X.

X.La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — LapreghieraeLa nomina del cappellandi Carlo Porta. — Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta. — Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti delle signore milanesi». — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei Franco-Muratori.

La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — LapreghieraeLa nomina del cappellandi Carlo Porta. — Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta. — Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti delle signore milanesi». — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei Franco-Muratori.

La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — LapreghieraeLa nomina del cappellandi Carlo Porta. — Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta. — Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti delle signore milanesi». — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei Franco-Muratori.

Nel frattempo il Parini, irato contro i demagoghi e contro i predatori, era morto a settant'anni, in una camera a pianterreno del palazzo di Brera. Il Parini non morì così povero, come si disse; ma certo non ricco. Alessandro Manzoni raccontava, nelle veglie, a' suoi intimi amici, che quando dopo la morte del Parini, furono venduti all'asta i suoi libri e i suoi manoscritti, fra i quali ancora inediti ilVesproe laNotte, i congiunti del poeta, che erano contadini di Bosisio, accorsi a Milano, per raccoglierne la eredità, vedendo salire ad alto prezzo semplici manoscritti, li presero inmano e li scossero, credendo che vi fosse dentro denaro.[35]

Le ossa di Giuseppe Parini andarono disperse, al pari di quelle di Cesare Beccaria, sepolto nello stesso cimitero di Porta Comàsina; la lapide che, in memoria del Parini, vi pose l'amico Calimero Cattaneo, disparve anch'essa, e il cimitero fu trasformato, non ha guari, in un orto.

Più tardi, i demagoghi in una festa popolare all'aperto, eressero varie finte tombe d'illustri; fra esse, una col nome di Giuseppe Parini. Goffa profanazione.

Saliva una nuova borghesia; arricchita borghesia di signore milanesi, i cui allegri, liberi costumi, i cui gesti imitati sui modelli di Francia potevano offrir tema a satira saporita; ad esempio, le loro pose sentimentali adottate prima ancora del Romanticismo, ma derivazioni dellaNuova Eloisadel Rousseau, e i nervosismi, e i languori e ifumi, come dicevano: poichèaver i fumiera un rendersi interessanti come più tardi (ahimè, chi potrebbe crederlo oggi) l'etisia, idealizzata nellaDame aux caméliasda Alessandro Dumas figlio.

Carlo Porta, borghese, non toccò quella borghesia nuova. Rivolse il suo dardo contro la vecchia aristocrazia, gonfia dei propri titoli nobiliari, albagiosa, che il Parini aveva già deriso, con insuperabile finezza, nelGiorno.

NeLa preghierae neLa nomina del cappellan, del Porta, siamo al cospetto di due vecchie dame della superstite aristocrazia spagnuolo-lombarda, superbissima del proprio inclito sangue, e la cui razza, nella tormenta giacobina, andò travolta, non distrutta; chè anzi, poi, ottenne dall'Austria l'imperiale riconoscimento de' suoi vantati diritti.

NeLa preghieraudiamo le sdegnose recriminazioni di donna Fabia Fabron de Fabrian contro i nuovi tempi diabolici. Un ex-francescano, uno dei tanti licenziati dal Bonaparte quando (come dice il Porta stesso in un sonetto caudato) diedeona sopressada ai fratarij, invitato a pranzo da donna Fabia, l'ascolta, mentre in cucina cuoce il riso. Ella gli parla concitata e irata in quel linguaggio italo-milanese, assai buffo, che si usava dalle dame dell'antico stampo; le quali volevano accrescere col linguaggio pretenzioso il sussiego di prammatica.

Il racconto di donna Fabia, piena di dignità nello sdegno, si svolge intorno a un capitombolofatto da lei, sulla strada, mentre, scendendo di carrozza, voleva evitare l'urto d'un prete sporco e bisunto, che le passava accanto in quel momento. I monelli, il popolino si mettono a ridere alla caduta spettacolosa, a motteggiare.... Ma ella è gran dama, non risponde; è devota, ed entra in chiesa, dove innalza al suo «caro e buon Gesù» unapreghiera, per raccomandare alla divina clemenza gli «eccessi», le «colpe», i «delitti» di quei «delinquenti» rallegrati dalla sua disgrazia; pensando che

l'offendesserSenza conoscer cosa si facesser,

l'offendesserSenza conoscer cosa si facesser,

l'offendesser

Senza conoscer cosa si facesser,

e sperando che la propria rassegnazione possa «condurli al ben».

