CAPITOLO XIV.L'ADDIO.
La duchessa avea bene indovinato che Guglielmo non sarebbe mosso per il campo, se prima non diceva addio alla Bice; e di fatto non indugiò, uscito che fu dalla sua presenza, a correre da frate Marco, pregandolo con le man giunte, che trovasse modo di fargli vedere tosto la Bice. Il povero frate si porgeva di mala voglia a questo ufficio, che a lui non pareva dicevole alla sua qualità; ma, accettato per una parte da maestro Cecco che faceva opera, non solo onesta, ma buona e meritoria; e dall'altra non avendo cuor di disdire a sì prode e gentil cavaliere, si chiamò pronto al suo desiderio,e senza indugio mosse alle case de' Cavalcanti, e seppe sì ben fare che Guglielmo potè in breve tempo parlar con la cameriera, e aver poi la posta per la sera medesima.
La povera Bice, dopo quell'amaro rabuffo di suo padre, era stata parecchi giorni che non aveva potuto vederlo; e quando consentì che andasse a lui per pochi momenti ogni giorno, non cessava mai di rampognarla, inducendola sempre a levare il cuor da Guglielmo. Quel giorno la visita di essa a suo padre era stata più lunga del solito, e le parole di lui assai meno amare, lasciando da parte ogni acerbo motto contro Guglielmo, e solo cercando di toccare il cuor della figliuola col mostrar quasi gelosía per l'amore ch'ella portava al cavalier provenzale, come se quello fosse diminuzione del bene che essa dovea voler al suo babbo. La fanciulla dal canto suo, tutta riconfortata dal modo umano di Geri, ne disse al buon vecchio mille dolci parole; e tanto abbondantemente e tanto caramente gli parlò del bene che gli voleva, che egli ne lacrimò, e non potè tenersi di dare un affettuoso bacio alla figliuola quand'essa uscigli di camera, della qual cosa la Bice fu oltre modo lietissima, e ne prese buona speranza per l'avvenire: e tanto avea pieno il cuore di queste liete speranze, che, venuto a lei il suo Guglielmo, le prime sue parole furono queste:
— Guglielmo mio, buona novella: il mio buon babbo oggi mi ha parlato tutto amoroso, e mi ha detto addio con un bacio. Chi sa che Dio non gli abbia intenerito il cuore, e che presto...
— Mia diletta — interruppe Guglielmo tutto smarrito — ed io vengo per dire addio a te.
— Addio! esclamò atterrita la Bice: ma dove?
— Il duca mi ha onorato di farmi guidatore della schiera de' feditori; e tu sai che domani tutta la gente nostra e delle amistà debbono muovere chi verso Pistoja, chi verso la montagna.
— Oh, Guglielmo, questo è troppo fiero colpo. Alla guerra! Ed io rimarrò qui desolata, temendo sempre per la tua vita...
E come Guglielmo fece atto di voler parlare:
— Lo so, continuò quella dolente; tu sei prode, tu sei leale, sei amante della gloria, sei geloso dell'onore e del dovere,e a questo posponi ogni altro affetto; ed io te ne lodo, e più me ne piaci; ma t'amo troppo, Guglielmo mio.
— La mia lontananza sarà breve: nel campo e nella mischia il tuo adorato nome mi darà cuore a magnanime imprese; i fiorentini mi saluteranno loro campione; e forse lo stesso tuo padre si unirà con essi, e sarà ambizioso di dar la figliuola a chi combattè e vinse per l'onore e per il buono stato della sua terra.
— Oh dolcissime parole! Io ti veggo tornare tutto lieto della vittoria: vedo la gente che ti si accalca d'attorno; odo gli applausi, le voci di esultanza, i viva del popolo. Va, va, Guglielmo: sii prode come suoli: e se Firenze ti saluterà suo campione, non dubito che anche mio padre ammollirà la durezza sua. Ma alla guerra si muore, e se tu pure... — nè ebbe cuore di finire.
— Si muore, sì; e troppo me ne dorrebbe, solo per dovermi partire per sempre da te. Ma Dio non mi abbandonerà; combatto per la parte di santa Chiesa contro uno scomunicato; combatto per la franchezza di una nobile terra, figliuola di S. Chiesa; e si alzeranno al cielo per me i prieghi della più santa e angelica creatura che sia nel mondo.
