CAPITOLO XX.DA SETTIMELLO A PRATO.

CAPITOLO XX.DA SETTIMELLO A PRATO.

La mattina per tempo maestro Cecco e frate Marco erano già in piedi; la stagione si era rimessa al buono, ed era una delle bellissime giornate di ottobre, che in questo piano e colline di Firenze sono deliziose. Il prete era stato anche più sollecito di loro, e già aveva detto messa, e stava ordinando con la Simona un poco d'asciolvere; la quale vi si prestava di mala voglia, certa come parevale d'essere, che ella preparava il pasto per il diavolo, e dichiarando assolutamente che in tavola non avrebbe portato, e che non voleva più vedere in viso maestro Cecco: non senza aggiungere parole di corruccio e di maraviglia contro frate Marco, come egli non avesse paura di andare in compagnía di quel negromante. Nè valsero a smuoverla le assicurazioni del prete, che qui la magía non aveva nulla che fare; che quel piccione era della sua piccionaja così e così; che le altre cose operate da Cecco erano secondo scienza naturale: non ci fu versoche la ne volesse sentir parlare; e se vollero far l'asciolvere, bisognò che il prete mettesse in tavola e servisse da sè. Mangiato che ebbero, fecero a un lavoratore del prete sellare i cavalli, e rinnovate le preghiere per il fatto della badessa di San Piero, e rimasti d'accordo che egli sarebbe ito con loro, e fatto per loro ogni opera, quando paresse loro opportuno, i due lo ringraziarono della sua cortese ospitalità e montarono a cavallo, deviando un poco dalla strada mugellana per rientrare nella strada maestra, che mena a Prato.

Non erano iti molto innanzi, che si scoperse a' loro occhi il castello di Calenzano, le cui mura alte e merlate, e il cui maestoso aspetto diedero assai maraviglia a Cecco, il quale chiese al frate:

— Frate Marco, che è quel castello lassù? accennando col dito.

— È il castello vecchio di Calenzano: lo fabbricarono i fiorentini anni ed anni sono; ed era riputato uno dei belli e fortissimi arnesi di tutto il contado. Tuttavía non potè resistere alla furia indiavolata de' Ghibellini, che ci vinsero a Monteaperti, i quali lo presero e lo disfecero; e non potè resistere anno, benchè riedificato ed afforzato mirabilmente, alla furia di Castruccio, che lo vinse, e lo arse, come vedete che le mura sono mezze diroccate, e si vede fin di quaggiù che le sono arsicce.

— Ma questo Castruccio è proprio un diavolo dell'inferno; ed è vero martello di voi altri poveri fiorentini.

— Castruccio è valoroso signore, e savio di guerra più che capitano d'Italia o di Francia; e noi fiorentini non abbiamo chi potergli mettere a fronte.

— Monsignor lo duca ha seco valenti capitani, e non può fallire che egli fiacchi le corna a questo altero lucchese.

E così di ragionamento in ragionamento arrivarono a Prato là in sulla nona. Prato era fin d'allora una terra assai grossa, non di gran conto, ma già ricordata come castello di dominio de' conti Alberti fino dal principio del secolo XI; la quale andò sempre prosperando per modo che verso la fine del secolo XII troviamo accresciuto il paese di borghi, e quel comune aver fatto provvisione di circondarlo di più larga cerchia, e di fortificare con torri le nuove porte. Per molto tempo i pratesi furono governati da un vicario imperiale; el'imperadore Federigo II vi fece edificare la fortezza, parte della quale è in essere tuttora, che fu chiamata ilCastello dell'imperatore.

In sul principio del secolo XIV per altro Prato abbandonò la parte imperiale, e consegnò a un capitano guelfo il castello, che lo prese a nome de' fiorentini: e in questo anno 1326 gli otto difensori della terra di Prato dettero liberamente il governo di essa al duca di Calabria, che, siccome vedemmo, vi avea mandato la sua gente.

Guglielmo era albergato nelle case dei Guazzalotri, trattatovi con ogni riguardo dicevole alla gentilezza di lui; nè fu difficile a Cecco e al frate di farsi guidare colà. Appena il cavaliere scorse sull'uscio di camera maestro Cecco, stese le braccia verso di lui come se avesse veduto un angelo del paradiso; e Cecco lo corse subito ad abbracciare, domandandogli come egli stesse della sua ferita; ed il medesimo fece frate Marco, che già erasi avvicinato al letto. Egli per altro non rispose nulla a questa domanda; ma con atto e con voce di efficacissima esortazione:

— Maestro, se ogni vostro desío si compia, che è della Bice?

