Colui che il Falamonica segnava a dito, era per l'appunto il Maso, fatto prigioniero nella beltresca, riconosciuto da alcuni soldati pel fuggitivo del giorno addietro, e condotto da essi al Campora, colla speranza di averne la mancia.
Anche il Maso riconobbe il Falamonica, e se fu contento di non averlo mandato a male, non si tenne altrimenti per salvo.
—Son fritto!—diss'egli un'altra volta in cuor suo.—Non c'è più scappatoie.—
Per altro, nell'avvicinarsi alla comitiva, l'animoso giovinotto volle ancor dire la sua.
—Ah, sia lodato il cielo, Falamonica! Siete voi, proprio voi, in carne ed ossa!
—E nervi, per stringerti il nodo alla gola, assassino!—rispose ilFalamonica, guardandolo a squarciasacco.
Il Picchiasodo entrò in mezzo al discorso.
—Furfante!—diss'egli, aggrottando le ciglia o ingrossando la voce.—Così hai risposto alle mie amorevolezze per te?
—Scusate, padron mio riverito;—rispose il Maso, facendo faccia tosta;—ero prigione, ma non già sulla parola, nel campo vostro. Sono fuggito, per tornarmene quassù, a fare il debito mio di finarino e di soldato. C'è la storia del pozzo, lo capisco; ma il pozzo era poco profondo, e difatti, ecco qua il Falamonica, più sano, e credo anche meglio pasciuto di prima, mentre io non ho più messo altro in corpo, dopo la vostra ultima minestra. Messere Anselmo, fatemi impiccare, se ciò vi dà gusto e se è necessario alla vostra felicità; ma ditemi in grazia una cosa: ne' miei panni, ieri, che cosa avreste fatto voi?
—Si domanda? Avrei dato fuoco alla baracca ed al campo;—rispose il Picchiasodo alzando la spalle e facendo cipiglio, per nascondere un sorriso che gli spuntava già sotto i baffi.—Dal resto,—aggiunse,—siccome io non ero ne' tuoi panni, ieri, non vorrei esserci oggi per tutto l'oro del mondo.
—Già, capisco;—borbottò il Maso;—puzzano d'impiccato un miglio lontano.
—Torniamo a noi,—ripigliò il Picchiasodo,—e sbrighiamo anzitutto quell'altro.
—Messere,—disse il Falamonica sottovoce al padrone,—sapete che la bombarda è carica.
—Eh lo so, bighellone! Prima si manda la nespola al Borgo, e poi metteremo dentro costui. Messere dell'archibugio,—soggiunse il Picchiasodo, volgendosi al Sangonetto con una celia da camposanto,—o quanto non era meglio per voi che vi foste fatto vivo con me, laggiù, all'osteria dell'Altino? Ma già,—proseguì borbottando,—se voi foste stato un uomo di polso, non vi sareste macchiato di tradimento e d'infamia. Animo, a te, bombardiere! Avanti l'uncino, e fuoco!—
Il bombardiere obbedì, togliendo l'uncino arroventato dal braciere e accostandolo al focone. Seguì un lampo e insieme col lampo un fragore, uno schianto, come di folgore, che intronò le orecchie di tutti gli astanti e a qualcheduno fe' peggio. La palla era uscita, ma in pari tempo era andata in frantumi la canna. La signora Ninetta, la povera signora Ninetta, amore e delizia di Anselmo Campora, era andata dove vanno tutte le cose vecchie, e talvolta anco le giovani; e ben se ne avvide il suo cavalier servente, quando fu diradata la nube che lo scoppio della polvere aveva prodotta, e si udirono le strida di parecchi soldati, feriti dalle scheggie del pezzo.
—Ah, per l'anima di!….—gridò il Picchiasodo, che non sapeva più in nome di chi bestemmiare con frutto.—Birbe matricolate! La mia bombarda! La regina delle bombarde! Vedete un po'! E stamane, poi, proprio stamane! Ma che diamine avete voi fatto? Forse nel trarla quassù l'avreste lasciata ruzzolare pei sassi?
—No, messere Anselmo; s'è portata con ogni cura e non le si è fatto alcun male;—gridarono ad una voce i soldati.
