I drammi del mare.

Cari miei! se non mi venne un accidente, in quel punto, tutto il merito è del mio angelo custode.Barcollando mi lasciai trascinare alla presenza del marchese Soprani, che stava seduto nel gabinetto da lavoro, sopra un seggiolone patriarcale, fasciato di cuoio giallo.I suoi baffi grigi mi parevano cresciuti d'una spanna; ma la sua faccia era gioviale come quella del buon padre Abramo. Mi sembrava persino che i suoi occhi fossero umidi di qualche cosa.Figuratevi un uomo tratto al supplizio, mentre, per suo gusto, preferirebbe una gita sul tramvai; tale ero io, in quel momento supremo della vita.Al mio apparire, il marchese si alzò e mi corse incontro, stendendomi affettuosamente lemani. Non osavo credere ai miei occhi. Il sangue m'affluiva alla testa, le tempie scottavano, uno sbarbaglio di fuochi artificiali m'offendeva la vista. Il principale sorrideva con tenerezza paterna e materna.Ma, insomma — disse il marchese, scuotendomi la destra — ma, insomma, non c'è niente da vergognarsi!... Chè, anzi, io v'ammiro e vi stimo, come si deve stimare l'ingegno e l'onestà. Il principale m'ha detto tutto.— Creda, illustrissimo signor marchese....— Oh, sì! capisco benissimo la vostra confusione. Ma non c'era da far misteri. Si tratta di faccende intime, e quindi si spiega la generosa riluttanza d'un animo d'artista. Ma, del resto, potevate anche rivolgervi a me direttamente, chè, figuratevi!... Io amo tanto i giovani d'ingegno!... E voi, tra gli altri, siete simpatico a tutti noi.— Oh, signor marchese....— Ma sì, ma sì!... ve lo dico schiettamente; il vostro torto è quello di non esservi confidato prima d'ora, al vostro principale. La vostra condizione finanziaria non è a livello della mia, si sa, ma credete forse che il genio sia impotente a colmare molte lacune?— Io sono veramente confuso.... Non mi aspettavo.... E poi, capisce bene....— Sì, sì; capisco perfettamente!... Sempre un po' orgogliosetti, questi artisti, e sta bene. Che bravo figliuolo! Permettete.... — e così dicendo, scosse il campanello.Un servitore accorse alla chiamata e sparì quasi subito, dopo che il marchese gli ebbe bisbigliato non so che cosa nell'orecchio.In quel mentre, la marchesina Nanola fece una gaia irruzione nel gabinetto, correndo a dare un bacio a papà. Capii subito che quell'uscita era fatta con malizia e divorai, con uno sguardo di profonda riconoscenza, quella fanciulla che stava per diventare la mia fidanzata. Il principale ammiccò degli occhi, con un sorriso paterno, materno e celestiale.Il marchese strinse la figlia tra le braccia, le appiccicò un bel bacione sulle guance, e le disse, con finta severità, piena di sottintesi:— Signorina bella! noi, si parla d'affari e la mamma vi aspetta!La marchesina diventò rossa rossa, come una fragola, susurrò qualche parola, fece un inchino spigliato, e con passo di lodola sparì dal gabinetto. Ma nel passarmi rasente, mi gettò una guardatina di sbieco, che m'andò dritta al core, come una stoccata.Non m'ero per anco riavuto dallo stordimento di quell'occhiata, allorchè rientrò il servitore,portando un involto voluminoso, che consegnò al padrone.Il marchese, sempre affabile e sorridente, sotto i baffoni grigi, mi venne incontro, mi pose l'involto tra le mani e mi disse:— Per ora non c'è che questo, giovanotto. Tra poco, ce ne avrò anche delle migliori. Addio, ragazzo bello! Venite — soggiunse, rivolgendosi al principale; — andiamo a fare i conti.E uscirono dal gabinetto.Io spiegazzai, con atto convulso, i giornali che costituivano l'involucro, e con un batticuore inesplicabile, apersi il pacco misterioso.C'erano tre paia di scarpe usate!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Il principale aveva pregato il marchese di regalarmi le sue scarpe smesse, dicendogli che io non riuscivo a introdurre la spesa della calzatura nel miobudgetparticolare.Da quel giorno in poi, il listino della Borsa segnò gli amorini a settantacinque centesimi cadauno. C'era anche uno sparagno, sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.I drammi del mare.Tutto era pronto a Grotticella per degnamente accogliere la colonia estiva. Non mancava più che non una cosa soltanto: la colonia.Ma la colonia dei bagnanti non poteva mancare: basti, dire che l'albergatore all'insegna delCervo d'oroavea inserito persino un pomposo annuncio sulla quarta pagina delCalopinace, annunzio che terminava con una frase nuova e destinata a produrre sensazione profonda:—Il servizio inappuntabile e la modicità nei prezzi fanno sperare al sottoscritto un numeroso concorso.Il sindaco di Grotticella, stornando parte dei fondi destinati all'istruzione pubblica s'era deciso a vestirein tela di Russia le guardie, i concertisti municipali e finalmente anche l'unico accalappiacani, affinchè — diceva il sindaco — facesse bella simmetria, non si sa bene a che.IlCircolo marittimo— volgarmente dettoSocietà dei sigari scelti— nel quale si riuniva, in quotidiano idiotismo, l'elemento più giovane e cospicuo di Grotticella, dopo discussioni turbolenti in assemblea generale, aveva deliberato di cambiare il titolo in quello esotico e pomposo diClub International, in omaggio ai forastieri che sarebbero venuti dalle quattro parti del mondo, specialmente in occasione delle feste di Sant'Elmo, che duravano tre giorni, con messa cantata, corsa nei sacchi e fuochi artificiali appositamente manifatturati dal famoso pirotecnico Gerolamo Forcella, premiato con menzione onorevole al concorso di Poggibonsi.Sulla spiaggia incantevole, lungo la dolce insenatura di rena finissima e morbida, sorgevano due dozzine di baracche in tela gialla a liste turchine, allo scopo di rappresentare l'illusione di uno stabilimento di bagni. Le baracche eranosorte per iniziativa municipale e per sottoscrizione pubblica: inaugurate come un monumento, al suono dell'inno reale e con un discorso del primo magistrato che conchiuse tra i più vivi applausi:— E così, in questo giorno solenne, o padiglioni balnearii, a cui è legato il prospero avvenire della nostra città, vi dichiaro ufficialmente inaugurati e, a nome dell'intera cittadinanza, vi stringo fraternamente la mano e vi dò l'estremo saluto, in attesa di tempi migliori.Ma i tempi migliori si facevano attendere un po' al di là del confine permesso alla gente per bene. Il mese di luglio era quasi per finire e l'albergatore delCervo d'oro, il quale s'era arrischiato all'impresa con capitali molto meschini, si sentì alla vigilia del fallimento. E le minaccie del fornitore dei mobili presto si tradussero in atto. Un giorno il giovane Eligio Nasica, vicepresidente deisigari scelti, andò alCervo d'oro, più per incoraggiare l'industria paesana che per far colazione, e chiese a quell'unico cameriere cui era commesso ilservizio inappuntabile:— Avete dell'aragosta?— No.— Del rosbiffe?— No.— Del caciocavallo almeno?— Neppure.— Ma allora che roba avete?— Abbiamo.... due uscieri che mettono i sigilli.E precisamente in quel giorno, per amarissima ironia della fatalità, giunse a Grotticella il primo bagnante.Era un uomo alto, robusto, miope, vestito con una certa eleganza vistosa, con una spilla di diamanti sulla cravatta, con una grossa catena d'oro, che gli ciondolava sulla sottoveste, e con bottoni enormi d'oro massiccio, foggiati a ferro di cavallo, sui manichini della camicia. Il suo bagaglio era composto di ben sei casse, tutte borchiate d'ottone, di forma alquanto singolare e chiuse con lusso straordinario di complicati congegni. Tal che, per cura dell'albergatore delCervo d'oro, si sparse la voce essere il bagnante un principe indiano che tornava dal giubileo della regina Vittoria e che quelle sei casse erano certamente il suo seguito.La voce in breve prese tale consistenza, fu talmente accreditata in Grotticella, che bastò a sospendere persino l'applicazione dei sigilli e indussei membri dellaSocietà dei sigari sceltia deliberare d'urgenza una festa da ballo in onore della “colonia forastiera”.Ma il bagnante, nella sua sincerità, si affrettò a distruggere le illusioni dell'albergatore declinando le proprie generalità:Enrico Bertelli, commesso viaggiatoreinbigiotteriereduce da Milano, diretto a Napoli.— Si fermerà molti giorni?— Dipende: se riescirò a far qualche cosa!....