigazione, conosceva certamente le idee del suo nonno, Erasmo Darwin. Non si può supporre che non avesse letto laZoonomiae ilGiardino botanicocolle note, non si può supporre che conversando in famiglia non ne avesse frequentemente udito parlare da suo padre.Tuttavia è certo che egli non aveva accolto quelle idee: egli stesso dichiarò esplicitamente che quando faceva il suo viaggio credeva alla immutabilità della specie. Il professore Henslow, secondo ogni probabilità, non dava valore alle idee sulla specie di Erasmo Darwin.In Inghilterra le idee di Erasmo Darwin avevano suscitato un certo commovimento al loro apparire, erano state molto biasimate, poi erano state lasciate in disparte; il medico filosofo erastato sepolto, s'era conservato vivo il poeta, che il Byron giudicò non indegno dei suoi sarcasmi, dicendo che egli era grande maestro nell'arte di mettere insieme rime che non significassero nulla.Carlo Darwin aveva certamente letto il Lamarck, e l'aveva letto come egli sapeva leggere un libro di scienza. Ciò risulta dalle citazioni che ho fatto in principio di questo volume di brani del suo viaggio. Ma risulta però che in sostanza allora egli si atteneva al concetto scolastico della specie, cosa la quale, ripeto, egli ebbe poi espressamente a dichiarare.Nei brani del viaggio che ho riferito si vede come egli qua e colà osservando certi fatti, e osservando da quell'osservatore ch'egli era, ne rimanesse colpito, e primieramente nascesse nell'animo suo il dubbio intorno all'invariabilità della specie.Molti anni dopo, addì 8 ottobre 1864, egli scriveva a Ernesto Haeckel:«Nell'America del sud, tre classi di fenomeni fecero sopra di me una viva impressione; primieramente, il modo in cui certe specie, vicinissime, si succedono e si rimpiazzano a mano a mano che si va dal nord al sud; in secondo luogo, la prossima parentela delle specie che abitano le isole del littorale dell'America del sud e di quelle che sono proprie di quel continente; ciò mi stupì grandemente, come la varietà delle specie che abitano l'arcipelago delle Galapagos, vicino alla terra ferma; in terzo luogo, i rapporti stretti che collegano i mammiferi sdentati e i rosicanti del nostrotempo colle specie estinte della medesima famiglia. Io non dimenticherò mai la sorpresa che provai nel dissotterrare un avanzo di un gigantesco armadillo analogo all'armadillo vivente.«Riflettendo su tali fatti, comparandoli con altri dello stesso ordine, mi parve verosimile che le specie vicine potrebbero ben essere la posterità di una forma antenata comune....»Ritornato dal suo viaggio, il Darwin si trovava in cattive condizioni di salute per le grandi fatiche patite e soprattutto pel mal di mare che sempre aveva sofferto in modo straziante. Le conseguenze di quel viaggio rispetto alla sua salute gli si fecero sentire per tutta la vita. Ebbe sempre una certa difficoltà nel digerire e, se potè campare a lungo e lavorar tanto, ciò fu dovuto alla vita regolata che egli seppe menare, cercando ogni suo conforto là dove sempre si trova, nel lavoro intellettuale e nell'esercizio del bene.A Londra prese, appena ritornato, ad occuparsi delle sue collezioni. Nel 1837 andò a Cambridge, dove aveva ottenuto soltanto il grado di baccelliere, e prese quello di maestro nelle arti, che, siccome ho già detto, è a un dipresso equivalente alla laurea in filosofia che si dà in Germania. Poi andò da un suo zio, nello Straffordshire, e sposò sua cugina Emma Wegdwood, che gli diede una degna figliuolanza e gli fu degna compagna.Dico che Emma Wegdwood fu degna compagna a Carlo Darwin, e dico ciò non per modo di dire,ma come cosa positiva e meritevole di essere riferita. Emma Wegdwood, donna veramente rara per altezza d'animo, per verecondia, per bontà, fu degna di Carlo Darwin, del quale seppe comprender tutta la grandezza non soltanto intellettuale ma anche morale, e a cui si pose in faccia come un diamante limpidissimo in faccia a un raggio di sole.Il Balfour, che doveva morire così poco tempo dopo il Darwin e in così giovane età, in modo tanto inaspettato e doloroso e con tanto grave danno della scienza, quando morì Carlo Darwin esclamò:—Si è spezzata la meglio unita famiglia di tutta l'Inghilterra!Nell'anno 1842 Carlo Darwin pose la sua dimora nel piccolo villaggio di Down, presso Beckenam, nella contea di Kent, e vi passò tutto il rimanente della sua vita, quarant'anni, di cui non so se nella storia dell'umanità si possano annoverare altri più degnamente vissuti.Facciamogli una visita.Il professore Nicolaus Kleinenberg, della Università di Messina, invitato dai suoi scolari, appena il Darwin fu morto, ne fece una commemorazione, che veniva pubblicata col titolo:Carlo Darwin e l'opera sua. È una delle più belle cose che io mi abbia letto nella mia vita; son trenta pagine, trenta perle in un filo d'oro.Visitiamo, col Kleinenberg, Carlo Darwin a Down:«Aprite il cancello e vi ricevono le fresche ombre di esculi altissimi e folti. Un po' in là c'è la casa, una di quelle solide costruzioni del secolo passato, tanto caratteristiche per la campagna inglese, non molto bella, nè grande, ma spaziosa e comoda; poi il giardino con delle stufe per la coltivazione di piante esotiche, abbastanza vasto per un privato; e poi entrate nel parco, nella silenziosa campagna; estesi prati di quella freschezza, di quella verzura smagliante, che il mezzodì non conosce, alberi così sani e così alti, qua e là piccoli gruppi di bei cavalli e di vacche che quando passate alzano lentamente la testa a guardare il forestiero coi loro occhi limpidi e scuri, e poi tornano tranquilli a pascere; e nell'aria quella leggiera vaporosità, che ammorbidisce ogni contorno del paesaggio, come un velo sul volto di una donna. Nella casa quelcomfortche a noi pare lusso, mentre in Inghilterra non significa se non che un uomo colto si trova in regolate condizioni finanziarie; un'amabilissima famiglia; libri, strumenti, ecco l'insieme pacifico dal fondo di cui staccasi l'alta e serena figura di Darwin. Soltanto chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente può intendere il fascino che esalava la sua anima pura e semplice. C'era qualche cosa della gentilezza e dell'ingenuità di un fanciullo in quell'uomo forte, che gli dava una grazia inesprimibile. Intorno a lui era un'atmosfera piena di rispetto e di simpatia.«Darwin era liberale, non solamente nel significatoabbastanza meschino a cui l'uso politico ha ridotto questa parola, ma era liberale in quel magnifico senso che intendevano i trecentisti: un uomo largo di mente, largo di cuore e largo di mano.«La vita pubblica gli ripugnava; non ha bramato nè accettato alcun posto nel governo dello Stato. Lesse parecchi suoi scritti nella Società Reale e nella Società Linneana, ma non parlava pubblicamente, e rare volte scrisse sui giornali. Ma quando sentiva il dovere di pronunziare la sua opinione, allora la disse, modesto sì, ma franco e fermo, senza badare nè alla persona degli avversari, nè alla propria popolarità. Insomma, l'uomo più grande dei nostri tempi era un semplice gentiluomo di campagna.«E da quella pacifica casa di campagna partì l'impulso che propagavasi con velocità inaudita attraverso l'intero mondo intellettuale, scuotendolo nelle sue fondamenta più salde. Qual contrasto tra la vita privata di Darwin e la gigantesca lotta sostenuta dai suoi libri! Per certo Darwin non era un agitatore, non era affatto nelle sue intenzioni il commuovere le masse, ma il pensiero, si sa, una volta sprigionato dal cervello, ha vita propria e non bada nè punto nè poco ai desiderii del suo creatore.»Il pensiero di Carlo Darwin, appena egli ebbe posto definitivamente dimora in Down, il suo pensiero dominante, fu lo studio del grande argomentodella variabilità della specie. Ma tuttavia, mentre incominciava le sue ricerche intorno a questo argomento, dava pure opera ad altri lavori, di cui alcuni erano in rapporto col viaggio fatto, altri si riferivano a ricerche originali. Tra i primi conviene menzionare il volume intorno alle isole del corallo di cui ho parlato sopra, e altre pubblicazioni geologiche relative al viaggio, e anche di geologia delle isole britanniche. Qui pure prende posto il volume nel quale egli racconta il suo viaggio, quello intorno a cui mi son tanto dilungato in principio. Fra i lavori zoologici originali del Darwin, pubblicati in quel tratto di tempo, ha un grande valore la suaMonografia dei Cirripedi. Sono due volumi di un migliaio di pagine, con quaranta tavole. Molti fatti nuovi si vennero a rivelare per quel lavoro, e di grande importanza. Differenze sessuali enormi, l'unisessualismo, l'ermafrodismo, la condizione complementare di alcuni maschi, tutto nella medesima specie, onde il Darwin stesso diceva non trovarsi nulla di somigliante a ciò che egli era venuto riconoscendo in tutto il resto del regno animale, ma trovarsi bensì in alcune piante; e conchiudeva soggiungendo, che nella serie dei fatti che egli era venuto investigando, appariva una singolare illustrazione di più di una cosa da lungo tempo nota, che la natura, cioè, muta gradatamente da una condizione all'altra, e nel caso di cui egli stava parlando, dalla bisessualità alla unisessualità....Per tutte le vie il Darwin si trovava ad arrivare alla stessa conclusione; la verità di cui si era consacrato alla ricerca lo veniva stringendo da tutte le parti.Ma la via principale per cui Darwin venne ad investigare il fatto della variabilità della specie e a rintracciarne le cause, la via che, appena vi ebbe posto il piede, gli si appalesò tale da menarlo ad una grande meta, fu una via la quale era stata sempre aperta a tutti, patente, amplissima, in cui tutti avevano sempre camminato senza saper quello che facevano, come il borghese gentiluomo del Molière aveva sempre fatto della prosa senza saperlo.Fu la osservazione degli animali domestici e delle piante coltivate.Nessuno prova meraviglia di quelle cose che ha quotidianamente sottocchio. Perciò non ci meravigliamo delle modificazioni che l'uomo induce negli animali domestici, per quanto esse siano meravigliose.L'uomo modifica a sua posta, direi quasi si aggiusta a suo piacimento gli animali domestici, secondo i suoi bisogni, i suoi gusti e i suoi capricci. Ne muta il colore e la qualità dello integumento, la mole, la forma, le proporzioni, le viscere, gli organi dei sensi, tutto.Se un naturalista, approdando ad un'isola non ancora visitata dall'uomo, trovasse forme come il cane di Terranova, il veltro, il bracco, il botolo, non avrebbe neppure per un momento l'ideache potesse trattarsi di animali della medesima specie.Il cavallo da corsa inglese, allungatissimo, fino, sottile, tutto muscoli, meravigliosamente atto a percorrere un grande spazio in brevissimo tempo, comparato col poney piccolissimo e tarchiatello, e col macchinoso e pesante cavallo da tiro, sembrerebbero, a chi li vedesse per la prima volta, animali ben diversi.Dal maiale l'uomo non vuole che carne e grasso, ed è arrivato a ottenere una razza in cui nell'adulto il corpo non appare più che un otre enorme rimpinzato di grasso e di carne. Le zampe sono tanto piccole che l'animale non ci si può reggere, non si muove, non opera, non sente; ingoia, grugnisce, procombente a terra aspetta la morte.L'uomo ha voluto conigli con le orecchie giù penzolanti e li ha avuti, ha voluto anche conigli con un orecchio su e l'altro giù e li ha avuti pure; galline grosse come tacchini e galline grosse come quaglie, con ogni maniera di ciuffi e di creste e perfino col piumaggio al rovescio, pecore, capre, bovine senza corna, cani senza coda, piccioni con coda di pavone, piccioni con becco di falco, piccioni capitombolanti, pesci con duplici e triplici pinne, filugelli con bozzoli di una data forma, di un dato colore, di una data qualità di seta, e via dicendo.Come uno scultore si modella l'argilla, a poco a poco l'uomo si modella la forma animale e se la foggia a suo piacimento.Come fa ciò l'uomo?Anche il contadino sa rispondere a questa domanda, sa che ciò si fa con un mezzo tanto facile e semplice quanto efficace e sicuro.La scelta dei riproduttori.Vien su accidentalmente in una greggia un capro senza corna; dico accidentalmente per dire che non so come la cosa sia avvenuta; se questo capro avrà una figliuolanza, è molto probabile che tra i suoi figli qualcuno riesca pure senza corna. Quando per avventura in quella greggia si fossero trovati accidentalmente un capro senza corna e anche una capra senza corna e questo maschio e questa femmina fossero stati messi insieme a dare opera alla riproduzione, anche più probabilmente qualcuno dei loro figli sarebbe venuto su senza corna. Dico qualcuno, non tutti; o fors'anche nessuno, ma, poi, un figlio di questi figli. Comunque, se l'allevatore prende questi nati senza corna e fa in modo che fra loro producano figliuolanza, i nati della seconda generazione senza corna saranno più numerosi di quelli della prima. Così più che non quelli della seconda saranno numerosi senza corna i nati della terza generazione, e più ancora quelli della quarta, e via dicendo. Scegliendo sempre gli individui senza corna e facendoli riprodurre insieme, si finirà per avere una razza di individui tutti e sempre senza corna. Tutti e sempre, salvo forse una volta o l'altra un qualche raro individuo che nascerà colle corna per ricordare ancora il carattere dei suoi antenati, al quale fatto venne dato il nome diatavismo, che è sempre più raro quanto più sonnumerose le generazioni discese dai primi progenitori senza corna, vale a dire quanto più è antica la razza.Ora è un secolo da che nacque nel Massachussett un montone che aveva il corpo allungato e le gambe corte e torte come il cane bassotto. Il proprietario della greggia che ebbe quel montone pensò che sarebbe stato vantaggioso per lui avere molti montoni di quella sorta, perchè non avrebbero potuto saltar fuori dal ricinto e gli sarebbe stato più facile custodirli. Fece adunque riprodurre quel montone di cui i figli vennero pure col corpo lungo e colle gambe torte, e ne ebbe in breve tutta quanta una razza.Il dottor Gaspare Pacchierotti di Padova regalò al professore Canestrini un cane da caccia nato colla coda corta, figlio di due genitori che avevano avuto tagliata la coda. (VediLa teoria di Darwincriticamente esposta daGiovanni Canestrini, Milano, Dumolard, 1880).In Piemonte nel principio del secolo, quando erano esclusivamente adoperati per la caccia delle quaglie i cani bracchi a cui si soleva tagliare la coda, il nascere dei cagnolini bracchi senza coda era un fatto frequente, e mi ricordo bene di averne veduti, e soprattutto di aver inteso parlare della cosa siccome veduta da molti, e frequente tanto da non destare nessuna meraviglia. Ho anzi intorno a ciò una ricordanza al tutto speciale. Mio padre mi fece vedere un giorno uno di quei cagnolini senza coda, ancora poppante, e me ne parlòcome di un esempio molto evidente della ereditarietà dei caratteri negli animali domestici.A Roma, nell'orto botanico a Panisperna, v'è un bel cane da guardia che si chiama Orso, ed è in questo momento ben lontano dallo aspettarsi che venga stampato il suo nome. Orso non ha coda e nacque senza coda. Il professore Pedicino, che lo ebbe poppante, attesta il fatto, il qual fatto è comune fra i pastori della campagna romana ed era già noto fin dal secolo passato.Presso Iena, alcuni anni or sono, un toro al quale, pel chiudersi repentino della porta della stalla, s'era strappata la coda, fu padre di vitelli senza coda.Un toro nato senza corna da genitori cornuti, al Paraguay, nell'anno 1770, accoppiato con una vacca provveduta di corna, produsse vitelli senza corna, i quali si propagarono sempre collo stesso carattere negativo, per modo che, mercè la scelta degli allevatori, oggi al Paraguay i bovi cornuti sono rarissimi ed è invece al tutto dominante la razza delle bovine senza corna.Le pecore merinos degli spagnuoli furono perfezionate in Inghilterra e in Germania. Si pratica una scelta a tre riprese degli individui che si vogliono destinare alla riproduzione; si collocano i più belli sopra una tavola, se ne esamina attentissimamente la lana, e si tirano fuori quelli che l'hanno più fina; poi si mettono sulla tavola questi soli, e fra essi ancora se ne separano i migliori; poi si fa una terza scelta, di alcuni pochissimi,ottimi fra tutti. Questo lavoro, per lunghi anni compiuto nello Elettorato di Sassonia, ha prodotto una razza di cui ciascuna pecora è di una rara perfezione.Appunto per essersi fatta nell'Elettorato di Sassonia questa razza, la pecora che le spetta ebbe il nome, popolarissimo fra gli allevatori, diPecora elettorale, nome che mi produce un certo effetto ora che lo scrivo, perchè lo scrivo appunto mentre bolle il lavoro elettorale con suffragio allargato e scrutinio di lista.La scelta dei riproduttori è adunque il mezzo capitale che l'uomo adopera per farsi le razze degli animali domestici, e a questo poi, naturalmente, aggiunge quei mezzi accessorii che ottiene col porre l'animale, che vuole sviluppare in un dato senso, nelle condizioni meglio acconce allo intento; la quantità e la qualità del nutrimento, le abitazioni, gli esercizi, l'aria, la luce, l'uomo regola intorno all'animale secondo i casi. Così esercita nella corsa il puledro, mentre tiene nell'immobilità il maiale, e avvezza i piccioni viaggiatori al ritorno portandoli un po' discosto e abbandonandoli appena sanno volare, e a poco a poco allungando sempre le distanze.La stessa cosa come per gli animali domestici avviene, mercè l'opera dell'uomo, per le piante coltivate, e non è d'uopo dire quanta sia la varietà dei frutti, dei fiori, delle forme stesse delle piante che l'uomo coltiva; le esposizioni che si fanno ora tanto frequentemente hanno messo ognunoin condizioni di verificare la cosa. La via per ottenere tante e tante singolari varietà costanti è la stessa, la scelta dei semi di quelli individui che hanno in maggior grado il carattere che si ricerca e lo adattamento delle condizioni esterne, quanto più si possa, allo scopo che si vuole ottenere.Questo argomento delle modificazioni che l'uomo induce negli animali domestici e nelle piante coltivate, della via che tiene e dei risultamenti cui giunge, fu, come ho detto, lo studio principale fatto da Carlo Darwin negli anni che tennero dietro a quello in cui fermò in Down la sua dimora. Studiò tutto, ma si applicò segnatamente allo studio delle razze dei piccioni. Questi uccelli domestici sono stati profondissimamente modificati e svariati in numerose e differentissime razze dall'uomo, e danno certezza allo studioso (ciò che non si può dire sempre degli altri animali domestici) di provenire tutti da una sola specie selvatica, il comune piccione terraiolo. Carlo Darwin si fece membro di società inglesi che danno opera allo allevamento dei piccioni, scrisse in ogni parte del mondo, ebbe esemplari in pelle di tutte le razze e ragguagli di ogni sorta da persone intelligenti e capaci di comprendere bene e di rispondere acconciamente alle sue domande.Così egli si compenetrò scientificamente e riuscì a comprendere tutta la importanza della verità volgare che l'uomo ottiene tanto differenti le razze degli animali domestici e le varietà delle piantecoltivate mercè la scelta dei riproduttori, o come egli disse, la scelta artificiale, contrapponendo questo nome a quello della scelta naturale che egli riconobbe essere il grande fattore della modificazione e della trasformazione delle specie dei viventi, animali e piante, in natura.
