CAPITOLO XLII.CONVITO ED ESEQUIE.

CAPITOLO XLII.CONVITO ED ESEQUIE.

Il convito fu oltre ogni dire splendido e suntuoso, e i festeggiamenti d'ogni maniera, i suoni, i canti e le danze, e le prove di leggiadria e di cortesía vi furono infinite.

Basti il dire che vi furono cinquanta donne bene e riccamente vestite, e similmente trenta donzelli da far festa, anch'essi riccamente vestiti: e chi volesse raccontare il numero e la squisitezza delle vivande, e il vasellame d'argento lavorato, e i finissimi vini, e i confetti, recati, sempre rinnovellando, in nobili e pregiate confettiere d'argento; e i cantari de' giullari, e i giuochi e i sollazzi continuati fino a gran notte, avrebbe troppo lunga tela alle mani e sarebbe infinito, non senza noja per avventura di quei non pochi lettori, che scambio di dilettarcisi, aborrono le descrizioni minuziose. Questo per altro non è da tacere, che, in sul dar l'acque alle mani, la duchessa ebbe a sè maestro Cecco; e simulando l'antica benignità, il pregò cortesemente che la nobile compagnía dovesse far meravigliare con alcuno de' suoi prodigi; ma Cecco, al quale la benignità della duchessa parve insolita troppo, ne prese sospetto; ed allegando che Florone per quel giorno non concedevagli il suo ajuto, se ne scusò, non senza apparente rammarico, e con celata ira di lei.

Alla festa allegrissima del convito, doveva succedere la mattina appresso, come qua dietro accennai, la pietosa opera delle esequie di un cavaliere segnalatissimo, ucciso all'assalto di S. Maria a Monte, mentre accanto a Guglielmo era per metter piede sulle mura del primo cerchio.

Fu questi messer Guccio da Casale, guidatore della prima schiera della gente a cavallo, uno de' più pregiati cavalieri d'Italia. Il corpo, recato con quel maggiore onore che si potè da' suoi compagni fino ad una chiesetta vicino a Firenze, doveva essere andato a levar di colà, per accompagnarsi a S. Croce, da tutti i più pregiati cavalieri dell'oste, dalla signoría di Firenze, dalla chericía di S. Reparata, e da molte regole di frati; onorato quanto più si potesse a spese delcomune. E l'ordine fu questo. Prima gli fu posto sulla bara un drappo d'oro, e sopra vi fu fatto appiccare tre scuddicciuoli ricamati, che furono il giglio, la croce del popolo, e l'arme della parte guelfa, con ventiquattro drappelloni, con varie altre armi del comune, del popolo, di parte guelfa, della chiesa e del re Roberto; più gli si donarono, per portare intorno alla bara, quaranta doppieri; e un gran pennone del popolo, con la targa, vestito di zendado l'uomo e covertato il cavallo: due altri erano dietro a questo, uno de' quali a cavallo, con un cimiero del Marzocco in capo, ed una spada in mano tenuta per la punta; e poi due uomini a cavallo, con due bandiere quadre dell'arme del comune, con due scudi alla catelana, tutti vestiti i fanti, e covertati i cavalli, di zendado.

Dopo di ciò donò il comune un pennone di parte guelfa, grandissimo e bello, che uscì dal palagio della parte guelfa, e la targa con esso: ed oltre a ciò un cimiero di parte guelfa, con una spada in mano dal cavaliere tenuta per la punta; e ciascuno di loro era vestito, ed i cavalli erano covertati, di zendado.

Tutti i detti sei cavalli ed uomini, erano vestiti e covertati, come dicemmo, e i 40 doppieri accesi erano tenuti in mano da quaranta fanti de' priori. Dietro la bara seguiva la schiera onde messer Guccio era stato guidatore, con il suo cavallo innanzi, covertato di gramaglia, e tenuto per il freno dal suo scudiero: quindi le regole dei frati, la chericía, e in ultimo tutti i più nobili cavalieri della corte, il gonfaloniere coi priori, ed in nome di monsignor lo duca, Gualtieri di Brienne, il vescovo di Aversa suo cancelliere, e maestro Cecco altresì, benchè con visibile cruccio del detto cancelliere.

