V.

Un giorno Giusto era di buon umore. Stando sul letto dell'albergo, gli venivano baldanze d'uomo sano; diceva a voce alta a se stesso, diceva all'oste diventato amico suo: «io mi sento bene; il dottore non capisce nulla, mi vuol tenere a letto, mentre stia a vedere che io mi levo, mi vesto e me ne vado a Milano senza pagare il conto. Scommette lei?»

L'oste era incapacissimo di fare scommesse simili; del conto era sicuro; quando fosse l'ora giusta, l'ospite suo se ne andasse pure senza pagare; ma ora rimanesse a letto per non guastare tutto.

Quella mattina venne il notaio Cipolla; era abbottonato come il solito, e la sua visita fu breve, perchè egli non aveva mai molte parole a dire; ma negli stenti di quella conversazione il pittore ebbe un'idea allegra: «far testamento!»

E la manifestò con faccia seria.

—Senta notaio, io voglio dettarle le mie ultime volontà.

Il notaio Cipolla sbarrò tanto d'occhi, sembrando dire: che sorta di volontà ultime può aver lei?

—Voglio far testamento. Mi vuole aiutare?

Il notaio Cipolla rispose di sì, che voleva, perchè in fin dei conti era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor Giusto di far testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti della vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare all'ingrosso…. che età poteva avere il signor Giusto?… meno di quaranta….

—Trentasei… sonati.

—Dunque?

Ma detta questa ultima parola, il notaio si arrestò sbigottito forse di aver parlato troppo, o d'aver parlato male. Non era forse obbligo suo professionale predicare il contrario, dire ai giovani e sani: «testate fin che siete così: può venirvi il tifo quando meno ve lo aspettate, e avrete il rimorso di andarvene all'altro mondo senza aver accomodato a piacer vostro le cose di questo.»

Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel faro della pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che correggendo il suo pensiero di prima ne espresse un altro quasi consimile.

—Che necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di un notaio? Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito… Un pezzo di carta qualunque…

No, no. Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai testimoni, e in carta bollata.

Il notaio Cipolla non fiatò più.

—Vorrei far subito.

—Facciamo subito.

Lì per lì il notaio mandò a prendere due fogli di carta bollata, e Giusto volle pagarli senza aspettare il conto; si chiamò l'oste, il quale chiamò il cuoco, il cameriere e lo sguattero, tutti testi idonei maschi e d'età maggiore, e Giusto dettò senza ridere, mentre ne aveva una voglia straordinaria.

* * *

«Del mio piccolo patrimonio di dugento mila lire in cartelle del Debito pubblico italiano, che si troveranno nel cassetto della mia scrivania, faccio quattro parti uguali fra i miei cari parenti, non avendo nessuna ragione di favorire uno piuttosto che l'altro, essendomi provato che essi valgono uno quanto l'altro.

«Lego dunque L. 50.000 al mio buon cugino prete Barnaba, con l'obbligo di dire egli stesso, se sarà vivo al tempo della mia morte, o di far dire da un altro prete della sua chiesa, dieci messe in suffragio del mio purgatorio. Regalo ancora allo stesso mio cugino prete Barnaba la Madonna dei sette dolori che mi propongo di dipingere e che egli farà collocare nella Cappella dove dice messa.

«Lego L. 50.000 al mio cugino Venanzio Bordini.

«Lego L. 50.000 a mio zio Bortolo Negri, negoziante di carni di macello.

«Lego L. 50.000 a mio cugino Ippolito Portatore usciere.

«Lascio i quadri e tutto quanto si troverà nel mio studio alla mia morte, alla mia cuginetta Cristina, figlia di mio cugino Ippolito.

«E augurando ai miei cari parenti di vivere lungamente per seppellirmi con poca spesa, trasportandomi al cimitero monumentale in un modesto carro di seconda classe, terza categoria, mi sottoscrivo

* * *

Mentre andava empiendo di sgorbi le sue carte bollate, il notaio Cipolla pensava, pensava anche l'oste, e il cameriere pure; e i loro pensieri, avviati sulla medesima strada, erano di meraviglia mista a un lontano sospetto di corbellatura.

Ma il testatore era rimasto serio, sapendo bene che se gli fosse scappato da ridere tutto l'intento suo sarebbe fallito.

E qual era il suo intento? Niente altro che beffarsi, con poche lire di carta bollata, dei suoi parenti ricchi e miserabili.

Non l'aveva tentato alla commedia testamentaria la sciocca soddisfazione di lasciar con un palmo di naso i suoi eredi quando egli avesse a morire; tutt'altro; egli si sentiva rinascere, gli pareva chiaro che toccasse a lui seppellire a uno a uno tutti i suoi cugini e suo zio macellaio, e a suo tempo avrebbe fatto volontieri questo ufficio pietoso. La celia diventava saporita per la sicurezza che il notaio Cipolla, tornato a casa, avrebbe detto ogni cosa alla notaia, la quale, in gran confidenza ne avrebbe informato prima l'usciere e poi tutti quanti.

Giusto s'anticipava con l'immaginazione la faccia mortificata di zio Bortolo, di prete Barnaba e di ogni altro cugino suo nell'apprendere che il gran pittore non solo era unfaro, ma anche una borsa piena e capace, capace di dare una musica allegra di marenghini.

Essendo tutti più maturi (salvo uno, cugino Venanzio), avrebbero poca speranza di toccar nemmeno con un dito l'eredità, e questa sarebbe la loro punizione; che Giusto già si vedeva rifiorito meglio di prima. Insomma, cominciava per lui la festa; solo, avrebbe un po' di noia per pagare il conto dell'oste, e più tardi il notaio…. ma chi sa che non potesse, durante la convalescenza, indurre l'oste a posare; e forse ancora, il ritratto del notaio Cipolla avrebbe il bisogno di essere ritoccato, anzi ne avrebbe bisogno di sicuro, perchè una volta il Cipolla portava la barba come un capuccino, ma poi sentendosi crescere la dignità del tabellionato si era pelato come un ginocchio…. E… e che altro?

Che altro? Soltanto questo: che il cugino usciere, sapendo il pittore ricco di dugento mila lirette, si affretterebbe a buttargli nelle braccia Cristina cara, Cristina bella.

E perchè all'idea di avere l'amor suo per questo mezzo, Giusto si sentì venire uno scrupolo?

Perchè il grand'artista era anche un uomo semplice, capacissimo, quanto qual si sia bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce del sole, tenendo in rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce ne fossero, con un trombone calabrese spianato, ma mettere la mano sulla propria felicità con un'astuzia, anzi con un inganno, gli repugnava.

E fu tentato di dire al notaio Cipolla, il quale finiva in silenzio l'atto solenne, che avendo voluto fare una celia ai suoi cari parenti, era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i testimoni, e gli parvero quattro brave persone contente in modo straordinario di assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando la carta bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in quella impresa. Ancora non rideva.

Rise, appena notaio e testimoni furono fuori dell'uscio, rise senza far rumore, e lungamente rise, poi si lasciò venire in mente tutto il buono che dalla corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva dover essere gran cosa; ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi legatari, e un giorno crescere la loro inquietudine con un altro testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe affidato prima alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente felice quell'anima ingenua d'artista.

E non ebbe più scrupolo della menzogna in carta bollata per carpire la propria innamorata. Decise subito di essere guarito senza aspettare la licenza del medico, si levò a sedere sul letto e stette un po' come a tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più d'un pesce, cioè vispo al par d'un bambinone risanato appena. Si levò di letto in un batter d'occhio, e corse ad empire di meraviglia i suoi complici testamentarii, i quali avevano sempre inteso dire che fare il proprio testamento allunga la vita, ma non sapevano ancora, e toccavano con mano, che acceleri la guarigione di un caso difficile.

Ed era dunque stato un caso difficile il suo?

