—Son io, messere Anselmo; non mi conoscete?
—Io! persona, prima;—borbottò il Picchiasodo;—e che altro sei tu?
—Il Maso, messere; non mi abbandonate. Sono il ragazzo dell'Altino.
—Ah!—disse il vecchio soldato, inarcando le ciglia.—Diffatti, la riconosco, quella tua faccia di capocchio. Vien qua, buona lana, e non avertelo a male. Finisco di dire una parolina a' tuoi concittadini e sono da te.—
Così dicendo, il buon Picchiasodo curvò amorosamente la testa sull'òmero della sua dama, fece l'occhiolino nei due traguardi che le ornavano il capo, e parve contento del fatto suo. Quindi, pigliato dalle mani d'un servente l'uncino, ne accostò la punta arroventata al focone. Un lampo incoronò la bocca della signora Ninetta in mezzo ad una nuvola di fumo, e con fragore di tuono, partì fischiando una bigoncia di sassi.
A mala pena ebbe dato fuoco alla bombarda, il Picchiasodo levò la fronte e tese l'occhio verso la strada.
—Di punto in bianco!—gridarono poco stante i serventi, che stavano alle vedette, quali inerpicati sulle traverse della stecconata, quali in bilico sui carretti delle artiglierie.—Vedi che squarcio! E come son ruzzolati! Ne hanno abbastanza, di treggèa; scantonano alla lesta, come gatti scottati dall'acqua calda.
—Lo credo, io; s'è fatto miracoli;—disse il Picchiasodo ridendo.—La signora Ninetta è una donnina di garbo, e adesso bisognerà darle una secchiata d'acqua, per la sete. A proposito d'acqua, chi diavolo mi parlava dell'Altino?
—Son io, messere Anselmo;—si affrettò a rispondere il Maso;—sono io, il ragazzo dell'osteria.
—Ah sì, ora mi ricordo;—ripigliò il Campora;—«fermatevi all'Altino, c'è buona l'accoglienza e meglio il vino». E dimmi, per caso, non ne avresti portato un fiasco di quel buono? E' sarebbe proprio la man di Dio.
—Gli è tutto andato, messere;—disse il Maso con aria contrita.—Ci avete conciati davvero per le feste.
—Necessità di guerra; che farci, ragazzo mio? Non dovevate pigliarla a dire con noi;—sentenziò il Picchiasodo, stringendo le spalle.—Ma via, questi non sono discorsi da fare con te. Come sei qua? Ah, perdinci, non ci avevo badato prima; tu se' legato come un cane.
—Necessità di guerra;—disse di rimando il Maso;—e in verità , son capitato in certe mani….
—Capisco;—interruppe il buon capo dei bombardieri;—e tu ameresti ora cambiar di padrone. Andate, voi altri;—soggiunse poscia, voltandosi ai due balestrieri che accompagnavano il Maso;—questo prigioniero rimane con me.—
Il Maso diede una rifiatata di contentezza. Ma quei due non si muovevano ancora.
—Messere,—entrò a dire il Tanaglino,—la corda di balestra con cui è legato, mi appartiene.
—E tu levala!
—Levala!—ripetè il Maso, mettendo i polsi sotto il naso del suo aguzzino.
Indi, mentre il Tanaglino, tutto raumiliato, lavorava a slegarlo, soggiunse:
—Che te ne pare? Son io ancora quel villano ribaldo di poco fa?
—Sarete un pezzo grosso,—borbottò il balestriere stizzito,—e a noi due spetterebbe la taglia.
—Eccoti la taglia, furfante!—esclamò il Picchiasodo, appoggiandogli una pedata.
—Ne valgo cento, di queste;—aggiunse il Maso, gongolando dalla gioia;—fà tti dare il tuo giusto.—
Il Tanaglino, come i lettori avranno di leggieri argomentato, n'ebbe abbastanza di una e non aspettò le novantanove che il Maso gli consigliava di prendere.
—E così, ragazzo mio,—disse il Campora, come furono soli,—eccoti fuori dal servizio di mastro Bernardo….
—E di messere Antonello da Montefalco, ai servigi del quale sono accomodato come paggio.
—Di quel traditore, che in principio della guerra era con noi? Grama casacca, quella che dentro l'anno si volta! Buon per te che non lo servirai più. Vuoi restare con me?
—Messere,—rispose maliziosamente il Maso,—questo sarebbe un voltar casacca ancor io.
—Oh, non dico già come paggio; sei prigioniero, e resti al mio servizio fino al compimento di questa impresa maledetta. È il meno ch'io possa fare per te. Avevo fame e tu m'hai portato un pollo; avevo sete e non m'hai fatto aspettare un fiasco di vino. Ora dimmi, hai fame tu? hai sete?
—Eh, non fo per dire…. Stamane siam venuti ad assalirvi prima di far colazione.
—È una pittima cordiale, il vostro marchese! Far combattere i suoi soldati a ventre digiuno!
—Gli è un buon massaio e tira allo sparagno;—rispose il Maso, che volea dire e non dire.—Sapete, messere Anselmo? Lo sparagno è il primo guadagno.
—Capisco, sì, capisco che siete agli sgoccioli.
—Oh questo poi! Messere Antonello, mio padrone, dice che il Borgo, senz'altri aiuti di vettovaglie, può tener fermo ancora sei mesi.
—Sì, sì, dagli retta! Noi ci abbiamo intorno a ciò ben altri ragguagli. Ma basti; tu hai fame e sete, tu; ed io, vedi, quantunque da noi si abbia avuto cura di asciolvere, la fame l'ho ancora sui denti e la sete l'ho sempre. Gli è un vizio che m'hanno lasciato i vaiuoli.—
Con queste celie amichevoli, Anselmo Campora si era mosso di là , per andare verso l'alloggiamento. Quella mattina la sua orchestra aveva fatto buona prova e messer Pietro Fregoso doveva esser contento di lui; frattanto il buon Picchiasodo se ne rallegrava da sè. La qual cosa era naturalissima, ed io la raccomando, sull'esempio di lui, a tutti i lettori; imperocchè l'esser contenti di noi medesimi è già un buon punto per aspettare che gli altri lo siano del pari, o per passarcene bravamente, se gli altri ci stanno sul tirato, come il più delle volte interviene.
Aggiungete che l'allegria fa buon sangue e ci aiuta a veder tutto bene, quello che è stato fatto dalla provvidenza, o dal caso. Però argomentate come al Picchiasodo godesse l'animo di aver tra' piedi il Maso e di fargli servizio. La vista di quel poveraccio gli ricordava l'Altino, il teatro di una tra le sue più allegre bevute. Se gli fosse capitato anche mastro Bernardo, che festa! di certo lo avrebbe abbracciato.
L'alloggiamento del Picchiasodo, distante una balestrata dal fosso, era, come si può argomentar di leggieri, una baracca e niente di più, cioè a dire una capanna fatta con assi e coperta di frasche, breve fatica de' suoi bombardieri, a mala pena erano calati a piantare le artiglierie nella bastita di Pertica.
Non c'era che una camera, ma questa abbastanza capace. Il letto (se letto può dirsi una cuccia di strame con suvvi una coperta di lana) si vedeva in un angolo, e un lungo spadone appiccato alla parete vi raffigurava indegnamente l'olivo pasquale. Tutto intorno fiaschi e stoviglie, una rozza panca ed una rozza tavola, dinotavano che Anselmo Campora non si raccoglieva in quel suo romitaggio per recitar paternostri.
Giunti appena colà , il Maso ebbe le nari soavemente vellicate da un odor di stufato, che dovea rosolarsi a lento fuoco in una cucina posticcia, dietro la baracca del suo ospite. Nè meno grato gli giunse un altro odore di basilico, aglio, maggiorana e cacio pestati insieme; stillato, elettuario, nettare, ambrosia e tutto quel meglio che vorrete, donde ogni naso ligustico fiuta le dolci impromesse di una minestra maritata. E non mi faccian niffolo le signore lettrici, se per avventura questo racconto ne ha; imperocchè tutto è buono, anche una minestra maritata, e sto per dire anche per la bocca più leggiadra, purchè capiti a tempo.
