CAPITOLO XVII.LA GUERRA.

CAPITOLO XVII.LA GUERRA.

Torniamo ora alle cose della guerra.

Abbiamo accennato qua dietro come il duca Carlo avesse ordinato con Spinetta Malaspina, il quale era in Verona appresso messer Cane della Scala, che egli entrasse nelle sue terre di Lunigiana a guerreggiare da quella parte Castruccio; e soldògli in Lombardía trecento cavalieri, e il legato di Lombardía gliene diè dugento di quelli della Chiesa, e cento ne menò da Verona di quelli di messer Cane; e varcò da Parma le Alpi, e posesi ad assedio al castello della Verruca, che Castruccio gli aveva tolto. Dall'altra parte gli usciti di Pistoja, a petizione del duca, senza saputa o consiglio di niun fiorentino, ribellarono a Castruccio due castella della montagna pistojese Cavinana, e Mammiano: e la gente che abbiam veduta uscir di Firenze, era avviata in diversi punti per secondare questo disegno di guerra; e ad essa gente, che non era poca, ben presto si aggiunse il conte Beltramo del Balzo, zio del duca, con cento cavalli, il quale era stato capitano dell'armata, che allor fu mandata in Sicilia; cui esso, non essendo più tempo di navigare, aveva dal golfo della Spezia mandato a Napoli, ed egli, smontato in Maremma, se n'era venuto a Firenze per trovarsi a questa guerra. Ora le genti fiorentine, che meglio si chiameranno le genti del duca, perchè Firenze era il duca, furono spartite così: la masnada dei tedeschi, in tutto dugento cavalieri, con gli altri cento cavalieri e co' cinquecento pedoni, guidati da messer Biagio de' Tornaquinci da Firenze, dovevano ire a soccorrere le castella ribellate della montagna pistojese; e l'altra gente si avviava a Prato, per esser pronta a qualunque bisogno, o verso la montagna, o verso Pistoja. Ed il bisogno poteva venire da un momento all'altro, perchè Castruccio, vedendosi minacciato da tante forze, benchè tutto l'agosto fosse stato malato a morte, di una sua ferita alla gamba destra, come valente signore, vigorosamente e con gran sollecitudine si disposeal riparo, e tosto fece porre campo e battifolli molto forti alle castella ribellate; ed egli in persona col più della sua cavallería venne a Pistoja, per provvedere ad ogni bisogno, e per tener fronte al duca ed ai Fiorentini, che quelle castella non potessero fornire. Furono così pronti ed efficaci gli apparecchj di Castruccio, che al duca e al suo consiglio parve tosto di aver fatta non savia impresa; ma oramai bisognava continuarla, e fare ogni sforzo che riuscisse a buon fine.

Guglielmo co' suoi feditori era tra la gente che doveva fermarsi a Pistoja; e dove i caporali delle altre schiere si porgeano tutti lieti e baldanzosi, e quasi certi della vittoria, egli solo era triste, e non dava segno veruno di baldanza; e ne aveva troppa cagione. Il pensiero della sua Bice non lo abbandonava un momento:Che sarà stato di lei? Come avrà potuto reggere alla furia di suo padre?E tanto si tribolava di questi e simili pensieri, che era una pietà a vederlo. Anche le cose della guerra, come ho detto, nol teneano tranquillo; chè sapeva quanto valoroso e savio condottiero fosse Castruccio; quanto agguerrita la sua gente, avvezza a tante vittorie; e quanto per contrario fosse male accozzata la gente del duca; quanto scorati i Fiorentini dalle toccate sconfitte, e come il nome solo di Castruccio facesse loro paura. E veramente Castruccio mostrò anche in questa fazione quanto fosse abile capitano, tanti e tanto sicuri furono i provvedimenti che prese, massimamente per le castella ribellate della montagna, alle quali aveva posto grosso assedio, e impediva con ogni possa che la gente del duca potesse fornirle. Ed anche il tempo gli fu propizio in questa impresa, dacchè i passi fortificati degli Apennini, e le grandi nevi cadute in quei giorni, spaventarono i pedoni del Tornaquinci e i Tedeschi dallo ascendere a fornir le castella. Saputosi ciò dal duca, comandò che della gente raccolta in Prato, la schiera di messer Tommaso di Squillace, e mille pedoni condotti da messer Amerigo Donati e da messer Giannozzo Cavalcanti, salissero alla montagna per vedere di riuscire ad ogni costo nella impresa di soccorrere Mammiano e Cavinana; ed il rimanente cavalcasse fino alle porte di Pistoja, per tentare se Castruccio uscisse a battaglia: e tra questi erano i feditori, alla cui guida sappiamo già essere stato posto il nostro Guglielmo. Mossero tutti con perfetto ordine; e giuntipresso alla città, si formarono in battaglia nel modo allora usato, che era il seguente:

