In extremis

In extremisGuardando giù nell'immenso giardino, tutto pieno di silenzio, di fresco e di umidità, si dimenticava di essere nel cuore di Milano, a cento passi dal Duomo e dal grande forno brulicante della Galleria. Quelle piante secolari, quei viali invasi dall'erba, quelle vecchie statue di granito dal tronco verdognolo, facevano pensare al parco di qualche villa solitaria e disabitata.Una malinconia sonnolenta stagnava nell'aria coll'odore acuto e snervante delle magnolie che sfiorivano sopra un albero gigantesco, presso la fontana. Dall'albero cadevano a intervalli con un rumore ora secco, ora velato, le foglie lucenti e metalliche già accartocciate e ingiallite.Quei lievi strepiti, qualche eco indistinta di voci lontane passavano soli dentro a quella pace torpida, di clausura.Il marchese Pier Luigi, appena finito di sorbire il caffè, si era alzato ed ora indugiava sul balcone verso il giardino, le due mani nelle tasche della giacchetta chiara, aspirando grosse boccate di fumo dall'avana squisito. Una passeggiatina mattinale, — dalle dieci alle undici, — in certi quartieri della città, gli aveva dato, a colazione, il «nervoso» allo stomaco.Era una giornata splendida di giugno, un sole caldo e giocondo, quel bel sole domenicale che non pure alla piccola gente sembra così diverso dal sole degli altri giorni.Egli si era avventurato, ballonzolando in tempo di valtzer nel fondo dellacharrette, guidando egli stesso, — colgroomaccanto, dalle braccia al sen conserte, come un piccolo Napoleoncino in tuba, — si era avventurato nelle vie più lontane dell'antico sobborgo, nei quartieri più popolari e più popolosi dove sorgono le numerose officine, gli opifici, e le enormi case operaie, quadrate, forellate dalle spesse finestre, simili a caserme o a gabbie mastodontiche. Quivi, sulle porte, sugli usci, nelle bettole e nei caffè, così frequenti da far disgusto e quasi terrore, in quel brusìo di gente affrettata e animata, non ostante la giornata di riposo, egli aveva trovato il popolo, il popolo tanto diversoda quello che egli aveva descritto, con foga retorica — non improvvisata — a' suoi colleghi del Parlamento; il nuovo popolo delle grandi città, cui il lavoro e l'industria dànno una fisonomia così tipica.Il marchese Pier Luigi, sempre ballonzolando nella gialla, rilucentecharrette, in mezzo a quei gruppi di operai, invece della soggezione ammirativa e invidiosa, che gli mostravano i contadini delle sue tenute, raccoglieva occhiate sarcastiche e irose, capiva di attraversare quel tal mondo reale e formidabile del quale egli ed i suoi amici si ostinavano, per convenienza più che per convinzione, a negare l'esistenza.Ma l'ultima, la più sgradevole impressione gli era toccata nel ritorno, percorrendo le strade del quartiere di Porta Garibaldi, dove erano più spessi alle cantonate certi enormi manifesti di una tinta scarlatta, ch'era di per sè una provocazione. Quegli avvisi invitavano «i cittadini» per le due di quella stessa domenica, ad un grande comizio pubblico all'Alhambra. I «Partiti popolari» avrebbero discusso del «momento politico» e oratore del comitato era il dottor Giusto Allori.Egli lanciava contro il suo baio dei dispettosi colpetti di frusta e sogghignava:— Ah! Ah! Il dottor Giusto Allori!Con un colpo di frusta avrebbe voluto stracciare anche i manifesti!— Pagliaccio! Buffone! Anche oratore nei comizi! Buffone... Pagliaccio! E ingrato! Non bastavano i giornali, gli opuscoli, tutto quel suo lavoro, quei due o tre anni di... sobillazione! Adesso anche in teatro, anche in piazza!E Pier Luigi tornava a guardare di traverso i manifesti.— «Il momento politico!» Sì! Lo avrebbero studiato e capito e rappresentato loro il «momento politico» quei disgraziati capaci appena di compitare laLotta di classe!Il marchese Pier Luigi lo aveva vissuto a Roma, lo viveva ora a Milano il «momento politico!» Ma, pur troppo, quella plebaglia che sarebbe accorsa in una baracca di legno a cianciare, a sbraitare, a batter le mani a quell'ambizioso esaltato dell'Allori, era la stessa che del momento, appunto, era l'arbitra... in caso di elezioni.Il marchese Pier Luigi aveva affrettata la corsa verso il palazzo, ormai risoluto a non mettere piedi fuor di casa in tutto il giorno. Era rientrato prima delle undici, si era impazientito perchè donna Maria tardava a farsi vedere, arrischiando quindi di perdere la messa e la predica del mezzodìa S. Fedele, poi aveva osato — ardimento ben raro — di mandar la cameriera a farle premura, e finalmente si era seduto solo a colazione.Donna Maria entrò quasi subito: anch'ella appariva dello stesso umore del marito. Un umore che si intonava con maravigliosa armonia al colore del luogo, alla penombra triste, ai mobili austeri, alle tappezzerie oscure, al vasellame pesante, ai grandi quadri di «natura morta» della sala da pranzo, così sfarzosa e così opprimente.Subito dopo colazione, il marchese Pier Luigi era uscito a fumare sul terrazzino. Temeva uno sfogo della moglie per il contegno troppo debole del gruppo lombardo alla Camera. Donna Maria, ritta sul busto e armata dell'occhialetto di tartaruga che dava un'espressione ancor più severa e quasi arcigna al suo bel volto di medaglia d'avorio antico, leggeva attentamente ilNeo-Guelfodi quella mattina: non era opportuno distrarla nè disturbarla.Giù nel giardino, sembrava che la pace e il silenzio aumentassero con l'avanzare dell'ora meridiana. Appena ilticmetallico delle foglie di magnolia che cadevano a terra, appena qualche eco flebile dei rumori della strada. Chi avrebbe dettoche oltre quella muraglia coperta di muschio e di edera si agitasse tanta vita sonora di voci e di anime?Il gran mare fragoroso dell'ire popolari veniva a rompere le sue ondate ai piedi di quelle mura massicce, che resistevano impassibili, incrollabili da secoli. Oh! Esse ne avevano vedute e sopportate delle burrasche... e ben più terribili!— Un comizio più o meno? Un comizio all'Alhambra non è ancora il finimondo, la rivoluzione!... Il «momento politico?» Buffoni!A un tratto si sentì alle spalle la marchesa e voltandosi capì subito che la lettura delNeo-Guelfonon le aveva dato le stesse impressioni di calma consolatrice trasfuse in lui dalla quiete del giardino.— Guarda — La marchesa gli segnò con l'unghia rosea un articolo del giornale. — Il dottor Giusto Allori fa anche il tribuno!— Già.Pier Luigi rispose con un sorriso di scherno, ma la marchesa, invece, ebbe un impeto di collera.— E tutto questo è in gran parte colpa tua.— Colpa mia?— Sì. Con la tua debolezza verso il padre, hai contribuito alla rovina morale del figliuolo.Pier Luigi rientrò nella sala e cominciò a girellare in lungo e in largo rannuvolandosi di più ad ogni passo.Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè. Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli letterari.Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello, male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo, si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma inutilmente.Debole il padrone: il padre infatuato.Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad annidarsi altrove, lontano da casa sua!— Lorenzo è in casa? — domandò il marchese ad un servitore.— Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni.— Che cosa gli vuoi dire? — La marchesa, rannicchiandosi nella sua poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivistaLes dames du bien, sorrise crollando il capo: — Adesso è troppo tardi! Il figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e spaventato.— Non è mai troppo tardi! Lascia fare.Pier Luigi si volse di nuovo al servitore:— Chiamate Lorenzo.Qualche momento dopo Lorenzo entrò, e, fatti pochi passi nel salotto, chiese licenza di poter sedere, perchè quella mattina il suo mal di cuore lo tormentava e quei pochi scalini gli avevano già dato l'asma.Il maggiordomo, costretto ormai dagli acciacchi ad un riposo assoluto, aveva infatti una bruttissima cera. Gli occhi aveva pesti, incavati, cerchiati di livido, la pelle delle guance, sbarbate di fresco, floscia e cascante, e le labbra smorte erano agitate da un fremito angoscioso, come se il malato cercasse continuamente di bere a piccoli sorsi l'aria che si sentiva mancare.— Mi dispiace di dovervi fare dei discorsi... antipatici, tanto più perchè non vi sentite bene; ma così non si va avanti. Sapete la nuova pagliacciata? Quella d'oggi?Lorenzo, seduto sull'orlo di una sedia, le mani scarne abbandonate sulle ginocchia, cominciò a tremare in tutta la persona, ma quel tremito non era di spavento, nè di soggezione; il pover'uomo, soffriva assai.— Il signor Giusto Allori va a fare il predicatore al popolo!Lorenzo accennava di sì, con la testa, dolorosamente. Poi si sforzò a gridare:— So, so, signor marchese. Il comizio all'Alhambra! Ho supplicato Giustino anche ieri sera, con le lacrime agli occhi; almeno una pubblicità simile... non la facesse per lor signori! Gli ho ricordato tutti i benefizi ricevuti... L'ho scongiurato di aver compassione di me, così vecchio, così malandato. M'ha risposto quello che mi risponde sempre, da un anno: — «È inutile, babbo! Tu non capisci, tu non puoi capire certe cose. Quello che io faccio è il mio dovere!»