L'avaro fastoso.

Il dottor Giulio Sottani incontrò Macario Tuccimei con la valigia, alla stazione.— Come va la vita, carissimo Macario?— La vita?.. la vita è una malattia da cui si guarisce col tempo.— Oh, diamine! e siete di partenza?Macario, con voce sepolcrale, al bigliettaro:— Un biglietto di prima classe.Il bigliettaro, brusco brusco:— Ma dove va?— Vado all'inferno. Che ha da sapere, lei?L'avaro fastoso.Pochi hanno conosciuto il marchese Attilio Pancaro, pochissimi sanno come egli fosse d'una fenomenale avarizia; e questo peccato capitale, forse a lui trasmesso per atavismo, poichè suo nonno era un arpagone di prima forza, era continuamente in conflitto con la sua educazione di gentiluomo, col suo spirito di persona colta, coi suoi medesimi istinti un tantino epicurei.L'avarizia era per lui come un vizio segreto, e metteva ogni cura possibile nel nasconderlo agli occhi della gente; solo i suoi intimi ne sapevano qualcosa, o piuttosto indovinavano per via di certi incidenti ch'erano come improvvisi sprazzi di luce sul carattere singolare del marchese Attilio Pancaro.Egli aveva trentamila lire di rendita e il suo patrimonio, quando morì, era considerevolmente aumentato, poichè egli aveva trovato il mododi vivere signorilmente, senza spendere neppure un quinto.... che dico!... neppure un ottavo delle sue rendite. La spesa maggiore era quella del sarto, poichè amava di vestire con una certa eleganza, ma pure in fatto di vestiario aveva pensato a risorse incredibili. Per esempio, non si faceva mai fare un paio di scarpe, ma voleva invece tre scarpe uguali, tutte a un piede e numerate coi numeri 1, 2 e 3 per poi calzarle alternativamente in quest'ordine fisso:lunedì: — n. 1 al piede destro — n. 2 al sinistro.martedì: — n. 2 al piede sinistro — n. 3 al destro.mercoledì: — n. 3 al piede destro — n. 1 al sinistro....e via di questo passo, in modo che, per confessione sua, le tre scarpe gli duravano, per lo meno, come due paia.Portava sempre abiti di mezza stagione, uno tutto grigio e l'altro tutto caffè scuro, che combinava in modo sapiente, come le scarpe, allo scopo di far credere avesse un corredo di vestiario fornito quanto quello d'un principe. Anche per le vesti aveva una specie di programma di questo genere:lunedì: — calzoni grigi — gilè e soprabito caffè.martedì: — gilè e calzoni grigi — soprabito caffè.mercoledì:. — calzoni caffè — gilè e soprabito grigi.giovedì: — gilè e calzoni caffè — soprabito grigio.... ecc.Era amico intimo di sei nobili famiglie, presso ciascuna delle quali, commensale amabile e ricercato, godeva di un pranzo ebdomadario, così che era provvisto per sei giorni; il settimo, che spesso era domenica, pranzava in un'osteriaccia suburbana, ma prendeva il caffè nel primorestaurantdella città.Abitava in un quartiere elegante, che costava tremila lire d'affitto, ma ne subaffittava due terzi per duemila seicento lire. Il figlio del portiere, per dieci lire il mese, fingeva d'essere il suo domestico, ma non poteva indossare la livrea che in caso di qualche visita, caso del resto rarissimo, perchè il marchese passava fuori tutta la giornata. Viveva da scapolo, ma era vedovo; la marchesa, una brava figliuola, era morta dopo un anno di matrimonio e lui, bisogna dire la verità, l'aveva pianta assai; ma, quando gli portarono la nota delle spese per i funerali, che ascendevano a più di quattromila lire, esclamò:— Quattromila! quattromila!... perdinci: avrei preferito che non fosse morta!—Non c'era caso che gli venisse l'idea di dare un soldo a un povero; pure, qualche volta, trovandosi insieme con persone di riguardo, se un mendicante si accostava, era capace perfino di lasciar cadere nel cappellaccio una moneta da due soldi. Ma con che strazio!Un giorno, passeggiava con un amico intimo, quando al cantone d'una via, una voce querula disse:— Fate la carità al povero orbo. —L'amico diede al cieco cinque o sei soldi; il marchese fece finta di non darsene per inteso, tanto più che l'amico era una persona così di confidenza, che non gli dava soggezione di sorta.