Altro! Un tifo famoso, fino alla terza settima; invece di andare all'altro mondo, come sembrava disposto a fare, Giusto aveva cominciato a guarire: in venti giorni eccolo lì… in piedi, arzillo… dimagrato, ma appena appena.

Giusto era in quello stato di beatitudine degli scampati a morte; gli sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a vincerlo avessero contribuito una fibra resistente e una volontà delle più straordinarie.

Volle uscire per farsi radere e il cameriere lo accompagnò in bottega del più vicino barbiere, al quale affidò l'ospite prezioso.

—Devo venire ad accompagnarlo fra mezz'ora?

No; Giusto saprebbe fare da sè; prima di tornare a Milano non mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare il notaio e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare il conto e dare la mancia al cameriere… ora no, perchè era capitato a Barzanò con poco denaro…

Ma le son cose da dire?

Un uomo come Giusto, dopo un testamento simile, vi pare? può anche non pagare un soldo e non perde dignità; la sua reputazione rimane intatta.

Il faro della pittura lombarda, rimesso a nuovo prima dal dottore e ora dal barbiere, vistosi nello specchio molto magro, ma contento della sua magrezza, andò a salutare il dottore, che non trovò in casa, poi il notaio Cipolla, o per essere più nel vero, la signora Cipolla.

E indovinò veramente che la notaia sapeva del testamento, che sapeva dall'a fino alla zeta, perchè quella perla di suo marito non aveva avuto segreti con la sua metà legittima.

Dov'era ora il caro notaio?… Tornato a Milano per suoi affari, ma non rimanesse in piedi, doveva essere debole dopo una malattia simile, si accomodasse un momentino a far due parole…

—Grazie, grazie.

E Giusto si fregava le mani, pensando: questa gazza parlerà, non vede l'ora di spifferare il segreto di suo marito a tutti gl'interessati.

—Lei se ne ritorna a Milano?

—Sissignora.

—Beato lei, la mia penitenza della campagna durerà ancora una settimana, poi me ne torno al nostro bel Milanone… dov'io spero di vederla qualche volta.

Giusto chinò il capo, e disse ancora una bugia, assicurando che non desiderava di meglio…

Alle diciassette, rientrava nelle sue stanze abbandonate, e spalancava le due finestre, perchè con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di nuova gioventù che porta seco la guarigione.

Ma Giusto non era contento fin che non avesse visto la sua Cristina, e quando fu domenica ricominciò la visita delle tre chiese; cominciò da S. Lorenzo, che era la più lontana, passò per S. Giorgio e poi, con poca speranza, finì a Sant'Alessandro, ed ebbe proprio la fortuna di veder Cristina sua scendere la gradinata, mentre egli imboccava la piazza. La fanciulla del suo cuore era quasi sola, perchè la fantesca era sorda come un campanone, e a dirle quattro paroline come all'occasione il grande artista ne sapeva dire, diventerebbe cieca e muta. Giusto affrettò il passo.

Quando fu accanto alla cuginetta, le prese paternamente un braccio, e la ragazza voltandosi, disse:

—Oh! che piacere; zio Giusto!

Invece di protestare, il pittore accettò quel grado di parentela, pensando che agli occhi della fantesca la famigliarità di zio è forse una cosa lecita, mentre da tempo immemorabile i cugini hanno poca reputazione.

E tenendo la mano della nipotina, se ne andò lentamente con lei lungo la via Olmetto. La fantesca, come se fosse necessario, si era tirata indietro per non stare ad ascoltare i discorsi dei padroni, e così, senza perder tempo, Giusto informò Cristina d'essere stato a cercare di lei quando essa era a Barzanò, d'aver girato mezza la notte intorno alla casa dove la sua cara ammalata soffriva, senza potervi penetrare, e che si era poi buscato il tifo.

—Il tifo! ora sta bene?

Benone!, sopratutto se Cristina acconsentisse a una proposta che il pittore le farebbe.

—Dica…

Giusto aveva tante proposte sulla punta della lingua, ma una, la più vagheggiata, al momento buono gli parve di un'audacia spropositata, e se la tenne per un'altra volta.

—Dica, dica.

E il pittore disse. Disse che se Cristina volesse un tantino di bene a lui, poveretto, poteva renderlo il più beato dei mortali.

Cristina abbassò gli occhi un momentino, poi rialzandoli risolutamente e mettendoli in faccia allo innamorato, domandò a bassa voce:

—E come devo fare?

—Rifiutare qualunque marito ti venisse offerto dall'usciere fosse un usciere, o un cancelliere, o il pretore medesimo, fosse anche il primo presidente della corte d'appello; dichiarare tranquillamente di non volere sposare un altro uomo il quale non fosse Giusto Giusti.

Cristina curvò il capo sul petto, e parve al disgraziato amatore che essa volesse dirgli alla muta non poter mai trovare tanto coraggio.

—Ti manca il core?

—No, rispose Cristina con semplicità; quello che mi domandi l'ho già fatto.

—Dio grande! Possibile mai?

La fanciulla non aggiunse parola.

—Possibile mai! mormorava Giusto; e tuo padre?

—Io aveva paura di lui e non lo guardavo; rimase un pezzo dinanzi a me, senza dirmi nulla, poi se n'andò in silenzio; aprii gli occhi e non piansi più.

—E da quel giorno il babbo è mutato?

—È rimasto lo stesso; e questo mi sgomenta; non ho io ragione?

Giusto pensò un poco, e riconobbe che la bambina non aveva torto.

Gli si affacciò ancora, e più insistente che mai, l'idea di proporre a Cristina una magnifica fuga, ma la lingua gli si ribellò ancora. E pure che altro fare? Cristina aveva diciasette anni appena, e per farla in barba all'autorità paterna, bisognerebbe aspettare l'età maggiore; d'altra parte, per quanto ringiovanito dalla convalescenza, Giusto Giusti vedeva chiaro chiaro che quando i trentasei sono sonati, non è utile, anzi è inutile, anzi è dannoso, ritardare le nozze cinque anni, come a dire cinque secoli eterni.

—Ah! Cristina mia, quanto siamo infelici!

—Non è vero che siamo infelici, se ci vogliamo bene! Sapremo aspettare, non è vero?

—Io, no, non posso aspettare perchè sto diventando vecchio, volle esclamare Giusto, ma sentì sfuggire la mano di Cristina.

—Ecco il babbo!

E veramente l'usciere veniva loro incontro con la solennità delle grandi occasioni, almeno così parve ai due colpevoli; invece quando fu a tiro, l'ufficiale giudiziario aprì le labbra a un sorriso amabile.

—Chi vedo qui con mia figlia? Sei dunque guarito bene? Abbiamo avuto tutti una paura, una paura… Non è vero, Cristina?

Cristina guardò suo padre in un certo suo modo ingenuo e non rispose nulla.

—Sicuramente, era il tifo addominale; forma leggiera per fortuna, se no, caro il mio Giusto, te ne andaviad patres; lo dicevamo sempre in casa, non è vero, Cristina, che lo dicevamo? quel poveretto se la vede brutta, e ce la fa vedere brutta a tutti quanti… Non è vero, Cristina?

Ma no, non era vero niente affatto; e per quanta fosse la contentezza della buona ragazza nel veder così trasformato suo padre, non volle mentire per compiacenza.

—Ti sbagli, babbo; io non ho mai saputo a Barzanò che lo zio fosse ammalato; ne seppi qualche cosa tornata a Milano, ma non credevo una malattia così grave…

—Ah! sì, è vero; a te non s'era detto nulla perchè tu stessa eri stata ammalata; avevi la pleurite falsa. Dunque, cugino caro, ora vogliamo mettere un po' di carne attorno alle ossa, non è vero? perchè sei dimagrato un poco… ma poco veramente… e… scommetto che tu venivi in casa mia?

