Il pranzo della barcaccia

Il pranzo della barcacciaDonna Rosana, dopo aver pranzato in cinque minuti, mangiando poco, divorando in fretta, non bevendo altro che due gocce d'acqua calda, attraversa quasi di corsa le sale riscaldate a 16 gradireaumured entra nel suo piccolo salottino, esclamando con un brivido di freddo:— Presto, Fabrizio! Accendete il fuoco!Sta ritta, immobile dinanzi al caminetto ad aspettar la fiammata; e, così alta e sottile, tutta bianca nella morbida veste da camera dalle pieghe ondeggianti, sembra quasi una statua ergentesi sopra uno sfondo di arazzi dalle scolorite allegorie amarantine, in mezzo alle dorature, alle rarità artistiche, agli sparsi gruppettini divieux-saxedagli atteggiamenti languidetti e voluttuosi.— Presto! Presto, Fabrizio!... Brrr!Fabrizio, in falda, rigido ed ossequioso, si china un istante sotto l'ampia cappa del caminetto sontuoso e subito i fastelli di pino divampano crepitando e illuminando il salotto d'una luce rossastra.— Comanda altro?— Portate il caffè.Fabrizio, già lontano, sparisce dietro una portiera come un'ombra.Donna Rosana dà un'occhiata all'orologio, poi spinge una poltroncina dinanzi al fuoco, siede, si sdraia con un sospiro, e mentre stende le mani per riscaldarle e per ripararsi la faccia, verso la fiamma troppo viva, guarda l'ora un'altra volta.— Sono le otto. Prima delle otto e mezzo non verrà di certo.Chiusi gli occhi, si allunga dell'altro, e mettendosi un po' di fianco, appoggia il capo sulla poltroncina, e rigira le mani dinanzi alla fiamma che ne fa scintillare gli anelli, che le fa diventare trasparenti e rosee come conchiglie.Ad un tratto si riscuote trasalendo e si rizza a sedere. Voleva cercare di addormentarsi, voleva fingere di essere tranquilla, indifferente, ma non può. Non può fingere, non può mentire nemmenocon sè stessa, e allora si abbandona interamente a quel pensiero che la turba, che la inquieta e che le imprime in mezzo alla fronte piana e luminosa, una ruga profonda.— Doveva finire... proprio così. Tutto deve finire a questo mondo!Ma poi, adagio adagio, la collera si calma, sparisce la ruga e il volto sempre pallido di donna Rosana, quel volto che per le commozioni, la fatica e la gioia non si accende di subitanee vampe, ma si fa più pallido ancora e ha trasparenze quasi brune, sorride appena con ironia amara; e i grandi occhi neri come carboni, lucidi come diamanti, hanno il tremolio delle lacrime.— Doveva finire... e proprio così Mah! Tutto deve finire a questo mondo!La portiera si alza e riappare Fabrizio col caffè.— Mettete due altri fascinotti sul fuoco, — gli ordina donna Rosana senza voltarsi: — Versate pure il caffè. Datemi quel libro lì, piccolo, legato in pergamena. Guardate lì, sulla scrivania!Fabrizio va, porta il libro e torna a sparire, in punta di piedi. Nella stanzetta si ode soltanto lo scoppiettìo sempre più interrotto del fuoco che si va spegnendo.Intanto, donna Rosana, ha aperto macchinalmente il volumetto e macchinalmente comincia a leggere:«Amour, fléau du monde, exécrable folie...»Alza gli occhi dal libro, e guarda un'altra volta l'orologio:— Le otto e mezzo!Lelio, quel giorno, dalla marchesa Ippolita, le aveva detto sottovoce, in fretta: — Mi permettete di venire da voi stasera, un momento solo, ma subito dopo pranzo? Ho da parlarvi! — Sono le otto e mezzo; non può tardare. — A donna Rosana sembra già di sentire quel maledetto campanello elettrico del portiere che annunzia le visite...«Amour, fléau du monde, exécrable folie,«Toi qu'un lien si frêle à la volupté lie,«Quand par tant d'autres noeuds tu tiens à la douleur»... ma gli occhi soli continuano a leggere; il pensiero di donna Rosana si allontana daDon Paeze si ferma ostinatamente sul contino Lelio Vigodarzo.— Sapeva egli che quella sera, Ottavio (Ottavio di San Severo, marito di lei) non avrebbe pranzatoin casa? Che sarebbe andato alFalconeper il solito pranzo inaugurale dei soci della barcaccia?... — Altro se lo sapeva! Lelio non era con lei, era sempre con... lui! — Subito, dopo pranzo, ho da parlarvi? — Subito? — Evidentemente per trovarla sola!... — Ed erano tanti giorni che donna Rosana, invece, faceva di tutto per non trovarsi mai sola con Lelio!Ahimè! Da certi sospiri, da certi dispetti gelosi, da certe occhiate or furibonde or troppo tenere, ella ha capito che l'istante temuto e preveduto si avvicinava.—Possovenire,subitodopo pranzo?... — Perchè tanto mistero, tanta trepidazione? Perchè chiedere il permesso? Quando si chiede il permesso per fare una cosa lecita, vuol dire che quella cosa non è più lecita. Cioè che è diventata non più lecita... cioè... Auf! — Non le riesce di cogliere la forma del bisticcio che pur sente nella sostanza così vero: fa un atto di dispetto e torna con la mente dov'è rimasta cogli occhi:«.... je songeais qu'une femmeQui trahit son amour, Juana, doit avoir l'âmeFait de ce métal faux dont sont fabriquésLa mauvaise monnaie et les écus marqués».—Son amour...— pensa donna Rosana, questa volta chiudendo il volumetto e buttandolo sopra un seggiolino lontano. —Son amour, secondo le buone regole, dovrebbe essere il proprio marito: e una moglie che tradisce il proprio marito fa peggio ancora di Juana!... Questo, il signor Lelio, dovrebbe sapere; e in tal caso, che concetto si è formato di me? Proprio carino! Tante grazie! Se facessi dire alla porta che stasera non ricevo? — No; domani mi troverei allo stesso punto! È meglio parlar chiaro e finirla subito, così com'era destino che dovesse finire!— Destarsi, aprir gli occhi, non sognare mai più... eamen!— Peccato! Era un sogno così bello e senza inquietudini, senza turbamenti! Volersi bene sempre e non dirselo mai! Tutto il cuore preso, tutta la giornata occupatissima e la coscienza libera. Leggere negli occhi di Lelio attraverso un guizzo di gelosia ed un lampo di collera, la passione più ardente: ma non dover mai ascoltare e, per conseguenza, non dover mai rispondere ad una dichiarazione esplicita, compromettente. Vedere e non vedere; capire, e all'occorrenza, quando sarebbe stato il caso di dover andare in collera, poter anche non capire... Rispondere pure... ma agli occhisoltanto e soltanto con gli occhi, ora quasi un sì, ora quasi un no. Insomma, poter trovare il proprio «ideale» nella vita senza mancare ai propri doveri e senza dar adito alle malignità della marchesa Ippolita!... Un «ideale» elegante, simpatico, apprezzato nel proprio mondo, al quale poter dedicare l'orario delle giornate così eterne, le acconciature, le visite, le passeggiate a piedi della mattina e quelle in carrozza del pomeriggio... Un «perchè» insomma nella vita! Il «perchè» di andare ancora alle cacce a cavallo, alla Scala, alManzonie a quelle monotone feste da ballo, sempre in mezzo alle stesse persone che cambiano soltanto per diventare più vecchie e più brutte! No, no, certo! Non l'acre e disgustoso sapore del peccato, ma soltanto il lontano profumo del frutto proibito!... Un peccato, forse, sì, un peccato anche questo; ma così veniale, da far sorridere il confessore... ed anche Ottavio!— Invece, tutto è andato a monte! Com'è noiosa, Dio mio, questa nostra esistenza! E come tutto ciò che deve accadere, accade inesorabilmente ad ora fissata, con monotona precisione!In fatti mancava poco alle nove, e per le nove il conte Lelio Vigodarzo sarebbe venuto di sicuro!— ... Come?... Da che parte avrebbe incominciato il suo discorso?... Mah!... — Gira, rigira e poi a donna Rosana pareva già di sentirlo esclamare:— È più forte di me, è più forte della mia volontà, della mia ragione! Ormai non posso più frenarmi; non posso più dissimulare, tacere... vi amo!Così, indubbiamente, avrebbe finito Lelio, e così indubbiamente, avrebbe dovuto finire anche lei... col metterlo alla porta!— Non voglio fare anch'io come Ippolita, ah, no! per quanto l'a...mico d'Ippolita, ormai, ammesso e riconosciuto, col suo tatto, con le sue aderenze, le faccia più bene che male anche nella pubblica stima! Ma Ippolita, — grazie! — , è molto leggera e sventata; ha bisogno della guida, del freno di un a...mico. Io, invece, no: saprò sempre condurmi da sola, anche per un riguardo a Ottavio. Povero Ottavio! — Donna Rosana ha un sussulto, dà un balzo sulla poltroncina, ma poi si calma subito: è l'orologio del caminetto che comincia a battere le nove.— Così tardi? che non venga più?... Io, veramente, non gli ho risposto — sì — che poteva venire: non gli ho risposto nulla. L'ho fissatosoltanto, con molto stupore. — Le nove? Ormai posso anche far rispondere alla porta, che non ricevo più: far attaccare e andare dalla zia.Per qualche sera ancora c'era laScala, ilManzoni, casa Resi e la Lina Suardo. Il suo «ideale» avrebbe, così potuto durare in vita un'altra settimana. Ma, ad un tratto, corrugò ancora la fronte: gli occhi nerissimi e cupi ebbero un lampo.— No! Potrebbe sorprendermi, farmi una scena! Bisogna parlar chiaro, adesso che lo aspetto, che sono preparata: bisogna finirla! Forse, ho già aspettato troppo!... Ippolita ha certi sorrisi... E poi, ha troppa cura di farci trovar insieme a pranzo o in teatro, per non aver capito, o supposto, di farci molto piacere. E se ha capito Ippolita, hanno già capito in tre: Ippolita, il marito di Ippolita e l'a...mico d'Ippolita: l'uomo perfetto!— E Ottavio? — Rosana fa un lungo sospiro. — Chi sa? Alle volte avrebbe potuto anche darsi il caso che Ottavio pure sospettasse di qualche cosa... In tal caso, potrebbero succeder guai... Certo, ci sarebbero malumori. Per quanto Ottavio si studii molto di non farsi scorgere, anzi, di mostrare tutto il contrario, in fondo... è geloso! — A questo punto donna Rosana sorrise e continuò a sorridere, pensando:— Come il mondo è fatto di strane contradizioni! Se io fossi la moglie di Lelio, mi piacerebbe moltissimo che Ottavio mi facesse la corte!... Se io fossi la contessa Vigodarzo, indubbiamente sarebbe don Ottavio il mio ideale e forse anch'io, — altro che ideale! — sarei la grande passione di don Ottavio! Quante stranezze, quante contradizioni nella vita, mentre sarebbe così naturale e così semplice... essere felici!Ormai preso l'aire, sempre sdraiata dinanzi al fuoco semispento, ella continua a sprofondarsi nel nuovo sogno: riunire in un uomo solo il reale e l'ideale, il marito e l'a...mico. Lei e Ottavio, in fondo, si volevano bene. Perchè, con una piccola spinta, non avrebbero anche potuto amarsi? Di ostacoli gravi, ne vede uno solo: l'essere, precisamente, marito e moglie. Tutta la poesia di cui il suo cuore e la sua intelligenza sentono il bisogno, perchè non chiederla al cuore e all'intelligenza di suo marito?— Quando sono stata ammalata, così gravemente, Ottavio è stato sempre, giorno e notte, accanto al mio letto. Sorrideva per farmi coraggio, ma con gli occhi pieni di lacrime! È buono; nascosto in fondo al suo cuore c'è un tesoro di bontà, e la bontà non è la più vera, la più alta poesia?Sì, ma... siamo, pur troppo, marito e moglie! Che peccato!A turbare il bel sogno di donna Rosana ecco apparire d'improvviso le tre facce ironiche d'Ippolita, del marito d'Ippolita e dell'a...mico d'Ippolita che ridono e che fanno ridere alle loro spalle inventando mille storielle sciocche e cattive!Il «marito amante della moglie» e viceversa, dopo tre anni e più di matrimonio?... Dio! Dio. Avrebbero finito, tutti e due,leie Ottavio, con l'essere soggetto di scandalo... anche per le ragazze!E dare un bel saluto al mondo noioso e maligno, popolato solo di Ippolite, con altrettanti mariti grotteschi e relativi a...mici perfetti? D'inverno il mare, d'estate la montagna e il resto dell'anno a San Severo? Divertirsi da soli, loro due, invece di annoiarsi tutti insieme in mezzo alla gente? Oh, essere un po' liberi, alla fine, liberi da ogni pregiudizio, da ogni rispetto sociale, liberi al punto di potersi anche amare... pur essendo marito e moglie!— La felicità — continua a pensare fra sè donna Rosana — la vera felicità è una sola: amare, Dio! Potersi amare con tutta la passione del cuore, e con la coscienza in pace! Certo, è il lieto finedella commediuccia borghese, un po' volgare, terra terra, senza le emozioni, le ansie, i turbamenti del dramma; ma il dramma, non c'è caso, va quasi sempre a finir male!