XIX.Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville e viaggi.
Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville e viaggi.
Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville e viaggi.
Milano, appreso lo spaventoso disastro di Russia, piombò nel lutto. Per le vie s'incontravano volti pallidi di dolore e d'ira. Nelle case, donde, ebbri di ardore guerriero e di balde speranze eran partiti giovani fiorenti, rimasti, pur troppo, vittime oscure della catastrofe immane, piangevano madri desolate, padri, famiglie intere. Lampi di false lusinghe, speranze di prossimi, o pur remoti ritorni dei loro cari, creduti prigionieri o dispersi nelle solitudini russe desolate, avvivavano ad ora ad ora i cuori angosciati; poi ritornavano le angoscie, le tenebre.
Gran numero di famiglie del popolo operoso, di famiglie borghesi e nobili sentivano ormai avversione profonda, odio verso Napoleone. I commerci erano interrotti, le tariffe onerose, le imposte esacerbate, le sopraffazioni innumerevoli.
Eugenio, non ostante il suo iniquo contegno verso gl'Italiani che eroicamente avevano combattuto al suo comando e serenamente erano morti gridando (testimonianze lo affermano) «Viva l'Italia!», ritornava con nuova aureola di gloria, specie per aver guidato la più ardua delle ritirate con le picche dei diabolici cosacchi inseguitori alle reni. Era ammirato dai competenti nell'arte del combattere; ma, nemmeno per lui, simpatia; simpatia rimasta quasi incolume, invece, per la consorte Amalia Augusta, figlia del re di Baviera, benchè adesso biasimata perchè a Corte si lascia guidare sempre più dai cenni della propria dama di compagnia, donna senza cultura, rozza, tedescamente pedante, nobilitata col titolo di baronessa di Wurbms e arricchitasi fuor di misura, non si sa come. I ritrovi vicereali si svolgevano sempre compassati, freddi, in causa dell'inevitabile presenza di lei;[84]poidivennero cupi; quindi furono sospesi del tutto.
Amalia Augusta era madre di tre leggiadre fanciulle, suo conforto nella caduta che l'attendeva.
Alla maggiore, Giuseppina Massimiliana, Napoleone conferì il titolo di principessa di Bologna, e le regalò in più il ducato di Galliera con la mira palese di premiare il padre suo della costante, piena devozione.
Ma come mutano le sorti! Chi ricorda più ora le acclamazioni al «successore di Carlo Magno», come Napoleone si vantava di essere? E chi, a Milano, ricorda più il sabato grasso del 1812, quando gli ufficiali della Guardia reale apparvero in una mascherata di vari carri, sull'ultimo dei quali sorgeva un'altissima torre, in cui un soldato, camuffato da chinese, sventolava una bandiera tricolore? Presso la piazza de' Mercanti, quel disgraziato precipitò e rimase cadavere. Parve un presagio. Il popolo lo diceva allora: lo rammentò poi.
Napoleone, dinanzi ai rovesci, non posava: al contrario, raddoppiava di energie. Dopo tanta ecatombe d'uomini, indisse nuove leve ed ebbe nuovi soldati quanti ne volle; e raccolse a forza laute oblazioni, segnatamente nel dipartimento dell'Olona, dove i nomi dei ricchi che potevano offrirle sarebbero stati pubblicati, e li pubblicòil ministro della guerra e della marina, generale Fontanelli.
Ma le infedeltà micidiali eran previste, e non tardarono a scatenarsi.
La Prussia piantò Napoleone alleandosi con gl'Inglesi, che occuparono l'Olanda, e con la Russia. La Svezia la seguì. La Baviera si unì all'Austria. Nella sanguinosa battaglia di Lipsia, detta la «battaglia delle Nazioni», durata tre giorni 16, 18, 19 ottobre 1813 contro il giogo napoleonico, i Sassoni e i Würtemburghesi passarono dal campo francese al nemico. Napoleone rimase sconfitto e, intanto, in Italia, il principe Eugenio veniva respinto dagli Austriaci sull'Adige. Tutta, tutta la Germania sorse, allora, in nome dell'indipendenza contro il Despota invasore; e fu allora che vibrò ilCanto della spadadi Teodoro Körner, il Tirteo tedesco, la cui eroica memoria fu onorata poi dal Manzoni con la dedica dell'insuperata ode storicaMarzo 1821.
