XV.

XV.Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere del poeta alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi e Vincenzo Monti. — La versione dellaPulcella d'Orléansdel Voltaire compiuta dal Monti. — Il ministro delle finanze Prina affida incarichi di fiducia a Carlo Porta. — Il poeta e sua suocera. — Nella pace domestica. — Carattere famigliare del Porta descritto da Tommaso Grossi. — I due grandi amici. — Espansioni. — Commovente scena in una famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il Porta è proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni Torti.

Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere del poeta alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi e Vincenzo Monti. — La versione dellaPulcella d'Orléansdel Voltaire compiuta dal Monti. — Il ministro delle finanze Prina affida incarichi di fiducia a Carlo Porta. — Il poeta e sua suocera. — Nella pace domestica. — Carattere famigliare del Porta descritto da Tommaso Grossi. — I due grandi amici. — Espansioni. — Commovente scena in una famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il Porta è proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni Torti.

Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere del poeta alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi e Vincenzo Monti. — La versione dellaPulcella d'Orléansdel Voltaire compiuta dal Monti. — Il ministro delle finanze Prina affida incarichi di fiducia a Carlo Porta. — Il poeta e sua suocera. — Nella pace domestica. — Carattere famigliare del Porta descritto da Tommaso Grossi. — I due grandi amici. — Espansioni. — Commovente scena in una famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il Porta è proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni Torti.

Nel 29 agosto 1806 rispuntava il sorriso sulle labbra della vedova Arauco.

In una silenziosa cappelletta a Torricella presso Carpèsino, paesello della Brianza, si celebravano le seconde nozze di lei, che contava ventinove anni, con Carlo Porta di trentuno. Una colta vecchietta, madre del venerato Adalberto Catena, prete ricco di Dio, la quale abitava in quei luoghi, si ricordava di quegli sponsali modesti, quasi romiti, e ne riferiva, ne' suoi ultimi anni, i particolari: la villa di Torricella era di proprietà del poeta.

La Prevosti-Arauco-Porta poteva vantare illustri amicizie per parte del primo maritoconosceva gli usi della buona società; eppure non amava il fasto, non imitava altre milanesi smaniose di emozioni sino al punto di giocare la propria onestà. Vera madre di famiglia, attese, umile e buona, alla casa, al marito e ai figliuoli. Ne ebbe tre dal Porta: due femmine, Anna Alessandrina, e Maria Carolina Violante, e un maschio, Giuseppe, avvocato, banchiere e paesista, morto nel carnevale del 1872, proprio nell'ora in cui si trascinava per icorsidi Milano, in mezzo al generale baccano, un carro addobbato a festa che rappresentava l'apoteosi del padre suo!

Scrivendo alla moglie, che nei mesi caldi villeggiava a Borgomanero, ovvero a Monza o a Senago, o nella memore villa di Torricella, il Porta usava il frasario allegro. Si firmava: «Carolus magnus».

Le scriveva da Genova: «Oh, che popolata città che è questa Genova! Ella è piena di gente, colma come un uovo fresco. Credo che per ogni uomo vi siano dieci donne, tre frati e un mulo». Le conduceva comitive briose, perchè non si annoiasse. Anche dopo parecchi anni di matrimonio, la trattava con ogni riguardo. «Fa' ciò che meglio ti conviene, le diceva, poichè io dichiaro a lettere di scatola che ho gusto di tutto quello che ti fa gusto».