—Che te ne pare, eh?—dimandò il Picchiasodo, notando l'aria di beatitudine che si diffondeva sulla faccia del Maso.—Non ti poteva per avventura andar peggio?
—Ah, non me ne fate ricordare!—esclamò il Maso, pensando al Tanaglino.—Questa è grazia di Dio, cucinata dal generalissimo dei cuochi.
—La nostra gloriosa repubblica ha di cotali valentuomini al suo servizio,—soggiunse gravemente Anselmo Campora, mettendosi a tavola.—Siedi, amicone. Domani sarai l'aiutante del mio cuoco; oggi sei il mio commensale. Lo hai meritato. Chi fa bene, abbia bene in questa vita e nell'altra. Tu m'hai portato il migliore della tua osteria, e Anselmo Campora non lo ha dimenticato. Bada a me, ragazzo; porta sempre del vino buono al nemico; verrà giorno che egli potrà ricambiartene. Assaggiami questo; è di Calice. Quest'anno lo abbiamo svinato noi altri.
—Pur troppo!—disse il Maso tra sè.
E mandò dalla tavola del nemico un pensiero alla patria.
Nel quale si dimostra l'ingratitudine d'un ventre satollo.
Il Maso ha mangiato, anzi no, dico male, ha scuffiato, macinato a due palmenti, il palmento della fame e quello della gioventù. Adesso sfa facendo la sua meriggiata all'aperto, al riparo del sole, colla schiena contro l'assito della baracca, mentre il paggio del suo anfitrione sta rigovernando i tondini e le scodelle imbrattate. Anch'egli si piglierà quella briga, ma cominciando dal giorno vegnente; per ora sta a vedere e fa conto di schiacciare un sonnellino, in onore dell'ospitalità ricevuta.
Anche il Picchiasodo si era posto a giacere nella sua cuccia di strame, e già aveva legato l'asino a buona caviglia, allorquando vennero ad annunziargli un prigioniero che aveva chiesto di parlargli a quattr'occhi.
Il Maso, senza volerlo, aveva l'orecchio di contro al sottile tramezzo. «Un prigioniero! a quattr'occhi!» Ragione per lui di aprirne due; e magari ci avesse avuto i cento del mitologico guardiano di Danae, che tanto li avrebbe messi tutti in opera, anco senza sapere il cattivo servizio che rese ad Argo il non averne adoperati che cinquanta nella sua famosa nottata.
Poco stante, il prigioniero entrò nella baracca di Anselmo Campora e i due balestrieri che lo avevano scortato si ritrassero fuori. Il paggio, intento a strofinare le sue stoviglie, dava le spalle al Maso; e il nostro curioso ne profittò per dare una sbirciata tra le commessure delle assi. Indi ripigliò la sua prima postura, ricacciando in corpo un grido di meraviglia, che era ad un pelo di uscirgli. Aveva in quell'attimo riconosciuto il Sangonetto; Maso avea visto Tommaso.
Non meno meravigliato di lui, il Picchiasodo inarcò le ciglia alla vista del prigioniero che gli domandava un colloquio.
—Ah, ah!—diss'egli, facendo bocca da ridere.—Il messere dell'archibugio?
—Ma sì, ma sì!—balbettò il Sangonetto, arrossendo.—Ve ne ricordate ancora? Ho piacere che sia così, per pigliar animo a dirvi un mondo di cose. Del resto,—soggiunse con un certo sussiego,—la mia presenza qui vi dirà che non ero soltanto un cacciatore da passeri.
—Eh via!—sbuffò il Picchiasodo, rincalzando la frase con una alzata di spalle.—Sareste per caso venuto a chiedere che io mi ripigli ciò che vi ho detto? Amerei meglio farvi dire dell'altro da quella bella milanese, che non avete voluto saggiare, nè dalla punta nè dal manico, all'osteria dell'Altino.—
Così dicendo, Anselmo Campora accennava il suo spadone, che pendeva dalla parete al posto della libbia pasquale. Ma il Sangonetto fece un gesto contrito, come per dirgli che non aveva bisogno di tanto; la qual cosa fece spianar le ciglia al suo ospite iracondo.
—Ah, meglio così!—soggiunse questi rabbonito,—Dicevamo dunque… cioè, no, ero per dirvi che sono molto contento di vedervi in buona salute. Me lo dice il vostro naso, che è sempre di un amabil colore. A voi certo piace il vin buono. Ma sedete, perdinci; quella è la panca; e adesso si metterà il becco in molle, perchè un mondo di cose, come ci avete da dirmene, si sa, non lo si snocciola così su due piedi e a labbro asciutto, come una mezza serqua di paternostri.—
E intanto che andava alla parete per un fiasco, Anselmo Campora borbottava tra sè:
—To', to'! Quest'oggi mi capita qua mezza osteria dell'Altino. Che vuol dir ciò?—
Il Sangonetto accettò il bicchiere che gli veniva profferto, e dopo averne bevuto un sorso per cortesia, due altri per farsi coraggio, così prese a incignare l'argomento:
—Giorni or sono avete ricevuto una lettera?…—
Il Picchiasodo, che stava allora per bere a sua volta, si trattenne, col bicchiere a mezza strada, e guardò il suo ospite con aria che voleva dirgli: tirate innanzi, risponderò poi.
—E nell'estate scorsa—proseguì il Sangonetto,—il vostro capitano generale non ne ha ricavato un'altra, con utili notizie e consigli, che ha incontanente seguiti?
—Ah, ah!—sclamò il Picchiasodo.—Eravate voi? Già , ci si vedeva la mano di un chierico!—
Chierico dicevasi anticamente per uomo dotto, come laico per uomo ignorante. E i lettori rammentano di certo che all'osteria dell'Altino il Picchiasodo avea dato del chierico a Tommaso Sangonetto, aggiungendo ch'egli doveva averci nelle vene inchiostro per sangue.
—Ero io quella volta e quest'altra;—rispose il Sangonetto:—e come allora parve buono il consiglio, così ora… mi sembra…
—Eh, non dico di no. Sarebbe un bel colpo e il tentarlo piacerebbe a più d'uno. Ma chi mi assicura che non fosse un tranello?
—Ma… la parola di Santino da Riva, vostro capitano e prigioniero dei nostri…
—La parola, avete detto bene. Infatti, Santino da Riva è un buon laico e lascia scriver chi sa. Capisco quello che mi potreste rispondere. Se la prima lettera diede un buon consiglio…
—Ecco!—interruppe il Sangonetto, con aria di trionfo.
—Essa,—prosegui inflessibile il Picchiasodo,—non ci persuadeva già un colpo temerario, ma un atto di accorgimento sopraffino, che a messer Pietro Fregoso era venuto in testa più volte. Qui invece si trattava di una mezza pazzia… che è poi quasi inutile, al punto in cui sono le cose. Santino da Riva è un buon soldato, ma non ha il diavolo in testa e nemmanco nell'ampolla; poteva dunque aver dato nella pania.
—Ma adesso…—entrò a dire il Sangonetto.
—Sì, adesso lo so, che il consiglio viene da voi. Ma voi, chi siete? che malleveria mi date? E prima di tutto, qual fine è il vostro? che tornaconto ci avete a farci servizio?
—Grandissimo;—rispose il Sangonetto, con aria maestosa.—Congiuriamo, al Finaro; Genova è republica; vogliamo appartenere a Genova, perchè vogliamo la libertà .
—Bravi! mi piacete;—replicò il Picchiasodo.—La libertà è un'ottima cosa, e Genova ve la darà ; Ne ha da vendere; figuratevi, l'ha messa per insegna fin sulle porte delle prigioni, con due grifoni per custodirla. Ma bevete, compar Sangonetto; buon vino, favola lunga, dice il proverbio. Voi dunque, congiurate; e in quanti?
