XXIV.

XXIV.Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per Milano. — Strali contro il Cicognara. — Un consolatore: Gaetano Cattaneo. — Servilismo grottesco di costui. — Ancora scherzi ameni del Porta. — Suo testamento morale al figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato assassinio. — Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo Monti vigilato dalla polizia austriaca. — Milano contristata. — Elogio del Porta scritto dal Manzoni al Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba del Porta.

Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per Milano. — Strali contro il Cicognara. — Un consolatore: Gaetano Cattaneo. — Servilismo grottesco di costui. — Ancora scherzi ameni del Porta. — Suo testamento morale al figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato assassinio. — Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo Monti vigilato dalla polizia austriaca. — Milano contristata. — Elogio del Porta scritto dal Manzoni al Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba del Porta.

Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per Milano. — Strali contro il Cicognara. — Un consolatore: Gaetano Cattaneo. — Servilismo grottesco di costui. — Ancora scherzi ameni del Porta. — Suo testamento morale al figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato assassinio. — Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo Monti vigilato dalla polizia austriaca. — Milano contristata. — Elogio del Porta scritto dal Manzoni al Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba del Porta.

Ma Carlo Porta volgeva alla fossa.

Un primo insulto della gotta ereditaria lo assaliva, quando contava diciassette anni: e continuò, almeno una volta l'anno, a tormentarlo. Al mal d'occhi aggiungevansi emicranie dolorose: «Io non sono per anco guarito dal mio mal di capo.... A certe ore del giorno io darei il capo nei muri» (lettera al Grossi). E, come ciò non bastasse, tetre ipocondrie lo rendevano inaccessibile persino alle consolazioni della sua buona moglie. I medici gli raccomandavano di distrarsi; ma l'impiego lo teneva incatenato a consuetudini uniformi,dalle quali ben difficilmente si toglieva. Era attaccatissimo alla sua Milano, che nessuno poteva toccargli. Non solo in un caustico sonetto inveì contro i Francesi, che la disprezzavano vantando sempre la superiorità della Francia; ma rosolò il Cicognara, ch'ebbe il cattivo gusto di esporre a Venezia un suo brutto quadro satirico, rappresentante il Duomo di Milano con un asino davanti. Il Porta, vindice della sua Milano, gli scaraventò addosso un sonetto.[113]

Fra gli amici intimi che andavano a confortare con buone parole il Porta, si notava lo spropositante numismatico Gaetano Cattaneo, ch'era tanto ossequioso, intimo del Manzoni. Il Cattaneo studiò pittura a Roma (fu anche pittore infelice), e rammentava che, nella scuola, gli facevano copiare fette circolari di zucche. Aveva immaginato di erigere, in mezzo alla piazza del Duomo, una torre colossale figurante l'erma di Napoleone, sulla cui testa enorme la Corona ferrea formasse un terrazzo accessibile per una scala interna. Quando mai l'adulazione ai potenti suggerì un'idea più sciocca e grottesca?

Esaminando gli atti d'ufficio che riguardano nell'Archivio di Stato Carlo Porta, trovo che nel maggio 1818 gli erano accordate quattro settimane di permesso perchè malandato in salute, e, più tardi, nuovi permessi per guarire della ipocondria. Passando alla propria villa che possedeva presso Torricella, sotto il cielo ridente della Brianza, o a quella d'un Siro De Petri, ricco epicureo amantissimo delle matte brigate, l'animo suo rasserenavasi, poi si rinchiudeva ancora nella più buia tristezza.

Pure fra i dolori della gotta ritrovava, di tanto in tanto, il suo brio istintivo. In un'epistola a Luigi Rossari, infarcita burlescamente di latino, lo ringraziava dei voti che formava per la sua salute:

Grazie ti rendo, o figlio, della devota preceChe per me innalzi al cielo benchè non valga un cece,Chè della gotta il male al suon de' preghi vaniSenza lasciare i piedi m'offese ambo le mani,Sicchè non ti potendo io stesso benedireTi mando invece a farti.... per tutti i dì a venire.

