CAPITOLO LIII.IL PROCESSO.
Eran già passati otto giorni che maestro Cecco fu chiuso nella orribile sua prigione, e nè egli era stato mai chiamato a veruna disamina, nè niuno per la città avea potuto saper nulla di lui, con tutto che Guglielmo specialmente, confortatone anche dalla Bice, studiasse ogni modo da saperne qualcosa. Era stato a Santa Maria Novella per cercare frate Marco; ma solo potè raccogliere che frate Marco stesso era stato esaminato e posto alla còlla, e che ora era in prigione per comandamento del priore.
La Simona andava tutte le mattine a Santa Croce; e avvezza alle usanze della chiesa: e sapendo come bisogna bazzicare co' frati e coi preti, la s'era già addimesticata, ora domandandogli una cosa, ora un'altra, di messe, di congreghe, di laudesi ed altri simili, la s'era addimesticata, diceva, col sagrestano, un fratone lungo e secco che pareva la quaresima, il quale per altro era, per dir come allora si diceva piacevoleggiando, il miglior brigante di questo mondo: ed un giorno che le parve, lui essere di migliore umore del solito, la s'attentò a entrare così alla larga in materia:
— Fra Luca (il sagrestano si chiamava fra Luca) e' mi diceva il mio sere, buon'anima sua, che qui alla vostra Regola e' si ardono gli eretici. È egli vero poi?
— Eh, monna Simona, che dite voi? parvi egli luogo questo da ciò? Qui sta messere lo inquisitore.
— E chi è, se vi piace, messere lo inquisitore?
— Egli è colui che nelle cose de' pateríni ha tanta balía quanto il papa; e condanna tutti gli eretici.
— Oh, venerando e santo uomo! E dove gli ardete gli eretici? e quando ha che non ne avete arsi?
— Noi non ardiamo nulla: no, la santa Chiesa non ha così fiere pene temporali. Bene gli diamo ad ardere alla podestà secolare, che ha posto queste leggi. E di corto si farà una bella giustizia d'uno eretico.
— Oh! E si può egli esservi? E chi è, se Dio vi conceda l'essere prelato de' vostri frati, chi è colui che sarà arso? E quando sarà arso?
— Si può esservi; e chi ci va con spirito di umiltà, e per darne lode a messer Domeneddio, messere lo inquisitore concede indulgenza di colpa e di pena. La giustizia si farà da qui a pochi giorni; e si farà sopra un pestilentissimo eretico, che si faceva chiamare maestro Cecco di Ascoli, e che qui a Firenze lo chiamano Cecco Diascolo.
— Gran mercè, frate Luca, fate ch'io sappia il dì posto, chè non vo' perdere l'indulgenza. Ma l'eretico dov'è egli ora? e come sono gli eretici?
— Cecco Diascolo è nelle prigioni della Inquisizione là al vescovado, e oggi si dee fare la sua prima disamina.
La Simona, contenta di quanto avea raccolto da fra Luca, uscì tosto di chiesa per ragguagliare di ogni cosa Guglielmo e la Bice, che pur desideravano sapere che fosse stato di maestro Cecco.
Questi, come aveva detto il frate alla Simona, doveva quel giorno stesso avere la prima disamina, e veramente in sull'ora di vespro il vicario mandò per esso, incominciando così l'interrogatorio.
— Qual'uomo se' tu, e che dottrina è la tua?
E il maestro rispose benignamente la sua dottrina essere quella della verità.
Allora il vicario, cominciò a domandargli, se fosse vero ch'egli professasse e avesse insegnato certe proposizioni ereticali, che ad una ad una esso gli significava; e maestro Cecco rispondeva sempre:
— Sì, le ho professate, le ho insegnate, e le credo: ma non sono ereticali.
Il vicario da queste sue confessioni ne tirava false conseguenze,e il maestro impavidamente le riprovava; e come il notajo scriveva tutta la sua confessione, il maestro protestò molte volte che esso non scrivesse altro che quello che gli diceva; e sulla fine della confessione protestò e disse:
— Se mai dicessi il contrario a questo, lo farei per paura della morte; ma non che questa non sia la verità.