Quando Carlo Darwin s'imbarcò giovinetto per quel grande viaggio di circumnavigazione, conosceva certamente le idee del suo nonno, Erasmo Darwin. Non si può supporre che non avesse letto laZoonomiae ilGiardino botanicocolle note, non si può supporre che conversando in famiglia non ne avesse frequentemente udito parlare da suo padre.
Tuttavia è certo che egli non aveva accolto quelle idee: egli stesso dichiarò esplicitamente che quando faceva il suo viaggio credeva alla immutabilità della specie. Il professore Henslow, secondo ogni probabilità, non dava valore alle idee sulla specie di Erasmo Darwin.
In Inghilterra le idee di Erasmo Darwin avevano suscitato un certo commovimento al loro apparire, erano state molto biasimate, poi erano state lasciate in disparte; il medico filosofo erastato sepolto, s'era conservato vivo il poeta, che il Byron giudicò non indegno dei suoi sarcasmi, dicendo che egli era grande maestro nell'arte di mettere insieme rime che non significassero nulla.
Carlo Darwin aveva certamente letto il Lamarck, e l'aveva letto come egli sapeva leggere un libro di scienza. Ciò risulta dalle citazioni che ho fatto in principio di questo volume di brani del suo viaggio. Ma risulta però che in sostanza allora egli si atteneva al concetto scolastico della specie, cosa la quale, ripeto, egli ebbe poi espressamente a dichiarare.
Nei brani del viaggio che ho riferito si vede come egli qua e colà osservando certi fatti, e osservando da quell'osservatore ch'egli era, ne rimanesse colpito, e primieramente nascesse nell'animo suo il dubbio intorno all'invariabilità della specie.
Molti anni dopo, addì 8 ottobre 1864, egli scriveva a Ernesto Haeckel:
«Nell'America del sud, tre classi di fenomeni fecero sopra di me una viva impressione; primieramente, il modo in cui certe specie, vicinissime, si succedono e si rimpiazzano a mano a mano che si va dal nord al sud; in secondo luogo, la prossima parentela delle specie che abitano le isole del littorale dell'America del sud e di quelle che sono proprie di quel continente; ciò mi stupì grandemente, come la varietà delle specie che abitano l'arcipelago delle Galapagos, vicino alla terra ferma; in terzo luogo, i rapporti stretti che collegano i mammiferi sdentati e i rosicanti del nostrotempo colle specie estinte della medesima famiglia. Io non dimenticherò mai la sorpresa che provai nel dissotterrare un avanzo di un gigantesco armadillo analogo all'armadillo vivente.
«Riflettendo su tali fatti, comparandoli con altri dello stesso ordine, mi parve verosimile che le specie vicine potrebbero ben essere la posterità di una forma antenata comune....»
Ritornato dal suo viaggio, il Darwin si trovava in cattive condizioni di salute per le grandi fatiche patite e soprattutto pel mal di mare che sempre aveva sofferto in modo straziante. Le conseguenze di quel viaggio rispetto alla sua salute gli si fecero sentire per tutta la vita. Ebbe sempre una certa difficoltà nel digerire e, se potè campare a lungo e lavorar tanto, ciò fu dovuto alla vita regolata che egli seppe menare, cercando ogni suo conforto là dove sempre si trova, nel lavoro intellettuale e nell'esercizio del bene.
A Londra prese, appena ritornato, ad occuparsi delle sue collezioni. Nel 1837 andò a Cambridge, dove aveva ottenuto soltanto il grado di baccelliere, e prese quello di maestro nelle arti, che, siccome ho già detto, è a un dipresso equivalente alla laurea in filosofia che si dà in Germania. Poi andò da un suo zio, nello Straffordshire, e sposò sua cugina Emma Wegdwood, che gli diede una degna figliuolanza e gli fu degna compagna.
Dico che Emma Wegdwood fu degna compagna a Carlo Darwin, e dico ciò non per modo di dire,ma come cosa positiva e meritevole di essere riferita. Emma Wegdwood, donna veramente rara per altezza d'animo, per verecondia, per bontà, fu degna di Carlo Darwin, del quale seppe comprender tutta la grandezza non soltanto intellettuale ma anche morale, e a cui si pose in faccia come un diamante limpidissimo in faccia a un raggio di sole.
Il Balfour, che doveva morire così poco tempo dopo il Darwin e in così giovane età, in modo tanto inaspettato e doloroso e con tanto grave danno della scienza, quando morì Carlo Darwin esclamò:
—Si è spezzata la meglio unita famiglia di tutta l'Inghilterra!
Nell'anno 1842 Carlo Darwin pose la sua dimora nel piccolo villaggio di Down, presso Beckenam, nella contea di Kent, e vi passò tutto il rimanente della sua vita, quarant'anni, di cui non so se nella storia dell'umanità si possano annoverare altri più degnamente vissuti.
Facciamogli una visita.
Il professore Nicolaus Kleinenberg, della Università di Messina, invitato dai suoi scolari, appena il Darwin fu morto, ne fece una commemorazione, che veniva pubblicata col titolo:Carlo Darwin e l'opera sua. È una delle più belle cose che io mi abbia letto nella mia vita; son trenta pagine, trenta perle in un filo d'oro.
Visitiamo, col Kleinenberg, Carlo Darwin a Down:
«Aprite il cancello e vi ricevono le fresche ombre di esculi altissimi e folti. Un po' in là c'è la casa, una di quelle solide costruzioni del secolo passato, tanto caratteristiche per la campagna inglese, non molto bella, nè grande, ma spaziosa e comoda; poi il giardino con delle stufe per la coltivazione di piante esotiche, abbastanza vasto per un privato; e poi entrate nel parco, nella silenziosa campagna; estesi prati di quella freschezza, di quella verzura smagliante, che il mezzodì non conosce, alberi così sani e così alti, qua e là piccoli gruppi di bei cavalli e di vacche che quando passate alzano lentamente la testa a guardare il forestiero coi loro occhi limpidi e scuri, e poi tornano tranquilli a pascere; e nell'aria quella leggiera vaporosità, che ammorbidisce ogni contorno del paesaggio, come un velo sul volto di una donna. Nella casa quelcomfortche a noi pare lusso, mentre in Inghilterra non significa se non che un uomo colto si trova in regolate condizioni finanziarie; un'amabilissima famiglia; libri, strumenti, ecco l'insieme pacifico dal fondo di cui staccasi l'alta e serena figura di Darwin. Soltanto chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente può intendere il fascino che esalava la sua anima pura e semplice. C'era qualche cosa della gentilezza e dell'ingenuità di un fanciullo in quell'uomo forte, che gli dava una grazia inesprimibile. Intorno a lui era un'atmosfera piena di rispetto e di simpatia.
«Darwin era liberale, non solamente nel significatoabbastanza meschino a cui l'uso politico ha ridotto questa parola, ma era liberale in quel magnifico senso che intendevano i trecentisti: un uomo largo di mente, largo di cuore e largo di mano.
«La vita pubblica gli ripugnava; non ha bramato nè accettato alcun posto nel governo dello Stato. Lesse parecchi suoi scritti nella Società Reale e nella Società Linneana, ma non parlava pubblicamente, e rare volte scrisse sui giornali. Ma quando sentiva il dovere di pronunziare la sua opinione, allora la disse, modesto sì, ma franco e fermo, senza badare nè alla persona degli avversari, nè alla propria popolarità. Insomma, l'uomo più grande dei nostri tempi era un semplice gentiluomo di campagna.
«E da quella pacifica casa di campagna partì l'impulso che propagavasi con velocità inaudita attraverso l'intero mondo intellettuale, scuotendolo nelle sue fondamenta più salde. Qual contrasto tra la vita privata di Darwin e la gigantesca lotta sostenuta dai suoi libri! Per certo Darwin non era un agitatore, non era affatto nelle sue intenzioni il commuovere le masse, ma il pensiero, si sa, una volta sprigionato dal cervello, ha vita propria e non bada nè punto nè poco ai desiderii del suo creatore.»
Il pensiero di Carlo Darwin, appena egli ebbe posto definitivamente dimora in Down, il suo pensiero dominante, fu lo studio del grande argomentodella variabilità della specie. Ma tuttavia, mentre incominciava le sue ricerche intorno a questo argomento, dava pure opera ad altri lavori, di cui alcuni erano in rapporto col viaggio fatto, altri si riferivano a ricerche originali. Tra i primi conviene menzionare il volume intorno alle isole del corallo di cui ho parlato sopra, e altre pubblicazioni geologiche relative al viaggio, e anche di geologia delle isole britanniche. Qui pure prende posto il volume nel quale egli racconta il suo viaggio, quello intorno a cui mi son tanto dilungato in principio. Fra i lavori zoologici originali del Darwin, pubblicati in quel tratto di tempo, ha un grande valore la suaMonografia dei Cirripedi. Sono due volumi di un migliaio di pagine, con quaranta tavole. Molti fatti nuovi si vennero a rivelare per quel lavoro, e di grande importanza. Differenze sessuali enormi, l'unisessualismo, l'ermafrodismo, la condizione complementare di alcuni maschi, tutto nella medesima specie, onde il Darwin stesso diceva non trovarsi nulla di somigliante a ciò che egli era venuto riconoscendo in tutto il resto del regno animale, ma trovarsi bensì in alcune piante; e conchiudeva soggiungendo, che nella serie dei fatti che egli era venuto investigando, appariva una singolare illustrazione di più di una cosa da lungo tempo nota, che la natura, cioè, muta gradatamente da una condizione all'altra, e nel caso di cui egli stava parlando, dalla bisessualità alla unisessualità....
Per tutte le vie il Darwin si trovava ad arrivare alla stessa conclusione; la verità di cui si era consacrato alla ricerca lo veniva stringendo da tutte le parti.
Ma la via principale per cui Darwin venne ad investigare il fatto della variabilità della specie e a rintracciarne le cause, la via che, appena vi ebbe posto il piede, gli si appalesò tale da menarlo ad una grande meta, fu una via la quale era stata sempre aperta a tutti, patente, amplissima, in cui tutti avevano sempre camminato senza saper quello che facevano, come il borghese gentiluomo del Molière aveva sempre fatto della prosa senza saperlo.
Fu la osservazione degli animali domestici e delle piante coltivate.
Nessuno prova meraviglia di quelle cose che ha quotidianamente sottocchio. Perciò non ci meravigliamo delle modificazioni che l'uomo induce negli animali domestici, per quanto esse siano meravigliose.
L'uomo modifica a sua posta, direi quasi si aggiusta a suo piacimento gli animali domestici, secondo i suoi bisogni, i suoi gusti e i suoi capricci. Ne muta il colore e la qualità dello integumento, la mole, la forma, le proporzioni, le viscere, gli organi dei sensi, tutto.
Se un naturalista, approdando ad un'isola non ancora visitata dall'uomo, trovasse forme come il cane di Terranova, il veltro, il bracco, il botolo, non avrebbe neppure per un momento l'ideache potesse trattarsi di animali della medesima specie.
Il cavallo da corsa inglese, allungatissimo, fino, sottile, tutto muscoli, meravigliosamente atto a percorrere un grande spazio in brevissimo tempo, comparato col poney piccolissimo e tarchiatello, e col macchinoso e pesante cavallo da tiro, sembrerebbero, a chi li vedesse per la prima volta, animali ben diversi.
Dal maiale l'uomo non vuole che carne e grasso, ed è arrivato a ottenere una razza in cui nell'adulto il corpo non appare più che un otre enorme rimpinzato di grasso e di carne. Le zampe sono tanto piccole che l'animale non ci si può reggere, non si muove, non opera, non sente; ingoia, grugnisce, procombente a terra aspetta la morte.
L'uomo ha voluto conigli con le orecchie giù penzolanti e li ha avuti, ha voluto anche conigli con un orecchio su e l'altro giù e li ha avuti pure; galline grosse come tacchini e galline grosse come quaglie, con ogni maniera di ciuffi e di creste e perfino col piumaggio al rovescio, pecore, capre, bovine senza corna, cani senza coda, piccioni con coda di pavone, piccioni con becco di falco, piccioni capitombolanti, pesci con duplici e triplici pinne, filugelli con bozzoli di una data forma, di un dato colore, di una data qualità di seta, e via dicendo.
Come uno scultore si modella l'argilla, a poco a poco l'uomo si modella la forma animale e se la foggia a suo piacimento.
Come fa ciò l'uomo?
Anche il contadino sa rispondere a questa domanda, sa che ciò si fa con un mezzo tanto facile e semplice quanto efficace e sicuro.
La scelta dei riproduttori.