Egli si lasciava vincere qualche volta da svogliatezza: la penna gli pesava fra le dita, e la lasciava volentieri da parte. «Oh, io non iscrivo a nessuno (mandava a dire alla moglie impensierita del suo silenzio) perchè mi è caro il far nulla, e procuro di coltivarmi più ch'è possibile questa nobile passione». Ma guai se Vincenzina tardava a scrivergli! Si adirava.... e scherzava così:

«Carissima moglie,

Finalmente ho ricevuto tue lettere; ed ho avuto il conforto di sapere da te che ti trovavi ancora a questo mondo. Per la mia parte ero certamente scusabile se mi esibivo per marito a qualche bella ragazza. Basta: lasciamola lì. Certo è che mi consola non poco il conoscere che tu stia meglio, e che la mamma si vada anch'essa ricuperando. Quanto alla mamma poi provo un altro gusto dippiù, dacchè non ho saputo che era ammalata, se non quando fu giudicata fuori di pericolo di far l'ultima corbelleria. Insomma me ne rallegro, ma proprio proprio davvero. Salutamela, e dille che la raccomanderò ancor io al Signore, e che ho fiducia che Dio mi conceda la grazia che gli domando per ragione anche ch'io sono uno che lo incomoda assai rare volte.

Speravo che fosti in grado di restituirti a Milano per queste feste, e di venire a Torricella con me e coi signori Casiraghi, ma vedo ora che ciò è impossibile, e per conseguenza il tuo posto sarà occupato da qualcun altro. Sappi intanto che per la prima volta avremo là il Gaspare. Oh che miracolo!

Qui le cose di famiglia vanno benone. Io col gennaio passerò al Monte Napoleone, con qualche sacrificio di borsa sì, ma con minori dolori di stomaco. Oh sta bene! Addio: salutami tutti, ma in particolare, come ti dissi, la mamma. Sono tuo aff.momarito

Carlo».

I Casiraghi, cui allude, formavano una famiglia, il capo della quale soleva bandire splendidi festini, rallegrati da bellissime donne onde andava superba Milano. Una volta, il Porta fu pregato da lui di schiccherare un gaio sonettino, perchè Vincenzo Monti onorasse della sua illustre presenza quelle veglie; e il poeta milanese a infilzare quattordici versetti ottonari, ne' quali al celebre collega di Parnaso dice con grazia: «Per oggi riponi pur le tue rime, i tuoi concetti, e vieni qui a godere in mia casa una delle solite festicciuole. Ti offro volti che mettono allegria, e tali floride beltàfemminili da imbrogliare chiunque dovesse gettare il fazzoletto. Sono sicuro tu dirai che sono le Grazie e le Muse che ballano sui bei prati di Pegaso. Ma forse lo dirò meglio io nel vedere che non manca neppure il loro Apollo, che sei tu»:

Per incœu guarna pur viaI tœu rimm, i tò conzett,E ven chì a godè in cà miaVun du solett festinett.Te doo facc che mett legria....

Per incœu guarna pur viaI tœu rimm, i tò conzett,E ven chì a godè in cà miaVun du solett festinett.Te doo facc che mett legria....

Per incœu guarna pur via

I tœu rimm, i tò conzett,

E ven chì a godè in cà mia

Vun du solett festinett.

Te doo facc che mett legria....

e parla di floridezze audaci immancabili.

A un poeta pagano, come il Monti, le curve giunoniche non dispiacevano; a lui, che, al domani della battaglia di Marengo, aveva portata a Milano la versione del poemaLa Pulcella d'Orléansdel Voltaire; versione da lui compiuta in veloci, smaglianti, meravigliose ottave eroicomiche, quasi superiori a quelle stesse dell'Ariosto; scritte a Parigi nei tedii malaugurati dell'esilio, che lo salvò dalla reazione austro-russa; e nelle quali nulla, proprio nulla, velò delle continue audacie libertine, oscene del cinico iconoclasta francese.