In quella preghiera, donna Fabia rappresenta e sostiene il diritto divino; crede che le nobili gerarchie terrestri, alle quali ella appartiene per nascita, siano simbolo delle gerarchie che «fan corona» a Gesù in cielo. Crede che il disgraziato, il quale non nasce nobile, sia fango....

Giuseppe Ferrari, nel suo studio sulla poesia popolare in Italia, pubblicato nellaRevue des Deux Mondesdel 1839-40 (e il Rovani gli fa eco nelleTre arti, a proposito del Porta), nota che donna Fabia è la donna Quinziadel Maggi, arguto, sereno commediografo milanese del Seicento, così superiore al suo secolo. È la dama italo-spagnuola tipica.

Ma se il tipo comico nell'essenza è lo stesso, ben più espressiva, più incisiva è l'arte con cui è rappresentato dal Porta: sopra tutto è diverso l'«ambiente». È questo che fa spiccare al vivo il tipo di donna Fabia. Dal contrasto, dall'urto fra l'albagia aristocratica rappresentata, affermata da donna Fabia, e le beffe irriverenti del popolino, che l'accolgono, sfavilla il comico. È la lotta fra il vecchiume e il nuovo. È l'irritazione di chi si vede strappato il terreno, creduto legittimo, sacrosanto, sotto i piedi. E a donna Fabia è tolto ormai quasi tutto, poichè le è tolto il rispetto degli inferiori. Non le resta che di sfogarsi, prima del pranzo, mentre cuoce il riso, con un ex-francescano, il quale considerando le tante rovine del giorno vede, al pari di lei, «prossima assai la fin del mondo». Non le resta che sapere di non essere, per grazia speciale del suo «caro e buon Gesù», nata plebea, «un verme vile, un mostro». E le resta il cielo.

A donna Quinzia del Maggi non vien meno il rispetto degl'inferiori; a donna Fabia i monelli della strada hanno il coraggio di fischiarle il beffardova-via-veh! È la democrazia che irrompe e beffa l'aristocrazia che cade.

Ma donna Fabia Fabron de Fabrian (anche il cognome è spagnolescamente rimbombante) non è cristiana e non è gran dama per nulla. Vuol perdonare agli offensori; vuol essere generosa con essi. Uscita di chiesa, domanda ella stessa a loro medesimi quanti sono quegl'insolenti, in luogo di farli chiedere dal proprio domestico Anselmo:

Siamovent'un, responden, Eccellenza!

Siamovent'un, responden, Eccellenza!

Siamovent'un, responden, Eccellenza!

E donna Fabia:

Caspita! molti, replicò.... Vent'un?Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!

Caspita! molti, replicò.... Vent'un?Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!

Caspita! molti, replicò.... Vent'un?

Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!

Occorre dire che il quattrino era l'infima fra le piccole monete di rame? Anche qui un buffo contrasto: fra la boria e la spilorceria.

La nomina del cappellannon è meno significante dellaPreghieranel senso sociale; è persino più comica, ha più elementi comici, è più mossa, più viva.