—Oh, in parecchi; e il popolo, stanco di questa guerra che non lo risguarda, di queste privazioni e di questi pericoli che non serviranno ad altro fuorchè a ribadirgli le catene ai polsi, è quasi tutto dalla nostra.
—Dalla vostra! di chi?
—Di me, vi ho detto; di Antonio Sturlino, vi posso aggiungere, che ha molta autorità in paese e che l'altro giorno dopo aver preso a dirla col marchese, è stato, per ira di popolo, liberato dalle mani dei birri che lo menavano in carcere; di Bernardo Marchelli e di Giorgio Battaglia, caporali di schiera; di Antonio Giudice e di Nicolò Valle, uomini di legge; di Vincenzo Campi e di Nicolò Cavazzola, cittadini che sono tra i più ricchi e i più ragguardevoli della terra; di Giacomo Pico finalmente….
—Ah, ah! Pico, l'avversario di messer Pietro Fregoso all'osteria dell'Altino?
—Lui, sicuro. Se ci son io mi pare….
—Ah, voi, si capisce; voi siete un personaggio delle storie antiche e congiurate per la libertà . Ma lui, il braccio destro del marchese, a quanto dicono, lui, che in queste fazioni ha sempre combattuto come un eroe….
—Sì, questo è nell'indole sua, ma Giacomo Pico non fa oramai maggior conto dei Carretti, pigliati a mazzo, con tutta la loro protezione, di quello che voi ne facciate, sia detto con vostra licenza, messere Anselmo riverito, d'un fondigliuolo di fiasco.
—Eh via, che ne sapete voi?—disse il Picchiasodo, ridendo del paragone.—Se il vino non fa posatura, anche la fondata è buona da bere. Vedete questo vino di Calice, come è chiaro e sfavillante, sebbene già il piede vi faccia imbuto per entro.
—Sicuro,—replicò il Sangonetto,—ma supponete che nel calice dei marchesi, nostri padroni, ci sia della feccia, e che Giacomo Pico sia giunto a questo bivio, di gittare, o di bere.
—Spiegatevi meglio; ci vedo buio pesto, finora.
—Ecco! Rammenterete, io non dubito, la cagione dell'alterco diGiacomo col vostro magnifico messer Pietro Fregoso.
—Sì; cioè, ricordo che non ce n'era, e che il vostro amico lo aveva tolto in iscambio.
—Rivalità d'amore;—soggiunse Tommaso.—Il mio povero amico avea perso la tramontana per madonna Nicolosina del Carretto.
—Sta bene; questo è il gran punto. Tirate innanzi.
—Madonna Nicolosina non voleva saperne di Giacomo Pico.
—Davvero? Eh, infatti,—soggiunse Anselmo Campora,—sappiamo che la ci ha poi sposato il suo conte di Cascherano, Ma ciò non toglie…. che anzi!
—Eh, l'ho detto ancor io, da principio, quando non sapevo niente dei loro segreti e pensavo che le malinconie di Giacomo gli venissero tutte dal padre. Ma egli sembra che non fosse proprio così. Madonna Nicolosina amava il Cascherano, o, per dire più veramente, non amava il Bardineto, ed egli era disperato per due versi; pel padre, che non gli avrebbe dato la figliuola; per la figliuola, che ci aveva in testa più superbia del padre. Ora, voi m'intendete, messere Anselmo; un grande amore può cangiarsi spesso nell'odio più acerbo.
—Capisco;—disse il Picchiasodo con gravità .—Del vino dolce si fa l'aceto forte.
—Ci siete,—incalzò il Sangonetto,—ed ora capirete eziandio che sa Giacomo Pico ricusa di bere la feccia del calice, ci ha le sue grandi ragioni.
—Questo Pico,—notò il capo dei bombardieri col piglio di chi vede molto lontano,—è un acquisto prezioso, per gli amici della libertà . Ma che diavol c'è egli? soggiunse, con accento mutato e balzando dalla panca.—Qualche topo mi rosica la parete; forse per giungere al cacio. Ma gliene caverò io il ruzzo, perdinci!—
Non c'erano topi, il lettore lo ha già indovinato; e il Picchiasodo, dal canto suo, parlava in metafora.
Il Maso, tutto orecchi da un'ora ad ascoltare quell'importantissimo dialogo, nello stupore onde lo avevano compreso certe inaspettate rivelazioni, non era stato saldo abbastanza. Si aggiunga che il paggio di Anselmo Campora non era più là , testimone del suo sonno simulato, avendo dovuto allontanarsi un tratto per certe faccende del suo ministero. Così, pensando di esser più libero e non ricordando che la parete era un semplice tramezzo di assi, il Maso aveva provato a rivoltarsi sulle reni, per accostar meglio l'orecchio; e il rumore lo aveva tradito.
Si pentì dell'atto, come in fin di vita non si sarebbe pentito de' suoi peccati; ma il pentimento non gli serviva un frullo, poichè Anselmo Campora s'era alzato da sedere ed accennava di voler uscire dalla baracca. Ora il Maso fu pronto ad intendere che se il Picchiasodo lo coglieva là dietro, anche in atteggiamento di chi dorme, egli era un uomo spacciato. E intender ciò e pensare al rimedio, fu un punto solo. Di colta fu in piedi, come se dentro ci avesse avuto una molla; spiccò un salto da banda, indi un altro, a guisa di scoiattolo, e trovato per sua ventura un carro di bagaglie, si accoccolò dietro a questo, prima che il Picchiasodo fosse giunto sul luogo d'onde gli era parso di sentire lo strepito.
Così fu salvo il mariuolo. Anselmo Campora venne dietro la capanna, con quel suo cipiglio che non prometteva niente di buono; guardò tutto in giro e non vide nessuno; svoltò la cantonata e si ricondusse dall'altra parte fino all'ingresso della sua modesta abitazione, senza vedere il prigioniero, nè il paggio.
—Che dire?—borbottò, stringendosi nelle spalle.—Avrò sognato ad occhi aperti.
E tornò al suo colloquio col Sangonetto, che gli dovea premer di molto, come il savio lettore argomenta.
Frattanto, il Maso ci avea avuto una gran battisoffia, che l'allontanarsi del Picchiasodo non valse a chetargli d'un tratto. Però stette lungamente nel suo nascondiglio; ci stette per ricogliere il fiato ed anche un pochino per richiamare i pensieri a capitolo.
Non c'era da scherzare; egli, il Maso, umilissimo soldato, pur dianzi ragazzo d'osteria, ci aveva in corpo un segreto da cui dipendeva la sorte della sua terra. E non importa il dire che si trattava piuttosto del marchese del Carretto e della sua discendenza; coteste distinzioni il Maso non la conosceva, e se le avesse conosciute, di certo le avrebbe lasciate ai curiali dei suo tempo, e ai politiconi di là da venire.
Ora, che doveva egli fare? Svignarsela dal campo nemico, per dar l'avviso nel Borgo? Questo era un punto difficile; ma il nostro giovinotto non ci vedeva niente d'impossibile. Ci avrebbe pensato, e al postutto, avrebbe tentato. Ma egli non poteva ancora pensarci; ma egli non sapeva ancor tutto. Aveva capito che nel Borgo c'era una fazione avversa ai signori del luogo e al proseguimento della guerra; aveva capito che il Sangonetto e lo Sturlino, il Marchelli e il Battaglia, il Giudice e il Valle, il Campi, il Cavazzola e il Bardineto, congiuravano per dare la terra ai genovesi. Ma ciò non bastava ancora. In che modo contavano essi di darla? Questo era il busilli; questo bisognava sapere; e per saper questo bisognava tornare laggiù contro l'assito della capanna, ad origliare la conversazione del Sangonetto col Campora.
Come venirne a capo? A tornar là , ci risicava la vita; e questo sarebbe stato il meno, per un ragazzo animoso com'egli, se, risicando la vita, non avesse anche risicato di non portare più niente all'orecchio degli assediati. Ci voleva dunque giudizio ed audacia, audacia e giudizio, due cose che tra gli uomini, come tra i popoli, sogliono andare così poco d'accordo.
