XXVI.Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta.
Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta.
Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta.
Il carattere predominante della poesia milanese è l'osservazione delle cose esteriori, e una simpatica, lucida bonarietà nel considerarle. Il carattere ambrosiano retto, onesto, senza finzioni, che non esclude la finezza dei particolari nelle sintetiche, geniali, pronte impressioni, si riflette nella sua poesia come i colli ammantati di verzura sui laghi lombardi. Ma a mano a mano che la coscienza umana si sviluppa e si affina sino a torturarsi, anche la poesia milanese si affina, s'impietosisce. Il dialetto, che par creato allo sdegnoso comando, emana un profumo di gentilezza che avvolge il dolore. E qual divario dai diffusi incensi a' piedi dei potenti fortunati, alle carezze pietose sugl'infelici percossi dalla sorte avversa, dalle ingiustizie umane! Noi veniamo a trovarci, nei tempi più prossimi a noi, anzi ai tempi nostri, alle effusioni del sentimento,e ne salutiamo maestri Tommaso Grossi, Emilio De Marchi, Piero Preda. Il formidabile realismo di Carlo Porta fa sembrare foglie di rose volanti una quantità di poesie graziose perchè, ispirate dal vero, dalla realtà della vita, come ne scrissero, per citare altri nomi, Antonio Picozzi, Giovanni Ventura, Ferdinando Fontana, Angelo Trezzini e il Tenca.
Anche i versi milanesi, come quelli di tutte le letterature dialettali che sgorgano dal vero, lontane dalle tradizioni auliche, non cantano, parlano. Amabili discorsi, care favelle che ci fanno sentire la poesia sacra, rimasta incolume fra tanti tumulti spesso odiosi, dei nostri focolari, delle nostre famiglie adorate.
I quattro maggiori poeti milanesi si chiamano Carlo Maria Maggi, Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Raiberti; ma a tutti sovrasta l'autore delMarchionn, per la creazione e vivezza dei caratteri, per la ricchezza pittoresca del linguaggio, pei riflessi storici; ma, fuori d'Italia, il Belli lo supera nell'assalto politico. Il romanesco satirico menò in Roma, sotto gli occhi del papa, tali colpi al poter temporale, da innalzarsi a poeta civile, al pari, in questo, con l'autore dell'Arnaldo da Brescia, Giambattista Niccolini.
E poeta civile fu il Giusti, che nella satira adoperò, anch'egli, il linguaggio còlto dallabocca del popolo. Fu messo il Porta di fronte al Giusti. E certo laVestizione, che non ismarrì col tempo il colore dell'attualità, bensì, al contrario, oggi lo ravviva con lo spettacolo di certi arricchiti-decorati, è animata d'una tal vita ed evidenza, che gareggia con quella dei bozzetti più mossi e più vivaci del grande poeta milanese.
Il Manzoni chiamava il Giusti «il Porta toscano». E il Giusti, al Grossi che ne lo ragguagliava: «Tutt'altro che avermi a male d'essere messo accanto al Porta; anzi, beato se gli legassi le scarpe».
Dal Lomazzo, che scrisse particolarmente nel dialetto della valle di Bregno (Lago Maggiore); dai sonetti di Fabio Varese, che sulla fine del Cinquecento flagella sdegnato gli sciocchi insuperbiti, come più tardi farà il Porta; dallo stesso innovatore Carlo Maria Maggi, creatore di Meneghino, il quale, nelle proprie ingegnose commedie, proclama principii democratici che meravigliano in un segretario del retrivo Senato di Milano, anticipando la vindice democrazia del Parini e del Porta; da Girolamo Corio, che con laIstoriella d'on fraa Cercottpreludia il portianoFraa Condutt; dal Tanzi; dal verboso Balestrieri, creatore o rifacitore, che sia, dello spropositato Sganzerlone; dal Pertusati; da tutti questial nostro poeta, quale progresso fa lo stile poetico milanese!
Il vernacolo, questo oggetto di vivacissime lotte nel 1760 fra il padre Branda che lo disprezzava e cento altri, fra cui il Parini, che lo difendevano a spada tratta, diventa, nelle mani del Porta, ricchissimo come qualsiasi lingua illustre. Egli lo attinge, sull'esempio del Maggi, dalla classe più umile, fra la quale serbasi genuino assai più che fra le persone civili. NelMiserereavverte egli stesso (non bisogna dimenticarlo) che la sua scuola è il mercato.