Ci porta nell'interno di quei palazzi nobileschi all'antica, la cui dispotica padrona, una vetusta dama, la marchesa Travasa,

Vuna di primm damazz de Lombardia,

Vuna di primm damazz de Lombardia,

Vuna di primm damazz de Lombardia,

concentra le sue tenerezze su una brutta bestia, una cagnainviziada. Ci par di vederla, la vecchiamarchesa Travasa, in gran cuffione alla Pompadourcont i fioritt, decorata di due baffi sporchi di tabacco. Ella s'avanza pomposa nella sala, dove stanno raccolti numerosi pretonzoli aspiranti alla cappellania della sua casa e siede con la cagna maltese accanto, la Lilla,

Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;

Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;

Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;

la Lilla, che, dopo di lei, in cà Travasa, è «la bestia di maggior riguardo». Tutti devono rispettare la Lilla: guai a farla guaire, guai a beffeggiarla; e guai a darle deltu. La Lilla è parente della «vergine cuccia» del Parini. Ma, mentre questa toglie il pane a un servo, che si è permesso di tirarle un calcio, la «cagna maltesa» della marchesa Travasa procura pane, companatico e cappellania a un orribile don Ventura. E perchè? Costui, nel clamoroso ricevimento di preti, fatto in cà Travasa per la nomina appunto del cappellano in sostituzione del defunto don Glicerio,prè de cà, si è messo in dosso tre, quattro fette di salame gramo; e la Lilla, attirata dall'odore di quelsalamm de basletta, comincia ad arrampicarsi sulle gambe istecchite di don Ventura e a raspargli i già logori calzetti; quindi è ben chiaro, agli occhi della padrona, che quelli sono segni infallibili di simpatia, di predilezione: sono una proposta di nomina in piena regola, che deve essere accolta.E così don Ventura diventa cappellano di cà Travasa.

Si ride per laNomina del cappellan, satira lanciata contro il vecchio nobilume grottesco; si ride per il comico di quel ricevimento pretino, in cà Travasa, di tutti quei famelici, luridi concorrenti alla vacante cappellania resi con pochi tocchi di grande caricaturista; con quel maggiordomo «dolz come on ôrs» che, accogliendo i reverendi e istruendoli sui loro doveri in cà Travasa, usa con loro gli stessi modi sprezzanti, lo stesso linguaggio altezzoso della padrona. Ma quel comico sarebbe stato ancor più vivo, se il Porta si fosse ricordato d'uno dei principali doveri che incombevano al cappellano nei palazzi dei nobili: quello di pettinare ogni mattina il cagnolino, la cagna, appunto leLille.

Il Porta, per bocca dell'iracondo maggiordomo della marchesa, da lui chiamato l'ambassador del temporal, snocciola gli altri doveri del cappellano: portar biglietti, qualche fagotto e pacco; correre dal sarto, dalla modista, dal parrucchiere; condurre la Lilla a spasso; scrivere qualche conto, qualche lettera al fattore; sopra tutto, saper giocare al tarocco. E messa breve, si badi!...

On quardoretta, vint minut al pù.

On quardoretta, vint minut al pù.

On quardoretta, vint minut al pù.

Ma non una parola, neppur una di carità cristiana verso i poverelli, verso i vecchi mendicanti, che si trascinavano alle soglie dei palazzi, per implorare dalla pietà dei servi pasciuti qualche rilievo del loro desinare o della mensa dei padroni. Della religione non si parla. Nulla! Non occorre.... s'intende.

La Lilla regina è

Quattada giò (coperta) cont on sciall nœuv de Franza.

Quattada giò (coperta) cont on sciall nœuv de Franza.

Quattada giò (coperta) cont on sciall nœuv de Franza.

E qui notisi come la marchesa, tenacissima nelle antiche usanze per sè stessa, si piega alla novità di Francia solo per amore della Lilla.

La sorella di donna Fabia meglio si manifesta nella marchesa Travasa, quando costei s'inalbera e tempesta all'improvvido atto d'impazienza d'un malaccorto don Malachia, uno degli aspiranti al posto di cappellano, mentre la brutta bestia ringhiosa gli abbaia, strozzandogli in gola un bel complimento preparato per la illustrissima.... Don Malachia fa per misurare una pedata irreverente all'importuna. La marchesa si alza inviperita; ma, nel sedersi di bel nuovo sul sofà, schiaccia la Lilla che strilla; e allora i pretucoli a ridere e la marchesa a investirli nel linguaggio italo-milanese stesso di donna Fabia così:

Avria suppost ch'essendo sacerdottAvesser on poo più d'educazion,O che i modi, al pu pesg, le fosser nottDe trattar con i damm de condizion:M'accorgo invece in questa circonstanzaChe non han garbo, modi, nè creanza.Però, da che l'Altissim el ci ha postIn questo grado, e siamo ciò che siamm,Certississimament l'è dover nostDi farci rispettar come dobbiamm:Saria mancar a noi, poi al Signor,Passarci sopra, e specialment con lor.