Dai modi dell'usciere, dalle sue parole, Giusto argomentava, senza paura di errore, che il notaio, o la notaia, avesse messo in circolazione le clausole del testamento, e si sentiva preso allo stesso tempo dalla soddisfazione che la burletta gli fosse riuscita, dallo scrupolo che fosse riuscito troppo, e da una contentezza veramente stupida, come se la somma della quale aveva disposto per testamento gli ballasse entro la saccoccia.

—Sì, veramente ero diretto a casa tua, ma sul portone di casa mi sarei fermato un momentino a salutare Cristina, e me ne sarei tornato allo studio.

—Oh! cattivo! non avresti salito le scale per vedermi?

—Parola d'onore, non le avrei salite; forse avrei detto a tua figlia di salutare suo padre, ma non ne sono sicuro.

L'usciere si accontentò di quella risposta.

—Manco male, disse; e ora accompagniamo Cristina a casa; poi sarò a tua disposizione, perchè… perchè anch'io venivo a trovarti in studio.

I due cugini, pigliando in mezzo la fanciulla, si avviarono in silenzio.

L'usciere andò cercando per un poco un argomento di discorso, e trovata la subasta di un palazzo cominciato appena, ne empì tutta la via Disciplini quanto è lunga; Cristina e suo zio tacevano, guardandosi ogni tanto; la fanciulla ingenua aveva lasciato penzolare la mano sinistra lungo il fianco, altrettanto aveva fatto il pittore, e così le mani loro si incontravano ogni tanto senza paura di nulla, perchè la fantesca sorda si era affrettata a passare innanzi ai padroni per aprire l'uscio di casa.

Ma arrivati al portone, Giusto non volle salire per niun conto; aveva molto a fare in studio, perchè se l'usciere la domenica è libero press'a poco, l'artista, il quale deve cogliere l'ispirazione quando si presenta, non può santificare le feste… si capisce?

Si capisce chiaramente.

Così l'usciere si attaccò ai piedi di Giusto.

Nella via del ritorno seguì il contrario; Giusto ciarlava come una gazza, ciarlava di cose che molti uscieri non capiscono, anzi sembrava scegliere appunto quelle per aver il gusto di vedere l'ufficiale giudiziario approvare col capo tutte le arditezze. Finalmente l'usciere n'ebbe fin sopra il cappello a staio di approvare tutto quello che non avrebbe inteso mai, campasse ancora un secolo, e disse tranquillamente:

—Ti ho lasciato dire perchè pensavo ad altro, ma la verità vera è che io sono un po' pentito della risposta dell'altro giorno…

—Che giorno?

—Eh! lo sai bene; non sarai offeso della prudenza d'un padre; in fin dei conti ho una figlia sola, e dovevo prendere le mie precauzioni.

—Non ti capisco…

—Ti vendichi; vuoi che mi umilii…

—Non voglio nulla da te; saprò aspettare…

—Eh! via, non sono cose da fare, nè da dire; non è meglio sposarsi subito quando si può? dillo tu.

—Sicuramente è meglio; se tu mi dai Cristina me la piglio; non ho altro a dirti; se tu non me la dai, me la piglierò più tardi.

L'usciere, invece d'andare in collera a questo parole audaci, ne sembrò rallegrato. Diceva, parlando a se stesso:

—Tutti così questi artisti!, come se ne avesse conosciuto intimamente una mezza dozzina.

Si fece serio:

—Io voglio il bene della mia figliuola; ho già visto che essa ti vuol bene; ma non si vive di solo pane, e tanto meno di amore. A un buon matrimonio occorre molto companatico, delle vesti da estate, da inverno e da mezza stagione, dei mobili non dipinti soltanto ma da potersi pignorare al bisogno, occorre un buon contratto di locazione, cinque o sei stanze almeno e una cucina… possono nascere in poco tempo dei piccini nudi e affamati; e ci vogliono molte fasce e altro vestiario e un numero sterminato di pagnotte per tirarli su omini come il padre e il nonno… Ne convieni?…

Giusto ne convenne pienamente con un cenno del capo, ma non rispose sillaba.

—Dimmi una parola che mi accontenti, e Cristina è tua; se non vuoi dirla per me, dimmela per lei; ora la felicità è in tue mani… parla.

Giusto tenne il capo basso senza rispondere.

Camminarono così un buon tratto in silenzio.

L'usciere pensava: egli non ha rinunciato a Cristina se aspetta solo la sua maggiore età per sposarsela a mio dispetto; e perchè allora ha fatto testamento? Bizzarrie d'artista!, e se intanto egli morisse senza pigliar moglie, il testamento sarebbe valido, e io spartirei con gli altri; ma egli per farmi dispetto potrebbe fare un altro testamento privandomi della mia porzione; e allora? Allora zero. Quasi quasi gli dico «sposala,» ed egli la sposa, ed i miei cugini restano con un palmo di naso, chè senza annullare l'atto d'ultima volontà con un atto posteriore, tra mia figlia e lui, scommetto, s'ingegneranno subito a mettere al mondo un erede legittimo… Ma perchè prima di quaranta anni ha fatto testamento? perchè bisogna pure farlo una volta, e io l'avrei già fatto se non ne avessi visto l'inutilità. E perchè ha fatto testamento quando cominciava la convalescenza? Appunto perchè aveva toccato con mano che si può essere spediti all'altro mondo dal tifo quando uno meno vi pensa. E perchè si lasciava pignorare i mobili? Perchè erano soltanto dipinti, e non voleva pagare l'esattore.

Tutte queste domande trovavano pronte e chiare risposte. Una sola non ne aveva alcuna: come mai Giusto, disponendo di tanto capitale, era andato in giro per tutta la sua parentela a chiedere l'impossibile: mille lire in prestito?

Il quesito strano lo impensieriva da un pezzo, per quanto si provasse a dire a se stesso che gli artisti hanno molte stramberie per la testa. Ma chi sa mai? Giusto aveva voluto esperimentare la generosità dei parenti, e visto che uno non valeva meglio dell'altro, aveva pensato di punirli tutti quanti testando con atto di notaio, e annullando l'atto con un testamento olografo di data posteriore. A questo punto diede un'occhiata al compagno silenzioso. Ah! era chiaro. A quest'ora egli aveva nominato erede universale l'istituto dei rachitici, o la famiglia artistica!

Giusto a capo basso pensava:

Non vi è dubbio che il notaio si è sbottonato in faccia alla notaia; ed è certissimo che la notaia ha portato in giro per Milano la notizia del testamento. Ora questo usciere minchione è tentato di credere che io sia ricco e avaro, sta pensando un po' al pignoramento e alle mille lire, ma finirà col mettere ogni cosa in conto della mia avarizia sordida. Posso sfruttare la falsa opinione di mio cugino perchè si lasci uscire di mano sua figlia, sposarmela ed esser felici a dispetto di tutti; ma io non posso incoraggiarlo con una parola, nemmeno con una sillaba, non posso proprio; la corbellatura per celia mi piace, l'inganno mi repugna.

Così pensosi entrambi arrivarono allo studio.

Sulla lavagna dell'uscio, dove Giusto aveva scritto col gesso: «uscito alle nove; sarò di ritorno alle dieci», si leggeva: «Prete Barnaba arrivato alle dieci e ha aspettato un quarto d'ora, tornerà prima delle undici;» e ancora: «Prete Barnaba tornato alle undici, verrà mezzodì…»

—Nostro cugino Barnaba! esclamò il cugino Ippolito; che diamine vuole da te?

—Non lo so.

Ma quasi lo sapevano entrambi.

Giusto guardò l'ora; altrettanto fece l'usciere: poco mancava a mezzodì, l'ora del pranzo dell'ufficiale giudiziario; ma Ippolito non lo disse, perchè se prete Barnaba arrivasse all'ora giusta, direbbe la ragione dei quattro viaggi in meno di due ore.

Ippolito andò in giro per lo studio, ad ammirare le tele incominciate, dichiarando a voce alta che gli sembravano portentose, costringendo l'artista ad arrestarsi a un certo punto per ammirare anche lui l'opera propria.