Grazie ti rendo, o figlio, della devota preceChe per me innalzi al cielo benchè non valga un cece,Chè della gotta il male al suon de' preghi vaniSenza lasciare i piedi m'offese ambo le mani,Sicchè non ti potendo io stesso benedireTi mando invece a farti.... per tutti i dì a venire.

Grazie ti rendo, o figlio, della devota prece

Che per me innalzi al cielo benchè non valga un cece,

Chè della gotta il male al suon de' preghi vani

Senza lasciare i piedi m'offese ambo le mani,

Sicchè non ti potendo io stesso benedire

Ti mando invece a farti.... per tutti i dì a venire.

La matta epistola, improvvisata, finisce colla bizzarra firma: «Carolus janua cœli». È inedita.

A motivo de' suoi dolori fisici ed altro.... mancò un giorno a una promessa fatta alla suocera Camilla Prevosti; ed ecco, per ripararvi,le manda quattordici sestine italiane bernesche, che trovo pure fra le sue carte inedite:

Orsù via, dunque, i miei clamori ascolta,Meas omnesque iniquitates dele;E s'io torno a mancarti un'altra voltaS'estingua per me il sole e le candele:O se il ciel mi concede di guardare,Mi mostri sol dei conti da pagare.

Orsù via, dunque, i miei clamori ascolta,Meas omnesque iniquitates dele;E s'io torno a mancarti un'altra voltaS'estingua per me il sole e le candele:O se il ciel mi concede di guardare,Mi mostri sol dei conti da pagare.

Orsù via, dunque, i miei clamori ascolta,

Meas omnesque iniquitates dele;

E s'io torno a mancarti un'altra volta

S'estingua per me il sole e le candele:

O se il ciel mi concede di guardare,

Mi mostri sol dei conti da pagare.

Ma negli ultimi anni un cruccio più forte delle malattie lo angustiava: d'aver lasciate troppo libere le briglie al collo della musa vernacola, che lo aveva trascinato nel laidume. Volle giustificarsi davanti al figlio Giuseppe della suaNinetta del Verzeee di altri lubrici componimenti. In un volume manoscritto di suoi versi inediti (celati oggi scrupolosamente nell'Ambrosiana) inseriva, all'indirizzo del figlio, una lettera finora sconosciuta, colla quale invoca le attenuanti dai giudici che lo gridavano corruttore. Potei vedere quel volume proibito, e a me pare ben fatto pubblicare il brano più importante della notevolissima lettera, tanto più che tuttora si appuntano contro di lui le armi de' più severi.

«Alcuni di questi componimenti di genere erotico griderebbero altamente contro di me se io avessi permesso che venissero colle stampedivulgati, o se fossi stato meno circospetto nell'esporgli alla lettura di chi bramava conoscere le cose mie. Questa prudente circospezione io la raccomando a te pure, figliuol mio, e sappi che non mi spinse a tentar questo genere amor di lascivia o turpitudine di mente e di cuore, ma curiosità e brama soltanto di provare se il dialetto nostro poteva esso pure far mostra di alcune di quelle Veneri che furono finora credute intangibile patrimonio di linguaggi più generali ed accetti. Ho io così fabbricato quell'appuntato coltello, che sarebbe male affidato nelle mani dell'inesperto fanciullo e tu custodirai, figlio mio, con gelosia. Se tuttavia qualche accigliato ipocrita alzasse la voce contro tuo padre e gridasse all'empio! al libertino! al lascivo!, di' francamente a costui che a favor di tuo padre stava a' suoi giorni la pubblica opinione, ch'esso fu intemerato amministratore del denaro del Principe, che nessun operaio ha mai frustraneamente reclamata da lui la meritata mercede: ch'egli non fu mai contaminatore degli altrui talami, ch'egli non ha mai turbato la pace santa delle famiglie, mai blandito con adulazioni le ribalderie e l'ambizion de' potenti, mai chiuse le orecchie ai clamori dell'indigenza, e che infine egli è vissuto cittadino, figlio, marito, padre e fratello senza che l'infuggibil rimorso o lalegge abbia mai un istante percossa la tranquillità de' suoi sonni».