— Il suo dovere! Il suo dovere! — balzò a dire la marchesa Maria con un sussulto di sdegno e di odio nella voce. — Il suo dovere sarebbe dirispettare il nome della famiglia presso la quale suo padre ha lavorato tutta la vita, di non schierarsi con i più furibondi nemici del nostro sangue e della nostra religione! Questo sarebbe il suo dovere! Questo è il suo preciso dovere!Il vecchio guardò la padrona, stupito e sconcertato da quell'ondata di avversione che le prorompeva dalle labbra, e non rispose. Egli accennava sempre di sì, continuamente di sì, chinando la testa grigia, respirando con fatica. Non avrebbe immaginato mai che il suo figliuolo fosse tanto odiato!La marchesa proseguiva, implacabile, senza guardarlo:— Dal canto mio, non ho nulla a rimproverarmi. Ho cercato di giovare materialmente e moralmente a vostro figlio, come la mia religione e il mio cuore mi consigliavano. Sì, anche il mio cuore; perchè quel... ragazzo prometteva tutt'altro: era sveglio, molto vivace, ma docile, riflessivo. Non dico già che lo si dovesse mettere in seminario... ma almeno non si doveva permettere che gli montassero la testa con tutte le empietà, con tutte le mostruosità che sono state inventate dai nemici del bene.— Appunto, — intervenne Pier Luigi, il qualetrovava opportuno lo sfogo della moglie, che sebbene un po' eccessivo, arrivava ad una conclusione. — Che cosa avete creduto di farne col seguire la vostra vanità e la sua ambizione? Sacrifici d'ogni sorta, per sette od otto anni, perchè diventasse dottore! Dottore in scienze economiche! Belle... scienze! L'ingiustizia del capitale, l'abolizione della proprietà.L'onorevole si concitava al suono della propria voce come un vecchio cavallo di razza al suono di una fanfara. Era un pezzo che non aveva occasione di far udire in casa, a sua moglie specialmente, come il gruppo neo-guelfo avesse approfondita anche la questione sociale. E tirava via, contro l'inganno indegno dei marxisti, sostenitori di una possibile socializzazione degli arnesi del lavoro, contro l'auto-suggestione morbosa e collettiva delle masse verso un'utopia rivoluzionaria alla quale giungevano dopo essersi lasciati adescare dall'illusione «deleteria» della tattica evolutiva, da parte dei sobillatori, capaci di tutto pur di appagare le loro sfrenate ambizioni personali. Camminava in su e in giù, con le mani dietro il dorso, lo sguardo al suolo, come ascoltando attentamente le parole ed approfittando dell'occasione per immagazzinare ed ordinare un po' dimateriale adatto alla sua prossima conferenza, sulla enciclica papale d'incoraggiamento ai cattolici della «vera democrazia». Ma ad un tratto, nel volgere un'occhiata a Lorenzo, lo vide così accasciato, così disfatto, così piegato in due sull'orlo della sua sedia, ch'ebbe compassione del vecchio servo fedele e pensò ch'era tempo di liberarlo da quella tortura.— Già, ormai, sono parole inutili! Mi ricordo, quando vi è nato questo vostro unico maschio, dopo parecchi anni di matrimonio! Sembrava che vi fosse piovuta dal cielo una speciale benedizione! E anche nella scelta del nome, vi ricordate? Non avete avuto niente affatto la nostra approvazione. Chiamarlo Giusto!— Giustino...— Giusto! Come se non ci rintronasse abbastanza la testa con la giustizia, senza cacciarla anche nei nomi! Avete già la disgrazia di quel vostro cognome, così... bizzarro, di Allori!... Anche Giusto! Così n'è venuto fuori il Giusto Allori. Un tutt'insieme... spettacoloso, che pare proprio combinato apposta per fare del chiasso, per battere la gran cassa di tribuno e di martire!— Ma queste cose poi, signor marchese, chi le va a pensare! — osò mormorare Lorenzo, giungendo le mani tremanti.Donna Marianna intervenne, alzandosi ed accennando al povero vecchio ch'era finita l'udienza.— Non si tratta di parole nè di nomi, ma di fatti. Ed il fatto... grave ormai, insopportabile, è che abiti ancora qui nella nostra casa, quello stesso individuo che fuori, nei giornali, nelle assemblee...— No, no, scusi, signora marchesa, non si inquieti più — supplicò Lorenzo, in piedi, con una certa energia. — Credevo ne fosse già informata. Giustino, da quasi due mesi, non abita più precisamente qui, con me. Viene di tanto in tanto, a trovarmi, a sentire come sto; ha ancora qui... qualche libro, ma ha capito anche lui che non era più il caso!... Sicuro, signora padrona, anche questo dolore mi era riserbato. Non aver più vicino il mio figliuolo, alla vigilia di andarmene per sempre. E loro signori hanno tutte le ragioni! Con tanta bontà che hanno sempre dimostrato a quel ragazzo, con tanti benefici... Ah! Io capisco, capisco, e non dimentico nulla... Ma che fare? È la mia disgrazia! Il Signore ha voluto così. Non bastava la malattia, questo asma, che mi tronca il fiato... scusino, scusino tanto!... Giustino in casa, se credono non ci verrà più affatto! Andrò io a trovarlo, fuori del palazzo, finchè potrò... E poi una voltamorto io... gli perdonino per me... soltanto per me!Il vecchio si portò le mani alla gola per aprirsi il colletto: la commozione, il dolore, le lacrime gli avevano accresciuta l'asma. Uscì a ritroso, inchinandosi barcollando e annaspando con le mani. Impiegò non meno di dieci minuti a fare i tre piani della scala di servizio, per rifugiarsi nelle sue camerette dove almeno avrebbe potuto starsene solo, solo col suo struggimento, con la sua disperazione. Non sarebbe uscito neppure pei vespri. Gli era impossibile fare ancora le scale in quel giorno. Poi lassù, poteva raccogliersi e pregare con tutta la devozione, come in chiesa. Avrebbe letto tutti i vespri ed anche compieta ed un po' di salmi, guardando dalla finestruola il suo bel Duomo, così vicino, che gli pareva di poterlo toccare allungando la mano, tutto bianco e roseo ed azzurro, co' suoi terrazzi, le sue balaustre, le sue guglie, e le statue, i santi, gli angeli, le madonne! Lorenzo le guardava, le salutava più volte ogni giorno da oltre quarant'anni e le conosceva ad una ad una, aveva parlato con ciascuna, aveva rivolta a ciascuna qualche preghiera speciale, nelle disgrazie della sua vita, quando era rimasto solo col bimbo, poi quando Giustino era cresciuto così sempre mezz'ammalato, poi negli ultimi anniquando Giustino aveva manifestato quelle idee, e si era buttato come un matto a quella maledetta politica ed a lui, povero vecchio, per le paure e i dispiaceri e i rimbrotti dei padroni, si era aggravato il mal di cuore.Dopo una lunga sosta, premendosi le due mani sul petto perchè gli pareva che il cuore gli volesse saltare in gola, salì anche l'ultima branca della scala, la più breve, ma anche la più ripida e finalmente fu al pianerottolo pieno d'aria e di luce, come le sue camerette. Prima di scendere aveva chiuso l'uscio: come mai adesso era aperto con la chiave nella toppa? Da un leggero e noto colpo di tosse nell'interno capì subito.— A casa, a quest'ora? A far che? — pensò il vecchio sempre più angosciato all'idea di incontrarsi col figliuolo, mentre si sentiva così male.— Animo! — Spinse l'usciolo, ed appena entrato si lasciò cadere sopra una seggiola, affranto, con un sospiro che finì in un gemito.— Perchè hai voluto fare le scale sentendoti così male? Avevi promesso di startene tranquillo o in casa o sul terrazzo.— Sono stato chiamato giù dai padroni.Il giovane, a questa parola «padroni», arrossì leggermente.— Che cosa volevano? Lo sanno pure che sei ammalato!— Dovevano parlarmi!Il giovane aveva trovato finalmente un fascio polveroso di opuscoli, nel quale si era messo a frugare, febbrilmente, perdendo la pazienza, arrabbiandosi, pauroso di non arrivare a tempo.— Se non ho il riassunto delCapitalefatto da Gabriele Deville, oggi sono senza una mano. Ed era qui, in questo pacco. Dove si è cacciato?— Io già, sai... non tocco mai niente! — mormorò il vecchio.Giusto alzò gli occhi e lo fissò commosso, turbato da quella voce addolorata, in quel momento per lui così grave. Poi gli sorrise, mormorando:— So, so, babbo; i miei libri tu non li tocchi; ma bisogna che io trovi questo Deville. Voglio chiudere il Comizio...— Lascia stare il Comizio! — interruppe Lorenzo giungendo le palme in atto d'umile, ma fervida preghiera. — Non ci andare a questo Comizio! Evita almeno uno scandalo, per riguardo a tuo padre, alla famiglia che tuo padre ha sempre servito con onore, con fedeltà...— Servito? Ah! Ah! La fedeltà, la devozione colla quale tu hai servito questi signori, dovrebberoimpedire a me di servire le mie idee? Ed è per dirti queste cose che ti hanno chiamato? E chi sa contro di me, la marchesa specialmente, chi sa che accanimento!... Via, via! Non ho tempo da perdere, io! Dirai giù, ai signori, che ho anch'io i miei padroni, e i miei padroni sono i miei doveri, che valgono molto più del signor marchese e della signora marchesa.— No, no, Giustino! Non fare, non parlare così anche tu, quest'oggi!... Non arrabbiarti, anche tu! Non darmi altri dolori. Il mondo non cambierà nemmeno co' tuoi discorsi, perchè è sempre andato e andrà sempre allo stesso modo. È il buon Dio, il solo padrone dei grandi e dei piccoli, che vuole così!Il giovane lo interruppe, col viso intelligente, illuminato da un lampo di indulgenza e di pietà.