XXII.Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la famiglia del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il suo buon umore dall'esilio. — Le avversità di Luigi Bossi. — Tratti generosi del Porta e di sua moglie per lui. — Il pittore e poeta Giuseppe Bossi in fine di vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui. — Morte di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal Marchesi. — LoSposaliziodi Raffaello e il museo del gaudente conte Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di Como. — Memorie lariane: a Blevio. — Sonetti del Porta contro il favorito della Principessa di Galles.
Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la famiglia del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il suo buon umore dall'esilio. — Le avversità di Luigi Bossi. — Tratti generosi del Porta e di sua moglie per lui. — Il pittore e poeta Giuseppe Bossi in fine di vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui. — Morte di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal Marchesi. — LoSposaliziodi Raffaello e il museo del gaudente conte Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di Como. — Memorie lariane: a Blevio. — Sonetti del Porta contro il favorito della Principessa di Galles.
Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la famiglia del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il suo buon umore dall'esilio. — Le avversità di Luigi Bossi. — Tratti generosi del Porta e di sua moglie per lui. — Il pittore e poeta Giuseppe Bossi in fine di vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui. — Morte di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal Marchesi. — LoSposaliziodi Raffaello e il museo del gaudente conte Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di Como. — Memorie lariane: a Blevio. — Sonetti del Porta contro il favorito della Principessa di Galles.
E Ugo Foscolo?
Ugo Foscolo conosceva la famiglia Porta. Vi era accolto con benevolenza e con espansione d'affetto, laddove in altre famiglie trovava rivali e ostilità. A Milano si burlavano di lui per le sue spacconate, e i più lo detestavano calunniandolo: i Porta gli elargivano consolazioni e amorevolezze.
Da lettere di lui, conservate oggi nel Museo Portiano a Milano, si rileva come, oltre l'affetto, certi interessi di denaro lo legassero a quella famiglia. Difatto, egli si serviva della banca di Gaspare Porta, fratello di Carlo, perritirarne gli zecchini necessari ad esulare in Inghilterra, non volendo, come ne era richiesto, giurare fedeltà al Governo austriaco. Il fratello di Ugo, Giulio Foscolo (lo stesso che lo difese poi nellaBiblioteca italianadalle malignità biografiche del Pecchio), con un tratto generoso, gli cedette un capitaletto fruttifero, formato da' propri risparmi; e il banchiere, scelto da Ugo Foscolo per compiere le necessarie operazioni, fu appunto Gaspare Porta.
Lasciata l'Italia, il Foscolo, fra tante tumultuose vicende, manda a Gaspare proprie informazioni da Zurigo. Il 6 luglio 1816, dopo avergli confidato l'itinerario che avrebbe seguito per passare a Londra, lo prega di baciare Carlo:
«Date un bacio a quel poeta gaudente di vostro fratello; ditegli, a quattr'occhi, che nell'albergo ove in questi giorni, per non pagare un lungo affitto di casa in campagna, sono disceso ad alloggiare in Zurigo, ho veduto a tavola rotonda il povero Bossi, che fece le viste di non conoscermi, ed io ho rispettato la sua riservatezza. Seppi poi che cadde malato, e, ristabilitosi alquanto, pigliò casa in città: non ne ho più udito parlare: vive sotto il nome di Bellinzaghi; vorrei andare a offerirgli cordialmente, da italiano a italiano, da povero a povero, da esule a esule, e anche da malato a malato,i miei servigi, ma non ardisco presentarmi a chi crede d'avere ragioni di star meco così celato. Se Carlino lo desidera, anderò e farò tutto quello che potrò».
La lettera è di pugno del Foscolo. Il Bossi di cui parla con affetto era Luigi, fratello del pittore e poeta Giuseppe. Per dolorose circostanze, ad alleviare le quali vedremo quanto cuore ponesse Carlo Porta, Luigi Bossi riparava col pseudonimo di Paoliniano Bellinzaghi a Zurigo, gran rifugio di perseguitati, di peccatori e d'infelici. Anche Ugo Foscolo si faceva chiamare colà col falso nome di Lorenzo Alderani. E il Bossi lo confidava a Carlo, informandolo del fuggiasco cantor deiSepolcrie d'una acerbissima satira scritta da lui.