Il pentimento d'avere scritti versi erotici senza ilcandidissimo velopetrarchesco si fece sempre più acuto, amarissimo in lui. Prorompeva in lagrime, si gettava in un angolo della propria stanza o colla faccia riversa sul letto, singhiozzando. Aveva cominciato uno de' suoi caustici componimenti sulla confessione (il Grossi nelle lettere ne lo richiede di frequente), ma fra le sue carte non ne scorgo traccia. Sembra che negli ultimi istanti, sopraffatto da pensieri religiosi, egli abbia pregato il Grossi di distruggerlo.

Sulla fine del 1820, quale trepidazione in casa Porta! Il poeta languiva più che mai. Sentiva d'essere prossimo alla fine. Pensieri religiosi sorgevano nel suo cervello turbato, il suo sguardo volgevasi al cielo; senonchè l'innato spirito satirico rompeva sovente la preghiera, e il motto volteriano, irrefrenabile, sibilava sulle sue labbra morenti. Monsignor Tosi, giansenista, cui devesi, secondo alcuni biografi, la conversione del Manzoni, avvicinandosi al letto, gli disse con voce amorevole:

— Don Carlino, coraggio! Si prepari a un gran passo. Pensi ch'ella sta per entrare trionfante come Gesù in Gerusalemme....

— Me ne accorgo dalla cavalcatura! — esclamò il Porta, alludendo a un povero prete che lo aveva allora confessato.

Tutti sanno che Gesù entrò in Gerusalemme a cavallo d'un asino....

Gli posero in mano un crocifisso: egli lo baciò. Qualche ora dopo riceveva l'Eucarestia. Gli amici più intimi lo confortavano con parole affettuose, e un d'essi gli chiese:

— Come stai, caro Porta? —

Ed egli, mostrandogli il crocifisso che teneva sempre in mano:

— Come si può stare con questibelee! (balocchi).

Intorno al letto di Carlo Porta fu intonato, a bassa voce, unMiserere. E allora, chissà!, egli avrà pensato alla traduzione del funebre salmo fatta da lui un giorno in milanese, tuttora inedita:

Mi, Signor, buttaa in genœucc,Me magòni, me disperi.[114]

Mi, Signor, buttaa in genœucc,Me magòni, me disperi.[114]

Mi, Signor, buttaa in genœucc,

Me magòni, me disperi.[114]

Il passo dell'amplius lava mefu da lui così parodiato:

No stracchév de lavamm giòCon lessiva e savonada,Ingegnév come se pòA famm proppi la bugada;Giacchè hii fà tanti mestee,Fée anca quel del lavandee.

No stracchév de lavamm giòCon lessiva e savonada,Ingegnév come se pòA famm proppi la bugada;Giacchè hii fà tanti mestee,Fée anca quel del lavandee.

No stracchév de lavamm giò

Con lessiva e savonada,

Ingegnév come se pò

A famm proppi la bugada;

Giacchè hii fà tanti mestee,

Fée anca quel del lavandee.

Cioè: «Non istancatevi (o Signore) di lavarmi con liscivia e saponata. Ingegnatevi, come si può, a farmi proprio il bucato. Giacchè avete fatto tanti mestieri, fate anche quello del lavandaio».

Così Enrico Heine morente bisbigliava: «Iddio mi perdonerà. È il suo mestiere».

Il 4 gennaio 1821, dopo settimane nebbiose, il cielo si rasserenò. Si sperava che il bel tempo protraesse almeno di qualche giorno ancora la vita all'infermo; ma il dì 5 (era un venerdì) ritornarono le piogge e le nebbie, e il gran poeta milanese, travagliatissimo, spirava fra il pianto de' suoi. Intanto, accadevano gravi fatti.