Vien su accidentalmente in una greggia un capro senza corna; dico accidentalmente per dire che non so come la cosa sia avvenuta; se questo capro avrà una figliuolanza, è molto probabile che tra i suoi figli qualcuno riesca pure senza corna. Quando per avventura in quella greggia si fossero trovati accidentalmente un capro senza corna e anche una capra senza corna e questo maschio e questa femmina fossero stati messi insieme a dare opera alla riproduzione, anche più probabilmente qualcuno dei loro figli sarebbe venuto su senza corna. Dico qualcuno, non tutti; o fors'anche nessuno, ma, poi, un figlio di questi figli. Comunque, se l'allevatore prende questi nati senza corna e fa in modo che fra loro producano figliuolanza, i nati della seconda generazione senza corna saranno più numerosi di quelli della prima. Così più che non quelli della seconda saranno numerosi senza corna i nati della terza generazione, e più ancora quelli della quarta, e via dicendo. Scegliendo sempre gli individui senza corna e facendoli riprodurre insieme, si finirà per avere una razza di individui tutti e sempre senza corna. Tutti e sempre, salvo forse una volta o l'altra un qualche raro individuo che nascerà colle corna per ricordare ancora il carattere dei suoi antenati, al quale fatto venne dato il nome diatavismo, che è sempre più raro quanto più sonnumerose le generazioni discese dai primi progenitori senza corna, vale a dire quanto più è antica la razza.
Ora è un secolo da che nacque nel Massachussett un montone che aveva il corpo allungato e le gambe corte e torte come il cane bassotto. Il proprietario della greggia che ebbe quel montone pensò che sarebbe stato vantaggioso per lui avere molti montoni di quella sorta, perchè non avrebbero potuto saltar fuori dal ricinto e gli sarebbe stato più facile custodirli. Fece adunque riprodurre quel montone di cui i figli vennero pure col corpo lungo e colle gambe torte, e ne ebbe in breve tutta quanta una razza.
Il dottor Gaspare Pacchierotti di Padova regalò al professore Canestrini un cane da caccia nato colla coda corta, figlio di due genitori che avevano avuto tagliata la coda. (VediLa teoria di Darwincriticamente esposta daGiovanni Canestrini, Milano, Dumolard, 1880).
In Piemonte nel principio del secolo, quando erano esclusivamente adoperati per la caccia delle quaglie i cani bracchi a cui si soleva tagliare la coda, il nascere dei cagnolini bracchi senza coda era un fatto frequente, e mi ricordo bene di averne veduti, e soprattutto di aver inteso parlare della cosa siccome veduta da molti, e frequente tanto da non destare nessuna meraviglia. Ho anzi intorno a ciò una ricordanza al tutto speciale. Mio padre mi fece vedere un giorno uno di quei cagnolini senza coda, ancora poppante, e me ne parlòcome di un esempio molto evidente della ereditarietà dei caratteri negli animali domestici.
A Roma, nell'orto botanico a Panisperna, v'è un bel cane da guardia che si chiama Orso, ed è in questo momento ben lontano dallo aspettarsi che venga stampato il suo nome. Orso non ha coda e nacque senza coda. Il professore Pedicino, che lo ebbe poppante, attesta il fatto, il qual fatto è comune fra i pastori della campagna romana ed era già noto fin dal secolo passato.
Presso Iena, alcuni anni or sono, un toro al quale, pel chiudersi repentino della porta della stalla, s'era strappata la coda, fu padre di vitelli senza coda.
Un toro nato senza corna da genitori cornuti, al Paraguay, nell'anno 1770, accoppiato con una vacca provveduta di corna, produsse vitelli senza corna, i quali si propagarono sempre collo stesso carattere negativo, per modo che, mercè la scelta degli allevatori, oggi al Paraguay i bovi cornuti sono rarissimi ed è invece al tutto dominante la razza delle bovine senza corna.
Le pecore merinos degli spagnuoli furono perfezionate in Inghilterra e in Germania. Si pratica una scelta a tre riprese degli individui che si vogliono destinare alla riproduzione; si collocano i più belli sopra una tavola, se ne esamina attentissimamente la lana, e si tirano fuori quelli che l'hanno più fina; poi si mettono sulla tavola questi soli, e fra essi ancora se ne separano i migliori; poi si fa una terza scelta, di alcuni pochissimi,ottimi fra tutti. Questo lavoro, per lunghi anni compiuto nello Elettorato di Sassonia, ha prodotto una razza di cui ciascuna pecora è di una rara perfezione.
Appunto per essersi fatta nell'Elettorato di Sassonia questa razza, la pecora che le spetta ebbe il nome, popolarissimo fra gli allevatori, diPecora elettorale, nome che mi produce un certo effetto ora che lo scrivo, perchè lo scrivo appunto mentre bolle il lavoro elettorale con suffragio allargato e scrutinio di lista.
La scelta dei riproduttori è adunque il mezzo capitale che l'uomo adopera per farsi le razze degli animali domestici, e a questo poi, naturalmente, aggiunge quei mezzi accessorii che ottiene col porre l'animale, che vuole sviluppare in un dato senso, nelle condizioni meglio acconce allo intento; la quantità e la qualità del nutrimento, le abitazioni, gli esercizi, l'aria, la luce, l'uomo regola intorno all'animale secondo i casi. Così esercita nella corsa il puledro, mentre tiene nell'immobilità il maiale, e avvezza i piccioni viaggiatori al ritorno portandoli un po' discosto e abbandonandoli appena sanno volare, e a poco a poco allungando sempre le distanze.
La stessa cosa come per gli animali domestici avviene, mercè l'opera dell'uomo, per le piante coltivate, e non è d'uopo dire quanta sia la varietà dei frutti, dei fiori, delle forme stesse delle piante che l'uomo coltiva; le esposizioni che si fanno ora tanto frequentemente hanno messo ognunoin condizioni di verificare la cosa. La via per ottenere tante e tante singolari varietà costanti è la stessa, la scelta dei semi di quelli individui che hanno in maggior grado il carattere che si ricerca e lo adattamento delle condizioni esterne, quanto più si possa, allo scopo che si vuole ottenere.
Questo argomento delle modificazioni che l'uomo induce negli animali domestici e nelle piante coltivate, della via che tiene e dei risultamenti cui giunge, fu, come ho detto, lo studio principale fatto da Carlo Darwin negli anni che tennero dietro a quello in cui fermò in Down la sua dimora. Studiò tutto, ma si applicò segnatamente allo studio delle razze dei piccioni. Questi uccelli domestici sono stati profondissimamente modificati e svariati in numerose e differentissime razze dall'uomo, e danno certezza allo studioso (ciò che non si può dire sempre degli altri animali domestici) di provenire tutti da una sola specie selvatica, il comune piccione terraiolo. Carlo Darwin si fece membro di società inglesi che danno opera allo allevamento dei piccioni, scrisse in ogni parte del mondo, ebbe esemplari in pelle di tutte le razze e ragguagli di ogni sorta da persone intelligenti e capaci di comprendere bene e di rispondere acconciamente alle sue domande.
Così egli si compenetrò scientificamente e riuscì a comprendere tutta la importanza della verità volgare che l'uomo ottiene tanto differenti le razze degli animali domestici e le varietà delle piantecoltivate mercè la scelta dei riproduttori, o come egli disse, la scelta artificiale, contrapponendo questo nome a quello della scelta naturale che egli riconobbe essere il grande fattore della modificazione e della trasformazione delle specie dei viventi, animali e piante, in natura.
XILa teoria dei cataclismi, dei grandi rivolgimenti, delle rivoluzioni del globo, la teoria di Cuvier era caduta, morta e sepolta.Carlo Lyell, pubblicando nel 1830 i suoiPrincipii di geologia, era venuto a mutare le opinioni allora in corso, e quella sua pubblicazione fu tanto sapiente, tanto limpida, tanto persuasiva, tanto ricca di dimostrazioni e di prove, fin là dove possono andare le prove e le dimostrazioni in fatto di geologia, tanto stringente nelle argomentazioni dove non era più questione di prove, che si osservò questo fatto notevole di un profondo rivolgimento operato nel campo della scienza in un tempo breve e con così poco contrasto come raramente suole avvenire in tal sorta di casi.Carlo Lyell dimostrò che quei mutamenti profondi sulla superficie della terra di cui appaiono tanto evidenti le traccie, non sono già avvenutimercè scoppi, cataclismi, azioni violentissime in modo istantaneo e repentino, ma bensì a poco a poco, lentissimamente e per l'azione di quelle medesime cause che operano anche oggi.La vita di un uomo, la vita di parecchie generazioni d'uomini, è troppo breve a riconoscere certi mutamenti che avvengono alla superficie della terra. Questi mutamenti non si fanno riconoscere che in capo a molti secoli. Il suolo si muove, si può dire, in ogni parte, qua si solleva, là si abbassa, questi sollevamenti e questi abbassamenti sono lentissimi, si fermano, riprendono, proseguono, per tornare a formarsi e per tornare a proseguire; il fondo dei mari si solleva, la terra emersa si sprofonda, l'acqua e l'aria intaccano le rocce e la materia solida si altera, si sgretola, s'intacca, si scompone e costituisce nuove combinazioni; tutto si muta, e dove prima era un clima caldo diventa temperato e poi freddo, e dove era ghiacciato tutto l'anno s'apre il campo a poco a poco ad una lussureggiante vegetazione. Dico a poco a poco, lentissimamente, col volgere di centinaia e migliaia di secoli.Così i viventi hanno potuto di generazione in generazione trovarsi in condizioni che siano venute mutandosi lentissimamente; questi mutamenti esterni hanno potuto bene, anzi hanno dovuto trarre con sè la modificazione di alcuni caratteri. Gli individui di una data specie di animali in natura si rassomigliano moltissimo fra loro; tuttavia unaqualche differenza individuale c'è; in una località dove il clima si vada facendo più freddo, quegli individui di questa o quella specie di mammiferi che per avventura abbiano un po' meglio dei loro compagni folto e lungo il pelame, si troveranno in condizioni migliori e avranno maggior probabilità di campare e di invecchiare, di propagarsi, che non gli altri. Questi individui più riccamente forniti di pelo produrranno figli in pari modo, gli uni più e gli altri meno, privilegiati per un pelame più ricco e meglio protettore; quei figli che saranno meglio privilegiati avranno maggior probabilità di sopravvivere e trasmettere a loro volta il carattere benefico ai loro discendenti. Così a poco a poco, dopo molte generazioni, si avrà un cambiamento stabile per questo riguardo e i discendenti avranno sopportato un mutamento rispetto agli antenati, appariranno diversi da quelli, la specie avrà variato in natura, come varia in domesticità e si modifica la razza. In domesticità la modificazione segue mercè la scelta artificiale che fa l'uomo degli individui meglio forniti del carattere che si trasmette. In natura la scelta avviene da sè stessa col sopravvivere e propagarsi degli individui che hanno il carattere favorevole, e si ha quindi lascelta naturale. Tutti sanno che il colore del pelo, delle piume, delle scaglie, della pelle nuda, dello integumento degli animali, si conforma al colore del mezzo in cui questi vivono. La raganella che sta nel fogliame degli alberi e la cavalletta che sta nell'erba dei prati sono verdi,l'orso delle regioni polari è bianco come la neve, gli insetti son variopinti come i fiori in cui vivono, la lucertola muraiola ha il color dei muri, la steppa, il deserto, danno il loro colore agli animali che vi albergano. La stessa cosa è nel mare. Le alghe marine hanno belle e svariatissime tinte, sovente sfumature delicate e gradazioni da pareggiare i fiori dei prati e dei monti, ma dominano soprattutto tre grandi tinte, la verde, la rossa e la bruna. Quei pesciolini del mare che vivono fra le alghe e i nostri pescatori denominano collettivamente col nome di pesci di scoglio, son bruni, verdi, rossi, variopinti, conformemente al color delle alghe in mezzo alle quali s'aggirano guizzando; così hanno il color delle alghe le chiocciole e le limacce marine, i gamberelli, e via dicendo. Ciò segue mercè la scelta naturale. Se in un prato vi fossero cavallette di varii colori, alcune verdi, altre rosse, altre gialle, altre bianche, più facilmente senza dubbio le prime si sottrarrebbero alla vista degli uccelletti che ne fanno loro pasto, più facilmente le altre sarebbero beccate. Così a poco a poco verrebbero a scomparire le cavallette colorite altrimenti che non in verde, mentre quelle colorite di questo colore si salverebbero. Alla lunga, il color verde finisce per rimaner solo in campo scomparendo tutti gli altri mercè l'opera irresistibilmente efficace della scelta naturale. Lo stesso si dica per gli altri esempi citati e per gli innumerevoli che si potrebbero citare.Gli animali da preda, le fiere, gli uccelli rapaci,e tanti altri animali più piccoli, ma non meno fieri predoni, debbono lottare fra loro di forza, di velocità, o altrimenti, per campare la vita. Data una località dove i predatori siano numerosi e le vittime vi vadano, per una delle tante cause che possono produrre questo effetto, facendosi più scarse, i più deboli fra i predatori soccomberanno, mentre i più forti persisteranno, e questi saranno i più veloci, i meglio armati, quelli per qualsiasi carattere più favorevole in condizioni migliori per vincere, e questi caratteri favorevoli si verranno sempre più sviluppando e seguirà nella specie una trasformazione.Invero, la lotta per la vita è una legge fatale, dolorosa, crudele, di tutti i viventi: di tutti i viventi non escluso l'uomo. Malthus dimostrò come nelle generazioni degli umani segua questo fatto, che nascon molti più bambini di quello che si possa alimentare di uomini, quindi c'è una certa quantità di umani che langue, deperisce, muore vinta nella lotta per l'esistenza, fierissima nelle società incivilite.Questa lotta per la vita che è nella umanità, è in tutti i viventi in natura. L'uomo potrà forse un giorno farla cessare e potrebbe fin d'ora attenuare in parte gli effetti tremendi di questa lotta quando veramente il forte si volesse dare più pensiero del debole. Nei viventi in natura non c'è rimedio.I naturalisti si son divertiti qualche volta a calcolare il numero degli individui che deriverebberoda una sola coppia di animali, quando tutti i loro nati crescessero e si propagassero a loro volta per un certo tratto di tempo. È una cosa che fa spavento. Le aringhe nate dalle ova di un'aringa sola, ove ciò avvenisse, in pochi anni empirebbero tutti i mari.È terribile invero questa legge che condanna il maggior numero dei viventi a perire prima di arrivare allo stato adulto, prima di soddisfare al compito supremo della riproduzione.Il Kleinenberg ha in proposito le seguenti notevoli parole:«La sproporzione tra gli individui virtualmente esistenti e quelli che realmente arrivano al completo svolgimento di tutte le funzioni, è senza dubbio un fatto generale nel regno organico. L'ammissione di questo fatto come principio scientifico incontra tuttavia, al parer mio, alcune difficoltà. Invero l'indomabile tendenza degli esseri organici a moltiplicarsi oltre i limiti del realmente possibile, non mi pare comprensibile senz'altro come una qualità fondamentale della materia vivente; sarebbe una relazione ragionevolissima se la vita si mantenesse eternamente in proporzione diretta coi disponibili mezzi di sussistenza. D'altro canto s'intende che questo fenomeno biologico non possa essere effetto della selezione naturale, imperocchè la sua esistenza è precisamente la necessaria presupposizione, senza la quale non si avrebbe nè la lotta per l'esistenza, nè la selezione naturale. La lotta per l'esistenza quindi non puòessere una condizione primitiva della vita e deve aver avuto origine da certe relazioni posteriori. Sarebbe una ipotesi forse accettabile che la vita comparve sulla terra per la prima volta in quantità assai scarsa relativamente all'esuberanza di elementi vitali offerti dalla natura; che tale sproporzione in favore alla vita ne provocò la rapida moltiplicazione e che l'abbondante riproduzione ben presto diventò abituale, ereditaria. In questo primo periodo della vita terrestre non esisteva nè lotta per l'esistenza, nè selezione, nè sviluppo. Ma appena fu raggiunto l'equilibrio, esso fu immediatamente disturbato a causa dell'ereditaria rapida propagazione, la vita traboccava, la bilancia si abbassava dal lato opposto, e da quel momento incominciano la concorrenza, la soppressione del meno perfetto, le trasformazioni.«Quanto alla lotta per l'esistenza, essa è fondata sulla tendenza del vivente a conservar sè stesso, tendenza che è assolutamente inseparabile dal concetto della vita in qual modo pure vada formulato; la selezione è poi una conseguenza della lotta, e ne risulta, dato un certo numero di variazioni, con necessità inevitabile, la formazione di nuove specie.»Erasmo Darwin parla di una lotta che segue in natura nel regno vegetabile, e dice:«Tutto il mondo vegetabile si contende a vicenda e luce e aria; gli arbusti s'inalzano disopra le erbe, e, togliendo loro la luce e l'aria, arrivanoa danneggiarle a segno che le fanno perire, gli alberi soffocano e danneggiano gli arbusti, le piante parassite arrampicanti, come l'ederae lavitalba, nuocciono agli alberi più alti, ed altre piante parassite, che sussistono senza essere abbarbicate entro la terra, come ilVisco, laFillandsia, l'Epidendrum, iMuschie iFunghi, nuocciono agli alberi sopra cui vivono.«Una delle gramigne indiche,Paniscum arborescens, il cui stelo non è più grosso d'una penna d'oca, s'inalza tanto alto, quanto i più grandi alberi, per cagione di questa contesa per l'aria e la luce....»Qui Erasmo Darwin parla della lotta fra le varie specie di vegetabili. Accenna, per verità, alla gramigna indica diventata così alta, ma non esprime chiaramente il concetto della lotta fra i varii individui di una stessa specie per la quale finisce la specie per trasformarsi.In una fitta foresta le piante arboree tenderanno sempre ad allungarsi verticalmente e salire, mentre un albero che cresce liberamente solo in una ampia pianura tenderà ad allargare i suoi rami, e quando i semi di questo per una lunga serie di generazioni venissero a trovarsi sempre nelle medesime condizioni finirebbe per derivarne una forma d'albero poco alto con espansissime fronde.Gli alberi in montagna han foglie sottili e rami orizzontali, nelle condizioni migliori per resistere al vento e alla neve; possiamo benissimo intenderecome, per una lunga serie di trasformazioni lentissime mercè la scelta naturale, sian venuti al punto in cui oggi li vediamo; come intendiamo il caule brevissimo di altre piante alpine, di alcune delle quali possiamo tener dietro allo accorciarsi del caule a mano a mano alle varie altitudini.Venticinque anni or sono (scrivo ora nell'ottobre del 1882), entrai un giorno nel Museo zoologico di Torino, nello studio di Vittore Ghiliani, entomologo valentissimo, ma ancora uomo di cui la virtù e la bontà superavano il sapere, per quanto questo fosse grande. Trovai quell'ottimo uomo curvo sul tavolino colla lente; aveva davanti una tavoletta di sughero stretta e lunga, con sopra insetti coleotteri infilzati. Levò il capo, mi corse incontro a stringermi affettuosamente la mano. Io dimorava allora in Genova e solo di rado capitava a Torino.C'era sempre qualche cosa da imparare quando il Ghiliani parlava, e io gli domandai che cosa stesse guardando con tanta attenzione al mio arrivo.—Sto guardando—mi rispose concitatamente—questa prova che ho qui sotto gli occhi del fatto, che in natura non vi sono specie. Vedete qui; osservate, di questa dozzina di forme, la prima e l'ultima; vi paion ben differenti l'una dall'altra; tanto che non vi viene in mente, se mettete le due sole accosto, di dire che appartengono alla medesimaspecie: ma guardate quelle che stanno in mezzo, guardatele l'una dopo l'altra nell'ordine in cui sono disposte: la prima è talmente affine alla seconda che voi non credete di poterla separare specificamente; ma questa seconda si lega nello stesso modo alla terza, la terza alla quarta, e così via. La prima è della schietta pianura, la seconda delle falde del monte, le altre del monte stesso a mano a mano sempre a un'altezza maggiore. Le specie si modificano salendo, e ciò non solo negli insetti, ma in generale negli animali e nelle piante.—Queste parole io le ascoltava dal Ghiliani, due anni prima che venisse fuori con uno scoppio, che doveva echeggiare per tutto il mondo, il volume intorno all'origine della specie, di Carlo Darwin.Nessuno più di Vittore Ghiliani era in condizioni di comprendere quel volume, e invero egli sommamente se ne compiacque e nella sua immensa ricchezza di cognizioni entomologiche trovò poi pel rimanente della sua vita argomenti suoi in appoggio di questa dottrina.