—Già,—entrò a dire Giovanni di Trezzo,—tanto va la gatta al lardo che vi lascia lo zampino. Anche le bombarde sono mortali, e voi saprete quello che ha detto il poeta: Cosa bella e mortal…
—Sì, sì, ho capito!—interruppe il Campora.—Questa è opera del Cattabriga, che, fedele alla sua praticaccia, mi avrà risciacquato la bombarda coll'aceto.
Il Picchiasodo si apponeva; chè infatti il mal uso di lavar le bombarde coll'aceto era spesso cagione di simili guasti, e non tutti se ne volevano persuadere. Il Cattabriga, bombardiere a cui Anselmo Campora avea dato cagione di quella disgrazia, era lì per rispondere, chiedendo scusa al suo comandante, allorquando il Maso uscì fuori con una delle sue solite arguzie.
—Messer Anselmo—diss'egli—credete a me, non è l'aceto. La signora Ninetta è una bombarda per bene. Ha veduto il brutto coso con cui volevate appaiarla, e al disonore ha preferito la morte.—
Il Picchiasodo lo guardò un tratto in silenzio, come se stesse in forse, meditando la profondità dell'osservazione. L'amore per la sua povera bombarda gli diede il tracollo.
—Tu hai colpito nel punto,—gridò,—ed ecco una osservazione che ti salva la vita. A te! ami quest'uomo?—gli chiese, additandogli il Sangonetto.
—Come il fumo negli occhi!—rispose il Maso.—È un traditore del mio paese; faceva l'occhiolino ad una certa persona che è sempre piaciuta a me; ha fatto, come sento or ora, un'azionaccia… Come volete che io l'ami?
—Ti sentiresti di fartela con lui?
—Perdio!—sclamò il Maso.—Ve lo infilzo come un tordo allo spiedo.
—Sta bene, hai qui la mia spada. Tienla per amor mio, te la regalo. E tu, mascalzone,—proseguì il Campora, contento di aver trovato una via così spiccia,—levati di qua; vattene al Borgo, se ti ricevono, e se questo giovinotto ti consentirà di arrivarci!—
Il Sangonetto cadeva, come suol dirsi, dalla padella nella brace.
—Messere,—balbettò egli, con voce piagnolosa,—chiudetemi in una prigione per tutta la vita, vi supplico…
—No,—rispose il Picchiasodo,—mi faresti scoppiar la prigione dalla vergogna. Va via! Fategli largo, voi altri! E tu, piglialo, da bravo!
—Ammazza! ammazza!—gridarono in coro i soldati, vedendo ilSangonetto che batteva il tacco verso la china.
—Non dubitate,—gridò il Maso, correndogli sull'orme,—è un uomo morto.—
I soldati del Campora e di Giovanni di Trezzo ebbero allora uno spettacolo di corsa, che nel Circo massimo, ai giuochi gladiatorii, non ebbe l'uguale il più famoso popolo della terra, Il Sangonetto, veduto andargli a male la sua ultima speranza, s'era dato a fuggire, e volava via come il vento. Come fu al ciglione del poggio, piegò improvvisamente a dritta, e giù a fiaccacollo, guadagnando una cinquantina di passi sul Maso che lo seguiva furente.
I soldati corsero sui greppi per averne l'intiero.
—Lo perde!—No, non lo perde!—Vedrete; là dietro alla macchia dei roveri lo raggiunge di certo.—Che! vedetelo là, il furfante; va via come una lepre.—Sì, ma l'altro è buon cane da giungere, e non gli dà troppo campo.—Ah, diamine, eccoli là nel torrente!—Incespica!—Chi?—Il giovinotto, perdiana! Ma ecco, si rialza; non s'è fatto nulla.—E quell'altro, vedete un po'! Già, la fortuna aiuta i bricconi. Piglia la via della Caprazoppa.—E qual'altra volete che pigli? Se va al Borgo, è un uomo spacciato. Se volta a tramontana, intoppa nel battifolle di Gorra.—O come? Non si vede già più?—Lo nascondono quei massi sporgenti. Guardatelo ora, là tra quei due cespugli, che s'inerpica.—Ha da essere stanco la parte sua. Ma l'altro, dov'è?—Guardate è là sotto, a cento passi più giù.—Lo perde!—No, non lo perde. Vedete? lo fiuta da lunge, e si rimette sull'orma.—
Questi i ragionari dei soldati, lungo la costiera occidentale di castel Gavone. Intanto, era vero che il Sangonetto aveva fatto ogni poter suo, e che il petto non gli reggeva più oltre a sostener quella gara mortale. Giunto a fatica presso uno di que' massi biancastri che sporgono fuor della ripida costa, sotto la roccia dell'Aurèra, si gittò per morto a rifugio entro una fratta di arbusti e sterpi intralciati. Colà ristette, trattenendo a forza il respiro, sperando che il suo nemico avesse smarrito la traccia.