— Ottavio far la corte a me?... Che idee!... Eppure, se io proprio volessi che gli saltasse in testa un'idea simile? Se quel tanto di «mio», che ci ho messo fin qui e che è bastato ad innamorare Lelio, lo impiegassi d'ora in poi per... conquidere Ottavio! Se proprio proprio volessi mettermi di buon proposito?... — Rosana apre gli occhi e torna a sorridere con una certa malizietta birichina e tutta particolare. Pensa che con Ottavio le sarebbe stato anche più facile; avrebbe potuto spingere la propria civetteria molto più innanzi! Ella si allunga di nuovo, si allunga di più sulla poltrona, stirando le braccia con un sospiro, con un fremito... poi torna a chiudere gli occhi, ma adesso, continua a sorridere.Il bellissimo sogno non accende soltanto la fantasia un po' romantica della donna giovine e sensibile, ma ne accarezza, ne ravviva le fibre più nascoste e penetra nell'anima.... Ottavio si affina idealizzandosi. Non è più il marito un po' bisbetico e svogliato, irrisore sistematico di ogni più delicata sentimentalità; è un amico migliore assaidell'altro, di Lelio, del corteggiatore assiduo ed astuto, abile nell'appagare la sua vanità, ma inetto a vincere il suo cuore. Ottavio, a poco a poco, va acquistando con l'aiuto della fantasia di sua moglie tutte le migliori qualità positive e poetiche. È lui, proprio lui, Ottavio, l'ignoto... tanto aspettato! Egli non è più il marito, è lo sposo, è l'amante al quale potrà abbandonarsi, finalmente, con tutto il cuore, con tutto il trasporto della sua grande tenerezza che ha tanto bisogno di prorompere! È lui, è lui, è Ottavio, l'amante caro, l'amante appassionato al quale potrà concedere tutti i tesori della sua bontà, tutti gli incanti della sua bellezza, tutti i suoi baci e tutte le sue carezze, senza esitazioni, senza restrizioni e con l'animo tranquillo: senza rimorsi e senza... spaventi!— Amore, amore, amor mio!... — bisbiglia donna Rosana. Si alza ad un tratto, spalanca gli occhi e cammina su e giù premendosi la fronte, battendo i piedi per cercar di calmarsi.— Son quasi le nove e mezzo! Non ricevo più, chiamo Fabrizio, ordino di attaccare e mi faccio condurre dalla zia! Domani mattina, niente passeggiata! Anche più tardi, resterò in casa e non andrò da Ippolita per due o tre giorni. Se Lelio vorrà capire, capirà, se no, peggio per lui! — Econ questa minaccia contro il povero Lelio, stendendo il braccio si appoggia con abbandono quasi voluttuoso e preme sul bottoncino del campanello elettrico; ma in quel punto il campanello del salotto si unisce e si fonde con l'altro della portineria che annunzia una visita.— Eccolo! — esclama donna Rosana con dispetto. — Sta fresco!C'è ancora il caffè, già versato nella chicchera; ella lo inghiotte d'un sol colpo così freddo e amaro. Poi, quando sente che Fabrizio si avvicina con quell'altro, volta le spalle all'uscio con una mossa di stizza, afferra le molle e chinatasi dinanzi al caminetto, picchia e ripicchia contro un lungo tizzone, facendo sprizzar le scintille fin sopra i tappeti. Tutti quei colpi sono diretti, in cuor suo, contro Lelio di Vigodarzo; le fa dispetto che sia innamorato di lei, e le fa ancora più dispetto il pensare che, in questo, anche lei ne ha avuto un po' di colpa.— Che cosa crede? Crede forse di poter vantare qualche diritto?Adesso, più che mai, tutti i diritti sono di Ottavio!Fabrizio alza la portiera, annunziando:— Il conte Vigodarzo!Donna Rosana indica al servitore il vassoio del caffè, ma quasi senza voltarsi e picchiando sul tizzone con più forza: — Portate via!Entra Lelio: tre teste sopra un abito tutto chiuso, lunghissimo: la sua, dai capelli neri lucenti, ben pettinati; quella bianca del garofano all'occhiello; quella d'oro, appuntata alla cravatta monumentale. Egli si avvicina a Rosana per darle la mano con passo lento e grave, da uomo fatale.Donna Rosana continua a picchiare sul tizzone:— Buona sera.Il conte Lelio non si scompone: aspetta che Fabrizio sia uscito, poi le chiede sommessamente, scrollando il capo:— Perchè?... Siete in collera?... Perchè?Rosana butta le molle in un angolo e torna a sdraiarsi sopra la poltroncina dinanzi al fuoco sforzandosi di parer tranquilla, ma facendo saltare i candidi merletti de' falpalà colle punte dei piedini irrequieti.Lelio, dopo essersi seduto a sua volta nell'angolo del canapè, accanto al caminetto, mormora dolcemente:— Perdonatemi.— Perdonarvi? Di che?... Io non sono in collera! — Donna Rosana dà in una risatina troppo lunga,che lo resta in gola. — Soltanto, fa un po' freddo qui, non vi pare?— Non mi pare, anzi, tutt'altro!— Sapete? Stasera devo andare da mia zia.Rosana comincia a parlare, e continua a parlare a parlare, saltando di palo in frasca, con grande volubilità, e sempre a voce alta; troppo alta. È seccata, è inquieta. Non vuol lasciar tempo al Vigodarzo di cominciar lui quel suo bel discorso!Ma Lelio... non ci pensa nemmeno! Sta tanto bene lì, così, e sta zitto volentieri. Seduto comodamente, come raccolto in un'estasi malinconica, se la gode alla vista delle grazie eleganti della giovine signora e al suono della bella voce armoniosa. Sta tanto bene lì, così, nel dolce riposo del dopo pranzo, nel tepore profumato di quel salottino delizioso!Rosana, tira diritto per un pezzo, ma finisce a stancarsi, nè trova più nuovi argomenti. Allora, per evitare un silenzio pericoloso, vuol far parlare quell'altro:— Come mai non siete andato anche voi alFalcone, al famoso pranzo della barcaccia?Lelio strizza gli occhi e le labbra con un'indicibile espressione di noia e di disgusto. Dopo un momento, quasi faticando a parlare, bisbiglia a fior di labbra:—Les escargots à la Perigord?... L'ultimo grande successo della gastronomia che Ottavio ha portato trionfalmente da Parigi a Milano? Non avendo nè il coraggio, nè lo stomaco di vostro marito, voglio morire per una causa migliore.... che non sia un'indigestione!— Prego! Prego! Non fate il sentimentale, l'uomo che vive soltanto di poesia... dopo il caffè! Alclubsiete citato anche voi come esempio di buon appetito e maestro nell'arte squisita di comporre ilmenu! Ditemi, piuttosto, dove avete pranzato oggi e che cosa avete mangiato di buono?Rosana, tuffandosi in tanta prosa, spera di allontanare e, forse, di scansare il pericolo.— Da mia sorella, — risponde il contino Lelio, ma subito arrossisce visibilmente.In fatti egli è stato invitato a pranzo da sua sorella, la marchesa Tarvis, ma non c'è andato. Temeva di far troppo tardi per la sua visita a donna Rosana della quale, da un paio di giorni, è innamoratissimo. Tre o quattro duchi e principi romani e napoletani, venuti a Milano per le corse, hanno ammirata donna Rosana dicendola bellissima, elegantissima,tout ce qu'il y a de plus parisien, e il grande entusiasmo degli amici gli ha montata la testa, e ha spinto al massimo bollorequel suo tepido affetto sino allora scaldato a bagnomaria.Lelio ha pranzato, solo solo,all'hôtel de la Villefacendosi servire un pranzettino sostanzioso, ma leggero. La serata poteva riuscire molto drammatica: sarebbe stata certo agitatissima. Ad ogni modo, con le donne, non si sa mai: è sempre prudenza prevedere... anche l'imprevedibile! Di una cosa però si trova pentito, nell'attraversare le sale troppo riscaldate del palazzo di San Severo: di aver pasteggiato con loChampagneSchröderer, secco. LoChampagnegli produce un effetto strano: lo rende sensibilissimo. Quanto più secco è stato loChampagne, tanto più gli occhi gli s'inumidiscono facilmente.— Rosana!... Rosana!... — Oh, in quel momento come l'avrebbe teneramente abbracciata! E quando Rosana gli domanda, certo per burlarsi de' suoi sguardi appassionati: — A pranzo, che cosa avete mangiato di buono? — Lelio non si sente offeso, niente affatto!Anche ironico, quel sorriso mostra una bocca... deliziosissima!— Che dentini,saperlotte!Egli la guarda e continua a guardarla con tenera mestizia:— Ho da chiedervi un consiglio.— A me?— Sì; a voi. Pippo Sardis, Castelsillia e Niccolino de Rolland, partono irrevocabilmente, al primo del mese.— Per la Cina?— Per il loro viaggio, attraverso la Cina! — Lelio ha la voce profonda. — Resteranno assenti un paio d'anni per lo meno. Doveva essere della brigata anche Fabio Spinola, ma Fabio, all'ultimo momento, preoccupato dalla distanza, dalla lunga assenza e dai pericoli del viaggio, adduce la scusa di sua madre, e si ritira. Pippo Sardis, Castelsillia e De Rolland, rimasti in tre, mi offrono di prendere il posto di Fabio Spinola. Io... non ho madre, sono solo, non ho nessuno al mondo, che mi voglia bene. Ditemi voi se... se devo accettare.— Lo domandate a me? Perchè lo domandate a me?— Perchè se voi mi dite di andare, allora vado.— Ma, scusate, e vostra sorella? Avete una sorella, la marchesa Tarvis!... Perchè non andate a chiedere alla marchesa Tarvis un simile consiglio? — Rosana, così dicendo, afferra di nuovo le molle e ricomincia a picchiare, a tartassare, a scheggiare il povero tizzone fumoso che sembra gemere sotto i colpi, con un gorgoglio di bollicine d'aria.— Dio, Dio! Ci siamo! — pensa in cuor suo. Ma come mai avrebbe ella potuto prevedere che la dichiarazione amorosa di Lelio facesse un viaggio così straordinario?... Dovesse arrivare, nientemeno, fin dalla Cina?— Non avete nessuno al mondo che vi voglia bene? — ripiglia dopo un momento. — E la marchesa Tarvis? Povera marchesa! Avete dimenticato vostra sorella!— Oh le sorelle... Sono come i fratelli! — esclama il giovinotto scrollando il capo gravemente, come se queste parole che non dicono nulla, nascondessero un concetto profondo e doloroso. Un lungo silenzio, poi ricomincia con accento prima umile, supplichevole, ma che a mano a mano diventa risoluto, imperioso:— Voi sola dovete decidere; mi dovete dire sì o no. Vi prego, vi prego... Vi prego! Sì o no? Devo andare?... Devo andare?— Ma sì! Andate! Tanto più se credete di divertirvi! — risponde Rosana con impazienza, quasi con ira.Com'è insistente, quel Lelio! È opprimente! Ma d'altra parte, finchè non c'è in ballo altro che la Cina, deve fingere di non capire e non può offendersi!Ella si rimette a sedere, ma i piedini fanno saltare sempre più nervosamente i merletti del falpalà. Ad un tratto, con uno scatto improvviso, si alza di nuovo per suonare e per chiamare Fabrizio.Si alza subito anche Lelio, ma senza scostarsi dal canapè. Fissa Rosana, prima attonito, sbalordito; poi diventando serio, assume un'aria quasi di rimprovero.— Decidete. Dovete decidere.Ella rimane un po' scossa:— Vi ho già detto che stasera devo andare asso-lu-tis-simamente da mia zia.— Prima mi dovete dire, sì o no!Lelio si ferma, ascolta: sente il passo del servitore. La fretta, l'ansia del momento gli raddoppia il coraggio.—Sìono? Se vado via, è per voi! Per disperazione!— Cosa?... Che cosa? Non... non capisco! — balbetta Rosana sottovoce; poi, più sottovoce ancora, indicando l'uscio:— Per amor del cielo!... Viene Fabrizio!—Sìono? Bisogna decidere fra la morte o la vita per me!... Fra la morte o la vita...Fabrizio si presenta all'uscio, e la decisione, per il momento, rimane sospesa.— Dite a Giacomo di attaccare, — ordina Rosana al servitore, con voce alterata.— Giacomo è uscito con la carrozza. È andato a prendere il signor padrone.— Va bene. Appena ritorna gli direte di non staccare e verrete ad avvertirmi.Fabrizio s'inchina, fa per andarsene, ma è ancora trattenuto.— Portate qui la scatoletta delle sigarette. — Guardate il fuoco; mettete legna nel caminetto..Lelio indovina che donna Rosana non vuol restar sola con lui; la vede inquieta, nervosa... È contentissimo!Ha fatto bene a spiegarsi! Perchè non ha parlato anche prima? Di che mai aveva paura? Oh, come egli sente di amarla quella donna!... Stringerla fra le braccia! Coprir di baci gli occhioni ardenti di fuoco lavorato, la bella faccia così pallida!Rosana, sempre in piedi, irrequieta, dinanzi al caminetto, si china, si rizza, si volta di qua, di là, stende ora le mani, ora un piedino verso la fiamma... e Lelio si sente sempre più commosso anche dalle grazie leggiadre della bella persona.— Sembra quasi magra, tanto è perfetta la suaalta e svelta eleganza! E invece... Che splendore di... movimenti! Anima mia! Tesoro! Che tesori!Lelio, oramai, è più che sicurissimo di... non andare in Cina!Come gli era saltato in testa quell'ottima trovata della Cina?... Mah! Un lampo di genio! In Cina, no; pure, come si sentirebbe disposto dalla dolcezza profonda della sua stessa commozione a compiere ogni doloroso sacrifizio per quel tesoro di creatura! — E magari anche... sì, perchè no? Anche in Cina, se lo avesse imposto lei stessa, come una condizione, con la sua voce armoniosa, così calda e penetrante... Il suo cuore, la sua vita, la sua felicità, sono ormai nelle mani di donna Rosana! Che manine!... E che piedini! E che... Tutto in lei è meraviglioso!... Altro che la Cina! Si sente pronto a giuocare la vita per una donna simile! Anche morire!— «Morir... per te d'amore!»Morire, chiuder gli occhi dolcemente, al caldo... senza muoversi da quel delizioso cantuccio del canapè!— Cara! — Si sprofonda tutto nella nuova estasi, finchè è riscosso dalla voce di Rosana:— Voi avete ragione, sì; avete ragione.Egli spalanca gli occhi e cerca Fabrizio nelsalottino: Fabrizio se n'è già andato tranquillamente.— Avete ragione, sì; avete ragione, — continua Rosana, non più sdraiata, ma seduta sulla poltroncina e chinata in avanti, curva, con la testa bassa, con gli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e battendo, tratto tratto, l'una contro l'altra le palme delle mani. — Avete ragione di trattarmi così; di non stimarmi, di disprezzarmi...— Oh!... — geme Lelio dal canapè.— Sono stata leggera e cattiva! Voi mi avete data la lezione che mi merito. Mi sta bene; non ho nessun diritto di offendermi.— Oh!... — Il gemito si ripete più lungo e più tremulo.