— Della Bice vostra ne sarebbe male, se la fortuna non ci apparecchiasse già un rimedio che io credo efficace. Testè ne parleremo; ma prima fate ch'io veda la vostra ferita; chè il duca e la duchessa ne aspettano da me subito ed esatto ragguaglio.

— Deh! no: la ferita mia della gamba è per poco guarita; pronta ed efficace medicina la chiede la ferita del cuore, che avete fatta più acerba con le vostre parole. Siate pietoso di me: come nesarebbe maledella mia Bice?

Cecco, vedendo che non sarebbe stato possibile il parlar con esso di altra cosa prima di avergli detto il tutto della sua donna, rifattosi da capo, narrò al cavaliere come si fosse messer Geri mostrato crudo verso di lei, e come l'avesse fatta rinchiudere nel monastero di Mugello; come poi, essendosi dovuti fermare dal prete di Settimello, non solo ne avessero raccolto che la badessa era tenerissima della fanciulla, ma avevano avuto promessa da lui, il quale della badessa era famigliare, che avrebbe fatto di tutto per renderla benigna al fatto loro:

— Sicchè — continuò Cecco — state a buona speranza; io ho pensato cosa che vi farà lieto per avventura, e la letizia vostra sarà letizia mia, tanto ora mi sento infervorato in questa impresa, alla quale nel cominciare andai tanto freddo. E l'esser meco qui frate Marco, dovete pensare che non sia senza un perchè.

— Oh, maestro mio dolce, voi mi rendete la vita; e voi, bel frate, non so come rendervi grazia per grazia. Ma deh! fate che io sappia il vostro disegno.

— Messere, disse il frate, qual sia il pensiero del maestro non so: solo mi chiese che io venissi qua seco per cosa che importava, ed io venni a far tutto quello che egli m'imponesse; ed ora il faccio anche più lietamente, quando veggo esser cosa che piace a voi.

E maestro Cecco seguitò:

— Sire Guglielmo, che fa a voi il sapere questo disegno? Esso per ora ha a rimanere nella mia mente; e ciò, credetelo, sarà buono a voi ed alla Bice. Voi attendete a guarire; chè, per colorire tal disegno, è mestieri che siate sano, ed aitante della persona.

— Sano ed aitante della persona? Maestro, monto a cavallo anche adesso....

— Adesso non è tempo di montare a cavallo; ma per voi di attendere a curarvi, affine di maturar bene il mio disegno. Intanto fate che vegga la vostra ferita, acciocchè io possa esser certo dello stato vostro, e riferirne tosto a Firenze.

E Guglielmo, senza più contradire, si fece visitare tutto attentamente. La ferita, che da principio pareva gravissima, perchè si credeva fosse reciso un grosso tronco arterioso, non era infine di assoluta gravità. La saetta del verrettone avea accarnato assai a fondo, e avea fatto grande lacerazione nella coscia; ma arterie grosse non erano state recise; per forma che la cosa procedeva regolarmente, e la margine si era quasi tutta formata, il che dava certezza di perfetta guarigione di lì a pocchi giorni; ad affrettar la quale maestro Cecco applicò sopra la ferita un cotal suo cerotto di meravigliosa virtù, non solo a rimarginare, ma a dar forza e vigore alle membra. Fatto questo, si mise a scrivere la lettera al duca per ragguagliarlo di tutto, e per assicurar lui e la duchessarispetto a messer Guglielmo, il quale, tra per l'assidua cura che Cecco e frate Marco gli avevano, e per la speranza che Cecco stesso aveagli messo nel cuore, andava si può dire, ogni ora di bene in meglio; e se non di montare a cavallo subito, come avea detto di voler fare, pure dava certo segno che avrebbe potuto montarvi di lì a pochi giorni. Il maestro non lo abbandonava quasi mai, ed era sempre da lui tenuto in parole, o ragionando della sua Bice, o raccontando spesso tutte le vicende di quella sventurata battaglia dov'era stato ferito, e del gran valore di Castruccio; e facendosi raccontare da esso tutto ciò che aveva udito dire delle altre fazioni di guerra; e come il duca fosse stato colpito del mal successo; e come i Fiorentini ne accogliessero la novella: e se pensavasi a ripigliar l'armi da capo.

Ma lasciamo per un momento che Guglielmo e il maestro Cecco ragionino a lor senno; e ritorniamo in questo mezzo a Firenze, dove pure vi ha de' personaggi che il lettore potrebbe credergli essere stati dimenticati da noi.


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