—Ma sai che sei un grande artista! In verità non lo avrei mai sospettato; noi uomini di legge siamo tanto lontani dall'arte… ti voglio confessare che non ti credevo capace di essere un gran pittore… e sai perchè?… perchè sei mio cugino… Me lo credi?

Altro che! Giusto credeva tutto.

—Qualcuno mi era venuto a dire che tu avevi dell'ingegno…

—E non hai creduto?

—Ho creduto, perchè ingegno ne abbiamo tutti in famiglia; ma quando mi dicevano che stavi creando un'arte nuova, tutta lombarda, un'arte che bisognava guardare da lontano, da un certo punto di vista, che i colleghi ti incoraggiavano imitandoti, anche avendo invidia di te… allora…

—Non credevi?

—Che credere! Domandavo sempre: si è fatto ricco col suo pennello?, mi rispondevano di no.—Ebbene, dicevo, l'arte che non frutta è un'arte inutile… Ma ora, guardando da questo punto… fammi il piacere, mettiti qui tu stesso… e guarda…questa donna che si attacca un serpente alla mammella… è una cosa che fa pena, ma è bella… dillo tu stesso.

—Non è finita, perchè mi manca la modella, disse tranquillamente il gran pittore.

—Ti manca la modella? Ti è morta?

—No, mi manca il denaro per pagarla. Oh! prete Barnaba, scusami tanto, se ti ho fatto venire tante volte inutilmente.

Prete Barnaba entrò in studio con una certa paura delle tele dipinte e in ispecie d'un paravento che poteva nascondere il peccato carnale; entrò quasi in punta di piedi, guardandosi intorno e afferrandosi alla propria sottana per non mettere il piede in fallo. La sua faccia scolorita aveva la barba nera di una settimana almeno, e la piccola chierica era in gran bisogno del rasoio; il solino desiderava da gran tempo il bucato; la veste era tanto sfrittellata da sembrare una frittella sola; e per giunta una scarpa stava perdendo la fibbia.

—Oh! disse, quando ebbe la certezza che il paravento non nascondeva la tentazione del demonio; oh! anche tu qui! spero non sarai venuto a fare il pignoramento al nostro Giusto.

Ippolito sorrise e per entrare nella celia, rispose:

—Nè tu a confessarlo o a raccomandargli l'anima.

Sorrise anche prete Barnaba, e cominciò, come aveva fatto l'altro cugino, ad ammirare le tele; un Cenacolo incominciato gli piacque subito; ma si fermò davanti a Cleopatra e alle donnine del gran quadro dell'orgia; quelle donne mezzo spogliate tennero incerto il suo giudizio un gran pezzo; finalmente si decise ad ammirarle tutte.

L'usciere gli veniva dietro guardando ogni tanto l'orologio; mangerebbe la minestra riscaldata, ma ad ogni costo voleva penetrare il segreto di quella visita.

Finalmente il reverendo ebbe pietà, e confessò d'essere venuto per laMadonna dei sette dolori.

—Ci ho pensato molto, dopo quello che mi avevi detto, e ho parlato al parroco; egli mi pare ben disposto, e se gli andrò a dire che ho combinato ogni cosa, che concorro anche io nel limite delle mie modeste forze, il mio altare avrà la sua madonna. Ti porto seicento lire per ora; nella settimana ventura il resto; sei contento? tu mi farai una Madonna dei sette dolori, come dicevi… da far piangere i sassi…. sarà il primo suo miracolo e sono sicuro che ne farà degli altri quando sia stata consacrata dall'arcivescovo. Bisogna però abbondare nella tela…. mi hai detto che una spanna di più o di meno a te nulla importa; ai devoti invece, una spanna di più cresce il valore…

—Della Madonna?

—Non dico propriamente questo, ma quasi.

Giusto aveva una irresistibile voglia di sparare in volto ai due cugini una risata omerica, ma si trattenne perchè insieme a quella tentazione allegra gli stavano venendo altre idee d'altro colore; idee insolite, capaci di disgustarlo a poco a poco dei parenti, degli amici e dell'umanità tutta quanta.

Sorrise appena appena alla propria fortuna, intascò le seicento lire facendone ricevuta, e siccome stava firmando senza pagare la tassa nemmeno questa volta, l'usciere intervenne con la sua autorità d'uomo del foro, e offrì al cugino la marca da bollo da dieci centesimi.

—Ti faccio risparmiare la multa di lire 40, disse.

—Grazie, rispose il pittore.

E ora l'usciere poteva andare a colazione; ma mentre guardava l'orologio ancora una volta, una voce domandò il permesso di entrare; e quella voce era così nasale da non si potere dubitare fosse d'altri che del cugino Venanzio.

L'usciere e prete Barnaba si guardarono alla sfuggita; vollero andarsene entrambi, e rimasero.

—Avanti, cugino carissimo!

Il cugino Venanzio non si sgominò punto nel vedersi dinanzi tanto parentado; intese che gli altri cugini erano venuti per lo stesso fine, e affliggendosi solo un poco d'essere arrivati tutti insieme nell'ora medesima, prese la determinazione fulminea di salvarsi.

—Io non voglio sapere, disse a bassa voce, che cosa siano venuti a far qui i miei cari cugini; tu ti stupirai di vederne qui tre riuniti, e io non mi meraviglierei quando ne arrivasse un quarto… Dunque parliamo chiaro: è vero o non è vero che tu sei milionario?… proprio, milionario, è la voce che corre per la città… Ma domando io: perchè sei venuto a chiedermi mille lire in prestito? Non te le ho potuto dare allora perchè non le avevo disponibili… Lo sai bene, non tutti i momenti sono buoni…. ma se mi assicuri che non sei milionario, come dice la gente, chiedimi ancora le mille lire in prestito, e io te le do, parola d'onore, senza pegno nè ipoteca, ma con un semplice pagherò a sei mesi al sette per cento. È tutto quello che posso fare per te. Se invece sei tanto ricco, prestami tu tutto quello che puoi, cinquemila lire o centomila… te le renderò forse col sette per cento anch'io fra sei mesi… fai la mia fortuna, e non rischi un millesimo.

Giusto sorrideva senza rispondere; prete Barnaba e l'usciere, i quali intendevano ogni parola, avevano la disinvoltura minchiona di gente colta in fallo. Parlavano entrambi allo stesso tempo, fissavano con attenzione straordinaria Cleopatra, e il reverendo si distrasse fino a toccare con un dito il serpicino viscido che mordeva la nuda mammella.

A un tratto l'usciere trovò un'uscita alla sua falsa disinvoltura, l'appetito che lo molestava da un poco, e disse con disinvoltura vera, guardando l'orologio:

—Volevo ben dire. È già la mezza, e non sono fra le gambe della tavola. La mia Cristina chi sa mai che cosa penserà di suo padre. Vi lascio ai vostri interessi; quanto a me, Giusto, tu lo sai, io ne ho uno soltanto, e non entra nella mia borsa.

Queste ultime parole vollero essere solenni, ma nessuno ne afferrò il giusto significato, nemmeno Giusto, il quale da un poco veniva sorridendo e pensando amaramente.

Prima che uno dei suoi cugini si allontanasse, il pittore decise di dire la verità, a costo della Madonna dei sette dolori, delle mille lire di Venanzio, e… di ogni cosa, ma non di Cristina sua.