La teoria dei cataclismi, dei grandi rivolgimenti, delle rivoluzioni del globo, la teoria di Cuvier era caduta, morta e sepolta.
Carlo Lyell, pubblicando nel 1830 i suoiPrincipii di geologia, era venuto a mutare le opinioni allora in corso, e quella sua pubblicazione fu tanto sapiente, tanto limpida, tanto persuasiva, tanto ricca di dimostrazioni e di prove, fin là dove possono andare le prove e le dimostrazioni in fatto di geologia, tanto stringente nelle argomentazioni dove non era più questione di prove, che si osservò questo fatto notevole di un profondo rivolgimento operato nel campo della scienza in un tempo breve e con così poco contrasto come raramente suole avvenire in tal sorta di casi.
Carlo Lyell dimostrò che quei mutamenti profondi sulla superficie della terra di cui appaiono tanto evidenti le traccie, non sono già avvenutimercè scoppi, cataclismi, azioni violentissime in modo istantaneo e repentino, ma bensì a poco a poco, lentissimamente e per l'azione di quelle medesime cause che operano anche oggi.
La vita di un uomo, la vita di parecchie generazioni d'uomini, è troppo breve a riconoscere certi mutamenti che avvengono alla superficie della terra. Questi mutamenti non si fanno riconoscere che in capo a molti secoli. Il suolo si muove, si può dire, in ogni parte, qua si solleva, là si abbassa, questi sollevamenti e questi abbassamenti sono lentissimi, si fermano, riprendono, proseguono, per tornare a formarsi e per tornare a proseguire; il fondo dei mari si solleva, la terra emersa si sprofonda, l'acqua e l'aria intaccano le rocce e la materia solida si altera, si sgretola, s'intacca, si scompone e costituisce nuove combinazioni; tutto si muta, e dove prima era un clima caldo diventa temperato e poi freddo, e dove era ghiacciato tutto l'anno s'apre il campo a poco a poco ad una lussureggiante vegetazione. Dico a poco a poco, lentissimamente, col volgere di centinaia e migliaia di secoli.
Così i viventi hanno potuto di generazione in generazione trovarsi in condizioni che siano venute mutandosi lentissimamente; questi mutamenti esterni hanno potuto bene, anzi hanno dovuto trarre con sè la modificazione di alcuni caratteri. Gli individui di una data specie di animali in natura si rassomigliano moltissimo fra loro; tuttavia unaqualche differenza individuale c'è; in una località dove il clima si vada facendo più freddo, quegli individui di questa o quella specie di mammiferi che per avventura abbiano un po' meglio dei loro compagni folto e lungo il pelame, si troveranno in condizioni migliori e avranno maggior probabilità di campare e di invecchiare, di propagarsi, che non gli altri. Questi individui più riccamente forniti di pelo produrranno figli in pari modo, gli uni più e gli altri meno, privilegiati per un pelame più ricco e meglio protettore; quei figli che saranno meglio privilegiati avranno maggior probabilità di sopravvivere e trasmettere a loro volta il carattere benefico ai loro discendenti. Così a poco a poco, dopo molte generazioni, si avrà un cambiamento stabile per questo riguardo e i discendenti avranno sopportato un mutamento rispetto agli antenati, appariranno diversi da quelli, la specie avrà variato in natura, come varia in domesticità e si modifica la razza. In domesticità la modificazione segue mercè la scelta artificiale che fa l'uomo degli individui meglio forniti del carattere che si trasmette. In natura la scelta avviene da sè stessa col sopravvivere e propagarsi degli individui che hanno il carattere favorevole, e si ha quindi lascelta naturale. Tutti sanno che il colore del pelo, delle piume, delle scaglie, della pelle nuda, dello integumento degli animali, si conforma al colore del mezzo in cui questi vivono. La raganella che sta nel fogliame degli alberi e la cavalletta che sta nell'erba dei prati sono verdi,l'orso delle regioni polari è bianco come la neve, gli insetti son variopinti come i fiori in cui vivono, la lucertola muraiola ha il color dei muri, la steppa, il deserto, danno il loro colore agli animali che vi albergano. La stessa cosa è nel mare. Le alghe marine hanno belle e svariatissime tinte, sovente sfumature delicate e gradazioni da pareggiare i fiori dei prati e dei monti, ma dominano soprattutto tre grandi tinte, la verde, la rossa e la bruna. Quei pesciolini del mare che vivono fra le alghe e i nostri pescatori denominano collettivamente col nome di pesci di scoglio, son bruni, verdi, rossi, variopinti, conformemente al color delle alghe in mezzo alle quali s'aggirano guizzando; così hanno il color delle alghe le chiocciole e le limacce marine, i gamberelli, e via dicendo. Ciò segue mercè la scelta naturale. Se in un prato vi fossero cavallette di varii colori, alcune verdi, altre rosse, altre gialle, altre bianche, più facilmente senza dubbio le prime si sottrarrebbero alla vista degli uccelletti che ne fanno loro pasto, più facilmente le altre sarebbero beccate. Così a poco a poco verrebbero a scomparire le cavallette colorite altrimenti che non in verde, mentre quelle colorite di questo colore si salverebbero. Alla lunga, il color verde finisce per rimaner solo in campo scomparendo tutti gli altri mercè l'opera irresistibilmente efficace della scelta naturale. Lo stesso si dica per gli altri esempi citati e per gli innumerevoli che si potrebbero citare.
Gli animali da preda, le fiere, gli uccelli rapaci,e tanti altri animali più piccoli, ma non meno fieri predoni, debbono lottare fra loro di forza, di velocità, o altrimenti, per campare la vita. Data una località dove i predatori siano numerosi e le vittime vi vadano, per una delle tante cause che possono produrre questo effetto, facendosi più scarse, i più deboli fra i predatori soccomberanno, mentre i più forti persisteranno, e questi saranno i più veloci, i meglio armati, quelli per qualsiasi carattere più favorevole in condizioni migliori per vincere, e questi caratteri favorevoli si verranno sempre più sviluppando e seguirà nella specie una trasformazione.
Invero, la lotta per la vita è una legge fatale, dolorosa, crudele, di tutti i viventi: di tutti i viventi non escluso l'uomo. Malthus dimostrò come nelle generazioni degli umani segua questo fatto, che nascon molti più bambini di quello che si possa alimentare di uomini, quindi c'è una certa quantità di umani che langue, deperisce, muore vinta nella lotta per l'esistenza, fierissima nelle società incivilite.
Questa lotta per la vita che è nella umanità, è in tutti i viventi in natura. L'uomo potrà forse un giorno farla cessare e potrebbe fin d'ora attenuare in parte gli effetti tremendi di questa lotta quando veramente il forte si volesse dare più pensiero del debole. Nei viventi in natura non c'è rimedio.
I naturalisti si son divertiti qualche volta a calcolare il numero degli individui che deriverebberoda una sola coppia di animali, quando tutti i loro nati crescessero e si propagassero a loro volta per un certo tratto di tempo. È una cosa che fa spavento. Le aringhe nate dalle ova di un'aringa sola, ove ciò avvenisse, in pochi anni empirebbero tutti i mari.
È terribile invero questa legge che condanna il maggior numero dei viventi a perire prima di arrivare allo stato adulto, prima di soddisfare al compito supremo della riproduzione.
Il Kleinenberg ha in proposito le seguenti notevoli parole:
«La sproporzione tra gli individui virtualmente esistenti e quelli che realmente arrivano al completo svolgimento di tutte le funzioni, è senza dubbio un fatto generale nel regno organico. L'ammissione di questo fatto come principio scientifico incontra tuttavia, al parer mio, alcune difficoltà. Invero l'indomabile tendenza degli esseri organici a moltiplicarsi oltre i limiti del realmente possibile, non mi pare comprensibile senz'altro come una qualità fondamentale della materia vivente; sarebbe una relazione ragionevolissima se la vita si mantenesse eternamente in proporzione diretta coi disponibili mezzi di sussistenza. D'altro canto s'intende che questo fenomeno biologico non possa essere effetto della selezione naturale, imperocchè la sua esistenza è precisamente la necessaria presupposizione, senza la quale non si avrebbe nè la lotta per l'esistenza, nè la selezione naturale. La lotta per l'esistenza quindi non puòessere una condizione primitiva della vita e deve aver avuto origine da certe relazioni posteriori. Sarebbe una ipotesi forse accettabile che la vita comparve sulla terra per la prima volta in quantità assai scarsa relativamente all'esuberanza di elementi vitali offerti dalla natura; che tale sproporzione in favore alla vita ne provocò la rapida moltiplicazione e che l'abbondante riproduzione ben presto diventò abituale, ereditaria. In questo primo periodo della vita terrestre non esisteva nè lotta per l'esistenza, nè selezione, nè sviluppo. Ma appena fu raggiunto l'equilibrio, esso fu immediatamente disturbato a causa dell'ereditaria rapida propagazione, la vita traboccava, la bilancia si abbassava dal lato opposto, e da quel momento incominciano la concorrenza, la soppressione del meno perfetto, le trasformazioni.
«Quanto alla lotta per l'esistenza, essa è fondata sulla tendenza del vivente a conservar sè stesso, tendenza che è assolutamente inseparabile dal concetto della vita in qual modo pure vada formulato; la selezione è poi una conseguenza della lotta, e ne risulta, dato un certo numero di variazioni, con necessità inevitabile, la formazione di nuove specie.»
Erasmo Darwin parla di una lotta che segue in natura nel regno vegetabile, e dice:
«Tutto il mondo vegetabile si contende a vicenda e luce e aria; gli arbusti s'inalzano disopra le erbe, e, togliendo loro la luce e l'aria, arrivanoa danneggiarle a segno che le fanno perire, gli alberi soffocano e danneggiano gli arbusti, le piante parassite arrampicanti, come l'ederae lavitalba, nuocciono agli alberi più alti, ed altre piante parassite, che sussistono senza essere abbarbicate entro la terra, come ilVisco, laFillandsia, l'Epidendrum, iMuschie iFunghi, nuocciono agli alberi sopra cui vivono.
«Una delle gramigne indiche,Paniscum arborescens, il cui stelo non è più grosso d'una penna d'oca, s'inalza tanto alto, quanto i più grandi alberi, per cagione di questa contesa per l'aria e la luce....»
Qui Erasmo Darwin parla della lotta fra le varie specie di vegetabili. Accenna, per verità, alla gramigna indica diventata così alta, ma non esprime chiaramente il concetto della lotta fra i varii individui di una stessa specie per la quale finisce la specie per trasformarsi.
In una fitta foresta le piante arboree tenderanno sempre ad allungarsi verticalmente e salire, mentre un albero che cresce liberamente solo in una ampia pianura tenderà ad allargare i suoi rami, e quando i semi di questo per una lunga serie di generazioni venissero a trovarsi sempre nelle medesime condizioni finirebbe per derivarne una forma d'albero poco alto con espansissime fronde.
Gli alberi in montagna han foglie sottili e rami orizzontali, nelle condizioni migliori per resistere al vento e alla neve; possiamo benissimo intenderecome, per una lunga serie di trasformazioni lentissime mercè la scelta naturale, sian venuti al punto in cui oggi li vediamo; come intendiamo il caule brevissimo di altre piante alpine, di alcune delle quali possiamo tener dietro allo accorciarsi del caule a mano a mano alle varie altitudini.
Venticinque anni or sono (scrivo ora nell'ottobre del 1882), entrai un giorno nel Museo zoologico di Torino, nello studio di Vittore Ghiliani, entomologo valentissimo, ma ancora uomo di cui la virtù e la bontà superavano il sapere, per quanto questo fosse grande. Trovai quell'ottimo uomo curvo sul tavolino colla lente; aveva davanti una tavoletta di sughero stretta e lunga, con sopra insetti coleotteri infilzati. Levò il capo, mi corse incontro a stringermi affettuosamente la mano. Io dimorava allora in Genova e solo di rado capitava a Torino.
C'era sempre qualche cosa da imparare quando il Ghiliani parlava, e io gli domandai che cosa stesse guardando con tanta attenzione al mio arrivo.
—Sto guardando—mi rispose concitatamente—questa prova che ho qui sotto gli occhi del fatto, che in natura non vi sono specie. Vedete qui; osservate, di questa dozzina di forme, la prima e l'ultima; vi paion ben differenti l'una dall'altra; tanto che non vi viene in mente, se mettete le due sole accosto, di dire che appartengono alla medesimaspecie: ma guardate quelle che stanno in mezzo, guardatele l'una dopo l'altra nell'ordine in cui sono disposte: la prima è talmente affine alla seconda che voi non credete di poterla separare specificamente; ma questa seconda si lega nello stesso modo alla terza, la terza alla quarta, e così via. La prima è della schietta pianura, la seconda delle falde del monte, le altre del monte stesso a mano a mano sempre a un'altezza maggiore. Le specie si modificano salendo, e ciò non solo negli insetti, ma in generale negli animali e nelle piante.—
Queste parole io le ascoltava dal Ghiliani, due anni prima che venisse fuori con uno scoppio, che doveva echeggiare per tutto il mondo, il volume intorno all'origine della specie, di Carlo Darwin.