Allora il vicario lo rimandò alla prigione. L'altro dì il vescovo fe' raunare il collegio dei maestri di teología; e mandato per Cecco, fu tratto fuori, e menato dinanzi a loro: e dopo molte ingiurie e scherni ricevuti da loro, fu letta la sua confessione del dì innanzi, alla quale erano aggiunte molte false conseguenze, alle quali rispondendo disse:
— Perchè avete scritto il falso, e quello che io non ho detto? chè n'avete a rendere ragione al dì del giudicio.
E quei farisei si facevano beffe delle sue parole: e fecero grandi disputazioni, alle quali esso rispondeva temperatamente, ma con grave sentimento. Ma essi ne peggioravano ogni volta più, e con gran furore fu fatto rimettere in prigione coi pie' nei ceppi; dove il maestro stava senza dolersi e dispostissimo a qualsivoglia tormento. Venuto il quarto giorno, raunossi il consiglio nella chiesa di S. Salvadore, che vi si tenevano i banchi del vescovado, ed ivi in presenza di molti secolari, e al banco fu letto il processo tutto quanto, e la sua confessione; ma corrotta ed alterata per aizzargli il popolo contro. Ed egli sempre andava ripetendo:
— Voi avete scritto quello che io non ho detto; e ponete le falsità per acciecare il popolo.
Dopo ciò fu recato dal notaio il calamajo e la penna e il foglio dov'era scritto quel loro processo, e disse ch'egli scrivesse ciò che volea dire, di sua propria mano, capitolo per capitolo infra tre dì; infra il qual termine, se volesse rendersi in colpa, sarebbegli perdonato, se no, ch'e' sarebbe dato alla signoría secolare, e sarebbe arso. Accettato il calamajo, il foglio e la penna, il maestro chiese i suoi libri per torne quello che volea dire contro al processo; ma non glieli vollero dare, dicendo che sapea tanto a mente che bastava; ed egli scrisse a mente. Fatta la scritta, il notajo la prese, e mai più non la vide il maestro: e nel processo che lessero quando lo diedero alla signoría secolare non la misero, e solo leggevano quello che erasi scritto innanzi. Venuto l'ultimodì del termine, il vicario mandò per il reo, domandandogli se voleva ritrattare le dottrine professate ed insegnate per addietro; e Cecco, rispondendo alteramente di no, e che la verità mai non disdirebbe, fu rimandato alla prigione, e mentre ritornava indietro, essendo sul terrazzo del vescovado, l'inquisitore chiamollo dicendo:
— Io non voglio del fatto tuo essere accusato dinanzi a Dio; vuoi tu ancora pentirti dei tuoi errori?
E Cecco rispose:
— Errori non sono, ma certissime veritadi...
E l'inquisitore infocato di stizza:
— Non sono per disputare oltre; menatelo giù.
Mentre il maestro era per rientrare in prigione, si vide dinanzi maestro Dino del Garbo, senza fallo venutovi per gustare l'infernal piacere della vendetta; ma buon per lui se non vi fosse venuto!
Cecco si fermò; e ficcatogli con terribile sguardo gli occhi nel volto:
— Sciagurato! gli disse, non credere che la tua vendetta sia per essere allegra. Io, così legato in mezzo a questi berrovieri, mi sento più nobile e più degno di te. Io ti guardo in volto senza impallidire e senza arrossire; guarda tu me, se ti regge il cuore.
Dino stava veramente cogli occhi a terra, sopraffatto da questa inaspettata invettiva, e oppresso per avventura dal rimorso e dalla vergogna, nè gli bastò l'animo di alzarli in faccia al maestro; il quale con tono solenne e quasi di vaticinio:
— Domani sarò condotto all'orribile supplizio; ma nè tu, nè gli altri nemici miei che a questo mi avete condotto, non sarete lieti di un minimo lamento mio, nè di verun atto di fievolezza. La mia morte a me sarà gloria, a te vituperio nei secoli che verranno; e tu non penerai troppo a seguitarmi.
Maestro Dino era diventato bianco come un panno lavato, nè sentivasi più balía di rifiatare, non che di rispondere verbo, e non sapeva che cosa si fare o dove si andare. Molti di coloro che udirono le parole di Cecco, e sapevano veramente la invidia di maestro Dino essere stata principal cagione della presente sventura di lui, mossi da compassioneper una parte e da sdegno per l'altra, dissero a Dino parole d'infamia e di villanía; e forse sarebbero iti anche più là, se i familiari dell'Inquisizione non lo avessero riparato nella chiesa di San Salvadore; e i berrovieri non avessero tosto rimesso in prigione il reo.