— Ho avuto torto! Ho creduto, forse, anche di poter ispirare un sentimento puro, sincero di amicizia e di devozione. Sono stata una sciocca credendo possibile... l'impossibile, e voi mi avete aperto gli occhi!— Se vi ho dato un dispiacere... — risponde Lelio balbettando, e non può più proseguire.Rosana continua a battere nervosamente le palme delle mani, poi si rivolge di nuovo a Lelio ma con un'intonazione più calma e più cordiale:— Si fa la pace? Io sono stata un po' civetta...e voi un po'... leggero nel giudicarmi. Facciamo la pace e amici come prima. Anzi, più di prima! Ora ci conosciamo meglio e ci stimeremo anche di più. È... inutile il viaggiare; restate pure a Milano. Soltanto, basta con le nostre passeggiate mattutine e coi nostri ritrovi quotidiani da donna Ippolita. — Via, da bravo, si fa la pace? Volete?Così dicendo ella stende la mano e si volta verso Lelio, ma Lelio rimane immobile, muto, a testa bassa, mentre due lacrime silenziose gli colano lungo le guancie paffutelle.Rosana balza in piedi sbuffando. Un'altra cosa che non aveva previsto! Dopo la Cina... le lacrime!— Infine poi... spieghiamoci! — esclama vivamente. — Che cosa pretendete da me?Lelio non risponde: le due grosse lacrime gocciolano sul cravattone nero.Che dispetto le fa quell'uomo! Rabbia e dispetto! Eppure... piange. Per piangere, un uomo, — anche donna Rosana ha il pregiudizio che l'uomo sia un animale molto forte, — per piangere, deve soffrire assai!Se soffre, peggio per lui! Peggio per lui, sì: ma per altro è anche un po' colpa mia! È colpa mia! Soffre... per me!Povero giovine!In certe donne nervose, troppo sensibili e portate all'analisi, tutto diventa complicato e pericoloso; anche la coscienza che, ad ascoltarla troppo, finisce magari col suggerire più il male che il bene.— Basta!... Non voglio così... Basta! Rosana non osa guardare Lelio in faccia.— Mi date un grande dispiacere!... Non me lo perdonerò mai!L'altro risponde appena scrollando il capo.— No! Mai! Voi potete perdonarmi perchè siete buono, molto buono, ma io non perdonerò mai a me stessa di avervi dato tanto... dispiacere!Quel «buono, molto buono» aumenta la commozione, le lacrime di Lelio.— Non fate così! — supplica Rosana sottovoce. — Può entrare Fabrizio e se vi vede a piangere?... Anch'io ho le mani gelate! Devo avere la faccia stravolta! Ebbene, sentite, se proprio è così... il consiglio che mi avete chiesto poco fa... Andate via.Lelio la fissa, attonito; non ha capito bene.— Sì; andate via! Partite! Ma non andate in Cina! No, no; non ci sarà bisogno, vedrete, di un viaggio così lontano!Rosana gli sorride con arguta finezza e insieme con una dolcezza quasi materna.— Sarà un'assenza brevissima, anzi, speriamo, di qualche giorno soltanto! E appena... guarito, verrete subito a trovarmi e avrete in me un'amica sincera e affettuosa.— Foste almeno felice!... — sospira l'innamorato, scrollando il capo con grande sconforto. — Nel mio sacrificio immenso, nel mio esilio doloroso, eterno, potessi, almeno, avere la consolazione di sapervi felice! Invece... no!Rosana, a questo punto, pacatamente, ma risolutamente, cerca di farlo ben persuaso che credendola infelice si è molto ingannato.— No, no, no! — replica Lelio con più forza. — Voi non dite la verità! Il vostro è «un eroismo sublime di virtù» ma voi non dite la verità! Voi non siete felice.I piedini di donna Rosana tornano a guizzare vivamente fra i merletti bianchi.— Scusate, conte Lelio; devo saperlo io più di voi. Del resto... ciò non vi riguarda.— Mi riguarda, precisamente: la vostra infelicità è la mia scusa, anzi la mia giustificazione.Rosana aggrotta le ciglia, Lelio continua a gemere e a sospirare.— Oh, credete, signora, io non vi amo con gli occhi, vi amo col cuore! Vi amo e vi ho sempreamata non già perchè siete bella, — bellissima! — ma perchè siete infelice. Sorridete, deridetemi pure! Non è per il vostro sorriso che io vi amo tanto; è per le vostre lacrime!— Sì?... Allora tanto meglio! Allora dovete guarir subito! Per vostra regola, non piango mai! Io odio le lacrime!— Voi dovete rispondermi così per... per... «un eroismo sublime di virtù», ma io so molto bene, e me lo ha detto anche la marchesa Ippolita, che voi siete infelice, infelicissima!— La marchesa è... troppo gentile! Avrà detto così per farvi piacere!— Oh... ci sono lacrime, le più amare, forse che non si vedono! Restano giù, giù!— Ma per poter vedere le lacrime che... restano giù, scusate, caro conte, bisognerebbe conoscermi di più e meglio.— Oh!... — Lelio, ha bisogno di parlare, di tirar fuori le parole con un sospirone, lungo come la corda del pozzo. — Oh, conosco Ottavio intimamente! E basta. Sono troppo amico di vostro marito per potermi ingannare. Con quell'uomo così... terra terra, voi così... in alto? Ma come potreste essere felice?— Eppure lo sono.— No!— Sì! Certo molto più, in ogni caso, che non sia stato felice mio marito nella scelta dei suoi amici... intimi!— È colpa mia se ho cominciato col voler bene a lui, e se ho finito, invece, col voler bene a voi?... Del resto che cosa vi domando, io? Vi domando, forse, di ricambiare la... tenerezza del mio cuore? No! Dunque, se vi fo arrabbiare perchè non credo alla vostra felicità, perdonatemi. Oh! — Lelio torna a commuoversi profondamente, al pensiero del proprio sacrificio, della propria partenza. — Perdonatemi; vi fo arrabbiare per l'ultima volta. Parto domani mattina, prestissimo. Soltanto prima dovete confessare che voi siete infelice; molto infelice!— Ma...— Molto infelice! — continua a ripetere Lelio con un'ostinazione molto strana in lui, di solito sempre garbato e remissivo.— Sentite, donna Rosana: qui fa caldo, un caldo, da togliere il fiato. Ebbene, se voi mi diceste — qui fa freddo — io vi crederei subito e sarei capacissimo anche di gelare. Ma voi, felice con Ottavio?... No, no; conosco Ottavio troppo bene; siamo troppo amici! È impossibile!— Ah! ah! ah! — Rosana finisce col ridere allegramente; e il suo riso è tutto un tesoro di arguzia e di grazia, è una visione di amoroso abbandono per Ottavio e di canzonatura atroce per il povero Vigodarzo. Ella ormai non è più irritata, non è più nervosa; Lelio non le desta più nè compassione nè pietà, e quindi non le fa più nè rabbia nè paura: Lelio, adesso, la diverte!Infatti egli non è stato abile. In generale, attaccare il marito per sedurre la moglie, è sempre una mossa sbagliata: nel caso particolare poi, con donna Rosana, peggio che peggio! Quella goffa e presuntuosa insistenza ha urtato la sua delicata sentimentalità e l'ha punta nella sua fierezza di donna, e per ciò, scomparsa dal suo animo ogni impressione del viaggio in Cina e delle lacrime di Lelio, non vi resta altro «ideale» che Ottavio; Ottavio, lo sposo, l'amante accarezzato, adorato dal suo sogno.— Ah! ah! ah! Ma voi credete, caro Vigodarzo, che ilmioOttavio sia lo stesso Ottavio che conoscete voi? Che conoscono i suoi amici... amici buoni, come voi? Ah! ah! ah! No; nè punto nè poco! Mentre molti fingono di sentire anche ciò che non sentono in realtà, ilmioOttavio finge invece di non sentire ciò che sente davvero e contutto il trasporto della passione! Ma bisogna far così; anch'io voglio che Ottavio faccia così! Un marito innamorato di sua moglie? — Lelio si volta, la guarda, sorride leggermente, ma Rosana continua senza fermarsi, sempre con più calore e con più esaltazione: — Un marito amante di sua moglie? È come una moglie innamorata di suo marito! In pubblico, in società, bisogna fingere tutto il contrario o si diventa ridicoli! Abbiamo poi tutto il tempo, tanto tempo per volerci bene... a casa nostra!— Innamorato Ottavio?... — Risolino di Lelio, ma leggero leggero...— Vi ripeto che mio marito non ama far pompa dei suoi sentimenti. È troppo geloso e orgoglioso della bontà, della nobiltà, della delicatezza, della poesia che chiude nella sua anima e che io sola posso conoscere ed apprezzare!— Poesia? — Il risolino si fa più visibile e più vivace. — Poesia? Quello là?— Ottavio; — prego.— Poesia, quell'Ottavio là? Ma se è la negazione di ogni poesia! Se non l'apprezza la poesia, se non la capisce nemmeno!— Basta! Finitela! Non vi permetto di continuare su questo tono!— Se non ha mai capito voi!... Voi che siete davvero la più bella, la più splendida poesia della terra! Oh, se vi avesse capito vi adorerebbe in ginocchio, umilmente, devotamente, teneramente! — Ottavio... — No! No! Voi volete difenderlo con me, esaltarlo, perchè... Perchè voi siete «un eroismo sublime di virtù!»— Il mio Ottavio... altro che adorarmi in ginocchio! Quando sono stata tanto ammalata è rimasto giorno e notte a vegliarmi presso il capezzale del mio letto! Ha avuto per me, allora, tutte le cure, le delicatezze più affettuose! Era un innamorato vero, un fratello, un babbo, era tutto per me! Quanto ha sofferto, povero Ottavio! — Certe volte, quando mi destavo, dopo un lungo assopimento, vedevo i suoi occhi stanchi e infossati, che mi fissavano ansiosi. Come ascoltava attento, inquieto, ogni parola del dottore!... E che grido di gioia, che baci, la prima volta che il dottore dichiarò sicura la guarigione! E durante tutta la convalescenza? — Ottavio è sempre stato con me, vicino a me, tenendomi stretta la mano. Credete ancora, adesso, che Ottavio non mi abbia capita?... Vi fa ancora ridere l'idea di un Ottavio innamorato? — Rosana ha uno sguardo di trionfo, poi soggiunge, con una lentezza più languida: — Vedete quel libro?Lelio alza il capo, ma non vede niente. Sconvolto da quella descrizione così viva, da quella voce lenta, carezzevole, ha la testa in fiamme, e lo sguardo smarrito. Egli non vede che quegli occhioni neri neri, grandi grandi, che diventano sempre più neri e sempre più grandi.— Vedete quel libro?— Quale? — Lelio segue l'indicazione della manina bianca: sulla poltrona di faccia, dall'altra parte del caminetto c'è il piccolo libro legato in pergamena: — Quello lì?— Sì. Le poesie del De Musset. Durante la mia convalescenza lo abbiamo letto e riletto! E ne abbiamo imparato a mente tante pagine! Com'era buono, povero Ottavio! E com'è buono sempre! Soltanto... bisogna conoscerlo a fondo... come me!Lelio china il capo mortificato, vinto. Ottavio ha persino imparato a memoria le poesie del De Musset?— Perdonatemi; avete ragione. Sono stato ingiusto con Ottavio; perdonatemi.Rosana lo guarda: rimane colpita da quella faccia, da quell'accento.— Perdonarvi? Il torto è mio! La colpa è mia! Nella nostra vita così vuota, eppur così rapida e affannata, diventiamo distratti, smemorati:si dimentica tutto; e questo è male. Anch'io ho avuto il torto di dimenticare troppo e troppe cose! Il torto è mio! La colpa è mia! Sono stata io, leggera, molto leggera, troppo leggera!— Oh — ricomincia a gemere Lelio ancora più forte, facendole segno di no; di non proseguire: gli fa troppo male.— La colpa è mia! Io dovevo farvi amare e stimare Ottavio; invece con la mia leggerezza l'ho calunniato dinanzi ai vostri occhi, dinanzi al vostro cuore! Io, io stessa, sono colpevole anche verso di voi. Ho fatto soffrire anche voi; ho reso infelice anche voi. Voi che pure siete buono... molto buono!Lelio non può più frenarsi: al ripetersi di quel «buono, molto buono» ha un singhiozzo e le lacrime ricominciano a gocciolare.— Sono stata cattiva, cattiva, cattiva! Cattiva con Ottavio, cattiva con voi! Non merito che mi si voglia bene! Sì, sì; partite; andate lontano, e per dimenticarmi! Pensate soltanto, quanto sono cattiva! — A questo punto ella pure ha un singulto nervoso, improvviso; uno scoppio di lacrime.— Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! — balbetta Lelio, disperato. — Abbiate pietà di me! Non posso vedervi piangere! È uno strazio troppo forte!— Guardate: non piango più! — Rosana si asciuga gli occhi. — Ma adesso... andate via. Sì, andate via. Diamoci la mano e andate via!Lelio le stringe la mano, ma non può parlare. Si scosta da Rosana andando a tastoni e vacillando, verso l'uscio... Ad un tratto si ferma, si volta, come per interrogarla.— Che cos'è?Un lungo fischio dalla strada: una carrozza entra nel cortile.— Chi è?— Ottavio! — esclama Rosana vivamente.— Ottavio! — risponde Lelio come un'eco.— Fermatevi, adesso! Non potete andar via senza salutarlo! Asciugatevi gli occhi! Aspettate!E in fretta, spaurita, col suo proprio fazzoletto, Rosana stessa gli asciuga le lacrime cadute sulla cravatta e sul vestito. È un attimo: quando si sente camminare nella stanza attigua, donna Rosana è già sdraiata sulla poltroncina dinanzi al fuoco, Lelio è seduto nel solito cantuccio del canapè e tutti e due discutono animatamente a proposito della Scala e deiMaestri Cantori.II.Don Ottavio, attraversando l'anticamera, dà un'occhiataccia di malumore ad un cappello e a un soprabito da uomo, appesi all'attaccapanni.— Ah! Ah! Lelio non è venuto al pranzo della barcaccia per poter essere più presto da mia moglie e trovarla sola!Egli è geloso, come tutti i mariti, che hanno una moglie che piace moltissimo agli amici di casa; ma per boria e per seguire la moda, più si sente rodere e più si fa forza, ostentando una olimpica indifferenza.