Avria suppost ch'essendo sacerdottAvesser on poo più d'educazion,O che i modi, al pu pesg, le fosser nottDe trattar con i damm de condizion:M'accorgo invece in questa circonstanzaChe non han garbo, modi, nè creanza.Però, da che l'Altissim el ci ha postIn questo grado, e siamo ciò che siamm,Certississimament l'è dover nostDi farci rispettar come dobbiamm:Saria mancar a noi, poi al Signor,Passarci sopra, e specialment con lor.

Avria suppost ch'essendo sacerdott

Avesser on poo più d'educazion,

O che i modi, al pu pesg, le fosser nott

De trattar con i damm de condizion:

M'accorgo invece in questa circonstanza

Che non han garbo, modi, nè creanza.

Però, da che l'Altissim el ci ha post

In questo grado, e siamo ciò che siamm,

Certississimament l'è dover nost

Di farci rispettar come dobbiamm:

Saria mancar a noi, poi al Signor,

Passarci sopra, e specialment con lor.

Si veda come la boria feudale arrivi nella Travasa al punto da posporre Iddio a sè stessa. Questo è uno dei tratti più fini del Porta, che ne abbonda in tutta la sua produzione poetica, pur in mezzo a espressioni grossolane, che ne scemano il pregio squisito; espressioni portavoce del volgo. Da queste il grande poeta non seppe liberarsi; ma non erano forse allora adoperate pur nei discorsi della così dettabuona società, la quale, anche nelle consuetudini della vita intima, era tutt'altro che raffinata?

Ma anche la Lilla vanta un confratello in un epigramma del Porta stesso:Epitaffi per on can d'ona sciora Marchesa:

Chì ghè on can, che l'è mort negaa in la grassaA furia de paccià di bon boccon:Poveritt, che passee, tegnivv de bon,Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.

Chì ghè on can, che l'è mort negaa in la grassaA furia de paccià di bon boccon:Poveritt, che passee, tegnivv de bon,Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.

Chì ghè on can, che l'è mort negaa in la grassa

A furia de paccià di bon boccon:

Poveritt, che passee, tegnivv de bon,

Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.

Versi terribili d'anticipato socialismo che vogliono dire: «Qui giace un cane, che morìaffogato nella pinguedine, a furia di papparsi saporiti bocconi. Poverelli, che passate, consolatevi: che di questa malattia non morirete» (Andà su l'assaera frase del popolino, per «morire», dall'uso di porre i cadaveri dei poveri, morti all'ospedale, sopra un tavolato, prima di portarli alla fossa).

LaNomina del cappellancircolò manoscritta pei crocchi che se ne deliziarono; e nelle copie si leggevaMarchesa Paola Cambiasa, in luogo di Paola Travasa. Il casato Cambiasi esisteva, e il mutamento in Travasa, quando si trattò di pubblicare per le stampe l'incomparabile lavoro, fu senza dubbio suggerito da convenienze, cui il poeta si piegava.

LaNomina del cappellanpare di un solo getto. Invece, fu composta a più riprese. Carlo Porta scriveva all'amico Grossi: «Mi domandi se tiro avanti la faccenda del Cappellano della marchesa Cambiasi. No, ti rispondo, non so più nulla. Sono ricaduto nel mio proposito di abbandonare affatto la poesia, dacchè ella, per esperienza, non mi ha mai fruttato mezza oncia di bene, e poi, e poi.... a dirtela in confidenza, mi vado sempre più accorgendo che quel poco calore di cervello che mi aiutava a' tempi passati, al giorno d'oggi è affatto, affatto svanito. Ogni cosa deve essere alla propria stagione....».