Riguardo al nuovo impiego cui il Porta allude nella lettera alla moglie, ecco ciò che apparisce da mie ricerche negli Archivi di Stato di Milano e da memorie autografe del poeta:

Nel 1804 egli fu riammesso, come fu detto, negli uffici governativi, col titolo di sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito pubblico. Nel 1808 gli piovve la manna d'un aumento di stipendio e un elogio per la sua attività e perizia. Nel dicembre 1810 il ministro delle finanze, Prina, lo volle ispettore aggiunto del pubblico tesoro e, nel 1812, lo inviò a Mantova per rivedere i conti arruffati d'un certo Malacarne ricevitore del dipartimento del Mincio. Ma, l'anno dopo, l'impiegato poeta s'accorge che le mansioni di aggiunto al tesoro pubblico gli pesano come catene, benchè dorate da quattromila lire all'anno; chiede di ritornare all'ufficio primitivo di sottocassiere e l'ottiene senza contrasto. Cassiere generale era Carlo Casiraghi, quello stesso così amante delle gaie veglie. Al suo posto, nel 1814, salì quindi il Porta, che, come cassiere, rimase al Monte Napoleone sino agli ultimi giorni di vita.

Risiedeva quell'ufficio del Monte in un palazzo ornato di resti d'architettura bramantesca. Ogni mattina, il Porta, che abitava colla famiglia in quella stessa via, detta appunto anche oggidì del Monte Napoleone, si recava all'ufficio lento lento, per la podagra che lo tormentava.

Da una miniatura della famiglia Porta, la moglie del poeta si mostra simpatica perquella sua aria d'onestà e ingenuità che doveva renderla cara a tutti. La carnagione è lattea, la bocca vermiglia e piccola. Gli occhi «color della buccia di castagna alpina», direbbe lo Aleardi, e tagliati a mandorla, ti guardano con espressione affabile. Lunghe le brune sopracciglia, la punta del naso leggermente rivolta all'in su. I capelli bruni le disegnano due curve graziose sulla fronte e le scendono folti sulle spalle arricciandosi all'estremità. Attorno al collo, sotto il mento morbido, le gira un velo bianco, alto. L'abito è azzurro, semplice, con una fascia bianca che la stringe sotto il seno ricolmo. Un piccolo medaglione le pende dal collo: è il ritratto del primo marito, Arauco? Sì, e con tanto di parrucca incipriata.

Una rarità: la buona armonia tra suocera e genero. A lei, signora Camilla, il poeta dedicò versi più che cordiali e pare li meritasse davvero:

.... E le dica (il cuore) che l'amo di manieraDa correr per giovarle se abbisognaA vendermi al lavor della galera,A chiedere e accettar posto in Bologna,Od anche a rimanermene in eterno,Come adesso, impiegato subalterno.

.... E le dica (il cuore) che l'amo di manieraDa correr per giovarle se abbisognaA vendermi al lavor della galera,A chiedere e accettar posto in Bologna,Od anche a rimanermene in eterno,Come adesso, impiegato subalterno.

.... E le dica (il cuore) che l'amo di maniera

Da correr per giovarle se abbisogna

A vendermi al lavor della galera,

A chiedere e accettar posto in Bologna,

Od anche a rimanermene in eterno,

Come adesso, impiegato subalterno.

E via via.

«Quanta fosse la bontà non solo, ma la candidezza mirabile e la semplicità dell'animo del Porta, e quanto egli fosse lontano dall'averequel carattere d'alterigia e di scherno, che i suoi scritti ponno far sospettare, tutti quelli che l'hanno conosciuto nelle sociali relazioni, e più di tutti gli amici intimi del suo cuore lo ponno testificare», affermava il Grossi nei cenni biografici premessi all'edizione delle poesie del grande amico suo dopo la morte. Ma ch'egli fosse turbato e triste, specialmente per la podagra, malattia di famiglia, che lo tormentava, è vero.

Eppure, c'è una poesiola che ci fa vedere il poeta nella calma della sua casa. Una breve poesia. Ce lo mostra tranquillo, alla fiamma del caminetto, con un bicchere di buon vino che assapora; apprendiamo i suoi gusti e troviamo in lui quel sentimento d'amicizia che lo nobilita anche agli occhi di chi non sa perdonargli i difetti. Il poeta odia il cattivo caffè e adora il buon vino.