— Ah! Ah! Mia moglie che doveva andare da sua zia! Brava! E non fa altro che vantare la sua straordinaria sincerità!Don Ottavio sta per entrare nel salotto, ma poi si ferma un istante, chinandosi e sbuffando. Egli allenta la cinghia del panciotto: ha mangiato troppo; si sente oppresso.— Che seccatura aver moglie! È il fastidio più grande e più inutile!... Però l'amico, questa volta, ha preso fuoco davvero! Mattina, giorno e sera! Ormai, io non lo vedo più!... E mia moglie, cosìpiena di affettazioni e di scrupoli, comincia a slanciarsi! Brava! Ma che peso, dev'essere mia moglie innamorata! Povero Lelio, ti compiango! — Ottavio si sbottona un occhiello del panciotto. Il peso di sua moglie gli fa sentir maggiormente quello del pranzo.— Chi sa quante smorfie, quante esagerazioni e quante contradizioni! Con quegli occhi, con quella faccia sempre incantata! Dev'essere insopportabile! Maledetti gliescargots! — Si ferma di nuovo, dà un'alzata di spalle, e torna indietro.— Da mia moglie... A far che?Invece di andare da Rosana, entra nelle sue stanze.— Non sono tornato a casa altro che per mettere la falda e prendere le sigarette!Non è vero. Ottavio ha fatto quella corsa per levarsi una curiosità, che gli era venuta subito, appena si era messo a tavola e che, alla frutta, era diventata assai stimolante: sapere se Lelio, quel dopo pranzo, sarebbe andato da sua moglie e sapere se sua moglie, con tutta la sua «sincerità» sarebbe rimasta in casa invece di andare dalla zia, come aveva annunziato. — Nient'altro che questo.Appena in camera, egli cerca le sigarette, le sue solite sigarette «Sossidi frères» marca violetta: le scatole sono tutte vuote.— Rosana, di là, ne deve avere; ne ha sicuramente! Come si fa? Eppure.. Mi spiace interrompere i dolci colloqui, ma perchè Lelio fa la corte a mia moglie io non devo restare anche senza sigarette... Ah no!Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato.— Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, — pensa sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. — Disturbo?... Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado!— Lì, nel mio cestino! — indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a parlare di musica.Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i nervi terribilmente.— Wagner! Ma che Wagner! — barbotta fra sè. — Questa è una commedia! Un improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La donna perfetta! La donna sincera!E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie, non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottoledi vetro nero infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio!— Oh! Oh! Che salti acrobatici! — esclama dopo un momento ridendo forte, ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. — L'anno scorso, quando mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro cheMaestri Cantori! Andava in estasi per l'Ideale!Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: — Io non mi sono mai fatta fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto!— Tutto il santo giorno — continua Ottavio sempre sogghignando e sempre rivolto a Lelio, — non avevo nelle orecchie altro che la sua voce, languida e stonata:«Io ti seguii com'iride di pace...»E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente.— Basta! Finiscila! — ribatte Rosana.— Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai, se non altro... più divertente! — Ottavio fa un'altra risataccia. — Sincerità! Sincerità!Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi abbigliamenti, le tue acconciature, — certe volte sei bardata più di una cavalla del Gondrand! — Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere! Per farti far la corte!— Finiscila!Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso delFalconee con lo stomaco gonfio degliescargots, continua a sfogarsi, diventando sempre più sguaiato e più incivile.— Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto ditoilette; a farti i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! — Non ho ragione, Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?... Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu come le altre! Come tutte le altre!Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'Ideale:«Io ti seguii com'iride di pace...»Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo!Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è sulle spine.— Buono il pranzo? — domanda dopo un momento, tanto per dire qualche cosa.— Squisito! — Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino.— Eles Escargots?— Ne ho mangiato quattro dozzine!Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra.— È un inferno! Si soffoca!— Diventi matto! — Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e frizzante.— Vi prego, Lelio, chiudete! — esclama Rosana senza muoversi, senza scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio» e in quel tono di affettuosa intimità.Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove. Cantarellando, con odiosa insistenza,la solita arietta dell'Ideale, va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi e riabbottonandosi la sottoveste.— Uff! Maledetto pranzo!Ha un cerchio alla testa; gli occhi pesanti... — Maledetto pranzo!«Io ti seguii com'iride di pa...ce...»A mano a mano canticchia più sottovoce, con uno sforzo visibile, con riso stentato e melenso. Rosana rimane impassibile e muta mentre il conte Vigodarzo pensa come potrebbe fare a salutare e svignarsela.... — Che cos'è?... Anche i libri, sotto le sedie? — Ottavio, chinandosi faticosamente e allungando il braccio afferra il volumetto delle poesie di De Musset che era caduto dalla poltrona. — Vedi, Lelio? Tu sei un ammiratore di mia moglie; ammira anche il bell'ordine col quale ella tiene i libri! E si tratta, nientemeno, dell'autore favorito! Dimmila verità: quante volte non ha detto anche a te, «rapita in estasi» i bei versi innamorati del suo poeta romantico... e alcoolizzato?Rosana, gli strappa il volumetto di mano: ha gli occhi stravolti, sfavillanti di collera.— Mi hai graffiato! — Don Ottavio la guarda un po' inquieto e comincia a succhiarsi un dito per metter la cosa in burletta.— Per tua regola, — prorompe Rosana appena può parlare, — per tua regola, io non tollero e non permetto in mia presenza nè questi tuoi modi, nè questo tuo spirito troppo da..... da dopo pranzo!— Oh! oh! Che furia!... Mi hai graffiato... a sangue!— Assolutamente no! Sia detto una volta per sempre!— Oh! oh! — ripete Ottavio continuando a succhiarsi il dito. Lancia ancora qualche frizzo a mezza voce... finalmente allungandosi e appoggiando la testa sulla poltrona, non dice più una parola.Don Ottavio non ha paura di nessuno, ma di sua moglie, qualche volta, quando va molto in collera... sì!Eppure, quella sera, in quel momento, eglinon è soltanto intimidito: dinanzi alla rivolta di Rosana prova un senso di sollievo, di benessere, un moto vivissimo di contentezza e di tenerezza. Egli, in fatti, pensa così: — Mia moglie si è arrabbiata; è fiera con me, più del solito: ciò vuol dire che con Lelio... non c'è niente di nuovo!— Povero Lelio! — Don Ottavio, lo guarda fra le palpebre socchiuse: — Eh! eh! il tuo naso con la mia Rosana, deve diventar più lungo di quello di Cyrano! — Intanto, stirandosi e adagiandosi più comodamente continua a pensare:— La mia Rosana! — Quanto tempo che non l'ho più abbracciata, che non le ho più susurrato all'orecchio queste semplici parole «la mia Rosana» che la fanno tremare e diventar più bianca... ancora più bianca, più pallida e più bella! Non le dico più «La mia Rosana cara» soltanto perchè le fa piacere. Niente di ciò che le fa piacere! Invece... tutto ciò che le fa dispetto! Sono geloso, non voglio mostrarmi geloso e mi vendico a furia di dispetti! Com'è bella anche in collera! E dire che se io voglio, quando voglio, una parola sola, e si getta fra le mie braccia sempre più innamorata, appassionata, cara... Io le dico «cara» e i suoi occhi si riempiono di lacrime e perdonano. È una sensitiva innamorata. E ancheio sono innamorato... Sono geloso e soffro... perchè... perchè... vorrei essere solo persino a guardarla! Dirle «cara... perdono» e portarmela via! Portarla via a Lelio, portarla via a tutti!.... Donna Rosana rimane immobile e muta con le ciglia aggrottate: la ferita è stata troppo profonda! E in faccia a Lelio? Proprio quella sera, proprio in quel momento! — Basta, adesso basta! — Ha sempre perdonato a suo marito finchè è stato cattivo e ineducato, ma da solo a sola, con lei! Adesso basta! Poteva farla piangere, farla soffrire, ma renderla ridicola no; ridicola anche in faccia agli altri, in faccia a Lelio, no!Senza muoversi, senza voltarsi, senza guardarlo, ella sente sopra di sè gli occhi umidi, amorosamente devoti del povero innamorato e soffre atrocemente nel suo cuore e nel suo orgoglio.— Basta, adesso basta! Stupido e villano! Ma Lelio, Lelio? Che cosa penserà di me? Chi sa come deve soffrire vedendomi trattata in questo modo; messa in ridicolo in questo modo! Lui che mi ama, che parte, che mi sacrifica tutta la sua vita! Ma che cosa penserà di me?... Crederà che abbia voluto mentire con lui e che l'abbia fatto per vanità?... Chi sa che cosa penserà di me!... Lelio adesso non mi crederà più! Ha diritto di noncredermi più! Mi giudicherà bugiarda e ridicola... ridicola!...A questo punto, trasalendo, si volta verso suo marito: dal cantuccio buio del caminetto, ha sentito un sibilo, un fischietto, che a mano a mano diventa il concertino sempre più rumoroso di una piccola orchestra: suo marito russa.— Che ne dite?... Lelio? — Rosana ha il viso contraffatto da un sorriso amaro, sardonico.Lelio rimane serissimo. Le rivolge uno sguardo appassionato, ma più che mai rispettoso e devoto. Si mostra addolorato per Ottavio e cerca di scusarlo:—Les escargots!... Povero Ottavio! Quattro dozzine! — Si alza, si avvicina in punta di piedi a donna Rosana e inchinandosi con la testa bassa mestamente, fa per salutarla, e prender commiato.— Addio! Addio! E adesso che voi non potete più fingere con me per eroismo, per... virtù sublime, adesso con tutto il mio cuore vi auguro ancora di poter essere felice, maveramente felice!Il dardo è tratto: Rosana ne riceve la punta in mezzo al cuore. Che cosa fare? Non vuole, non può lasciarlo partire così, per la Cina! Senza quasi salutarlo! Senza giustificarsi! impossibile!— Andate subito a casa vostra, o andate alClub?... Dove andate?— Passerò un momento alClub. Debbo combinare con Pippo Sardis e con Castelsillia, per... domani.— Vi accompagno io, con la carrozza. Devo passar di lì, andando da mia zia. Aspettatemi: in un attimo sono pronta!Così dicendo, ella se ne va, tirando la portiera, sbattendo l'uscio senza alcun riguardo: ma Ottavio non si sveglia; cessa appena un momento dal russare, poi l'orchestrina ricomincia l'andante misurato, con tutti i vari strumenti.Lelio, giubilante, non può più contenersi! Quando Rosana si è allontanata, si pone diritto dinanzi al povero marito, e con un'espressione di comica severità, alzando e scotendo la mano in segno di rimprovero e di minaccia, ripete sottovoce quell'aria fastidiosa dell'Ideale, che gli ronza ancora nelle orecchie, ma cambiandone le parole:Les escargots, les escargots, mio caro!Ad un tratto sente un profumo delizioso; si volta: donna Rosana, alta, sottile, vaporosa, tien sollevata la portiera: il suo viso non è stato mai così pallido; i suoi occhi mai così neri.— Andiamo? — mormora appena, sottovoce.Lelio s'inchina senza parlare, e passo passo attraversa tutte le sale seguendo l'ombra bianca e avvolto dall'onda profumata.Don Ottavio non si sveglia; continua a fischiettare e a russare: Fabrizio ha ricevuto l'ordine dalla padrona, di lasciarlo dormire.— Che cos'hai, stasera?... Non ti senti bene — domanda più tardi la zia a donna Rosana.— Non è nulla. Un po' di emicrania; passerà! Ma l'emicrania ha durato un pezzo, e donna Rosana ha proprio cominciato quella sera a soffrire, ad essere infelice e a piangere tutte le lacrime che sgorgano calde come il sangue da una ferita, da quella ferita atroce dell'anima che cambia la vita in dolore e che non si rimargina più!Lelio, in carrozza, l'ha baciata sugli occhi, sulla bocca e le ha detto che non sarebbe più partito, che ormai non voleva partir più!... Che cosa fare? Che cosa doveva fare? Ella si sente molto, profondamente scontenta e infelice... Ma che cosa può fare?... Che cosa doveva fare?... Anche Lelio è tanto infelice e infelice per lei, per cagion sua!Invece il conte Lelio di Vigodarzo, appena giunto alClub, offre loChampagneagli amici e discutendo sulla virtù delle donne dichiara, col fondamento della propria esperienza, e fra le più matte risate, che tutte le donne sono conquistabili: per quelle facili, basta saper ridere; per le difficili, — per le virtuose, — basta saper piangere!