— Creda alla mia esperienza! in questa settimana, non c'è nulla da concludere: ma tra dieci giorni, non si saprà più, a Grotticella, dove alloggiare i forastieri, tanti ne verranno, e allora lei farà Indie. Intanto, qui lei starà come un principe. Con quattro lire al giorno, lei è spesato di tutto, comprese le mancie. Senza contare che lei può fare il suo bravo bagno di mare. Abbiamo uno stabilimento che non ne trova un compagno neppure a Livorno!I patti economici, l'idea del bagno di mare, sedussero talmente Enrico Bertelli, che l'albergatore delCervo d'oro, giusto premio ai suoi eloquenti lenocinii, vide il commesso viaggiatore dibigiotterietrasformarsi in un vero e proprio bagnante. Le persone cospicue di Grotticella serbarono cautamente il silenzio sulla professione del nuovo arrivato, che personificava la sospiratacolonia, e che fu ricevuto nelClub Internationalcon onori veramente principeschi, tanto che il cameriere dell'albergo, gli inservienti del circolo e il bagnino gli davano dell'eccellenzaa tutto pasto, come a queire di Prussiaincogniti che passeggiano abbottonati lungo i cinque atti dei drammi del Federici.Tre giorni dopo, la sorpresa e la felicità dell'albergatore delCervo d'oroerano al colmo. Due veri bagnanti, due bagnanti autentici, nonchè di sesso diverso, si presentavano a chiedere alloggio all'albergo e per tutta la stagione. La sera stessa, il sindaco di Grotticella, a spese dell'erario comunale, mandò alCalopinaceun dispaccio di quindici parole, in cui con ingegnoso laconismo si dipingeva la fiorente colonia e la città festante, non senza le debite lodi alla banda e alle sue scelte melodie.Sì: veri bagnanti, senza alcun sospetto di nascostebigiotterie.Egli era un vecchio d'aspetto venerando: diritto ancora e di sana complessione, malgrado una lunga barba giallicciache lo faceva parere più maturo, anzi caschereccio, di quel che fosse in realtà. Aveva l'aspetto e i modi d'un signore che vive, e bene, del suo.Quanto a lei, era quel che si dice un bel pezzo di ragazza, alta, formosa, coi capelli folti e nerissimi, con occhi grandi irrequieti e scintillanti sotto i lunghi sopraccigli: con un busto degno.... di figurare al Pincio assai meglio di qualche grand'uomo: un insieme d'energia e di grazia, di vitalità e di languore, pieno di seduzioni. Quando le sue ciglia si abbassavano e il bel viso pallido e ovale prendeva un'espressione pensosa, ricordava certe voluttuose madonne del Gian. Bellini, che destano i pensieri più pagani nei cervelli della cristianità.I due bagnanti chiesero all'albergatore se avesse un quartierino per bene.— Ho appunto ciò che conviene a lor signori: due magnifiche stanze, al primo piano, con un saloncino in mezzo che, garantisco, è un amore.E mentre i viaggiatori, visitavano l'alloggio, l'albergatore linguacciuto continuava:— Guardino che vista! Sembra d'avere il mare in camera. E poi, pare un quartierino fatto appostaper loro. Il numero 1 è la sua camera — soggiungeva l'albergatore, rivolgendosi al vecchio — e vi starà benone; non dia retta che vi sia la zanzariera, è messa per lusso, chè non c'è una zanzara a pagarla un marengo. L'altra camera è il numero 3 e la sua signora figlia, creda, vi si troverà come in casa sua. C'è anche una loggetta piena di garofani.I due viaggiatori sorrisero e il vecchio, dopo avere scritto il nome sul registro, congedò l'albergatore, per essere in libertà.L'albergatore, disceso al pianterreno lesse:—Commendatore Fabio Torcello, da Firenze, e fam.E tosto andò di corsa in piazza, per dare al sindaco in persona la notizia che l'Albergo del Cervo d'oroaveva l'onore d'ospitare un collare della Nunziata.Quella sera, per festeggiare l'inaudito avvenimento, si fece allo stabilimento la prima luminaria, con ventiquattro palloncini alla veneziana, dodici dei quali ornati dai colori nazionali e con la scritta trasparenteW. L'ITALIA.Quando i due bagnanti autentici si trovarono soli nel saloncino, occupati a slacciare le valigie, il commendatore Fabio Torcello andava dicendocon voce monotona e cadenzata, quasi parlando tra sè:— Hai inteso, Cecilia?.... eccoti, dunque, bell'e battezzata per figlia mia! Eh, non ha poi tutti i torti, l'albergatore. Tra noi due c'è una differenza di diciannove anni e tre mesi: ma in apparenza ho almeno trent'anni più di te. E l'apparenza, in questa faccenda, è tutto! — aggiungeva, sospirando: — e qualche volta.... è anche la sostanza!— Se ci siamo sposati — lo interruppe Cecilia, mentre rassettava certe sue vesti elegantuccie — vuol dire che mi piaci così e che non amo col calendario alla mano. Ti rincresce forse che l'albergatore?....— Eh.... piacere non me l'ha fatto di certo! pure è un'idea.... forse una buonissima idea. Ci siamo rifugiati in questa cittaduzza ignota appunto per iscansare tutte le noie e tutto il pettegolume della società e dei miei parenti che non hanno accolto il nostro matrimonio, diciamolo pure, con entusiasmo. Ecco, dunque, un'occasione eccellente per vivere due mesetti in pace, nel più perfetto incognito....— Capisco: ma non sarà molto divertente Grotticella!— Oh, non dico già d'isolarci, di chiuderci come due orsi: anzi, ho una certa curiosità diconoscerequesto bocconcino di mondo nuovo. Ma per evitare.... m'intendo io!.... non darò una smentita a quel buon diavolo d'albergatore. Noi, per i grotticellini, saremo padre e figlia.— Che idea!— Lascia fare.... vedrai che ci divertiremo quanto a una commedia. Bada però a sostenere bene la tua parte!Cecilia diede in una forte risata argentina, ma poi si fece seria e si lasciò sfuggire una lieve mossetta dispettosa, quasi pensando:— Eh, tu piuttosto farai anche troppo bene la tua!Da quel giorno in poi, per mutuo consenso, in tutta Grotticella e dintorni Fabio Torcello fu conosciuto per “il commendatore e sua figlia”.Del resto, le regole della buona società, in Grotticella, erano state assai modificate dagli usi e dai bisogni locali. Invece di farsi presentare ai notabili, ai probiviri, alle celebrità mandamentali del paese, il commendatore Fabio Torcello non ebbe altro disturbo che quello di ricevere: tutti facevano a gara per presentarsi a vicenda: e nel saloncino delCervo d'oroera una continua sfilata di assessori, di capitani di lungo corso, di farmacisti, di dottori, di notai, di ricevitori del registro.Per un momento fu eclissato lo splendore del principe indiano, reduce dal giubileo della regina Vittoria. Tutti gli omaggi, tutte le feste erano per la nuova effettiva colonia: il collare della Nunziata e la figlia del collare medesimo.Anzi, il sindaco mandò alCalopinaceuna cartolina d'ufficio, in forma di corrispondenza balneare, in cui leggevasi:— Le nostre spiagge sono ormai gremite di bagnanti. L'altra sera vi fu brillantissimo ricevimento, sino a notte inoltrata, nelle sfolgoranti sale del nostroClub International. La colonia dei bagnanti eraau grand complete primeggiava un alto dignitario dello Stato, il commendator F. T*** con la bella e gentilissima figliola, ch'è il sospiro di tutta la nostra gioventù elegante.Fu appunto in tale ricevimento che, con intervento del sindaco, in forma diplomatica, fu fatta la presentazione del principe indiano al collaredella Nunziata. Pareva il convegno di due potentati europei.Enrico Bertelli, convien dirlo a sua lode, non piacque al commendatore Fabio: viceversa, riescì molto simpatico a Cecilia. Dal canto suo, per tutta la serata, il commesso viaggiatore in bigiotterie non ebbe occhi e parole che per Cecilia. In meno d'un'ora, discorrevano così confidenzialmente, che parevano amici da vent'anni.Quella notte, il commendatore rientrò di malumore alCervo d'oro, senza capirne, o piuttosto senza osar di capirne il perchè.Eppure, Enrico Bertelli, che aveva dato il braccio a Cecilia fin nella sala terrena dell'albergo, s'era mostrato d'una cortesia squisita, quasi stomachevole.Maledetti i principi indiani!Da quel giorno, Enrico, dimenticate del tutto lebigiotterie, si dedicò totalmente allasignorinaCecilia.Il commendatore gli usava, in ogni occasione, un sacco di sgarbi, ma il commesso viaggiatore non se ne dava per inteso: egli sapeva far l'indiano se non il principe, e si sentiva largamente compensato dai frequenti sorrisi dell'incantevole Cecilia.E quel ch'è peggio, il mare si faceva complice di quel duetto, poichè al commendatore eranointerdetti i bagni d'acqua salsa e doveva contentarsi di sorvegliare, accigliato, dalla spiaggia, le abbominevoli manovre di Enrico, fingendo di leggere un giornale.Cecilia frattanto s'illanguidiva e smagriva a vista d'occhio.Il commendatore, in un odioso accesso d'egoismo, si compiacque di tal deperimento. Era evidente che i bagni di mare facevan danno a Cecilia: bisognava smettere. Ma come darle da intendere che....? Fin dalle prime parole, Cecilia recisamente dichiarò che i bagni le facevano benissimo e che, privandosene, si sarebbe ammalata sul serio. Il commendatore non s'arrese e, nella speranza d'essere assecondato dalla scienza, pensò d'insistere sulla necessità d'un consulto.Subito dopo il bagno, fu chiamato all'albergo il dottore Elia Scalaberni, uno dei luminari della città, il quale aveva persino stampato una memoria suiMicrococchi.Il dottore, dopo avere aspirato un'autorevole presa di tabacco, tastò il polso a Cecilia, si fece, mostrar la lingua, scosse alquanto la testa, poi le chiese:— Soffre d'insonnia?