Tutto il corpo dell'esercito si partiva in quattro schiere. La prima era de' feditori, così chiamati perchè primi doveano appiccar la battaglia; e stavano in mezzo a due ali ordinate in forma di mezza luna: e queste erano di pavesari, detti così per essere armati di picconi e pavesi; e di balestrieri, e questi erano armati di gran balestroni, che lanciavano quadrella e verrettoni, cioè lunghe lance. La seconda era detta la schiera grossa, che veniva subito dopo i feditori; e questa subentrava ai primi con pari e maggior vigore. La terza era chiamata la salmería, e questa era in tutti gli eserciti con molti pedoni, destinata a contenere le altre, se rinculassero all'urto nemico. La quarta erano moltissimi pedoni, separati dal grosso della gente; e questi stavano pronti per sovvenire a que' bisogni che nel combattimento potessero occorrere. Fra le dette schiere stava collocato il carro della campana detta Martinella, che mentre si combatteva non restava mai di sonare, dal qual suono i combattenti erano infervorati alla pugna. Nel mezzo parimente a tutte le schiere stava il Carroccio, diligentemente e con ogni gelosia guardato, essendo come la tramontana dell'esercito, perchè su vi sventolava il pennone del comune; e se quello si fosse perduto, l'esercito ne andava in tal confusione, che non se ne sarebbe potuto sperare cosa alcuna, ma ogni soldato si sbandava, e poneva l'ultima speranza nella fuga.[26]

Castruccio, che era, come dicemmo, in Pistoja, veduto l'esercito del duca e dei Fiorentini venirlo così provocando fin sotto le porte, come valente signore uscì fuori animosamente, ordinando la sua gente in due battaglie, che l'una uscì da porta Caldatica e l'altra da porta S. Marco, per assaltare da ambidue i lati i nemici, schierati appunto tramezzo a queste due porte. E i Castrucciani venivano con tanto furore e con tanta tempesta, che i nostri ebbero appena tempo di ordinarsi alla pugna, la quale fu acerba e terribilissima. I nostri, vedutisi assalire da due parti, bisognò che si partissero in due grandi schiere, per tener fronte alle due schiere nemiche; ecome la schiera Castrucciana uscita da porta Caldatica si vedea essere la più forte, e guidata in persona da Castruccio, colà si volse Guglielmo coi suoi feditori, e la battaglia fu tosto ingaggiata. Le trombe, che squillavano da ogni parte, il suono continuo della Martinella, il gridar de' combattenti di qua e di là, il nitrir de' cavalli, l'urtarsi essi petto con petto, i colpi che crosciavano le mazze ferrate sopra le armature, il battersi delle spade, le strida e le pietose parole de' morenti, facevano un tumulto che in tutta la circostante campagna vi pareva l'inferno. La pugna fu combattuta virilmente, e con prodigj di valore dall'una parte e dall'altra; e già Castruccio, mal resistendo all'impeto dei feditori di Guglielmo, accennava di piegare, e di volersi ritirare in città, quando Gugliemo fu ferito da un verrettone in una gamba, e non potè più stare a cavallo. Qui si mutò la fortuna dei combattenti; chè dove i nostri, vedutosi mancare la loro guida, perderono l'animo, i nemici lo ripresero, e con tal furore, che gli forzarono a retrocedere: tanto più che anche la schiera di Porta S. Marco travagliava fieramente la nostra gente; ed a lungo non avrebbe potuto resistere. Castruccio non volle seguitare la vittoria, per non mettere in compromesso la sua impresa; parendogli necessario sopra tutto di riacquistare le ribellate castella della montagna: e però i ducali co' Fiorentini poterono senza molestia ritirarsi, e si attendarono al Montale, castello allora assai ben munito, a mezza strada tra Prato e Pistoja. Guglielmo, la cui ferita non era grave, benchè da principio paresse gravissima, fu portato a medicarsi a Prato, non curando punto i dolori del corpo, ma la perduta battaglia, e il non potere chi sa per quanto tempo pigliar parte ad impresa di guerra. E più lo accorava il pensiero della sua Bice, che tanto aveala udita compiacersi nel pensiero di vederlo tornar vittorioso, ed acclamato dal popolo[27].