Donna Rosana, dopo aver pranzato in cinque minuti, mangiando poco, divorando in fretta, non bevendo altro che due gocce d'acqua calda, attraversa quasi di corsa le sale riscaldate a 16 gradireaumured entra nel suo piccolo salottino, esclamando con un brivido di freddo:

— Presto, Fabrizio! Accendete il fuoco!

Sta ritta, immobile dinanzi al caminetto ad aspettar la fiammata; e, così alta e sottile, tutta bianca nella morbida veste da camera dalle pieghe ondeggianti, sembra quasi una statua ergentesi sopra uno sfondo di arazzi dalle scolorite allegorie amarantine, in mezzo alle dorature, alle rarità artistiche, agli sparsi gruppettini divieux-saxedagli atteggiamenti languidetti e voluttuosi.

— Presto! Presto, Fabrizio!... Brrr!

Fabrizio, in falda, rigido ed ossequioso, si china un istante sotto l'ampia cappa del caminetto sontuoso e subito i fastelli di pino divampano crepitando e illuminando il salotto d'una luce rossastra.

— Comanda altro?

— Portate il caffè.

Fabrizio, già lontano, sparisce dietro una portiera come un'ombra.

Donna Rosana dà un'occhiata all'orologio, poi spinge una poltroncina dinanzi al fuoco, siede, si sdraia con un sospiro, e mentre stende le mani per riscaldarle e per ripararsi la faccia, verso la fiamma troppo viva, guarda l'ora un'altra volta.

— Sono le otto. Prima delle otto e mezzo non verrà di certo.

Chiusi gli occhi, si allunga dell'altro, e mettendosi un po' di fianco, appoggia il capo sulla poltroncina, e rigira le mani dinanzi alla fiamma che ne fa scintillare gli anelli, che le fa diventare trasparenti e rosee come conchiglie.

Ad un tratto si riscuote trasalendo e si rizza a sedere. Voleva cercare di addormentarsi, voleva fingere di essere tranquilla, indifferente, ma non può. Non può fingere, non può mentire nemmenocon sè stessa, e allora si abbandona interamente a quel pensiero che la turba, che la inquieta e che le imprime in mezzo alla fronte piana e luminosa, una ruga profonda.

— Doveva finire... proprio così. Tutto deve finire a questo mondo!

Ma poi, adagio adagio, la collera si calma, sparisce la ruga e il volto sempre pallido di donna Rosana, quel volto che per le commozioni, la fatica e la gioia non si accende di subitanee vampe, ma si fa più pallido ancora e ha trasparenze quasi brune, sorride appena con ironia amara; e i grandi occhi neri come carboni, lucidi come diamanti, hanno il tremolio delle lacrime.

— Doveva finire... e proprio così Mah! Tutto deve finire a questo mondo!

La portiera si alza e riappare Fabrizio col caffè.

— Mettete due altri fascinotti sul fuoco, — gli ordina donna Rosana senza voltarsi: — Versate pure il caffè. Datemi quel libro lì, piccolo, legato in pergamena. Guardate lì, sulla scrivania!

Fabrizio va, porta il libro e torna a sparire, in punta di piedi. Nella stanzetta si ode soltanto lo scoppiettìo sempre più interrotto del fuoco che si va spegnendo.

Intanto, donna Rosana, ha aperto macchinalmente il volumetto e macchinalmente comincia a leggere:

«Amour, fléau du monde, exécrable folie...»

«Amour, fléau du monde, exécrable folie...»

Alza gli occhi dal libro, e guarda un'altra volta l'orologio:

— Le otto e mezzo!

Lelio, quel giorno, dalla marchesa Ippolita, le aveva detto sottovoce, in fretta: — Mi permettete di venire da voi stasera, un momento solo, ma subito dopo pranzo? Ho da parlarvi! — Sono le otto e mezzo; non può tardare. — A donna Rosana sembra già di sentire quel maledetto campanello elettrico del portiere che annunzia le visite...

«Amour, fléau du monde, exécrable folie,«Toi qu'un lien si frêle à la volupté lie,«Quand par tant d'autres noeuds tu tiens à la douleur»

«Amour, fléau du monde, exécrable folie,

«Toi qu'un lien si frêle à la volupté lie,

«Quand par tant d'autres noeuds tu tiens à la douleur»

... ma gli occhi soli continuano a leggere; il pensiero di donna Rosana si allontana daDon Paeze si ferma ostinatamente sul contino Lelio Vigodarzo.

— Sapeva egli che quella sera, Ottavio (Ottavio di San Severo, marito di lei) non avrebbe pranzatoin casa? Che sarebbe andato alFalconeper il solito pranzo inaugurale dei soci della barcaccia?... — Altro se lo sapeva! Lelio non era con lei, era sempre con... lui! — Subito, dopo pranzo, ho da parlarvi? — Subito? — Evidentemente per trovarla sola!... — Ed erano tanti giorni che donna Rosana, invece, faceva di tutto per non trovarsi mai sola con Lelio!

Ahimè! Da certi sospiri, da certi dispetti gelosi, da certe occhiate or furibonde or troppo tenere, ella ha capito che l'istante temuto e preveduto si avvicinava.

—Possovenire,subitodopo pranzo?... — Perchè tanto mistero, tanta trepidazione? Perchè chiedere il permesso? Quando si chiede il permesso per fare una cosa lecita, vuol dire che quella cosa non è più lecita. Cioè che è diventata non più lecita... cioè... Auf! — Non le riesce di cogliere la forma del bisticcio che pur sente nella sostanza così vero: fa un atto di dispetto e torna con la mente dov'è rimasta cogli occhi:

«.... je songeais qu'une femmeQui trahit son amour, Juana, doit avoir l'âmeFait de ce métal faux dont sont fabriquésLa mauvaise monnaie et les écus marqués».

«.... je songeais qu'une femme

Qui trahit son amour, Juana, doit avoir l'âme

Fait de ce métal faux dont sont fabriqués

La mauvaise monnaie et les écus marqués».

—Son amour...— pensa donna Rosana, questa volta chiudendo il volumetto e buttandolo sopra un seggiolino lontano. —Son amour, secondo le buone regole, dovrebbe essere il proprio marito: e una moglie che tradisce il proprio marito fa peggio ancora di Juana!... Questo, il signor Lelio, dovrebbe sapere; e in tal caso, che concetto si è formato di me? Proprio carino! Tante grazie! Se facessi dire alla porta che stasera non ricevo? — No; domani mi troverei allo stesso punto! È meglio parlar chiaro e finirla subito, così com'era destino che dovesse finire!

— Destarsi, aprir gli occhi, non sognare mai più... eamen!

— Peccato! Era un sogno così bello e senza inquietudini, senza turbamenti! Volersi bene sempre e non dirselo mai! Tutto il cuore preso, tutta la giornata occupatissima e la coscienza libera. Leggere negli occhi di Lelio attraverso un guizzo di gelosia ed un lampo di collera, la passione più ardente: ma non dover mai ascoltare e, per conseguenza, non dover mai rispondere ad una dichiarazione esplicita, compromettente. Vedere e non vedere; capire, e all'occorrenza, quando sarebbe stato il caso di dover andare in collera, poter anche non capire... Rispondere pure... ma agli occhisoltanto e soltanto con gli occhi, ora quasi un sì, ora quasi un no. Insomma, poter trovare il proprio «ideale» nella vita senza mancare ai propri doveri e senza dar adito alle malignità della marchesa Ippolita!... Un «ideale» elegante, simpatico, apprezzato nel proprio mondo, al quale poter dedicare l'orario delle giornate così eterne, le acconciature, le visite, le passeggiate a piedi della mattina e quelle in carrozza del pomeriggio... Un «perchè» insomma nella vita! Il «perchè» di andare ancora alle cacce a cavallo, alla Scala, alManzonie a quelle monotone feste da ballo, sempre in mezzo alle stesse persone che cambiano soltanto per diventare più vecchie e più brutte! No, no, certo! Non l'acre e disgustoso sapore del peccato, ma soltanto il lontano profumo del frutto proibito!... Un peccato, forse, sì, un peccato anche questo; ma così veniale, da far sorridere il confessore... ed anche Ottavio!

— Invece, tutto è andato a monte! Com'è noiosa, Dio mio, questa nostra esistenza! E come tutto ciò che deve accadere, accade inesorabilmente ad ora fissata, con monotona precisione!

In fatti mancava poco alle nove, e per le nove il conte Lelio Vigodarzo sarebbe venuto di sicuro!

— ... Come?... Da che parte avrebbe incominciato il suo discorso?... Mah!... — Gira, rigira e poi a donna Rosana pareva già di sentirlo esclamare:

— È più forte di me, è più forte della mia volontà, della mia ragione! Ormai non posso più frenarmi; non posso più dissimulare, tacere... vi amo!

Così, indubbiamente, avrebbe finito Lelio, e così indubbiamente, avrebbe dovuto finire anche lei... col metterlo alla porta!

— Non voglio fare anch'io come Ippolita, ah, no! per quanto l'a...mico d'Ippolita, ormai, ammesso e riconosciuto, col suo tatto, con le sue aderenze, le faccia più bene che male anche nella pubblica stima! Ma Ippolita, — grazie! — , è molto leggera e sventata; ha bisogno della guida, del freno di un a...mico. Io, invece, no: saprò sempre condurmi da sola, anche per un riguardo a Ottavio. Povero Ottavio! — Donna Rosana ha un sussulto, dà un balzo sulla poltroncina, ma poi si calma subito: è l'orologio del caminetto che comincia a battere le nove.

— Così tardi? che non venga più?... Io, veramente, non gli ho risposto — sì — che poteva venire: non gli ho risposto nulla. L'ho fissatosoltanto, con molto stupore. — Le nove? Ormai posso anche far rispondere alla porta, che non ricevo più: far attaccare e andare dalla zia.

Per qualche sera ancora c'era laScala, ilManzoni, casa Resi e la Lina Suardo. Il suo «ideale» avrebbe, così potuto durare in vita un'altra settimana. Ma, ad un tratto, corrugò ancora la fronte: gli occhi nerissimi e cupi ebbero un lampo.

— No! Potrebbe sorprendermi, farmi una scena! Bisogna parlar chiaro, adesso che lo aspetto, che sono preparata: bisogna finirla! Forse, ho già aspettato troppo!... Ippolita ha certi sorrisi... E poi, ha troppa cura di farci trovar insieme a pranzo o in teatro, per non aver capito, o supposto, di farci molto piacere. E se ha capito Ippolita, hanno già capito in tre: Ippolita, il marito di Ippolita e l'a...mico d'Ippolita: l'uomo perfetto!

— E Ottavio? — Rosana fa un lungo sospiro. — Chi sa? Alle volte avrebbe potuto anche darsi il caso che Ottavio pure sospettasse di qualche cosa... In tal caso, potrebbero succeder guai... Certo, ci sarebbero malumori. Per quanto Ottavio si studii molto di non farsi scorgere, anzi, di mostrare tutto il contrario, in fondo... è geloso! — A questo punto donna Rosana sorrise e continuò a sorridere, pensando:

— Come il mondo è fatto di strane contradizioni! Se io fossi la moglie di Lelio, mi piacerebbe moltissimo che Ottavio mi facesse la corte!... Se io fossi la contessa Vigodarzo, indubbiamente sarebbe don Ottavio il mio ideale e forse anch'io, — altro che ideale! — sarei la grande passione di don Ottavio! Quante stranezze, quante contradizioni nella vita, mentre sarebbe così naturale e così semplice... essere felici!

Ormai preso l'aire, sempre sdraiata dinanzi al fuoco semispento, ella continua a sprofondarsi nel nuovo sogno: riunire in un uomo solo il reale e l'ideale, il marito e l'a...mico. Lei e Ottavio, in fondo, si volevano bene. Perchè, con una piccola spinta, non avrebbero anche potuto amarsi? Di ostacoli gravi, ne vede uno solo: l'essere, precisamente, marito e moglie. Tutta la poesia di cui il suo cuore e la sua intelligenza sentono il bisogno, perchè non chiederla al cuore e all'intelligenza di suo marito?

— Quando sono stata ammalata, così gravemente, Ottavio è stato sempre, giorno e notte, accanto al mio letto. Sorrideva per farmi coraggio, ma con gli occhi pieni di lacrime! È buono; nascosto in fondo al suo cuore c'è un tesoro di bontà, e la bontà non è la più vera, la più alta poesia?Sì, ma... siamo, pur troppo, marito e moglie! Che peccato!

A turbare il bel sogno di donna Rosana ecco apparire d'improvviso le tre facce ironiche d'Ippolita, del marito d'Ippolita e dell'a...mico d'Ippolita che ridono e che fanno ridere alle loro spalle inventando mille storielle sciocche e cattive!

Il «marito amante della moglie» e viceversa, dopo tre anni e più di matrimonio?... Dio! Dio. Avrebbero finito, tutti e due,leie Ottavio, con l'essere soggetto di scandalo... anche per le ragazze!

E dare un bel saluto al mondo noioso e maligno, popolato solo di Ippolite, con altrettanti mariti grotteschi e relativi a...mici perfetti? D'inverno il mare, d'estate la montagna e il resto dell'anno a San Severo? Divertirsi da soli, loro due, invece di annoiarsi tutti insieme in mezzo alla gente? Oh, essere un po' liberi, alla fine, liberi da ogni pregiudizio, da ogni rispetto sociale, liberi al punto di potersi anche amare... pur essendo marito e moglie!

— La felicità — continua a pensare fra sè donna Rosana — la vera felicità è una sola: amare, Dio! Potersi amare con tutta la passione del cuore, e con la coscienza in pace! Certo, è il lieto finedella commediuccia borghese, un po' volgare, terra terra, senza le emozioni, le ansie, i turbamenti del dramma; ma il dramma, non c'è caso, va quasi sempre a finir male!

— Ottavio far la corte a me?... Che idee!... Eppure, se io proprio volessi che gli saltasse in testa un'idea simile? Se quel tanto di «mio», che ci ho messo fin qui e che è bastato ad innamorare Lelio, lo impiegassi d'ora in poi per... conquidere Ottavio! Se proprio proprio volessi mettermi di buon proposito?... — Rosana apre gli occhi e torna a sorridere con una certa malizietta birichina e tutta particolare. Pensa che con Ottavio le sarebbe stato anche più facile; avrebbe potuto spingere la propria civetteria molto più innanzi! Ella si allunga di nuovo, si allunga di più sulla poltrona, stirando le braccia con un sospiro, con un fremito... poi torna a chiudere gli occhi, ma adesso, continua a sorridere.