— Al contrario: dormo profondamente.— Bene, bene! e dica: sente dei dolorini per la vita?— Affatto.— Bene, bene! naturalmente mangia pochino?— Al contrario: mangio di buon appetito.— Bene, bene! e.... ogni tanto ha dei capogiri? delle nausee?— Mai; assolutamente mai!— Bene, bene! allora le darò certe polverine che le faranno passar tutto questo.Congedatosi da Cecilia, il dottore Scalaberni chiamò in disparte Fabio Torcello e gli disse, a bassa voce, in un orecchio:— Non ho che un solo consiglio per lei, ma molto serio: commendatore, dia marito a sua figlia e più presto che può.In ventiquattr'ore, grazie alle diramazioni della farmacia, superiori al telefono, tutta Grotticella fu debitamente informata che la bella Cecilia, la figlia del collare della Nunziata, aveva bisogno urgente di marito e per poco il sindaco non mandò alCalopinaceun dispaccio di quindici parole.Nel pomeriggio, tre personaggi influenti, nellaSocietà dei sigari scelti, affermavano che la ragazza aveva un milione di dote e forse più, senzapregiudizio dell'imminente eredità del babbo, non essendo cosa naturale che un uomo con quella barba avesse da campare ancora molti anni.Tutte queste voci pervennero all'orecchio del principe indiano, il quale ebbe un'idea talmente luminosa, che gli parve napoleonica.Enrico tornò d'improvviso alCervo d'oro, indossò un abito nero, infilò un paio di guanti grigio-perla, e si fece annunziare al commendatore con una certa solennità.Il commendatore Fabio Torcello rimase mezzo stordito davanti a tante cerimonie, ma più stordito ancora quando il principe indiano gli disse a bruciapelo:— Signor commendatore illustrissimo: ho trentacinque anni e una salute di ferro: guadagno ottomila lire l'anno e tra poco dodici: vuol farmi l'onore di concedermi la mano di sua figlia?No; la testa di Medusa non avrebbe fatto al commendatore l'effetto di quella bella testa di vetrina di barbiere!Pur, bisognava rispondere qualche cosa. Il commendatore balbettò, ingrullito:— Ma io.... non credo.... che Cecilia sia disposta al matrimonio.— È dispostissima.— E che ne sa?— Me l'ha detto ella stessa.— Ma lei....— Io l'adoro.— Ma essa....— Ella mi adora.— Evvia: presume un po' troppo — bofonchiò il commendatore, facendosi terreo.— Ne ho lo prove.— Quali prove? — gridò Fabio, sbarrando gli occhi.Enrico Bertelli, malgrado la sua sfacciataggine di commesso viaggiatore inbigiotterie, rimase come sorpreso della propria audacia e non seppe che rispondere. Il commendatore profittò di quella pausa, per voltargli le spalle, dicendo asciutto asciutto:— È inutile; non le concederò mai la mano di Cecilia!— Ah no? — esclamò Enrico, con voce tremante di rabbia.Indi, stette un momento soprappensieri: poi, come uomo deliberato a tutto, riprese:— Ella non può a meno di dare il suo consenso al nostro matrimonio.— Come sarebbe a dire?— Sarebbe a dire che il nostro dev'essere un matrimonio di.... riparazione.— Si spieghi! — urlò il commendatore.— Un padre non può volere.... il disonore di sua figlia.Fabio, cieco dall'ira, afferrò una seggiola.Il principe indiano, a scanso d'una tragedia, si ritirò, gridando ancora nel corridoio:— Oramai, siamo sposi dinanzi a Dio!.... Fatto sta ed è che, nel mistero della notte, il commendatore e Cecilia partirono e non si seppe mai più nulla di loro, nè a Firenze, nè a Grotticella, nè altrove.Matematiche assorbenti.Il cavaliere Alberto Cencetti — non soltanto è terribilmente miope — ma professore di matematiche e dei migliori, senz'altro. Algebra, geometria, trigonometria sono i cardini della sua esistenza; assorto sempre nei problemi della scienza che adora con passione, con frenesia, tutto il resto gli è indifferente; egli non è un uomo, ma un organismo composto di formule, di logaritmi. In casa o fuori, egli non pensa che alle sue cifre, alle sue equazioni, alle sue radici quadrate, ai suoi binomii e trinomii; mentre passeggia, con le mani incrociate sul dorso e gli occhi imbambolati, non vede nulla, non sente nulla, non fa che ruminare i suoi quesiti e sarebbe rimasto più volte sotto i legni e i carri, se i passanti caritatevoli non l'avessero afferrato per un braccio.Spesso, per via Roma (l'ho visto io) finisce per battere la testa contro un fanale e — senz'avvedersi mai di che si tratti — lui si scansa, fa un leggiero inchino e mormora gentilmente:—Pardon.Giorni fa, stava, meditabondo, sulla rotonda dei bagni a Sestri, seduto dietro una signora tutta vestita di bianco: una bella signora con certe spalle tornite come il torso di una statua fidiaca. A un certo punto, il professore alza gli occhi e li fissa sopra quelle giunonie spalle, tanto che io supponevo eccitassero in lui la dovuta ammirazione: ma invece cava di tasca un lapis e comincia a scrivere sulla vita della signora: 4 × 7 + 12 ÷ 4 + 11....Per non essere disturbato dalla gente di casa, egli tiene due camere, a uso di studio, in piazza Nova e quando si dà il caso che deva escire da questo suo studiolo — ove spesso riceve visite d'alunni e di colleghi, — scrive sopra un pezzetto di lavagna l'ora in cui sarà di ritorno.Un giorno, esce alle due e scrive sopra la lavagna:Cencetti è fuori: tornerà alle 4.Un quarto d'ora prima delle tre, gli viene in mente che ha da far visita all'avvocato Roselli, per certa sua causa civile, e tosto si mette incammino; ma strada facendo, viene a passare per piazza Nova e, senz'altro, infila le scale del suo portone e arriva davanti all'uscio del proprio studio.I suoi occhi distratti si fermano sulla lavagna, poi cava l'orologio, borbottando:— Perdio: non torna che alle quattro e sono appena le tre!... Pazienza, aspetterò.E si mette a sedere sopra uno scalino, sciogliendo una equazione di terzo grado sopra il muro.Una mattina, più distratto che mai, assisteva alla messa nuziale di una sua nipote, che ha sposato un consigliere di prefettura.Finita la cerimonia, la folla degl'invitati muove per uscire e il professore Cencetti si lascia trascinare, estatico, dalla corrente.Presso la porta, un parente della sposa gli si avvicina e gli dice:— È stanco, professore?— Un pochino: e lei?— Così, così.— Ah, io non ce la fo!— Via si faccia coraggio.— Ma lei.... va sino al cimitero?Una volta stava sopra un sedile dei giardini pubblici, coprendo rapidamente di cifre indiavolate quel grosso taccuino che ha l'abitudine di portare sotto il braccio.Un suo vecchio amico lo vede di lontano, gli corre incontro e gli stende affettuosamente la mano.Il professore, senza levar gli occhi dai geroglifici, fruga in tasca, ne cava un soldo e lo depone in quella mano:— Non ho che questo.E continua i suoi scarabocchi.Spesso accende un sigaro, poi butta il sigaro a terra e si mette il cerino in bocca; introduce i bottoni del soprabito nelle asole del gilè; s'infila due guanti a una stessa mano; imposta le lettere in uno sportello di carrozza....A proposito di lettere. Doveva scrivere al professore Manassei e invece comincia:Caro professor Cencetti....Poi firma, scrive sulla busta:Al professor Alberto Cencettie porta alla posta.Il domani, un amico lo incontra, esterrefatto, nei pressi dell'ufficio postale.— Che hai?— Ho.... che questa è curiosa, perdinci! eccoqua, capisci, un Cencetti che scrive a un altro Cencetti e.... non sono io. —Nel guardare il calendario, vede che è l'onomastico del provveditore agli studi.