Come Castruccio si vide assicurato dalla parte di Pistoja, non dubitando punto che i nemici volessero ritentar l'impresa, con tutta la sua gente cavalcò senza metter tempo in mezzo alla montagna, e rafforzò la sua oste, e prese i passi cheandavano a Cavinana e a Mammiano, acciocchè la gente del duca non potesse in verun modo fornirle; la quale però non avrebbe potuto farlo in modo alcuno, dacchè per il gran freddo e per le nevi appena potevano vivere, e mancava loro la vettovaglia, e le vie erano assolutamente inaccessibili. Il conte di Squillace vide ben tosto che quella impresa era folle, e che in verun modo poteva condursi a termine; tanto più che la sua gente mormorava fieramente, essendo mal riparati dal freddo: e chi potè rannicchiarsi in quei poveri e vili casolari, vi stavano ammassati come le sardine. Alcuni però, come sempre avviene negli eserciti, anche nei più gravi momenti, si ingegnavano di passar mattana, e di temperare il malumore comune con motti, con giuochi e con esercizj di ogni maniera; massimamente i Fiorentini, che sempre sono stati piacevoli e celioni. Quelli, fra tutti, che meno si acconciavano ai rigori del freddo e agli stenti d'ogni maniera, erano i provenzali, i quali bestemmiavano maledettamente e il papa e l'Italia e Firenze e ogni cosa; ed i Fiorentini ora ne gli motteggiavano, or ne gli garrivano: nè passava si può dir giorno, che non ne seguisse qualche zuffa tra loro. Una volta tra le altre si abbatterono in uno di quei miseri casolari, che serviva come di bettola, tre caporali, l'uno provenzale, l'altro tedesco, e il terzo fiorentino, asciugando tutti e tre d'amore e d'accordo certo vino, giunto allora allora dalle prime colline di Pistoja; e già ne avevano mandato giù più d'un fiasco, e data una buona stretta al secondo, quando il tedesco esclamò:

— Quando ero a casa mia sentivo dire che in Italia non ci è freddo; che ci è quasi primavera eterna; che il suo cielo è puro e sereno, e tante altre belle cose. Ma freddo così eccessivo non l'ho sentito nemmeno nella Magna; e questo vento indiavolato, con questo nevischio che gela ed accieca, ne' nostri paesi non si sogna nemmeno. È questa proprio una bella primavera!

E il provenzale rincarando: — E a me la Italia mi pare il più sciagurato paese che sia sotto il sole. Vedi qui a che siamo condotti! Assiderati, mal pagati, senza vettovaglie!

— Gnaffe! disse il fiorentino; se volete giudicare dell'Italia da queste montagne, con questa stagione, mi pare che v'anfaniate a secco. Anche le rose hanno le loro spine; ma chi dalle spine volesse dar giudizio delle rose, farebbe segnodi aver dato il cervello a rimpedulare. Andate per tutto il restante dell'Italia, e poi parlatene.

— Io, riprese il provenzale, l'ho veduta tutta quanta, e non mi disdico. E anche quei luoghi che tanto vantate voi altri Italiani, sono una morte a rispetto della mia Provenza; e la vostra stessa Toscana, appetto ad essa, è un campo di erbacce, paragonato al più ridente giardino: nè so proprio su che fondiate, specialmente voi Fiorentini, il gran vanto della vostra Città. Ma anche quando fosser vere tutte queste cose che del vostro paese andate dicendo, sarebbe sempre da reputarsi un obbrobrio, così scarso com'è di valore o di cortesía; così partito in se stesso, che i suoi cittadini l'uno si rode coll'altro; che da sè soli a nulla valgono; e anche per guerreggiarsi fra loro, ricorrono all'ajuto di fuori. Le donne sole sono cortesi — e dicendo questo, mandava giù un gran nappo di vino, strizzando prima l'occhio, con maligno sorriso, al tedesco, che gli sedeva accanto, e che rispose:

— Oh, cortesi, cortesi le italiane! E le fiorentine... Ah, monna Lapa, tu sei più dolce del vino. — E qui trincò un bel gotto: poi seguitò. — Ma nè Italia, nè Toscana, non sono il paradiso, come alcuni vanno dicendo.