Il bellissimo sogno non accende soltanto la fantasia un po' romantica della donna giovine e sensibile, ma ne accarezza, ne ravviva le fibre più nascoste e penetra nell'anima.... Ottavio si affina idealizzandosi. Non è più il marito un po' bisbetico e svogliato, irrisore sistematico di ogni più delicata sentimentalità; è un amico migliore assaidell'altro, di Lelio, del corteggiatore assiduo ed astuto, abile nell'appagare la sua vanità, ma inetto a vincere il suo cuore. Ottavio, a poco a poco, va acquistando con l'aiuto della fantasia di sua moglie tutte le migliori qualità positive e poetiche. È lui, proprio lui, Ottavio, l'ignoto... tanto aspettato! Egli non è più il marito, è lo sposo, è l'amante al quale potrà abbandonarsi, finalmente, con tutto il cuore, con tutto il trasporto della sua grande tenerezza che ha tanto bisogno di prorompere! È lui, è lui, è Ottavio, l'amante caro, l'amante appassionato al quale potrà concedere tutti i tesori della sua bontà, tutti gli incanti della sua bellezza, tutti i suoi baci e tutte le sue carezze, senza esitazioni, senza restrizioni e con l'animo tranquillo: senza rimorsi e senza... spaventi!

— Amore, amore, amor mio!... — bisbiglia donna Rosana. Si alza ad un tratto, spalanca gli occhi e cammina su e giù premendosi la fronte, battendo i piedi per cercar di calmarsi.

— Son quasi le nove e mezzo! Non ricevo più, chiamo Fabrizio, ordino di attaccare e mi faccio condurre dalla zia! Domani mattina, niente passeggiata! Anche più tardi, resterò in casa e non andrò da Ippolita per due o tre giorni. Se Lelio vorrà capire, capirà, se no, peggio per lui! — Econ questa minaccia contro il povero Lelio, stendendo il braccio si appoggia con abbandono quasi voluttuoso e preme sul bottoncino del campanello elettrico; ma in quel punto il campanello del salotto si unisce e si fonde con l'altro della portineria che annunzia una visita.

— Eccolo! — esclama donna Rosana con dispetto. — Sta fresco!

C'è ancora il caffè, già versato nella chicchera; ella lo inghiotte d'un sol colpo così freddo e amaro. Poi, quando sente che Fabrizio si avvicina con quell'altro, volta le spalle all'uscio con una mossa di stizza, afferra le molle e chinatasi dinanzi al caminetto, picchia e ripicchia contro un lungo tizzone, facendo sprizzar le scintille fin sopra i tappeti. Tutti quei colpi sono diretti, in cuor suo, contro Lelio di Vigodarzo; le fa dispetto che sia innamorato di lei, e le fa ancora più dispetto il pensare che, in questo, anche lei ne ha avuto un po' di colpa.

— Che cosa crede? Crede forse di poter vantare qualche diritto?

Adesso, più che mai, tutti i diritti sono di Ottavio!

Fabrizio alza la portiera, annunziando:

— Il conte Vigodarzo!

Donna Rosana indica al servitore il vassoio del caffè, ma quasi senza voltarsi e picchiando sul tizzone con più forza: — Portate via!

Entra Lelio: tre teste sopra un abito tutto chiuso, lunghissimo: la sua, dai capelli neri lucenti, ben pettinati; quella bianca del garofano all'occhiello; quella d'oro, appuntata alla cravatta monumentale. Egli si avvicina a Rosana per darle la mano con passo lento e grave, da uomo fatale.

Donna Rosana continua a picchiare sul tizzone:

— Buona sera.

Il conte Lelio non si scompone: aspetta che Fabrizio sia uscito, poi le chiede sommessamente, scrollando il capo:

— Perchè?... Siete in collera?... Perchè?

Rosana butta le molle in un angolo e torna a sdraiarsi sopra la poltroncina dinanzi al fuoco sforzandosi di parer tranquilla, ma facendo saltare i candidi merletti de' falpalà colle punte dei piedini irrequieti.

Lelio, dopo essersi seduto a sua volta nell'angolo del canapè, accanto al caminetto, mormora dolcemente:

— Perdonatemi.

— Perdonarvi? Di che?... Io non sono in collera! — Donna Rosana dà in una risatina troppo lunga,che lo resta in gola. — Soltanto, fa un po' freddo qui, non vi pare?

— Non mi pare, anzi, tutt'altro!

— Sapete? Stasera devo andare da mia zia.

Rosana comincia a parlare, e continua a parlare a parlare, saltando di palo in frasca, con grande volubilità, e sempre a voce alta; troppo alta. È seccata, è inquieta. Non vuol lasciar tempo al Vigodarzo di cominciar lui quel suo bel discorso!

Ma Lelio... non ci pensa nemmeno! Sta tanto bene lì, così, e sta zitto volentieri. Seduto comodamente, come raccolto in un'estasi malinconica, se la gode alla vista delle grazie eleganti della giovine signora e al suono della bella voce armoniosa. Sta tanto bene lì, così, nel dolce riposo del dopo pranzo, nel tepore profumato di quel salottino delizioso!

Rosana, tira diritto per un pezzo, ma finisce a stancarsi, nè trova più nuovi argomenti. Allora, per evitare un silenzio pericoloso, vuol far parlare quell'altro:

— Come mai non siete andato anche voi alFalcone, al famoso pranzo della barcaccia?

Lelio strizza gli occhi e le labbra con un'indicibile espressione di noia e di disgusto. Dopo un momento, quasi faticando a parlare, bisbiglia a fior di labbra:

—Les escargots à la Perigord?... L'ultimo grande successo della gastronomia che Ottavio ha portato trionfalmente da Parigi a Milano? Non avendo nè il coraggio, nè lo stomaco di vostro marito, voglio morire per una causa migliore.... che non sia un'indigestione!

— Prego! Prego! Non fate il sentimentale, l'uomo che vive soltanto di poesia... dopo il caffè! Alclubsiete citato anche voi come esempio di buon appetito e maestro nell'arte squisita di comporre ilmenu! Ditemi, piuttosto, dove avete pranzato oggi e che cosa avete mangiato di buono?

Rosana, tuffandosi in tanta prosa, spera di allontanare e, forse, di scansare il pericolo.

— Da mia sorella, — risponde il contino Lelio, ma subito arrossisce visibilmente.

In fatti egli è stato invitato a pranzo da sua sorella, la marchesa Tarvis, ma non c'è andato. Temeva di far troppo tardi per la sua visita a donna Rosana della quale, da un paio di giorni, è innamoratissimo. Tre o quattro duchi e principi romani e napoletani, venuti a Milano per le corse, hanno ammirata donna Rosana dicendola bellissima, elegantissima,tout ce qu'il y a de plus parisien, e il grande entusiasmo degli amici gli ha montata la testa, e ha spinto al massimo bollorequel suo tepido affetto sino allora scaldato a bagnomaria.

Lelio ha pranzato, solo solo,all'hôtel de la Villefacendosi servire un pranzettino sostanzioso, ma leggero. La serata poteva riuscire molto drammatica: sarebbe stata certo agitatissima. Ad ogni modo, con le donne, non si sa mai: è sempre prudenza prevedere... anche l'imprevedibile! Di una cosa però si trova pentito, nell'attraversare le sale troppo riscaldate del palazzo di San Severo: di aver pasteggiato con loChampagneSchröderer, secco. LoChampagnegli produce un effetto strano: lo rende sensibilissimo. Quanto più secco è stato loChampagne, tanto più gli occhi gli s'inumidiscono facilmente.

— Rosana!... Rosana!... — Oh, in quel momento come l'avrebbe teneramente abbracciata! E quando Rosana gli domanda, certo per burlarsi de' suoi sguardi appassionati: — A pranzo, che cosa avete mangiato di buono? — Lelio non si sente offeso, niente affatto!

Anche ironico, quel sorriso mostra una bocca... deliziosissima!

— Che dentini,saperlotte!

Egli la guarda e continua a guardarla con tenera mestizia:

— Ho da chiedervi un consiglio.

— A me?

— Sì; a voi. Pippo Sardis, Castelsillia e Niccolino de Rolland, partono irrevocabilmente, al primo del mese.

— Per la Cina?

— Per il loro viaggio, attraverso la Cina! — Lelio ha la voce profonda. — Resteranno assenti un paio d'anni per lo meno. Doveva essere della brigata anche Fabio Spinola, ma Fabio, all'ultimo momento, preoccupato dalla distanza, dalla lunga assenza e dai pericoli del viaggio, adduce la scusa di sua madre, e si ritira. Pippo Sardis, Castelsillia e De Rolland, rimasti in tre, mi offrono di prendere il posto di Fabio Spinola. Io... non ho madre, sono solo, non ho nessuno al mondo, che mi voglia bene. Ditemi voi se... se devo accettare.

— Lo domandate a me? Perchè lo domandate a me?

— Perchè se voi mi dite di andare, allora vado.

— Ma, scusate, e vostra sorella? Avete una sorella, la marchesa Tarvis!... Perchè non andate a chiedere alla marchesa Tarvis un simile consiglio? — Rosana, così dicendo, afferra di nuovo le molle e ricomincia a picchiare, a tartassare, a scheggiare il povero tizzone fumoso che sembra gemere sotto i colpi, con un gorgoglio di bollicine d'aria.

— Dio, Dio! Ci siamo! — pensa in cuor suo. Ma come mai avrebbe ella potuto prevedere che la dichiarazione amorosa di Lelio facesse un viaggio così straordinario?... Dovesse arrivare, nientemeno, fin dalla Cina?

— Non avete nessuno al mondo che vi voglia bene? — ripiglia dopo un momento. — E la marchesa Tarvis? Povera marchesa! Avete dimenticato vostra sorella!

— Oh le sorelle... Sono come i fratelli! — esclama il giovinotto scrollando il capo gravemente, come se queste parole che non dicono nulla, nascondessero un concetto profondo e doloroso. Un lungo silenzio, poi ricomincia con accento prima umile, supplichevole, ma che a mano a mano diventa risoluto, imperioso:

— Voi sola dovete decidere; mi dovete dire sì o no. Vi prego, vi prego... Vi prego! Sì o no? Devo andare?... Devo andare?

— Ma sì! Andate! Tanto più se credete di divertirvi! — risponde Rosana con impazienza, quasi con ira.

Com'è insistente, quel Lelio! È opprimente! Ma d'altra parte, finchè non c'è in ballo altro che la Cina, deve fingere di non capire e non può offendersi!

Ella si rimette a sedere, ma i piedini fanno saltare sempre più nervosamente i merletti del falpalà. Ad un tratto, con uno scatto improvviso, si alza di nuovo per suonare e per chiamare Fabrizio.

Si alza subito anche Lelio, ma senza scostarsi dal canapè. Fissa Rosana, prima attonito, sbalordito; poi diventando serio, assume un'aria quasi di rimprovero.

— Decidete. Dovete decidere.

Ella rimane un po' scossa:

— Vi ho già detto che stasera devo andare asso-lu-tis-simamente da mia zia.

— Prima mi dovete dire, sì o no!

Lelio si ferma, ascolta: sente il passo del servitore. La fretta, l'ansia del momento gli raddoppia il coraggio.

—Sìono? Se vado via, è per voi! Per disperazione!

— Cosa?... Che cosa? Non... non capisco! — balbetta Rosana sottovoce; poi, più sottovoce ancora, indicando l'uscio:

— Per amor del cielo!... Viene Fabrizio!

—Sìono? Bisogna decidere fra la morte o la vita per me!... Fra la morte o la vita...

Fabrizio si presenta all'uscio, e la decisione, per il momento, rimane sospesa.

— Dite a Giacomo di attaccare, — ordina Rosana al servitore, con voce alterata.

— Giacomo è uscito con la carrozza. È andato a prendere il signor padrone.

— Va bene. Appena ritorna gli direte di non staccare e verrete ad avvertirmi.

Fabrizio s'inchina, fa per andarsene, ma è ancora trattenuto.

— Portate qui la scatoletta delle sigarette. — Guardate il fuoco; mettete legna nel caminetto..

Lelio indovina che donna Rosana non vuol restar sola con lui; la vede inquieta, nervosa... È contentissimo!

Ha fatto bene a spiegarsi! Perchè non ha parlato anche prima? Di che mai aveva paura? Oh, come egli sente di amarla quella donna!... Stringerla fra le braccia! Coprir di baci gli occhioni ardenti di fuoco lavorato, la bella faccia così pallida!

Rosana, sempre in piedi, irrequieta, dinanzi al caminetto, si china, si rizza, si volta di qua, di là, stende ora le mani, ora un piedino verso la fiamma... e Lelio si sente sempre più commosso anche dalle grazie leggiadre della bella persona.

— Sembra quasi magra, tanto è perfetta la suaalta e svelta eleganza! E invece... Che splendore di... movimenti! Anima mia! Tesoro! Che tesori!

Lelio, oramai, è più che sicurissimo di... non andare in Cina!

Come gli era saltato in testa quell'ottima trovata della Cina?... Mah! Un lampo di genio! In Cina, no; pure, come si sentirebbe disposto dalla dolcezza profonda della sua stessa commozione a compiere ogni doloroso sacrifizio per quel tesoro di creatura! — E magari anche... sì, perchè no? Anche in Cina, se lo avesse imposto lei stessa, come una condizione, con la sua voce armoniosa, così calda e penetrante... Il suo cuore, la sua vita, la sua felicità, sono ormai nelle mani di donna Rosana! Che manine!... E che piedini! E che... Tutto in lei è meraviglioso!... Altro che la Cina! Si sente pronto a giuocare la vita per una donna simile! Anche morire!

— «Morir... per te d'amore!»

Morire, chiuder gli occhi dolcemente, al caldo... senza muoversi da quel delizioso cantuccio del canapè!

— Cara! — Si sprofonda tutto nella nuova estasi, finchè è riscosso dalla voce di Rosana:

— Voi avete ragione, sì; avete ragione.

Egli spalanca gli occhi e cerca Fabrizio nelsalottino: Fabrizio se n'è già andato tranquillamente.