— Basta, basta, babbo mio, povero vecchio mio! Oggi no, oggi no, non mi stare a ripetere queste cose, oggi. Son tre, quattromila persone, operai, lavoratori che si riuniscono, ora, ed io dirò a tutti quello che da un mese mi va fermentando qui dentro... Ma abbi pazienza, mettiti quieto e prendi, leggi il tuo libro da messa... Tu, non puoi capirmi. Ecco, ecco il mio Deville! Meno male! L'ho trovato! — Il giovane dà un'occhiata all'orologiocome per avere la spinta e trovare il coraggio di finirla e di andarsene. — Le due meno un quarto?... Salto in tram e via all'Alhambra! Non posso arrivar tardi! E tu pensa che io sono sempre un galantuomo, qualunque cosa ti dicano contro di me per le mie idee!Il giovane, piegando l'alta persona secca, ossuta, angolosa, per uscire dal piccolo uscio un po' basso, fece ancora un cenno d'addio al povero Lorenzo, scese rapidamente le scale e si diede a camminare ancor più in fretta verso il tram di Porta Garibaldi, sfogliando ed annotando in margine, a grossi segni di matita azzurra, il volume del Deville. Col cappello a cencio, gli occhiali d'oro, il vestito trasandato, una grande cravatta nera mezzo disfatta, le tasche piene di giornali, i gesti rapidi, nervosi, concitati, masticando fra i denti lo spunto di qualche frase oratoria, egli passava tra la gente senza veder nessuno, osservato da tutti, conosciuto da molti, e lo seguivano sguardi di curiosità, di ammirazione, di simpatia, ma anche di compatimento, di scherno, e di avversione palese ed astiosa.II.Nei dintorni dell'Alhambra frotte di gente che si affrettavano, discutendo animatamente. Il teatro era già gremito, in ogni parte, sin nel vestibolo, e l'Allori dovette farsi largo vigorosamente tra la folla per non giungere tardi sul palcoscenico dove era aspettato.La grande luce del pomeriggio estivo entrava a ondate dagli ampi finestroni spalancati e dava una crudezza lucida e sfacciata alle tinte, una volgarità sciatta e grottesca ai fregi grossolani di quell'immenso baraccone di legno, in stile pseudo-moresco. E l'ampia sala risonava tutta nell'impazienza del pubblico ansioso; risonava di mille voci, di mille rumori diversi che si fondevano in un solo fracasso assordante e somigliante al muggito del mare co' suoi alti e bassi e le sue tregue.Il popolino minuto, che per istinto, per abitudine, era accorso mezz'ora prima, avea preso d'assalto la galleria ed ora l'affollava tutta così da offrire l'aspetto di una sola massa palpitante, in cui i colori scuri e i vivaci si confondevano.Un'altra moltitudine giù in platea, andava sempre più accalcandosi per il lento continuo insinuarsi di nuovi gruppi che venivano come ingoiati dalla massa. E questa poteva sembrare a tutta prima la folla consueta, chiassosa e insolente che, nell'aspettativa del banale spettacolo, se la gode per proprio conto, offre spettacolo di sè a sè stessa, si abbandona a tutte le licenze del grosso umorismo popolare.Infatti correvano per l'aria grida, urli, fischi, grugniti e richiami; qua e là era uno sventolare carnevalesco di giornali, di manifesti e di ventaglietti; in un angolo, in alto, un gruppo di ragazzacci, di monelli, s'erano levati le giacche col pretesto del caldo e dirimpetto, sull'opposto lato, altri giovinastri, dall'aspetto equivoco, si erano dati a picchiare con i bastoni, dal manico di corno di cervo ricurvo, sulla ringhiera di ferro, con un crescendo infernale. L'Allori, tosto riconosciuto ed accolto da un primo moto di curiosità e d'impazienza soddisfatta, si faceva strada lungo la corsìa, dietro i palchetti del primo ordine.Ad un tratto questi, già in parte occupati, vennero brutalmente invasi da altra gente, rozza ed audace che non avrebbe avuto alcun diritto d'entrarvi. Fu un momento di baccano orribile; s'incrociaronogrida sguaiate di conquista ed altre furibonde di protesta, si videro pennacchi rossi e nappine azzurre disseminate un po' dappertutto, ondeggiare e affrettarsi verso i palchetti. Ma fu un attimo.Sul palcoscenico la luce era più blanda, calma e dorata come una luce di tramonto in chiesa. Lassù vi era un'altra folla composta di persone meglio vestite, alcune anzi vestite di nero, col cappello a cilindro, altre con cappello piumato e con un ciondolo di medaglie al petto. Più in fondo, da un lato, un gruppo di bandiere, dall'altro lato, gruppi di antichi e più o meno autentici superstiti delle campagne garibaldine, con le camicie di flanella rossa, nuova fiammante, e col berrettino sulle ventitrè. Le sedie disseminate sul palcoscenico erano state offerte ai vecchi e ve n'erano alcuni, quasi tutti veterani, non apocrifi, delle patrie battaglie, che ostentavano con fanciullesca vanità le loro decorazioni, e si arricciavano i baffi bianchi con una certa spavalderia innocua e senile. V'erano anche delle donne, borghesi e popolane, le prime infagottate nelle vesti di seta delle grandi occasioni, ma senza roba d'oro addosso perchè nella folla «non si sa mai»; le altre, per lo più ragazze, belle ragazze dalle bocche sorridenti,dagli occhi scintillanti, liete della loro giornata di riposo e dello spettacolo gratuito del Comizio, sudate e scarmigliate, che si narravano, con grandi scoppi di risa, le loro avventure nel lungo tragitto attraverso la folla per arrivare sino sul palcoscenico e sentir bene ed essere vicine al fratello o all'innamorato, nel caso di un «quarantotto». Ireportersdei giornali, stretti a gomito nella più bizzarra promiscuità dei colori politici, intorno a due tavolini, traballanti presso la ribalta, cominciavano a scrivere furiosamente, a matita, sulle piccole cartelle, guardandosi intorno sul serio, per poi «dipingere l'ambiente» con la diversa intonazione, secondo il diverso colore del giornale.«Le più note e spiccate personalità dei partiti popolari, i rappresentanti dei sodalizi promotori, i compagni venuti a fare atto di solidarietà dalle vicine città sorelle» avevano una cert'aria decorativa e guardavano, con calma serena, gli incidenti della platea, come chi è abituato a certe cose e ne ha vedute di più gravi, e sa di aver fissi addosso gli sguardi del popolo, gli sguardi di tutta Milano, quindi di tutta Italia.E mentre giù, nella platea, la gente tumultuava per l'assalto ai palchetti, in quei gruppi, sul palcoscenico,vi fu un breve rimescolìo, poi d'un tratto, scoppiò un applauso fragoroso che coprì ogni altro clamore, e le bandiere si agitarono, i gruppi si aprirono ed un bel vecchio, dall'aspetto simpatico e dolce, con passo sicuro, si avanzò insieme a tre o quattro altre persone di varia età, fra cui Giusto Allori, fin presso il tavolo, dinanzi alla buca del suggeritore, ch'era stata coperta. Tutto tacque repentinamente nel teatro. Poi, subito, come lo scoppio del fulmine, un grande applauso breve e secco. Un attimo soltanto di sosta e ancora lo stesso applauso, ugualmente vigoroso, ma questa volta insistente, prolungato, interminabile, risolventesi alla fine nelle grida, negli «evviva», negli «abbasso» dapprima informi e confusi, poscia determinati e diretti da voci isolate, gagliarde e squillanti.Giusto Allori stette ad assaporare con gioia palese quello spettacolo per qualche istante, girando lo sguardo vivo dietro le lenti degli occhiali, verso ogni punto del teatro, abbasso e in alto, come a persuadersi, che dappertutto vi fossero anime vibranti e cuori aperti. Poi alzò la mano ad un gesto largo ed imperioso di calma, e quasi subito un po' di calma infatti si fece, in mezzo però a nuovi clamori, di plauso, che si ridestavano qua elà, rivolti a lui, dai più impazienti di udirlo parlare. Ed egli parlò subito, ma soltanto per invitare l'assemblea ad eleggersi un presidente; ciò che risollevò un altro uragano di grida, fra le quali cominciò però tosto a prevalere distinto un nome.Ed allora il bel vecchio, dall'aspetto dolce e simpatico, ch'era in piedi presso al tavolo, un po' incitato e poi sospinto quasi a forza da Giusto Allori e dagli altri vicini, si fece nel mezzo, accennò ripetutamente alla folla che si chetasse e con molta energia, sbatacchiando a lungo il grosso campanello, ottenne un qualche silenzio: allora, con voce ancora robusta, ringraziò dell'onore che gli veniva fatto. Aggiunse anche altre frasi, evidentemente preparate, e spiegò lo scopo del Comizio; ma tosto si smarrì, e ripetè più volte le cose già dette, finchè trovò il coraggio di correre alla conclusione, anch'essa preparata, raccomandando la calma, il rispetto alle opinioni di tutti e la brevità dei discorsi.Ma i primi discorsi furono tutt'altro che brevi. Dapprima parlò un antico ex-deputato, retorico e prolisso, ogni frase del quale celava un rancore. Poi il rappresentante di una confederazione di fuori, un dicitore rapido, verboso, cui l'aspettobizzarro e l'accento spiccatamente dialettale e qualche immagine nuova avevano sul principio guadagnata l'attenzione; alla quale però erano poco dopo successi il tedio e il fastidio.Il pubblico si impazientiva, si irritava.Il presidente trovò modo di persuadere l'oratore, già scalmanato in viso, a chetarsi a metà di una argomentazione, e tosto Giusto Allori, mosse avanti, sino alla ribalta, represse quasi subito l'applauso che era ricominciato per lui, e prese a dire stringendo nella destra un fascicoletto di bozze, assicurandosi di frequente, con un gesto abituale della sinistra, gli occhiali d'oro e volgendosi or da un lato or da un altro, fissando per un momento gli sguardi proprio sotto di lui, poi alzandoli alla folla pigiata, lassù, in mezzo alla galleria.III.Tutto ciò che era stato