Arrivata la processione a S. Croce, tutta la gente a cavallo si schierò sulla piazza, sonando continuamente le trombe in tuono lugubre, e gli altri tutti si avviarono in chiesa dietro la bara: e già erano sulla soglia il duca d'Atene, il cancelliere, messer Guglielmo e maestro Cecco, quando un frate minore con sacri paramenti (quel frate medesimo, che in sul principio di questo racconto si rammenterà il lettore aver avuto briga col maestro, per conto di certe parole dell'atto di scomunica di Castruccio), e quasi agitato da divino furore gli si parò dinanzi:

— In nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo; ed in nome del reverendo padre inquisitore della eretica pravità, che qui ha sede e giurisdizione, comando a te Francesco Stabili, scomunicato, ed eretico relasso, che non sii presuntuoso di porre il profano tuo piede in questo tempio, sacro al Signore delle vendette.

Il cancelliere non si mostrò punto turbato nè meravigliato da sì strano atto del frate; ma, soffermatosi con gli altri, non mutò aspetto nè poco nè assai, come se fosse stato una statua di marmo, e stava col capo piegato sopra la spalla sinistra, senza articolar parola. Non così per altro messer Gualtieri e messer Guglielmo, i quali si mostrarono fortemente sdegnati di tanto fanatiche parole; e messer Gualtieri, temperandosi quanto più potè, non potè fare per altro che ei non dicesse:

— Bel frate, io non posso, nè voglio, entrare giudice degli atti della sacrosanta Inquisizione; ma, quanto posso conoscere io del benigno modo col quale essa suol procedere, innanzi di venire a quello che voi dite in nome di messer l'inquisitore, parmi che voi vi siate lasciato portare da eccesso di zelo, piuttostochè dalla cristiana carità; e dubito assai che messer l'inquisitore vi abbia dato veramente siffatto mandato. Io qui sono in persona di monsignore lo duca: e se prima non sono accertato che il sacro tribunale dell'inquisizione voglia veramente procedere in tal forma, non patirò che sia fatta questa ingiuria ad un così pregiato famigliare di monsignore lo duca, e per conseguente al duca medesimo.

E voltosi al vescovo d'Aversa:

— Voi messere, siete cancelliere di monsignor lo duca, e siete vescovo e frate minore; parvi egli che quel frate abbia operato saviamente, e che io debba comportare questa onta fatta al mio e vostro signore in persona di uno de' suoi familiari?

L'atto di quel fanatico frate era veramente fuori d'ogni diritto, e di ogni consuetudine della inquisizione; ma tutto per altro era ordinato tra esso e maestro Dino con tacita approvazione del cancelliere e dell'inquisitore, per vedere se da ciò nascesse occasione di qualche grave scandalo, dove maestro Cecco uscisse tanto dai termini della temperanza, da offrir materia di mettergli le mani addosso; e lo scandalo sarebbe nato senza dubbio, se messer Gualtieri di Brienne non avesseegli proprio così accortamente preso da quel lato la quistione, rompendo le parole in bocca a maestro Cecco, il quale, già acceso nel volto, stava per rispondere al frate; e accennando anche a messer Guglielmo che si temperasse, il quale voleva parimente rintuzzare la tracotanza di quell'invasato.

Ora il cancelliere, veggendo che il disegno di maestro Dino era fallito; ed accorgendosi che per lo migliore era da troncare ogni cosa; a messer Gualtieri rispose che savie erano le sue parole, e lodevole il suo zelo per l'onore di monsignore lo duca; e volto poscia al frate minore:

— E voi pure, bel frate, è lodevole lo zelo che vi accende per la santa religione nostra; ma ogni cosa vuole modo e tempo: vi piaccia dunque di aspettare tempo migliore ad esercitarlo, e non rompete l'ordine di questa pia cerimonia.

Con tali parole il cancelliere stornò ogni rampogna che potesse venir dal duca, senza condannare il frate; il quale, fingendo di rassegnarsi alle preghiere di lui, rientrò in chiesa, nè altro se ne seppe. La gente di piazza e quella di chiesa si accorse ben di questo tafferuglio, ma, essendo esso durato così poco, nè sapendosene quasi da veruno i particolari, la cerimonia continuò senz'altro inconveniente.


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