Egli li scrisse, quei versi, sopra uno de' suoi tanti fogli volanti, che, nei ritagli di tempo, riempiva di poesie frammentarie appena cominciate:

Andee pur, la mia gent,[55]Ai dò Colonn, o ai Serv,[56]A tœù on cafè che ve sassina i nerv.[57]Mì, inscambi, son contentDe stà chì al me camin[58]A fà l'amor cont on bicer de vin,[59]E savorill e usmall;[60]E se se pò toccall cont quai amis,[61]Rides adree guardandes i barbis.[62]E pœu d'estaa? voo al Gall,[63]Voo alla Scala, voo al Gamber, voo ai Tri Re.[64]Voo in l'Oronna putost che no a on cafè![65]

Andee pur, la mia gent,[55]Ai dò Colonn, o ai Serv,[56]A tœù on cafè che ve sassina i nerv.[57]Mì, inscambi, son contentDe stà chì al me camin[58]A fà l'amor cont on bicer de vin,[59]E savorill e usmall;[60]E se se pò toccall cont quai amis,[61]Rides adree guardandes i barbis.[62]E pœu d'estaa? voo al Gall,[63]Voo alla Scala, voo al Gamber, voo ai Tri Re.[64]Voo in l'Oronna putost che no a on cafè![65]

Andee pur, la mia gent,[55]

Ai dò Colonn, o ai Serv,[56]

A tœù on cafè che ve sassina i nerv.[57]

Mì, inscambi, son content

De stà chì al me camin[58]

A fà l'amor cont on bicer de vin,[59]

E savorill e usmall;[60]

E se se pò toccall cont quai amis,[61]

Rides adree guardandes i barbis.[62]

E pœu d'estaa? voo al Gall,[63]

Voo alla Scala, voo al Gamber, voo ai Tri Re.[64]

Voo in l'Oronna putost che no a on cafè![65]

L'amico più caro, col quale il Porta avrebbe voluto toccare il bicchere, sarebbe stato Tommaso Grossi, il suo buon Grossi, ch'egli aveva conosciuto poco più che giovanetto, avendo l'autore delMarco Viscontisedici anni meno di lui, essendo nato nel 1791 a Bellano, là, in quel grazioso paesello del lago di Como che gl'ispirò belle pagine, e sopra tutto quella commovente della morte del barcaiolo Arrigozzo annegato durante una notturna bufera nel lago: pagina eterna.

Non avevano segreti quei due amici: si dicevano tutto; si consigliavano fraternamente di tutto.

Tommaso Grossi dimorava a Treviglio, città tranquilla, nel Bergamasco, in casa d'uno zio canonico liberale. Quando veniva a Milano assisteva alle riunioni letterarie che alla domenica si tenevano in casa del Porta; riunioni che si chiamavano «la Cameretta». Con questo nome designavasi, una volta, una riunione di sessanta decurioni scelti dalle famiglie patrizie milanesi, i quali nelle loro assemblee trattavano i pubblici affari: e la frasefà camerettaesprimeva far crocchio, tenere seduta, per lo più ristretta e segreta. In quelle domenicali riunioni gli amici leggevano i propri lavori in piena intimità, senza pubblico, senza pompa.

Appena Tommaso Grossi lasciava gli amici e ripartiva per Treviglio, sentivasi svogliato e triste; provava «un vuoto infernale nel cervello e in tutto il corpo fuorchè nel cuore che, non essendo posseduto da nessuna femminina contagione, è tutto vostro, tutto quanto», scrive al Porta, cui ben presto confesserà le proprie pene amorose. Quando non può partecipare alle riunioni presedute dal Porta, si consola coll'assistervi in ispirito: «Tutte le volte che arriva la domenica, io volo col pensiero in casa tua, là, in quella sala, a mano dritta entrandoper l'anticamera, e sto seduto in mezzo a tanto senno, gonfio e pettoruto del titolo, scroccato immeritamente, di membro della «Cameretta», e veggo te che sei il presidente, e mi par di sentirti leggere qualche tua poesia, e gongolo».