— Diamine! — pensa: — è necessario fargli una visita.Il povero provveditore era morto la sera innanzi. Un vecchio servo malinconico apre l'uscio.— C'è il signor provveditore?Il vecchio servo, alzando gli occhi al cielo:— È passato a miglior vita!Lui:— Oh, non voglio disturbarlo....E consegnando una cartolina di visita:— Cento di questi giorni!I guitti.Era il mese di luglio.A Frascati, un vasto cortile scoperto, a furia di carta dipinta, di porte vecchie, d'assi tarlate e di stracci inverosimili, era stato ridotto a teatro per uso di una compagnia diguitti, i quali, nella giornata, per campare facevano qualche altro mestiere posticcio: ilprimo attor giovine, per esempio, pestava pepe in una drogheria e ilbrillantes'ingegnava a raschiare i menti dei frascatani, in qualità di aggiunto straordinario nella bottega del barbiere.Eppure, questiguitti, ogni sera, avevano un pubblico sceltissimo davvero: unparterre de têtes couronnéescome la Rachel, un pubblico straordinario, composto di belle signore, di ricche signore, di nobili signore, di gentiluomini e di letterati, di banchieri e di bellimbusti forti a quattrini e a vanità. Ci si andavacon piacere, in quella stamberga indescrivibile, e per più motivi:— Per passare un'oretta.— Per pigliare il fresco.— Per barattare quattro ciarle.Ma sopratutto ci si andava perchè.... la platea, con quei quattro lampioncini a riverbero che parevano quattro cerini smarriti in una foresta, era completamente e comodamente al buio.Si capisce! l'oscurità aveva il benefizio.... d'accrescere le illusioni del palcoscenico.E, in verità, ce n'era bisogno.Una sera, si rappresentavaNapoleone I all'Isola d'Elba.Napoleone I era vestito con una vecchia livrea di staffiere e un paio di mutande incartocciate in un magnifico par di stivali di cartone abilmente coperti di raso nero. Il grande imperatore teneva costantemente la mano destra infilata nel panciotto e in fondo alla schiena la mano sinistra, che stringeva un cannocchiale; un bel cannocchiale da campo che restava sempre a quel punto retrospettivo, per quanto durava l'azione, comese Napoleone I, al pari di Giano, avesse avuto la straordinaria facoltà di vedere da ogni parte.Una sera, al punto culminante dell'azione drammatica, Napoleone I, seguìto dal generale, dal capitano, dall'aiutante — che formavano il suo numeroso e brillante stato maggiore — passeggiava con grande dignità sulla riva del mare.Una tela sporca di blu di Prussia, agitata da quattro monelli di Frascati, che stavano sotto, doveva simulare, con rara illusione ottica, le onde infuriate dell'oceano.Napoleone I, fedele alla sua parte, a un certo punto si volge solennemente al suo stato maggiore e dice:— Non ho mai presenziato, in vita mia, una così terribile burrasca!Ma il mare di blu di Prussia, invece di agitarsi furiosamente, rimase tranquillo come un lenzuolo che una lavandaia abbia sciorinato sul greto del fiume.I quattro monelli, a cui non si dava che un soldo, mentre ne pretendevano due, si sono dunque dichiarati in isciopero?Napoleone I comincia a stranirsi, ma, perchè il pubblico non rida, s'affretta a soggiungere di testa sua:— Non v'illuda quell'apparente tranquillità.... ah! io conosco bene questo perfido mare; a momenti avremo una burrasca come non se ne videro mai in Europa.E intanto pesta forte un piede e dice sottovoce:— E fate le ondate grosse, birbaccioni!Una vocina acuta al disotto della tela grida:— Volete ondate da un soldo o da due soldi?— Da un soldo! — bisbiglia irritato Napoleone I e poi rivolgendosi più solennemente ancora al suo stato maggiore:— I sintomi della burrasca già cominciano.Il generale, il capitano, l'aiutante fissano più che mai gli occhi sulla tela, come assistessero a un esperimento chimico.La tela si muove appena.Allora, Napoleone I, con accento olimpico, grida:— Da due soldi!E subito, il mare si leva in burrasca tremenda, come non se ne vide mai tra Scilla e Cariddi.Intanto, l'azione prosegue e si arriva alla scena finale, alla scena d'effetto, nella quale deve giungere un granatiere per invitare Napoleone a tornare sul suolo francese.Ma l'attore che faceva il granatiere e che dovevagiungere, notate bene, inaspettato — per produrre ilcolpo di scena— è in ritardo, non si sa perchè.Napoleone I, il generale, il capitano, l'aiutante hanno esaurito la loro parte e guardano, inquieti, tra le quinte.Nessun indizio di granatiere.Allora, il grande imperatore, per non compromettere la situazione, si volge verso il generale e, additando il mare, dice con accento malinconico:— Questo mare mi ricorda il più bel giorno della mia vita. E a voi, generale?Il generale, confuso, imbarazzato, risponde:— Anche a me, maestà.— E a voi, capitano?— Anche a me, maestà.Il pubblico comincia a ridere. Qualcuno, dalla platea, grida:— Anche a me!Il grande imperatore guarda tra due quinte e dice:— La solitudine è.... deserta. Eppure il cuore mi diceva che qualcuno sarebbe venuto. Che ne dite, generale?Il generale, sopra pensiero, risponde:— Maestà, può essere che venga, forse, dalla parte opposta.— Avete ragione, generale! — conchiude l'Imperatore e riattraversa la scena.Ma il granatiere non appare per niente.In ultimo, Napoleone I si ferma di fronte al generale e gli dice:— Io mi ritiro: se arrivasse un granatiere, avvertitemi tosto.E con passo tragico va via. Lo stato maggiore resta lì, a guardarsi uno con l'altro, come tanti scemi. Alla fine, il generale dice al capitano:— Io mi ritiro; se arrivasse il granatiere, prevenitemi, per avvertirne l'imperatore.E rientra fra le quinte anche lui.Il capitano, a sua volta, sfodera la spada e grida all'aiutante:— Il mio dovere mi chiama: se giunge il granatiere, avvisatemi subito.E via.Il vero è che il granatiere tanto aspettato, briaco fradicio, senza che nessuno ne sapesse niente, dormiva come una marmotta sotto il palcoscenico.L'aiutante, pensoso, tra i mormorii e le risate del pubblico, passeggia un po' su e giù, davantialla buca del suggeritore, poi si batte la fronte, come colpito da un'ispirazione, s'avvicina a una quinta e grida:— Olà! corpo di guardia! presto un granatiere vada da sua maestà l'imperatore.... passando per la via sotterranea.In questo mentre Napoleone I, che non ha afferrato simile trovata d'ingegno, rientra in scena, seguito dal suo generale, e dice con aspetto trionfale:— Il granatiere che aspettavo era di là e mi ha recato la notizia che la Francia mi aspetta, la mia bella Francia!...L'aiutante, esterrefatto, si riavvicina alla quinta e grida:— Che il granatiere non si muova! oramai....la sua missione è compiuta!Celeste Spada in Barbosio.Glielo dicevano tutti:— Non la sposare: non ti conviene: non è donna per te; e più giovane assai e poi è troppo bella. Pasquale, non la sposare; se no, sarai....E Pasquale Barbosio, incaponito:— Sarò! sarò.... quel che sarò! a ogni modo sarò sempre il marito d'una bella donna. Se ne sposassi una brutta, sarei tradito lo stesso, e mi resterebbe un canchero di moglie insopportabile. E poi, la Celeste è così ingenua!— Ingenua! aspetta il giorno appresso e vedrai che razza d'ingenuità.Nulla valse a smuovere quel disgraziato e, un mese dopo, Pasquale Barbosio, quarantenne e possidente, conduceva all'ara nuziale la graziosa Celeste Spada, fragrante come un bottonedi rosa, fiera de' suoi occhi neri e dei suoi diciott'anni.La luna di miele fu breve ma dolcissima per Pasquale Barbosio. Celestina era un angelo, secondo lui, e sopratutto aveva la passione della casa e faceva ogni sforzo per parere un'eccellente massaia: per ciò, Pasquale, gongolava spesso, nel vederla tanto assidua alle faccende domestiche, ma in compenso aveva dei pranzi abominevoli, per la ragione che Celeste, quand'era ragazza, non aveva mai messo piede in cucina e non sapeva cuocere neppure un paio di ova al tegame.La sua inesperienza aumentava quando Pasquale ronzava per la cucina; ella voleva far credere che s'intendeva di ogni cosa e dava ordini a casaccio, al punto che la serva perdeva a dirittura la testa.— Maria: — diceva la padrona, con un fare di grande importanza: — avete lavato l'insalata?— Signora no: non ho avuto tempo.— Io sola trovo tempo a tutto.Pasquale:— Sei un portento.— Laverò io l'insalata!...datemi qua il sapone.