— Avete ragione, sì; avete ragione, — continua Rosana, non più sdraiata, ma seduta sulla poltroncina e chinata in avanti, curva, con la testa bassa, con gli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e battendo, tratto tratto, l'una contro l'altra le palme delle mani. — Avete ragione di trattarmi così; di non stimarmi, di disprezzarmi...

— Oh!... — geme Lelio dal canapè.

— Sono stata leggera e cattiva! Voi mi avete data la lezione che mi merito. Mi sta bene; non ho nessun diritto di offendermi.

— Oh!... — Il gemito si ripete più lungo e più tremulo.

— Ho avuto torto! Ho creduto, forse, anche di poter ispirare un sentimento puro, sincero di amicizia e di devozione. Sono stata una sciocca credendo possibile... l'impossibile, e voi mi avete aperto gli occhi!

— Se vi ho dato un dispiacere... — risponde Lelio balbettando, e non può più proseguire.

Rosana continua a battere nervosamente le palme delle mani, poi si rivolge di nuovo a Lelio ma con un'intonazione più calma e più cordiale:

— Si fa la pace? Io sono stata un po' civetta...e voi un po'... leggero nel giudicarmi. Facciamo la pace e amici come prima. Anzi, più di prima! Ora ci conosciamo meglio e ci stimeremo anche di più. È... inutile il viaggiare; restate pure a Milano. Soltanto, basta con le nostre passeggiate mattutine e coi nostri ritrovi quotidiani da donna Ippolita. — Via, da bravo, si fa la pace? Volete?

Così dicendo ella stende la mano e si volta verso Lelio, ma Lelio rimane immobile, muto, a testa bassa, mentre due lacrime silenziose gli colano lungo le guancie paffutelle.

Rosana balza in piedi sbuffando. Un'altra cosa che non aveva previsto! Dopo la Cina... le lacrime!

— Infine poi... spieghiamoci! — esclama vivamente. — Che cosa pretendete da me?

Lelio non risponde: le due grosse lacrime gocciolano sul cravattone nero.

Che dispetto le fa quell'uomo! Rabbia e dispetto! Eppure... piange. Per piangere, un uomo, — anche donna Rosana ha il pregiudizio che l'uomo sia un animale molto forte, — per piangere, deve soffrire assai!

Se soffre, peggio per lui! Peggio per lui, sì: ma per altro è anche un po' colpa mia! È colpa mia! Soffre... per me!

Povero giovine!

In certe donne nervose, troppo sensibili e portate all'analisi, tutto diventa complicato e pericoloso; anche la coscienza che, ad ascoltarla troppo, finisce magari col suggerire più il male che il bene.

— Basta!... Non voglio così... Basta! Rosana non osa guardare Lelio in faccia.

— Mi date un grande dispiacere!... Non me lo perdonerò mai!

L'altro risponde appena scrollando il capo.

— No! Mai! Voi potete perdonarmi perchè siete buono, molto buono, ma io non perdonerò mai a me stessa di avervi dato tanto... dispiacere!

Quel «buono, molto buono» aumenta la commozione, le lacrime di Lelio.

— Non fate così! — supplica Rosana sottovoce. — Può entrare Fabrizio e se vi vede a piangere?... Anch'io ho le mani gelate! Devo avere la faccia stravolta! Ebbene, sentite, se proprio è così... il consiglio che mi avete chiesto poco fa... Andate via.

Lelio la fissa, attonito; non ha capito bene.

— Sì; andate via! Partite! Ma non andate in Cina! No, no; non ci sarà bisogno, vedrete, di un viaggio così lontano!

Rosana gli sorride con arguta finezza e insieme con una dolcezza quasi materna.

— Sarà un'assenza brevissima, anzi, speriamo, di qualche giorno soltanto! E appena... guarito, verrete subito a trovarmi e avrete in me un'amica sincera e affettuosa.

— Foste almeno felice!... — sospira l'innamorato, scrollando il capo con grande sconforto. — Nel mio sacrificio immenso, nel mio esilio doloroso, eterno, potessi, almeno, avere la consolazione di sapervi felice! Invece... no!

Rosana, a questo punto, pacatamente, ma risolutamente, cerca di farlo ben persuaso che credendola infelice si è molto ingannato.

— No, no, no! — replica Lelio con più forza. — Voi non dite la verità! Il vostro è «un eroismo sublime di virtù» ma voi non dite la verità! Voi non siete felice.

I piedini di donna Rosana tornano a guizzare vivamente fra i merletti bianchi.

— Scusate, conte Lelio; devo saperlo io più di voi. Del resto... ciò non vi riguarda.

— Mi riguarda, precisamente: la vostra infelicità è la mia scusa, anzi la mia giustificazione.

Rosana aggrotta le ciglia, Lelio continua a gemere e a sospirare.

— Oh, credete, signora, io non vi amo con gli occhi, vi amo col cuore! Vi amo e vi ho sempreamata non già perchè siete bella, — bellissima! — ma perchè siete infelice. Sorridete, deridetemi pure! Non è per il vostro sorriso che io vi amo tanto; è per le vostre lacrime!

— Sì?... Allora tanto meglio! Allora dovete guarir subito! Per vostra regola, non piango mai! Io odio le lacrime!

— Voi dovete rispondermi così per... per... «un eroismo sublime di virtù», ma io so molto bene, e me lo ha detto anche la marchesa Ippolita, che voi siete infelice, infelicissima!

— La marchesa è... troppo gentile! Avrà detto così per farvi piacere!

— Oh... ci sono lacrime, le più amare, forse che non si vedono! Restano giù, giù!

— Ma per poter vedere le lacrime che... restano giù, scusate, caro conte, bisognerebbe conoscermi di più e meglio.

— Oh!... — Lelio, ha bisogno di parlare, di tirar fuori le parole con un sospirone, lungo come la corda del pozzo. — Oh, conosco Ottavio intimamente! E basta. Sono troppo amico di vostro marito per potermi ingannare. Con quell'uomo così... terra terra, voi così... in alto? Ma come potreste essere felice?

— Eppure lo sono.

— No!

— Sì! Certo molto più, in ogni caso, che non sia stato felice mio marito nella scelta dei suoi amici... intimi!

— È colpa mia se ho cominciato col voler bene a lui, e se ho finito, invece, col voler bene a voi?... Del resto che cosa vi domando, io? Vi domando, forse, di ricambiare la... tenerezza del mio cuore? No! Dunque, se vi fo arrabbiare perchè non credo alla vostra felicità, perdonatemi. Oh! — Lelio torna a commuoversi profondamente, al pensiero del proprio sacrificio, della propria partenza. — Perdonatemi; vi fo arrabbiare per l'ultima volta. Parto domani mattina, prestissimo. Soltanto prima dovete confessare che voi siete infelice; molto infelice!

— Ma...

— Molto infelice! — continua a ripetere Lelio con un'ostinazione molto strana in lui, di solito sempre garbato e remissivo.

— Sentite, donna Rosana: qui fa caldo, un caldo, da togliere il fiato. Ebbene, se voi mi diceste — qui fa freddo — io vi crederei subito e sarei capacissimo anche di gelare. Ma voi, felice con Ottavio?... No, no; conosco Ottavio troppo bene; siamo troppo amici! È impossibile!

— Ah! ah! ah! — Rosana finisce col ridere allegramente; e il suo riso è tutto un tesoro di arguzia e di grazia, è una visione di amoroso abbandono per Ottavio e di canzonatura atroce per il povero Vigodarzo. Ella ormai non è più irritata, non è più nervosa; Lelio non le desta più nè compassione nè pietà, e quindi non le fa più nè rabbia nè paura: Lelio, adesso, la diverte!

Infatti egli non è stato abile. In generale, attaccare il marito per sedurre la moglie, è sempre una mossa sbagliata: nel caso particolare poi, con donna Rosana, peggio che peggio! Quella goffa e presuntuosa insistenza ha urtato la sua delicata sentimentalità e l'ha punta nella sua fierezza di donna, e per ciò, scomparsa dal suo animo ogni impressione del viaggio in Cina e delle lacrime di Lelio, non vi resta altro «ideale» che Ottavio; Ottavio, lo sposo, l'amante accarezzato, adorato dal suo sogno.

— Ah! ah! ah! Ma voi credete, caro Vigodarzo, che ilmioOttavio sia lo stesso Ottavio che conoscete voi? Che conoscono i suoi amici... amici buoni, come voi? Ah! ah! ah! No; nè punto nè poco! Mentre molti fingono di sentire anche ciò che non sentono in realtà, ilmioOttavio finge invece di non sentire ciò che sente davvero e contutto il trasporto della passione! Ma bisogna far così; anch'io voglio che Ottavio faccia così! Un marito innamorato di sua moglie? — Lelio si volta, la guarda, sorride leggermente, ma Rosana continua senza fermarsi, sempre con più calore e con più esaltazione: — Un marito amante di sua moglie? È come una moglie innamorata di suo marito! In pubblico, in società, bisogna fingere tutto il contrario o si diventa ridicoli! Abbiamo poi tutto il tempo, tanto tempo per volerci bene... a casa nostra!

— Innamorato Ottavio?... — Risolino di Lelio, ma leggero leggero...

— Vi ripeto che mio marito non ama far pompa dei suoi sentimenti. È troppo geloso e orgoglioso della bontà, della nobiltà, della delicatezza, della poesia che chiude nella sua anima e che io sola posso conoscere ed apprezzare!

— Poesia? — Il risolino si fa più visibile e più vivace. — Poesia? Quello là?

— Ottavio; — prego.

— Poesia, quell'Ottavio là? Ma se è la negazione di ogni poesia! Se non l'apprezza la poesia, se non la capisce nemmeno!

— Basta! Finitela! Non vi permetto di continuare su questo tono!

— Se non ha mai capito voi!... Voi che siete davvero la più bella, la più splendida poesia della terra! Oh, se vi avesse capito vi adorerebbe in ginocchio, umilmente, devotamente, teneramente! — Ottavio... — No! No! Voi volete difenderlo con me, esaltarlo, perchè... Perchè voi siete «un eroismo sublime di virtù!»

— Il mio Ottavio... altro che adorarmi in ginocchio! Quando sono stata tanto ammalata è rimasto giorno e notte a vegliarmi presso il capezzale del mio letto! Ha avuto per me, allora, tutte le cure, le delicatezze più affettuose! Era un innamorato vero, un fratello, un babbo, era tutto per me! Quanto ha sofferto, povero Ottavio! — Certe volte, quando mi destavo, dopo un lungo assopimento, vedevo i suoi occhi stanchi e infossati, che mi fissavano ansiosi. Come ascoltava attento, inquieto, ogni parola del dottore!... E che grido di gioia, che baci, la prima volta che il dottore dichiarò sicura la guarigione! E durante tutta la convalescenza? — Ottavio è sempre stato con me, vicino a me, tenendomi stretta la mano. Credete ancora, adesso, che Ottavio non mi abbia capita?... Vi fa ancora ridere l'idea di un Ottavio innamorato? — Rosana ha uno sguardo di trionfo, poi soggiunge, con una lentezza più languida: — Vedete quel libro?

Lelio alza il capo, ma non vede niente. Sconvolto da quella descrizione così viva, da quella voce lenta, carezzevole, ha la testa in fiamme, e lo sguardo smarrito. Egli non vede che quegli occhioni neri neri, grandi grandi, che diventano sempre più neri e sempre più grandi.

— Vedete quel libro?

— Quale? — Lelio segue l'indicazione della manina bianca: sulla poltrona di faccia, dall'altra parte del caminetto c'è il piccolo libro legato in pergamena: — Quello lì?

— Sì. Le poesie del De Musset. Durante la mia convalescenza lo abbiamo letto e riletto! E ne abbiamo imparato a mente tante pagine! Com'era buono, povero Ottavio! E com'è buono sempre! Soltanto... bisogna conoscerlo a fondo... come me!

Lelio china il capo mortificato, vinto. Ottavio ha persino imparato a memoria le poesie del De Musset?

— Perdonatemi; avete ragione. Sono stato ingiusto con Ottavio; perdonatemi.

Rosana lo guarda: rimane colpita da quella faccia, da quell'accento.

— Perdonarvi? Il torto è mio! La colpa è mia! Nella nostra vita così vuota, eppur così rapida e affannata, diventiamo distratti, smemorati:si dimentica tutto; e questo è male. Anch'io ho avuto il torto di dimenticare troppo e troppe cose! Il torto è mio! La colpa è mia! Sono stata io, leggera, molto leggera, troppo leggera!

— Oh — ricomincia a gemere Lelio ancora più forte, facendole segno di no; di non proseguire: gli fa troppo male.

— La colpa è mia! Io dovevo farvi amare e stimare Ottavio; invece con la mia leggerezza l'ho calunniato dinanzi ai vostri occhi, dinanzi al vostro cuore! Io, io stessa, sono colpevole anche verso di voi. Ho fatto soffrire anche voi; ho reso infelice anche voi. Voi che pure siete buono... molto buono!

Lelio non può più frenarsi: al ripetersi di quel «buono, molto buono» ha un singhiozzo e le lacrime ricominciano a gocciolare.

— Sono stata cattiva, cattiva, cattiva! Cattiva con Ottavio, cattiva con voi! Non merito che mi si voglia bene! Sì, sì; partite; andate lontano, e per dimenticarmi! Pensate soltanto, quanto sono cattiva! — A questo punto ella pure ha un singulto nervoso, improvviso; uno scoppio di lacrime.

— Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! — balbetta Lelio, disperato. — Abbiate pietà di me! Non posso vedervi piangere! È uno strazio troppo forte!

— Guardate: non piango più! — Rosana si asciuga gli occhi. — Ma adesso... andate via. Sì, andate via. Diamoci la mano e andate via!

Lelio le stringe la mano, ma non può parlare. Si scosta da Rosana andando a tastoni e vacillando, verso l'uscio... Ad un tratto si ferma, si volta, come per interrogarla.

— Che cos'è?

Un lungo fischio dalla strada: una carrozza entra nel cortile.