Il Maso ci si provò. Quello che l'esperienza il più delle volte non dà , lo aspettava egli dalla fortuna. Era giovine, e la fortuna li ama, questi benedetti giovani. Suvvia, dunque; il Maso si tolse di dietro al carro, non senza aver dato una prudente sbirciata per mezzo alle ruote, e con passo leggiero, ma in apparenza sbadato, colle mani in tasca e gli occhi in guardia, andò incontro al pericolo.
Mai volpe vecchia s'accostò più guardinga al pollaio insidiato, di quello che il ragazzo dall'Altino a quella baracca di legno, in cui si patteggiavano le sorti del suo luogo natale. Egli voleva esser pronto ad apparire in atto di chi torni da una passeggiata, e per moto di prudenza istintiva tenea corrugate le labbra e dondolava la testa per zufolare in cadenza; ma il fiato lo chiudeva per bene tra i denti, poichè, se gli venia fatto, voleva udire, non essere udito.
Così infatti gli avvenne. Non ho detto che la fortuna ama i giovani?
Anselmo Campora data la sua scorsa nei pressi della capanna, aveva bandito per allora ogni sospetto e la conversazione proseguiva più calda che mai.
—Già ,—diceva il Sangonetto, quando il Maso riuscì a metter l'orecchio da un altro lato del tramezzo,—la condizione sarebbe di ucciderlo. Egli non consentirà a questi patti, se non gli si leva d'innanzi quel terzo incomodo.
—Ucciderlo!—notò il Maso tra sè,—Diavolo! Chi sarà costui che si condanna in tal modo, senza fargli il processo?—
Intanto il Picchiasodo rispondeva.
—Ah, quanto a ciò, non lo sperate, Messer Pietro è un gentil cavaliere e non vi accetterà mai un tal patto.
—Manco male!—ripigliò il Maso, sempre tra sè,—Chiunque sia l'uomo che si vuol morto, questo messer Pietro Fregoso incomincia a piacermi.
—Non lo accetterà ;—proseguiva il Picchiasodo.—Tanto e tanto si verrà a capo della vostra resistenza, o, per dir meglio, della resistenza del marchese. Ci ho il mio disegno anch'io e messer Pietro lo approva. Il vostro è più spicciativo, non nego; ma abbiatelo per fermo, io conosco il capitano generale come il fondo delle mie tasche; egli non vi venderà in compenso la vita di nessuno.
—Ma…—si provò a dire il Sangonetto.
—Ma infine, o non siete buoni voi altri, a far le vostre vendette? Voi pratici dei luoghi; voi più al caso d'ogni altro di cavar profitto da un'ora di trambusto; noi non ci avremo nulla a vedere. Del resto, sarà buio, a quell'ora. Ma intendiamoci, non parlate di ciò a messer Pietro; e' sarebbe capace di non volerne sapere, e allora, addio fave; piuttosto, si potrebbe domandare un duello, e messer Pietro, che ama questi combattimenti come un tordo la ginepra, ve lo consentirebbe senza fallo. Proponete questo; è il partito migliore.
—Lo proporrò;—disse il Sangonetto, chinando il capo in atto di assenso.
—Andiamo dunque;—soggiunse il Campora,—Messer Pietro sentirà e risolverà secondo il suo savio consiglio. C'intenderemo, non dubitate; io l'ho tanto per negozio conchiuso, che piglio per via un mio vecchio compare, Giovanni di Trezzo, il più arrischiato capitano di tutto l'esercito, a cui simili imprese vanno a sangue, come ai tordi… Ah scusate, il paragone l'ho adoperato poc'anzi; dirò invece: come ad Anselmo Campora il vostro vino di Calice.—
Il Maso non volle saperne altro, e mentre i due si alzavano da sedere, corse difilato, come già avea fatto una volta, ad appiattarsi dietro il suo carro.
E là , fingendo di dormir della grossa, il povero Maso s'immerse nelle più profonde meditazioni intorno al modo di uscire di mano ai nemici e di avvisare il Borgo del tradimento ordito a suo danno.
Ma questa gretola era più difficile a trovare che non sembrasse a tutta prima. Osservare la forma dello steccato, le consuetudini delle scolte, e quelle del Campora, trar profitto delle occasioni, avere un occhio al cane e l'altro alla macchia; queste erano tutte cose bellissime, che il Maso si disponeva a fare, ma colle quali non cavò quel giorno, nè il giorno seguente, un ragno da un buco.
Bene andava egli mattina e sera col paggio del Picchiasodo ad attinger acqua in un pozzo, che era in una certa forra a tramontana, poco lunge dello steccato. Ma egli lavorava, e il paggio colla balestra stava a fargli la guardia, come fa l'aguzzino alla ciurma. Anselmo Campora, che non lo aveva veduto nella occasione del suo colloquio col Sangonetto, saputo com'egli fosse andato da solo a pisolare in un canto, aveva sgridato il paggio, ordinando che d'allora in poi non lo perdesse più d'occhio. Ospite sì, ma prigioniero, e certi riguardi non si dovevano smettere. Così fu tenuto alla lunga il falconetto dell'Altino; ed ebbe un bel beccarsi i geti e dar l'anima al diavolo; la sua inquietudine non gli fruttò che una vigilanza più stretta.
Il Sangonetto dopo essere andato dal capitano generale, non si era più visto nella baracca del Campora. Certo era rimasto in custodia della compagnia che lo aveva fatto prigione. Ma il terzo giorno ci fu gran novità nel campo, per dare un altro grattacapo al nostro povero Maso. Una scorribanda di cavalieri menava prigione entro il battifolle messer Giacomo Pico.
Pallido in volto come un cencio lavato, gli occhi stravolti e i capegli più rabbuffati del solito, messer Giacomo Pico avea l'aria d'un uomo a cui grandemente cuocesse di quella umiliazione, assai comune del resto agli uomini di guerra, la cui sorte è pur troppo di dare e di ricevere.
—O come è egli possibile che costui sia un traditore?— dimandò a sè stesso il Maso, vedendolo a passare, colla fronte china e livida di vergogna e di rabbia, in mezzo a un drappello di nemici.—Egli mi sembra un cavallo generoso che morde il freno e sbuffa e si ribella allo sprone.—
Intanto, si spargeva tra i crocchi la voce che il Bardineto, il braccio destro del marchese Galeotto, era stato preso, mentre, con un pugno di arditi cavalieri, tentava di attraversare la cerchia degli assediati, per riuscire sulla via di San Giacomo. L'imboscata in cui egli doveva cadere, era comandata da Giovanni di Trezzo.
Questo nome risvegliò i sospetti del Maso.
Giovanni di Trezzo! Ma questi era l'amico del Campora; l'uomo che egli volea condurre dal Fregoso, due giorni addietro, come capitano d'audacissime imprese, dopo la conversazione avuta col Sangonetto. E poi, che volea dire questa sequenza di prigionieri? Prima il Sangonetto; indi il Pico. Questa di certo non era l'opera del caso, bensì la conseguenza d'un patto fermato tra loro; che anzi, o non poteva il capitano generale, prima di pigliare per evangelio le parole del Sangonetto, aver voluto alla sua presenza il più ragguardevole tra tutti i congiurati?
Ma come? Il Sangonetto avea dunque potuto da lunge comunicare coi sozi? mandare un messaggio al Borgo, anzi a castel Gavone, dove abitava il Bardineto?
E a lui, Maso, non sarebbe riuscito di fare altrettanto? di fuggire dal campo genovese e portare in tempo un salutare avviso al castello?
Quel pensiero s'impadronì di lui, mentre, con una bigoncia in bilico sulla cervice, se n'andava per acqua al pozzo, accompagnato dal paggio aguzzino. Avviandosi per quella forra, che, come ho detto, era poco lunge dello steccato, il Maso guardava con desiderio infinito le sovrastanti colline, di cui conosceva, meglio delle capre, ogni sentieruolo, ogni ciglione, ogni solco. Quante volte non le aveva egli corse e ricorse da bambino, per cogliervi le viole mammole, o per tagliarsi un arco ne' pieghevoli rami dei frassini! E adesso, che brutto divario! Una bigoncia sul capo e una balestra minacciosa alle spalle.