Cari miei! se non mi venne un accidente, in quel punto, tutto il merito è del mio angelo custode.

Barcollando mi lasciai trascinare alla presenza del marchese Soprani, che stava seduto nel gabinetto da lavoro, sopra un seggiolone patriarcale, fasciato di cuoio giallo.

I suoi baffi grigi mi parevano cresciuti d'una spanna; ma la sua faccia era gioviale come quella del buon padre Abramo. Mi sembrava persino che i suoi occhi fossero umidi di qualche cosa.

Figuratevi un uomo tratto al supplizio, mentre, per suo gusto, preferirebbe una gita sul tramvai; tale ero io, in quel momento supremo della vita.

Al mio apparire, il marchese si alzò e mi corse incontro, stendendomi affettuosamente lemani. Non osavo credere ai miei occhi. Il sangue m'affluiva alla testa, le tempie scottavano, uno sbarbaglio di fuochi artificiali m'offendeva la vista. Il principale sorrideva con tenerezza paterna e materna.

Ma, insomma — disse il marchese, scuotendomi la destra — ma, insomma, non c'è niente da vergognarsi!... Chè, anzi, io v'ammiro e vi stimo, come si deve stimare l'ingegno e l'onestà. Il principale m'ha detto tutto.

— Creda, illustrissimo signor marchese....

— Oh, sì! capisco benissimo la vostra confusione. Ma non c'era da far misteri. Si tratta di faccende intime, e quindi si spiega la generosa riluttanza d'un animo d'artista. Ma, del resto, potevate anche rivolgervi a me direttamente, chè, figuratevi!... Io amo tanto i giovani d'ingegno!... E voi, tra gli altri, siete simpatico a tutti noi.

— Oh, signor marchese....

— Ma sì, ma sì!... ve lo dico schiettamente; il vostro torto è quello di non esservi confidato prima d'ora, al vostro principale. La vostra condizione finanziaria non è a livello della mia, si sa, ma credete forse che il genio sia impotente a colmare molte lacune?

— Io sono veramente confuso.... Non mi aspettavo.... E poi, capisce bene....

— Sì, sì; capisco perfettamente!... Sempre un po' orgogliosetti, questi artisti, e sta bene. Che bravo figliuolo! Permettete.... — e così dicendo, scosse il campanello.

Un servitore accorse alla chiamata e sparì quasi subito, dopo che il marchese gli ebbe bisbigliato non so che cosa nell'orecchio.

In quel mentre, la marchesina Nanola fece una gaia irruzione nel gabinetto, correndo a dare un bacio a papà. Capii subito che quell'uscita era fatta con malizia e divorai, con uno sguardo di profonda riconoscenza, quella fanciulla che stava per diventare la mia fidanzata. Il principale ammiccò degli occhi, con un sorriso paterno, materno e celestiale.

Il marchese strinse la figlia tra le braccia, le appiccicò un bel bacione sulle guance, e le disse, con finta severità, piena di sottintesi:

— Signorina bella! noi, si parla d'affari e la mamma vi aspetta!

La marchesina diventò rossa rossa, come una fragola, susurrò qualche parola, fece un inchino spigliato, e con passo di lodola sparì dal gabinetto. Ma nel passarmi rasente, mi gettò una guardatina di sbieco, che m'andò dritta al core, come una stoccata.

Non m'ero per anco riavuto dallo stordimento di quell'occhiata, allorchè rientrò il servitore,portando un involto voluminoso, che consegnò al padrone.

Il marchese, sempre affabile e sorridente, sotto i baffoni grigi, mi venne incontro, mi pose l'involto tra le mani e mi disse:

— Per ora non c'è che questo, giovanotto. Tra poco, ce ne avrò anche delle migliori. Addio, ragazzo bello! Venite — soggiunse, rivolgendosi al principale; — andiamo a fare i conti.

E uscirono dal gabinetto.

Io spiegazzai, con atto convulso, i giornali che costituivano l'involucro, e con un batticuore inesplicabile, apersi il pacco misterioso.

C'erano tre paia di scarpe usate!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il principale aveva pregato il marchese di regalarmi le sue scarpe smesse, dicendogli che io non riuscivo a introdurre la spesa della calzatura nel miobudgetparticolare.

Da quel giorno in poi, il listino della Borsa segnò gli amorini a settantacinque centesimi cadauno. C'era anche uno sparagno, sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.

Tutto era pronto a Grotticella per degnamente accogliere la colonia estiva. Non mancava più che non una cosa soltanto: la colonia.

Ma la colonia dei bagnanti non poteva mancare: basti, dire che l'albergatore all'insegna delCervo d'oroavea inserito persino un pomposo annuncio sulla quarta pagina delCalopinace, annunzio che terminava con una frase nuova e destinata a produrre sensazione profonda:

—Il servizio inappuntabile e la modicità nei prezzi fanno sperare al sottoscritto un numeroso concorso.

Il sindaco di Grotticella, stornando parte dei fondi destinati all'istruzione pubblica s'era deciso a vestirein tela di Russia le guardie, i concertisti municipali e finalmente anche l'unico accalappiacani, affinchè — diceva il sindaco — facesse bella simmetria, non si sa bene a che.

IlCircolo marittimo— volgarmente dettoSocietà dei sigari scelti— nel quale si riuniva, in quotidiano idiotismo, l'elemento più giovane e cospicuo di Grotticella, dopo discussioni turbolenti in assemblea generale, aveva deliberato di cambiare il titolo in quello esotico e pomposo diClub International, in omaggio ai forastieri che sarebbero venuti dalle quattro parti del mondo, specialmente in occasione delle feste di Sant'Elmo, che duravano tre giorni, con messa cantata, corsa nei sacchi e fuochi artificiali appositamente manifatturati dal famoso pirotecnico Gerolamo Forcella, premiato con menzione onorevole al concorso di Poggibonsi.

Sulla spiaggia incantevole, lungo la dolce insenatura di rena finissima e morbida, sorgevano due dozzine di baracche in tela gialla a liste turchine, allo scopo di rappresentare l'illusione di uno stabilimento di bagni. Le baracche eranosorte per iniziativa municipale e per sottoscrizione pubblica: inaugurate come un monumento, al suono dell'inno reale e con un discorso del primo magistrato che conchiuse tra i più vivi applausi:

— E così, in questo giorno solenne, o padiglioni balnearii, a cui è legato il prospero avvenire della nostra città, vi dichiaro ufficialmente inaugurati e, a nome dell'intera cittadinanza, vi stringo fraternamente la mano e vi dò l'estremo saluto, in attesa di tempi migliori.

Ma i tempi migliori si facevano attendere un po' al di là del confine permesso alla gente per bene. Il mese di luglio era quasi per finire e l'albergatore delCervo d'oro, il quale s'era arrischiato all'impresa con capitali molto meschini, si sentì alla vigilia del fallimento. E le minaccie del fornitore dei mobili presto si tradussero in atto. Un giorno il giovane Eligio Nasica, vicepresidente deisigari scelti, andò alCervo d'oro, più per incoraggiare l'industria paesana che per far colazione, e chiese a quell'unico cameriere cui era commesso ilservizio inappuntabile:

— Avete dell'aragosta?

— No.

— Del rosbiffe?

— No.

— Del caciocavallo almeno?

— Neppure.

— Ma allora che roba avete?

— Abbiamo.... due uscieri che mettono i sigilli.

E precisamente in quel giorno, per amarissima ironia della fatalità, giunse a Grotticella il primo bagnante.

Era un uomo alto, robusto, miope, vestito con una certa eleganza vistosa, con una spilla di diamanti sulla cravatta, con una grossa catena d'oro, che gli ciondolava sulla sottoveste, e con bottoni enormi d'oro massiccio, foggiati a ferro di cavallo, sui manichini della camicia. Il suo bagaglio era composto di ben sei casse, tutte borchiate d'ottone, di forma alquanto singolare e chiuse con lusso straordinario di complicati congegni. Tal che, per cura dell'albergatore delCervo d'oro, si sparse la voce essere il bagnante un principe indiano che tornava dal giubileo della regina Vittoria e che quelle sei casse erano certamente il suo seguito.

La voce in breve prese tale consistenza, fu talmente accreditata in Grotticella, che bastò a sospendere persino l'applicazione dei sigilli e indussei membri dellaSocietà dei sigari sceltia deliberare d'urgenza una festa da ballo in onore della “colonia forastiera”.

Ma il bagnante, nella sua sincerità, si affrettò a distruggere le illusioni dell'albergatore declinando le proprie generalità:Enrico Bertelli, commesso viaggiatoreinbigiotteriereduce da Milano, diretto a Napoli.

— Si fermerà molti giorni?

— Dipende: se riescirò a far qualche cosa!....

— Creda alla mia esperienza! in questa settimana, non c'è nulla da concludere: ma tra dieci giorni, non si saprà più, a Grotticella, dove alloggiare i forastieri, tanti ne verranno, e allora lei farà Indie. Intanto, qui lei starà come un principe. Con quattro lire al giorno, lei è spesato di tutto, comprese le mancie. Senza contare che lei può fare il suo bravo bagno di mare. Abbiamo uno stabilimento che non ne trova un compagno neppure a Livorno!