Nessuno più di Vittore Ghiliani era in condizioni di comprendere quel volume, e invero egli sommamente se ne compiacque e nella sua immensa ricchezza di cognizioni entomologiche trovò poi pel rimanente della sua vita argomenti suoi in appoggio di questa dottrina.
XIIIl moltiplicarsi di una data specie di viventi in una data località è sovente in rapporto colla esistenza di altri viventi, talora assai lontani e diversi dai primi e tali che non si crederebbe mai, quando la cosa non fosse dimostrata dalla osservazione, che possano gli uni giovare o nuocere agli altri.Una sorta di gambero marino chiamatoPagurodai naturalisti, comune lungo le spiagge italiane, e notissimo ai pescatori che lo cercano per inescarne i loro ami, presenta questa singolare conformazione, che quella parte che volgarmente nel gambero si chiama la coda, ma che invero è il ventre, invece di avere la copertura di scaglie che hanno gli altri gamberi, si trova in esso al tutto nuda e con una pellicina sottile. Con un ventre di tal fatta allo scoperto il paguro non potrebbe vivere; oltrechè la pellicina sottile si lacererebbecontro gli spigoli delle pietruzze e delle arene, ogni sorta di pesciolini di scoglio la morderebbero e ne farebbero pasto. Singolare forma questa del paguro, che mentre ha il capo e il petto saldati insieme e protetti da una salda corazza, ha il ventre molle e indifeso. A ogni costo bisogna che il paguro faccia una difesa a quel suo ventre nudo; la fa in singolarissimo modo. Dove esso vive fra gli scogli, sulle ghiaie e nelle fanghiglie sottomarine lungo la spiaggia, vivono parecchie sorta di chiocciole di mare, le quali siccome vivono muoiono. La parte molle dell'animale si disfà tutta dopo la morte e rimane la conchiglia vuota. Il paguro prende questa conchiglia e ci alloga dentro il suo molle ventre e se la trascina dietro camminando. Se le conchiglie vuote son molte e i paguri pochi, tutto va bene; ma se i paguri son molti e poche le conchiglie vuote, tutto va male. Seguono fra i paguri fiere battaglie pel possesso di una conchiglia. Avviene talora che un paguro, annoiato di trascinarsi sempre la conchiglia dietro, la lascia per darsi un po' di sollazzo e fare una passeggiatina. Un altro paguro subito se ne impadronisce e quando ritorna il primo proprietario se ne trova espropriato. I combattimenti fra i paguri pel possesso delle conchiglie sono tanto frequenti che quegli animaletti si son fatto un certo abito del combattere e quando due s'incontrano s'azzuffano per tenersi in esercizio. Qui adunque si ha un crostaceo di cui la vita dipende dalla vita, o piuttosto dalla morte, di un mollusco; malo scarseggiare o lo abbondare del mollusco è in rapporto colla quantità dei suoi varii predatori, colla quantità e colla qualità delle alghe di cui esso si pasce, le quali sono in rapporto colla qualità della roccia, colla condizione di movimento e di purezza dell'acqua, e via dicendo.In alcune vallate presso Genova, dice il professore Arturo Issel (Varietà di Storia naturale, Milano, Treves, 1866) scarseggiano le chiocciole, perchè esse sono avidamente divorate dai topi, che quivi molto abbondano; una sola specie vi è comunissima (Helix cespitum) e, a quanto pare, essa sfugge alla regola, perchè vive sul cespite dei cardi spinosi, i quali coi loro pungenti aculei le fanno schermo contro gli attacchi dei suoi nemici.Una mosca, chiamata dai naturalisticecidomia, depone le uova sugli stami di una scrofularia, e secerne un veleno producente una galla, di cui si nutre la larva; un altro insetto, chiamatomisocampo, depone le uova entro quella galla nel corpo stesso della larva della mosca, e così si nutre della sua preda vivente. Ne risulta che un imenottero dipende da un dittero, il quale dipende a sua volta dalla proprietà che possiede di produrre una secrezione mostruosa in un organo particolare di una certa pianta.Il bue, il cavallo, il cane, non sono ritornati allo stato selvaggio nel Paraguay, mentre ciò avvenne di questi animali un po' più al nord e un po' più al sud di quella contrada. Due naturalisti benemeriti pel grande studio che hanno fatto dellazoologia dell'America meridionale, Azara e Rengger, hanno trovato la ragione di questo fatto. È comune al Paraguay una sorta di mosca, la quale depone le sue uova nell'ombellico dei cani, dei buoi e dei cavalli appena nati, e li fa morire. Questa mosca ha per nemici gli uccelli insettivori e i suoi parassiti, e il più o il meno di questi viene così ad operare sui bovi, sui cavalli e sui cani.Giova riferire le seguenti parole del Darwin:«....La visita delle farfalle è assolutamente necessaria a molte nostre orchidee per spandere il loro polline e fecondarle. Abbiamo esperienze che ci convincono che i pecchioni sono quasi indispensabili alla fecondazione della viola del pensiero (viola tricolor), perchè le altre api non vi si arrestano. Ho anche scoperto che parecchie specie di trifoglio richieggono la visita delle api per divenire feconde: per esempio 20 capi di trifoglio olandese (trifolium repens) diedero 2290 semi, mentre 20 altri individui di questa specie, inaccessibili alle api, non ne diedero uno solo. Così 100 piante di trifoglio rosso (trifolium pratense) produssero 2700 semi, ma altrettante pianticelle difese dalle api non diedero semente di sorta. I soli pecchioni visitano il trifoglio rosso; le altre api non ne possono suggere il nettare. Si è sostenuta l'idea che le falene potessero cooperare alla fecondazione dei trifogli; ma io dubito che ciò sia possibile pel trifoglio rosso, giacchè il loropeso non basta a deprimere i petali della corolla. D'onde può inferirsi che se l'intero genere dei pecchioni divenisse molto raro o si estinguesse in Inghilterra, probabilmente la viola del pensiero ed il trifoglio rosso diminuirebbero assai o scomparirebbero interamente.«Il numero dei pecchioni in qualsiasi regione dipende in gran parte dal numero dei topi campagnuoli che distruggono i loro favi e i loro nidi; e M. H. Newman, che osservò lungamente le abitudini dei pecchioni, crede che «più di due terzi di questi sono così distrutti in Inghilterra.» Ora, il numero dei topi dipende principalmente, come tutti sanno, dal numero dei gatti; e il signor Newman dice che presso i villaggi e le borgate egli ha trovato i nidi dei pecchioni in maggior copia che altrove, il che egli attribuisce al gran numero dei gatti che distruggono i topi campagnuoli. È dunque credibilissimo che la presenza di un gran numero di animali felini in un distretto, determini, mediante l'intervento dei sorci e delle api, la quantità di certi fiori nel distretto stesso.«La moltiplicazione di ogni specie è dunque sempre inceppata da diverse cause, che agiscono in varii periodi della vita e nelle differenti stagioni dell'anno; alcune sono più efficaci, ma tutte concorrono a determinare il numero medio degli individui od anche l'esistenza delle specie. In alcuni casi si può dimostrare che in diverse regioni agiscono cause diverse sopra le medesime specie.Quando si considerano le piante e gli arbusti che coprono un terreno incolto, siamo indotti ad attribuire il loro numero proporzionale e le loro specie a ciò che chiamiamo il caso. Ma quanto falsa è questa opinione! Quando si atterra una foresta americana sappiamo che sorge una vegetazione diversissima; pure si è notato che le antiche rovine indiane del mezzogiorno degli Stati Uniti, che un tempo erano state spogliate dei loro alberi, spiegano al presente la medesima meravigliosa diversità e proporzione di razze, quale è quella delle vergini boscaglie vicine. Quale tenzone deve essersi continuata per lunghi secoli fra le differenti specie di alberi, quando ciascuna spande annualmente i proprii semi a migliaia! Quale guerra degli insetti contro gl'insetti; degli insetti, lumache e altri animali contro gli uccelli e gli animali rapaci! Tutti sforzandosi di moltiplicare e tutti nutrendosi gli uni degli altri o cibandosi a spese degli alberi, dei loro semi, dei loro pollini o d'altre piante che prima coprivano la terra e impedivano conseguentemente lo sviluppo degli alberi! Che si getti in aria un pugno di penne e ognuna ricadrà al suolo secondo leggi definite; ma quanto è semplice il problema della loro caduta in confronto di quello delle azioni e reazioni delle piante ed animali innumerevoli che nel corso dei secoli determinarono i numeri proporzionali e le specie degli alberi, che ora crescono sulle rovine indiane!» (Sulla origine dellespecie, traduzione diGiovanni Canestrini. Torino, Unione tipografica editrice, 1875).Questo grande principio della scelta naturale è come un sole splendido e fiammeggiante che illumina e rende in ogni parte riconoscibili una infinità di fatti intorno ai quali prima era buio. Non tutto a ogni modo, nel regno dei viventi, si spiega con questo principio. Non si spiega, o almeno non si spiega sempre la differenza, talora molto grande, che si scorge negli animali fra le femmine e i maschi.Dico che nella scelta naturale non si spiega sempre la differenza fra le femmine e i maschi, perchè in qualche caso veramente si può spiegare. I fagiani presentano grandissime differenze nei due sessi, come tutti sanno. I maschi hanno un piumaggio bellissimo variopinto, mentre le femmine hanno un modesto colorito uniforme; ma le femmine dei fagiani covano sul suolo, non protette da fronde o fogliame od altro, e quando avessero vivacemente colorito il piumaggio, facilmente sarebbero scorte dagli uccelli rapaci e predate. Il modesto piumaggio in armonia col colore circostante protegge queste femmine dei fagiani; si può adunque credere che qui si sia fatta una scelta naturale sopravvivendo le femmine più brune e soccombendo quelle meglio colorite, e che questo carattere ereditariamente si sia andato trasmettendo sempre alle femmine di generazione in generazione tanto da diventare costante.Ma questa spiegazione che sta pel fagiano non sta nella maggioranza dei casi, che sono numerosissimi, di differenze fra i maschi e le femmine in tante sorta di animali.Generalmente il maschio è quello che si modifica di più e varia di più nelle sue modificazioni. Il maschio ha maggior bellezza, maggior vigore, indole più battagliera, organi dei sensi più fini, maestria di canto, ghiandole odorose, certi caratteri qualche volta che non gli servono nella vita ordinaria e non si possono intendere che come ornamenti fatti per meglio piacere alle femmine. Talora il maschio si fa bello al tempo degli amori e si tramuta per modo da non essere più riconoscibile e sfoggia la nuova bellezza e fa strani atti ed inconsueti davanti alla femmina, e combatte furiosamente e uccide i rivali.I maschi più gagliardi e più belli in ogni tempo hanno dovuto avere maggior facilità di debellare i rivali e piacere alle femmine; la gagliardia e la bellezza dei padri ha dovuto trasmettersi ai figli, e così nuovi caratteri differenziali fra il maschio e la femmina a poco a poco hanno dovuto apparire e trasmettersi e costituirsi. Per tal modo s'intendono queste differenze sessuali e s'intende come i giovani somiglino alle femmine e i caratteri differenziali non appariscano che più tardi.A questa maniera di scelta per la quale si vengono differenziando i sessi e che è diversa dalla scelta naturale, perchè i maschi hanno acquistatola loro attuale struttura non già per essere meglio atti a sopravvivere nella lotta per l'esistenza, ma per avere acquistato un vantaggio sopra altri maschi e per averlo trasmesso ai loro figli maschi, a questa maniera di scelta il Darwin diede il nome di scelta sessuale, e con essa spiegò buon numero di fatti inesplicabili altrimenti.
Il moltiplicarsi di una data specie di viventi in una data località è sovente in rapporto colla esistenza di altri viventi, talora assai lontani e diversi dai primi e tali che non si crederebbe mai, quando la cosa non fosse dimostrata dalla osservazione, che possano gli uni giovare o nuocere agli altri.
Una sorta di gambero marino chiamatoPagurodai naturalisti, comune lungo le spiagge italiane, e notissimo ai pescatori che lo cercano per inescarne i loro ami, presenta questa singolare conformazione, che quella parte che volgarmente nel gambero si chiama la coda, ma che invero è il ventre, invece di avere la copertura di scaglie che hanno gli altri gamberi, si trova in esso al tutto nuda e con una pellicina sottile. Con un ventre di tal fatta allo scoperto il paguro non potrebbe vivere; oltrechè la pellicina sottile si lacererebbecontro gli spigoli delle pietruzze e delle arene, ogni sorta di pesciolini di scoglio la morderebbero e ne farebbero pasto. Singolare forma questa del paguro, che mentre ha il capo e il petto saldati insieme e protetti da una salda corazza, ha il ventre molle e indifeso. A ogni costo bisogna che il paguro faccia una difesa a quel suo ventre nudo; la fa in singolarissimo modo. Dove esso vive fra gli scogli, sulle ghiaie e nelle fanghiglie sottomarine lungo la spiaggia, vivono parecchie sorta di chiocciole di mare, le quali siccome vivono muoiono. La parte molle dell'animale si disfà tutta dopo la morte e rimane la conchiglia vuota. Il paguro prende questa conchiglia e ci alloga dentro il suo molle ventre e se la trascina dietro camminando. Se le conchiglie vuote son molte e i paguri pochi, tutto va bene; ma se i paguri son molti e poche le conchiglie vuote, tutto va male. Seguono fra i paguri fiere battaglie pel possesso di una conchiglia. Avviene talora che un paguro, annoiato di trascinarsi sempre la conchiglia dietro, la lascia per darsi un po' di sollazzo e fare una passeggiatina. Un altro paguro subito se ne impadronisce e quando ritorna il primo proprietario se ne trova espropriato. I combattimenti fra i paguri pel possesso delle conchiglie sono tanto frequenti che quegli animaletti si son fatto un certo abito del combattere e quando due s'incontrano s'azzuffano per tenersi in esercizio. Qui adunque si ha un crostaceo di cui la vita dipende dalla vita, o piuttosto dalla morte, di un mollusco; malo scarseggiare o lo abbondare del mollusco è in rapporto colla quantità dei suoi varii predatori, colla quantità e colla qualità delle alghe di cui esso si pasce, le quali sono in rapporto colla qualità della roccia, colla condizione di movimento e di purezza dell'acqua, e via dicendo.
In alcune vallate presso Genova, dice il professore Arturo Issel (Varietà di Storia naturale, Milano, Treves, 1866) scarseggiano le chiocciole, perchè esse sono avidamente divorate dai topi, che quivi molto abbondano; una sola specie vi è comunissima (Helix cespitum) e, a quanto pare, essa sfugge alla regola, perchè vive sul cespite dei cardi spinosi, i quali coi loro pungenti aculei le fanno schermo contro gli attacchi dei suoi nemici.
Una mosca, chiamata dai naturalisticecidomia, depone le uova sugli stami di una scrofularia, e secerne un veleno producente una galla, di cui si nutre la larva; un altro insetto, chiamatomisocampo, depone le uova entro quella galla nel corpo stesso della larva della mosca, e così si nutre della sua preda vivente. Ne risulta che un imenottero dipende da un dittero, il quale dipende a sua volta dalla proprietà che possiede di produrre una secrezione mostruosa in un organo particolare di una certa pianta.
Il bue, il cavallo, il cane, non sono ritornati allo stato selvaggio nel Paraguay, mentre ciò avvenne di questi animali un po' più al nord e un po' più al sud di quella contrada. Due naturalisti benemeriti pel grande studio che hanno fatto dellazoologia dell'America meridionale, Azara e Rengger, hanno trovato la ragione di questo fatto. È comune al Paraguay una sorta di mosca, la quale depone le sue uova nell'ombellico dei cani, dei buoi e dei cavalli appena nati, e li fa morire. Questa mosca ha per nemici gli uccelli insettivori e i suoi parassiti, e il più o il meno di questi viene così ad operare sui bovi, sui cavalli e sui cani.