Lady Morgan, la celebre viaggiatrice e scrittrice, cara al nostro Risorgimento ch'ella ci augurò mentre detestava di gran cuore il dominio austriaco, quando venne a Milano al principio del secolo passato, toccò anche dei costumi milanesi nell'acclamatissimo suo libroItaly, così improntato a spiriti sereni e liberali; e in esso accenna alla popolarità che laNomina del cappellangodeva a' suoi dì.

Con qualche inesattezza ne tocca pure lo Stendhal nelRome, Naples et Florence; chiama quella caustica poesia sociale «un charmant poeme milanais de Carlin Porta» (eCarlinveniva infatti chiamato da tutti), e ne cita i primi versi.

Lo s'immagina il tripudio delle novelle dee borghesi nel veder tanto ridicolo gettato sulle dame dagli impolverati blasoni; le quali non si degnavano neppur di guardarle, e faceano deviare la propria carrozza, se si trovavano per caso vicine alle loro prive di uno stemma nobiliare?

Una casa patrizia si manteneva, sopra tutto, superbamente rigida alle formali tradizioni blasoniche, non ostante le urlanti raffiche giacobine che passavano sui suoi maestosi finestroni. Era la casa ducale dei Litta, grandi di Spagna.

Il popolo ne parlava come d'una reggia sfolgorante d'oro; e, infatti, le molte ricchezzedi casa Litta superavano tutte le altre allora.

Lady Morgan riferiva nell'Italyun aneddoto appunto di casa Litta, che dimostra fino a quale eccesso i fumi aristocratici oscuravano la ragione e la creanza. Un ricco negoziante milanese (regnava ancora Maria Teresa) aveva ottenuto un titolo nobiliare; e il primo suo desiderio fu quello d'essere ammesso in casa Litta, per ricevere la consacrazione della sua nobiltà; e, siccome era stato presentato alla Corte e all'imperatrice stessa a Vienna (Maria Teresa non fu mai a Milano) potè alla fine appagare il suo assillante desiderio. Fu ricevuto, ma quando entrò nelle superbe sale, tutti i patrizi in massa gli voltarono le spalle. Una persona della famiglia imperiale rimproverò la duchessa Litta della sua insolenza aristocratica verso un uomo, che aveva avuto l'onore di baciare la mano all'imperatrice, e la duchessa replicò: «Tutti possono andare a Corte; ma, per essere ricevuti in casa Litta, bisogna essere muniti dell'albero genealogico».

Quel pover'uomo aveva quattrini, aveva anche uno stemma, ma non aveva alberi, neppure un cespuglio: non gli restò che accontentarsi dell'onore d'aver salite, per una volta tanto, le scale di casa Litta e vedersi accolto da tutta una fila di nobili schiene.

Questo aneddoto fa capire donna Fabia e la marchesa Travasa del Porta, più del ricordo e del confronto di donna Quinzia del Maggi; la quale era tutta vanti: vantava le proprie grandigie, le proprie carrozze nere e quelle dorate, tutt'i vantaggi e privilegi, nella gustosa commediaI consigli di Meneghino.[36]

Il sangue nobile non doveva imbrattarsi col sangue plebeo, in matrimoni di convenienza; guai! Eppure, anche al tempo del Porta una donna Quinzia, costretta da forza maggiore, come dicono i giuristi, poteva sospirare in questi versi caratteristici che non hanno bisogno di traduzione pei non lombardi:

Don Lell! che la sorteSia tanto inviperidaContro la nostra casa,Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess,S'abbia da intorbidar con altra sfera,L'è dura!... Ma, giacchè col fier destinoContrastar non si puòConvien, stringend i occ, mandarla giò![37]

Don Lell! che la sorteSia tanto inviperidaContro la nostra casa,Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess,S'abbia da intorbidar con altra sfera,L'è dura!... Ma, giacchè col fier destinoContrastar non si puòConvien, stringend i occ, mandarla giò![37]

Don Lell! che la sorte

Sia tanto inviperida

Contro la nostra casa,

Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess,

S'abbia da intorbidar con altra sfera,

L'è dura!... Ma, giacchè col fier destino

Contrastar non si può

Convien, stringend i occ, mandarla giò![37]

E questi versi del Maggi, nei quali donna Quinzia s'apre col figlio don Lelio, e che segnano la decadenza della stirpe patrizia, pur fra i collari inamidati e le borie, fanno ricordar bene donna Fabia e la marchesa Travasa.