Fattosi, alla bocca del pozzo, cavò di dentro alla bigoncia una secchia e cominciò ad attingere, secondo il costume di tutti i dì. Ma il povero Maso doveva quel giorno esser molto distratto, poichè, alla terza calata, gli scivolò di mano la corda, e tuffete, secchia e corda piombarono nell'acqua.
Il Maso, disperato, si messe le mani nei capegli, guardando con occhi lagrimosi ora nel pozzo, ora in volto al custode.
—Lasagnone!—gridò costui, a mala pena si accorse dal guaio.
—Scusate, Falamonica, non l'ho fatto a posta;— disse il Maso umilmente.
—Eh, non ci mancherebbe altro che tu l'avessi fatto a posta!—replicò il Falamonica, che così avea nome il paggio.—Va là , buono a nulla; per colpa tua si perderà un'ora di tempo, e le ripassate toccheranno a me.—
Frattanto si accostava al murello e guardava a sua volta nel pozzo.
—Ah, manco male!—soggiunse.—La secchia non ha bevuto e galleggia.Ora dimmi, bertuccione; come faresti tu a cavarla dell'acqua?
—To'! disse il Maso.—La bocca del pozzo non è troppo larga; mi calo dentro, aiutandomi colle mani e coi piedi…
—E dai un tuffo anche tu, babuasso!—interruppe il Falamonica.—Il guaio non sarebbe dei grossi, per verità ; ma tu potresti, nell'affogare, mandarmi al fondo la secchia. Per fortuna, il mio diavolo la sa più lunga del tuo. Stammi a vedere ed impara.—
Così dicendo, il Falamonica trasse di tasca la corda di ricambio della sua balestra; l'annodò con quell'altra, che aveva avuto cura di spiccare dai due capi del suo strumento di guerra, e v'adattò in fondo il crocco, che era il gancio del martinello con cui si caricavano le balestre, e serviva a tender la corda fino a quel punto del fusto, o teniere, che dir si voglia, dove s'incoccava la freccia.
Il pozzo non era molto profondo, e il Falamonica, così ad occhio, aveva misurato lo spazio che gli bisognava percorrere con quella ságola posticcia. Le due corde annodate bastavano, solo che egli si curvasse un pochino sull'orlo del pozzo, per calare il crocco fin sotto l'anello della secchia, che si dondolava beatamente sul pelo dell'acqua.
—Ripesco io?—disse il Maso, offrendosi a quella fatica.
—Sì, per gittarmi anche il crocco nel pozzo! Tirati in là , scimunito, e tienmi piuttosto la balestra, ella non mi si sciupi nel fango.
—Dite bene, Falamonica; sono uno scimunito;— borbottò il Maso, crollando il capo e tirandosi col sommo delle dita un sentore, anzi una voglia, di baffi.—Sono uno scimunito,—aggiunse poscia in cuor suo,—se non cavo i piedi di qua.—
Il Falamonica intanto a calar la sua fune. Tutto andò com'egli aveva immaginato. Il crocco dondolava, faceva le giravolte a due o tre spanne dalla secchia. Bisognava dunque spenzolarsi sull'orlo del pozzo e allungare il braccio, perchè il gancio arrivasse; pel resto, non si trattava che di cogliere il punto buono e infilare il dente nell'anello insidiato.
Il Maso guardava, e guardando pensava.
—Faccio, o non faccio?—chiese egli perplesso a sè medesimo.
La tentazione c'era; l'occhiata sospettosa in giro l'aveva già data, e si vedeva solo nella forra, solo col suo aguzzino, il cui capo spariva dietro le spalle, incurvate sulla bocca del pozzo.
—Animo, a te, lanternone senza moccolo!—disse il Falamonica, sporgendo un braccio dietro di sè.—Dammi una mano, che son per toccare.—
Il Maso alzò gli occhi al cielo, donde si fanno venire le cattive ispirazioni, come le buone.
—Eccomi qua! diss'egli di rimando.
E poste le palme contro le reni al nemico, gli dette un spianta gagliarda, che lo fe' andare a capo fitto nel pozzo.
—Tocca ora la secchia!—soggiunse.—Io tocco il cavallo.—
E lo toccò daddovero e lo fe' parere l'ippogrifo di Ruggero, quantunque e' non foss'altro che il modesto cavalluccio di san Francesco. Avea l'ali alle piante; saliva su per la collina, veloce come un ramarro, e non c'era pericolo che si voltasse indietro, per dare uno sguardo allo steccato di Pertica, e un saluto a quella baracca, nella quale aveva mangiato e bevuto per quattro.
—Gratitudine di ventre satollo!—doveva dire il Picchiasodo, più tardi.
Del giro che fece un segreto prima di uscire ad utile di qualcheduno.
L'ho detto; il Maso correva, volava come il dio Mercurio portalettere, o come Iride, messaggiera d'Olimpo. Se egli pare soverchio ardimento rassomigliarlo agli Dei, fo un passo indietro e lo imbranco tra gli eroi, rassomigliandolo ad Ettore, quando scappò davanti all'ira di Achille e prese più volte a tondo la misura di Troia. E se neppur questo vi torna, lo paragonerò… Ma, Dio buono, che grattacapi mi piglio? e che bisogno c'è egli di paragonarlo a qualcuno? Scappava, e basta.
Così dandola a gambe, giunse alle viste dell'erta su cui torreggiava il castello. Per altro, n'era ancora lontano un bel tratto, e gli bisognava passare sotto il tiro dello beltresche, e delle bicocche, guardiole di legno, rizzate su pali, donde le scolte avanzate velettavano il nemico.
Il suo apparire sull'erta fu prontamente notato, e un verettone, scagliato da mano maestra venne a fischiargli all'orecchio. Se in quel punto e' non avesse dovuto cansarsi da un sasso che attraversava il sentiero e perciò non si fosse tirato da banda, povero Maso! il suo segreto era morto con lui.
—Canchero!—esclamò egli, fermandosi tosto e guardando la beltresca più vicina, donde gli era venuto l'avviso.
E siccome la sua esclamazione ionadattica non gli sarebbe servita a nulla col soldato in vedetta, che probabilmente incoccava un secondo verrettone, il nostro Maso si affrettò ad alzar le mani e a raccomandarsi coi gesti, gridando con quanto fiato aveva in corpo:—San Giorgio e Carretto! Carretto e San Giorgio! Ohè, Finarino, così ricevi gli amici?—
Il soldato lo udì, e per fermo lo riconobbe eziandio, poichè fu sollecito a scendere la sua scaletta a piuoli.
Intanto il Maso si avvicinava di buon passo alla beltresca.
—Amici, perdio!—seguitava a gridare.—Sono il paggio di messerAntonello da Montefalco, scampato or ora dalle ugne dei genovesi.
—Sì, ti ho riconosciuto, buona lana! Vien qua e ringrazia il cielo che la mia mano non ha più venticinque anni.
—Ah, siete voi, mastro Bernardo? Vedete un po' il tiro che avete risicato di fare! La m'è passata a una spanna dall'orecchio. Altro che venticinque anni! Per fortuna io m'ero gittato da una banda; se no, addio roba mia!
—Ma sì, ma sì, la mano mi serve ancora;—disse mastro Bernardo ridendo,—Credevo di averti fallato per colpa mia, e tu mi consoli, adesso. Vien qua, abbraccia il tuo vecchio principale, e raccontami, come hai potuto cavartela dalle granfie di quei figli di cani?
—Eh, potaste chiamarli cani addirittura, senza tanti rigiri!—notò il Maso, che voleva sempre dire la sua.—Tanto, non ci sentono, e l'ultimo di loro, con cui ho avuto a discorrere è troppo occupato a ber vino celeste.—
Qui il Maso, più brevemente che gli venne fatto, raccontò al suo vecchio principale il perchè e il percome della sua fuga dal battifolle di Pertica, cercando di ricordarsi tutte le frasi, chiare ed oscure, del Sangonetto, nel suo segreto abboccamento col Campora.