E ciò temettero dal canto loro i soldati genovesi. Il Campora già si pentiva di aver fatto al briccone un così largo partito. Ma poco stante comparve il Maso al piè dello scoglio; i soldati lo videro star perplesso un istante, indi con passo guardingo inoltrarsi, strisciar quasi a mo' di serpente lunghesso i fianchi scoscesi del masso. Quel che seguisse, non fu dato ad essi di scorgere; bensì parve loro di udire a qualche distanza un grido lamentevole. Indi a non molto, una massa informe, come un sasso, o un batuffolo di cenci (la frase era del Campora) precipitava da quel greppo, ruzzolava per la china paurosa del monte.
—Animo, ragazzi!—gridò il Picchiasodo.—Ci abbiamo avuto un'ora di svago. È tempo di tornare ai fatti nostri. E così vada bene ogni cosa per noi, come questa c'è andata, coll'aiuto di Dio.
—Amen!—risposero i bombardieri, che vedevano il loro comandante di buon umore e s'arrischiavano a far gazzarra con lui.
Che è il più breve, e che parrà anche, per virtù del commiato, il più bello di tutti.
La mattina del 6 di febbraio 1449, i genovesi si erano impadroniti, come ho raccontato, del castello Gavone. Il giorno 8 di maggio avevano a discrezione le mura e gli abitanti del Borgo.
Questa vittoria, siccome i tre mesi di estrema resistenza dimostrano, era costata sangue e fatica non lieve all'esercito. Gli assediati con uno sforzo inaudito avevano tentato perfino di ricuperare il castello, e in più d'uno scontro i genovesi si erano veduti a mal passo. Lo stesso capitano generale, entrando alla riscossa ed esponendo la persona, come del resto era suo solito in cosiffatti frangenti, toccò la sua brava ferita. Ma finalmente, veduti mancare i soccorsi che il marchese Galeotto cercava di raggranellare ne' suoi feudi d'oltre Appennino, e che chiedeva, ora a Torino, ora alla corte di Francia, i finarini si arresero, dopo quasi un anno e mezzo di lotta.
A Genova, tenendosi certa la vittoria, si era disputato nell'uffizio di Balìa se fosse ben fatto assaccomannare e distruggere in tutto la terra del Finaro; ma il consiglio deliberò (come dice quel candido uomo di monsignor Giustiniani) la partepiù benigna ed umana. «E fu deliberato di dare a saccomanno solamente il borgo e di rovinare la fortezza del Gavone. E perchè si era promesso, in caso della vittoria, a Marco del Carretto e ai compagni la terza parte del Finaro, ovvero l'equivalente, fu deliberato di satisfarlo. E, ai nove di maggio, gli uomini del Finaro giurarono la fedeltà alla repubblica di Genova. E poi, ai quindici d'agosto, la repubblica li fece capitoli e grazie, come appàreno di tutte le predette cose autentiche scritture nell'archivio del comune. Tra queste larghezze è forse da notarsi il presente d'uno stendardo, che portava un leon d'oro in campo bianco, con questa leggenda tra le fauci: «Custos fidei sacrae populs finariensis».
Mario Filelfo, istorico di quella guerra per conto di casa Carretta, racconta che addì 24 di maggio, essendo già tratti a Genova come statichi cencinquanta dei più ragguardevoli cittadini, fu dato il Borgo alle fiamme e smantellato il castello. Ed altro narra eziandio, che non mi pare da credergli intiero; imperocchè, se di castel Gavone può ammettersi la rovina, almeno nelle parti più atte a difesa, non può credersi altrimenti che fosse distrutto il Borgo, ove il bellissimo campanile di San Biagio, la chiesa di Santa Catterina col suo convento di domenicani, la vôlta di Ramondo, e più altre fabbriche medioevali, fanno fede ai tardi nipoti di una certa moderazione, anche negli atti più vandalici, che erano pur troppo nel costume dei tempi.