È inestimabile la dovizia di vocaboli efficaci, di frasi immaginose nel Porta. Giuseppe Ferrari, in un esteso studio sulla letteratura dialettale (Revue des Deux Mondes, 1839 e 40), nota che sotto la penna del Porta il dialetto, già pesante e stentato, si fa vivo, mordente, incisivo. Giuseppe Rovani, in uno studio somigliante, inserito nelleTre Arti(vol. I, pagine 227-244), ricalca il giudizio del filosofo concittadino, e ne traduce (facendola passare per propria) questa giusta osservazione: «Nessuno meglio di lui ha saputo trar partito da certi vocaboli in cui sono consegnate, come a dire, le tradizioni di paese e certe intraducibili gradazioni, che pur sono una così gran parte del nostro dialetto, e in generale di tutti i dialetti del mondo».
Non pochi vocaboli, usati dal Porta, oggi non si usano più. Alcuni sono tuttora rilegati nel volgo, il quale non se li lascia rapire dall'uso dominatore, che a poco a poco italianizza tutto il dialetto e, col pretesto d'incivilirlo, lo snatura. Nel Porta troviamo modi che vivono nella Brianza, e ignoti in città. Nemmeno al suo tempo tutti i modi usati da lui s'intendevano dalla società civile, appunto perchè propri del ceto inferiore. Chi più del Cherubini appassionato studioso del dialetto milanese? Ed era contemporaneo al poeta, e editore delle sue poesie. Eppure, registrando nel proprio vocabolario milanese qualche modo portiano, per lui nuovo, si esprime così: «Credo che Carlo Porta abbia voluto dire con questo....». Crede; non n'è ben sicuro. Ma v'ha di più: il poeta stesso sapeva che tutta la lingua da lui usata non poteva essere compresa dagli stessi Milanesi, giacchè, ricopiando i propri versi, cominciò con ordine a spiegare le voci proprie dell'oscuro volgo che aveva adoperate, e che col succedersi degli avvenimenti cittadini, col mutarsi de' costumi avevano perduto significato. Lo stesso aveva fatto il Balestrieri postillando la sua versione del poema del Tasso. In una novella il Porta adopera, ad esempio, la voceratton: in linguaggio scherzevole significava laico converso, e anche, secondo il Cherubini,fratacchione. Ed egli nota: «Voce caduta con la soppressione degli ordini religiosi».
In uno de' tanti frammenti inediti, intitolatoUgo ed Opizia, dice
Che la lengua busecconnaNo l'è minga ona giambellaDe biasass inscì alla bonnaSpasseggiand coi man sott sella.
Che la lengua busecconnaNo l'è minga ona giambellaDe biasass inscì alla bonnaSpasseggiand coi man sott sella.
Che la lengua busecconna
No l'è minga ona giambella
De biasass inscì alla bonna
Spasseggiand coi man sott sella.
No: la lingua milanese non è un panetto dolce (giambella) da mangiucchiarsi così, alla buona, passeggiando, con le mani sotto le ascelle. Egli stesso lottava colle difficoltà del suo idioma; e lo provano i pentimenti, le correzioni, che riguardano rare volte il concetto, quasi sempre l'espressione, ch'egli cerca esatta e viva, come il Manzoni, come il Giusti.
Oggi il dialetto milanese subisce la sorte d'altri dialetti della penisola; si va mescolando di parole italiane; tanto più che oggi Milano non è più la caratteristica e singolare città di quarant'anni fa, raccolta nelle sue antiche tradizioni, nelle sue costumanze casalinghe, ne' suoi discernimenti di buon gusto, nella sua espansiva serenità.
Il Porta, nell'ultimo tempo della sua vita, raccolse e copiò di propria mano in due volumi le poesie che aveva scritte e sparse qua e là. Desiderava egli stesso approntare un'edizionedi suo gusto; desiderio che la malattia gli spense colla vita. Ma la censura austriaca poteva lasciar passare certe audacie portiane? Menò le forbici in alcuni componimenti; altri lasciò passare, tollerando. Francesco Cherubini stesso recò alcuni mutamenti nella prima edizione del 1817. È curioso un foglio volante del filologo milanese, che trovo fra le carte del Porta, dove gli nota una litania di parole da cambiare. Il poeta gli diè carta bianca con una graziosa letterina pubblicata da un De Capitani, uno dei mille pedanti balordi, di questa valle di lacrime e d'inchiostro, che il Porta bollò in un verso non pulito ma rovente e giusto, nelRomanticismo.
