CAPITOLO XXIV.DA SETTIMELLO IN MUGELLO.

CAPITOLO XXIV.DA SETTIMELLO IN MUGELLO.

Sere Gianni, priore di Settimello, era in quel giorno nel suo piccolo orto dietro la canonica con la sua brava Simona, e stavano ambedue sollecitamente curando gli erbaggi e le piante, nettando qui, mozzando là, sbarbando, sarchiettando e facendo tutte quelle diligenze che sogliono i buoni e diligenti cultori.

— Guarda, Simona, insalatína gentile che è questa! svèlline un par di cesti, chè ce la mangiamo stasera con quegli anitroccoli arrosto.

— Ecco fatto, messere! ci va unito un pochino di pepolino, che sarà la mano di Dio, massimamente con quell'aceto che abbiamo noi. Oh! quello è proprio una delizia. E non fo per dir che l'ho fatto io, ma un aceto come quello, sfido il primo signor di Firenze ad averlo.

— Tu l'ha' fatto tu fino a un certo segno. È che nel caratello ci si è messo del vino buono.

— E il caratello chi l'ha ridotto in quel modo? e la madre dell'aceto chi l'ha saputa conservare? e tutte le seccature che ci vogliono per condurre a bene la cosa chi l'ha sofferte? Non lo sapete che un caratello d'aceto bisogna avergli una cura come a un figliuolo?

La Simona dicea queste parole con alquanta stizza; e il prete, benchè quel paragone del figliuolo gli paresse un po' strano e da riderne, e benchè gli paresse troppo esagerato quel vanto dell'aceto buono, tuttavía si guardò bene dal rideree dal rimbeccare quelle millanteríe della Simona, perchè sapeva che contraddicendola non l'avrebbe finita più; e cercò di mutare adagio adagio discorso:

— Sicuro, gua', lo dico anch'io che senza molta diligenza può guastarsi e caratello ed aceto, ed a me questo graverebbe troppo; chè un po' d'aceto buono in una casa è un gran che. Dunque, viva le mani della mia Simona: ce ne faremo onore quando ritorna qui frate Marco con maestro Cecco...

— Chi? quel negromante?

— Ma che negromante! Frate Marco non è uomo da bazzicar negromanti..... E sì che, a quel che mi dissero partendo, e' dovrebbero a quest'ora esserci già ritornati.

— Ah! non è un negromante e un mago, è vero? O quel piccione cotto che rimesse le penne e volò? o quel vino che diventò acqua? o quella roba che sparì dal tagliere? ditemi un pò, messere, poteva essere altro che opera del diavolo?

— Ti ho detto un'altra volta, e ora te lo ripeto, che il piccione era di quelli della piccionaja, e che le altre cose si possono fare per iscienza comune. E poi, o non gli feci anche tutti gli esorcismi nelle regole?

— Gli esorcismi son belli e buoni; ma spesso lasciano il tempo che trovano. Alle volte il diavolo ne sa più del prete, e sta duro, e gli ride sul muso: alle volte il prete è impeccatito, e allora gli esorcismi non attaccano.

— Ma io non era impeccatito! Simona, questo non è onesto a dirsi da te.

E la Simona, che quel giorno era in vena, e che voleva rifarsi un po' del prete, perchè le aveva negato l'abilità dell'aceto, e garritala di non so che per il desinare della mattina, le cominciò a sfilar la corona così:

— Messere, non dico che siate un peccatoraccio come questi mondani; ma ecco, non credo nemmeno, a dirla qui tra noi, che vo' siate uno stinco di santo, da dovere i diavoli scappar via al solo udir la vostra voce. I' v'ho sentito tante volte predicare a' vostri popolani contro il peccato della gola, e portare a cielo le astinenze e' digiuni: e con loro ve lo potresti anche risparmiare, perchè, povera gente! hanno tanto a fatica da cavarsi la fame; e voi poi vi vedo continuamente studioso de' meglio bocconi, e ghiotto dei migliori vini chesappiano fare le viti di queste colline; e se qualcosa non è fatta a vostro modo la povera Simona lo sa.... E poi, messere, che sono que' presentuzzi che spesso mandate facendo alla Costanza, moglie del lavoratore qui accosto, ora il moccolo benedetto, ora un bel mazzo di agli freschi, ora il panier dei baccelli; e quando la domenica la sentite in chiesa, vo' cantate unKirieed unSanctusche parete un galletto marzuolo....

In questa si sentì un calpestío di cavalli presso alla canonica, per la qual cosa il prete, affacciatosi al muro dell'orto: — E' son dessi, — esclamò; e proprio non gli parve vero, se non chi sa dove andava a parare la Simona con quella sua catilinaria. Allora il prete, rivoltosi a lei:

— Simona mia buona, fa' di mostrarti quella valente femmina che tu se'....

Qui la Simona cominciò a scuotere il capo, in atto di stizzosa negativa; e il prete:

— No, via, non mi fare arrossire; massimamente che frate Marco ha seco questa volta un gran cavaliere provenzale, prode e gentile quanto altro cavaliere di tutto il mondo.