I patti economici, l'idea del bagno di mare, sedussero talmente Enrico Bertelli, che l'albergatore delCervo d'oro, giusto premio ai suoi eloquenti lenocinii, vide il commesso viaggiatore dibigiotterietrasformarsi in un vero e proprio bagnante. Le persone cospicue di Grotticella serbarono cautamente il silenzio sulla professione del nuovo arrivato, che personificava la sospiratacolonia, e che fu ricevuto nelClub Internationalcon onori veramente principeschi, tanto che il cameriere dell'albergo, gli inservienti del circolo e il bagnino gli davano dell'eccellenzaa tutto pasto, come a queire di Prussiaincogniti che passeggiano abbottonati lungo i cinque atti dei drammi del Federici.

Tre giorni dopo, la sorpresa e la felicità dell'albergatore delCervo d'oroerano al colmo. Due veri bagnanti, due bagnanti autentici, nonchè di sesso diverso, si presentavano a chiedere alloggio all'albergo e per tutta la stagione. La sera stessa, il sindaco di Grotticella, a spese dell'erario comunale, mandò alCalopinaceun dispaccio di quindici parole, in cui con ingegnoso laconismo si dipingeva la fiorente colonia e la città festante, non senza le debite lodi alla banda e alle sue scelte melodie.

Sì: veri bagnanti, senza alcun sospetto di nascostebigiotterie.

Egli era un vecchio d'aspetto venerando: diritto ancora e di sana complessione, malgrado una lunga barba giallicciache lo faceva parere più maturo, anzi caschereccio, di quel che fosse in realtà. Aveva l'aspetto e i modi d'un signore che vive, e bene, del suo.

Quanto a lei, era quel che si dice un bel pezzo di ragazza, alta, formosa, coi capelli folti e nerissimi, con occhi grandi irrequieti e scintillanti sotto i lunghi sopraccigli: con un busto degno.... di figurare al Pincio assai meglio di qualche grand'uomo: un insieme d'energia e di grazia, di vitalità e di languore, pieno di seduzioni. Quando le sue ciglia si abbassavano e il bel viso pallido e ovale prendeva un'espressione pensosa, ricordava certe voluttuose madonne del Gian. Bellini, che destano i pensieri più pagani nei cervelli della cristianità.

I due bagnanti chiesero all'albergatore se avesse un quartierino per bene.

— Ho appunto ciò che conviene a lor signori: due magnifiche stanze, al primo piano, con un saloncino in mezzo che, garantisco, è un amore.

E mentre i viaggiatori, visitavano l'alloggio, l'albergatore linguacciuto continuava:

— Guardino che vista! Sembra d'avere il mare in camera. E poi, pare un quartierino fatto appostaper loro. Il numero 1 è la sua camera — soggiungeva l'albergatore, rivolgendosi al vecchio — e vi starà benone; non dia retta che vi sia la zanzariera, è messa per lusso, chè non c'è una zanzara a pagarla un marengo. L'altra camera è il numero 3 e la sua signora figlia, creda, vi si troverà come in casa sua. C'è anche una loggetta piena di garofani.

I due viaggiatori sorrisero e il vecchio, dopo avere scritto il nome sul registro, congedò l'albergatore, per essere in libertà.

L'albergatore, disceso al pianterreno lesse:

—Commendatore Fabio Torcello, da Firenze, e fam.

E tosto andò di corsa in piazza, per dare al sindaco in persona la notizia che l'Albergo del Cervo d'oroaveva l'onore d'ospitare un collare della Nunziata.

Quella sera, per festeggiare l'inaudito avvenimento, si fece allo stabilimento la prima luminaria, con ventiquattro palloncini alla veneziana, dodici dei quali ornati dai colori nazionali e con la scritta trasparente

W. L'ITALIA.

Quando i due bagnanti autentici si trovarono soli nel saloncino, occupati a slacciare le valigie, il commendatore Fabio Torcello andava dicendocon voce monotona e cadenzata, quasi parlando tra sè:

— Hai inteso, Cecilia?.... eccoti, dunque, bell'e battezzata per figlia mia! Eh, non ha poi tutti i torti, l'albergatore. Tra noi due c'è una differenza di diciannove anni e tre mesi: ma in apparenza ho almeno trent'anni più di te. E l'apparenza, in questa faccenda, è tutto! — aggiungeva, sospirando: — e qualche volta.... è anche la sostanza!

— Se ci siamo sposati — lo interruppe Cecilia, mentre rassettava certe sue vesti elegantuccie — vuol dire che mi piaci così e che non amo col calendario alla mano. Ti rincresce forse che l'albergatore?....

— Eh.... piacere non me l'ha fatto di certo! pure è un'idea.... forse una buonissima idea. Ci siamo rifugiati in questa cittaduzza ignota appunto per iscansare tutte le noie e tutto il pettegolume della società e dei miei parenti che non hanno accolto il nostro matrimonio, diciamolo pure, con entusiasmo. Ecco, dunque, un'occasione eccellente per vivere due mesetti in pace, nel più perfetto incognito....

— Capisco: ma non sarà molto divertente Grotticella!

— Oh, non dico già d'isolarci, di chiuderci come due orsi: anzi, ho una certa curiosità diconoscerequesto bocconcino di mondo nuovo. Ma per evitare.... m'intendo io!.... non darò una smentita a quel buon diavolo d'albergatore. Noi, per i grotticellini, saremo padre e figlia.

— Che idea!

— Lascia fare.... vedrai che ci divertiremo quanto a una commedia. Bada però a sostenere bene la tua parte!

Cecilia diede in una forte risata argentina, ma poi si fece seria e si lasciò sfuggire una lieve mossetta dispettosa, quasi pensando:

— Eh, tu piuttosto farai anche troppo bene la tua!

Da quel giorno in poi, per mutuo consenso, in tutta Grotticella e dintorni Fabio Torcello fu conosciuto per “il commendatore e sua figlia”.

Del resto, le regole della buona società, in Grotticella, erano state assai modificate dagli usi e dai bisogni locali. Invece di farsi presentare ai notabili, ai probiviri, alle celebrità mandamentali del paese, il commendatore Fabio Torcello non ebbe altro disturbo che quello di ricevere: tutti facevano a gara per presentarsi a vicenda: e nel saloncino delCervo d'oroera una continua sfilata di assessori, di capitani di lungo corso, di farmacisti, di dottori, di notai, di ricevitori del registro.

Per un momento fu eclissato lo splendore del principe indiano, reduce dal giubileo della regina Vittoria. Tutti gli omaggi, tutte le feste erano per la nuova effettiva colonia: il collare della Nunziata e la figlia del collare medesimo.

Anzi, il sindaco mandò alCalopinaceuna cartolina d'ufficio, in forma di corrispondenza balneare, in cui leggevasi:

— Le nostre spiagge sono ormai gremite di bagnanti. L'altra sera vi fu brillantissimo ricevimento, sino a notte inoltrata, nelle sfolgoranti sale del nostroClub International. La colonia dei bagnanti eraau grand complete primeggiava un alto dignitario dello Stato, il commendator F. T*** con la bella e gentilissima figliola, ch'è il sospiro di tutta la nostra gioventù elegante.

Fu appunto in tale ricevimento che, con intervento del sindaco, in forma diplomatica, fu fatta la presentazione del principe indiano al collaredella Nunziata. Pareva il convegno di due potentati europei.

Enrico Bertelli, convien dirlo a sua lode, non piacque al commendatore Fabio: viceversa, riescì molto simpatico a Cecilia. Dal canto suo, per tutta la serata, il commesso viaggiatore in bigiotterie non ebbe occhi e parole che per Cecilia. In meno d'un'ora, discorrevano così confidenzialmente, che parevano amici da vent'anni.

Quella notte, il commendatore rientrò di malumore alCervo d'oro, senza capirne, o piuttosto senza osar di capirne il perchè.

Eppure, Enrico Bertelli, che aveva dato il braccio a Cecilia fin nella sala terrena dell'albergo, s'era mostrato d'una cortesia squisita, quasi stomachevole.

Maledetti i principi indiani!

Da quel giorno, Enrico, dimenticate del tutto lebigiotterie, si dedicò totalmente allasignorinaCecilia.

Il commendatore gli usava, in ogni occasione, un sacco di sgarbi, ma il commesso viaggiatore non se ne dava per inteso: egli sapeva far l'indiano se non il principe, e si sentiva largamente compensato dai frequenti sorrisi dell'incantevole Cecilia.

E quel ch'è peggio, il mare si faceva complice di quel duetto, poichè al commendatore eranointerdetti i bagni d'acqua salsa e doveva contentarsi di sorvegliare, accigliato, dalla spiaggia, le abbominevoli manovre di Enrico, fingendo di leggere un giornale.

Cecilia frattanto s'illanguidiva e smagriva a vista d'occhio.