E qui amorosamente guardò la Bice, e le pose timidamente le labbra sulla fronte.
— Mio dolce signore, così Dio secondi le tue speranze, come io non resterò di pregarnelo.
In questo punto i due amanti, che stavano abbracciati in dolce estasi d'amore, udirono il rumor di una porta che si apriva, e videro messer Geri con un torchio acceso in mano appressarsi verso di loro. La fanciulla volle fuggire; ma ritenuta da Guglielmo, chinò il capo a terra: Guglielmo aspettò a fronte alta il vecchio, che veniva diritto verso di lui, disposto già a sopportare senza risentimento ogni rampogna di esso, che bene si aspettava dovessero essere e molte e grandi; ma disposto del pari a frenare gli effetti dell'ira di lui, se mai accennassero di cadere sopra la povera Bice, alla quale non era rimasto sangue nelle vene.
Giunto il vecchio presso i due giovani, nulla disse alla Bice, e solo comandò alla cameriera, già avvicinatasi ad essa, che la conducesse nelle sue stanze; e singhiozzando ella pietosamente, e volendo cominciare a parlare, Geri gli gelò leparole sulle labbra con un terribile sguardo, e con un cenno risolutissimo le intimò di partire, al che non ebbe cuor di resistere, e si mosse tutta desolata, voltandosi solo indietro quando fu sulla soglia, per dare un ultimo sguardo al suo diletto. Partita la Bice, Geri, infilato il torchio nel suo bocciuolo, si voltò a Guglielmo che stava immoto, in atto più di rispetto che di minaccia, e gli disse con un sorriso di scherno:
— Ecco valenti cavalier provenzali! prodi solo a conquistare inesperte fanciulle, ed a svergognare le case dei gentili ed onorati cittadini.
— Messere, i cavalieri provenzali sono e prodi e leali quanto altro cavaliere o di Francia o d'Italia. Con me voi siete troppo crudo; io amo la vostra Bice, ma la venero come una delle santissime cose; e non che svergognare la casa vostra, io sono tale, e per legnaggio e per onorate imprese, che potrei e vorrei onorarla, diventando vostro parente.
— Mio parente! Chi? uno straniero? uno degli oppressori della mia terra? E tu non esiti di proporlo?
— Oppressori della vostra terra! Ma, e non siamo noi qui appunto per francare questa nobile terra dalle minaccie di Castruccio e della parte imperiale? E non mettiamo noi in servigio di essa le persone e gli averi?
— È ragione che all'onta si aggiunga lo scherno. Gli stranieri non combattono nè mai combatteranno per l'altrui franchezza e libertà; ma solo se l'acconciano sulle labbra per addormentare gli stolti che ad essi ricorrono, per poi tenere soggetti coloro cui vennero ad ajutare, ed avvantaggiarsene in qualunque tristo modo venga loro fatto. E tu, sleale cavaliere, tu mi parli di libertà e franchezza di questa terra, tu, che sei de' più accosti seguaci di questo duca, che la libertà fiorentina ha ucciso barbaramente, che ha turbato e disfatto i buoni ordini della repubblica, ha travolto nel fango la suprema dignità del gonfalonierato, manomessi i cittadini nell'onore e nella persona? E tu dici di amare la mia figliuola? Oh villan cavaliere! Ed ella ama te?.... Alla croce di Dio! prima vorrei vederla morta..... la ucciderei anche colle mie proprie mani, piuttosto che vederla nelle tue braccia. Va, non contaminar più lungamente con l'odiato tuo aspetto le case de' Calvacanti; e fa che più non ripassi queste soglie, chèvivo non usciresti; e sappi grado alla mia canizie, alla mia mal ferma sanità, se ti lascio ir salvo questa volta.
E con fiera guardatura gli additò la uscita del giardino.
Guglielmo sentiva montarsi le vampe al viso, udendo quelle furenti parole, e quelle fiere villaníe del vecchio Geri; e più volte si era sentito acceso a fargliele costar care; ma sempre se ne ritenne pensando alla Bice, e rimase sempre immobile e silenzioso. Solamente quando il vecchio ebbe finito quel suo violento sfogo, senza curarsi di nulla rispondergli, stiè contento ad esclamare:
— Bice mia, dono a te la vita di questo malnato vecchio — ed uscì dal giardino lasciandolo così vinto dal furore e dall'ira.