detto fino a quel momento dagli altri nella forma più incolta e più disordinata, cominciò a fluire dalle sue labbra con una limpidezza, con una continuità, con una rapidità simile a quella d'una fresca vena d'acqua, dinanzi alla quale sia rimosso ad un tratto ogniostacolo. Ma intorno alle vicende politiche della giornata, Giusto Allori non intendeva evidentemente di soffermarsi a lungo.Egli voleva approfittare di quella grande riunione di gente per dire molte altre cose, che gli premevano molto di più; e subito, infatti, la sua parola illuminò ben altre idee che non quelle di una critica astiosa dei gruppi, delle persone e della politica. Con un caldo fervore di convincimento ed una eloquenza vera, vibrante sopratutto della commozione dell'artista, il giovane scioglieva un inno alla concordia degli umili fra loro, alla loro esaltazione morale verso la bontà, verso l'intelligenza, e la sua parola dava alla folla un'ebbrezza che erompeva in iscoppî d'applausi, soffocati immediatamente dal timore di non sentir bene ciò che egli avrebbe detto ancora.E l'ebbrezza crebbe alla fine, mentre anche l'oratore si abbandonava alla lirica della perorazione e le sue mani tremavano, e gli pulsavano le tempie e il teatro pareva crollasse in una tempesta, in un delirio di grida e di battimani, ed egli, madido, affranto, doveva reggersi per un momento con la mano al tavolo, prima di ritirarsi.Fu allora che qualcuno, facendosi largo tra i gruppi, gli si avvicinò e gli sussurrò brevi paroleall'orecchio. Giusto Allori trasalì, si volse, si scosse, respinse quelli che gli si facevano intorno domandandogli che cosa fosse accaduto e lasciò rapidamente il palcoscenico, per essere al più presto possibile nella strada.Da per tutto una muraglia di gente.Come passare? Come farsi largo subito, egli poi, che tutti anzi stringevano in mezzo?Un vecchio delegato di questura, fermo sul palcoscenico alla soglia d'un'uscita di servizio, aveva seguito con lo sguardo fisso l'Allori, in quel suo improvviso, angoscioso tentativo di andarsene; e quando il giovane gli fu vicino, gli disse con tono, oltrechè cortese, quasi amichevole:— Se crede, dottore, può uscire di qui...Giusto si fermò come trasognato, guardò, capì, e nello sguardo del vecchio che in quel momento gli parlava a quel modo, gli parve di scorgere una profonda simpatia alla sua invocazione di poco prima all'amore fra gli umili.— Grazie, grazie — mormorò, tendendo la mano e stringendo forte quella che l'altro gli porgeva esitando. — Grazie... Sì, ho bisogno d'essere a casa subito...Ed a quell'uomo che lo precedeva per guidarlo fuori, fra scale e corridoi, a quel funzionariodella polizia prima che ad un altro, Giusto Allori confidò l'ambascia che improvvisamente gli aveva stretto il cuore:— Sono venuti ad avvisarmi che mio padre sta male, malissimo... Presto... Grazie... Che mi veda subito!... Grazie ancora, grazie!IV.Le camerette splendevano come di una luce d'oro. Il sole, già basso, sembrava ardesse d'un fuoco d'incendio dietro le guglie, le statue e i trafori del Duomo. Il vecchio infermo, che già un'ora innanzi, all'aggravarsi del male aveva chiesto disperatamente, con le mani alla gola, aria, aria, aria, anche adesso, cessata la crisi, tentava ad ogni momento di sollevarsi dai guanciali del seggiolone, quasi per lanciarsi fuori dalle piccole finestre tutte aperte, verso quel mare immenso di aria e di spazio. Ed ogni tanto l'occhio stanco e imbambolato aveva ancora la consueta espressione di riverenza devota, allorchè riusciva a distinguere quelle belle statue lontane nel cielo, che egli conosceva tutte per nome, e le mani brancicanti sicongiungevano nel gesto abituale della preghiera e si levavano verso la Madonnina d'oro fiammeggiante come una face, sulla guglia maggiore...Ma quando Giustino gli fu presso, inginocchiato a lato del seggiolone, le dita scarne e tremanti del vecchio si cacciarono nei capelli del figliuolo, con un atto convulso, quasi d'impazienza e di sdegno, e sul volto smorto e chiazzato di macchie violacee non passò alcun raggio di conforto e di gioia.— Come hanno fatto ad avvisarti... che... me ne vado? Là dentro... in quella bolgia d'inferno? Che cosa dicevi a quella gente, mentre io ero qui ad aspettarti... per morire? Oh! so, so... quello che vuoi rispondermi!... Me lo hai detto un milione di volte, sempre!... Io queste cose non le posso capire!... E così, me ne vado, là dove c'è la tua povera mamma che mi aspetta, senza aver capito mai niente di te! Cioè... sì: dopo aver capito che non ci vedremo più... nemmeno di là... perchè tu non hai voluto... tu non vuoi... Questo... ho capito... ho capito... E tu invece eri il mio Giustino buono, affettuoso, studioso. Che cosa hai detto oggi, anche oggi, a tutta quella gente?Giusto comprese.In quell'animo affranto, dilagava un immensa disperazione, ed egli ne era la causa.La sua parola soltanto poteva dar pace allo spirito tormentato del padre, in un'ora così terribile. E il giovane, si accosciò a' piedi del seggiolone e cominciò ad accarezzare le mani tremule e le ginocchia del vecchio.Lorenzo viveva in quell'ora di una vita dello spirito, affatto diversa dalla intera sua vita, più intensa, più eletta, di quanto la sua indole timida e mite, la sua modestissima coltura, prima d'allora, gli avessero mai consentito.Giusto lo sentì, con l'intuito sapiente che dànno i grandi dolori, con l'affetto tenero e profondo che aveva allacciato la sua giovine vita fremente a quella vita ingenua, che andava estinguendosi.E allora cominciò a parlare...Poco prima egli era il ministro di una religione nuova che aveva accesa la passione d'una moltitudine: adesso era ancora il ministro della stessa religione che confortava con l'amore una coscienza.— Sai che cosa ho detto poco fa, a tutta quella gente? Ascoltami bene, babbo, ascoltami bene, babbo mio! Ho detto loro che gli uomini devono vivere come fratelli e che ognuno deve fare per gli altri quello che vorrebbe fosse fatto a sè stesso.— Ma... questo è il Vangelo che lo dice!— Ed ognuno deve lavorare secondo le proprieforze, perchè nessuno deve vivere in ozio... Non è vero? È il tuo figliuolo che ti parla, e tu sai che non ha mai mentito. Non diceva Gesù Cristo essere più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che non un ricco per la porta del paradiso?— Sì, ma il Vangelo comanda ai poveri la rassegnazione...— Appunto, perchè il Vangelo non è fatto soltanto pei ricchi o pei poveri, ma per tutti gli uomini che sono uguali fra di loro. E ti pare giusto che vicino a tanti che sperperano pazzamente le loro ricchezze, vi sieno dei miseri cui manca il pane? E ti par giusto che chi ha vissuto sempre sempre, dall'infanzia alla vecchiezza, soffrendo e spasimando, debba morire in un canto di via esausto, derelitto, solo, come se non fosse anch'egli un figliuolo di Dio?— Ma c'è la carità, c'è la beneficenza...— Sì; ma quanto sarebbe più bello il mondo se di questa carità non vi fosse bisogno.— È vero... è vero...— Noi non predichiamo l'odio a nessuno: noi vogliamo che i buoni, quelli che soffrono, si uniscano, si aiutino per sollevarsi a vicenda e diventare migliori.Lorenzo guardava il figliuolo con gli occhi sorpresi e incantati e sulla torbida angoscia di prima scendeva una blanda luce di conforto e di gioia:— Anche Gesù l'ha detto — mormorava...— Sì, sì, babbo, e coloro i quali affermano che il tuo Giustino insegna ad odiare e a distruggere non sanno o non vogliono sapere il vero. Tu mi parlavi dianzi di carità. Ebbene, la carità che il figliuolo di Dio predicava, non era la bella e santa carità tra fratelli?— Sì, sì, nel Vangelo...— E non diciamo noi, come sta scritto in quel libro della sapienza e dell'amore, che deve venire il giorno della pace e della giustizia, per tutti gli uomini di buona volontà?— Sì, sì, sì...Il vecchio maggiordomo, il quale non aveva mai pensato altro mondo tranne quello di cui era stato un'umile parte fedele, e che poneva in esso la sede di ogni bontà, di ogni giustizia, vedeva ora che la bontà e la giustizia avevano fuori di esso un altro aspetto. Non a lui toccava d'esser giudice; ma egli era in quel momento felice di poter ricordare i benefici dei padroni, e di poter ascoltare il figlio adorato, senza che la sua anima semplice e scrupolosa trovasse, tra la devozionee il dispetto ai primi, e l'affetto al secondo, un'inconciliabile contradizione... e gli pareva che da quel momento l'odio, il rancore, la perfidia, fossero per sempre scomparsi dalla vita. Non egli poteva cogliere il senso delle distinzioni e degli opposti principî, ma sentiva che sotto le crudeli apparenze, le rigide tradizioni o le fervorose speranze, una sola forza palpita: l'amore. L'amore dei suoi vecchi padroni gli aveva resa la vita pacata, chiara, onesta e tranquilla; l'amore che scaldava con impeti generosi lo spirito giovanile del figliuolo gli rasserenava la morte. La sua religione, che in quell'ora estrema diveniva quasi più perspicace e indulgente, sorrideva ai ricchi e ai poveri, e scopriva inconsciamente dove stava il vero in ogni conflitto delle anime e dei cuori: nella buona volontà degli uomini!Il vecchio accarezzava ora la testa del figlio con lente mani tremanti e la bocca disse parole di benedizione.... Gli occhi profondi guardavano nel vuoto, sorridenti, verso la Morte.