—Ebbene, la verità di tutte le dicerie andate in giro sul mio conto è questa, ve lo giuro: io avevo sotto mano un notaio taciturno, ma dal quale scappa ogni cosa che gli si dica senza che egli medesimo se ne avveda; voi lo conoscete, è il notaio Cipolla; e quando avrete dei segreti da spargere al vento affidateli a lui. Io ho fatto per celia. Ho testato in un momento di buon umore, ho disposto di somme favolose che non ho posseduto mai. Ma non mi è venuto in capo di approfittare della mia burletta, e come vedete, al momento del profitto, vi rinunzio. Sono povero come Giobbe e così rimarrò; Cleopatra aspetterà ancora un pezzo, perchè io non potrò pagare la modella… tu prete Barnaba pensaci ancora stanotte; domani mi dirai se devo farti proprio la Madonna dei sette dolori; e se te la farò, sarà la più addolorata di tutte le Madonne; ecco le tue seicento lire…. al caso le riprenderò domani…

Prete Barnaba stava con tanto d'occhi a guardare ogni mossa del pittore famoso, il quale veniva contando i dodici biglietti da cinquanta.

Giusto diceva come parlando a sè stesso:

«Nel breve tempo che siete rimasti nel mio portafogli, non sarete già scemati, spero; ma io sono tanto fortunato… No, sono proprio ancora dodici… Contali tu.»

—Ah! io no, e mi meraviglio! esclamò prete Barnaba con la giusta indignazione dell'uomo sacro offeso nei suoi sentimenti umani e divini; io non ripiglio un centesimo; domani ti porterò il resto, e fammi il piacere di metterti subito al lavoro per il mio altare; se no, andremo prima in tribunale… poi all'inferno; ma v'andrai tu solo…

I cugini risero in coro di questa uscita di prete Barnaba, e intanto Ippolito e Venanzio facevano lo stesso pensiero: «prete Barnaba non crede un'acca…»

—Questa volta me ne vado proprio, disse Ippolito.

—Anch'io, annunziò Venanzio, e accostandosi fino quasi all'orecchio del pittore: le mille lire sono a tua disposizione.

—Anch'io, conchiuse il reverendo.

E passò primo fra i due cugini.

Quando ebbero passato l'uscio tutti e tre, il pittore volle ridere rumorosamente, ma quel rumore poco assomigliava all'ilarità. Allora il grande artista si abbandonò lentamente sopra un trespolo, dopo averne tolta la tavolozza e nettata la superficie con uno strofinaccio. E là, con gli occhi fissi su Cleopatra, si sentì mordere dai dentuzzi di un aspide viscido e freddo.

Il serpentello mordeva ancora, quando fu picchiato alla porta dello studio.

Era il figlio maggiore di Bortolo, il macellaio; un giovinastro di ventidue anni, grande e grosso, a nome Gerolamo. Veniva semplicemente a chiedere a suo cugino Giusto cinquanta lire in prestito fino al domattina.

Giusto ebbe fortuna.

Rispondendo ingenuamente di avere poche lire in tasca e di averne bisogno per i suoi minuti piaceri di pranzo e cena, le fece vedere sulla palma della mano.

—Serviti, disse.

Allora Gerolamo si contentò di una moneta di due lire che prese con molta disinvoltura.

Quando il pittore fu solo un'altra volta, si ricordò che nel taschino del panciotto aveva ancora le seicento lire di prete Barnaba, ma prima che dicesse grazie agli eterni, riapparve sull'uscio Gerolamo.

—Mi è venuta un'idea mentre me ne andava, e sono tornato.

Giusto senza invitarlo a farsi innanzi, lo lasciò parlare sul limitare, solo disse da lontano buttando i pennelli sporchi nel secchiello:

—Se non è per danaro, parla.

E Gerolamo parlò.

Disse d'una cottura che egli si era presa per una fanciulla magnifica, dell'ostacolo incontrato nel babbo macellaio, il quale avrebbe dato il suo consenso se l'innamorata fosse appartenuta in qualche modo alla macelleria; ma non voleva inparentarsi col tribunale….

Giusto a questa parola rialzò il capo dal secchio.

Volle chiedere bruscamente al disgraziato amatore il nome dell'innamorata; ma lasciò che egli continuasse senza interromperlo.

E Gerolamo proseguì a dire che il padre della fanciulla forse sarebbe contento, ma il macellaio assolutamente no…

—E la ragazza?… balbettò Giusto.

—La ragazza… mi piace tanto; sarà felice, assicurò Gerolamo.

—Ancora non lo sai?

Non ancora; ma il parere della ragazza contava poco; tutte le ragazze, nell'opinione di quel fatuo, sono felici al momento di sposarsi a un giovinetto ben pettinato, con due baffetti a punta, come era lui. Se lo sposo sa farsi voler bene, assicurò, tutte le ragazze adorano, e Gerolamo sapeva lui la buona ricetta di farsi adorare; molte carezze a certe ore, molta severità nel resto della giornata.

—Ah! la ricetta è questa?

—Sicuramente, questa sola: far intendere alla giovine sposa che tra lei e il suo padrone corre una distanza enorme, ma che questa distanza può sparire ogni tanto.

—Ah! così?

—Così, proprio.

Insomma Gerolamo era sicuro del fatto suo.

—E il nome della tua innamorata me lo vuoi dire?

—Non lo so ancora!

Ah! Giusto cominciò a respirare meglio.

—E il nome del babbo?

—Il notaio Cipolla!

Ma bravo Gerolamo! innamorarsi della figlia del notaio Cipolla!Ottimamente.

—La conosci?

Niente affatto. Giusto non sapeva nemmanco che il notaio avesse una figlia. E che cosa poteva fare per contentare il suo giovine cugino? dicesse subito, che gli pareva d'esser l'uomo fatto a posta per accomodare un negozio simile. Almeno vi metterebbe tutta la buona volontà.

Si trattava di null'altro che di mansuefare il macellaio padre; al cugino pittore egli non negherebbe nulla.

—Ebbene mi provo. Quando vuoi che mi ci metta?

Subito, si capisce. Ma quando avesse persuaso ben bene il macellaio, bisognava dire una parolina anche al notaio Cipolla, suo futuro suocero… e poi un'altra alla mamma.

—E alla signorina, nulla?

—Per lei, basto io; sono sicuro che dirà di sì; l'ho vista dalla finestra, e, se non sbaglio, mi ha sorriso; ha una faccetta da madonnina, tutta bianca, come piaciono a me le faccette delle ragazze.

—Ah! ti piaciono così?

Sì, a Gerolamo piacevano così, con poco sangue; piuttosto melanconiche, perchè le ragazze melanconiche, prese per il giusto verso, si scaldano meglio delle altre. Davvero? Davvero.

Insomma, il meglio che potesse fare Giusto era di andar subito ad accomodare il negozio di Gerolamo, con una lontana speranza che qualcuno, il destino, o il caso, o il padre eterno, si volesse occupare del suo proprio negozio per accomodarglielo senza bisogno d'inganni repugnanti alla sua natura di artista inselvatichito.

Egli andò difilato da suo zio, e senza dir molte parole ebbe la sorte meravigliosa di rendere il macellaio mansueto come un vitello da latte.

Che il suo testamento da celia fosse arrivato agli orecchi di tutto quanto il parentado non ne dubitava, ma quando vide il ricco zio rammentare senza rancore al nipote artista la disgrazia dell'insegna della testa di manzo, capì di aver guadagnato molto nell'opinione del ricco parente.

E quando gli parlò dell'innamoramento di Gerolamo per la figlia del notaio Cipolla, vide che la cosa non era difficilissima come aveva creduto.

Solamente il macellaio si ribellava a andar in persona a chiedere la mano per suo figlio; diceva di non aver fatto mai cose simili; venisse invece l'altro da lui, e risponderebbe di sì. Giusto con pochissima fatica lo persuase che certe cose non mai fatte si fanno almeno una volta in vita. Sì, ma il macellaio aveva tre figlioli, e gli toccherebbe fare la stessa commedia tre volte? Sicuro che gli toccherebbe farla, ma la pena sarebbe infinitamente minore dopo la prima volta.

—Sì, ma la ragazza com'è?

Giusto non sapeva, e lo stesso Gerolamo non l'aveva vista altrimenti che alla finestra.