— Ma perchè, — . gli osservò l'amico, — non dài un soldino a quel povero diavolo? un signore come te?— Che vuoi, — rispose; — io seguo i precetti del Vangelo.— Come?— Già, non fare agli altri quel che non vorresti.... eccetera. Ora siccome io non vorrei che nessuno mi facesse la limosina.... —Pure, come ho detto, davanti al pubblico amava passare per un uomo piuttosto filantropico. Ricordo che, quando si fece la gran fiera degli inondati del Veneto, il marchese passeggiava cautamente tra i banchi, carico di oggettini, di ninnoli, che aveva portato da casa, ma per fingere d'avere fatto di grandi acquisti: e con tutti quei curiosi impiccetti tra le mani, si pavoneggiava, tra il professore Massei e l'avvocato Bonfigli, il quale era appunto uno dei pochi che sapessero dell'avarizia del marchese.S'accosta la bella contessina Manayra, con un bussolotto e grida, agitandolo:— Per i poveri inondati! —L'avvocato e il professore si mettono la mano in tasca e danno cinque lire.Il marchese, con meraviglia grande dell'avvocato Bonfigli, cava solennemente il portafogli e getta nel bussolotto un biglietto da dieci lire.La contessina ringrazia e va via.Fatti pochi passi, ecco la contessa madre, anche lei armata di bussolotto....— Per i poveri inondati.— Ho già dato; — le risponde cortesemente il marchese.— Non ho visto; — dice la contessa inchinandosi; — ma lo credo.— E io — borbotta l'avvocato — ho visto.... ma non lo credo. —La sera, facendo il resoconto cumulativo, si trovò un biglietto di dieci lire falso.Un anno prima della sua morte, toccò al marchese la disgrazia più grossa che mai gli potesse capitare: l'arrivo, cioè, d'un suo lontano parente, al quale naturalmente era costretto, diciam così, a far gli onori di casa e il cicerone per la città. Non rimase con lui che tre giorni, ma, come potete figurarvi, quello fu un triduo di torture segrete e inenarrabili.Col pretesto di “godere un po' di fresco e di verde” — era la metà del maggio — il marchese portò il parente a desinare in una osteria suburbana, ove, a parte i ragni, le mosche e le formiche che infestavano pane e vino, si mangiava proprio in una maniera detestabile.Si mettono a tavola e viene servita una zuppa che non solo non ha il sapore del brodo, ma neppure il colore a dirittura.Il convitato ne ingoia due o tre cucchiaiatefacendo le boccaccie, ma il marchese si ostina a dirgli:— Come ti pare questo brodo?— Oh, eccellente!— Non è vero che è buono assai? sentirai, adesso, il lesso!Viene il lesso, non più grosso di un tappo di sughero, ma molto più duro del medesimo.— Adesso, faremo fare due buone costolette!Tosto l'untuoso cameriere, in capo a cinque o sei minuti, serve in tavola due pezzetti nauseabondi di cuoio carbonizzato.Il povero convitato, internamente, moriva di fame e di rabbia.— Caro mio! — gli dice, in ultimo, il marchese; — ti piace una bella bistecca ai ferri, con patate; ma proprio una bistecca di filetto?— Perdinci! — esclama il convitato, che sente rinascere la speranza; — è la mia passione.— Benissimo; — soggiunse freddamente il marchese; — tornando in città, ti farò vedere un macellaio che vende il primo filetto dell'universo. Non c'è che quello!La tribuna della stampa.Tanto era noiosa, quella seduta della Camera, che non ricordo più affatto su che diavolo di soggetto l'onorevole Nervo infliggesse all'umanità uno del suoi più splendidi discorsi.Un giornalista solo, martire del dovere, faceva quattro righe di resoconto, seminato di sbadigli eroici e di sbagli d'ortografia; gli altri dormicchiavano, sdraiati alla meglio sui cuscini di cuoio.In mezzo a quella monotonia, ecco, si spalanca l'uscio con una certa solennità e appare la faccia onesta e sorridente dell'usciere Gaetano, che precede un cosetto vestito di nero, una specie di Leopardi in preparazione, un giovanottino un po' gobbo, paffutello e giallognolo, con piccoli occhi e grandi occhiali, con due labbra infantili, senza ombra di baffi, col mento rotondetto affondato in un solino magistrale, corredato di enorme cravatta nera; soprabito di panno abbottonato, stile del risorgimento nazionale: un tipo: unnuovo.