Allorquando udì della caduta di Giacomo Pico in balìa de' nemici, mastro Bernardo, che la vedeva in cotesto come il suo antico ragazzo d'osteria, perdette proprio il lume degli occhi.
—Ah, l'avrei giurato!—gridò, serrando rabbiosamente le pugna.—Io l'ho conosciuto da bel principio, quel villano rifatto! Serpicina riscaldata, per amor di Dio, in seno ai nostri signori! Ed ecco ora com'ei li rimerita!
—Oh, per questo, non dubitate;—disse il Maso a lui di rimando.—E potrebbe darsi ancora che il Bardineto avesse fatto male i suoi conti. Io me ne vo difilato da messere Antonello e gli spiffero ogni cosa.
Mastro Bernardo rimase un tratto sovra pensiero.
—No, no,—rispose egli poscia,—non lo fare! Chi è, dopo tutto, questo messere Antonello? Un buon capitano, dicono; ma che altre imprese ha egli fatto finora? Un giorno, te ne ricordi? se non ci mettevano mano le nostre donne, e' si faceva pigliar prigioniero insieme col cugino del nostro marchese, col magnifico Spinetta del Carretto. Quell'uomo non mi quadra, affediddio, non mi quadra! Viene dall'esercito genovese, ch'egli ha abbandonato per una differenza di pochi fiorini; e chi ti dice ora?… No, no, ragazzo mio; fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. Già , vedi, se qui tradiscono i finarini, saranno più saldi i forastieri?
—Ma… e come fareste voi?—disse il Maso perplesso.
—Io? Me ne andrei diritto diritto a parlare col marchese. Capisco, tu non ci hai dimestichezza. Ma a questo c'è rimedio; ci vado io. Anzi, vedi, ci corro. To' la balestra; piglia il mio posto alla vedetta; in due salti son là , e se occorrono altri ragguagli, il marchese ti farà chiamare.—
Il Maso fu scavalcato, così, alla sprovvista, e non s'addiede del tiro che allorquando fu in terra. Borbottò un poco, sicuramente, poichè l'atto gli parve mancino; ma in fondo in fondo, non si poteva negare che nei sospetti di mastro Bernardo ci fosse una parte di vero, e si chetò, da quel ragazzo dabbene ch'egli era. Al postutto, i suoi sopraccapi per quel giorno li aveva avuti, e mentre egli ci guadagnava un'ora di riposo, il suo vecchio principale, andando al castello, non poteva mica tacere la fonte delle sue preziose notizie.
Perciò non disse altro, e, presa l'arma dalle mani di mastro Bernardo, e datogli senza troppo corruccio il buon giorno, s'inerpicò sulla beltresca.
Mastro Bernardo, dal canto suo, grave nel portamento come ogni uomo che ci abbia le grandi cose in testa, s'avviò verso il castello.
Vi giunse, distribuendo in giro un saluto di protezione alle scolte, e commise la sua gravità sul ponte levatoio che cavalcava il fosso, in cospetto di due barbacani, muniti di feritoie, che proteggevano la porta, sfondata nel muro di fronte, in mezzo a due delle quattro torri che già i lettori conoscono. Varcata la soglia e l'androne, dove gli parve che i suoi passi rimbombassero meglio di prima, entrò sotto la saracinesca, altra porta piombante che difendeva l'ingresso del castello, e finalmente pose il piede nelle scale, salutato da tutti i soldati di guardia, che lo conoscevano come un vecchio camerata, ma che dovevano (così gli bisbigliava la sua ambizione) vedere in lui un pezzo più grosso del solito.
Se lo avessero fermato, chiedendogli dove andava, oh come ci avrebbe avuto gusto a sfolgorarli con quattro parole: «porto gravi notizie al marchese!» Ma nossignori, quella zotica soldatesca non capiva una maledetta; lo vedeva passare accigliato e chiuso come una cornacchia di campanile, e non si attendeva di dargli l'assaggio.
Privo di quella consolazione, mastro Bernardo volle procacciarsene un'altra, andando a far pompa delle sue gravi notizie colla nipote. La cosa era del resto naturalissima, imperocchè, senza mettere in conto i riguardi dovuti alla Gilda, per cui intercessione aveva allogato la sua famigliola fra i servi del castello, il nostro messaggiero pensava di farsi introdurre dalla nipote presso il marchese Galeotto, col quale, come v'immaginate, non ci aveva tutta quella dimestichezza che aveva lasciato intendere al Maso.
Applaudendosi in cuor suo di quella profonda pensata, mastro Bernardo salì prontamente le scale, e scambio di fermarsi alla gran sala, in cui tenea corte e riceveva i suoi visitatori il marchese, proseguì fino al piano superiore, dove, poco lunge dalle stanze di madonna Nicolosina, era la cameretta della Gilda.
La bella nipote di mastra Bernardo appariva grandemente mutata da quella vispa e rosea fanciulla che i lettori hanno conosciuta nei primi capitoli di questo racconto. Una pallidezza estrema regnava su quel volto, i cui grati contorni s'erano fatti più severi e ricisi, come di statua; gli occhi scintillavano di luce più viva sotto l'arco delle ciglia, ma si vedevano altresì più infossati nelle orbite, se non per avventura dal piangere, certo da un'assidua cura che fosse venuta struggendo quella sua giovinezza beata. Era bella sempre; forse più di prima, per molti; ma non più come prima, e s'indovinava al solo vederla che il dolore era passato sul fronte della povera Gilda. Così l'ostro nemico, scaldato sulle arene dei deserti africani, brucia i teneri germogli delle piante, alidisce le splendide corolle dei fiori.
Quali fossero da parecchio tempo i pensieri di Gilda, il savio lettore ha già inteso. Si aggiunga a tante cagioni di tristezza, che ella aveva avuto pur dianzi la nuova della prigionia di Giacomo Pico.
—Anche tu,—le disse mastro Bernardo, vedendola in quello stato,—anche tu, mia povera ragazza, ti struggi di questi malanni che sono piombati su casa nostra? Brutti giorni, figliuola! E anch'io dovevo vederli a conforto della vecchiaia!
—Che farci, buon zio? Ci vorrà pazienza. Iddio è misericordioso, e quando avremo patito abbastanza…
—Eh, mi pare che il tempo sarebbe venuto! Ma via, non mormoriamo; forse son io l'umile strumento di cui la Provvidenza si serve per metter fine alle sue prove.—
La Gilda guardò meravigliata suo zio, per sincerarsi a' suoi atti se parlasse da senno, o non avesse per avventura dato il cervello a pigione. L'aria d'importanza ond'era impresso il volto di mastro Bernardo, faceva somigliare il bravo ostiere soldato ad uno del suoi tacchini, ingrassati pel Natale, quando gli faceano la ruota sull'aia.
—Sai?—proseguì mastro Bernardo, rispondendo ad una domanda che Gilda gli avea fatta cogli occhi.—C'è del nuovo. Notizie gravi! Non tremare. Uomo avvisato, mezzo salvato; ed io vengo a salvare il magnifico signor marchese. Ho pensato di parlarne prima con te, perchè sei una buona figliuola ed hai fatto del bene alla mia Rosa, tua povera zia, e a quattro ragazzi, che la guerra fa rimanere senza l'aiuto del padre.
—Ho fatto il debito mio;—disse brevemente la Gilda.—Ma parlate, per carità ; che c'è egli di così grave, e qual è questo avviso di salvezza che portate al castello?
—Chetati, e te le dico in poche parole. Bada; ti parrà strano, come lo parrà al nostro magnifico signore. E se non fosse ch'io l'ho di buon luogo… Ma via, non vo' tenerti sulla corda. Il Pico tradisce; il Sangonetto tradisce; tutti tradiscono qui.