Al macellaio non piacevano le ragazze che stanno molto alla finestra; ma potrebbe fare un'eccezione per la futura nuora… E come si chiamava?… Lo domanderebbero al notaio…

—Senti, nipote caro, ti informerai prima tu, che sei in confidenza col notaio… Ma giusto, essendo come di casa Cipolla, non sai il nome della figliola!… non l'hai vista mai?

—Ecco, ti spiego subito: io non sono niente fatto come di casa Cipolla; io ho conosciuto il notaio in occasione di un certo contratto…

Il macellaio aveva chiuso gli occhi per vederci meglio; ma Giusto non aggiunse altro.

Allora zio Venanzio li riaprì.

—Senti, Giusto, mi hanno detto che tu hai fatto testamento; che idea ti è venuta, alla tua età? Io, per esempio, non l'ho fatto e non lo farò… è vero che ho tre figliuoli legittimi e il mio piccolo patrimonio basterà appena appena per sfamarli qualche anno e pagare i loro debiti; ho deciso quasi di fare testamento anch'io per diseredarli tutti, lasciando loro la legittima; il resto, perchè tutto non vada in mani ladre, potrebbe servire a qualche cosa… tu mi potrai consigliare. Tò! un giorno venisti a chiedermi una piccola somma in prestito; ti ricordi?… non so bene, credo duemila lire o tre, non rammento bene; io non te li potei dare non so più perchè… forse perchè non le aveva disponibili…. ti dissi le mie ragioni, tu le trovasti buone…. ora, quando ti occorresse qualche cosa non hai a far altro che parlare, e se t'incomoda venire fino da me, scrivimi un bigliettino… Puoi contare…

Giusto sembrava riflettere molto e non rispondeva.

—Non sei già offeso? non è vero?

Giusto disse di no risolutamente con un cenno del capo; e lo zio macellaio gongolando per quella energia del diniego insistè fino a ottenere una risposta più aperta.

—Dimmi che all'occasione conterai sopra di me… dimmelo… dimmelo.

E Giusto finì coll'acconsentire.

—Ci conto. Ma ora non ho bisogno di nulla e me ne vado dal notaio.

Giusto se n'andò difilato in casa Cipolla.

Il notaio era assente; avendo continue sedute con un suo collega per mettere insieme un magnifico contratto di compra-vendita fra due contraenti disposti a corbellarsi a vicenda, poco tempo gli rimaneva in quei giorni di stare in ozio a contare i fatti suoi alla legittima consorte.

La notaia sapeva questo solo, che uno dei farabutti voleva rivendere un grosso fondo ancora non pagato, e che l'altro farabutto voleva comprare senza pagare nemmanco lui; la difficoltà da parte dei notai doveva consistere tutta nell'impedire a uno di costoro di mettersi sotto l'altro.

—In ogni sorta di contratti uno solo paga; Cipolla vuole che sia l'altro, e non ha torto; si fa presto a perdere la reputazione.

Giusto, indifferente alla sorte di quella compra-vendita, guardava qua e là, mentre la notaia aveva aperto tutte le cateratte; egli sperava che da un uscio dei tre che mettevano in salotto apparisse l'innamorata di Gerolamo.

A un certo punto, per scampare a un diluvio di parole, interruppe:

—Ero venuto perchè mi premeva di parlare della signorina…

La notaia a queste parole tacque a un tratto, e per diventar la vera mammina della ragazza da marito, cambiò natura; si fece attenta, lusingò col sorriso, adulò senza dir parola.

Finse di credere che Giusto fosse venuto per conto d'un altro, e quando le fu permesso dalla dignità di suocera in erba, parlò così al suo genero presunto.

Parlò blandamente, fissando gli occhi nella parete dirimpetto. Parlò così:

—Lei non può credere che consolazione e che pena mi dà quando mi dice d'una brava persona di Milano, la quale ha visto mia figlia alla finestra e se ne è innamorato. Mi consolo perchè, come madre, spero sempre di trovare un uomo generoso tanto da…. mi affliggo perchè finora non l'ho mai trovato, sebbene molti passanti abbiano alzato gli occhi alla finestra e si siano innamorati di Nina…. ma la maggior parte degli uomini non sanno tollerare un… Sa lei se il suo giovinetto sia diverso dagli altri?

Mentre la notaia diceva della pena e della consolazione, trottava per la testa di Giusto l'immagine di Cristina bella che gli pareva d'aver dimenticato da un quarto d'ora, e non era vero; sulle prime non s'avvide delle reticenze, poi le afferrò senza cercarne il significato, poi cercò senza indovinare.

All'ultimo confessò:

—Non capisco niente; la sua ragazza che cos'ha? È malata molto?

—Per grazia di Dio, no; Nina è sana come un pesce… ma…

—Ma che cosa?

—Lei non ha visto mai tutta la mia Nina?

Giusto non l'aveva vista mai nemmanco mezza.

E se la mamma permetteva…

La notaia si levò di scatto, disse a quello che a lei sembrava l'ombra di un genero, di aspettare un momentino e se ne andò nella camera della sua figliuola.

Come mai un leguleio taciturno e una gazza avevano generato una creaturina così soavemente bella? Nina era tutta bianca, tutta bionda e gentile; gli occhi buoni, quando non erano fissi sopra un libro, guardavano lontano, a un ideale perduto per sempre. La faccetta pallida, involta in un velo di melanconia, dava l'idea di essere un'apparizione di cielo.

La notaia venuta in presenza di sua figlia parve un'altra donna; e veramente era un'altra; era una madre; la sua faccia, la sua voce, i suoi modi, s'ingentilirono.

—Bimba mia, ascoltami…. lascia stare quel libro, se non ti spiace; senti bene… vi è di là…

Allora Nina, fissando gli occhioni spauriti in faccia alla madre, cominciò a tremare per tutta la persona.

—Ecco… ti piglia ancora il tremito: di che hai paura? È un bell'uomo, un artista come vorresti tu… io lo so bene… non è più tanto giovane… a te piace così… io lo so perchè le mamme leggon nel cuore delle loro bimbe… Dunque non tremare… Lascia che egli ti vegga… Vuoi? Chi sa? Potrebbe essere lui…

Nina non rispondeva; la gazza continuò a mormorare come una tortora.

—Tutti quelli che si erano innamorati di te non ti piacevano e non gli hai voluti nemmeno vedere; non bisogna far così; fra tanti uno avrebbe potuto sposarti, col tuo difetto invece gli hai respinti tutti.

Nina alzò gli occhi a guardare la mamma, e fece un no melanconico col capo.

—Ah! sì, è vero; uno ti piaceva, era un bel giovane, faceva dei sonetti e il disgraziato ebbe paura…. ma non credere che tutti siano così; questo qui è un pittore, è un bell'uomo, è anche ricco… chi sa? potrebbe aver più cuore e più criterio degli altri… no, no, non ho detto pietà, ho detto più cuore e più criterio, e m'intendevo anche piùamore. Te l'accompagno? Vuoi?

Nina chinò il capo sul petto e lasciò penzolare le belle braccia bianche lungo i fianchi.

—Ah! bravissima; io vi lascerò soli, e tu gli parlerai come vorrai.Vado e vengo… dammi un bacio.

Pose sulla bocca porporina della figliuola le sue labbra irrequiete e se ne andò. Sull'uscio si trattenne ad avvertire che il pittore forse avrebbe finto di venire per un altro.

Nina rimase nell'attitudine d'una smemorata finchè Giusto e la mamma furono sul limitare.

—Nina, mormorò la mamma da lontano, possiamo entrare…?

Non attesero risposta.

La ragazza si levò reggendosi al bracciolo del seggiolone, e rimase in piedi fin che Giusto le fu dinanzi, fatto mutolo dalla bellezza gentile.

—Si accomodi, balbettò la povera creatura rimettendosi a sedere con abbandono.