La sera del 6, quando il cadavere non era ancora sepolto, accanto alla casa dell'estinto in via Monte Napoleone, avvenne (narra il diarista Mantovani) un tentato assassinio su personaggio ragguardevole: il colonnello inglese Brown, venuto a Milano per levare testimoni contro la scandalosa condotta di Carolina di Brunswick, principessa di Galles, a Cernobbio sul lago di Como: fra que' testimoni, un Maiocchi, già servo del generale Pino, doveva sostenere a Londra la parte principale dell'accusa.

Il colonnello fu assalito, nell'oscurità e fra la nebbia fittissima, dal coltello di due ignoti, che fuggirono: uno d'essi lasciò sulla strada una scarpa. La vittima tentò di difendersi con le mani. Riportò quattro ferite, una sola pericolosa. Raccontò che un biglietto anonimo, ricevuto qualche giorno prima, l'avvertiva di quanto doveva succedere.[115]

La polizia si pose subito tutta in moto per cercare i malfattori. Ma aveva ben altri malfattori da scovare! Da molto tempo, spargeva il terrore nella campagna un assassino chiamatoAnima lunga, invano ricercato nonostante la taglia che lo colpiva. E un ladroFatutto, saccheggiava case e chiese. Di notte, nella cattedrale di Pavia, con l'olio acceso delle lampade, i ladri incendiarono gli sportelli degli armadi della sagristia e ne rubarono tutti i sacri arredi d'argento. In soli cinque giorni, a Milano, si perpetrarono quarantadue reati d'aggressioni pubbliche e furti. I ladri rubavano a tutto andare gli orologi dei devoti nelle chiese. Violenti giovani figuri della così dettaCompagnia della Teppa, banda di malviventi, assaltavano di sera pacifici ambrosiani,li schiaffeggiavano, li buttavano a terra, e li inondavano d'un liquido che non era acqua di Colonia; tutto ciò per malvagità: non rubavano. Tredici di quei giovinastri, quando morì Carlo Porta, furono acciuffati, incorporati in una compagnia di disciplina per sei anni, e mandati in Ungheria. Per diffamare i patriotti Carbonari, la polizia austriaca spargeva la calunnia che queiteppistifacevano parte della setta temuta.

Il 31 ottobre 1820 fu pubblicato un editto che condannava a morte chi facesse parte della setta dei Carbonari; ma sin dal 15 settembre di quell'anno fu diramato ai parroci l'obbligo di leggere dal pulpito una «notificazione» sul dovere di denunciare i Carbonari sotto le pene comminate ai delinquenti. E col Codice penale austriaco d'allora non si scherzava. Nel 1819 un giovane conte Trivulzio, per essersi battuto in duello con un colonnello austriaco, fu condannato a cinque anni di carcere duro. Così il Mantovani.

Silvio Pellico era stato arrestato come carbonaro, in casa del conte Luigi Porro, il 13 ottobre 1820. Carlo Porta certo lo sapeva. Che ne avrà pensato? Avrà avuto un brivido, riflettendo che avrebbe potuto essere anch'egli sospettato di Carboneria, egli che aveva messopiede nella Massoneria? I Frammassoni di Milano avevano fatto parlare molto di sè.[116]

Vincenzo Monti stesso, che pur aveva inneggiato al nuovo padrone Francesco I colRitorno d'Astrea, e aveva tentato di conciliare la pubblica opinione col reduce dominatore straniero, componendo nel 1815Il mistico omaggio, quando l'arciduca Giovanni d'Austria venne a ricevere il giuramento dai sudditi — giuramento che Ugo Foscolo non volle prestare, preferendo l'esilio volontario, — Vincenzo Monti, che bazzicava col Pellico, con Luigi Porro, ed era suocero di Giulio Perticari, segnato anch'esso come liberale e carbonaro, veniva (chi lo avrebbe detto?) pedinato dalla polizia.