Il commendatore, in un odioso accesso d'egoismo, si compiacque di tal deperimento. Era evidente che i bagni di mare facevan danno a Cecilia: bisognava smettere. Ma come darle da intendere che....? Fin dalle prime parole, Cecilia recisamente dichiarò che i bagni le facevano benissimo e che, privandosene, si sarebbe ammalata sul serio. Il commendatore non s'arrese e, nella speranza d'essere assecondato dalla scienza, pensò d'insistere sulla necessità d'un consulto.

Subito dopo il bagno, fu chiamato all'albergo il dottore Elia Scalaberni, uno dei luminari della città, il quale aveva persino stampato una memoria suiMicrococchi.

Il dottore, dopo avere aspirato un'autorevole presa di tabacco, tastò il polso a Cecilia, si fece, mostrar la lingua, scosse alquanto la testa, poi le chiese:

— Soffre d'insonnia?

— Al contrario: dormo profondamente.

— Bene, bene! e dica: sente dei dolorini per la vita?

— Affatto.

— Bene, bene! naturalmente mangia pochino?

— Al contrario: mangio di buon appetito.

— Bene, bene! e.... ogni tanto ha dei capogiri? delle nausee?

— Mai; assolutamente mai!

— Bene, bene! allora le darò certe polverine che le faranno passar tutto questo.

Congedatosi da Cecilia, il dottore Scalaberni chiamò in disparte Fabio Torcello e gli disse, a bassa voce, in un orecchio:

— Non ho che un solo consiglio per lei, ma molto serio: commendatore, dia marito a sua figlia e più presto che può.

In ventiquattr'ore, grazie alle diramazioni della farmacia, superiori al telefono, tutta Grotticella fu debitamente informata che la bella Cecilia, la figlia del collare della Nunziata, aveva bisogno urgente di marito e per poco il sindaco non mandò alCalopinaceun dispaccio di quindici parole.

Nel pomeriggio, tre personaggi influenti, nellaSocietà dei sigari scelti, affermavano che la ragazza aveva un milione di dote e forse più, senzapregiudizio dell'imminente eredità del babbo, non essendo cosa naturale che un uomo con quella barba avesse da campare ancora molti anni.

Tutte queste voci pervennero all'orecchio del principe indiano, il quale ebbe un'idea talmente luminosa, che gli parve napoleonica.

Enrico tornò d'improvviso alCervo d'oro, indossò un abito nero, infilò un paio di guanti grigio-perla, e si fece annunziare al commendatore con una certa solennità.

Il commendatore Fabio Torcello rimase mezzo stordito davanti a tante cerimonie, ma più stordito ancora quando il principe indiano gli disse a bruciapelo:

— Signor commendatore illustrissimo: ho trentacinque anni e una salute di ferro: guadagno ottomila lire l'anno e tra poco dodici: vuol farmi l'onore di concedermi la mano di sua figlia?

No; la testa di Medusa non avrebbe fatto al commendatore l'effetto di quella bella testa di vetrina di barbiere!

Pur, bisognava rispondere qualche cosa. Il commendatore balbettò, ingrullito:

— Ma io.... non credo.... che Cecilia sia disposta al matrimonio.

— È dispostissima.

— E che ne sa?

— Me l'ha detto ella stessa.

— Ma lei....

— Io l'adoro.

— Ma essa....

— Ella mi adora.

— Evvia: presume un po' troppo — bofonchiò il commendatore, facendosi terreo.

— Ne ho lo prove.

— Quali prove? — gridò Fabio, sbarrando gli occhi.

Enrico Bertelli, malgrado la sua sfacciataggine di commesso viaggiatore inbigiotterie, rimase come sorpreso della propria audacia e non seppe che rispondere. Il commendatore profittò di quella pausa, per voltargli le spalle, dicendo asciutto asciutto:

— È inutile; non le concederò mai la mano di Cecilia!

— Ah no? — esclamò Enrico, con voce tremante di rabbia.

Indi, stette un momento soprappensieri: poi, come uomo deliberato a tutto, riprese:

— Ella non può a meno di dare il suo consenso al nostro matrimonio.

— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che il nostro dev'essere un matrimonio di.... riparazione.

— Si spieghi! — urlò il commendatore.

— Un padre non può volere.... il disonore di sua figlia.

Fabio, cieco dall'ira, afferrò una seggiola.

Il principe indiano, a scanso d'una tragedia, si ritirò, gridando ancora nel corridoio:

— Oramai, siamo sposi dinanzi a Dio!

.... Fatto sta ed è che, nel mistero della notte, il commendatore e Cecilia partirono e non si seppe mai più nulla di loro, nè a Firenze, nè a Grotticella, nè altrove.

Il cavaliere Alberto Cencetti — non soltanto è terribilmente miope — ma professore di matematiche e dei migliori, senz'altro. Algebra, geometria, trigonometria sono i cardini della sua esistenza; assorto sempre nei problemi della scienza che adora con passione, con frenesia, tutto il resto gli è indifferente; egli non è un uomo, ma un organismo composto di formule, di logaritmi. In casa o fuori, egli non pensa che alle sue cifre, alle sue equazioni, alle sue radici quadrate, ai suoi binomii e trinomii; mentre passeggia, con le mani incrociate sul dorso e gli occhi imbambolati, non vede nulla, non sente nulla, non fa che ruminare i suoi quesiti e sarebbe rimasto più volte sotto i legni e i carri, se i passanti caritatevoli non l'avessero afferrato per un braccio.

Spesso, per via Roma (l'ho visto io) finisce per battere la testa contro un fanale e — senz'avvedersi mai di che si tratti — lui si scansa, fa un leggiero inchino e mormora gentilmente:

—Pardon.

Giorni fa, stava, meditabondo, sulla rotonda dei bagni a Sestri, seduto dietro una signora tutta vestita di bianco: una bella signora con certe spalle tornite come il torso di una statua fidiaca. A un certo punto, il professore alza gli occhi e li fissa sopra quelle giunonie spalle, tanto che io supponevo eccitassero in lui la dovuta ammirazione: ma invece cava di tasca un lapis e comincia a scrivere sulla vita della signora: 4 × 7 + 12 ÷ 4 + 11....

Per non essere disturbato dalla gente di casa, egli tiene due camere, a uso di studio, in piazza Nova e quando si dà il caso che deva escire da questo suo studiolo — ove spesso riceve visite d'alunni e di colleghi, — scrive sopra un pezzetto di lavagna l'ora in cui sarà di ritorno.

Un giorno, esce alle due e scrive sopra la lavagna:

Cencetti è fuori: tornerà alle 4.

Un quarto d'ora prima delle tre, gli viene in mente che ha da far visita all'avvocato Roselli, per certa sua causa civile, e tosto si mette incammino; ma strada facendo, viene a passare per piazza Nova e, senz'altro, infila le scale del suo portone e arriva davanti all'uscio del proprio studio.

I suoi occhi distratti si fermano sulla lavagna, poi cava l'orologio, borbottando:

— Perdio: non torna che alle quattro e sono appena le tre!... Pazienza, aspetterò.

E si mette a sedere sopra uno scalino, sciogliendo una equazione di terzo grado sopra il muro.

Una mattina, più distratto che mai, assisteva alla messa nuziale di una sua nipote, che ha sposato un consigliere di prefettura.

Finita la cerimonia, la folla degl'invitati muove per uscire e il professore Cencetti si lascia trascinare, estatico, dalla corrente.

Presso la porta, un parente della sposa gli si avvicina e gli dice:

— È stanco, professore?

— Un pochino: e lei?

— Così, così.

— Ah, io non ce la fo!

— Via si faccia coraggio.

— Ma lei.... va sino al cimitero?

Una volta stava sopra un sedile dei giardini pubblici, coprendo rapidamente di cifre indiavolate quel grosso taccuino che ha l'abitudine di portare sotto il braccio.

Un suo vecchio amico lo vede di lontano, gli corre incontro e gli stende affettuosamente la mano.

Il professore, senza levar gli occhi dai geroglifici, fruga in tasca, ne cava un soldo e lo depone in quella mano:

— Non ho che questo.

E continua i suoi scarabocchi.

Spesso accende un sigaro, poi butta il sigaro a terra e si mette il cerino in bocca; introduce i bottoni del soprabito nelle asole del gilè; s'infila due guanti a una stessa mano; imposta le lettere in uno sportello di carrozza....

A proposito di lettere. Doveva scrivere al professore Manassei e invece comincia:

Caro professor Cencetti....

Poi firma, scrive sulla busta:Al professor Alberto Cencettie porta alla posta.

Il domani, un amico lo incontra, esterrefatto, nei pressi dell'ufficio postale.

— Che hai?

— Ho.... che questa è curiosa, perdinci! eccoqua, capisci, un Cencetti che scrive a un altro Cencetti e.... non sono io. —

Nel guardare il calendario, vede che è l'onomastico del provveditore agli studi.

— Diamine! — pensa: — è necessario fargli una visita.

