CAPITOLO XLVIII.LA SIMONA.
La mattina per tempissimo la badessa fu in piedi, e ordinato il tutto da sè medesima per l'asciolvere, mandò dicendo alla Simona che fosse tosto al convento, che c'era un nobil messere venuto da Firenze, e suo conoscente, il quale aveva mostrato desiderio di vederla: facesse pertanto di venirci il meglio assettata che poteva. Quella povera donna, avuta l'ambasciata, entrò tutta sottosopra: cercò nel soppidiano le migliori vesti ch'ella avesse tra le sue robicciuole: si ripicchiò tutta; si lisciò quanto più potè; e mentre andava di qua e di là per la povera sua stanzuccia, o cercando questa cosa, o appuntandosi quell'altra, diceva fra sè:
— Un nobile messere venuto di Firenze? Chi può egli essere costui? Eh, il mio sere, buona memoria, conosceva tanti nobili messeri di Firenze che spesso venivano da lui... E vuol veder me? E perchè vuol veder me? Si ricorderà di qualche manicaretto... Non sarebbe egli il negromante?.... Eh, da lui non ci vado io. E poi il negromante dalla badessa! una così santa donna!... Nè lei il chiamerebbe un nobil messere. Il bel cavaliere per avventura? Eh, andiamo, Simona, ti par egli che un sì nobile, sì ricco e sì segnalato uomo quanto il sere mi diceva essere quel cavaliere, volesse ricordarsi di te, e desiderar di vederti?
E pur ringalluzzandosi tutta, continuava:
— Sì! o non mi disse il bel cavaliere tante cose benigne? o non mostrò d'invidiare anche il sere, perchè avesse al suo governo unavalente femminamia pari? — proprio dissecosì:valente femmina; me ne ricordo come se fosse ora, e ho tuttora nelle orecchie il dolce suono di quelle parole.
E tra questa e altre diverse congetture, che tutte però ritornavano in questa, compiutasi di mettere in punto, tutta bella che pareva una sposa, si avviò al monastero, dove arrivò appunto in quella che Guglielmo e la Bice avevan fatto l'asciolvere, e stavano nel cortile dinanzi alla porta, respirando quell'aria pura e balsamica. Guglielmo era vestito con l'abito civile alla fiorentina, e col capuccio in capo; e la Simona, che appunto in quell'ora infilava in un assai lungo viale di alberi che metteva nella corte, vide il cavaliere molto da lontano; ma quell'abito alla civile, quella donna che vedevale accanto, le cancellarono tutte le sue illusioni, e diceva tra sè e sè:
— È quello laggiù per avventura? Semplice ch'io fui! e io mi pensavo che fosse il bel cavaliere colui che ha mandato per me? — E tutta indispettita: — E mi son messa addosso quella po' di robicciuola dalle feste per comparirgli innanzi più appunto ch'io potevo? E poi chi sa chi è! Qualcuno forse di quei morti di fame di fiorentini che tanto spesso venivano dalla buona memoria del mio sere a levare il corpo di grinze.... E quella femminuccia che ha seco, che la par proprio una rocca sconocchiata?
E sempre andava innanzi ogni passo più di mala voglia. Quanto per altro più si appressava, e più le appariva gentile di aspetto e di persona il cavaliere, e più bella e più aggraziata la donna. Intanto Guglielmo avea ben riconosciuto la Simona, ed avviossole incontro insieme con la Bice; nè le si furono troppo avvicinati, che anche la Simona ravvisò il cavaliere, e ne rimase quasi interdetta diventando di mille colori. Guglielmo, accortosi della costei confusione, si studiò di farle quel più di coraggio che potè:
— Monna Simona, riconoscetemi voi? Non vi ricordate di quel cavaliere che fu a Settimello con frate Marco de' predicatori? Mi ricordo ben io di quella così garbata cena che voi ci faceste; nè, venendo in queste parti, e sapendo che voi ci eravate, ho voluto partirmene che prima non vi riveda. Che è dunque di voi? In quanto a sanità, vedo che n'è bene; che mi parete più giovane di quando vi vidi la prima volta...
— Sire cavaliere — rispose la Simona, cui le benigneparole di Guglielmo avevano tolta ogni peritanza: e fatto prima un riverente inchino alla Bice, — ora vi ravviso, e son tutta confusa che un gran messer vostro pari si sia ricordato di una povera fantesca... Ah! ma neanche fantesca son più! — disse riprendendosi, e asciugandosi una lacrima con la cocca del grembiale.
— Povera Simona! ho saputo la disgrazia del vostro buon sere, e quanto dolore ne avete preso.
— Oh sì, donno Gianni era un buon prete: aveva anch'egli i suoi difetti (il solo Dio senza difetti), mi faceva alle volte un poco disperare; ma in fondo era una pasta di miele: e poi vederselo portar via a quel modo?
— O di che morte morì donno Gianni, chè alla badessa non ne domandai?