Giova riferire le seguenti parole del Darwin:
«....La visita delle farfalle è assolutamente necessaria a molte nostre orchidee per spandere il loro polline e fecondarle. Abbiamo esperienze che ci convincono che i pecchioni sono quasi indispensabili alla fecondazione della viola del pensiero (viola tricolor), perchè le altre api non vi si arrestano. Ho anche scoperto che parecchie specie di trifoglio richieggono la visita delle api per divenire feconde: per esempio 20 capi di trifoglio olandese (trifolium repens) diedero 2290 semi, mentre 20 altri individui di questa specie, inaccessibili alle api, non ne diedero uno solo. Così 100 piante di trifoglio rosso (trifolium pratense) produssero 2700 semi, ma altrettante pianticelle difese dalle api non diedero semente di sorta. I soli pecchioni visitano il trifoglio rosso; le altre api non ne possono suggere il nettare. Si è sostenuta l'idea che le falene potessero cooperare alla fecondazione dei trifogli; ma io dubito che ciò sia possibile pel trifoglio rosso, giacchè il loropeso non basta a deprimere i petali della corolla. D'onde può inferirsi che se l'intero genere dei pecchioni divenisse molto raro o si estinguesse in Inghilterra, probabilmente la viola del pensiero ed il trifoglio rosso diminuirebbero assai o scomparirebbero interamente.
«Il numero dei pecchioni in qualsiasi regione dipende in gran parte dal numero dei topi campagnuoli che distruggono i loro favi e i loro nidi; e M. H. Newman, che osservò lungamente le abitudini dei pecchioni, crede che «più di due terzi di questi sono così distrutti in Inghilterra.» Ora, il numero dei topi dipende principalmente, come tutti sanno, dal numero dei gatti; e il signor Newman dice che presso i villaggi e le borgate egli ha trovato i nidi dei pecchioni in maggior copia che altrove, il che egli attribuisce al gran numero dei gatti che distruggono i topi campagnuoli. È dunque credibilissimo che la presenza di un gran numero di animali felini in un distretto, determini, mediante l'intervento dei sorci e delle api, la quantità di certi fiori nel distretto stesso.
«La moltiplicazione di ogni specie è dunque sempre inceppata da diverse cause, che agiscono in varii periodi della vita e nelle differenti stagioni dell'anno; alcune sono più efficaci, ma tutte concorrono a determinare il numero medio degli individui od anche l'esistenza delle specie. In alcuni casi si può dimostrare che in diverse regioni agiscono cause diverse sopra le medesime specie.Quando si considerano le piante e gli arbusti che coprono un terreno incolto, siamo indotti ad attribuire il loro numero proporzionale e le loro specie a ciò che chiamiamo il caso. Ma quanto falsa è questa opinione! Quando si atterra una foresta americana sappiamo che sorge una vegetazione diversissima; pure si è notato che le antiche rovine indiane del mezzogiorno degli Stati Uniti, che un tempo erano state spogliate dei loro alberi, spiegano al presente la medesima meravigliosa diversità e proporzione di razze, quale è quella delle vergini boscaglie vicine. Quale tenzone deve essersi continuata per lunghi secoli fra le differenti specie di alberi, quando ciascuna spande annualmente i proprii semi a migliaia! Quale guerra degli insetti contro gl'insetti; degli insetti, lumache e altri animali contro gli uccelli e gli animali rapaci! Tutti sforzandosi di moltiplicare e tutti nutrendosi gli uni degli altri o cibandosi a spese degli alberi, dei loro semi, dei loro pollini o d'altre piante che prima coprivano la terra e impedivano conseguentemente lo sviluppo degli alberi! Che si getti in aria un pugno di penne e ognuna ricadrà al suolo secondo leggi definite; ma quanto è semplice il problema della loro caduta in confronto di quello delle azioni e reazioni delle piante ed animali innumerevoli che nel corso dei secoli determinarono i numeri proporzionali e le specie degli alberi, che ora crescono sulle rovine indiane!» (Sulla origine dellespecie, traduzione diGiovanni Canestrini. Torino, Unione tipografica editrice, 1875).
Questo grande principio della scelta naturale è come un sole splendido e fiammeggiante che illumina e rende in ogni parte riconoscibili una infinità di fatti intorno ai quali prima era buio. Non tutto a ogni modo, nel regno dei viventi, si spiega con questo principio. Non si spiega, o almeno non si spiega sempre la differenza, talora molto grande, che si scorge negli animali fra le femmine e i maschi.
Dico che nella scelta naturale non si spiega sempre la differenza fra le femmine e i maschi, perchè in qualche caso veramente si può spiegare. I fagiani presentano grandissime differenze nei due sessi, come tutti sanno. I maschi hanno un piumaggio bellissimo variopinto, mentre le femmine hanno un modesto colorito uniforme; ma le femmine dei fagiani covano sul suolo, non protette da fronde o fogliame od altro, e quando avessero vivacemente colorito il piumaggio, facilmente sarebbero scorte dagli uccelli rapaci e predate. Il modesto piumaggio in armonia col colore circostante protegge queste femmine dei fagiani; si può adunque credere che qui si sia fatta una scelta naturale sopravvivendo le femmine più brune e soccombendo quelle meglio colorite, e che questo carattere ereditariamente si sia andato trasmettendo sempre alle femmine di generazione in generazione tanto da diventare costante.
Ma questa spiegazione che sta pel fagiano non sta nella maggioranza dei casi, che sono numerosissimi, di differenze fra i maschi e le femmine in tante sorta di animali.
Generalmente il maschio è quello che si modifica di più e varia di più nelle sue modificazioni. Il maschio ha maggior bellezza, maggior vigore, indole più battagliera, organi dei sensi più fini, maestria di canto, ghiandole odorose, certi caratteri qualche volta che non gli servono nella vita ordinaria e non si possono intendere che come ornamenti fatti per meglio piacere alle femmine. Talora il maschio si fa bello al tempo degli amori e si tramuta per modo da non essere più riconoscibile e sfoggia la nuova bellezza e fa strani atti ed inconsueti davanti alla femmina, e combatte furiosamente e uccide i rivali.
I maschi più gagliardi e più belli in ogni tempo hanno dovuto avere maggior facilità di debellare i rivali e piacere alle femmine; la gagliardia e la bellezza dei padri ha dovuto trasmettersi ai figli, e così nuovi caratteri differenziali fra il maschio e la femmina a poco a poco hanno dovuto apparire e trasmettersi e costituirsi. Per tal modo s'intendono queste differenze sessuali e s'intende come i giovani somiglino alle femmine e i caratteri differenziali non appariscano che più tardi.
A questa maniera di scelta per la quale si vengono differenziando i sessi e che è diversa dalla scelta naturale, perchè i maschi hanno acquistatola loro attuale struttura non già per essere meglio atti a sopravvivere nella lotta per l'esistenza, ma per avere acquistato un vantaggio sopra altri maschi e per averlo trasmesso ai loro figli maschi, a questa maniera di scelta il Darwin diede il nome di scelta sessuale, e con essa spiegò buon numero di fatti inesplicabili altrimenti.
XIIIPer oltre a venti anni nel secolo passato Erasmo Darwin meditò e lavorò intorno alla sua zoonomia prima di farne la pubblicazione. Per oltre a vent'anni nel nostro secolo Carlo Darwin meditò e lavorò intorno alla origine delle specie prima di dirne una parola per le stampe. La suprema importanza dell'argomento che egli sentiva tutta, e questo è sommo suo merito, lo rendeva dubitoso. Voleva venir fuori con buone ragioni a sostegno delle sue idee, voleva che i fatti fossero la base delle sue meditazioni e di quelle conseguenze grandiose alle quali la sua mente veniva arrivando. Viveva lontano dai tumulti, libero del suo tempo, intento tutto e sempre all'opera sua. Si rivolgeva da ogni parte a chi potesse dargli aiuto, e veniva esponendo a due suoi dottissimi amici, Carlo Lyell e il dottor Hooker, i risultamenti delle sue ricerche e i suoi pensieri. Dopocinque anni di assiduo lavoro in questa via egli incominciò a scrivere alcune annotazioni; e nell'anno 1844 fece un abbozzo dell'operato suo, notando le conclusioni cui era venuto. Di questo suo scritto ebbero conoscenza i suoi due amici sopranominati, e il dottor Hooker lo lesse tutto.Carlo Lyell e il dottor Hooker sollecitavano vivamente il Darwin a pubblicare qualche cosa intorno ai suoi studi e ai suoi concetti, ed egli rispondeva di sì, ma non ne faceva nulla. Sebbene avesse raccolto un grande corredo di fatti a sostegno delle sue idee, non gli pareva mai di averne abbastanza e andava sempre procrastinando il giorno di una pubblicazione preliminare. Forse avrebbe ritardato indefinitamente, forse, come quei grandi artisti ignorati di cui taluno narra che abbiano accarezzato tutta quanta la vita un concetto senza mai incarnarlo, avrebbe proseguito sempre nelle sue ricerche senza creder mai di essere arrivato al punto di poterne parlare, se non fosse sopraggiunta una circostanza, la quale fece sì che i suoi amici insistessero presso di lui più del consueto ed egli finisse per arrendersi.Il signor Alfredo Russel Wallace, sommo naturalista e viaggiatore, per molti anni esplorò le isole dell'arcipelago della Sonda, si addentrò fra le foreste vergini dell'arcipelago indiano, studiò dal vero vivi e in azione i prodotti della natura in quelle rigogliose contrade tanto abbondanti di vita. Viaggiando, osservando, meditando, Alfredo Russel Wallace venne alle stesse conclusioni intornoalla variabilità delle specie cui era venuto Carlo Darwin. E a Carlo Darwin egli mandò, l'anno 1858, uno scritto intorno a questo argomento, pregandolo di darlo a Carlo Lyell, il quale lo presentò alla Società Linneana.Ma allora Carlo Lyell e il dottor Hooker fecero comprendere al Darwin che non era più tempo d'indugiare, ed egli alla perfine si arrese.Il volume intorno allaOrigine delle specievenne fuori a Londra il giorno 24 novembre 1859.In due parole ne è così espresso il carattere fondamentale:«Quando si riflette al problema della origine delle specie, considerando i mutui rapporti di affinità degli esseri organizzati, le loro relazioni embrionali, la loro distribuzione geografica, la successione geologica ed altri fatti analoghi, si può conchiudere che ogni specie non è stata creata indipendentemente dalle altre, ma bensì discende, come le varietà, da altre specie.»Nella introduzione il Darwin espone così limpidamente, in brevissimo spazio, il piano del suo lavoro, che non si può far meglio che riferire le sue proprie parole:«...Fino dai primordii delle mie ricerche fui d'avviso che un accurato studio degli animali domestici e delle piante coltivate mi avrebbe offerto probabilmente i dati migliori per risolvere questo oscuro problema. Nè mi sono ingannato, mentre non solo in questa circostanza, ma ben anche intutti gli altri casi perplessi, ho sempre trovato che le nostre esperienze, relative alle variazioni degli esseri organizzati avvenute allo stato di domesticità o di coltura, sono tuttavia la nostra guida migliore e la più sicura. Io non esito ad esprimere la mia convinzione sull'alta importanza di questi studii, benchè troppo spesso siano stati trascurati dai naturalisti.«Per questo motivo io consacro il primo capitolo di questo compendio all'esame delle variazioni allo stato domestico. Vedremo da ciò, che sono per lo meno possibili sopra una vasta scala variazioni ereditarie, e quel che più importa, vedremo quanto grande sia la facoltà dell'uomo di accumulare leggiere variazioni, per mezzo della elezione artificiale, cioè mediante la loro scelta esclusiva. Passerò poscia alla variabilità delle specie nello stato di natura; ma io dovrò a malincuore trattare con troppa concisione questo soggetto, che non può svolgersi convenientemente se non colla scorta di lunghi cataloghi di fatti. Potremo nondimeno discutere quali siano le circostanze più favorevoli alle variazioni. Il capitolo successivo tratterà della lotta per l'esistenza fra tutti gli esseri organizzati del globo, lotta che necessariamente deriva dal loro moltiplicarsi in proporzione geometrica. È questa la legge di Malthus applicata a tutto il regno animale e vegetale. Siccome gli individui d'ogni specie che nascono sono di numero assai maggiore di quelli che possono vivere, e perciò deve rinnovarsi la lotta fra i medesimiper l'esistenza, ne segue che se qualche essere varia, anche leggermente, in un modo a lui profittevole, sotto circostanze di vita complesse e spesso variabili, egli avrà maggior probabilità di durata e quindi potrà essereeletto naturalmente. Inoltre, secondo le severe leggi dell'eredità, tale varietà eletta tenderà continuamente a propagare la sua forma nuova e modificata.«Di questo principio fondamentale di elezione naturale tratterò diffusamente nel quarto capitolo: e noi conosceremo in qual modo questa elezione naturale produca quasi inevitabilmente frequenti estinzioni di specie meno adatte e conduca a ciò che io chiamo divergenza dei caratteri. Nel seguente capitolo io discuterò le leggi complesse e poco note della variazione. Altri cinque capitoli risolveranno le difficoltà più gravi e più apparenti della teoria. In primo luogo la difficoltà delle transizioni, cioè come possa darsi che un essere o un organo semplice siasi trasformato in un essere più complicato oppure in un organo più perfetto; secondariamente l'istinto e le facoltà mentali degli animali; in terzo luogo l'ibridismo o la sterilità delle specie incrociate e la fecondità delle varietà incrociate; da ultimo l'insufficienza dei documenti geologici. Nel capitolo successivo io considero la successione geologica degli esseri organizzati nel corso del tempo; nel dodicesimo e tredicesimo la loro distribuzione geografica nello spazio; nel decimoquarto la loro classificazione e le loro mutue affinità tanto nello stato adultoquanto nello stato embrionale. L'ultimo capitolo comprenderà un breve riassunto di tutta l'opera con alcune osservazioni finali.«Se teniamo conto della nostra profonda ignoranza sulle reciproche relazioni di tutti gli esseri che vivono intorno a noi, non possiamo fare le meraviglie se ci restano ancora inesplicate molte cose sulla genesi delle specie e delle varietà. Come può spiegarsi che mentre una specie è numerosa e sparsa sopra una grande estensione, un'altra specie assai affine trovasi rara e in uno spazio ristretto? Ora questi rapporti sono della più alta importanza, giacchè determinano il benessere presente e credo anche la prosperità futura e le modificazioni di ogni abitante di questo mondo. Noi conosciamo poi ancor meno le relazioni reciproche degli innumerevoli abitanti terrestri in molte fasi geologiche del loro passato sviluppo. Quantunque molte cose restino oscure e rimarranno tali ancora per lungo tempo, io non posso dubitare, dopo lo studio più esatto e il giudizio più coscienzioso di cui sono suscettibile, che l'opinione adottata dalla maggior parte dei naturalisti e per lungo tempo anche da me, cioè che ogni specie sia stata creata indipendentemente dalle altre, sia erronea.«Io sono pienamente convinto che le specie non sono immutabili; ma che tutte quelle che appartengono a ciò che chiamasi lo stesso genere, sono la posterità diretta di qualche altra specie generalmente estinta, nella stessa maniera che le varietà riconosciute di una specie qualunque discendonoin linea retta da questa specie. Finalmente, io sono convinto che l'elezione naturale sia, se non l'unico, almeno il principale mezzo di modificazione.»Questo suo lavoro l'autore non lo considera che come un estratto, e ne lamenta la imperfezione.