I collegati si divisero in tre vasti eserciti. Napoleone, volando or qua or là, battè ora questo, ora quello; e non fu mai così grande soldato. Ma dove non piombava quel fulmine di guerra, i nemici avanzavano. Gl'Inglesi entrarono a Bordeaux, gli Austriaci in Lione, e tutti marciavano contro Parigi, che aperse le porte. Il Senato di Francia, scossa alfine laservile livrea, proclamò Napoleonetirannoe gli strappò il trono di Francia; proclamò re Luigi XVIII, fratello dello sventurato Luigi XVI. Cose ben note; ed è ben nota la tragica scena shakesperiana di Fontainebleu dove Napoleone rinunciò alle corone di Francia e d'Italia, serbando pel proprio esilio un'isola italiana: l'isola d'Elba. Nel viaggio dovette subìre volgari oltraggi dal popolo. Ad Orgon la popolazione aveva preparato un fantoccio imbrattato di sangue fornito da un macellaio con al collo un cartello su cui era scritto: «Bonaparte». E, quando la vettura dell'ex-imperatore giunse, lo si issò ad un ramo d'un albero della piazza. Napoleone fu costretto dalla folla a scendere dalla vettura e assistere alla propria impiccagione in effigie, mentre la turba attorno a lui gridava, fischiava, batteva le mani.
Un contadino tarchiato, osò prendere Napoleone pel bavero, scrollarlo e gridargli in faccia: «Viva il Re». La cronaca del tempo raccolse il nome di colui: si chiamava Durel.
Le truppe francesi, che si trovavano nel Regno italico, vennero richiamate in Francia; e fu allora che un veemente sonetto di Carlo Porta parve il compendio di tutti gli odii suscitati in tanti anni di dominazione dai Francesi, specialmente per il loro superbo disprezzoverso Milano; disprezzo rintuzzato, in altro sonetto, dallo stesso poeta.
Quel sonetto sulla partenza dei Francesi è il più fiero che il Porta abbia mai scritto fra i sonetti politici.
I soldati francesi se n'andavano; quei soldati, che dal popolo venivano chiamatiparacarperchè somigliavano ai paracarri, quando, in occasione di feste pubbliche, venivano allineati sulle strade.
Paracar, che scappee de Lombardia,Se ve dan quaj moment de vardà indree,Dee on'oggiada e fee a ment con che legriaSe festeggia sto voster san Michee.E sì che tutt el mond sa che vee viaPer lassà el post a di olter forestee,Che per quant fussen pien de cortesiaVorraran anca lor robba e danee.Ma n'havii faa mo tant violter balloss,Col ladrann e copann gent sora gent,Col pelann, tribolann, c..... adoss,Che infin n'havii redutt al pònt p.......De podè nanca vess indiferentSulla scerna del boja che ne scanna.
Paracar, che scappee de Lombardia,Se ve dan quaj moment de vardà indree,Dee on'oggiada e fee a ment con che legriaSe festeggia sto voster san Michee.E sì che tutt el mond sa che vee viaPer lassà el post a di olter forestee,Che per quant fussen pien de cortesiaVorraran anca lor robba e danee.Ma n'havii faa mo tant violter balloss,Col ladrann e copann gent sora gent,Col pelann, tribolann, c..... adoss,Che infin n'havii redutt al pònt p.......De podè nanca vess indiferentSulla scerna del boja che ne scanna.
Paracar, che scappee de Lombardia,
Se ve dan quaj moment de vardà indree,
Dee on'oggiada e fee a ment con che legria
Se festeggia sto voster san Michee.
E sì che tutt el mond sa che vee via
Per lassà el post a di olter forestee,
Che per quant fussen pien de cortesia
Vorraran anca lor robba e danee.
Ma n'havii faa mo tant violter balloss,
Col ladrann e copann gent sora gent,
Col pelann, tribolann, c..... adoss,
Che infin n'havii redutt al pònt p.......
De podè nanca vess indiferent
Sulla scerna del boja che ne scanna.