E come gli ospiti erano già in sulla piazzetta della canonica, e si potevano dell'uscio dell'orto vedere tutti e tre comodamente, così appena la Simona ebbe veduto messer Guglielmo, rimase presa in maniera del suo gentile e nobile aspetto, che ne fu tutta compunta, e accettò il prete che si porterebbe da sua pari; e però il prete corse tutto lieto incontro ai tre arrivati, e la Simona mise il cervello a partito per fare una cena degna di sè e del bel cavaliere. Le feste che il prete fece ai suoi ospiti, e gli ospiti a lui furono maravigliose: e sere Gianni non cessava di fare riverenza a Guglielmo, e di fargli con quel miglior garbo che sapeva un monte di domande su Castruccio e sulla guerra, alle quali il cavaliere rispondeva con parole cortesissime. Ed anche la Simona, alla quale quel bel giovanotto aveva ferito la fantasía, si struggeva di vederlo da vicino e di udirlo parlare: il perchè, trovata la scusa di domandare al prete alcuna cosa, entrò nella sala dove tutti erano raccolti. Maestro Cecco, appena vide la Simona, non potè tenersi che non le dicesse così mezzo ridente:

— Monna Simona, che è di voi? Siete più adirata meco?

— Maestro, rispose la Simona, di me n'è bene, e con voi non sono stata mai adirata: ben mi rincresce dell'anima vostra.

E maestro Cecco, dubitando ch'ella non uscisse contro di lui in qualche poco misurata parola, sapendola donna di pochi riguardi, e petulante la parte sua, prese la via delle lusinghe; e volto a Guglielmo, gli disse:

— Vedete, messere, questa è valentissima femmina; saccente, piena di senno; e ha le mani così benedette per fare i più delicati bocconi, che mai cuoco delle più nobili corti seppe forse fare altrettanto.

E Guglielmo, volgendo il suo parlare alla Simona proprio:

— Invidio la fortuna del sere, che abbia al suo governo una valente donna pari vostra: fortuna che certamente non tocca a noi, che siamo sempre tra le armi e nelle guerre.

La Simona, udendosi dire così dolci parole da tanto gentile e tanto bel cavaliere, se ne ringalluzzì tutta, e studiava una conveniente risposta; ma del trovar le parole non era nulla, ed appena potè dire confusamente:

— Sire cavaliere.... siamo povere fanti.... da poco più che da fare una peverada.... voi siete tanto gentile.... il mio sere vuole che mi faccia onore.... e poi il maestro là si fa beffe di me.... Messere, perdonatemi, non so che io mi dica.... vorrei....

Guglielmo, veduta la confusione della povera Simona, cercò di farle cuore meglio che potè:

— La vostra umiltà accresce il vostro merito; e maestro Cecco non vi beffa, ma vi pregia tanto, che da quella sera che fu qui a cena non ha fatto altro sempre, se non ricordare la vostra abilità, e additarvi per valentissima femmina.

La Simona non capiva nella pelle dalla consolazione, udendosi così encomiare dal cavaliere; e finì di riconciliarsi anche col maestro, sapendo ch'egli faceva di lei così buona testimonianza. Pose dunque l'ingegno a far vedere tutta quanta la sua bravura, e andò in cucina col proposito di farsi onore veramente; e vi riuscì. La cena non fu abbondante, ma fu veramente squisita; e la Simona n'ebbe gran lode da tutti, e specialmente dal cavaliere, per la qual cosa quella sera la si teneva da più che il despoto di Romanía.

Dopo cena il prete co' suoi ospiti trattarono maturalmentecome dovesse condursi questa specie di spedizione al monastero, affinchè la cosa avesse il desiderato effetto. Guglielmo avrebbe voluto andar per le corte: cercar d'intendere dalla Bice se consentisse, e vedere ad ogni modo di liberarla senza indugio da quel sepolcro di vivi; e Cecco non era alieno al tutto da questo disegno; ma non voleva venire ad atti troppo arditi, se prima non tornavano a nulla tutti gli assalti dati alla badessa. Frate Marco e il sere, di ratto non ne volevano sentir parlare, nè in caso veruno ci si sarebbero prestati; prima, perchè non consentivalo il loro ministero, e poi perchè, oltre all'essere cosa troppo pericolosa verso di sè, non poteva avere se non conseguenze tristissime.

— Ed io ho tanto in mano — continuò il frate — che non dubito punto che messer Geri debba ammollire il suo cuore, dove tutti ci adopriamo a questo, e la badessa altresì; della quale non par da dubitare, se vere sono quelle cose che di essa ci disse il sere qui l'altra sera, del grande affetto ch'ella ha per la Bice, e della pietosa compassione ch'ella sente per la sventura di quella povera fanciulla. A me pare dunque, se pare anche a voi, che alla badessa andassimo tosto, con la lettera di messer Geri, io e il sere: che col pretesto di disincantare la Bice, cercassimo d'informarla di ogni cosa minutamente; che il sere tentasse poi il cuore della badessa, ajutato da me; e se la badessa si mostra benigna, come spero, fare un passo ardito più in là (il quale, fatto con accortezza, potrebbe condurci dove vogliamo), pregandola di unirsi con noi per secondare il nostro disegno; e vedendo il bello, far che ella si abbocchi con maestro Cecco e col cavaliere. Se possiamo giungere a tanto, siamo a cavallo.

La proposta piacque a tutti; e la mattina appresso si misero in cammino per il Mugello, dove furono a mezza terza. Poco discosto dal monastero, dove la Bice era sepolta, forse trecento metri o poco più, vi era la chiesa di S. Niccolò, posta sopra un poggetto, che allora faceva cura da sè, il cui prete era molto amico di sere Gianni: quivi pertanto si fermarono prima di andare al monastero, e quivi rimasero maestro Cecco e Guglielmo, ad aspettare di sapere a che riuscissero il frate e il sere presso la badessa.


Back to IndexNext