CAPITOLO XXX.L'AMOR PATERNO.
La mattina che i tre compagni tornarono a Firenze, messer Geri era molto più melanconico dell'usato. La notte aveva passata travagliatissima: nei brevi sonni, che ogni tanto prendeva, sempre gli appariva la sua Bice, ora supplichevoledi perdono, ora tutta desolata e piangente; ed in sul mattino gli parve di vederla moribonda, e di udirla, nel delirio di morte, amaramente rimproverar suo padre dell'averla ridotta alla disperazione, e spirare col nome di Guglielmo sulle labbra. In questo punto si destò di sobbalzo tutto spaventato, e grondante di sudore; e stato un gran pezzo che non si raccapezzava se sognasse o se fosse desto, alla fine vide dagli spiragli della finestra essere già chiaro il giorno, e si rizzò a sedere sul letto, come per ripigliar fiato liberamente; e, tergendosi il sudor della fronte, esclamò tutto doloroso:
— Dio, che spavento!
E stato un altro poco pensoso con le braccia incrociate sul petto:
— Questo sogno orribile l'ho fatto sul mattino, che allora i savj dicono sognarsi del vero. Ahi, tristo me! La mia Bice.... fosse ella malata davvero?.... imprecasse davvero alla crudeltà di suo padre?....
E preso da subita paura, fece il segno al suo fante, che dormivagli nella stanza allato, il qual giunto:
— Cavalca, gli disse, senza metter tempo in mezzo, in Mugello; e torna tosto a dirmi che è della Bice mia.
E il fante, senza ripetere, ubbidì. Intanto il vecchio scese dal letto, non chiamando altri appresso di sè; e, vestitosi alla meglio, si sentiva in una estrema debolezza, per forma che, fattosi recare la solita bevanda cordiale, si pose sopra una gran sedia a bracciuoli, allato al suo tavolino, comandando che niuno il dovesse venire a turbare, se non fosse frate Marco, che egli aspettava da un momento all'altro; e continuò a vagar di pensiero in pensiero:
— Malata forse non sarà: frate Marco mi scrisse pur ier l'altro, nè mi accennava a verun malore; solo accertava non essere ammaliata. Ma ora che tarda questo benedetto frate Marco? Nol sa per avventura con che batticuore debbo star io? Già e' son frati.... tutti per se.... — O forse il sogno era un avvertimento datomi da messer Domeneddío che la mia Bice, continuando a star là sepolta, farebbe quel fine.... Ah no, Bice mia, no, ti voglio qui da me: lo vedi, povero vecchio! quanto sto doloroso della tua lontananza? Non posso più vivere senza di te.... — Ma ella vuol bene a Guglielmo più che a me! — Snaturata figliuola! Vuolvedermi morire disperato! Anche a maestro Dino pare stranamente impossibile questa snaturatezza.... — Ed anch'io non sono stato giovane? non amai perdutamente una fanciulla, contro la volontà e gli amorosi ricordi della mia buona madre? eppure anche lei amavo tenerissimamente quanto la donna del mio cuore: dunque l'uno amore non contrasta l'altro.... Ah! sì, sì, la Bice ama teneramente anche me.... — Ma quello straniero.... — Sì! e i fiorentini che cosa son eglino adesso? Un branco di pecore matte, dimentichi di sè, dell'onore della loro terra, tremanti al nome sol di Castruccio: gente, che piglia atti e modi di leone contro chi fugge, e si placa poi come un agnello a chi mostra i denti o la borsa; orgogliosi d'altra parte, e senza misura in nulla.... E questo ti avviene, o Firenze, per la gente nuova e per i subiti guadagni dei tuoi cittadini; perchè la tua cittadinanza è ora mista di villani rifatti, di barattieri, di ogni mala gente. Che genero potrei io trovare adesso in Firenze degno della mia casa, della mia Bice?.... — Ma perchè entrarci anche Cecco d'Ascoli in questa faccenda? E' non lo può fare se non per odio dei Cavalcanti.... dunque il danno e l'onta mia ci debbe essere.... No, no: mai....
E così continuò ad essere combattuto da varie volontà e da varj affetti per assai tempo, sempre per altro prevalendo l'affetto alla sua Bice, senza la quale oggimai non poteva più vivere; quando un fante venne a dirgli che frate Marco era giunto:
— Venga, venga tosto....