Il Porta gli rispondeva da Milano: «Del costì misterioso soggiorno del noto letterato ne avevo da lungo tempo qualche sentore, per voci vaghe ed incidenti di piazza, quantunque la mia ditta sia quella di cui egli si servì per il passaggio de' suoi fondi. Mi è pur nota la satira di cui mi parli, che riguarda tutta una adunanza nostra letteraria, che negli anni decorsi praticava in casa di certa signora Vadori. Questa satira, modellata quanto al ritmo ed alle tracce sull'Apocalissedi san Giovanni, è da lui intitolata:Visione di Didimo Chierico. Io la lessi due anni sono, datami da lui medesimo,e colla chiave necessaria per interpretarla. Non la stamperà, ne son certo. Primo, perchè la natural vendetta delle persone offese avrebbe un campo più lauto nelle avventure sue per rifarsi con di lui maggior danno e vergogna. Secondo, perchè da questa mercanzia non potrebbe ritrarre quanto sarebbe obbligato di spendere per la stampa e la carta....»
In quale rete d'imbrogli economici Ugo Foscolo si dibattesse, a Londra, lo mostra un'altra lettera di lui, datata 20 settembre 1816 da quella città, e diretta:Al signor Giuseppe Porta per Gaspero Porta; Milano.È d'affari. Egli parla del viaggio costoso, del caro de' viveri a Londra, di lire sterline, di cambialette, d'impegni, di rimborsi; ma d'un tratto esce dalle aridità finanziarie: «Malgrado la carezza del vivere, io benedico l'ora che sono venuto in Londra. Mi veggo accolto quasi fossi Catone in esilio volontario, e veggo che agl'Italiani basta l'essere onesti e l'avere un po' d'ingegno per essere ben veduti.... Ho ancora, e gli avrò finchè vivo, i pensieri in Italia». E infine: «Che fa il poeta cassiere?»
Una lettera bellissima, e rara per umorismo, insolito nel Foscolo, che ama piuttosto colorire di tinte tragiche, allaOrtis, il proprio epistolario, fu inviata direttamente aCarlo Porta. Essa ci introduce nell'interno della ospitale famiglia del poeta milanese; parla della moglie e de' figli di lui, e persino delle donne di servizio. Ah! col poeta delBongeenon ci vogliono fremiti (pare abbia detto fra sè quel Grande), non lugubri parole, ma piacevolezze: asciughiamo le lagrime, procuriamo di mostrarci allegri. Ecco la bellissima lettera tutta intera come l'ho ricavata dall'originale; è scritta di pugno dell'autore e non ha data:
«Carlo Porta fratello, e voi Vincenzina sorella, e voi Violantina, ed Annetta e Peppino figliuoli miei; e voi esemplarissime serve matronali di casa Porta, madri mie dilettissime in Cristo; io Meneghino Fenestra,girovago, stando oggi in Bologna, nè sapendo domani dove sarò, vi saluto con tenerezza e desiderio di cuore, e v'abbraccio tutti e tutte con castissima ed apostolica carità. Sappiate ch'io sono partito senza volervi dire addio, perchè a quella parola le lagrime mi gocciavano giù per le guance mentr'io tentava di proferirla dal secreto dell'anima mia: però non vogliate stimarmi villano, nè freddo e ingrato di cuore verso voi tutti ch'io amo, invece, e bramo di rivedere, poichè la vostra casa fu asilo cordialissimo a me in tutte quelle mietristissime sere, e le vostre seggiole basse m'erano quieto riposo, e il vostro focolare mi riscaldava senz'abbruciarmi, e le vostre mele cotte mi risanarono gli occhi, e le vostre mele crude mi davano tutte le sere una cena salubre e squisita, la quale non mi costava se non un cordiale ringraziamento: — per queste gentilezze, e perchè tutti voi padroni e servi, giovani e vecchi e bambini, uomini e donne — specialmente le donne — siete ottime persone, ed aliene dalle fazioni Francescane, Austriache, Napolitane, Napoleoniche, Eugeniche, municipali, etc. etc.: — Io, dilettissimi, vi amo, e spero di rivedervi, ed abbracciarvi tutti — fuorchè la Vincenzina e la Violantina — all'una delle quali, invece d'abbracciarla, bacio in ispirito e bacierò in persona la mano destra; ed all'altra un guanto, purchè non abbia mozze inelegantemente le dita — che è la più brutta di tutte le mode di portar guanti. — Or addio; ed un saluto al signor Nava, al quale direte che ho scritto e che attendo impazientemente risposta, e i miei rispetti a don Giuseppe, al filosofo Gaspare e a don Alessandro. Cristo vi guardi, fratelli e sorelle e padri, e madri mie matronali, e figli e figliuole mie dilettissime. Tu, Carlino, rinfrescati gli occhi con l'acqua di rosa, perchè questi miei scarabocchi arabeschit'accecheranno leggendoli. Addio, Omero dell'Achille Bongee. Addio.