Guardando giù nell'immenso giardino, tutto pieno di silenzio, di fresco e di umidità, si dimenticava di essere nel cuore di Milano, a cento passi dal Duomo e dal grande forno brulicante della Galleria. Quelle piante secolari, quei viali invasi dall'erba, quelle vecchie statue di granito dal tronco verdognolo, facevano pensare al parco di qualche villa solitaria e disabitata.

Una malinconia sonnolenta stagnava nell'aria coll'odore acuto e snervante delle magnolie che sfiorivano sopra un albero gigantesco, presso la fontana. Dall'albero cadevano a intervalli con un rumore ora secco, ora velato, le foglie lucenti e metalliche già accartocciate e ingiallite.

Quei lievi strepiti, qualche eco indistinta di voci lontane passavano soli dentro a quella pace torpida, di clausura.

Il marchese Pier Luigi, appena finito di sorbire il caffè, si era alzato ed ora indugiava sul balcone verso il giardino, le due mani nelle tasche della giacchetta chiara, aspirando grosse boccate di fumo dall'avana squisito. Una passeggiatina mattinale, — dalle dieci alle undici, — in certi quartieri della città, gli aveva dato, a colazione, il «nervoso» allo stomaco.

Era una giornata splendida di giugno, un sole caldo e giocondo, quel bel sole domenicale che non pure alla piccola gente sembra così diverso dal sole degli altri giorni.

Egli si era avventurato, ballonzolando in tempo di valtzer nel fondo dellacharrette, guidando egli stesso, — colgroomaccanto, dalle braccia al sen conserte, come un piccolo Napoleoncino in tuba, — si era avventurato nelle vie più lontane dell'antico sobborgo, nei quartieri più popolari e più popolosi dove sorgono le numerose officine, gli opifici, e le enormi case operaie, quadrate, forellate dalle spesse finestre, simili a caserme o a gabbie mastodontiche. Quivi, sulle porte, sugli usci, nelle bettole e nei caffè, così frequenti da far disgusto e quasi terrore, in quel brusìo di gente affrettata e animata, non ostante la giornata di riposo, egli aveva trovato il popolo, il popolo tanto diversoda quello che egli aveva descritto, con foga retorica — non improvvisata — a' suoi colleghi del Parlamento; il nuovo popolo delle grandi città, cui il lavoro e l'industria dànno una fisonomia così tipica.

Il marchese Pier Luigi, sempre ballonzolando nella gialla, rilucentecharrette, in mezzo a quei gruppi di operai, invece della soggezione ammirativa e invidiosa, che gli mostravano i contadini delle sue tenute, raccoglieva occhiate sarcastiche e irose, capiva di attraversare quel tal mondo reale e formidabile del quale egli ed i suoi amici si ostinavano, per convenienza più che per convinzione, a negare l'esistenza.

Ma l'ultima, la più sgradevole impressione gli era toccata nel ritorno, percorrendo le strade del quartiere di Porta Garibaldi, dove erano più spessi alle cantonate certi enormi manifesti di una tinta scarlatta, ch'era di per sè una provocazione. Quegli avvisi invitavano «i cittadini» per le due di quella stessa domenica, ad un grande comizio pubblico all'Alhambra. I «Partiti popolari» avrebbero discusso del «momento politico» e oratore del comitato era il dottor Giusto Allori.

Egli lanciava contro il suo baio dei dispettosi colpetti di frusta e sogghignava:

— Ah! Ah! Il dottor Giusto Allori!

Con un colpo di frusta avrebbe voluto stracciare anche i manifesti!

— Pagliaccio! Buffone! Anche oratore nei comizi! Buffone... Pagliaccio! E ingrato! Non bastavano i giornali, gli opuscoli, tutto quel suo lavoro, quei due o tre anni di... sobillazione! Adesso anche in teatro, anche in piazza!

E Pier Luigi tornava a guardare di traverso i manifesti.

— «Il momento politico!» Sì! Lo avrebbero studiato e capito e rappresentato loro il «momento politico» quei disgraziati capaci appena di compitare laLotta di classe!

Il marchese Pier Luigi lo aveva vissuto a Roma, lo viveva ora a Milano il «momento politico!» Ma, pur troppo, quella plebaglia che sarebbe accorsa in una baracca di legno a cianciare, a sbraitare, a batter le mani a quell'ambizioso esaltato dell'Allori, era la stessa che del momento, appunto, era l'arbitra... in caso di elezioni.

Il marchese Pier Luigi aveva affrettata la corsa verso il palazzo, ormai risoluto a non mettere piedi fuor di casa in tutto il giorno. Era rientrato prima delle undici, si era impazientito perchè donna Maria tardava a farsi vedere, arrischiando quindi di perdere la messa e la predica del mezzodìa S. Fedele, poi aveva osato — ardimento ben raro — di mandar la cameriera a farle premura, e finalmente si era seduto solo a colazione.

Donna Maria entrò quasi subito: anch'ella appariva dello stesso umore del marito. Un umore che si intonava con maravigliosa armonia al colore del luogo, alla penombra triste, ai mobili austeri, alle tappezzerie oscure, al vasellame pesante, ai grandi quadri di «natura morta» della sala da pranzo, così sfarzosa e così opprimente.

Subito dopo colazione, il marchese Pier Luigi era uscito a fumare sul terrazzino. Temeva uno sfogo della moglie per il contegno troppo debole del gruppo lombardo alla Camera. Donna Maria, ritta sul busto e armata dell'occhialetto di tartaruga che dava un'espressione ancor più severa e quasi arcigna al suo bel volto di medaglia d'avorio antico, leggeva attentamente ilNeo-Guelfodi quella mattina: non era opportuno distrarla nè disturbarla.

Giù nel giardino, sembrava che la pace e il silenzio aumentassero con l'avanzare dell'ora meridiana. Appena ilticmetallico delle foglie di magnolia che cadevano a terra, appena qualche eco flebile dei rumori della strada. Chi avrebbe dettoche oltre quella muraglia coperta di muschio e di edera si agitasse tanta vita sonora di voci e di anime?

Il gran mare fragoroso dell'ire popolari veniva a rompere le sue ondate ai piedi di quelle mura massicce, che resistevano impassibili, incrollabili da secoli. Oh! Esse ne avevano vedute e sopportate delle burrasche... e ben più terribili!

— Un comizio più o meno? Un comizio all'Alhambra non è ancora il finimondo, la rivoluzione!... Il «momento politico?» Buffoni!

A un tratto si sentì alle spalle la marchesa e voltandosi capì subito che la lettura delNeo-Guelfonon le aveva dato le stesse impressioni di calma consolatrice trasfuse in lui dalla quiete del giardino.

— Guarda — La marchesa gli segnò con l'unghia rosea un articolo del giornale. — Il dottor Giusto Allori fa anche il tribuno!

— Già.

Pier Luigi rispose con un sorriso di scherno, ma la marchesa, invece, ebbe un impeto di collera.

— E tutto questo è in gran parte colpa tua.

— Colpa mia?

— Sì. Con la tua debolezza verso il padre, hai contribuito alla rovina morale del figliuolo.

Pier Luigi rientrò nella sala e cominciò a girellare in lungo e in largo rannuvolandosi di più ad ogni passo.

Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè. Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli letterari.

Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello, male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo, si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma inutilmente.

Debole il padrone: il padre infatuato.

Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad annidarsi altrove, lontano da casa sua!

— Lorenzo è in casa? — domandò il marchese ad un servitore.

— Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni.

— Che cosa gli vuoi dire? — La marchesa, rannicchiandosi nella sua poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivistaLes dames du bien, sorrise crollando il capo: — Adesso è troppo tardi! Il figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e spaventato.

— Non è mai troppo tardi! Lascia fare.

Pier Luigi si volse di nuovo al servitore:

— Chiamate Lorenzo.

Qualche momento dopo Lorenzo entrò, e, fatti pochi passi nel salotto, chiese licenza di poter sedere, perchè quella mattina il suo mal di cuore lo tormentava e quei pochi scalini gli avevano già dato l'asma.

Il maggiordomo, costretto ormai dagli acciacchi ad un riposo assoluto, aveva infatti una bruttissima cera. Gli occhi aveva pesti, incavati, cerchiati di livido, la pelle delle guance, sbarbate di fresco, floscia e cascante, e le labbra smorte erano agitate da un fremito angoscioso, come se il malato cercasse continuamente di bere a piccoli sorsi l'aria che si sentiva mancare.

— Mi dispiace di dovervi fare dei discorsi... antipatici, tanto più perchè non vi sentite bene; ma così non si va avanti. Sapete la nuova pagliacciata? Quella d'oggi?

Lorenzo, seduto sull'orlo di una sedia, le mani scarne abbandonate sulle ginocchia, cominciò a tremare in tutta la persona, ma quel tremito non era di spavento, nè di soggezione; il pover'uomo, soffriva assai.

— Il signor Giusto Allori va a fare il predicatore al popolo!

Lorenzo accennava di sì, con la testa, dolorosamente. Poi si sforzò a gridare:

— So, so, signor marchese. Il comizio all'Alhambra! Ho supplicato Giustino anche ieri sera, con le lacrime agli occhi; almeno una pubblicità simile... non la facesse per lor signori! Gli ho ricordato tutti i benefizi ricevuti... L'ho scongiurato di aver compassione di me, così vecchio, così malandato. M'ha risposto quello che mi risponde sempre, da un anno: — «È inutile, babbo! Tu non capisci, tu non puoi capire certe cose. Quello che io faccio è il mio dovere!»

— Il suo dovere! Il suo dovere! — balzò a dire la marchesa Maria con un sussulto di sdegno e di odio nella voce. — Il suo dovere sarebbe dirispettare il nome della famiglia presso la quale suo padre ha lavorato tutta la vita, di non schierarsi con i più furibondi nemici del nostro sangue e della nostra religione! Questo sarebbe il suo dovere! Questo è il suo preciso dovere!

Il vecchio guardò la padrona, stupito e sconcertato da quell'ondata di avversione che le prorompeva dalle labbra, e non rispose. Egli accennava sempre di sì, continuamente di sì, chinando la testa grigia, respirando con fatica. Non avrebbe immaginato mai che il suo figliuolo fosse tanto odiato!

La marchesa proseguiva, implacabile, senza guardarlo:

— Dal canto mio, non ho nulla a rimproverarmi. Ho cercato di giovare materialmente e moralmente a vostro figlio, come la mia religione e il mio cuore mi consigliavano. Sì, anche il mio cuore; perchè quel... ragazzo prometteva tutt'altro: era sveglio, molto vivace, ma docile, riflessivo. Non dico già che lo si dovesse mettere in seminario... ma almeno non si doveva permettere che gli montassero la testa con tutte le empietà, con tutte le mostruosità che sono state inventate dai nemici del bene.