— Chi è?

— Ottavio! — esclama Rosana vivamente.

— Ottavio! — risponde Lelio come un'eco.

— Fermatevi, adesso! Non potete andar via senza salutarlo! Asciugatevi gli occhi! Aspettate!

E in fretta, spaurita, col suo proprio fazzoletto, Rosana stessa gli asciuga le lacrime cadute sulla cravatta e sul vestito. È un attimo: quando si sente camminare nella stanza attigua, donna Rosana è già sdraiata sulla poltroncina dinanzi al fuoco, Lelio è seduto nel solito cantuccio del canapè e tutti e due discutono animatamente a proposito della Scala e deiMaestri Cantori.

Don Ottavio, attraversando l'anticamera, dà un'occhiataccia di malumore ad un cappello e a un soprabito da uomo, appesi all'attaccapanni.

— Ah! Ah! Lelio non è venuto al pranzo della barcaccia per poter essere più presto da mia moglie e trovarla sola!

Egli è geloso, come tutti i mariti, che hanno una moglie che piace moltissimo agli amici di casa; ma per boria e per seguire la moda, più si sente rodere e più si fa forza, ostentando una olimpica indifferenza.

— Ah! Ah! Mia moglie che doveva andare da sua zia! Brava! E non fa altro che vantare la sua straordinaria sincerità!

Don Ottavio sta per entrare nel salotto, ma poi si ferma un istante, chinandosi e sbuffando. Egli allenta la cinghia del panciotto: ha mangiato troppo; si sente oppresso.

— Che seccatura aver moglie! È il fastidio più grande e più inutile!... Però l'amico, questa volta, ha preso fuoco davvero! Mattina, giorno e sera! Ormai, io non lo vedo più!... E mia moglie, cosìpiena di affettazioni e di scrupoli, comincia a slanciarsi! Brava! Ma che peso, dev'essere mia moglie innamorata! Povero Lelio, ti compiango! — Ottavio si sbottona un occhiello del panciotto. Il peso di sua moglie gli fa sentir maggiormente quello del pranzo.

— Chi sa quante smorfie, quante esagerazioni e quante contradizioni! Con quegli occhi, con quella faccia sempre incantata! Dev'essere insopportabile! Maledetti gliescargots! — Si ferma di nuovo, dà un'alzata di spalle, e torna indietro.

— Da mia moglie... A far che?

Invece di andare da Rosana, entra nelle sue stanze.

— Non sono tornato a casa altro che per mettere la falda e prendere le sigarette!

Non è vero. Ottavio ha fatto quella corsa per levarsi una curiosità, che gli era venuta subito, appena si era messo a tavola e che, alla frutta, era diventata assai stimolante: sapere se Lelio, quel dopo pranzo, sarebbe andato da sua moglie e sapere se sua moglie, con tutta la sua «sincerità» sarebbe rimasta in casa invece di andare dalla zia, come aveva annunziato. — Nient'altro che questo.

Appena in camera, egli cerca le sigarette, le sue solite sigarette «Sossidi frères» marca violetta: le scatole sono tutte vuote.

— Rosana, di là, ne deve avere; ne ha sicuramente! Come si fa? Eppure.. Mi spiace interrompere i dolci colloqui, ma perchè Lelio fa la corte a mia moglie io non devo restare anche senza sigarette... Ah no!

Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato.

— Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, — pensa sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. — Disturbo?... Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado!

— Lì, nel mio cestino! — indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a parlare di musica.

Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i nervi terribilmente.

— Wagner! Ma che Wagner! — barbotta fra sè. — Questa è una commedia! Un improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La donna perfetta! La donna sincera!

E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie, non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottoledi vetro nero infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio!

— Oh! Oh! Che salti acrobatici! — esclama dopo un momento ridendo forte, ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. — L'anno scorso, quando mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro cheMaestri Cantori! Andava in estasi per l'Ideale!

Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: — Io non mi sono mai fatta fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto!

— Tutto il santo giorno — continua Ottavio sempre sogghignando e sempre rivolto a Lelio, — non avevo nelle orecchie altro che la sua voce, languida e stonata:

«Io ti seguii com'iride di pace...»

«Io ti seguii com'iride di pace...»

E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente.

— Basta! Finiscila! — ribatte Rosana.

— Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai, se non altro... più divertente! — Ottavio fa un'altra risataccia. — Sincerità! Sincerità!Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi abbigliamenti, le tue acconciature, — certe volte sei bardata più di una cavalla del Gondrand! — Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere! Per farti far la corte!

— Finiscila!

Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso delFalconee con lo stomaco gonfio degliescargots, continua a sfogarsi, diventando sempre più sguaiato e più incivile.

— Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto ditoilette; a farti i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! — Non ho ragione, Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?... Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu come le altre! Come tutte le altre!

Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'Ideale:

«Io ti seguii com'iride di pace...»

«Io ti seguii com'iride di pace...»

Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo!

Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è sulle spine.

— Buono il pranzo? — domanda dopo un momento, tanto per dire qualche cosa.

— Squisito! — Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino.

— Eles Escargots?

— Ne ho mangiato quattro dozzine!

Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra.

— È un inferno! Si soffoca!

— Diventi matto! — Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e frizzante.

— Vi prego, Lelio, chiudete! — esclama Rosana senza muoversi, senza scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio» e in quel tono di affettuosa intimità.

Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove. Cantarellando, con odiosa insistenza,la solita arietta dell'Ideale, va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi e riabbottonandosi la sottoveste.

— Uff! Maledetto pranzo!

Ha un cerchio alla testa; gli occhi pesanti... — Maledetto pranzo!

«Io ti seguii com'iride di pa...ce...»

«Io ti seguii com'iride di pa...ce...»

A mano a mano canticchia più sottovoce, con uno sforzo visibile, con riso stentato e melenso. Rosana rimane impassibile e muta mentre il conte Vigodarzo pensa come potrebbe fare a salutare e svignarsela.

... — Che cos'è?... Anche i libri, sotto le sedie? — Ottavio, chinandosi faticosamente e allungando il braccio afferra il volumetto delle poesie di De Musset che era caduto dalla poltrona. — Vedi, Lelio? Tu sei un ammiratore di mia moglie; ammira anche il bell'ordine col quale ella tiene i libri! E si tratta, nientemeno, dell'autore favorito! Dimmila verità: quante volte non ha detto anche a te, «rapita in estasi» i bei versi innamorati del suo poeta romantico... e alcoolizzato?

Rosana, gli strappa il volumetto di mano: ha gli occhi stravolti, sfavillanti di collera.

— Mi hai graffiato! — Don Ottavio la guarda un po' inquieto e comincia a succhiarsi un dito per metter la cosa in burletta.

— Per tua regola, — prorompe Rosana appena può parlare, — per tua regola, io non tollero e non permetto in mia presenza nè questi tuoi modi, nè questo tuo spirito troppo da..... da dopo pranzo!

— Oh! oh! Che furia!... Mi hai graffiato... a sangue!

— Assolutamente no! Sia detto una volta per sempre!

— Oh! oh! — ripete Ottavio continuando a succhiarsi il dito. Lancia ancora qualche frizzo a mezza voce... finalmente allungandosi e appoggiando la testa sulla poltrona, non dice più una parola.

Don Ottavio non ha paura di nessuno, ma di sua moglie, qualche volta, quando va molto in collera... sì!

Eppure, quella sera, in quel momento, eglinon è soltanto intimidito: dinanzi alla rivolta di Rosana prova un senso di sollievo, di benessere, un moto vivissimo di contentezza e di tenerezza. Egli, in fatti, pensa così: — Mia moglie si è arrabbiata; è fiera con me, più del solito: ciò vuol dire che con Lelio... non c'è niente di nuovo!

— Povero Lelio! — Don Ottavio, lo guarda fra le palpebre socchiuse: — Eh! eh! il tuo naso con la mia Rosana, deve diventar più lungo di quello di Cyrano! — Intanto, stirandosi e adagiandosi più comodamente continua a pensare:

— La mia Rosana! — Quanto tempo che non l'ho più abbracciata, che non le ho più susurrato all'orecchio queste semplici parole «la mia Rosana» che la fanno tremare e diventar più bianca... ancora più bianca, più pallida e più bella! Non le dico più «La mia Rosana cara» soltanto perchè le fa piacere. Niente di ciò che le fa piacere! Invece... tutto ciò che le fa dispetto! Sono geloso, non voglio mostrarmi geloso e mi vendico a furia di dispetti! Com'è bella anche in collera! E dire che se io voglio, quando voglio, una parola sola, e si getta fra le mie braccia sempre più innamorata, appassionata, cara... Io le dico «cara» e i suoi occhi si riempiono di lacrime e perdonano. È una sensitiva innamorata. E ancheio sono innamorato... Sono geloso e soffro... perchè... perchè... vorrei essere solo persino a guardarla! Dirle «cara... perdono» e portarmela via! Portarla via a Lelio, portarla via a tutti!

.... Donna Rosana rimane immobile e muta con le ciglia aggrottate: la ferita è stata troppo profonda! E in faccia a Lelio? Proprio quella sera, proprio in quel momento! — Basta, adesso basta! — Ha sempre perdonato a suo marito finchè è stato cattivo e ineducato, ma da solo a sola, con lei! Adesso basta! Poteva farla piangere, farla soffrire, ma renderla ridicola no; ridicola anche in faccia agli altri, in faccia a Lelio, no!

Senza muoversi, senza voltarsi, senza guardarlo, ella sente sopra di sè gli occhi umidi, amorosamente devoti del povero innamorato e soffre atrocemente nel suo cuore e nel suo orgoglio.

— Basta, adesso basta! Stupido e villano! Ma Lelio, Lelio? Che cosa penserà di me? Chi sa come deve soffrire vedendomi trattata in questo modo; messa in ridicolo in questo modo! Lui che mi ama, che parte, che mi sacrifica tutta la sua vita! Ma che cosa penserà di me?... Crederà che abbia voluto mentire con lui e che l'abbia fatto per vanità?... Chi sa che cosa penserà di me!... Lelio adesso non mi crederà più! Ha diritto di noncredermi più! Mi giudicherà bugiarda e ridicola... ridicola!...

A questo punto, trasalendo, si volta verso suo marito: dal cantuccio buio del caminetto, ha sentito un sibilo, un fischietto, che a mano a mano diventa il concertino sempre più rumoroso di una piccola orchestra: suo marito russa.

— Che ne dite?... Lelio? — Rosana ha il viso contraffatto da un sorriso amaro, sardonico.

Lelio rimane serissimo. Le rivolge uno sguardo appassionato, ma più che mai rispettoso e devoto. Si mostra addolorato per Ottavio e cerca di scusarlo:

—Les escargots!... Povero Ottavio! Quattro dozzine! — Si alza, si avvicina in punta di piedi a donna Rosana e inchinandosi con la testa bassa mestamente, fa per salutarla, e prender commiato.

— Addio! Addio! E adesso che voi non potete più fingere con me per eroismo, per... virtù sublime, adesso con tutto il mio cuore vi auguro ancora di poter essere felice, maveramente felice!

Il dardo è tratto: Rosana ne riceve la punta in mezzo al cuore. Che cosa fare? Non vuole, non può lasciarlo partire così, per la Cina! Senza quasi salutarlo! Senza giustificarsi! impossibile!

— Andate subito a casa vostra, o andate alClub?... Dove andate?

— Passerò un momento alClub. Debbo combinare con Pippo Sardis e con Castelsillia, per... domani.

— Vi accompagno io, con la carrozza. Devo passar di lì, andando da mia zia. Aspettatemi: in un attimo sono pronta!

Così dicendo, ella se ne va, tirando la portiera, sbattendo l'uscio senza alcun riguardo: ma Ottavio non si sveglia; cessa appena un momento dal russare, poi l'orchestrina ricomincia l'andante misurato, con tutti i vari strumenti.

Lelio, giubilante, non può più contenersi! Quando Rosana si è allontanata, si pone diritto dinanzi al povero marito, e con un'espressione di comica severità, alzando e scotendo la mano in segno di rimprovero e di minaccia, ripete sottovoce quell'aria fastidiosa dell'Ideale, che gli ronza ancora nelle orecchie, ma cambiandone le parole:

Les escargots, les escargots, mio caro!

Les escargots, les escargots, mio caro!

Ad un tratto sente un profumo delizioso; si volta: donna Rosana, alta, sottile, vaporosa, tien sollevata la portiera: il suo viso non è stato mai così pallido; i suoi occhi mai così neri.

— Andiamo? — mormora appena, sottovoce.

Lelio s'inchina senza parlare, e passo passo attraversa tutte le sale seguendo l'ombra bianca e avvolto dall'onda profumata.

Don Ottavio non si sveglia; continua a fischiettare e a russare: Fabrizio ha ricevuto l'ordine dalla padrona, di lasciarlo dormire.

— Che cos'hai, stasera?... Non ti senti bene — domanda più tardi la zia a donna Rosana.

— Non è nulla. Un po' di emicrania; passerà! Ma l'emicrania ha durato un pezzo, e donna Rosana ha proprio cominciato quella sera a soffrire, ad essere infelice e a piangere tutte le lacrime che sgorgano calde come il sangue da una ferita, da quella ferita atroce dell'anima che cambia la vita in dolore e che non si rimargina più!

Lelio, in carrozza, l'ha baciata sugli occhi, sulla bocca e le ha detto che non sarebbe più partito, che ormai non voleva partir più!

... Che cosa fare? Che cosa doveva fare? Ella si sente molto, profondamente scontenta e infelice... Ma che cosa può fare?... Che cosa doveva fare?... Anche Lelio è tanto infelice e infelice per lei, per cagion sua!

Invece il conte Lelio di Vigodarzo, appena giunto alClub, offre loChampagneagli amici e discutendo sulla virtù delle donne dichiara, col fondamento della propria esperienza, e fra le più matte risate, che tutte le donne sono conquistabili: per quelle facili, basta saper ridere; per le difficili, — per le virtuose, — basta saper piangere!


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