— Sentite! era là sul finire del giugno; e c'era un ricco mortorio laggiù alla chiesa di Sesto: era un caldo che non si respirava; e lui, scambio di scegliere delle prime messe per andar così a bruzzico, e' scelse delle ultime, facendo ragione di tornare a otta di desinare, che appunto quella mattina mi aveva comandato uno de' suoi più cari manicaretti. Che volete dire? tornò trafelato e con la lingua fuori come i cani: —Simona, un bicchier d'acqua—Donno Gianni, vo' siete così accaldato, l'acqua vi ucciderebbe—Un bicchier d'acqua fresca, ti dico— e io l'acqua fresca; che se la tirò giù con una brama che non vi so dire, e volle il secondo bicchiere —Oh! ora mi sento riavere: il desinare è all'ordine?— ed io misi in tavola di lì a pochi momenti. Mangiò e bevve con un appetito che non l'avevo mai visto; ed un fiasco di quel buon vino che lodaste tanto anche voi, sire cavaliere, e' se lo mise all'anima tutto da sè; chè ne aveva sin perso la erre. Arrivati alla sera —Simona, mi sento un certo non so che...— E poco appresso: —mi viene un ribrezzo come di febbre: è in assetto la camera?— e si avviò in camera per andare a letto. Non aveva messo il piede sulla soglia dell'uscio che gli cascò la gocciola, e rimase sul tiro...
E qui diede in un pianto dirotto.
— Su, via, monna Simona, — disse la badessa, che era venuta fuori mentre la Simona raccontava la morte del prete — mostrati quella valente femmina che sei; il cavaliere ha volutovederti, ricordando la piacevolezza tua, e la tua valentía nel cucinare: fa dunque di non lo rattristar troppo; e se non ti grava, fa che oggi tu cuocia tu il desinare a lui, e alla sua gentile sposa.
La Simona, lusingata da queste parole, e dall'assentire del cavaliere e della Bice, riprese ben tosto il suo lieto umore.
— Oh Dio, madonna la badessa, io, una povera villana cuocere per sì nobili e gentili persone? — e poi volta alla Bice con garbatissimo inchino... — Madonna, voi siete la donna del bel cavaliere? Siete la più bella dama e la più gentile che abbia veduto a' miei giorni: messere Domeneddío vi dee avere assortito egli proprio con le sue mani; ed egli senza fallo vi prospererà sempre per lunghi e lunghi anni.
— Gran mercè, buona Simona, del vostro lieto augurio: vedo proprio che il mio Guglielmo aveva ragione a parlar così bene di voi, ed ho caro molto ch'egli vi abbia qui fatto venire.
Se la Simona si pavoneggiasse di queste dolci parole, e di tutte le altre dimostrazioni, non è da domandare; e fatti altri pochi ragionamenti di questa natura, la badessa, voltasi alla buona femmina:
— Su via, monna Simona, ora metti il cervello a partito per mostrarti anche a madonna Bice qui a S. Piero, quella valente cuoca che già ti mostrasti al suo messer Guglielmo laggiù a Settimello.
E la Simona, biasciate alla meglio poche parole di scuse smorfiose, si avviava in cucina, quando, come sovvenendosi di qualche cosa:
— Madonna la badessa, ma la suora che cuoce qui per il monastero mi guarderà ella a traverso?
— Va va! suor Taddea l'è bonaria femmina, ed anzi te ne vorrà bene. Pensa solo a far vedere chi è la Simona.
La buona femmina, tutta rassicurata, si mise all'opera col tal volontà e con tal gioja nel cuore, che non avrebbe cambiata la sua condizione con quella delle più nobili donne fiorentine. Entrò in cucina, dove tutto era ordinato per cuocere, e dove trovò suor Taddea che l'accolse con viso lietissimo; ed ella, trattasi di dosso, e il benduccio di bucato e la cioppa delle feste, e messasi un largo grembiale e uno sciugatojo sulle spalle, sceglieva questa pentola, quell'altrarifiutava; questo vaso reputava acconcio, quell'altro no; comandava che si facesse questa cosa, che si mettesse all'ordine quell'altra; vedeva tutto, pensava a tutto: faceva insomma rimanere a bocca aperta quelle converse, non avvezze a modi e preparativi sì fatti. Nel tempo che la Simona governava con tanta bravura la cucina, i due sposi con la badessa andavano attorno per i viali più ombrosi del bosco dietro al convento: nei quali, benchè fosse uno de' più cocenti giorni d'agosto, si sentivano ricreati da un fresco soavissimo, e tutti i loro ragionamenti erano di contentezza e di amore, non solo comportati, ma uditi volentieri per avventura da suor Anna, alla quale le pareva di rivivere nelle più dolci illusioni della sua gioventù, obliando, povera sventurata! che quella sua gioja doveva essere troppo breve; e non potendo indovinare che atroce ferita sarebbe al suo cuore il vedersi così tosto abbandonare, e forse per sempre, dal cavaliere e dalla Bice.