— Scusi, — dice con voce commossa all'usciere, — dove mi posso sedere?— Si metta pure dove crede lei, chè tanto, a queste sedute, non viene quasi nessuno.— Grazie.— Di niente, s'immagini.Il neofita, con due orecchi rossi come due pomodori, guarda con la coda dell'occhio a destra e a sinistra, e non vede che individui sdraiati comodamente, i quali lo fissano con curiosità e con un fare leggermente canzonatorio.Dopo aver meditato a lungo e arrossito parecchie volte, finalmente si decide e, a piccoli passi fatti con cautela straordinaria, quasi camminasse sulle ova, si accosta al primo banco e siede vicino a me, non prima d'avermi detto, con fare cerimonioso:— Scusi tanto: posso sedere a questo posto?— Se non hai male alle reni, si, figlio mio! — gli risponde con paterna e incoraggiante bonomia.Lui si rifà rosso, si mette a sedere e cava fuori un quinternino di carta da lettere e un lapis Faber numero 2. Tanto per darsi un po'di contegno guarda giù nell'aula, con occhi maravigliati, finge di prendere qualche appuntino, poi mi domanda, con voce velata da un leggero tremolìo:— Perdoni, se la disturbo.... mi farebbe il favore di dirmi chi parla in questo momento?— Parla il compianto P. C. Boggio.— Boggio! — esclama lui, esterrefatto; — ma non dicevano che è morto a Lissa?— Eh, caro mio, si diceva in provincia; — ma se tu badi ai discorsi della gente!...Il neofita fa sforzi enormi per capire almeno una frase dell'arringa dell'on. Nervo, ma non c'è caso; alla fine, si rivolge nuovamente a me:— Dirà che sono seccante.... mi fa il piacere di dirmi il soggetto della discussione?— Ma tu chi sei?— Sono Prospero Martucci, corrispondente dellaCampanadi Valdinievole, organo del comizio agrario di Pescia....— Non mi confondere la testa! è una campana o un organo?—Campana, Campana!— Ma tu fai il giornalista per campare, o semplicemente percampanare?— Ecco: io sono studente di liceo qui, a Roma; ma siccome mi diletto a scrivere, mando una corrispondenza al mese allaCampana: il direttore mi ha scritto di occuparmi anche di politica, e io le confesserò schiettamente che non me ne intendo: vengo qui aformarmi; intende? se lei fosse tanto buono....— Non seccarmi l'anima con questolei; alla tribuna della stampa, per tua regola, non si usa che iltu.— Sa; io non conosco nessuno....— E io neppure: tutti questi colleghi che dormono, li vedo oggi per la prima volta, poichè tutti i giorni qui si cambia personale. Del resto, le conoscenze alla tribuna son presto fatte. Vieni abbasso, nel salottino ove si fuma, e conoscerai subito una ventina di colleghi.Lo presi per mano, lo trascinai nel salottino dove si faceva un baccano d'inferno e, intimando silenzio, dissi:— Signori: ho l'onore di presentarvi un chiarissimo nostro collega, l'illustre scrittore... Scusa: come ti chiami?— Prospero Martucci.— Diciamo, dunque, Martucci, corrispondente dellaCampanadi Valdinievole.A queste parole, tutti gli si precipitano addosso, gli stringono le mani fino a storpiarle, lo abbracciano, gli si appendono al collo, lo baciano sugli occhiali, lo soffocano letteralmente di dimostrazioni d'affetto, di tenerezze, l'assordano con un diluvio di esclamazioni di questo genere:— Ma dunque è proprio lei, Prospero Martucci?— Così giovane e già così Martucci!— Noi tutti non leggiamo altro che laCampana! è il nostro vangelo!— Che splendido giornale! io sono così abbonato che non cesserò mai di abbonarmi finchè non sarò abbo.... morto.— Ma perchè.... perchè non fa cinque o seicampaneil giorno?Il Martucci, intontito, baciucchiato, ballottato dall'uno all'altro, con un sorriso idiota sulle labbra, risponde a monosillabi, mentre uno gli strappa il cappello di mano, dicendogli:— Dia qua: non stia con quell'impiccio tra le mani.— Fa tanto caldo! — grida un altro: — si levi pure anche il soprabito.E in tre o quattro lo sbottonano e lo mettono in maniche di camicia.— Dica la verità: si sente meglio?— S'accomodi.— Facciamolo sedere.— Dategli un seggiolone d'onore.Due lo pigliano sotto le ascelle e lo buttano di peso sopra una poltrona.