Al fiorentino qui scappò la pazienza, e tutto inviperito, rispose:

— Tu, lurco tedesco, chi ti ci ha fatto venire in Italia? la sete dell'oro, e il fastidio dei vostri deserti strani, che sono degne tane delle bestie tue pari. E tu, leggiadro provenzale, potevi stare ne' tuoi deliziosi giardini, se questi campi d'erbacce ti facevano afa: ma il fatto sta che di queste erbacce vi mostrate tutti più ghiotti del dovere, e quando piovete su queste contrade, siete peggio delle cavallette. Dell'esser noi Italiani tutti partiti, e del rodersi l'un l'altro, e ricorrere sempre agli ajuti di fuori, avete ragione; ma la colpa è dei signori, che sperano di trovare amore e fede in cuori venali, e non vedono che follía è quella di cercare e di gradir gente, che vende l'anima a prezzo. Ma l'antico valore non è morto ne' cuori delli Italiani; e potrebbe anche darsi che, o prima o poi, ci levassimo da dosso queste vituperose some.

Il tedesco, che era un tozzotto accerito, con du' occhi che gli schizzavan di testa, biondo di capelli e di barba, ed in sostanza una buona pasta di uomo, non rispose; e solo simise a tentennare il capo come in atto di negare ciò che il fiorentino diceva; ma il francese, un giovanotto mingherlino, biondo anch'egli, con due grand'occhi azzurri, e leggiadro e azzimato, come se fosse in mezzo alle brigate sollazzevoli della città; ma insolente e di mal animo contro la Italia:

— Ah ah! disse ridendo beffardamente: l'antico valore! Voi italiani avete sempre in bocca l'antico valore; ma codeste le son novelle: è necessario il valore presente. Roma signoreggiò a tutto il mondo: guardatela ora, se non è una pietà e una derisione: abbandonata dal papa, che se ne è venuto a stare a casa nostra, per fastidio di queste contrade, ricorda sempre anche essa l'antica grandezza, e si è ridotta quasi un deserto, lacerata anch'essa dalle parti, il ludibrio delle nazioni.

— Il valore presente mi pare che a voi altri francesi, o provenzali che siate, mi pare che gli italiani ve lo abbian fatto sentire a buono anche ne' presenti tempi; e dovreste ricordare ilmuora muoradi Palermo, e quella città che fe' di voialtrisanguinoso mucchio. A te che pizzichi un po' di poeta, e che i poeti nostri ti sento spesso rammentare, basterà il dirti così, senza farti una lunga storia di questi due fatti.

— I fatti di Palermo e di Forlì sono prove appunto del presente valore di voialtri italiani, che sta nell'assassinio e nel tradimento.

Il tedesco alzò il capo a queste parole, e volto al francese:

— Oh, compagnone, no no, non dire: questo è troppo. Ricordiamoci almeno che il signore contro cui combattiamo è italiano, e che ci fa sudar molto, e che molte volte ci ha veduto fuggire; e se sono vere le novelle venute testè giù dal piano, anche sotto Pistoja Castruccio ha volto in fuga la gente del duca.

Il fiorentino per altro, che aveva perduto affatto la pazienza, disse quasi furente:

— Che il tradimento e l'assassinio sia l'unico valore presente, tu ne menti per la gola, vil paltoniere: voi francesi per contrario, il vostro valore sta nell'insolenza e nel dispregio di ogni altra nazione; e se tu non istessi ritto a cotesta maniera per la scommessa, e se tu non mi paressi più una femminuccia che un soldato, ti farei veder io che cosaci vorrebbe a ricacciarti in gola codeste villane e vituperose parole.

Qui il francese si alzò tutto acceso d'ira e mise mano alla spada: il fiorentino non fu men lesto, e lo assalì con tanta furia e maestría che in un batter d'occhio gli ebbe fatto schizzar la spada dal pugno. Il fiorentino tutto contento di ciò, andò a ricòrre la spada, e con atto amichevole e con umane parole:

— Te', bel compagno, gli disse: era mio debito il mostrarti che un fiorentino vale un provenzale; ora son contento, e spero che torneremo amici.