«L'estratto che oggi metto in luce è dunque necessariamente imperfetto. Io sono costretto ad esporvi le mie idee senza appoggiarle con molti fatti o con citazioni di autori: e mi trovo nel caso di contare sulla confidenza che i miei lettori potranno avere sull'accuratezza dei miei giudizi. Senza dubbio questo libro non sarà esente di errori, benchè io creda di non essermi riferito che alle autorità più solide. Io non posso produrre se non le conclusioni generali alle quali sono arrivato, con alcuni esempi che tuttavia basteranno, credo, nella pluralità dei casi. Niuno è penetrato più di me della necessità di pubblicare più tardi tutti i fatti che servono di base alle mie conclusioni, e spero di farlo in un'opera futura. Imperocchè io so bene che non vi è un passo in questo volume, al quale non si possano opporre argomenti, che, in apparenza, conducano a conclusioni diametralmente opposte. Un risultato soddisfacente raggiungesi soltanto raccogliendo tutti i fatti e le ragioni favorevoli e contrarie ad ogni quistione, e pesando gli uni contro gli altri; ciò che nell'opera presente non posso fare.»Per buona ventura il Darwin visse ancora dopo la pubblicazione del volume intorno alla originedelle specie, abbastanza per poter pubblicare tutti quegli altri lavori che egli ne considerava come il complemento. Ma anche quando non avesse potuto far ciò, il volume intorno alla origine delle specie avrebbe bastato a dar salde fondamenta alla nuova teoria e avrebbe portato quel grande rivolgimento nelle menti e quel grande progresso nel sapere umano che appunto ne derivarono.La prova che il volume sulla origine delle specie non aveva bisogno d'altro, si ha nello immenso effetto che ne conseguì appena venne pubblicato e lo scoppio di furore frenetico da una parte e di amore indomato dall'altra che subito produsse. «La storia, diceva ilTimesin un cenno necrologico su Carlo Darwin, di una di quelle scene quale è quella che seguì nel celebremeetingdella Associazione britannica ad Oxford nel 1860, e della battaglia campale fra il vescovo Wilberforce e il giovane e ardente signor Huxley, si legge come una scena della storia antica, come un episodio nella persecuzione di Galileo, o un preliminare della scomunica di Spinoza....»La frenesia contro il Darwin da parte di molti suoi avversari, oltre alla sostanza della cosa, si accresce anche per ciò che quest'uomo sommo, senza grandi attrattive di stile, senza ombra di ricercatezza nella forma, senza apostrofi, senza mire ad effetto, irresistibilmente si cattiva l'animo del suo lettore, il quale, rapito da quel purissimo amore del vero che splende in ogni parola del Darwin, rapito da quella calma sublime che nonlo abbandona mai, ammirato di quella imparzialità veramente unica, colla quale il grand'uomo in luogo di scansarle va in cerca delle obbiezioni e le più gravi se le fa da sè, prende ad amarlo e si compiace del suo consorzio come di cosa sommamente desiderabile e cara.Sentite queste stupende parole del professore Kleinenberg:«Lo stile di Darwin è estremamente semplice, senza alcuna declamazione, senza ornamenti retorici e manca perfino di frasi e di motti incisivi. Eppure i suoi scritti sono di una straordinaria, immediata efficacia, e pieni di vita e di armonia. Ciò dipende in gran parte dal modo in cui sono esposti e disposti i fatti e le conclusioni; in questo riguardo la maestria del Darwin è impareggiabile; nessuno scrittore scientifico fra antichi e moderni, che io conosca, ha dominato mai la sua materia—e quella del Darwin era difficilissima e affatto nuova—con sì assoluta sovranità. Ne risulta un mirabile ordine ed una unità dell'opera, che mi ricordano sempre quei templi dorici di Pèsto e di Girgenti, le creazioni più sublimi dell'arte architettonica, che producono così profonda impressione per la sola vastità e armonia delle loro proporzioni.«Le opere del Darwin posseggono in massimo grado una qualità comune a tutte le emanazioni del genio: sono persuasive. Ma l'energia irresistibile con cui esse s'impadroniscono della mente del lettore non sta solamente nell'ingegno superioree nell'arte della composizione, un altro elemento v'influisce forse più di quelli, ed è il carattere morale di Darwin. Ogni pagina dei suoi libri vi dice ad alta voce: chi mi scrisse è un uomo onesto e sopra ogni cosa veritiero. Quello spirito che, partendo dal foro, dalla stampa, dalle assemblee politiche, invade sempre più la coscienza pubblica ed insegna che per difendere la verità è d'uopo esagerare, nascondere i proprii lati deboli e scoprire spietatamente quelli dell'avversario, e dire ancora—s'intende sempre in omaggio alla verità—ogni tanto qualche piccola bugia; questo spirito che al nostro tempo anticlericale alle volte dà un non so che di gesuitico, la mente di Darwin non l'aveva sfiorato. Egli difende la verità, ma con la sola verità. Nessuno ha più freddamente di lui denudato le debolezze della sua teoria, nessuno è stato più di lui abile nell'escogitare ingegnose difficoltà e obbiezioni alla sua dottrina, mai egli ha taciuto un fatto sfavorevole, mai ha soppresso una apparente contradizione. Ne volete la prova? Leggete gli scritti dei più fieri avversarii del Darwin—ben inteso fra i naturalisti—e vedrete che essi molti dei più forti argomenti contrarii li hanno presi in prestito dalle opere dello stesso Darwin. Era un grande ingegno, ma il suo carattere era più grande.«Permettetemi, o signori, un ricordo personale. Quando io l'anno passato era ospite di Darwin, gli dissi:—Avrei poca ragione di rileggere la vostraOrigine delle specie, poichè il suo contenuto teoricocredo averlo assimilato, per quanto me lo concede il mio ingegno, e per i miei lavori mi occorrono gli stessi animali vivi piuttostochè libri. Ma, vedete, sono un uomo debole. Ogni tanto, ora per colpa mia, ora per colpa altrui, si scatena in me uno scirocco che intristisce tutta l'anima mia. Allora la vita mi pare tanto brutta, insipida la scienza, vuota l'arte. Ebbene, la lettura di qualche vostra pagina tutte le volte mi ha rialzato da questo avvilimento. Dimodochè un giorno, a Napoli, senza sapere proprio quel che mi facessi, quasi meccanicamente, scrissi col lapis sul margine del vostro libro queste parole italiane:Qui si sana!—E Darwin mi porgeva la mano e disse che questa era la miglior lode che avesse ricevuto in vita sua.»Un anno dopo la prima edizione dellaOrigine delle speciese ne fece una seconda, nel 1864 se ne fece una terza, e il Canestrini, che già aveva tradotto la prima nel 1875, pubblicò in Torino coi tipi della Unione tipografico-editrice una nuova traduzione fatta sulla sesta edizione inglese notevolmente ampliata. Parecchie altre edizioni, invero non so quante, ne vennero fatte poi e si faranno in avvenire, perchè questo è un libro destinato a rimanere nella scienza immortalmente.Ragion voleva che il Darwin, secondo l'impegno che aveva preso con sè stesso e coi suoi lettori,volendo sviluppare per via di fatti e di deduzioni da essi il concetto della variabilità delle specie, esponesse quanto aveva veduto negli animali in istato di addomesticamento e nelle piante in coltivazione e quelle conclusioni che aveva saputo trarre dalle cose vedute.Perciò nell'anno 1868 egli pubblicò una grande opera sulleVariazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, di cui pure il professore Giovanni Canestrini fece la traduzione, stampata dalla Unione tipografico-editrice torinese. Sono, nella traduzione italiana, oltre a ottocento pagine con molte incisioni intercalate.Ecco quanto dice lo stesso autore di questa sua pubblicazione:«Lo scopo di quest'opera non è punto il descrivere le molte razze di animali che l'uomo seppe addomesticare, nè le piante ch'ei seppe coltivare; se anche avessi le cognizioni che si richiedono per compiere un'impresa così gigantesca, in questo caso sarebbe opera superflua. Io intendo unicamente di esporre, tra i fatti ch'io potei raccogliere ed osservare in ogni specie, i più atti a mostrare la importanza e la natura delle modificazioni subite dagli animali e dalle piante sotto il dominio dell'uomo; e spargere un po' di luce sui principii generali dellaVariazione. Solo tratterò più diffusamente dei colombi domestici, di cui descriverò tutte le principali razze, la storia, l'estensione e la natura delle loro differenze, e lo stipite probabiledella loro discendenza. Ho prescelto questo esempio ad ogni altro, perchè, come si vedrà nel corso dell'opera, esso fornisce materiali più acconci degli altri; e un esempio pienamente descritto può illustrare tutti gli altri. Mi fermerò pure più particolarmente sui conigli, sui polli e sulle anatre domestiche.«I subbietti che si svolgeranno in questo volume sono collegati in modo tale, che riesce difficile decidere quale sia il migliore modo di ordinarli. Io ho creduto bene di esporre nella prima parte un complesso considerevole di fatti che si riferiscono a varii animali e piante, dei quali fatti, a prima vista, alcuni pareano non avere che una piccola relazione col nostro subbietto, e dedicare l'ultima parte a generali disposizioni. Quando poi mi parve necessario estendermi in maggiori particolari, per corroborare qualche proposizione o conclusione, mi sono valso dei tipi più minuti. Così feci acciocchè il lettore, che accetta senz'altro le conclusioni, o poco si cura dei particolari, distingua i passi ch'ei può trasandare; però mi si permetta di dire che alcune di queste disquisizioni meritano l'attenzione, almeno di chi fa professione di naturalista.»In questo libro espone il Darwin la sua teoria della pangenesi. La trasmissione dei caratteri per via della eredità lo conduce a domandarsi «come avvenga che un carattere, proprio di un antico progenitore, riapparisca improvvisamente nellasua discendenza; come gli effetti dell'accrescimento o della diminuzione d'uso di un membro si possano trasmettere alla seguente generazione; come l'elemento sessuale maschile possa agire non solo sull'ovulo, ma qualche volta anche sulla forma materna; come possa prodursi un ibrido dall'unione del tessuto cellulare di due piante, indipendentemente dagli organi della generazione; come avvenga che un membro possa riprodursi esattamente nella linea di amputazione, senza che vi sia eccesso o difetto di sviluppo; come esseri organizzati, identici sotto tutti i rapporti, possano essere di continuo prodotti in guise tanto differenti, come sono la germinazione e generazione seminale; e finalmente, come accada che di due forme affini, l'una attraversi nel suo sviluppo delle metamorfosi complesse, e l'altra no, e tuttavia allo stato maturo sieno simili in ogni dettaglio di struttura.»Il concetto della pangenesi esprime ancora il Darwin nel modo seguente:«Si ammette quasi universalmente che le cellule, o le unità del corpo, si propaghino per divisione spontanea o prolificazione, conservando la stessa natura, e trasformandosi da ultimo nei varii tessuti e sostanze del corpo. Ma oltre tale maniera di moltiplicarsi, io suppongo che le unità emettano dei minuti granuli, che sono dispersi in tutto il sistema, e allorquando hanno ricevuto una sufficiente nutrizione, si moltiplicano per divisione, esi sviluppano da ultimo in cellule simili a quelle da cui derivano. Questi granuli possono chiamarsi gemmule. Esse sono raccolte da tutte le parti del sistema, per costituire gli elementi sessuali, ed il loro sviluppo nella prossima generazione costituisce un nuovo essere; ma esse possono trasmettersi in uno stato dormente alle future generazioni, e poi svilupparsi. Il loro sviluppo dipende dall'unione con altre gemmule parzialmente sviluppate, che le producono nel corso regolare della crescenza. Noi vedremo, quando discuteremo l'azione diretta del polline sui tessuti della pianta madre, la ragione per la quale io impiego il termine di unione. È supposto che le gemmule sieno emesse da ciascuna cellula od unità, non solo allo stato adulto, ma in ogni stadio di sviluppo dell'organismo. Infine, io immagino che nel loro stato dormente le gemmule sentano le une per le altre una mutua affinità, dacchè risulta la loro aggregazione in gemme o in elementi sessuali. Per cui non sono punto gli elementi riproduttori, nè le gemme che producono i nuovi organismi, ma le cellule od unità stesse dello intero corpo.»Ho citato queste parole nella summenzionata opera del Darwin,Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico. Il Darwin espone a lungo la sua ipotesi nel capitolo XXVII di questa opera, e direi che questo capitolo è veramente un meravigliosissimo capolavoro, se non fosse che parlando del Darwin di troppi altri capitoli è ciòda ripetere. In una nota il Darwin parla di parecchi autori che dalla antichità in poi hanno emesso opinioni più o meno affini a questa sua, e menziona specialmente il Mantegazza dicendo che egli (è il Darwin che parla) «previde chiaramente la mia dottrina sulla pangenesi.»
Per oltre a venti anni nel secolo passato Erasmo Darwin meditò e lavorò intorno alla sua zoonomia prima di farne la pubblicazione. Per oltre a vent'anni nel nostro secolo Carlo Darwin meditò e lavorò intorno alla origine delle specie prima di dirne una parola per le stampe. La suprema importanza dell'argomento che egli sentiva tutta, e questo è sommo suo merito, lo rendeva dubitoso. Voleva venir fuori con buone ragioni a sostegno delle sue idee, voleva che i fatti fossero la base delle sue meditazioni e di quelle conseguenze grandiose alle quali la sua mente veniva arrivando. Viveva lontano dai tumulti, libero del suo tempo, intento tutto e sempre all'opera sua. Si rivolgeva da ogni parte a chi potesse dargli aiuto, e veniva esponendo a due suoi dottissimi amici, Carlo Lyell e il dottor Hooker, i risultamenti delle sue ricerche e i suoi pensieri. Dopocinque anni di assiduo lavoro in questa via egli incominciò a scrivere alcune annotazioni; e nell'anno 1844 fece un abbozzo dell'operato suo, notando le conclusioni cui era venuto. Di questo suo scritto ebbero conoscenza i suoi due amici sopranominati, e il dottor Hooker lo lesse tutto.
Carlo Lyell e il dottor Hooker sollecitavano vivamente il Darwin a pubblicare qualche cosa intorno ai suoi studi e ai suoi concetti, ed egli rispondeva di sì, ma non ne faceva nulla. Sebbene avesse raccolto un grande corredo di fatti a sostegno delle sue idee, non gli pareva mai di averne abbastanza e andava sempre procrastinando il giorno di una pubblicazione preliminare. Forse avrebbe ritardato indefinitamente, forse, come quei grandi artisti ignorati di cui taluno narra che abbiano accarezzato tutta quanta la vita un concetto senza mai incarnarlo, avrebbe proseguito sempre nelle sue ricerche senza creder mai di essere arrivato al punto di poterne parlare, se non fosse sopraggiunta una circostanza, la quale fece sì che i suoi amici insistessero presso di lui più del consueto ed egli finisse per arrendersi.
Il signor Alfredo Russel Wallace, sommo naturalista e viaggiatore, per molti anni esplorò le isole dell'arcipelago della Sonda, si addentrò fra le foreste vergini dell'arcipelago indiano, studiò dal vero vivi e in azione i prodotti della natura in quelle rigogliose contrade tanto abbondanti di vita. Viaggiando, osservando, meditando, Alfredo Russel Wallace venne alle stesse conclusioni intornoalla variabilità delle specie cui era venuto Carlo Darwin. E a Carlo Darwin egli mandò, l'anno 1858, uno scritto intorno a questo argomento, pregandolo di darlo a Carlo Lyell, il quale lo presentò alla Società Linneana.
Ma allora Carlo Lyell e il dottor Hooker fecero comprendere al Darwin che non era più tempo d'indugiare, ed egli alla perfine si arrese.
Il volume intorno allaOrigine delle specievenne fuori a Londra il giorno 24 novembre 1859.
In due parole ne è così espresso il carattere fondamentale:
«Quando si riflette al problema della origine delle specie, considerando i mutui rapporti di affinità degli esseri organizzati, le loro relazioni embrionali, la loro distribuzione geografica, la successione geologica ed altri fatti analoghi, si può conchiudere che ogni specie non è stata creata indipendentemente dalle altre, ma bensì discende, come le varietà, da altre specie.»
Nella introduzione il Darwin espone così limpidamente, in brevissimo spazio, il piano del suo lavoro, che non si può far meglio che riferire le sue proprie parole:
«...Fino dai primordii delle mie ricerche fui d'avviso che un accurato studio degli animali domestici e delle piante coltivate mi avrebbe offerto probabilmente i dati migliori per risolvere questo oscuro problema. Nè mi sono ingannato, mentre non solo in questa circostanza, ma ben anche intutti gli altri casi perplessi, ho sempre trovato che le nostre esperienze, relative alle variazioni degli esseri organizzati avvenute allo stato di domesticità o di coltura, sono tuttavia la nostra guida migliore e la più sicura. Io non esito ad esprimere la mia convinzione sull'alta importanza di questi studii, benchè troppo spesso siano stati trascurati dai naturalisti.