— Ma no, su quella! — grida un redattore dellaGazzetta ufficiale del regno; — è una poltrona che ha le molle rotte: fatelo sedere invece sul sofà.— Ma io garantisco che sto benissimo....— Non fare complimenti, pagliaccio!E lo ripigliano di peso, in due o tre, e lo gettano a sedere sul sofà.— Non vedete, che resta tra due correnti d'aria? Starai meglio su questa sediolina, invece, qui nel cantone.— Ma no; prego.... su questo sofà si....È inutile: vien tolto di peso dal sofà e portato sulla sediolina.— Stai bene?— Benone.— Ma avrai un po' di freddo?— Per niente.— Ridategli il soprabito.Gli rimettono, con premura, il soprabito alla rovescia e poi gli domandano:— Hai ancora freddo?— No, davvero.— Ma sì, che hai freddo! non vedete che ha già le scarpe violacee?... bisogna mettergli un tappeto sui ginocchi.E tosto metà della figura di Martucci sparisce sotto un tappeto, così che, a una certa distanza pare un idolo egizio.Succede un po' di calma relativa, in cui Martucci ci scambia ancora qualche stretta di mano, balbettando:— Ma loro mi confondono di cortesie, ma loro....— Sta zitto; — interrompe il cronista dellaRiforma; — e invece di far dei complimenti stupidi narra la tua biografia.— Non saprei.— Come! — esclama un redattore dellaTribuna, — tu non hai una biografia?E tutti gli altri — sull'ariaEgli non ha parrucca bionda!dellaFiglia di M. Angot— in coro:Egli non ha biografia!— Te ne faremo una! — ripiglia il redattore dellaTribuna, e volgendosi gravemente all'uditorio comincia:— Signori! egli nacque da poveri ma onesti genitori e fin dalla più tenera infanzia....In quel punto, la voce dell'usciere Gaetano grida dall'alto della scala:— Signori: Nervo ha finito; parla Minghetti.Tutti si precipitano alla tribuna e Prospero Martucci resta solo come un cane, suda peggio di un facchino per liberarsi del tappeto e finalmente sale alla tribuna anche lui e si trova tra il redattore dellaTribunae me.Visto che io stavo scrivendo, si rivolge al collega dellaTribunae gli domanda:— Chi parla, adesso?— Lanza.— Oh!... io lo credevo morto.— È il fratello.— Quale?— Quello delle candele steariche.— Ah, ho capito! e quel signore grasso e calvo che sta al banco dei ministri chi è? — domanda, indicando l'onorevole Berti.— Quello?... diavolo! quello è Brofferio.— Scusi, — dice Martucci un po' risentito; — quanto a Brofferio, mi ricordo perfettamente di avere letto che è morto tanti anni fa.— Ma tu, caro mio, confondi con Guerrazzi.— Domando scusa: mi ricordo bene; il morto è proprio Brofferio.— Hai ragione, perbacco; sono io che confondo. Quel ministro calvo allora è Guerrazzi.— Ah, dicevo bene!Verso la fine della seduta, il Martucci domanda al suo cicerone:— Mi farebbe proprio un gran favore, se avesse la compiacenza di mostrarmi il duca di Sandonato.— Vedi quell'omino con la barbetta nera? — dice il cicerone, indicando la figura sparuta dell'on. Barazzuoli, soprannominatoAgonia; — ebbene: quello è il duca di Sandonato.— Davvero?!... e pensare che me l'avevano dipinto come un omaccione cinque volte più grosso!— Infatti, è appunto cinque volte più grosso; ma oggi quanti ne abbiamo del mese?— Quindici.— Ah, ecco, si spiega! Nei giorni dispari, invece, è così.Gigi Micocci.Si stava nel caffè principale d'Albano, giocando al biliardo e facendo deicolmi, tra tazze di birra e nugoli di mosche.Gigi Micocci — un pittore che, a soli ventiquattr'anni, già è celebre.... come giocatore dicarolina— aveva strappato due volte il panno e consumato, con incredibile cinismo, uncolmodi questo genere:— Ilcolmodell'umiliazione da infliggere a un giocatore di prima forza?Sgomento nell'uditorio.Gigi Micocci, con sorriso idiota:— Stracciargli il soprabito, per obbligarlo.... a farsi dare due punti.La notoria ferocia di Gigi Micocci, in fatto di freddure, è tale che quanti discorrono con lui sono sempre in apprensione e cercano di scoprire il doppio senso delle frasi, anche quando doppio senso assolutamente non c'è.Così, gli è accaduto un giorno di dire a un suo zio:— Buongiorno, zio: come va la salute?Lo zio rimase perplesso, mentalmente indagò quale freddura potesse nascondersi sotto tali parole e, dopo una pausa, conchiuse crollando la testa:— Sarà bella, questa; ma io.... non la capisco.