Arrivata l'ora del desinare, che si apparecchiò onorevolmente nella sala dei forestieri, vi furono soli gli sposi e la badessa, a cui sarebbe parsa minore, e meno schietta e men soave la gioja, dove qualcun altro fosse stato presente. La Simona si portò da sua pari; e benchè il convito non fosse soverchiamente abbondante, nè sontuoso troppo, tuttavía, seppe così ben fare quelle cose ch'ella fece, che e la badessa e Guglielmo non facevano altro che dire: all'ultimo comparve lei proprio in persona, pulita come un dado, portando in tavola una torta parmigiana, fatta apposta, disse ella,per la bella donna del bel cavaliere; e la presentò con tanto garbo, che la Bice stessa ne restò presa, e ne la ringraziò con queste parole amorevolissime:
— Gran mercè, buona Simona, della cortesía vostra — e dopo avere assaggiata la torta, e gustatala per due volte:
— Il vostro garbato presente è degno veramente di chi tante lodi ha meritato dal mio Guglielmo. Piacciavi, valente femmina, di accettare questo piccolo presente per memoria di me, e per segno di grato animo dell'affetto che mostrate al mio dolce sposo ed a me, ed a madonna la badessa, che noi amiamo e abbiamo in riverenza quanto carissima madre.
E toltasi un piccolo anelletto di dito, il porse alla Simona, la quale, stupefatta da tanta bontà, si smarriva, non sapeva che rispondere, e non si attentava di stender la manoper prender l'anello; ma, confortandola Guglielmo, ed ancor la badessa, il prese, e tutta confusa:
— Madonna, disse, quest'anello, avvezzo a codesta mano così gentile, come potrà adattarsi a stare su una mano così rustica e vile come quella di una povera fantesca? io lo serberò gelosamente nel soppidiano; ma in dito non avrò mai cuore di mettermelo. Gran mercè, madonna; io vorrei dirvi tante e tante cose: ma non so trovar parole degne delle pari vostre....
— Ed io ti dico, la interruppe Guglielmo, che le tue parole sono più gentili e più dolci di quelle di tante cittadine....
— Le vengono dal cuore — disse tosto la Simona — e Guglielmo continuando:
— E ti prometto che, se tu fossi a Firenze, così nella cucina come in ogni altra cosa, avanzeresti tutte le tue pari di lunghissima mano.
— Ed io, soggiunse la Bice, mi parrebbe gran mercè, se tra le mie fantesche, ne avessi una che ti somigliasse.
La povera Simona proprio non istava più nella pelle dalla consolazione; e quando Guglielmo le disse:
— Bene, Simona, verresti tu volentieri a Firenze con noi?
Le parve proprio di sognare: guardava ora la badessa, ora la Bice, ora il cavaliere:
— A Firenze? Io? Si gabberebbero di me quelle cittadine.... E poi son così vecchia.... Se potessi vedere spesso voi, madonna, e il bel cavaliere, mi parrebbe di essere in paradiso; ma sì!....
E la Bice, che la Simona avea proprio conosciuto esser valente femmina, e che pure avea compassione di lei, e le pareva di far peccato a lasciarla colà priva di ogni bene, e ridotta quasi a vivere di elemosina, la strinse quanto più potè ad accettare:
— Me vedrai spesso ed il cavaliere: ti metterò a governo de' panni lini, acciocchè tu stia vicina a me. Piaceti egli il farmi contenta di questo mio desiderio?
La Simona guardava fissa la badessa, quasi interrogandola che cosa avesse a rispondere; e la badessa che intese:
— Monna Simona, che pensi tu più? Messer Domeneddíoti mette dinanzi il maggior dono che mai tu potessi sperare, ed esiti ancora? Tu starai sempre vicinaalla bella donna del bel cavaliere, come suoli dir tu, che io stessa te ne porto grande invidia: questo solo dovrebbe bastarti.
E la Simona, fattasi cuore, si volse alla Bice, e baciandole con atto di riverenza la mano, disse:
— Madonna, io son vostra; fate di me a vostro senno e del nobile vostro sposo.
Allora Guglielmo:
— Brava monna Simona: fa dunque di essere più tosto che puoi a casa, e di essere in assetto per partire domani dopo terza.
La Simona accennò che il farebbe, e partì; e la badessa con alto sospiro esclamò:
— Domani dopo terza? Così per tempo?
— Mia dolce mamma, rispose la Bice, io starei volentieri qui sempre teco, insieme con Guglielmo.....
— Ed io, continuò Guglielmo, lo farei pur di gran cuore; ma, non che starvi sempre, non mi è dato nemmeno allungare la mia stanza di un solo giorno; chè monsignor lo duca mi gravò strettamente che dovessi essere nel giorno di domani a Firenze.
La badessa non rispose, se non con alto sospiro, e da quel momento si spense in lei ogni letizia; ed alle amorose parole della Bice, che studiava ogni via da rallegrarla, rispondeva brevemente, e solo carrezzavale o le mani, o il volto, o i capelli, con quel lieve sorriso che tanto eloquentemente significa e il grave dolore dell'animo e l'ardentissimo affetto; e così passò tutta la giornata!