Il Porta recitava mirabilmente i propri scherzi, rimanendo serio, il che dava maggior risalto al comico delle sue poetiche creazioni. Nessun sorriso su quel volto, che assumeva l'aspetto d'un grand'inquisitore; e gli ascoltanti a prorompere allora in fragorosa ilarità.

Non usciva verso dalla penna dell'autore delBongeeche il Grossi non lo vedesse fra' primi. LaNomina del cappellanaccrebbe più che altra poesia gli entusiasmi dell'amico che gli scriveva rapito della «squisita, amenissima cosa». E ancora: «Non ti so dire quanto sia piaciuta a tutti quelli cui l'ho fatta sentire: se ne fecero tre copie, ed anche attualmente l'originale non l'ho io, e gira attorno a delizia degli orecchi trevigliesi».

Una delle dolci espansioni del Grossi è: «Ti prego, in nome di quella tenera amicizia che mi accordi e di cui vado superbo, di scrivermi tosto e di scriver molto».

La gentilezza fiorisce nel Grossi, anche quando non parla dell'amico all'amico. Gli narra le vicende d'una buona famiglia così:

«Caro Porta, che delizioso spettacolo quello d'una madre che rivede suo figlio dopo una lontananza di tanto tempo!... Io ho partecipato alla gioia di quella buona famiglia ed ho passato una giornata delle più belle di mia vita: che contento! che effusione di cuore! Le parole non vi arrivavano; bisogna piangere del piacere; e, difatti, ho pianto anch'io con loro, ma d'un pianto deliziosissimo!...»

NelPolitecnico, periodico di scienze ed arti (annata 1866), si legge una amena lettera di Carlo Porta a Tommaso Grossi; lettera autobiografica. La vita di pubblico impiegato del poeta v'è dipinta, e vi batte il suo cuore d'amico fedele:

«Amico carissimo,

Barbaro traditore,Mandar lettere chiuse?Non ti allattâr le muse,Non ti fu padre Appol.

Barbaro traditore,Mandar lettere chiuse?Non ti allattâr le muse,Non ti fu padre Appol.

Barbaro traditore,

Mandar lettere chiuse?

Non ti allattâr le muse,

Non ti fu padre Appol.