La mamma intanto poneva innanzi un monte di parole per dir meno di nulla; all'ultimo le parve che di là la chiamassero.

—Mi scusi, vengo subito.

Rimasto solo con la signorina, il pittore fece una vecchia osservazione curiosa, cioè che tutte le belle donne le quali aveva viste in vita sua lo avevano impacciato, le bellissime no. E con la schiettezza sua domandò alla signorina il perchè di questo.

Nina si fece rossa, rise e rispose senza ombra di modestia che non sapeva.

—Lo so forse io, aggiunse celiando il pittore; le donne così dette belle nascondono sempre un loro difettuzzo che lo spettatore non riesce a scoprire subito, e questo lo turba; le veramente belle non nascondono nulla all'ammirazione contenta. Forse è così.

Forse. Sicuramente era un madrigale ardito. Nina mise in faccia al pittore poeta due raggi di sole melanconico, e gli disse:

—Lei non mi ha vista tutta prima d'oggi, non è vero? Nessuno mai le ha parlato di me, nessuno che mi abbia vista in strada, dove scendo poco? e per questo non sa il mio difetto odioso, insopportabile, che le farà mutare opinione sul conto mio.

Giusto sorrideva al sorriso di lei, e senza intendere ancora frugava con lo sguardo la pallida creatura.

Nina, facendosi ancora forza per sorridere, aggiunse con voce intelligibile appena:

—Dunque non sa nulla? Io sono storpia. Vuol vedere? Non si turbi poi troppo.

E senza attendere risposta si staccò dalla poltroncina per attraversare la stanza. Ahi! povera creaturina bella! Quell'angiolo zoppicava.

Andò sbilenca fino a una libreria per riporre il libro, ne prese un altro, e sempre sorridente, tornò al suo seggiolone accanto alla finestra.

Ma spuntarono sugli occhi meravigliosi le lagrime trattenute fino allora, e le manine bianche non furono pronte a celarle.

Ora Giusto era turbato veramente.

Non sapendo che consolazioni di parole potesse dare a quella dolente, avvicinò la sua seggiola alla poltroncina, e senza parlare, con la amorevolezza di un fratello le accarezzò le mani bianche, fra le quali sfuggiva il pianto silenzioso.

E parve a lui che se fosse venuto a chiedere la mano di quella storpia bellissima, ora sarebbe stato il magnifico momento di buttarsi ai suoi piedi per adorarla in ginocchio, e scongiurarla di darsi a lui per tutta la vita.

Ma egli era venuto solamente per conto del figlio del macellaio, e Cristina sua, perfino dinanzi a quell'amore di fanciulla, era rimasta nell'istesso altare, anche lei bellissima, adorata essa sola.

E Giusto avendo pensato così, così volle dire.

—Perchè si affligge tanto? Che cosa le fa tanta pena? Me lo dica.

E siccome Nina non voleva dir nulla, ma cominciava ad asciugare le lagrime vergognando d'essere stata debole, l'artista proseguì abbassando la voce per renderla più insinuante e dare alle proprie parole la dolcezza dell'intimità.

—Sicuramente è un difetto, ma compensato da… tutto il resto. Qual uomo non lo perdonerebbe a una donnina amata?

Tacque lungamente per dar tempo alla bella creatura di ricomporsi.

Essa domandò con un filo di voce: «davvero?»

E in quell'unica parola mostrò insieme tanto dubbio e tanta speranza, che Giusto, rammentando che ancora non aveva detto nulla del vero pretendente, si affrettò a conchiudere:

—Mio cugino l'ha vista alla finestra, si è molto innamorato di lei, ha pregato me di venire in casa sua a vedere se mai fosse il caso…

—E lei ha visto ora che non è proprio il caso, interruppe Nina ripigliando il sorriso rassegnato di prima; andrà a dire a suo cugino quello che ha visto, e suo cugino si metterà il cuore in pace; così farò io.

Nemmeno l'ombra d'ironia nelle parole melanconiche dette col sorriso amabile di chi non spera più nulla.

Ma poteva rimanere il dubbio, anzi la certezza, che Giusto si mettesse davanti un cugino per nascondere sè stesso, e andarsene senza far rumore.

Allora l'artista continuò.

—Mio cugino saprà tutto, e se ha un po' di cuore, verrà a ripeterle ciò che io le ho detto….

—Mi vuoi dire chi è suo cugino; io lo conosco?

—È Gerolamo; il figlio dello zio Bortolo.

—E lo zio Bortolo chi è?

—Un ricco negoziante.

Bisognava dire di che cosa; Giusto pensò un momentino, ma la ragazza era già lontana dal ricco negoziante e da suo figlio.

—E lei, scusi, lei chi è? Mia madre non mi ha detto altro se non che è un artista grande… Fa libri o statue?

—Io sono un piccolo artista, ma faccio qualche volta dei quadri grandi… due metri e più; e se avessi la modella che m'intendo io, prete Barnaba sarebbe contento della Madonna dei sette dolori che mi ha ordinato. Mi chiamo Giusto Giusti, sono il fidanzato di Cristina che lei conosce sicuramente, e da una mezz'ora il più sincero amico suo, se me lo permette…

Nina si alzò per prendere la mano dell'artista; negli occhi sfavillanti, nelle mani tremanti, nel rossore del visino soave si leggeva la contentezza.

—Ah! quanto è bene che lei sia il fidanzato di Cristina! Essa mi ha tanto parlato di lei. E si sposeranno presto? Sì… devono sposarsi presto… penseremo insieme.

Perchè Giusto, pur essendo grato alla magnifica storpia che pigliava a cuore la sua felicità, si sentiva non ferito, ma punzecchiato da quell'entusiasmo? E perchè quell'entusiasmo di lei sembrava a lui quasi indifferenza?

Ma Nina disse tutto candidamente e oscuramente.

—Sono contenta, sa, proprio contenta; perchè se lei non volesse bene a Cristina, io potrei essere tanto infelice.

Giusto Giusti interrogò lealmente sè stesso, Cristina sua e le convenienze sociali, prima di mormorare queste parole:

«Se avessi la disgrazia di non amare Cristina mia, ora sarei già innamorato di…»

Volle dire: di lei; finì invece così: di un'altra.

Ma era tutt'uno. Nina intese subito. Il visino bianco si tinse di contentezza; porse al pittore una manina che gli entrò tutta nel pugno, e rispose grazie. Non altro. Poi parlarono lungamente di Cristina, delle nozze lontane, finchè a un lieve rumore Giusto conchiuse rizzandosi in piedi:

—Dunque le accompagnerò mio cugino domani. Lo veda almeno. È tanto bellino.

Nina non si oppose, e il pittore se n'andò tanto presto da cogliere la notaia sull'uscio. Forse origliava al buco della serratura, o forse in quel buco infilava un'occhiata curiosa, o forse alternava l'una cosa e l'altra.

—Non mi potevo staccare da mia figlia, confessò la mamma; e come è andata? Bene, mi pare. Ma non ho ancora inteso se il pretendente è lui, o se è un altro.

—È un altro; si chiama Gerolamo, ha tredici anni buoni meno di me e molto più danaro. Lo vedrà domani.

La notaia crollò melanconicamente il capo.

Appena uscito di casa Cipolla, Giusto si arrestò sulla via, come faceva qualche volta, a scandagliarsi ancora; veramente non era egli in peccato verso Cristina?

La risposta data da lui non lo potrebbe mai soddisfare, e posto che il cugino Ippolito ormai non avrebbe visto nulla di male in una visita alla ragazza, quasi si proponeva di andare subito a confessarsi a lei sola.