Nè mancarono da parte di messer Pietro Fregoso gli atti umani e cortesi. Prima ancora che avesse fine l'assedio del Borgo, madonna Bannina e tutte le donne della sua nobil famiglia, tra le quali la bella Nicolosina, furono mandate in libertà e accompagnate alle Màllare, donde andarono a ricongiungersi col marchese Galeotto a Millesimo. Dopo la resa, anche il conte di Cascherano fu libero di andare a pigliarsi la moglie e di ricondursi seco lei al suo castello di Osasco.
Inoltre (e questo io l'ho di buon luogo, sebbene non ne faccia motto il Filelfo) Anselmo Campora, che si ricordava de' suoi amici, faceva rimandare a casa sua il povero mastro Bernardo; e messer Pietro Fregoso diede anche in regalo a lui e al Maso un bel gruzzolo di monete; colle quali i nostri due amiconi rinnovarono i mobili, l'insegna e la cantina, nell'osteria dell'Altino.
Insieme collo zio Bernardo e colla zia Rosa, si era ritirata all'Altino la Gilda, non più pazza, nè scema di mente, come da principio si temeva, ma assai giù dello spirito pei casi gravissimi che l'avevano afflitta, e quasi esangue per una grave infermità che da tanta commozione le era seguita. Dal tempo e dall'amor vigilante de' suoi, aspettiamo il rimedio efficace ai mali della Gilda, della più leggiadra ragazza del Finaro, ora che madonna Nicolosina è andata ad abbellire di sua presenza il castello di Osasco, sfuggendo al nostro tema e, come potete immaginare, anche alla nostra attenzione.
Il marchese Galeotto, poi ch'ebbe peregrinato qua e là in cerca di aiuti, e risaputo con suo grave rammarico della morte di Bannina, avvenuta a Millesimo in quel tempo che i genovesi entravano padroni nel Borgo, si recò in Francia e vi rimase a lungo, pigliando parte, da quel valentuomo ch'egli era, alle guerre di quel reame. Colà, in una pugna navale sulle coste di Bretagna, un colpo di bombarda ebbe a sconciargli un braccio per modo, che indi a non molto dovette morirne, ma colla consolazione d'aver riveduto il fratello Giovanni, uscito finalmente dalle prigioni di Genova.
Chi vuol saperne di più, intorno a questi due personaggi, faccia capo ai Filelfo e si misuri col suo latino indiavolato. Leggerà eziandio come Giovanni, aiutato dalle soldatesche dei cugini, da quelle de' suoi aderenti e infine dai soccorsi di Francia, ripigliasse più tardi il marchesato ai genovesi e desse opera a rifabbricare la città ed il castello Gavone.
Egli e i suoi discendenti godettero senza disturbo (poichè Genova, straziata dalle fazioni, aveva altro che fare) il loro marchesato insieme co' feudi di Stellanello in val d'Andora, di Calizzano in val di Bormida grande, di Massimino sul Tanaro, di Bormida, Pallare e Carcare sulla Bormida d'Acqui. Senonchè (vedete, egli c'è un senonchè!) un Alfonso II, o degenere da' suoi maggiori, o rifattosi per cagion d'atavismo alle costumanze dei più antichi tra loro, uscì in ogni maniera di prepotenze e di colpe. Dura infame la memoria di lui nella terra, ed io mi dispenso dal ripetere tutto ciò che di lui si racconta. Basti il sapere che fattosi senza licenza sua un matrimonio nel borgo, andò furibondo a turbare la serenità d'un convito nuziale e afferrata la sposa per le trecce, la tolse sull'arcione e la portò via a galoppo in castello. Narrasi altresì che usasse cavalcare a diporto verso la Marina, e di là fino a Pia, dove entrava col cavallo nella chiesa di Santa Maria ed egli e i suoi cortigiani, ritti sulle staffe, abbeverassero i cavalli nella pila dell'acqua santa.