— Appunto, — intervenne Pier Luigi, il qualetrovava opportuno lo sfogo della moglie, che sebbene un po' eccessivo, arrivava ad una conclusione. — Che cosa avete creduto di farne col seguire la vostra vanità e la sua ambizione? Sacrifici d'ogni sorta, per sette od otto anni, perchè diventasse dottore! Dottore in scienze economiche! Belle... scienze! L'ingiustizia del capitale, l'abolizione della proprietà.

L'onorevole si concitava al suono della propria voce come un vecchio cavallo di razza al suono di una fanfara. Era un pezzo che non aveva occasione di far udire in casa, a sua moglie specialmente, come il gruppo neo-guelfo avesse approfondita anche la questione sociale. E tirava via, contro l'inganno indegno dei marxisti, sostenitori di una possibile socializzazione degli arnesi del lavoro, contro l'auto-suggestione morbosa e collettiva delle masse verso un'utopia rivoluzionaria alla quale giungevano dopo essersi lasciati adescare dall'illusione «deleteria» della tattica evolutiva, da parte dei sobillatori, capaci di tutto pur di appagare le loro sfrenate ambizioni personali. Camminava in su e in giù, con le mani dietro il dorso, lo sguardo al suolo, come ascoltando attentamente le parole ed approfittando dell'occasione per immagazzinare ed ordinare un po' dimateriale adatto alla sua prossima conferenza, sulla enciclica papale d'incoraggiamento ai cattolici della «vera democrazia». Ma ad un tratto, nel volgere un'occhiata a Lorenzo, lo vide così accasciato, così disfatto, così piegato in due sull'orlo della sua sedia, ch'ebbe compassione del vecchio servo fedele e pensò ch'era tempo di liberarlo da quella tortura.

— Già, ormai, sono parole inutili! Mi ricordo, quando vi è nato questo vostro unico maschio, dopo parecchi anni di matrimonio! Sembrava che vi fosse piovuta dal cielo una speciale benedizione! E anche nella scelta del nome, vi ricordate? Non avete avuto niente affatto la nostra approvazione. Chiamarlo Giusto!

— Giustino...

— Giusto! Come se non ci rintronasse abbastanza la testa con la giustizia, senza cacciarla anche nei nomi! Avete già la disgrazia di quel vostro cognome, così... bizzarro, di Allori!... Anche Giusto! Così n'è venuto fuori il Giusto Allori. Un tutt'insieme... spettacoloso, che pare proprio combinato apposta per fare del chiasso, per battere la gran cassa di tribuno e di martire!

— Ma queste cose poi, signor marchese, chi le va a pensare! — osò mormorare Lorenzo, giungendo le mani tremanti.

Donna Marianna intervenne, alzandosi ed accennando al povero vecchio ch'era finita l'udienza.

— Non si tratta di parole nè di nomi, ma di fatti. Ed il fatto... grave ormai, insopportabile, è che abiti ancora qui nella nostra casa, quello stesso individuo che fuori, nei giornali, nelle assemblee...

— No, no, scusi, signora marchesa, non si inquieti più — supplicò Lorenzo, in piedi, con una certa energia. — Credevo ne fosse già informata. Giustino, da quasi due mesi, non abita più precisamente qui, con me. Viene di tanto in tanto, a trovarmi, a sentire come sto; ha ancora qui... qualche libro, ma ha capito anche lui che non era più il caso!... Sicuro, signora padrona, anche questo dolore mi era riserbato. Non aver più vicino il mio figliuolo, alla vigilia di andarmene per sempre. E loro signori hanno tutte le ragioni! Con tanta bontà che hanno sempre dimostrato a quel ragazzo, con tanti benefici... Ah! Io capisco, capisco, e non dimentico nulla... Ma che fare? È la mia disgrazia! Il Signore ha voluto così. Non bastava la malattia, questo asma, che mi tronca il fiato... scusino, scusino tanto!... Giustino in casa, se credono non ci verrà più affatto! Andrò io a trovarlo, fuori del palazzo, finchè potrò... E poi una voltamorto io... gli perdonino per me... soltanto per me!

Il vecchio si portò le mani alla gola per aprirsi il colletto: la commozione, il dolore, le lacrime gli avevano accresciuta l'asma. Uscì a ritroso, inchinandosi barcollando e annaspando con le mani. Impiegò non meno di dieci minuti a fare i tre piani della scala di servizio, per rifugiarsi nelle sue camerette dove almeno avrebbe potuto starsene solo, solo col suo struggimento, con la sua disperazione. Non sarebbe uscito neppure pei vespri. Gli era impossibile fare ancora le scale in quel giorno. Poi lassù, poteva raccogliersi e pregare con tutta la devozione, come in chiesa. Avrebbe letto tutti i vespri ed anche compieta ed un po' di salmi, guardando dalla finestruola il suo bel Duomo, così vicino, che gli pareva di poterlo toccare allungando la mano, tutto bianco e roseo ed azzurro, co' suoi terrazzi, le sue balaustre, le sue guglie, e le statue, i santi, gli angeli, le madonne! Lorenzo le guardava, le salutava più volte ogni giorno da oltre quarant'anni e le conosceva ad una ad una, aveva parlato con ciascuna, aveva rivolta a ciascuna qualche preghiera speciale, nelle disgrazie della sua vita, quando era rimasto solo col bimbo, poi quando Giustino era cresciuto così sempre mezz'ammalato, poi negli ultimi anniquando Giustino aveva manifestato quelle idee, e si era buttato come un matto a quella maledetta politica ed a lui, povero vecchio, per le paure e i dispiaceri e i rimbrotti dei padroni, si era aggravato il mal di cuore.

Dopo una lunga sosta, premendosi le due mani sul petto perchè gli pareva che il cuore gli volesse saltare in gola, salì anche l'ultima branca della scala, la più breve, ma anche la più ripida e finalmente fu al pianerottolo pieno d'aria e di luce, come le sue camerette. Prima di scendere aveva chiuso l'uscio: come mai adesso era aperto con la chiave nella toppa? Da un leggero e noto colpo di tosse nell'interno capì subito.

— A casa, a quest'ora? A far che? — pensò il vecchio sempre più angosciato all'idea di incontrarsi col figliuolo, mentre si sentiva così male.

— Animo! — Spinse l'usciolo, ed appena entrato si lasciò cadere sopra una seggiola, affranto, con un sospiro che finì in un gemito.

— Perchè hai voluto fare le scale sentendoti così male? Avevi promesso di startene tranquillo o in casa o sul terrazzo.

— Sono stato chiamato giù dai padroni.

Il giovane, a questa parola «padroni», arrossì leggermente.

— Che cosa volevano? Lo sanno pure che sei ammalato!

— Dovevano parlarmi!

Il giovane aveva trovato finalmente un fascio polveroso di opuscoli, nel quale si era messo a frugare, febbrilmente, perdendo la pazienza, arrabbiandosi, pauroso di non arrivare a tempo.

— Se non ho il riassunto delCapitalefatto da Gabriele Deville, oggi sono senza una mano. Ed era qui, in questo pacco. Dove si è cacciato?

— Io già, sai... non tocco mai niente! — mormorò il vecchio.

Giusto alzò gli occhi e lo fissò commosso, turbato da quella voce addolorata, in quel momento per lui così grave. Poi gli sorrise, mormorando:

— So, so, babbo; i miei libri tu non li tocchi; ma bisogna che io trovi questo Deville. Voglio chiudere il Comizio...

— Lascia stare il Comizio! — interruppe Lorenzo giungendo le palme in atto d'umile, ma fervida preghiera. — Non ci andare a questo Comizio! Evita almeno uno scandalo, per riguardo a tuo padre, alla famiglia che tuo padre ha sempre servito con onore, con fedeltà...

— Servito? Ah! Ah! La fedeltà, la devozione colla quale tu hai servito questi signori, dovrebberoimpedire a me di servire le mie idee? Ed è per dirti queste cose che ti hanno chiamato? E chi sa contro di me, la marchesa specialmente, chi sa che accanimento!... Via, via! Non ho tempo da perdere, io! Dirai giù, ai signori, che ho anch'io i miei padroni, e i miei padroni sono i miei doveri, che valgono molto più del signor marchese e della signora marchesa.

— No, no, Giustino! Non fare, non parlare così anche tu, quest'oggi!... Non arrabbiarti, anche tu! Non darmi altri dolori. Il mondo non cambierà nemmeno co' tuoi discorsi, perchè è sempre andato e andrà sempre allo stesso modo. È il buon Dio, il solo padrone dei grandi e dei piccoli, che vuole così!

Il giovane lo interruppe, col viso intelligente, illuminato da un lampo di indulgenza e di pietà.

— Basta, basta, babbo mio, povero vecchio mio! Oggi no, oggi no, non mi stare a ripetere queste cose, oggi. Son tre, quattromila persone, operai, lavoratori che si riuniscono, ora, ed io dirò a tutti quello che da un mese mi va fermentando qui dentro... Ma abbi pazienza, mettiti quieto e prendi, leggi il tuo libro da messa... Tu, non puoi capirmi. Ecco, ecco il mio Deville! Meno male! L'ho trovato! — Il giovane dà un'occhiata all'orologiocome per avere la spinta e trovare il coraggio di finirla e di andarsene. — Le due meno un quarto?... Salto in tram e via all'Alhambra! Non posso arrivar tardi! E tu pensa che io sono sempre un galantuomo, qualunque cosa ti dicano contro di me per le mie idee!

Il giovane, piegando l'alta persona secca, ossuta, angolosa, per uscire dal piccolo uscio un po' basso, fece ancora un cenno d'addio al povero Lorenzo, scese rapidamente le scale e si diede a camminare ancor più in fretta verso il tram di Porta Garibaldi, sfogliando ed annotando in margine, a grossi segni di matita azzurra, il volume del Deville. Col cappello a cencio, gli occhiali d'oro, il vestito trasandato, una grande cravatta nera mezzo disfatta, le tasche piene di giornali, i gesti rapidi, nervosi, concitati, masticando fra i denti lo spunto di qualche frase oratoria, egli passava tra la gente senza veder nessuno, osservato da tutti, conosciuto da molti, e lo seguivano sguardi di curiosità, di ammirazione, di simpatia, ma anche di compatimento, di scherno, e di avversione palese ed astiosa.