»C'è mancato proprio proprio un cece che la vincesse sopra di me la tentazione di alzare adagio adagio quel tantino di ostia, e mi mettessi a leggere quelle due letterine che mi hai compiegate. La tua crudeltà meritava questa soperchieria, ma la religione mia ha trionfato, e mi ha fatto rispettare, come rispetto, quell'invidoazimo che mi nasconde tanto tesoro. Dio me ne rimuneri! A quest'ora avrai avuto una lunghissima mia, scritta un po' di notte alle spese del sonno, ed un po' di giorno tra lo strepito del denaro, e le querimonie dei creditori di S. M. che mal soffrono la mia vacanza del mercoledì e del sabato. Nè questa circostanza io l'accenno perchè dalla bontà tua mi si conceda un passaporto a tutti i maccheroni che avrò stampati in essa lettera, ma perchè ti piaccia incolpare tutt'altri che me, e la volontà mia se lascio sfuggire qualcuna delle ordinarie occasioni che mi offre san Paolo (sic) per codesto paese. Anche oggi scrivo nel mio modo solito, nel tiretto cioè del mio bancone di ufficio, e tratto tratto conviene che lasci la penna per servire i bravi e buoni reverendoni della campagna che vengono a truppe a riscuotere le loro congrue ed i redditi de' loro benefizi. Stamattina alle ore cinque e mezzo è partito il nostro amatissimo Tacchini, che speriamo di ritorno fra tre mesi. Io l'ho posto in carrozza, e siccome mi ha caldamente raccomandato di salutare per lui tutti gli amici comuni, così saluto te per primo, che occupi uno de' posti più distinti nel suo cuore. Partito Tacchini, corsi per isbalordirmi al Duomo e salii in fretta in fretta fino alla loggia ultima, quella che gira in cerchio sotto i piedi dellaMadonna, e lassù mi gustai un eccellente caffè che il pietosissimo don Camillo, altro degli ostiari, ebbe la degnazione di recarmi sotto la veste talare pel solo magro compenso di goderne gli avanzi. Di là spinsi un paio d'occhioni anche verso codesto Treviglio, ma non potei fissarne che il meridiano, ossia il luogo ove dovrebbe essere verosimilmente piantato, e sarà miracolo se vi sarà giunto qualche pezzo di quella benedizione papale, che ho tagliata giù senza economia e diretta con tutto l'animo a codesto paese. Mi fa gratissima sensazione quanto mi dici di tuo zio, così pel cangiamento a riguardo tuo, come per la soddisfazione che egli ha della nostra amicizia. Io pure desidero di conoscerlo personalmente e l'avrò per un regalo squisito di conoscerlo presto. Quanto a' miei strambotti, tu mi conti cosa da farmi .... sotto dal gusto, poichè finora ho sempre tremato per la mia gloria poetica, tuttevolte che passarono per le orecchie dei preti. Io non mi sono mai accorto d'essere poeta morale, e ciò sarà forse uno di quei doni di Iddio che ci entrano in corpo per afflato e di cui ci si trova al possesso senza avvedersene. Per di meglio, io sono il bue che non conosce la propria forza. Rossari non l'ho più visto da sabato a questa parte, e credo che non lo potrò vedere prima di domattina, dunque le commissioni tue per lui rimangono per forza aggiornate.Mi spiace che l'appetito ti giovi meno costà che in Milano. Credo anch'io che il caldo ne avrà in parte la colpa, ma guàrdati che l'applicar troppo colla mente non faccia il resto. Caro amico, poni mente ai precetti dello zio che sono santissimi e godi in santa pace quel buontempone che ti prepara, il quale goduto colla mia ricetta è il ristoro specifico del corpo e dell'anima. Oh caro quel far nulla! non vorrei essere il duca Litta per altra cosa, che per dormire un mese di seguito e farmi fare intorno ogni faccenda dalle altrui mani. Anche delle tempeste mi sono tolto la mia parte di cruccio e mi spiacquero le notizie che mi sono venute da te, quelle che mi arrivarono da altri amici ma più di tutto quelle che mi pervennero da Torricella, ove in quelle mie poche badilate di terra la Provvidenza ha lavorato di gragnuola una mezz'ora dippiù del bisogno per dissetarle. Non farò per questo la buggera del nostro celebre Ceriani, che si accorò tanto della stessa disgrazia che sta ora per riconsegnarsi al seno di Abramo.

»Non dirai che non t'abbia seccato quanto che basti. Addio; ricòrdati del Ceriani, e tollera in pace questa tempesta che ti porto io.

»Milano, 15 luglio 1817.

»Sono tutto tuo affez.

»Carlo Porta.

»Al signor Tommaso Grossi»Treviglio».

Il Porta si congratula per il cambiamento dello zio del Grossi. Quale cambiamento?

Ecco: il Grossi era protetto dallo zio canonico, che gli faceva da padre e voleva guidargli l'ingegno. Allo zio non garbava che il nipote si consacrasse alla poesia: non voleva che fosse uno del cenacolo della «Cameretta». Carlo Porta inviava allo stesso Grossi undici quartine italiane, colle quali si congratulava con lui perchè lo zio canonico gli permetteva alla fine d'occuparsi di poesia. Le quartine del Porta cominciano burlescamente:

Ha fatto bene il zïo a ravvedersiDi quel suo odio contro le Camene,Ch'era un peccato il non piacergli i versi.E però a ravvedersi ha fatto bene.