— Ma non è freddura, caro zio! è la frase più semplice, più naturale di questo mondo.Il buon uomo aggrotta i sopraccigli, ripensa daccapo e.... crolla di nuovo la testa, dicendo:— È curiosa! non capisco neppure questa.Gigi Micocci, sotto un urlo di esecrazione, dava il gesso alla stecca e preparava un altrocolmopiù scellerato ancora, quand'ecco entra nel caffè il dottor Malachia Pelasquez e tutti gli corrono incontro, gridandogli tra il serio e il faceto:— I nostri mirallegro!... un mondo di complimenti! se lo meritava, un uomo com'è lei.... davvero, davvero!— Ma che gli è successo? — domanda Gigi Micocci.— Non sai? lo hanno nominato commendatore.— Oh, diavolo!— Già, già! — dice il dottore, facendosi avanti e barattando strette di mano; — ho avuto la notizia proprio adesso.— Come, adesso? — domanda Micocci.— Appunto: discendevo dalla diligenza di porto d'Anzio, quando mi è venuto incontro il mio fattore, con laGazzetta ufficiale....— Allora, permetta!... mi rallegro tanto tanto anch'io: è un bell'onore!— Sì.... sì.... ma, pure, mi ha fatto specie una cosa: nella lista dei nuovi commendatori, non ho visto che tre soli casati di gente nobile: il duca Sarteschi, il conte di Melissano e me.— Voi?— Io, sì!... ignorate dunque che io discendo, nientemeno, dai principi di Castiglia?— Ma, allora, perchè un momento fa avete detto che discendevate.... dalla diligenza di porto d'Anzio?Ninì.Tranne il dormire, facevano tutto in comune. Parlo di due vecchi procuratori — Lucio Paglia e Alfonso Errera — i quali avevano saputo mettere da parte un bel po' di quattrini, tanto da godersi, nella pace beata dell'ozio, il resto della loro esistenza. Come avevano lavorato assieme per tanti anni, nello stesso studio, così adesso passeggiavano insieme, insieme leggevano, fumavano insieme, mangiavano insieme, insieme bevevano.... Anzi, bevevano fin troppo e si può dire che sei giorni della settimana si alzavano brilli da tavola; allora, gai e ciarlieri, accendevano i sigari e andavano a fare una passeggiata sul Corso. Era, per solito, in quell'oretta gioconda, che nel cervello di Alfonso Errera pullulavano bizzarrie originali, che tosto metteva in esecuzione, senza che il compagno gli si opponesse mai. Anzi, diventava il suo compare, il suo complice.Certe volte, entrava in tutti i negozi d'orologiaio per chiedere:— Scusi: ce l'avrebbe una ventina d'ore pomeridiane, magari usate, ma da spender poco?Un'altra sera, con passo maestoso, s'introducevano in un caffè e, con un mazzo di chiavine, battevano fortemente sopra una tavola. Un cameriere accorreva di corsa e chiedeva a Lucio Paglia:— Che cosa beve il signore?— Io nulla.E Alfonso Errera:— A me pure: ma con acqua di Seltz.Quando c'era molta gente e il tabaccaio era in gran faccende, l'Errera entrava in bottega, guardava sul banco, nelle vetrine, dentro le scatole magari e crollava la testa, ripetendo malinconicamente:— Non ce n'ha!E il Paglia stando sull'uscio:— Ce n'ha?— No: non ce n'ha.Il tabaccaio, credendo cercassero qualche pipa di vera radica e qualche pacco di sigarette estere, piantava lì ogni altro negozio, esciva dal banco e chiedeva premurosamente all'Errera:— Che cosa desidera?— Eh, non ce ne avete!— Dica: che cosa desidera? — insisteva il tabaccaio.— Io niente: ma è quel mio amico là fuori che....Il tabaccaio si dirigeva allora al Paglia:— Il signore desiderava?...— Ma se lui dice che non ce ne avete!— Sentiamo che è, almeno, santo Dio!