Il povero provveditore era morto la sera innanzi. Un vecchio servo malinconico apre l'uscio.

— C'è il signor provveditore?

Il vecchio servo, alzando gli occhi al cielo:

— È passato a miglior vita!

Lui:

— Oh, non voglio disturbarlo....

E consegnando una cartolina di visita:

— Cento di questi giorni!

Era il mese di luglio.

A Frascati, un vasto cortile scoperto, a furia di carta dipinta, di porte vecchie, d'assi tarlate e di stracci inverosimili, era stato ridotto a teatro per uso di una compagnia diguitti, i quali, nella giornata, per campare facevano qualche altro mestiere posticcio: ilprimo attor giovine, per esempio, pestava pepe in una drogheria e ilbrillantes'ingegnava a raschiare i menti dei frascatani, in qualità di aggiunto straordinario nella bottega del barbiere.

Eppure, questiguitti, ogni sera, avevano un pubblico sceltissimo davvero: unparterre de têtes couronnéescome la Rachel, un pubblico straordinario, composto di belle signore, di ricche signore, di nobili signore, di gentiluomini e di letterati, di banchieri e di bellimbusti forti a quattrini e a vanità. Ci si andavacon piacere, in quella stamberga indescrivibile, e per più motivi:

— Per passare un'oretta.

— Per pigliare il fresco.

— Per barattare quattro ciarle.

Ma sopratutto ci si andava perchè.... la platea, con quei quattro lampioncini a riverbero che parevano quattro cerini smarriti in una foresta, era completamente e comodamente al buio.

Si capisce! l'oscurità aveva il benefizio.... d'accrescere le illusioni del palcoscenico.

E, in verità, ce n'era bisogno.

Una sera, si rappresentavaNapoleone I all'Isola d'Elba.

Napoleone I era vestito con una vecchia livrea di staffiere e un paio di mutande incartocciate in un magnifico par di stivali di cartone abilmente coperti di raso nero. Il grande imperatore teneva costantemente la mano destra infilata nel panciotto e in fondo alla schiena la mano sinistra, che stringeva un cannocchiale; un bel cannocchiale da campo che restava sempre a quel punto retrospettivo, per quanto durava l'azione, comese Napoleone I, al pari di Giano, avesse avuto la straordinaria facoltà di vedere da ogni parte.

Una sera, al punto culminante dell'azione drammatica, Napoleone I, seguìto dal generale, dal capitano, dall'aiutante — che formavano il suo numeroso e brillante stato maggiore — passeggiava con grande dignità sulla riva del mare.

Una tela sporca di blu di Prussia, agitata da quattro monelli di Frascati, che stavano sotto, doveva simulare, con rara illusione ottica, le onde infuriate dell'oceano.

Napoleone I, fedele alla sua parte, a un certo punto si volge solennemente al suo stato maggiore e dice:

— Non ho mai presenziato, in vita mia, una così terribile burrasca!

Ma il mare di blu di Prussia, invece di agitarsi furiosamente, rimase tranquillo come un lenzuolo che una lavandaia abbia sciorinato sul greto del fiume.

I quattro monelli, a cui non si dava che un soldo, mentre ne pretendevano due, si sono dunque dichiarati in isciopero?

Napoleone I comincia a stranirsi, ma, perchè il pubblico non rida, s'affretta a soggiungere di testa sua:

— Non v'illuda quell'apparente tranquillità.... ah! io conosco bene questo perfido mare; a momenti avremo una burrasca come non se ne videro mai in Europa.

E intanto pesta forte un piede e dice sottovoce:

— E fate le ondate grosse, birbaccioni!

Una vocina acuta al disotto della tela grida:

— Volete ondate da un soldo o da due soldi?

— Da un soldo! — bisbiglia irritato Napoleone I e poi rivolgendosi più solennemente ancora al suo stato maggiore:

— I sintomi della burrasca già cominciano.

Il generale, il capitano, l'aiutante fissano più che mai gli occhi sulla tela, come assistessero a un esperimento chimico.

La tela si muove appena.

Allora, Napoleone I, con accento olimpico, grida:

— Da due soldi!

E subito, il mare si leva in burrasca tremenda, come non se ne vide mai tra Scilla e Cariddi.

Intanto, l'azione prosegue e si arriva alla scena finale, alla scena d'effetto, nella quale deve giungere un granatiere per invitare Napoleone a tornare sul suolo francese.

Ma l'attore che faceva il granatiere e che dovevagiungere, notate bene, inaspettato — per produrre ilcolpo di scena— è in ritardo, non si sa perchè.

Napoleone I, il generale, il capitano, l'aiutante hanno esaurito la loro parte e guardano, inquieti, tra le quinte.

Nessun indizio di granatiere.

Allora, il grande imperatore, per non compromettere la situazione, si volge verso il generale e, additando il mare, dice con accento malinconico:

— Questo mare mi ricorda il più bel giorno della mia vita. E a voi, generale?

Il generale, confuso, imbarazzato, risponde:

— Anche a me, maestà.

— E a voi, capitano?

— Anche a me, maestà.

Il pubblico comincia a ridere. Qualcuno, dalla platea, grida:

— Anche a me!

Il grande imperatore guarda tra due quinte e dice:

— La solitudine è.... deserta. Eppure il cuore mi diceva che qualcuno sarebbe venuto. Che ne dite, generale?

Il generale, sopra pensiero, risponde:

— Maestà, può essere che venga, forse, dalla parte opposta.

— Avete ragione, generale! — conchiude l'Imperatore e riattraversa la scena.

Ma il granatiere non appare per niente.

In ultimo, Napoleone I si ferma di fronte al generale e gli dice:

— Io mi ritiro: se arrivasse un granatiere, avvertitemi tosto.

E con passo tragico va via. Lo stato maggiore resta lì, a guardarsi uno con l'altro, come tanti scemi. Alla fine, il generale dice al capitano:

— Io mi ritiro; se arrivasse il granatiere, prevenitemi, per avvertirne l'imperatore.

E rientra fra le quinte anche lui.

Il capitano, a sua volta, sfodera la spada e grida all'aiutante:

— Il mio dovere mi chiama: se giunge il granatiere, avvisatemi subito.

E via.

Il vero è che il granatiere tanto aspettato, briaco fradicio, senza che nessuno ne sapesse niente, dormiva come una marmotta sotto il palcoscenico.

L'aiutante, pensoso, tra i mormorii e le risate del pubblico, passeggia un po' su e giù, davantialla buca del suggeritore, poi si batte la fronte, come colpito da un'ispirazione, s'avvicina a una quinta e grida:

— Olà! corpo di guardia! presto un granatiere vada da sua maestà l'imperatore.... passando per la via sotterranea.

In questo mentre Napoleone I, che non ha afferrato simile trovata d'ingegno, rientra in scena, seguito dal suo generale, e dice con aspetto trionfale:

— Il granatiere che aspettavo era di là e mi ha recato la notizia che la Francia mi aspetta, la mia bella Francia!...

L'aiutante, esterrefatto, si riavvicina alla quinta e grida:

— Che il granatiere non si muova! oramai....la sua missione è compiuta!

Glielo dicevano tutti:

— Non la sposare: non ti conviene: non è donna per te; e più giovane assai e poi è troppo bella. Pasquale, non la sposare; se no, sarai....

E Pasquale Barbosio, incaponito:

— Sarò! sarò.... quel che sarò! a ogni modo sarò sempre il marito d'una bella donna. Se ne sposassi una brutta, sarei tradito lo stesso, e mi resterebbe un canchero di moglie insopportabile. E poi, la Celeste è così ingenua!

— Ingenua! aspetta il giorno appresso e vedrai che razza d'ingenuità.

Nulla valse a smuovere quel disgraziato e, un mese dopo, Pasquale Barbosio, quarantenne e possidente, conduceva all'ara nuziale la graziosa Celeste Spada, fragrante come un bottonedi rosa, fiera de' suoi occhi neri e dei suoi diciott'anni.

La luna di miele fu breve ma dolcissima per Pasquale Barbosio. Celestina era un angelo, secondo lui, e sopratutto aveva la passione della casa e faceva ogni sforzo per parere un'eccellente massaia: per ciò, Pasquale, gongolava spesso, nel vederla tanto assidua alle faccende domestiche, ma in compenso aveva dei pranzi abominevoli, per la ragione che Celeste, quand'era ragazza, non aveva mai messo piede in cucina e non sapeva cuocere neppure un paio di ova al tegame.

La sua inesperienza aumentava quando Pasquale ronzava per la cucina; ella voleva far credere che s'intendeva di ogni cosa e dava ordini a casaccio, al punto che la serva perdeva a dirittura la testa.

— Maria: — diceva la padrona, con un fare di grande importanza: — avete lavato l'insalata?

— Signora no: non ho avuto tempo.

— Io sola trovo tempo a tutto.

Pasquale:

— Sei un portento.

— Laverò io l'insalata!...datemi qua il sapone.


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