Tuttavia, nel delirio demagogico, si vide un nobile, Gaetano Porro, bandire una crociata contro gli stemmi. Ministro di polizia, si tenne a fianco un Caccianini per distruggere i blasoni e gli stemmi patrizii sin nelle antiche tombe nelle chiese. Si vedevano scamiciati col martello in pugno penetrare nelle chiese, nei cimiteri, e distruggere a martellate tutte le insegne araldiche, e il Porro li eccitava: dissero persino che una volta li guidasse lui. Il cieco fanatismo del Porro restò in questo editto: «Gli antichi titoli e stemmi, di qualunque genere siano ed in qualunque modo esposti al pubblico, debbono essere distrutti senza risparmio, senza eccezione, senza misericordia. Purgate il territorio d'un veleno che merita i più pronti rimedii e la più efficace resistenza per sollevare il pubblico da sì crudeli e antiche scioperataggini.»[38]

Un altro Porro, l'illustre Pietro, disse invece: tolgo lo stemma, resta il nome.

Il Casino dei nobili dovette ribattezzarsi in «Società filarmonica» se volle vivere. In una festa di ballo sontuosa, il Massena v'intervenne con la propria amante a braccio, lacittadinaFrapolli, ch'egli aveva conosciuta a Genova.Con lei andava dappertutto. E nessuno ci trovava da ridire, nè da ridere.[39]

«A Milano i costumi sono più che facili: ogni signora ha il suopatitodichiarato. Costui è una specie di secondo marito, ma non ha alcuna responsabilità di paternità», registra madamigella d'Avrillon, nelle sue Mémoires.[40]E continua: «Lespatitosont des complaisans, que les maris en titre souffrent sans s'en plaindre, et que souvent ils choisissent eux-mêmes».

Non si poteva andare più in là con la accondiscendenza e bontà dei mariti; i quali, alla loro volta, diventavano ipatitid'altre signore, forse strette congiunte della moglie.

Le signore uscivano poco di casa, e andavano sempre in carrozza; solo la povera gente andava a piedi. Più tardi, il fastosissimo conte Archinto si vantava di non aver mai toccato il suolo della sua Milano. E quali eleganze nei palazzi! L'esterno alquanto semplice dei palazzi eretti nel Settecento, non faceva indovinare il lusso e il buon gusto signorile dell'interno, delizia della vita. Lady Morgan trovava in casa Visconti le squisitezze di Parigi.

Nell'Ottocento, i palazzi e le ville assunsero anche all'esterno un decoro architettonico, ches'accordava col grandioso impulso impresso da Napoleone in Milano, quando la volle capitale del Regno d'Italia, come vedremo seguendo le poesie di Carlo Porta. Il ticinese Luigi Canonica, al quale si deve il monumentale «Arco della pace» fu l'architetto di quell'epoca, che prese il nome dall'impero. Il pittore Andrea Appiani ne fu il decoratore. Se ne servì la Repubblica cisalpina, se ne servì il Regno d'Italia e una serie di ricchi proprietarii che vollero il cielo delle loro sale dipinto da colui che fu chiamato «il pittor delleGrazie».

Una casa era guardata con misteriosa paura dal popolino: quella, nelvicolo Pusterla, dove si raccoglievano i Franco-Muratori. Apparteneva all'evirato soprano Marchesi. Ma erano tanto franchi quei muratori, che non gli pagavano l'affitto. Nel 1800 una Commissione di polizia, durante la reazione, la invase; ma inutilmente. I capi erano fuggiti, e le carte scomparse.


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