—Che dite voi mai?—gridò la Gilda, non badando che al nome del Bardineto.—Giacomo?… Giacomo Pico un traditore? Ma lo pensate voi? E potete voi aggiustar fede a chi gli vuol male? No, non può essere altrimenti;—soggiunse ella, notando un atto di diniego dello zio;—solo un nemico suo ha potuto calunniarlo in tal guisa. Ma dite, ditelo voi, come potrebb'essere un traditore l'uomo che appunto stamane, combattendo da valoroso, è stato colto in una imboscata dai genovesi?
—Sì, si, l'imboscata!—ripetè mastro Bernardo scrollando il capo e battendo le labbra.—Parliamone, dell'imboscata! Anche il Sangonetto, il suo grande amico, è prigioniero dei genovesi da tre giorni, ed io ne so quanto occorre, della loro prigionia.—
Qui, stretto, incalzato dalle domande di sua nipote, mastro Bernardo, che non domandava altro, si fece a raccontarle tutto, per filo e per segno, quello che aveva risaputo dal Maso; come il Sangonetto, datosi spontaneamente prigione al battifolle di Pertica, si fosse abboccato col Campora, proponendogli un colpo che dovea porre il Finaro in balìa degli assediati; come dapprima il Campora e poscia il capitano generale dell'esercito genovese volessero assicurarsi della sincerità dell'offerta avendo prigioniero anche il capo della congiura; come difatti il Pico cadesse due giorni dopo in una imboscata, a cui era andato incontro con pochissimi uomini, certo per levarsi ogni obbligo di resistenza; come tra i patti richiesti dal Pico ci fosse la morte di un tale, di cui non s'era potuto intendere il nome, e il capitano generale non avesse voluto saperne, proponendo in quella vece che il Pico se ne potesse spacciare con un duello, dopo la presa della terra assediata. Ora qual colpo si meditasse, e qual fosse il nemico di cui si patteggiava l'uccisione, bisognava cercare; quanto al disegno e ai patti fermati e alla imminenza del pericolo, non ci cascava più dubbio.
A cosiffatte notule, che lasciamo immaginare ai lettori come le tornassero dolorose, la Gilda non seppe più che rispondere. I commenti che v'aggiungeva lo zio, commenti crudeli che le andavano come tante pugnalate al cuore, rischiaravano a' suoi occhi un triste vero che da lunga pezza ella sospettava, e che, paurosa o magnanima, non aveva voluto vedere, accagionando del dubbio la sua gelosia irrequieta. Giacomo Pico aveva sguainato la spada contro il Fregoso, credendo di averla a dire col conte di Osasco. Il fatto e l'errore erano ricordati in buon punto da mastro Bernardo. Il marito di Nicolosina del Carretto era dunque il nemico di cui si chiedeva la morte. E la rabbia contro un fortunato rivale, e il rancore contro una superba che lo avea dispregiato, erano dunque le cagioni del tradimento di Giacomo?
Questo pensava la Gilda, e lo sdegno le traluceva dagli occhi, le usciva in rotte parole dal labbro. Mastro Bernardo, che pure l'aveva a morte col Bardineto, non intendeva perchè la sua cara nipote ci si riscaldasse poi tanto.
—Orvia, chètati, figliuola; non mi far pentire di averti detto ogni cosa. Sono un chiacchierone; ma già , chi l'ha nell'ossa, lo porta alla fossa. Avrei dovuto andarmene difilato dal magnifico nostro marchese, ed eccomi invece a dar molestia a te, che poverina, non ci hai nulla a vedere.
—No, no, zio! avete fatto benissimo;—gridò la Gilda sollecita.—Dal padrone ci vado io. Sapete? egli è quest'oggi di pessimo umore, e potrebbe farvi una brutta accoglienza.
—Dici da senno?—chiese mastro Bernardo, con piglio scontento.—Mi pare che chi porta notizie utili….
—Ma cattive come queste!—interruppe la Gilda.—Credete a me, zio, vi accoglie male; non andate. Io sono di casa e con me non c'è pericolo che si metta in collera.
—Ma io…—si provò a dire mastro Bernardo, sperando di rimettersi in sella,—io posso dir cose che una donna, una ragazza senza esperienza, non potrà mai mettere in chiaro come si bisogna. Io poi ci ho le notizie di prima mano e tu…
—Mi fate pensare ad un altro pericolo;—interruppe la nipote.—Che dirà dei fatti vostri il marchese, quando gli porterete voi le notizie date da un altro? Il Maso le ha in prima mano, non voi. E se il marchese vi chiedesse perchè non avete lasciato andare da lui il Maso in persona, che cosa potreste rispondergli?
—Ma….—balbettò il povero ostiere.—Lì per lì non saprei…. Ci penserò.
—No, bisognerebbe averci pensato. Vedrò io, farò io. Voi farete una cosa più utile, di cui vi si darà lode e ricompensa domani.
—Che cosa? Parla, dilla su, poichè vuoi fare a tuo modo;—soggiunse rassegnato lo zio.
—Ecco; stanotte, con quanti uomini potete, trovatevi sotto il castello. Ci potrebb'essere bisogno di voi, e, mi capite? l'esserci venuto spontaneamente vi tornerà a grandissimo onore.
—Che cosa prevedi già tu, nella tua testolina? Credi che ardiranno salire al castello?
—Non credo niente, non prevedo niente. Venite, e basta. Domani saprete ogni cosa.
—E sia; prenderò meco tutti gli amici che troverò. Quanti abbiamo ad essere?
—Che so io? Venti, trenta, sessanta. Più numerosi sarete, tanto meglio per tutti.
—Oh, per questo, se non vuoi altro, ti porto tutta la compagnia di santa Caterina, il cui caporale è Antonio Cappa, mio buonissimo amico e compare.
—Sta bene, venite e tenetevi pronti alla chiamata, qui sotto, nella macchia delle roveri.
—Perchè da questa banda e non dall'altra?—domandò mastro Bernardo, che voleva scoprir terreno.
—Perchè…. perchè…. volete saper troppo.
—Ma, non so niente, mi pare.
—Meglio per voi. Andate, buon zio, e fate com'io v'ho detto. Il magnifico nostro signore e tutta la famiglia vi sapranno grado di tutto, non dubitate.
—Basta, mi fido di te. Hai una certa testolina, che, sto per dire, se comandassi io, ti metterei subito al posto di messere Antonello da Montefalco. Ora, addio; vo a salutare la Rosa….
—No, no, la vedrete domani. Andate, è già tardi, e se avete da cercare gli amici, non ci sarà tempo da perdere. Ma badate, giudizio, e non una parola ad alcuno!
—Che! nemmen per sogno. Tu mi conosci, nipotina. Sono un po' chiacchierone, l'ho detto, ma nelle cose di meno importanza. Qui poi, acqua in bocca!
—Sì, dunque, andate. Io corro dal padrone.—
Con queste parole fu congedato mastro Bernardo, che uscì poco stante dal castello, scavalcato a sua volta dalla Gilda, com'egli avea scavalcato il Maso, e senza capire una maledetta dei disegni della sua bella nipote.
La quale, poichè fu partito lo zio, non si mosse altrimenti dalla sua camera. Muta, immobile, attonita, come chi, per malvagità di possenti e implacati nemici, o per cieco volere del caso, si veda di balzo gettato nel fondo di ogni miseria e sappia pur troppo che ogni scampo gli è chiuso, la misera donna rimase là , contro la finestra della sua camera, a cui s'era affacciata per veder scendere lo zio giù dai tortuosi sentieri del castello. Rimase là , coi gomiti appoggiati sul davanzale di pietra, il volto nelle palme, gli occhi torbidi e fisi di rincontro a sè, sulla roccia dell'Aurera, salutata allora dagli ultimi raggi pallidi d'un sole di febbraio, non curando il freddo rovaio che già cominciava a soffiare dalle gole di Rialto, addensando in aria negri e minacciosi drappelli di nuvole.