Giovanni Raiberti, di Monza, aveva sedici anni quando moriva il Porta. Cominciò a farsi notare non già con un'opera originale, come sogliono i giovani ingegni, ma con una traduzione da Orazio. Fu medico; ma i suoi versi valevano più delle sue ricette. Usò la satira personale e la impersonale. Ritrasse i costumi del suo tempo (I fest de Natal, ecc.), ma è prolisso. Vive una patriottica vibrata sua sestina sull'Italia al tempo del Rossini; vive un suo verso su Maria Stuarda,
«Piena de religion e de moros»;
«Piena de religion e de moros»;
«Piena de religion e de moros»;
vivono quattro suoi versi sul cane, nei qualidice che l'amore d'un povero cane è un argomento così serio da pensarci su con la testa fra le mani; il che ci fa rammentare la tragica ultima strofa dellaBallade du désespérédi Enrico Murger. Il Raiberti, in una prosa più bolsa che arguta, pubblicòIl viaggio d'un ignorante, che al suo tempo divertì i lettori, eL'arte di convitare. E trattò la fisiologia d'una bestia cara a Teofilo Gautier:Il gatto. È il suo miglior libro in prosa.
Flebile, tenero il Ventura, che seguiva il Grossi; ma questi, nel sentimento pietoso e grave, vince tutti. Che sono mai le centotrentadue poesie del poeta laureato Alfredo Tennyson,In memoriam, per la morte d'un amico, in confronto delle sedici sestine di Tommaso Grossi in morte di Carlo Porta? Qui, il sentimento non degenera in sentimentalismo: è religione. V'è un passo d'una commozione profonda. Dopo d'essere stato in punto di morte, Carlo Porta migliorava un po'. Con un cenno del capo chiamò a sè il Grossi e, dopo d'aver sospirato, gli disse:
«Ho grandi cose, caro il mio Grossi; ho grandi notizie, che ti voglio raccontare!» E più non disse. E il Grossi esclama:
«Oh che consolazion, se avess poduuVedé el cœur d'on amis de quella sort,Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»
«Oh che consolazion, se avess poduuVedé el cœur d'on amis de quella sort,Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»
«Oh che consolazion, se avess poduu
Vedé el cœur d'on amis de quella sort,
Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»
Il Grossi non la udì, non lo vide più. Sbalordito, domanda all'eterno enigma:
«L'è mort? L'è propri mort? Cossa vœur dìSta gran parolla, che fa tant spavent?...
«L'è mort? L'è propri mort? Cossa vœur dìSta gran parolla, che fa tant spavent?...
«L'è mort? L'è propri mort? Cossa vœur dì
Sta gran parolla, che fa tant spavent?...
».... Se non c'è più nulla di lui, com'è che gli voglio ancora bene?» Ma la speranza di rivederlo, un giorno o l'altro, lo conforta.
Alessandro Manzoni, che voleva scrivere in dialetto milaneseI promessi sposi, perchè la lingua non gli sembrava che potesse rendere tutte le precise proprietà e sfumature ch'egli sentiva di dover esprimere; il Manzoni, che accoglieva festoso il Porta nella sua fida conversazione, chiamata dagli amici l'Isola di Giava, per i grangiavanadd(balordaggini) ch'essi stessi dicevano di sballare chiacchierando; il Manzoni ricordò per tutta la vita l'autore delMarchionn: ne parlava spesso con gl'intimi amici che lo visitavano nella sua biblioteca a pianterreno della sua casa in Via Morone.
Carlo Porta moriva quando cominciavano i processi contro i Carbonari; quei processi che rivelarono al mondo quali magnanini sogni per l'indipendenza d'Italia infiammavano spiriti alti e puri in un tempo d'animosi, infausti fermenti.
A Carlo Porta fu risparmiato un gran dolore: l'annuncio delle nefande condanne; poichè, onesto e sensibile qual'era, specialmente pei romantici, coi quali aveva combattuto una battaglia vivace di vita artistica, avrebbe pianto sulla loro sventura.