«U. F....enestra.
»Al signor Carlo Porta,presso il signor Porta, banchiere.Milano.»
Non isfuggirà la freddura di quelFenestra, trattandosi d'una lettera aPorta. Ugo Foscolo freddurista!... Ma alle freddure inclinavano allora altri grandi. Alessandro Volta non teneva tanto della sua pila, quanto delle sue freddure.
Un altro ameno ricordo foscoliano sta in un esemplare delMisogallo, posseduto già dal Porta. Vi è una nota con queste gaie parole, le quali mostrano il Foscolo scherzoso con una bambina: «Nota scritta il dì 10 ottobre 1814 a Milano in casa Porta, nel gabinetto di Carlo Porta, presente la bella Annetta dettaStrofei, d'anni due, mesi dieci, giorni cinque, castissima, innamorata di me scrittore Didimo Chierico discepolo del Reverendo Jacopo Annoni, curato, di buona memoria....»
Questa graziosa Annetta, prima delle due amate figliuole di Carlo Porta, non ebbe lunga vita: morì a trentun anno, il 1842. Ma non doveva essere dettaStrofei, bensìStrafùi, nome scherzoso che vorrebbe dire coso, cosuccia. Le mamme milanesi dicono affettuosamente al loro bambino:Car el mè strafùi!
A motivo, forse, delle fisiche sofferenze, Carlo Porta si mostrava burbero. Ma era burbero benefico. Nessuno più di lui avea pietà per il povero. Soccorreva con liberalità delicata. Fra' suoi manoscritti v'ha questo pensiero: «Pur troppo, è vero, gli uomini in generale non si meritano la fiducia dei disgraziati; ma le disgrazie servono almeno alla decomposizione di questa massa, e servono mirabilmente a farci ravvedere de' nostri errori». E ancora: «Il cuor mio corre spontaneamente in soccorso di chi soffre, e con facilità sa investirsi della situazione di un disgraziato, e trasportarsi in esso, e desiderare per lui ciò che vorrebbe per sè medesimo». Ecco come quest'uomo, volteriano in religione, parla da perfetto cristiano. E come cristianamente operasse lo seppe Luigi Bossi, piombato d'un tratto nella sventura. A lui, che, come fu detto, s'era rifugiato a Zurigo, Carlo scrive con islancio magnanimo:
«Io mi sarei creduto la più infame persona del mondo se non fossi con tutte le mie forze, comunque esse siano, concorso al sollievo della tua famiglia in tanta penosa circostanza, nè miglior compenso io potrei ottenere di quello che tu mi dài, trovandomi degno della tua amicizia. Ora, giacchè ti può servire al tuo spirito, sappi che la tua famiglia tutta è divenutamia, ch'io le ho di già procurato casa e comodità, ch'io mi sono già posto alla testa della sua piccola amministrazione, e che sorveglierò da padre l'educazione de' tuoi figli, che non faranno un passo senza di me. Io penso, inoltre, fin d'oggi, a procurar loro un collocamento, e spero trovarlo per uno d'essi nel mio studio, e per l'altro forse, a suo tempo, nel mio stesso Ufficio del Monte.»