«Per questo motivo io consacro il primo capitolo di questo compendio all'esame delle variazioni allo stato domestico. Vedremo da ciò, che sono per lo meno possibili sopra una vasta scala variazioni ereditarie, e quel che più importa, vedremo quanto grande sia la facoltà dell'uomo di accumulare leggiere variazioni, per mezzo della elezione artificiale, cioè mediante la loro scelta esclusiva. Passerò poscia alla variabilità delle specie nello stato di natura; ma io dovrò a malincuore trattare con troppa concisione questo soggetto, che non può svolgersi convenientemente se non colla scorta di lunghi cataloghi di fatti. Potremo nondimeno discutere quali siano le circostanze più favorevoli alle variazioni. Il capitolo successivo tratterà della lotta per l'esistenza fra tutti gli esseri organizzati del globo, lotta che necessariamente deriva dal loro moltiplicarsi in proporzione geometrica. È questa la legge di Malthus applicata a tutto il regno animale e vegetale. Siccome gli individui d'ogni specie che nascono sono di numero assai maggiore di quelli che possono vivere, e perciò deve rinnovarsi la lotta fra i medesimiper l'esistenza, ne segue che se qualche essere varia, anche leggermente, in un modo a lui profittevole, sotto circostanze di vita complesse e spesso variabili, egli avrà maggior probabilità di durata e quindi potrà essereeletto naturalmente. Inoltre, secondo le severe leggi dell'eredità, tale varietà eletta tenderà continuamente a propagare la sua forma nuova e modificata.
«Di questo principio fondamentale di elezione naturale tratterò diffusamente nel quarto capitolo: e noi conosceremo in qual modo questa elezione naturale produca quasi inevitabilmente frequenti estinzioni di specie meno adatte e conduca a ciò che io chiamo divergenza dei caratteri. Nel seguente capitolo io discuterò le leggi complesse e poco note della variazione. Altri cinque capitoli risolveranno le difficoltà più gravi e più apparenti della teoria. In primo luogo la difficoltà delle transizioni, cioè come possa darsi che un essere o un organo semplice siasi trasformato in un essere più complicato oppure in un organo più perfetto; secondariamente l'istinto e le facoltà mentali degli animali; in terzo luogo l'ibridismo o la sterilità delle specie incrociate e la fecondità delle varietà incrociate; da ultimo l'insufficienza dei documenti geologici. Nel capitolo successivo io considero la successione geologica degli esseri organizzati nel corso del tempo; nel dodicesimo e tredicesimo la loro distribuzione geografica nello spazio; nel decimoquarto la loro classificazione e le loro mutue affinità tanto nello stato adultoquanto nello stato embrionale. L'ultimo capitolo comprenderà un breve riassunto di tutta l'opera con alcune osservazioni finali.
«Se teniamo conto della nostra profonda ignoranza sulle reciproche relazioni di tutti gli esseri che vivono intorno a noi, non possiamo fare le meraviglie se ci restano ancora inesplicate molte cose sulla genesi delle specie e delle varietà. Come può spiegarsi che mentre una specie è numerosa e sparsa sopra una grande estensione, un'altra specie assai affine trovasi rara e in uno spazio ristretto? Ora questi rapporti sono della più alta importanza, giacchè determinano il benessere presente e credo anche la prosperità futura e le modificazioni di ogni abitante di questo mondo. Noi conosciamo poi ancor meno le relazioni reciproche degli innumerevoli abitanti terrestri in molte fasi geologiche del loro passato sviluppo. Quantunque molte cose restino oscure e rimarranno tali ancora per lungo tempo, io non posso dubitare, dopo lo studio più esatto e il giudizio più coscienzioso di cui sono suscettibile, che l'opinione adottata dalla maggior parte dei naturalisti e per lungo tempo anche da me, cioè che ogni specie sia stata creata indipendentemente dalle altre, sia erronea.
«Io sono pienamente convinto che le specie non sono immutabili; ma che tutte quelle che appartengono a ciò che chiamasi lo stesso genere, sono la posterità diretta di qualche altra specie generalmente estinta, nella stessa maniera che le varietà riconosciute di una specie qualunque discendonoin linea retta da questa specie. Finalmente, io sono convinto che l'elezione naturale sia, se non l'unico, almeno il principale mezzo di modificazione.»
Questo suo lavoro l'autore non lo considera che come un estratto, e ne lamenta la imperfezione.
«L'estratto che oggi metto in luce è dunque necessariamente imperfetto. Io sono costretto ad esporvi le mie idee senza appoggiarle con molti fatti o con citazioni di autori: e mi trovo nel caso di contare sulla confidenza che i miei lettori potranno avere sull'accuratezza dei miei giudizi. Senza dubbio questo libro non sarà esente di errori, benchè io creda di non essermi riferito che alle autorità più solide. Io non posso produrre se non le conclusioni generali alle quali sono arrivato, con alcuni esempi che tuttavia basteranno, credo, nella pluralità dei casi. Niuno è penetrato più di me della necessità di pubblicare più tardi tutti i fatti che servono di base alle mie conclusioni, e spero di farlo in un'opera futura. Imperocchè io so bene che non vi è un passo in questo volume, al quale non si possano opporre argomenti, che, in apparenza, conducano a conclusioni diametralmente opposte. Un risultato soddisfacente raggiungesi soltanto raccogliendo tutti i fatti e le ragioni favorevoli e contrarie ad ogni quistione, e pesando gli uni contro gli altri; ciò che nell'opera presente non posso fare.»
Per buona ventura il Darwin visse ancora dopo la pubblicazione del volume intorno alla originedelle specie, abbastanza per poter pubblicare tutti quegli altri lavori che egli ne considerava come il complemento. Ma anche quando non avesse potuto far ciò, il volume intorno alla origine delle specie avrebbe bastato a dar salde fondamenta alla nuova teoria e avrebbe portato quel grande rivolgimento nelle menti e quel grande progresso nel sapere umano che appunto ne derivarono.
La prova che il volume sulla origine delle specie non aveva bisogno d'altro, si ha nello immenso effetto che ne conseguì appena venne pubblicato e lo scoppio di furore frenetico da una parte e di amore indomato dall'altra che subito produsse. «La storia, diceva ilTimesin un cenno necrologico su Carlo Darwin, di una di quelle scene quale è quella che seguì nel celebremeetingdella Associazione britannica ad Oxford nel 1860, e della battaglia campale fra il vescovo Wilberforce e il giovane e ardente signor Huxley, si legge come una scena della storia antica, come un episodio nella persecuzione di Galileo, o un preliminare della scomunica di Spinoza....»
La frenesia contro il Darwin da parte di molti suoi avversari, oltre alla sostanza della cosa, si accresce anche per ciò che quest'uomo sommo, senza grandi attrattive di stile, senza ombra di ricercatezza nella forma, senza apostrofi, senza mire ad effetto, irresistibilmente si cattiva l'animo del suo lettore, il quale, rapito da quel purissimo amore del vero che splende in ogni parola del Darwin, rapito da quella calma sublime che nonlo abbandona mai, ammirato di quella imparzialità veramente unica, colla quale il grand'uomo in luogo di scansarle va in cerca delle obbiezioni e le più gravi se le fa da sè, prende ad amarlo e si compiace del suo consorzio come di cosa sommamente desiderabile e cara.
Sentite queste stupende parole del professore Kleinenberg:
«Lo stile di Darwin è estremamente semplice, senza alcuna declamazione, senza ornamenti retorici e manca perfino di frasi e di motti incisivi. Eppure i suoi scritti sono di una straordinaria, immediata efficacia, e pieni di vita e di armonia. Ciò dipende in gran parte dal modo in cui sono esposti e disposti i fatti e le conclusioni; in questo riguardo la maestria del Darwin è impareggiabile; nessuno scrittore scientifico fra antichi e moderni, che io conosca, ha dominato mai la sua materia—e quella del Darwin era difficilissima e affatto nuova—con sì assoluta sovranità. Ne risulta un mirabile ordine ed una unità dell'opera, che mi ricordano sempre quei templi dorici di Pèsto e di Girgenti, le creazioni più sublimi dell'arte architettonica, che producono così profonda impressione per la sola vastità e armonia delle loro proporzioni.
«Le opere del Darwin posseggono in massimo grado una qualità comune a tutte le emanazioni del genio: sono persuasive. Ma l'energia irresistibile con cui esse s'impadroniscono della mente del lettore non sta solamente nell'ingegno superioree nell'arte della composizione, un altro elemento v'influisce forse più di quelli, ed è il carattere morale di Darwin. Ogni pagina dei suoi libri vi dice ad alta voce: chi mi scrisse è un uomo onesto e sopra ogni cosa veritiero. Quello spirito che, partendo dal foro, dalla stampa, dalle assemblee politiche, invade sempre più la coscienza pubblica ed insegna che per difendere la verità è d'uopo esagerare, nascondere i proprii lati deboli e scoprire spietatamente quelli dell'avversario, e dire ancora—s'intende sempre in omaggio alla verità—ogni tanto qualche piccola bugia; questo spirito che al nostro tempo anticlericale alle volte dà un non so che di gesuitico, la mente di Darwin non l'aveva sfiorato. Egli difende la verità, ma con la sola verità. Nessuno ha più freddamente di lui denudato le debolezze della sua teoria, nessuno è stato più di lui abile nell'escogitare ingegnose difficoltà e obbiezioni alla sua dottrina, mai egli ha taciuto un fatto sfavorevole, mai ha soppresso una apparente contradizione. Ne volete la prova? Leggete gli scritti dei più fieri avversarii del Darwin—ben inteso fra i naturalisti—e vedrete che essi molti dei più forti argomenti contrarii li hanno presi in prestito dalle opere dello stesso Darwin. Era un grande ingegno, ma il suo carattere era più grande.
«Permettetemi, o signori, un ricordo personale. Quando io l'anno passato era ospite di Darwin, gli dissi:—Avrei poca ragione di rileggere la vostraOrigine delle specie, poichè il suo contenuto teoricocredo averlo assimilato, per quanto me lo concede il mio ingegno, e per i miei lavori mi occorrono gli stessi animali vivi piuttostochè libri. Ma, vedete, sono un uomo debole. Ogni tanto, ora per colpa mia, ora per colpa altrui, si scatena in me uno scirocco che intristisce tutta l'anima mia. Allora la vita mi pare tanto brutta, insipida la scienza, vuota l'arte. Ebbene, la lettura di qualche vostra pagina tutte le volte mi ha rialzato da questo avvilimento. Dimodochè un giorno, a Napoli, senza sapere proprio quel che mi facessi, quasi meccanicamente, scrissi col lapis sul margine del vostro libro queste parole italiane:Qui si sana!—E Darwin mi porgeva la mano e disse che questa era la miglior lode che avesse ricevuto in vita sua.»
Un anno dopo la prima edizione dellaOrigine delle speciese ne fece una seconda, nel 1864 se ne fece una terza, e il Canestrini, che già aveva tradotto la prima nel 1875, pubblicò in Torino coi tipi della Unione tipografico-editrice una nuova traduzione fatta sulla sesta edizione inglese notevolmente ampliata. Parecchie altre edizioni, invero non so quante, ne vennero fatte poi e si faranno in avvenire, perchè questo è un libro destinato a rimanere nella scienza immortalmente.
Ragion voleva che il Darwin, secondo l'impegno che aveva preso con sè stesso e coi suoi lettori,volendo sviluppare per via di fatti e di deduzioni da essi il concetto della variabilità delle specie, esponesse quanto aveva veduto negli animali in istato di addomesticamento e nelle piante in coltivazione e quelle conclusioni che aveva saputo trarre dalle cose vedute.
Perciò nell'anno 1868 egli pubblicò una grande opera sulleVariazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, di cui pure il professore Giovanni Canestrini fece la traduzione, stampata dalla Unione tipografico-editrice torinese. Sono, nella traduzione italiana, oltre a ottocento pagine con molte incisioni intercalate.
Ecco quanto dice lo stesso autore di questa sua pubblicazione:
«Lo scopo di quest'opera non è punto il descrivere le molte razze di animali che l'uomo seppe addomesticare, nè le piante ch'ei seppe coltivare; se anche avessi le cognizioni che si richiedono per compiere un'impresa così gigantesca, in questo caso sarebbe opera superflua. Io intendo unicamente di esporre, tra i fatti ch'io potei raccogliere ed osservare in ogni specie, i più atti a mostrare la importanza e la natura delle modificazioni subite dagli animali e dalle piante sotto il dominio dell'uomo; e spargere un po' di luce sui principii generali dellaVariazione. Solo tratterò più diffusamente dei colombi domestici, di cui descriverò tutte le principali razze, la storia, l'estensione e la natura delle loro differenze, e lo stipite probabiledella loro discendenza. Ho prescelto questo esempio ad ogni altro, perchè, come si vedrà nel corso dell'opera, esso fornisce materiali più acconci degli altri; e un esempio pienamente descritto può illustrare tutti gli altri. Mi fermerò pure più particolarmente sui conigli, sui polli e sulle anatre domestiche.
«I subbietti che si svolgeranno in questo volume sono collegati in modo tale, che riesce difficile decidere quale sia il migliore modo di ordinarli. Io ho creduto bene di esporre nella prima parte un complesso considerevole di fatti che si riferiscono a varii animali e piante, dei quali fatti, a prima vista, alcuni pareano non avere che una piccola relazione col nostro subbietto, e dedicare l'ultima parte a generali disposizioni. Quando poi mi parve necessario estendermi in maggiori particolari, per corroborare qualche proposizione o conclusione, mi sono valso dei tipi più minuti. Così feci acciocchè il lettore, che accetta senz'altro le conclusioni, o poco si cura dei particolari, distingua i passi ch'ei può trasandare; però mi si permetta di dire che alcune di queste disquisizioni meritano l'attenzione, almeno di chi fa professione di naturalista.»
In questo libro espone il Darwin la sua teoria della pangenesi. La trasmissione dei caratteri per via della eredità lo conduce a domandarsi «come avvenga che un carattere, proprio di un antico progenitore, riapparisca improvvisamente nellasua discendenza; come gli effetti dell'accrescimento o della diminuzione d'uso di un membro si possano trasmettere alla seguente generazione; come l'elemento sessuale maschile possa agire non solo sull'ovulo, ma qualche volta anche sulla forma materna; come possa prodursi un ibrido dall'unione del tessuto cellulare di due piante, indipendentemente dagli organi della generazione; come avvenga che un membro possa riprodursi esattamente nella linea di amputazione, senza che vi sia eccesso o difetto di sviluppo; come esseri organizzati, identici sotto tutti i rapporti, possano essere di continuo prodotti in guise tanto differenti, come sono la germinazione e generazione seminale; e finalmente, come accada che di due forme affini, l'una attraversi nel suo sviluppo delle metamorfosi complesse, e l'altra no, e tuttavia allo stato maturo sieno simili in ogni dettaglio di struttura.»
Il concetto della pangenesi esprime ancora il Darwin nel modo seguente:
«Si ammette quasi universalmente che le cellule, o le unità del corpo, si propaghino per divisione spontanea o prolificazione, conservando la stessa natura, e trasformandosi da ultimo nei varii tessuti e sostanze del corpo. Ma oltre tale maniera di moltiplicarsi, io suppongo che le unità emettano dei minuti granuli, che sono dispersi in tutto il sistema, e allorquando hanno ricevuto una sufficiente nutrizione, si moltiplicano per divisione, esi sviluppano da ultimo in cellule simili a quelle da cui derivano. Questi granuli possono chiamarsi gemmule. Esse sono raccolte da tutte le parti del sistema, per costituire gli elementi sessuali, ed il loro sviluppo nella prossima generazione costituisce un nuovo essere; ma esse possono trasmettersi in uno stato dormente alle future generazioni, e poi svilupparsi. Il loro sviluppo dipende dall'unione con altre gemmule parzialmente sviluppate, che le producono nel corso regolare della crescenza. Noi vedremo, quando discuteremo l'azione diretta del polline sui tessuti della pianta madre, la ragione per la quale io impiego il termine di unione. È supposto che le gemmule sieno emesse da ciascuna cellula od unità, non solo allo stato adulto, ma in ogni stadio di sviluppo dell'organismo. Infine, io immagino che nel loro stato dormente le gemmule sentano le une per le altre una mutua affinità, dacchè risulta la loro aggregazione in gemme o in elementi sessuali. Per cui non sono punto gli elementi riproduttori, nè le gemme che producono i nuovi organismi, ma le cellule od unità stesse dello intero corpo.»
Ho citato queste parole nella summenzionata opera del Darwin,Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico. Il Darwin espone a lungo la sua ipotesi nel capitolo XXVII di questa opera, e direi che questo capitolo è veramente un meravigliosissimo capolavoro, se non fosse che parlando del Darwin di troppi altri capitoli è ciòda ripetere. In una nota il Darwin parla di parecchi autori che dalla antichità in poi hanno emesso opinioni più o meno affini a questa sua, e menziona specialmente il Mantegazza dicendo che egli (è il Darwin che parla) «previde chiaramente la mia dottrina sulla pangenesi.»