Ha fatto bene il zïo a ravvedersiDi quel suo odio contro le Camene,Ch'era un peccato il non piacergli i versi.E però a ravvedersi ha fatto bene.

Ha fatto bene il zïo a ravvedersi

Di quel suo odio contro le Camene,

Ch'era un peccato il non piacergli i versi.

E però a ravvedersi ha fatto bene.

Egli stesso li chiama «orribilissimi e tristi versacci», buttati giù per ridere. E soggiunge:

«So bene che a me Carlo Porta la virtù di far versi toscani che valgano a foderare li tuoiNon homines, non Dii, non concessere columnæ. D'altronde poi, in queste quartine leggivi un sentimento del cuore, il piacere cioè che tuo zio s'accontenti che tu rimanga dei nostri e che ti prometta di beatificarci co' tuoi mirabili versi.»

Un altro passo della lettera del Porta vuole una spiegazione: «Io non mi sono mai accorto d'essere poeta morale....»

«Tutte le sere (scrive il Grossi all'amico) leggo a questi nostri preti, che si riuniscono in casa di mio zio, qualcuna delle tue poesie: a quest'ora ho lettoI disgrazi de Giovannin Bongee, El viagg de Fraa Condutt, Fraa Zenever, tutti i sonetti: mi mancano propriamente le parole per descriverti le smanie che fanno tutti questi miei uditori: chi si sdraia colla pancia contro il tavolo, chi si rovescia sur una sedia, chi si tiene stretti i fianchi colle mani. Bisogna che tu sappi che mio zio, come mi par d'avertelo detto, è giansenista, e quelli che frequentano la sua casa, se nol sono nel modo risoluto e deciso con cui lo dichiara egli, vi pizzicano però tutti un poco, e così accolgono collo zelo cristiano d'un fedele che cerca di riformare gli abusi della Chiesa tutte le tue satire contro i preti ed i frati; e v'ha chi ti paragona al grande Erasmo di Rotterdam, il quale non con tutto il tuo vigore, perchè trattenuto dai tempi, ma però con molta libertà, dà la berta come fai tu ai preti e ai frati, che strapazzano la religione facendola ridicola agli occhi degl'increduli....»

Ecco lo spirito morale che si scopriva nelle satire del Porta dai preti liberali della campagna. Nella città non ne mancavano.

«Addio il mio caro Porta, onore e gloria della lingua nostra!» Così lo salutava il Grossi.

Il Torti, che formò poi a Milano, col Manzoni e col Grossi, la «trinità» che al giovane Giovanni Prati «novo catecumeno — covò le prime rose» — quando venne a Milano con la sua «Edmenegardain seno» — il Torti, ch'era d'un solo anno più anziano del Porta, gli fu amico; e anche con lui il poeta delBongeesi trovava nelle fide riunioni poetiche. Al Torti il Porta indirizzò un sonetto durante l'ardore della lotta fra classicisti e romantici; un sonetto maccheronico. Giovanni Torti era bellissimo, d'alta statura, tipo del poeta che una volta piaceva alle ragazze. Nato a Milano, fu il più diletto discepolo del Parini. Vestito l'abito del chierico, lo lasciò al sopravvenire de' Francesi, e salutò in un inno l'albero della Libertà, che vide cadere. Il Comitato della pubblica istruzione l'ebbe suo segretario; posto che mantenne a lungo: attraverso varie fortunose vicende milanesi, si salvò in quella navicella. Chi non conosce la sua epistola SuiSepolcri d'Ugo Foscolo e d'Ippolito Pindemonte, che fu ritoccata dallo stesso Foscolo? I suoi scioltiIn morte della mogliesono un grido angoscioso del cuore. È la sua «pagina eterna».


Back to IndexNext