Il fratello di Luigi Bossi, Giuseppe, non mancava d'aiutarlo: ma, travagliatissimo com'era per la malattia che lo struggeva, e ridottosi già a vendere persino qualche oggetto prezioso per condurre innanzi l'opera magistrale sulCenacolodi Leonardo da Vinci, che gli stava tanto a cuore, non poteva prestare a lui e a' nipoti soccorsi adeguati al bisogno. Carlo Porta prese, adunque, il posto di fratello verso Luigi Bossi. La moglie sua, l'ottima Vincenzina, univasi a lui nell'opera pietosa e gentile. Ella prendeva cura, sopratutto, di confortare la moglie del Bossi lontano, l'Annettina, che coi figli abitava presso di lei. Leggiamo quest'altra lettera affettuosissima del Porta all'amico infelice:
«Mio carissimo Luigi,
Dalla Annettina mi fu comunicato il paragrafo della tua lettera, ad essa diretta, cheriguarda la mia persona e la mia famiglia. Egli ha prodotto nel mio cuore la più viva e la più tenera sensazione, perchè io amo te, l'Annetta e i tuoi figli non altrimenti che se ti fossi fratello. Non credere a me, Luigi; ma domanda a tanti che mi hanno veduto piangere sulla tua disgrazia s'io non ho anticipatamente giustificata la confidenza che mi dimostri. Mia moglie, mio fratello, mio padre, hanno fatto a gara per offerire alla tua buona Annettina quel qualunque conforto che per lor si poteva nella di lei spinosa vicenda. Io vorrei che non si frapponessero tante circostanze, e così delicate in faccia al mondo ed alla parentela tua, per aver coraggio ad offerirle dippiù; ma ciò che non mi è permesso di fare con lei, mi fo ardito di farlo con te, e ti esibisco tutto me stesso e quanto tengo di mio.
«Luigi, non sono parole: ti scongiuro in nome della amicizia a pormi alle prove. Se per la tua somma onoratezza ti trovassi mai in qualche angustia; se la fortuna che per l'ordinario è la persecutrice de' buoni ti abbandonasse, ricòrdati che le mie esibizioni sono sincere, ricòrdati che mi farai beato dandomi una testimonianza dell'amicizia tua col confidar nella mia, nè ti spaventi lo stato mio di figlio di famiglia, perchè ciò nondimeno io sono sufficientemente provvisto e per me eper l'amico. Mille volte ti avrei scritto se non avessi temuto di riuscirti importuno, ma io ho finora rispettato la tua situazione, parendomi che, nel tuo ritiro, fosse maggior pietà mia il risparmiare al tuo cuore una sì vicina rimembranza di tante e commoventi affezioni. Ora però che me lo permetti, io sarò ben contento di poterti qualche volta confermare che sono e sarò sempre finchè avrò vita
«il tuo veroed affezionatissimo amico
«C. Porta.
PS.— Mia moglie, che vede che ti scrivo, mi incombenza di salutarti e di dirti che la tua Annetta avrà sempre in lei una svisceratissima amica».
La frase «figlio di famiglia» ci ricorda che il padre del Porta, Giuseppe, era vivo ancora, vegeto, e vegliava sempre sull'andamento della famiglia.
E ora Giuseppe Bossi versa in grave pericolo di vita. Carlo Porta invia pronto, allora, una lettera a Zurigo, perchè Luigi vigili su certi parenti, i quali parevano trarre profitto «della sua natural debolezza». Armato di quello scetticismo che l'amara esperienza degliuomini gli aveva radicato nell'animo, si affretta a soggiungergli:
«Compatiscimi s'io azzardo de' sospetti su persone che ti appartengono; ma io temo di tutti gli uomini indistintamente; e se non calcolo talvolta sugli effetti della consanguineità, ossia sull'amore che da questo titolo ne dovrebbe risultare, non è che per quella fatale esperienza che io ne ho avuta sul particolar mio, e che potrebbe però essere tutta affatto disgrazia mia».
Nato il 1777 nella grossa borgata di Busto Arsizio presso Milano, Giuseppe Bossi, che a soli venticinque anni era levato a capo dell'Accademia di belle arti in Brera, morì giovane il 9 dicembre 1815 dopo lunga malattia nella quale sputava sangue di continuo: eppure, come lasciò scritto egli stesso nelle sue note autobiografiche che si conservano autografe alla Braidense, subì in pochi giorni nientemeno che ventuna cavata di sangue! Ma era il tempo dei feroci salassatori, il tempo del sangue, si spargesse da Napoleone o dai medici della nuova scuola medica capitanata dal Rasori! Come ricorda un sonetto del Porta, l'ultima ora gli fu affrettata dal lavoro. Il Bossi era operosissimo; non poteva stare un momento in ozio. Viaggiò molto, insegnò pittura; la vastissima tela in cui copiò ilCenacolodi Leonardo e il sontuoso libro in folio dove illustrò quel capolavoro con varie tavole tratte dai disegni di quel sommo, gli costarono fatiche indicibili. E alle fatiche si aggiunsero le spese. Lavorando intorno a quell'illustrazione di critica e d'arte, scriveva a un amico: «Esausto per infinite spese d'ogni genere, sto alla vigilia di fallire, la qual parola per me vuol dire vendere qualche preziosa cosa, e ciò per cavarne un cattivo libro». Aveva molti invidiosi e nemici, anche perchè avvenente e le donne lo amavano; si potrebbe dire lo adoravano. Era il più bell'uomo di Milano. Ugo Foscolo lo maltrattò nell'Ipercalissee gli scagliò questo epigramma:
Se fredde come son le tue pittureFosser le tue censure,O calde come son le tue censureFosser le tue pitture,Saresti buon censoreE forse buon pittore.