Noti so quale dei due fatti tornasse più ostico ai vassalli del marchese. Cito a memoria cose udite da bambino, e non ho tempo a dilungarmi in queste minutaglie della storia. Il certo si è che i finarini perdettero la pazienza, e mentre Genova ne pigliava ansa a tornare su Castelfranco, i maltrattati e disputati sudditi si richiamavano contro il loro marchese e contro il doge di Genova, al tribunale del sacro Romano Impero; che, imitando il giudice famoso della favola esopiana, volle per sè il feudo aleramico e vi mandò commissarii a governarlo in suo nome.
Ciò fu nell'anno 1568. Tre anni dopo vi si allogarono gli Spagnuoli, per avere una rada sicura donde procurarsi la via più spedita al milanese; e signoreggiarono il marchesato, spendendovi tesori, fino al 1713; nel quale anno Carlo VI lo vendè per sei milioni di lire alla repubblica di Genova. Questa a sua volta lo tenne, quantunque agognato, e per due anni anche carpito dai duchi di Savoia, fino al giorno della ingloriosa sua morte.
Vedete mo' quante vicende in quattro palmi di terra! Ma altri luoghi d'Italia ebbero peggio, e per le divisioni dei popoli, e per le gare dei maggiorenti; donde le ambizioni dei condottieri, le male arti dei principi e le armi straniere in casa nostra. L'esempio di ciò che patirono gli avi, insegni la concordia e la temperanza ai nipoti.
Torno indietro fino al 1450, per dire ai lettori benevoli che questo racconto può non aver annoiati del tutto, come le cure affettuose d'una buona famiglia e la divozione sconfinata di un'ottimo giovinotto, vincessero il male e confortassero lo spirito della povera Gilda. La più leggiadra ed anco la più disgraziata donna del Finaro, era ben degna di questo dono celeste, che è una stilla d'oblìo.
Anselmo Campora, visitatore quotidiano della famosa osteria, s'invitò da per sè al modesto banchetto. Modesto, poi, si dica soltanto per la qualità dei commensali, non già per quella dei cibi, e molto meno per quella dei vini. Quel sornione di mastro Bernardo scovò ancora per la solenne circostanza, da una certa buca fatta due anni addietro in cantina, una mezza serqua di fiaschi di quella sua prelibata malvasia di Candia, che faceva arrovesciar gli occhi, in segno di beatitudine, al miglior bevitore dell'esercito genovese.
—Siete un brav'uomo, mastro Bernardo!—gridò il Picchiasodo, poi ch'ebbe trincato alla salute di Gilda, del Maso, della zia Rosa, e, a farla breve, di tutti gli astanti,—E vedo, stando qui di presidio, che questo popolo è buono, come si è mostrato valoroso in tante occasioni. Sentite ora un mio pensiero;in vino veritas, e se me ne versate dell'altro, mi spiegherò ancora meglio. Grazie infinite! Io dico dunque, che, come noi due non ci odiamo, perchè abbiamo potuto ricambiarci qualche servizio, così non debbono odiarsi finarini e genovesi. Che diamine? o non parliamo tutti lo stesso vernacolo? Meditate su questo punto, mastro Bernardo, che mi par l'essenziale. E non vi metta in pensiero qualche divario nella pronunzia, come a dire un po' di cantilena che noi sentiamo nella vostra parlata, e un po' di strascico che voi fiutate nella nostra. Son cose da nulla, e appunto perchè son cose da nulla, mi stanno a riprova di quanto io v'ho detto. Credete a me, mastro Bernardo; io non so che cosa avverrà di noi tra qualche anno, ma son sicuro che un giorno i nostri figli dimenticheranno queste bizze tra parenti, o non le metteranno in tavola che per ricordare le prodezze comuni. Il Finaro è un bel paese, ma Genova non gli sta di sotto, e ve lo provo. Voi ci avete il vino di Calice; noi quello di Coronata; sinceri ambedue come i nostri cuori, sfavillanti come i nostri occhi, generosi come l'indole nostra. A chi non piace il vino, Dio gli tolga l'acqua! Chi non vede di buon occhio l'amicizia e la fratellanza dei Liguri, abbia il canchero in casa. Pensateci su, mastro Bernardo! Con Genova a capo, si può far la Liguria, come è già stata una volta. E un giorno, chi sa?… Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa. Ho detto.—
Così il buon Picchiasodo alle frutte. Ed io ho raccolto con riverenza queste briciole oratorie d'un capo di bombardieri, che precorreva di mezzo secolo Nicolò Machiavelli.