Ed in questo gli offerse un gotta di vino. Ma il provenzale, vinto dalla stizza e dalla vergogna, rifiutò con atto dispettoso, e si mosse per andarsene; se non che il tedesco, fermatolo:

— No, compagno, non fare: il fiorentino ha operato come leale e prode cavaliere, nè tu hai operato villanamente; le leggi della cortesía ti comandano di tornare amico con lui. Beviamo tutti insieme alla salute di ogni prode e di ogni leal cavaliere, o sia tedesco, o francese, o italiano.

Non avevano i tre bevitori votato ancora il lor gotto, che tutta la montagna risonò di un lungo squillare di trombe; ed essi tutti e tre ad un tratto si alzarono, e messosi la celata in capo, disse il tedesco:

— Su! alle castella, alle castella! messer lo Conte vuol fornire finalmente quello perchè siamo venuti quassù in questo indiavolato paese.

E pagato l'oste, andarono via tutti animosi e anelanti di combattere.

Ma il fatto era ben diverso: anzi era al tutto contrario da quel che pensava il tedesco. Il Conte di Squillace aveva già conosciuto, come qua dietro accennai, che l'impresa del fornire i castelli era folle; e di fatto Castruccio aveva proceduto con tanta astuzia e con tanta maestria di guerra, che fu vicino a rinchiudere la gente del duca, per modo che non ne sarebbe campato neppure uno, se il Conte non si fosse accorto a tempo della mala parata, e non avesse presa la subita risoluzione di abbandonare quell'impresa, studiandosi solamente di tornare sano e salvo egli ed i suoi: e quel sonare a raccolta era appunto a tale effetto. La ritirata fu disagiosissima,e condotta con gran senno, e con grande accortezza. Tutti i passi della montagna eran guardati da Castruccio: lo scendere verso Pistoja era di troppo periglio, dopo che i nostri ne erano stati rincacciati; bisognò pertanto ritornarsene per il contado di Bologna, cavalcando aspre montagne e piene di neve: il perchè, oltre il disagio e il gran travaglio delle persone, convenne loro di lasciare su per que' greppi molti cavalli e molti somieri.

Partita la gente del duca, le due castella ribellate si videro al perso, e quelli che vi erano dentro, di notte si fuggirono, e molti furono morti e presi, e Castruccio le riebbe senza colpo ferire. Dopo di ciò, come sollecito e valoroso che egli era, senza tornare in Pistoja, o andarne a Lucca, traversò con la sua oste le montagne di Garfagnana e di Lunigiana, per tòrre il passo e le vettovaglie a Spinetta Malaspina, che lo infestava da quella parte; ma Spinetta, come prima sentì la venuta di lui, e udì che aveva riprese le due castella, si ritrasse con tutta sua gente, e lasciò l'impresa, e ripassò l'Apennino riparandosi a Parma; chè, se più avesse dimorato, vi sarebbe stato preso egli e tutta la sua gente.

La gente del duca, che avea cavalcato a Pistoja, e che vedemmo essersi accampata al Montale, quando vi furono stati tre giorni, si levò un tempo così strano e rovinoso di venti e d'acqua, e di neve ai monti, che per necessità, non potendo tenere le tende tese, si levarono dal campo riparandosi a Prato; e lo fecero senza niuno ordine di guerra, per modo che, se fosse stato in Pistoja Castruccio, sarebbero forse capitati tutti male. E da Prato, sapute le infelici sorti di quei della montagna, e di messere Spinetta, tornarono anche essi a Firenze, lasciandovi Guglielmo, la cui ferita era tuttora aperta, con altri feriti. E così la prima impresa del duca, per poco savio consiglio, tornò invano, e con vergogna. Castruccio si giovò della facil vittoria, facendo disfare in Lunigiana le più belle fortezze che v'erano, perchè non gli si ribellassero; tornò in Lucca con gran trionfo, e fece poi ardere il castello di Montefalcone sulla Guisciana, e quello del Montale sopraddetto, per aver meno da guardare, e perchè la gente del duca non gli potessero riprendere.


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