Erano le quattro e mezza sonate; a quell'ora un usciere di buona volontà ha lasciato il tribunale e sta per tornare a casa. Per la confessione sua, gli bisognava aver Cristina tutta orecchi, in confidenza piena, senza inquietudine della cucina e della tavola da pranzo, e poi non voleva trovarsi ancora col suocero restio, con quel suocero che a lui repugnava rendere arrendevole con la bugia. Se ne tornò dunque allo studio a passo lento; per via si affacciò alla bottega del falegname a ordinargli un telaio alto due metri, largo un metro e cinquanta centimetri; la mattina egli vi avrebbe inchiodato una tela di prima qualità e subito l'avrebbe coperta di colore. Cominciava a tirarsi in mente quale modella le potesse servire meglio per la rassegnazione dolente che egli voleva dare alla Madonna; e tirandosele in mente tutte, non ne trovava una che avesse il dolore angelico. Molte madonne dipinte, che pure hanno buona fama, non lo contentavano. Quasi tutte hanno sette spade conficcate nel seno, molte piangono a goccioloni; materializzano brutalmente il dolore. Egli non farebbe così; la sua Madonna non avrebbe la veste azzurra imbrattata di sangue, nè lagrime sulla faccia scolorita, ma dovrebbe dire il dolore muto e cocente, non rassegnato ancora, ma prossimo alla rassegnazione; e direbbe questo con lo sguardo rivolto al cielo, con le mani congiunte nello strazio insieme e nella preghiera; avrebbe la veste bianca di Nina, la faccetta bianca e patita di Nina. La buona amica sua non sarebbe ella capace di posare per l'altare di prete Barnaba? Forse sì.

Ma quando poi le cose sue spiegassero le vele, un'altra tela alta due metri e anche più, rappresenterebbe l'estasi dell'ascensione a Dio e raffigurerebbe il visino sorridente di Cristina.

Il giorno dopo, mentre aspettava le dieci per poter andare a casa della fidanzata con la sicurezza di non trovarvi l'usciere, si affacciò in istudio il cugino Gerolamo.

Egli era impaziente di sapere come era andata la cosa.

—Dimmi tutto, perchè, non lo crederesti, ho passato una notte cattiva pensando alla mia innamorata. Puoi immaginare che alla mia età innamorate ne ho avute più d'una e più di due, ma nessuna mai mi fece l'effetto di non lasciarmi pigliar sonno. Forse perchè erano innamorate d'un altro genere; non si aveva tempo a desiderarle tutta notte stando a letto, perchè… mi capisci? Dunque com'è andata? Non è vero che la mia… come si chiama?…

—Nina.

—Non è vero che la mia Nina è bella? Ha una faccetta curiosa di Madonna, come non ho mai veduto la simile. Piace anche a te, non è vero? Dillo, che non sono geloso…

Giusto non si era preparato a dare la notizia della infermità di Nina; aveva creduto che dovesse costargli un po' di pena trovare le parole più adatte; ma a tanta disinvoltura, fu disinvolto anche lui fino ad essere brutale.

—La tua Nina è uno splendore dal busto in su.

Gerolamo rideva stupidamente, aspettando una celia lesta.

—E dal busto in giù? interrogò, visto che la celia stentava a venire.

—È sciancata.

Ora che la parola era uscita di bocca, gli parve crudele, non per l'innamorato, ma per la sua Madonnina dei sette dolori.

—Sciancata? domandò paurosamente Gerolamo.

—È zoppina, corresse il pittore.

—Zoppina, come? Vi sono zoppine di varie qualità; io ne ho conosciuta una che mi piaceva tanto, ma non ho mai potuto averla a tiro…

—La buona ragazza zoppica molto, è nata così; forse è un difetto anatomico; forse uno spostamento del femore trascurato a balia…. ed è rimasta così inferma…. il resto è uno splendore.

Contro quello che Giusto poteva immaginare, la notizia non sembrò affliggere molto Gerolamo, il quale studiando legge all'Università di Pavia, aveva fatto naturalmente profondi studi storici nei romanzi di Dumas padre, ed aveva appreso che la signorina De la Vallière era una zoppina adorabile anche lei ed aveva fatto perdere la testa a un re di Francia, il quale l'aveva poi ritrovata con altre signore della società eletta. Non gli spiacerebbe avere una zoppina per moglie… anche perchè…

Questo ultimo perchè non lo volle dire, non avendo trovato l'incoraggiamento necessario nella faccia di Giusto.

Era dunque cosa intesa. Gerolamo andrebbe a far visita alla bellaNina, e se non zoppicasse proprio troppo, se la piglierebbe in moglie.

Egli dicevame la piglio, come se la cosa dipendesse unicamente da lui.

Giusto acconsentì per quell'istesso giorno alle due, non prima, avendo altre cose da fare.

Per farne una lasciò in tronco le vanterie universitarie di suo cugino e andò a confessarsi a Cristina.

La quale, quando seppe della visita alla povera Nina, e del modo con cui il suo promesso sposo si era comportato, stette a pensare un momento, poi disse: ebbene, sì, vogliamole bene entrambi; è tanto buona.

Alle due Gerolamo fu puntuale.

Giusto, nel vederselo venire incontro allegramente, pensò che egli valesse più di quanto aveva creduto; ma dopo le prime parole riconobbe che poteva essere un imbecille.

Le prime parole furono semplicemente queste:

—Non vedo l'ora di conoscere la sciancata che mi ha innamorato, e parola d'onore, se non è sciancata troppo,me la piglio. Andiamo subito.

Andarono in silenzio, repugnando a Giusto di esprimere il proprio pensiero; non sapendo Gerolamo che altro dire dopo il risultato della prima celia.

Presentato alla notaia, Gerolamo venne introdotto alla presenza della povera Nina. Giusto era stato lungamente incerto se dovesse accompagnarsi al pretendente per fare cuore alla ragazza, o se la presenza sua in quella occasione fosse per riuscire inopportuna—finì coll'andarsene, annunziando al cugino che l'avrebbe aspettato in istudio.

Un'ora dopo Gerolamo tornò raggiante.

Nina gli era piaciuta più di prima; era proprio dal busto in su un vero splendore; nemmeno la zoppaggine gli spiaceva; tutt'altro; fra studenti d'università è ricevuto come verità di fede che far l'amore con le sciancate… è una cosa paradisiaca…

Presentandosi il caso raro di fare l'esperimento, egli non se lo sarebbe lasciato scappare di mano.

Dunque?

Dunque si piglierebbe Nina.

Se la piglierebbe proprio?

Proprio. Anzi aveva già chiesto la mano alla mamma, la quale, da notaia intelligente, aveva solo messo una difficoltà, una sola, la età giovanile dello sposo; ma quando il babbo macellaio non negasse il consenso, la sua ragazza avrebbe potuto prendere in considerazione la proposta, pensarci sul serio, e poi decidere.

E allora?

E allora è cosa fatta; il babbo non dirà di no, e Nina dirà di sì.

—E sei proprio contento?

Sì, Gerolamo era contentone; prima di tutto avrebbe provato una verità della quale la scolaresca va sempre parlando senza darne mai la dimostrazione, e quando avesse fatto l'esperimento, sia che fosse rimasto contento o il contrario, un vantaggio almeno gli rimarrebbe sicuro.

E quale?

Che sua moglie non gli potrebbe correre dietro per tutte le vie diMilano… starebbe volontieri a casa.

Il caro cugino rideva.

Ma Giusto non rise affatto.

—Che hai? mi sembri più accigliato del solito; non parli.

Giusto ebbe voglia di scatenare parole rabbiose come mastini, ma seppe trattenerle e non se ne lasciò scappare nemmeno una.

—Sto pensando alla mia Madonna dei sette dolori.

—Ti annoio cianciando? domandò Gerolamo; e Giusto rispose di sì, che voleva essere lasciato solo, perchè l'ispirazione non piglia legge da nessuno… come Gerolamo sapeva benissimo.

Gerolamo fu schietto anche lui, e confessò che d'arte non sapeva nulla di niente; ma in ogni modo se ne andava, non avendo più bisogno di suo cugino. Nina era a tiro, e toccava a lui allungare la mano per pigliarla….


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