E come il frate era nell'anticamera, udite le parole di Geri, entrò subito. Geri si era rizzato da sedere per ire incontro al frate, e come prima lo vide:
— Che è della Bice mia?....
— N'è bene, messere.
— Ma quando la vedeste?
— Ieri.
— E era sana?
— Sana in quanto non aveva propriamente alcun malore; ma sana per altro come può essere colei, che vive nella desolazione, quasi sepolta viva, lontana dal padre, che ella adora....
— Mi adora? E il cavaliere?.... Oh Dio, frate Marco:ho avuto un tristo e spaventoso sogno. Mi pareva vederla morente; la udii imprecare al mio nome: la vidi spirare....
— Fu visione codesta, ad ammonirvi per avventura che tanto avverrebbe della vostra Bice, se non ammollite il cuor vostro.
— Oh, frate Marco, io l'amo tanto! non posso più vivere senza di lei.... Ma proprio non è ammalata?
— No, messere.
— E la badessa che dice? Mi manda ella dicendo nulla?
— La badessa è tenerissima della buona vostra figliuola: la esorta alla obbedienza; ma la compatisce molto, e la compiange. Partendo dal monastero, mi ha dato per voi questa lettera.
Geri prese la lettera di mano al frate con atto di ardentissimo desiderio; e mentre la leggeva vedevasi spesso cambiar di colore, e quando cadergli sul foglio una lacrima: arrivato poi all'ultime parole, dove la badessa il garriva della troppa sua durezza, esortandolo a perdonarle; e dove gli dipingeva l'orrore della desolazione, e la gioja celeste del vedersi fra' suoi, e del morire benedetto da tutti a modo dei patriarchi, ricadde sulla sedia, preso da una vera convulsione di pianto, e serrato il capo fra le palme, non faceva se non esclamare pietosamente:
— Bice, Bice mia, torna all'amor di tuo padre.... Abbi compassione di me....
Il frate stava immoto dinanzi a Geri, senza dir parola, lasciando ch'e' desse ampio sfogo al suo affetto; e quando lo vide un poco calmato:
— Messere, gli disse, la Bice vostra è al par di voi desolata; vi ama teneramente, e spero ve lo debba avere scritto anche la badessa.
— Ed anche la badessa scusa l'amor della Bice per il cavaliere provenzale... Una santa donna sua pari!...
— Ma l'amore non è peccato, messere, quando è puro e gentile, e ordinato a onesto fine: e però io, e la badessa, ed ogni santa e veneranda persona, non solo può scusarlo, ma anche approvarlo e secondarlo.
— Ed anche la badessa parla d'invidia e di maltalento....
— E ne parla a ragione, messere; ed anch'io, ministro di quel Signore che è tutto bontà, tutto carità e tutto misericordia, vi dirò a viso aperto che il vostro presente dolorosissimo stato, e la sepoltura e la desolazione della povera vostra figliuola, sono il frutto dell'invidia e del maltalento, che si cela sotto l'aspetto di zelo amichevole. E colui che ha condotto voi e la vostra figliuola a questo stato di disperazione è maestro Dino del Garbo.
— Frate Marco, che dite voi?
— Dico la verità, e lo giuro — disse ponendosi la mano al cuore — per la mia qualità di sacerdote. Messer Guglielmo d'Artese, come prima fu tornato a Firenze, fece capo a maestro Dino, perchè lo ajutasse a condurre a buon fine l'amor suo con la Bice; e rifiutando egli, si volse per il fine medesimo a maestro Cecco d'Ascoli....
— Allo scomunicato — disse Geri, accendendosi in viso — all'eretico, al negromante, al nemico dei Cavalcanti, che non si vergognò di fare il mezzano per onta alla cosa nostra....