Nei dintorni dell'Alhambra frotte di gente che si affrettavano, discutendo animatamente. Il teatro era già gremito, in ogni parte, sin nel vestibolo, e l'Allori dovette farsi largo vigorosamente tra la folla per non giungere tardi sul palcoscenico dove era aspettato.

La grande luce del pomeriggio estivo entrava a ondate dagli ampi finestroni spalancati e dava una crudezza lucida e sfacciata alle tinte, una volgarità sciatta e grottesca ai fregi grossolani di quell'immenso baraccone di legno, in stile pseudo-moresco. E l'ampia sala risonava tutta nell'impazienza del pubblico ansioso; risonava di mille voci, di mille rumori diversi che si fondevano in un solo fracasso assordante e somigliante al muggito del mare co' suoi alti e bassi e le sue tregue.

Il popolino minuto, che per istinto, per abitudine, era accorso mezz'ora prima, avea preso d'assalto la galleria ed ora l'affollava tutta così da offrire l'aspetto di una sola massa palpitante, in cui i colori scuri e i vivaci si confondevano.Un'altra moltitudine giù in platea, andava sempre più accalcandosi per il lento continuo insinuarsi di nuovi gruppi che venivano come ingoiati dalla massa. E questa poteva sembrare a tutta prima la folla consueta, chiassosa e insolente che, nell'aspettativa del banale spettacolo, se la gode per proprio conto, offre spettacolo di sè a sè stessa, si abbandona a tutte le licenze del grosso umorismo popolare.

Infatti correvano per l'aria grida, urli, fischi, grugniti e richiami; qua e là era uno sventolare carnevalesco di giornali, di manifesti e di ventaglietti; in un angolo, in alto, un gruppo di ragazzacci, di monelli, s'erano levati le giacche col pretesto del caldo e dirimpetto, sull'opposto lato, altri giovinastri, dall'aspetto equivoco, si erano dati a picchiare con i bastoni, dal manico di corno di cervo ricurvo, sulla ringhiera di ferro, con un crescendo infernale. L'Allori, tosto riconosciuto ed accolto da un primo moto di curiosità e d'impazienza soddisfatta, si faceva strada lungo la corsìa, dietro i palchetti del primo ordine.

Ad un tratto questi, già in parte occupati, vennero brutalmente invasi da altra gente, rozza ed audace che non avrebbe avuto alcun diritto d'entrarvi. Fu un momento di baccano orribile; s'incrociaronogrida sguaiate di conquista ed altre furibonde di protesta, si videro pennacchi rossi e nappine azzurre disseminate un po' dappertutto, ondeggiare e affrettarsi verso i palchetti. Ma fu un attimo.

Sul palcoscenico la luce era più blanda, calma e dorata come una luce di tramonto in chiesa. Lassù vi era un'altra folla composta di persone meglio vestite, alcune anzi vestite di nero, col cappello a cilindro, altre con cappello piumato e con un ciondolo di medaglie al petto. Più in fondo, da un lato, un gruppo di bandiere, dall'altro lato, gruppi di antichi e più o meno autentici superstiti delle campagne garibaldine, con le camicie di flanella rossa, nuova fiammante, e col berrettino sulle ventitrè. Le sedie disseminate sul palcoscenico erano state offerte ai vecchi e ve n'erano alcuni, quasi tutti veterani, non apocrifi, delle patrie battaglie, che ostentavano con fanciullesca vanità le loro decorazioni, e si arricciavano i baffi bianchi con una certa spavalderia innocua e senile. V'erano anche delle donne, borghesi e popolane, le prime infagottate nelle vesti di seta delle grandi occasioni, ma senza roba d'oro addosso perchè nella folla «non si sa mai»; le altre, per lo più ragazze, belle ragazze dalle bocche sorridenti,dagli occhi scintillanti, liete della loro giornata di riposo e dello spettacolo gratuito del Comizio, sudate e scarmigliate, che si narravano, con grandi scoppi di risa, le loro avventure nel lungo tragitto attraverso la folla per arrivare sino sul palcoscenico e sentir bene ed essere vicine al fratello o all'innamorato, nel caso di un «quarantotto». Ireportersdei giornali, stretti a gomito nella più bizzarra promiscuità dei colori politici, intorno a due tavolini, traballanti presso la ribalta, cominciavano a scrivere furiosamente, a matita, sulle piccole cartelle, guardandosi intorno sul serio, per poi «dipingere l'ambiente» con la diversa intonazione, secondo il diverso colore del giornale.

«Le più note e spiccate personalità dei partiti popolari, i rappresentanti dei sodalizi promotori, i compagni venuti a fare atto di solidarietà dalle vicine città sorelle» avevano una cert'aria decorativa e guardavano, con calma serena, gli incidenti della platea, come chi è abituato a certe cose e ne ha vedute di più gravi, e sa di aver fissi addosso gli sguardi del popolo, gli sguardi di tutta Milano, quindi di tutta Italia.

E mentre giù, nella platea, la gente tumultuava per l'assalto ai palchetti, in quei gruppi, sul palcoscenico,vi fu un breve rimescolìo, poi d'un tratto, scoppiò un applauso fragoroso che coprì ogni altro clamore, e le bandiere si agitarono, i gruppi si aprirono ed un bel vecchio, dall'aspetto simpatico e dolce, con passo sicuro, si avanzò insieme a tre o quattro altre persone di varia età, fra cui Giusto Allori, fin presso il tavolo, dinanzi alla buca del suggeritore, ch'era stata coperta. Tutto tacque repentinamente nel teatro. Poi, subito, come lo scoppio del fulmine, un grande applauso breve e secco. Un attimo soltanto di sosta e ancora lo stesso applauso, ugualmente vigoroso, ma questa volta insistente, prolungato, interminabile, risolventesi alla fine nelle grida, negli «evviva», negli «abbasso» dapprima informi e confusi, poscia determinati e diretti da voci isolate, gagliarde e squillanti.

Giusto Allori stette ad assaporare con gioia palese quello spettacolo per qualche istante, girando lo sguardo vivo dietro le lenti degli occhiali, verso ogni punto del teatro, abbasso e in alto, come a persuadersi, che dappertutto vi fossero anime vibranti e cuori aperti. Poi alzò la mano ad un gesto largo ed imperioso di calma, e quasi subito un po' di calma infatti si fece, in mezzo però a nuovi clamori, di plauso, che si ridestavano qua elà, rivolti a lui, dai più impazienti di udirlo parlare. Ed egli parlò subito, ma soltanto per invitare l'assemblea ad eleggersi un presidente; ciò che risollevò un altro uragano di grida, fra le quali cominciò però tosto a prevalere distinto un nome.

Ed allora il bel vecchio, dall'aspetto dolce e simpatico, ch'era in piedi presso al tavolo, un po' incitato e poi sospinto quasi a forza da Giusto Allori e dagli altri vicini, si fece nel mezzo, accennò ripetutamente alla folla che si chetasse e con molta energia, sbatacchiando a lungo il grosso campanello, ottenne un qualche silenzio: allora, con voce ancora robusta, ringraziò dell'onore che gli veniva fatto. Aggiunse anche altre frasi, evidentemente preparate, e spiegò lo scopo del Comizio; ma tosto si smarrì, e ripetè più volte le cose già dette, finchè trovò il coraggio di correre alla conclusione, anch'essa preparata, raccomandando la calma, il rispetto alle opinioni di tutti e la brevità dei discorsi.

Ma i primi discorsi furono tutt'altro che brevi. Dapprima parlò un antico ex-deputato, retorico e prolisso, ogni frase del quale celava un rancore. Poi il rappresentante di una confederazione di fuori, un dicitore rapido, verboso, cui l'aspettobizzarro e l'accento spiccatamente dialettale e qualche immagine nuova avevano sul principio guadagnata l'attenzione; alla quale però erano poco dopo successi il tedio e il fastidio.

Il pubblico si impazientiva, si irritava.

Il presidente trovò modo di persuadere l'oratore, già scalmanato in viso, a chetarsi a metà di una argomentazione, e tosto Giusto Allori, mosse avanti, sino alla ribalta, represse quasi subito l'applauso che era ricominciato per lui, e prese a dire stringendo nella destra un fascicoletto di bozze, assicurandosi di frequente, con un gesto abituale della sinistra, gli occhiali d'oro e volgendosi or da un lato or da un altro, fissando per un momento gli sguardi proprio sotto di lui, poi alzandoli alla folla pigiata, lassù, in mezzo alla galleria.

Tutto ciò che era stato detto fino a quel momento dagli altri nella forma più incolta e più disordinata, cominciò a fluire dalle sue labbra con una limpidezza, con una continuità, con una rapidità simile a quella d'una fresca vena d'acqua, dinanzi alla quale sia rimosso ad un tratto ogniostacolo. Ma intorno alle vicende politiche della giornata, Giusto Allori non intendeva evidentemente di soffermarsi a lungo.

Egli voleva approfittare di quella grande riunione di gente per dire molte altre cose, che gli premevano molto di più; e subito, infatti, la sua parola illuminò ben altre idee che non quelle di una critica astiosa dei gruppi, delle persone e della politica. Con un caldo fervore di convincimento ed una eloquenza vera, vibrante sopratutto della commozione dell'artista, il giovane scioglieva un inno alla concordia degli umili fra loro, alla loro esaltazione morale verso la bontà, verso l'intelligenza, e la sua parola dava alla folla un'ebbrezza che erompeva in iscoppî d'applausi, soffocati immediatamente dal timore di non sentir bene ciò che egli avrebbe detto ancora.