— Ecco qua: mi si è rotto un bono da due lire e volevo un po' di margine di francobolli per attaccarlo.Spesso l'Errera si divertiva a contraffare lo scemo, l'idiota, che si crede un bimbo di quattro o cinque anni.Tutto dinoccolato e piagnucoloso, si avvicinava a qualche signore dall'apparenza ingenua, gli si appendeva al braccio e, con voce rotta dai singulti, cominciava a tartagliare:— Ninì! Ninì bello! ha pedduto sua mammà:ci ci, pedduto mammà!... tu tanto bono, attompagna povero Ninì,tasetta bella di mammà sua!Quel povero signore, con occhi spaventati, guardava esterrefatto quel bimbo barbuto disessant'anni. Allora l'Errera pestava i piedi e si avvicinava a Lucio Paglia per dire sottovoce all'incognito:— Abbia pazienza! è un povero matto, che la sua famiglia lascia vagabondare, perchè assolutamente innocuo. Veda un po': abbia la bontà di ricondurlo a casa: abita a piazza di Spagna.... lo conoscon tutti. E non lo contraddica mai; prego. Sa come sono, 'sti poveri scemi!Preso da un senso di viva compassione, la vittima consentiva pietosamente a fingersi la bambinaia dell'Errera e spingeva la bontà fino a dirgli:— Vieni, vieni, Ninuccio bello, che andiamo da mammina tua.L'Errera si faceva trascinare, tutto pendoloni, poi si fermava, inevitabilmente, davanti le vetrine di Cagiati e non c'era più verso di smuoverlo:— Voglio un pulcinella:tompera un bel pulcinella a Ninì!A scanso di piagnistei, il signore gli comperava un pulcinella da venti soldi; poi l'Errera s'arrestava davanti a un pasticciere:— Voglio unataramella! Ninì vuole tantetaramelle!Tómpramene tante tante!E il signore comprava un'incartata di paste o di biscotti e l'offriva al vecchio bambinone, che si metteva a piangere mugolando:— Ninì tanta sete! voglio untaffè e latte!E il paziente signore lo faceva entrare nel caffè più vicino; ma proprio, quando erano in mezzo alla gente che li guardava, l'Errera si portava le mani alla pancia, pestava i piedi e gridava:— Ah, tanto male qui! non ne posso più! Ninì vuol fare la....Il cordone sanitario.Quando le dissero che la casa era cinta da un cordone militare, Amalia fece una grossa risata, rovesciandosi come una matta sulla seggiola a sdraio: non così Mario, la cui faccia s'abbuiò, come se un dispaccio della borsa di Parigi gli avesse annunciato essere la rendita calata di trepunti.— Accidenti ai cordoni! — borbottò, buttando via, con aria di stizza, la sigaretta.— Ed io ci ho gusto, invece.— Bel gusto! già, era meglio che non venissi, questa sera: qualche cosa mi diceva che mi sarebbe successo un guaio.— Ma sai, caro, che sei d'una sgarberia unica?— Oh: non mi seccare!— Quand'è così... ci ho gusto due volte. Domenica scorsa m'avevi promesso di passar duegiorni interi con me e invece poi, al solito, ti sei squagliato. Vedi: è l'amore che si vendica.— Chi sa in che impicci mi vado a trovare adesso!— Sì, che ora c'è da spaccarsi la testa contro il muro. Affari non ne hai....— E che ne sai, te?— Oh, bella! m'hai detto, sì o no, che in borsa non fai più nulla da un mese in qua? Tua moglie è lontana...— Ma che lontana! in Arenzano: non c'è che un'oretta di ferrovia.— Insomma: a casa tua sei solo...— Niente affatto, perchè c'è il servitore.— È forse tuo zio, tuo suocero, tuo tutore? con cinque lire, dirà quello che vorrai e ciao.— Sta bene: ma mia moglie può tornare da un momento all'altro... sabato sera m'aspetta.... tutti i giorni le devo mandare un dispaccio sulla mia salute...— Il cordone non t'impedisce mica di spedire quanti dispacci vuoi.— Sì, ma io conosco bene Giacinta: se sabato sera non mi vede, sta pur sicura che domenica mattina, alle sette e nove minuti, ecco che arriva a Genova. Eh, la conosco, io.— Anche a questo c'è rimedio: perchè non fingi una partenza improvvisa? un viaggio?— Ci avevo pensato: ma lei, se le dico che sono andato, mettiamo il caso, a Milano, aspetterà i miei dispacci quotidiani da Milano; capisci?— Ma che sei diventato? un mammalucco? e ci vuol tanto a scrivere a un amico a Milano che spedisca dispacci a nome tuo? non ce l'hai un amico a Milano?— Sicuro, che ce l'ho: per esempio.... il prefetto. Ma ti pare che mi possa rivolgere a una persona così seria, per una faccenda di questo genere? Ci sarebbe Augusto, ma....— Chi? Augusto Tebaldi? benissimo: sarebbe quello che fa proprio al caso nostro.— Lo so: ma è un giovanotto sventato, capace di giocarmi un tiro.— Ah, questo poi no: siete tanto amici!