Se fredde come son le tue pittureFosser le tue censure,O calde come son le tue censureFosser le tue pitture,Saresti buon censoreE forse buon pittore.
Se fredde come son le tue pitture
Fosser le tue censure,
O calde come son le tue censure
Fosser le tue pitture,
Saresti buon censore
E forse buon pittore.
Si racconta che la stupenda Paolina, sorella di Napoleone, volle farsi ritrarre in pittura dal Bossi, tutta nuda, come aveva fatto in scultura dal Canova; e che quel povero artista, in una stanza molto riscaldata e infagottato negli abiti di panno, che per l'etichetta non potè levarsi, mentre ritraeva la dea,si buscò un bel malanno, trasformatosi in polmonite, causa prima della sua morte precoce.
Antonio Canova, reduce dai memorandi colloqui con Napoleone a Parigi sull'arte italica e sui capolavori artistici rubati dal Despota, e che il Canova voleva fossero restituiti all'Italia, fu ospite più giorni dell'amico suo Bossi. Si sedeva nel giardino, sotto un antico tiglio, che spandeva larga ombra e profumi soavissimi coi mille suoi fiori; tiglio che vigoreggiava ancora, quand'io dimoravo in quella stessa casa di via Santa Maria Valle, che vide il Porta e altri grandi.
Le pitture, del Bossi, fredde come malignava il Foscolo, meschinamente accademiche, non seducono i più. Graziosissime, invece, le sue poesie erotiche dall'aroma oraziano; e ragguardevole la sua odeAdrezz de Meneghin al prenzep Eugenio. Il Bossi non si curva, come il Monti, davanti al principe potente, davanti al sole che splende, ma sta diritto e parla da uomo libero: sembra un artista indipendente del Cinquecento. Carlo Porta, che, come abbiamo visto, sentiva fortemente l'amicizia, questo etereo soffio della vita, lo difese dopo morto dalle censure.
È indicibile com'egli soffrisse alla morte del caro Bossi. Soffriva alle arti dei maligni che tentavano di sminuire il merito e la famadi quell'artista appassionato, dispiscinigh el nomm, ed esclamava amaramente: «Mondo imbecille!» — In quella dolorosa circostanza si sfogava col fratello Luigi così: «Il Peppo ha fatto male a morire. Egli si sarebbe fatto largo in mezzo alla nebbia dei tempi, ed avrebbe almeno colla sua presenza fatto tacere i maligni». E li smaschera; sono tutti professori di Brera, colleghi del defunto: «Zanoia, Longhi e l'ingratissimo Albertolli sono i principali nemici di tuo fratello e si dibattono come energumeni per nuocere alla di lui riputazione ed agli interessi di chi gli succede» (lettera 24 aprile 1816).
All'eredità di Giuseppe Bossi volle attendere egli stesso, occupandosi per appianarne tutte le difficoltà presso i tribunali. «Gli affari Bossi mi occupano non rare volte intiera la festa», scrive al Grossi.
In una sala della Biblioteca ambrosiana fu eretto, in onore di Giuseppe Bossi, un grandioso monumento, dovuto allo scalpello di Pompeo Marchesi; ma il busto fu scolpito amorosamente dall'amico Antonio Canova. Al Bossi fu fatto merito d'aver decorata l'Accademia di Brera delloSposaliziodi Raffaello; ma bisogna ricordare un altro nome: quello d'un avvenente, gaudente, epicureo, innamorato del bello, e ricchissimo, il conte Giacomo Sannazzari, il cui palazzo a San Fedele (scriveFrancesco Cusani) fu da lui trasformato in un meraviglioso museo di quadri, marmi, antichità, convegno d'artisti, di gentiluomini. Le pingui dovizie del conte derivavano dall'eredità lasciatagli da un Pezzòli; uno dei pubblici appaltatori (fermieri) flagellati da Pietro Verri. Quel Pezzòli era amico della famiglia Sannazzari.