(«Oparacarri, che scappate dalla Lombardia, se potete rivolgervi un momento, date un'occhiata, e notate con quanta allegria si festeggia questo vostro trasloco di casa!
»Eppure tutti sanno che voi ve n'andate per far posto ad altri stranieri; i quali, perquanto cortesi, vorranno anch'essi roba e denari.
«Ma voi, birbe, ce n'avete fatte tante, col derubarci e ammazzarci a migliaia; col pelarci, tribolarci e vituperarci a vostro piacere;
«da averci persino ridotti a questo punto: di non poter neanche essere indifferenti sulla scelta del boia che deve scannarci!»).
Larga eco destò questo sonetto, che girò manoscritto per Milano. Si narravano fatti incredibili sulle ultime ruberie francesi; e si mescolavano con le prime. Basti il dire che il generale Varrin si faceva sborsare quattrocentoquaranta lire al giorno per il suo pranzo. E si assicurava che il direttore delle poste, Antonio Darnay, apriva allegramente le lettere dei cittadini. La pubblica sicurezza era.... un sogno. Fin dal 1811, più di dugentocinquanta aggressioni a mano armata sulle vie pubbliche; più di cento invasioni nelle case private; assassinii, ferimenti, oltraggi a donne. Eppure in Milano viveva onorato da tutti un savio, capace di purificare l'atmosfera; capace, se ne avesse avuta la forza, di dirigere con buon successo gli avvenimenti.
Era vecchio, infermo di gotta (tanto che non poteva nemmeno firmare una lettera), ma lucido di mente: copriva nel Regno italico lacarica di Gran Cancelliere Guardasigilli. Francesco Melzi, in una parola. Era quel savio. Napoleone lo aveva elevato all'alto posto donandogli uno dei grandi feudi della Corona e un appannaggio di dugentomila lire annue col titolo di Duca di Lodi. Aveva nel Melzi scoperto un uomo sinceramente devoto, fido, un uomo di Stato, e un uomo singolarmente onesto in mezzo a tanti ladri. Gli aveva persino proposto in moglie la sorella Paolina, vedova del generale Leclerc, bellissima, cara, adorabile creatura, ma un po' troppo corriva ai capricci.... Il duca Melzi ringraziò per la nuziale proposta; ma, considerata la propria gotta e le poco assicuranti inclinazioni di Paolina, la rifiutò.
Carlo Porta, stanco dei monotoni doveri quotidiani del suo ufficio, delle cure che consacrava all'agenzia bancaria del fratello e ad altre, come sappiamo da sue stesse parole, trovava alla sera geniale distrazione in una società di commercianti, di cui faceva parte, e che si radunava, per amichevoli ritrovi e divertimenti, prima in via Clerici, poi nel palazzo Spinola in via San Paolo, dove nel 1818 trasferiva la sua sede, e dove fiorisce tutt'ora col nome di «Società del Giardino». Le feste della simpatica società ammaliavano per la bellezza delle signore che v'intervenivano.Lo Stendhal, nel libro più volte citato, parla a più riprese di quelle riunioni festose. Egli, che a Milano trovava tutto bello, tutto bellissimo (perchè vi viveva la dolce Matilde Dembowsky, della quale era follemente e ahimè! inutilmente invaghito), arriva a scrivere così: «Je sors du casin deSan Paolo. De ma vie, je n'ai vu la réunion d'aussi belles femmes: leur beauté fait baisser les yeux». Effetto che Ugo Foscolo certo non provava.
A sollievo dei trambusti cittadini, i Milanesi si spargevano per le ville. I nobili vi andavano, nel giorno di san Martino, facesse bel tempo o no; e vi soggiornavano per regolare i conti degli affittaiuoli. Nelle ville si davano feste campestri, con inviti. La vendemmia era essa sola una festa, e le laute imbandigioni non mancavano. E a Parigi? Almeno un viaggio a Parigi era d'obbligo per il patrizio. Da Milano partiva per il Sempione, e di là per Parigi, una «diligenza», due volte la settimana, il martedì e il sabato, e ne ritornava negli stessi giorni. Ma gli assalti alle «diligenze» talora interrompevano il viaggio. Mai come allora l'augurio «buon viaggio!» era sentito.