Niente guardava la Gilda, di niente si avvedeva, niente sentiva da fuori; le forze tutte dell'anima sua s'erano concentrate in un pensiero, l'infamia di Giacomo Pico. Imperocchè, ella avea pure inteso il disegno di lui, per mezzo ai pochi cenni recati da suo zio. Il colpo che si tentava era di dare il castello in mano ai nemici, d'impadronirsi di madonna Nicolosina, di uccidere il Cascherano. Quest'ultima parte del disegno di Giacomo Pico doveva andargli fallita, poichè il conte di Osasco, quel giorno medesimo era disceso nel Borgo, per custodire co' suoi uomini la porta di san Biagio; ma questa assenza non tornava forse a vantaggio del Bardineto, caso mai gli venisse fatto di penetrare nel castello in compagnia dei nemici?
Vitupero! Ed ella lo amava, quel traditore! E s'era data a lui, col più sublime sagrifizio dalla sua alterezza, nel più generoso oblìo d'una offesa recente! Ah, come s'era egli mostrato degno di quel magnanimo affetto! E non era piuttosto meritevole di mille morti? Non si doveva punirlo, avvisando i difensori del castello e cogliendolo al laccio che egli stesso avea teso?
Sì, questo era il meglio; ma questo potea fare ogni altra donna, non Gilda. Avrebbe ella venduto in tal guisa l'uomo a cui la legava il più soave, o il più doloroso, ma certamente il più intimo dei vincoli? Imperocchè, forse, tra breve ella non avrebbe potuto nasconder più oltre lo stato suo. Egli, ancora il giorno addietro, la aveva promesso, giurato, di condurla seco, a guerra finita. E poichè il tempo stringeva, e l'assedio accennava a durare un bel pezzo, la congiura di Giacomo non poteva essere un modo da lui immaginato per farla finita d'un colpo?
Queste erano vane speranze, illusioni, chimere; lo sentiva anche lei. Ma allora, qual vendetta efficace e condegna a tanta viltà sarebbe mai stata quella di avvisare il marchese? Essa, essa, dovea vendicarsi, non altri; essa, in quella casa, e per quella casa giunta a tale di miseria o di vergogna oramai!
Tra queste incertezze, tra queste contraddizioni d'uno spirito abbattuto, giunse rapidamente la notte. Le scolte si ricambiarono per la prima volta il grido di vigilanza dalle loro beltresche, e quelle grida si udivano al castello fioche e interrotte, come che di voci lontane, tanto le soverchiava la furia del vento. Era una notte minacciosa; il mare mugghiava al lido, il tuono rumoreggiava nella gole dei monti.
Madonna Nicolosina, all'ora consueta delle altre sere, si ritirò nelle sue stanze. La Gilda, come portava l'ufficio, era andata a servirla nel suo spogliatoio, ma più rigida e più taciturna a gran pezza che le altre volte non fosse stata colla sua giovin signora.
Il broncio dell'ancella (quasi sarebbe inutile di dirlo) era cominciato dalla scoperta di una rivale, triste scoperta che ella avea fatta nella torre dell'Alfiere. Madonna Nicolosina, dal canto suo, vedendola così piena di cruccio, era stata in contegno, nè aveva cercato occasione di rompere il ghiaccio. Anche trovata da lei a colloquio col Bardineto, madonna Nicolosina si sentiva innocente e non voleva scendere alle prove colla sua cameriera. Così erano rimaste ambedue coll'amaro, l'una servendo a puntino, l'altra comandando con garbo, ambedue fredde e guardinghe.
Tale la Gilda all'aspetto; ma il cuore avea gonfio di sospiri e di lagrime. E s'era fatta innanzi, con un tal poco di sostenutezza, a vestir la padrona. Ma quando fu al punto di toglierle la sopravveste, la sua anima candida non seppe più contenersi, e la poveretta diede in uno scoppio di pianto.
—Madonna!—gridò tra i singhiozzi che le facean nodo alla gola,—Madonna, ve ne prego, concedetemi una grazia!
—Che cosa?—domandò Nicolosina, voltandosi stupefatta a guardare l'ancella.
—Non dormite in questa camera!—proseguì con accento supplichevole laGilda.
—Perchè?
—Perchè…—(e qui la povera ancella si trovò molto impacciata)—perchè temo non vi colga alcun male.. perchè io ve ne scongiuro… infine, perchè vi amo.—
Madonna Nicolosina stette un tratto a guardarla in silenzio.
—Gilda,—la disse poscia con piglio grave, ma impresso di dolce malinconia,—è questa la prima volta, da lunga pezza, che non mi parlate così. Io vi ho perdonato ogni cosa, perchè vi ho creduta infelice.
—Oh, grandemente, signora, senza fine infelice!—
E cadde, stemprandosi in lagrime, ai piedi della sua giovine signora.
—Suvvia, buona Gilda, parlate; che volete da me?—disse madonnaNicolosina, rialzandola affettuosamente tra le sue braccia.
—Fatemi questa grazia, signora; non me la negate!— soggiunse l'ancella.—Non dormite qui; ritiratevi per questa notte nella camera della vostra povera Gilda. Ho un triste presentimento…
—Ah!—sclamò Nicolosina.—Come mio padre!
—Che dite voi mai?—gridò la Gilda atterrita.
—Sì, così pure mi parlava stassera il mio povero padre. Una vecchia donna è venuta a bella posta da Savona per dirgli che l'uomo, in cui egli si affida di più, si disponeva a tradirlo.
—Ed egli?
—Ed egli ha risposto che la sua fede non si scema per le ciancie delle donnicciuole; che ella, se sapeva alcun che di più certo intorno alla infedeltà di Giacomo Pico…
—Ah!—interruppe la Gilda.—Di Giacomo Pico ella disse? Egli fu dunque scoperto?
—Scoperto!—esclamò Nicolosina.—È egli dunque un traditore? Che ne sapete voi, Gilda? Parlate; ve lo comando.—
L'ancella si pentì di aver troppo parlato.
—Signora, perdonatemi!—ripigliò, giungendo le palme.—Ho io detto scoperto? Volevo domandare se si sospetta per avventura di lui. Sono una povera fanciulla; non so parlare a modo. Abbiate compassione, madonna. Io non ho che un presentimento di sventura; forse un'ubbìa di donnicciuola, come quella che mi avete detta poc'anzi. Ma ve ne supplico, mia dolce signora, non ridete de' miei timori; dormite questa notte nella mia camera… È un luogo più sicuro, e nessuno penserà ad andare là entro.
—C'è dunque qualcuno che può pensare a venir qua?—replicò madonna Nicolosina con accento di collera.—Ogni vostra parola vi tradisce; e sta bene. È forse nella vostra confusione un avvertimento del cielo. Mio padre non ha creduto alla vecchia di Savona; eppure, anche giudicandola pazza, non ha saputo vincere un senso di dubbio e di sgomento. Lasciatemi, Gilda; io vado da lui e dalla mia povera madre…
—Signora mia!
—Lasciatemi, vi dico! Già troppo male avete fatto a parlar così tardi.—
Così dicendo, respinse la Gilda che le si era aggrappata alle vesti, e andò verso l'uscio.
Ma, appunto in quel mentre, si udì nella sala del piano inferiore uno strepito, come di armi percosse. Madonna Nicolosina ristette, coll'orecchio teso e cogli occhi sbarrati dallo spavento. Non v'era più dubbio; ignoti assalitori aveano scalate le mura del castello, si spandeano per le sale.
La Gilda raccolse tutte le virtù dell'anima sua in uno sforzo supremo.
—Ah, non v'è più tempo, madonna! Nella mia camera, vi prego, ritiratevi nella mia camera. E badate, ci sono i nostri finarini appiattati nella macchia dei roveri. Chiamateli tosto… ho preparato le lenzuola annodate… Ma andate, per la salute vostra, andate!—
Spinta dall'ancella, madonna Nicolosina uscì dalle sue stanze, corse a rifugio nella camera di Gilda.
E Gilda, poichè l'ebbe veduta sparire per quella fuga di sale, si ritrasse nella camera della sua signora, dove rimase, ansante e spaventata, in ascolto.