La città era contristata per la leva di novemila coscritti, obbligati al servizio militare per otto anni, in regioni, forse e senza forse, lontane da Milano. In molte case si piangeva.

La morte di Carlo Porta addolorò sopratutti gli amici di lui. Il Manzoni scriveva a Claudio Fauriel:

«Son talent admirable, et qui se perfectionnait de jour en jour, et à qui il n'amanqué que de l'exercer dans une langue cultivée pour placer celui qui le possédait absolument dans les premiers rangs, le fait regretter par tous ses concitoyens; le souvenir de ses qualités est pour ses amis une cause de regrets encore plus douloureux».[117]

Nei registri ufficiali di morte della parrocchia di San Babila, nella quale abitava il poeta, sta scritto che «don Carlo Porta» (ancora quelstrasc d'on don!) moriva d'anni quarantacinque «per febbre gastrica». La lunga malattia parve prodotta dall'umore gottoso ch'erasi gettato negl'intestini: la morte ne fu la conseguenza.

Nella domenica 7 gennaio la secolare artistica chiesa di San Babila, parata a lutto, risonava d'esequie che si cantavano a quel Carlo Porta, il quale le aveva messe potentemente in burla nelMiserere. Un corteo d'amici poeti e d'impiegati del Monte di Stato accompagnò la salma sino al cimitero di San Gregorio fuori Porta Venezia, e là venne sepolta. Il Grossi, piangendo, pronunciò queste parole:

«Uno spontaneo senso di cordoglio ci ha raccolti intorno a questo feretro, su cui posano le spoglie mortali di Carlo Porta, a cercare un qualche conforto al dolore coll'unirci allaChiesa, che prega pace all'anima dell'amico nostro, e col partecipare ai riti santi con che questa pietosa Madre consacra la via del sepolcro.

»In questo solenne momento della separazione, a tutti parla in cuore la voce che ci avverte di quanta perdita siamo stati afflitti.

»Da chiunque intende il dialetto della nostra città fu ammirato il trascendente genio poetico di Porta: nessuno ardisce di contendergli il primato fra quanti hanno scritto nel vernacolo milanese; nè sarebbe forse troppo ardita lode l'affermare che, nei generi da lui trattati, alcun poeta, anche di lingua, sia mai giunto all'altezza a cui egli pervenne.

»Ma noi non compiangiamo nell'estinto amico nostro la sola perdita d'un raro ingegno: il genere di poesia da lui scelto a trattare non gli diede campo di manifestare in essa il lato più bello, più distinto dell'anima sua. Tutti quelli però che hanno conosciuto Carlo Porta nelle intime relazioni dell'amicizia possono attestare com'egli fosse modesto, candido, semplice nelle maniere, pronto ai più delicati sentimenti della compassione, ai moti più liberali della misericordia. Un fondo abituale di malinconia lo dominava; ed in mezzo ai lepori ingenui di che il suo discorso era brillante, si scopriva in lui un facile ritorno soprasè medesimo, che lo portava a riflettere su quanto v'ha di più serio e di più importante nella vita. Negli ultimi tempi specialmente, quasi sempre travagliato dalla podagra, egli si era andato sempre più familiarizzando con tal sorta d'idee, ed avremmo veduto in una parte d'un lavoro poetico che egli stava preparando questa tinta patetica che ebbe pur sempre nell'anima, e di cui i suoi scritti anteriori non avevano reso mai testimonianza.

»Ma i giorni che gli erano numerati correvano al loro termine: dopo le angosce d'una lunga insuperabile malattia, rassegnato, Carlo Porta chiuse gli occhi all'eterno riposo la mattina del 5 gennaio.

»La religione, che addita una speranza al di là del sepolcro, lo sostenne nel tremendo passaggio; questa sola può confortarci nel nostro dolore».


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