E l'ebbrezza crebbe alla fine, mentre anche l'oratore si abbandonava alla lirica della perorazione e le sue mani tremavano, e gli pulsavano le tempie e il teatro pareva crollasse in una tempesta, in un delirio di grida e di battimani, ed egli, madido, affranto, doveva reggersi per un momento con la mano al tavolo, prima di ritirarsi.

Fu allora che qualcuno, facendosi largo tra i gruppi, gli si avvicinò e gli sussurrò brevi paroleall'orecchio. Giusto Allori trasalì, si volse, si scosse, respinse quelli che gli si facevano intorno domandandogli che cosa fosse accaduto e lasciò rapidamente il palcoscenico, per essere al più presto possibile nella strada.

Da per tutto una muraglia di gente.

Come passare? Come farsi largo subito, egli poi, che tutti anzi stringevano in mezzo?

Un vecchio delegato di questura, fermo sul palcoscenico alla soglia d'un'uscita di servizio, aveva seguito con lo sguardo fisso l'Allori, in quel suo improvviso, angoscioso tentativo di andarsene; e quando il giovane gli fu vicino, gli disse con tono, oltrechè cortese, quasi amichevole:

— Se crede, dottore, può uscire di qui...

Giusto si fermò come trasognato, guardò, capì, e nello sguardo del vecchio che in quel momento gli parlava a quel modo, gli parve di scorgere una profonda simpatia alla sua invocazione di poco prima all'amore fra gli umili.

— Grazie, grazie — mormorò, tendendo la mano e stringendo forte quella che l'altro gli porgeva esitando. — Grazie... Sì, ho bisogno d'essere a casa subito...

Ed a quell'uomo che lo precedeva per guidarlo fuori, fra scale e corridoi, a quel funzionariodella polizia prima che ad un altro, Giusto Allori confidò l'ambascia che improvvisamente gli aveva stretto il cuore:

— Sono venuti ad avvisarmi che mio padre sta male, malissimo... Presto... Grazie... Che mi veda subito!... Grazie ancora, grazie!

Le camerette splendevano come di una luce d'oro. Il sole, già basso, sembrava ardesse d'un fuoco d'incendio dietro le guglie, le statue e i trafori del Duomo. Il vecchio infermo, che già un'ora innanzi, all'aggravarsi del male aveva chiesto disperatamente, con le mani alla gola, aria, aria, aria, anche adesso, cessata la crisi, tentava ad ogni momento di sollevarsi dai guanciali del seggiolone, quasi per lanciarsi fuori dalle piccole finestre tutte aperte, verso quel mare immenso di aria e di spazio. Ed ogni tanto l'occhio stanco e imbambolato aveva ancora la consueta espressione di riverenza devota, allorchè riusciva a distinguere quelle belle statue lontane nel cielo, che egli conosceva tutte per nome, e le mani brancicanti sicongiungevano nel gesto abituale della preghiera e si levavano verso la Madonnina d'oro fiammeggiante come una face, sulla guglia maggiore...

Ma quando Giustino gli fu presso, inginocchiato a lato del seggiolone, le dita scarne e tremanti del vecchio si cacciarono nei capelli del figliuolo, con un atto convulso, quasi d'impazienza e di sdegno, e sul volto smorto e chiazzato di macchie violacee non passò alcun raggio di conforto e di gioia.

— Come hanno fatto ad avvisarti... che... me ne vado? Là dentro... in quella bolgia d'inferno? Che cosa dicevi a quella gente, mentre io ero qui ad aspettarti... per morire? Oh! so, so... quello che vuoi rispondermi!... Me lo hai detto un milione di volte, sempre!... Io queste cose non le posso capire!... E così, me ne vado, là dove c'è la tua povera mamma che mi aspetta, senza aver capito mai niente di te! Cioè... sì: dopo aver capito che non ci vedremo più... nemmeno di là... perchè tu non hai voluto... tu non vuoi... Questo... ho capito... ho capito... E tu invece eri il mio Giustino buono, affettuoso, studioso. Che cosa hai detto oggi, anche oggi, a tutta quella gente?

Giusto comprese.

In quell'animo affranto, dilagava un immensa disperazione, ed egli ne era la causa.

La sua parola soltanto poteva dar pace allo spirito tormentato del padre, in un'ora così terribile. E il giovane, si accosciò a' piedi del seggiolone e cominciò ad accarezzare le mani tremule e le ginocchia del vecchio.

Lorenzo viveva in quell'ora di una vita dello spirito, affatto diversa dalla intera sua vita, più intensa, più eletta, di quanto la sua indole timida e mite, la sua modestissima coltura, prima d'allora, gli avessero mai consentito.

Giusto lo sentì, con l'intuito sapiente che dànno i grandi dolori, con l'affetto tenero e profondo che aveva allacciato la sua giovine vita fremente a quella vita ingenua, che andava estinguendosi.

E allora cominciò a parlare...

Poco prima egli era il ministro di una religione nuova che aveva accesa la passione d'una moltitudine: adesso era ancora il ministro della stessa religione che confortava con l'amore una coscienza.

— Sai che cosa ho detto poco fa, a tutta quella gente? Ascoltami bene, babbo, ascoltami bene, babbo mio! Ho detto loro che gli uomini devono vivere come fratelli e che ognuno deve fare per gli altri quello che vorrebbe fosse fatto a sè stesso.

— Ma... questo è il Vangelo che lo dice!

— Ed ognuno deve lavorare secondo le proprieforze, perchè nessuno deve vivere in ozio... Non è vero? È il tuo figliuolo che ti parla, e tu sai che non ha mai mentito. Non diceva Gesù Cristo essere più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che non un ricco per la porta del paradiso?

— Sì, ma il Vangelo comanda ai poveri la rassegnazione...

— Appunto, perchè il Vangelo non è fatto soltanto pei ricchi o pei poveri, ma per tutti gli uomini che sono uguali fra di loro. E ti pare giusto che vicino a tanti che sperperano pazzamente le loro ricchezze, vi sieno dei miseri cui manca il pane? E ti par giusto che chi ha vissuto sempre sempre, dall'infanzia alla vecchiezza, soffrendo e spasimando, debba morire in un canto di via esausto, derelitto, solo, come se non fosse anch'egli un figliuolo di Dio?

— Ma c'è la carità, c'è la beneficenza...

— Sì; ma quanto sarebbe più bello il mondo se di questa carità non vi fosse bisogno.

— È vero... è vero...

— Noi non predichiamo l'odio a nessuno: noi vogliamo che i buoni, quelli che soffrono, si uniscano, si aiutino per sollevarsi a vicenda e diventare migliori.

Lorenzo guardava il figliuolo con gli occhi sorpresi e incantati e sulla torbida angoscia di prima scendeva una blanda luce di conforto e di gioia:

— Anche Gesù l'ha detto — mormorava...

— Sì, sì, babbo, e coloro i quali affermano che il tuo Giustino insegna ad odiare e a distruggere non sanno o non vogliono sapere il vero. Tu mi parlavi dianzi di carità. Ebbene, la carità che il figliuolo di Dio predicava, non era la bella e santa carità tra fratelli?

— Sì, sì, nel Vangelo...

— E non diciamo noi, come sta scritto in quel libro della sapienza e dell'amore, che deve venire il giorno della pace e della giustizia, per tutti gli uomini di buona volontà?

— Sì, sì, sì...

Il vecchio maggiordomo, il quale non aveva mai pensato altro mondo tranne quello di cui era stato un'umile parte fedele, e che poneva in esso la sede di ogni bontà, di ogni giustizia, vedeva ora che la bontà e la giustizia avevano fuori di esso un altro aspetto. Non a lui toccava d'esser giudice; ma egli era in quel momento felice di poter ricordare i benefici dei padroni, e di poter ascoltare il figlio adorato, senza che la sua anima semplice e scrupolosa trovasse, tra la devozionee il dispetto ai primi, e l'affetto al secondo, un'inconciliabile contradizione... e gli pareva che da quel momento l'odio, il rancore, la perfidia, fossero per sempre scomparsi dalla vita. Non egli poteva cogliere il senso delle distinzioni e degli opposti principî, ma sentiva che sotto le crudeli apparenze, le rigide tradizioni o le fervorose speranze, una sola forza palpita: l'amore. L'amore dei suoi vecchi padroni gli aveva resa la vita pacata, chiara, onesta e tranquilla; l'amore che scaldava con impeti generosi lo spirito giovanile del figliuolo gli rasserenava la morte. La sua religione, che in quell'ora estrema diveniva quasi più perspicace e indulgente, sorrideva ai ricchi e ai poveri, e scopriva inconsciamente dove stava il vero in ogni conflitto delle anime e dei cuori: nella buona volontà degli uomini!

Il vecchio accarezzava ora la testa del figlio con lente mani tremanti e la bocca disse parole di benedizione.

... Gli occhi profondi guardavano nel vuoto, sorridenti, verso la Morte.

DELLO STESSO AUTOREMater dolorosa, romanzoL. 4 —I Barbarò o le lagrime del prossimo, rom.4 —La Baraonda, romanzo4 —La Signorina, romanzo4 —Casta diva, romanzo3 50La moglie di Sua Eccellenza, romanzo4 —L'Idolo, romanzo4 —Il Tenente dei Lancieri, romanzo3 —Il processo Montegù, romanzo1 —Baby — Tiranni minimi, romanze1 —Il primo amante, romanzo1 —Sott'acqua, romanzo1 —Cavalleria assassina1 —Romanticismo, dramma3 50Il Re Burlone, commedia3 50La Baraonda— Principio di Secolo, comm.2 50I disonesti, dramma2 —Il ramo d'ulivo — Il poeta, commedie3 —La Realtà — La trilogia di Dorina, commedie2 50Madame Fanny, commedia1 50La cameriera nova, commedia2 —Scellerata — Collera cieca, commedie1 50

DELLO STESSO AUTORE

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (sottosegretario/sotto-segretario, benefizi/benefizî, madia/màdia e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (sottosegretario/sotto-segretario, benefizi/benefizî, madia/màdia e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.


Back to IndexNext