Ebbene, loSposaliziodi Raffaello, che si ammira a Brera, fu comperato dal munifico Sannazzari assicurandolo a Milano. Era stato rapito dai Francesi all'Italia nel 1797.
Intanto la salute di Carlo Porta vacillava per nuovi malanni.
Pareva che i dolori della podagra lo lasciassero un po' in pace; ma ecco a infastidirlo il mal d'occhi che lo aveva afflitto da ragazzo.
«Quanto a me, non me la passo male, e non mi resterebbe altro a desiderare fuorchè d'essere lasciato in pace da una flussione d'occhi, che ogni due o tre dì ricompare, e non si lascia vincere dalla cura....Deus providebit. In casa mia vi è scuola piantata, e quasi centenaria, dell'arte di condurre a spasso e conversar cogli orbi, e quindi non dispero di trovarmi bene anche nello stato di fringuello da moda». Così a Luigi Bossi.
Ciò nonostante, lavora di continuo: e, quando giunge il dì del riposo, ne informasubito l'amico: «Oggi leggo, e sto tutto il giorno godendomela colla pancia all'aria, sdraiato come le lucertole al sole. Questo è il vero gusto».
Ma sollievo più dolce Carlo Porta trovava a Blevio, paesello sul lago di Como; lago che il Balestrieri aveva cantato, e che Ugo Foscolo prediligeva per le emozioni de' suoi procellosi amori con laCecchinaGiovio, a Como, e con laLeninBignami nella villa rossa di Cernobbio.
A Blevio, la villa Belvedere era posseduta dalla marchesa Imbonati, sorella di Carlo immortalato dal Manzoni nel noto carme; la quale pietosamente aiutò negli studi un povero ragazzo di Perlasca, frazione di Blevio: quel Tommaso Bianchi, che, prete, e poeta romantico, alto, dalle bionde chiome inanellate alla nazzarena, entrò ardente nellaGiovine Italia, e, arrestato, fu trovato una mattina morto nelle carceri di Milano. Sembra che nella notte, in delirio, lo sventurato siasi ucciso.[101]
E a Blevio ebbero le loro ville la celebre cantante Giuditta Pasta, l'angelica interprete del Bellini, nemica dell'acqua e del sapone;l'adorata ballerina Maria Taglioni, che acquistò la villa della crestaia Ribier (già nostra conoscenza) arricchitasi assai a spese delle dame milanesi. E a Blevio s'era eretta con architettura russa una villa graziosa il principe Schuwaloff, che la abbandonò per convertirsi al cattolicismo e farsi frate barnabita; a Parigi raccontò poi in un libro la sua conversione. A Blevio, la portentosa principessa Cristina Belgioioso, vi trovò l'ultimo suo rifugio di pace, dopo una vita tempestosamente patriottica e avventurosa.
Alessandro Manzoni scrisse a Blevio la facetaIra d'Apollo, che fece parte dell'arsenale guerresco contro i classicisti, contro i quali Carlo Porta si lanciò, come vedremo fra poco.
E da Blevio Carlo Porta scorgeva di fronte, sul lago, la grandiosa villa che Carolina Amelia Elisabetta di Brunswich, principessa di Galles, tramutò nel teatro de' suoi turpi amori. Quando l'erculeo favorito della sciagurata, Bartolommeo Pergami, già corriere del generale Pino e al servizio di lei, venne nominato cavaliere della Croce di Malta, Carlo Porta gli scaraventò contro quattro roventi sonetti. Li compose sul lago di Como, forse a Blevio o a Moltrasio, nella villa dei conti Lucini-Passalacqua, dei quali era amicissimo, e dovepure soggiornò.[102]Molto si scrisse di quella principessa: non tutto. Gli atti segreti di Stato a Milano recano ignoti particolari che non solo lumeggiano episodi occulti di depravate passioni, ma personaggi aulici, e il tempo.[103]