CAP. I. Nel quale si narra di due viaggiatori che amavanosaper molto e dir poco………………………….Pag. 1
» II. Dove messer Giacomo Pico impara che il tortoè degli assenti………………………………. » 24
» III. Dal quale apparisce che, in materia di consolazioni,Tommaso Sangonetto avrebbe potutodar de' punti a Boezio………………………… » 48
» IV. Nel quale si vede messer Pietro perdere la pazienza,il Sangonetto la ciarla, il Picchiasodo l'occasione,Giacomo Pico il tempo e mastro Bernardo la scrima… » 68
» V. Del messaggio di Pietro Fregoso e di ciò chene seguisse al castello Gavone…………………. » 91
» VI. Nel quale si vede come san Giorgio, invocato dadue parti, non sapesse a cui porgere orecchio……. » 112
» VII. Come, Giacomo Pico parlasse a madonna Nicolosinae qual risposta ne avesse……………………… » 138
» VIII. Dove si vede che non arriva sempre tardi chiarriva dopo………………………………….. » 159
» IX. Qui si racconta di un nibbio, che rincorrendouna colomba s'abbattè in una tortora……………. » 176
» X. Nel quale si parrà l'accortezza del narratore, perannoiare il meno possibile i suoi benigni lettori… » 192
» XI. Dove è detto del Maso, ragazzo, come cangiassestato e quante volte padrone…………………… » 210
» XII. Nel quale si dimostra l'ingratitudine d'un ventresatollo……………………………………… » 227
» XIII. Del giro che fece un segreto prima di uscire adutile di qualcheduno………………………….. » 244
» XIV. Dove si vede che la notte non è sempre fattaper dormire………………………………….. » 261
» XV. Qui si racconta delle valentie di due sozi, i qualinon erano Teseo e Piritoo……………………… » 279
» XVI. Nel quale si narra come la signora Ninetta aldisonore preferisse la morte…………………… » 295
» XVII. Che è il più breve, e parrà anche, per virtù delcommiato, il più bello di tutti………………… » 312
NOTA DEL TRASCRITTORE: i seguenti refusi sono stati corretti (tra [parentesi] l'originale):
—Vattene, allora!—ripiccò spazientito il Bardineto[Bardinetto]. la ruggine non c'è, come non c'è la ciliegia[ciliega], con vostra davanti a lui, con atto di ossequio, non disgiunto[digiunto] Ma[Me] Barnaba nel messaggero di guerra avea ravvisato —Che diavol fanno?—si chiedevano i difensori[difensore] il cugino Galeotto[Galeottto], che i Genovesi portavano Tutto andò francamente[francamento] come avea disegnato il ecco perchè madonna Nicolosina[Nicosolina], abbassò gli occhi prime calze che ho smesso. Che forse c'è mestieri di gratitudine[gratudine] —Sarete un pezzo grosso,—borbottò[borbotto] il balestriere Bardineto[Bardinetto], il braccio destro del marchese Galeotto, Fattosi, alla bocca del pozzo, cavò di dentro alla bigoncia[bigoncio] —Madonna!—gridò tra i singhiozzi[sighiozzi] che le facean se non era che Giacomo Pico, meditando del continuo[contitinuo] esser nemmeno degli ultimi sulle mura, poichè il Bardineto[Bardinetto] le balenò[belenò] nella mente, e, vincendo il raccapriccio e[e e] di ebbrezza? Fosse pur venuta a coglierlo in quel per afferrare una finestra del primo piano non ne occorreva[occoreva] dire[diro] mastro Bernardo.—Cercate pel castello il vostro giustizia di quell'altro. Ohè, Falamonica[Filamonica], dov'è il prigioniero? bianco il volto come un cencio[cecio] lavato, e già più della morte di Bannina[Bennina], avvenuta a Millesimo