— Tanto amici! tanto amici! — ciangottò Mario Ricciarelli, aggrottando i sopraccigli: — l'amicizia non gli ha impedito di fare una gran corte a Giacinta!— Sul serio?— Tanto sul serio che, confidenzialmente, l'ho pregato di sospendere le sue visite troppo assidue.— Ah, dunque sei geloso?— Geloso, no, ma diavolo! appena lui sapeva che stavo fuori, taffete! in casa mia. Capirai che...— Capisco: quand'è così, pensa un po' te a qualcun altro.— Eh, ci penso, sì: ma non trovo.A furia di pensare, Mario Ricciarelli si convinse che non c'era da scegliere e finì col mandare un telegramma all'amico Augusto, per dirgli press'a poco così: — l'autorità, per misure igieniche, che il diavolo se la pigli, mi ha sequestrato in casa d'Amalia; figurati un po' se lo sapesse mia moglie! Tu solo puoi salvarmi, telegrafando a Giacinta, in Arenzano e a nome mio, per dirle che sto presso di te un po' di giorni per affari importantissimi: ogni mattina, poi, fino a nuovo avviso, le manderai un dispacciosui generis, sempre a nome mio, per dirle che sto bene: apri pure i dispacci suoi che ti arriveranno, sebbene diretti a me; inoltre, siccome sto sulle spine, ti prego di ragguagliarmi di quanto può succedere, per mezzo sempre di dispacci a questo indirizzo:Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva. E non mi fare brutti scherzi, mi raccomando!Poi, mandò un dispaccio alla moglie in Arenzano per annunciarle la sua partenza improvvisa, e una lettera a Menico, il servitore, per dargli le istruzioni necessarie, casomai.Così aggiustate alla meglio le proprie faccende,Mario smise un po' il broncio, e disse alla divina Amalia:— Se, intanto, si cenasse?Al tocco dopo la mezzanotte arrivò un dispaccio, in cui non si leggeva altro che questo:Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva, Genova.—Birbone!Augusto Tebaldi.Dopo tutto, Mario si rassegnò facilmente al suo destino. Giovane, ricco, spensierato, quella quarantena, insieme con una donnina adorabile, come la Trevisan, non era poi un supplizio tanto spaventevole. Un demonio, quell'Amalia! Non la conoscete? Ma che: l'avrete vista cento volte a spasso per via Roma, con l'ombrellino giallognolo guernito in pizzo di Venezia, o nelle poltrone del Politeama, sorridente sotto un gran cappellone d'una forma singolare, che a lei sola sta bene tanto e non può essere portato che da lei.Tutti dicono che Mario ci abbia speso di gran quattrini e sarà: è giusto che egli faccia dimenticare l'avarizia del padre, che in mezzo ai milioni è morto di miseria. E poi, Mario non è unminchione: sa spendere e sa guadagnare, poichè, a sentire gli amici, nessuno ha come lui un colpo d'occhio sicuro, nei giuochi di borsa.Così ci avesse pure un po' più di esperienza nei giochi del matrimonio! Invece, ha il torto di trascurare troppo la signora Giacinta, sua moglie; una creatura che, se la vedeste, pare proprio venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Le male lingue dicono ch'è un po' civetta, ma quando s'ha un marito scapato come il Ricciarelli, sfido!Il domani, per tempo, la signora Giacinta, nel suo villino d'Arenzano, ricevette questo dispaccio:Giacinta RicciarelliArenzano.— Sono arrivato ottima salute — Augusto fecemi accoglienza cordialissima. — Spero sbrigare affari prestissimo — mandami tue notizie.Mario.La sera, Mario — o piuttosto Amalia per lui — non ricevette nessun dispaccio dall'amico di Milano, Augusto Tebaldi.— È strano — pensò.Il dispaccio atteso arrivò invece la mattinaappresso, in casa Trevisan, ma non era precisamente quello che Mario aspettava, poichè, non senza un brividìo per le vene, lesse quanto segue:— Giacinta, impaurita inoltrarsi epidemia, ebbe idea recarsi teco Svizzera. Malgrado molti dispacci firmati nome tuo tentassi dissuaderla, ella venne Milano; trovasi attualmente in casa mia. Dissile tu eri andato Bologna affari urgenti; torneresti presto. Rispose aspetteratti. Come devo regolarmi? Telegrafa. O piuttosto: vieni appena puoi!Augusto.Non è possibile descrivere l'effetto psicologico prodotto nell'animo di Mario da quelle due tremende parole:Rispose aspetteratti, quasi eco crudele a quelle anteriori:trovasi attualmente in casa mia!Amalia gli volgeva le spalle per sorridere con malignità; lui si mordeva i baffi e, bestemmiando sottovoce, dava di gran pugni sulla scrivania.