— Maestro Cecco non è nè eretico, nè negromante, se non quando chiamasi così da' nemici suoi, perchè lo sanno più sapiente di loro; nè ai Cavalcanti è nemico. Contraddisse a certe dottrine filosofiche di messer Guido vostro nella sua canzone dell'Amore, ma queste tra' filosofi sono cose comuni, nè generano nimicizia; e vi dirò anzi che maestro Cecco, piuttosto che per onta della vostra casa, favorì l'amor di messer Guglielmo per temperare la mala impressione che la sua disputa con messer Guido potesse aver lasciato nell'animo dei suoi consorti e dei Fiorentini, tanto prode e tanto gentile e tanto dovizioso è il cavaliere che egli vorrebbe veder vostro genero. Ma quel maestro Dino, che, trovatosi a leggere insieme con Cecco a Bologna, si vide essere sopraffatto da lui in opera di scienza, e la sua scuola più fiorito della sua, e lui acclamato e celebrato da tutti, ne prese tanta invidia e tant'odio, che per opera sua fu accusato di eresía a Bologna; e qui adesso, non solo si studia continuamente di farlo còrre in fallo di eretico, e di accumulargli odio addosso in tutti i modi che può; ma è tanto accecato dalla passione, tanto è dimentico della propria dignità, e del proprio debito suo, che, dove egli dovrebbe adoperare ogni argomento dell'arte per sanar voi di ogni male dell'animo edel corpo, quei mali accresce a mille doppj, facendovi veder le cose tutte diverse da quel che sono, ed uccidendo voi e la figliuola, sol perchè in questa faccenda ha le mani maestro Cecco.
— Non posso pensar tanto male di maestro Dino....
— Pensate a mente quieta, se è ufficio di amico vero, e di medico buono, l'amareggiare piuttosto che addolcire i dolori dell'amico e del malato, e ben tosto vi persuaderete. Voi, messere, per opera di costui, siete in peggior condizione che non vi lasciai; e la povera Bice vostra non potrà molto lungamente durare a far quella vita così tribolata, e orrendamente desolata.... Deh! vi muovano le sante ed accese parole della badessa; abbiate pietà di quella angelica creatura, che più d'ogni altra cosa si accuora dell'essere lontana da voi, e del sospetto che non le vogliate più bene: abbiate pietà di voi stesso....
A queste parole il vecchio si commosse da capo: da capo rilesse la lettera della badessa; stette un pezzo sopra di sè, ed all'ultimo risolutamente disse:
— Frate Marco, son vinto. La mia Bice tornerà a Firenze: la vita senza di lei è per me peggio assai che la morte....
— Ma questo, messere, non è sufficiente, se non alla contentezza vostra....
— Intendo, e consentirò anche alla contentezza della dolcissima figliuola mia, quando per altro ed ella e il suo cavaliere giurino di osservare le condizioni che io porrò loro. Ora si sta apparecchiando nuova guerra contro il mortale nemico del nome fiorentino: il cavaliere vi sia, e si porti in modo che tutta Firenze debba lodarsene, e salutarlo suo campione; e fino a guerra finita, giuri sulla fede di leal cavaliere, che alle case dei Cavalcanti non si appresserà ad una balestrata; e la Bice accetti anch'essa tal patto, e giuri che fino a quel giorno più non vedrà il cavaliere. E più giuri il cavaliere che fino che tengo io gli occhi aperti, egli non allontanerà da Firenze la mia figliuola.
— Sono duri patti; ma non è da dubitare, che così l'uno come l'altra gli accetteranno.
— Ora, bel frate, correte tosto al cavaliere a sapere il suo pensiero; e poi, per amor vio, cavalcate da capo in Mugelloa dar la novella alla Bice, recando anche risposta alla lettera della badessa. Dio ve ne renderà merito: ed io ne farò alla vostra chiesa un buon presente per rimedio dell'anima, mia.
E il frate senza metter tempo in mezzo si mosse, essendo prima rimasto con Geri che la sera stessa avrebbe portato la risposta di messer Guglielmo, e presa la lettera per la badessa.
Non erano passate molte ore che messer Guglielmo, e maestro Cecco sapevano il tutto; e non è da domandare se ne fossero lieti; se non quanto pareva troppo dura al cavaliere quella promessa di più non veder la sua donna fino al termine posto dal padre di lei: ma non esitò un momento ad accettarla, anche per consiglio di maestro Cecco, il quale esortò i compagni al più rigoroso segreto, facendo loro vedere quanti e quanto gravi pericoli correrebbe la cosa, dove si trapelasse dalla duchessa e da maestro Dino:
— Ora, continuò Cecco, debbo andare innanzi a monsignor lo duca, che vuol conferir meco non so che cosa; ma in sulla prima vigilia sarò da voi, frate Marco, e volentieri sarò vostro compagno fino in Mugello.
— Ed io, soggiunse il cavaliere.
— No, messere, voi non potete esservi, e male comincereste ad attenere la data fede; nè io farei buona opera, se vi accettassi a compagno.
Il cavaliere si fece rosso nel viso, e disse al frate:
— Avete ragione: resterò.