— Oh, questa è grossa! e come si fa, ora? potessi calarmi da una finestra senza esser visto! ma chi è quel porco che ha inventato i cordoni sanitari?Telegrafare a quel galeotto d'Augusto? ma che cosa telegrafargli? che il diavolo se lo porti via?Amalia, tacita, sorrideva nella penombra del saloncino e Mario si torceva furiosamente i baffi. Poi, preso il cappello, se lo ficcò in testa e s'avviò verso l'uscio, borbottando:— In qualche modo, perdinci, escirò.Amalia lo lasciò andar via, senza dirgli nulla.Mario scese le scale e sul portone si trovò davanti a due guardie municipali sì, ma inesorabili.— Arrivo un momento dal tabaccaio e torno.— Ma lei scherza: non vede che c'è il cordone?— E quanto durerà questo cordone maledetto?— Non si riscaldi: pare che domani saranno messi tutti quanti in libertà.Mario risalì, sbuffando, le scale e rientrò nel saloncino d'Amalia, buttandosi a sedere, con le gambe accavallate, in un cantone.— Perchè, — gli disse Amalia con voce di flauto e leggero accento canzonatorio — perchè non telegrafi a Tebaldi?— Eh, non mi rompere l'anima anche te!Dopo ventiquattr'ore d'angoscia, finalmente era libero! Il prefetto aveva rintascato il suo cordone sanitario e i casigliani preparavano un po' di luminaria per festeggiare il fausto avvenimento.Mario corse a casa sua, diede dell'imbecille e dell'asino a Menico senza un perchè, fece in fretta e in furia una valigietta e, col primo treno, sebbene fosseomnibus, partì per Milano. Ne masticò della bile, su quel convoglio! Quando, finalmente, arrivò in piazza Beccaria, ove abitava quell'amico birbone, era verde a dirittura. Si fermò mezzo minuto sul portone, quasi a riprendere fiato: poi, col gesto di Cesare al Rubicone, salì le scale e bussò al terzo piano. Gli aprì una cameriera belloccia, col naso in su.— Chi cerca?— Cerco... mia moglie.— Ah, lei è dunque il signor... come si chiama... di Genova: è vero?— Sì, son io.— C'è una lettera per lei.— Una lettera?Mario rimase lì come la statua d'un viaggiatore con la valigia in mano, mentre la cameriera, svelta svelta, spariva e tornava con una busta verdognola. Mario, macchinalmente, la prese e guardò la soprascritta.

Il dottor Giulio Sottani incontrò Macario Tuccimei con la valigia, alla stazione.

— Come va la vita, carissimo Macario?

— La vita?.. la vita è una malattia da cui si guarisce col tempo.

— Oh, diamine! e siete di partenza?

Macario, con voce sepolcrale, al bigliettaro:

— Un biglietto di prima classe.

Il bigliettaro, brusco brusco:

— Ma dove va?

— Vado all'inferno. Che ha da sapere, lei?

Pochi hanno conosciuto il marchese Attilio Pancaro, pochissimi sanno come egli fosse d'una fenomenale avarizia; e questo peccato capitale, forse a lui trasmesso per atavismo, poichè suo nonno era un arpagone di prima forza, era continuamente in conflitto con la sua educazione di gentiluomo, col suo spirito di persona colta, coi suoi medesimi istinti un tantino epicurei.

L'avarizia era per lui come un vizio segreto, e metteva ogni cura possibile nel nasconderlo agli occhi della gente; solo i suoi intimi ne sapevano qualcosa, o piuttosto indovinavano per via di certi incidenti ch'erano come improvvisi sprazzi di luce sul carattere singolare del marchese Attilio Pancaro.

Egli aveva trentamila lire di rendita e il suo patrimonio, quando morì, era considerevolmente aumentato, poichè egli aveva trovato il mododi vivere signorilmente, senza spendere neppure un quinto.... che dico!... neppure un ottavo delle sue rendite. La spesa maggiore era quella del sarto, poichè amava di vestire con una certa eleganza, ma pure in fatto di vestiario aveva pensato a risorse incredibili. Per esempio, non si faceva mai fare un paio di scarpe, ma voleva invece tre scarpe uguali, tutte a un piede e numerate coi numeri 1, 2 e 3 per poi calzarle alternativamente in quest'ordine fisso:

lunedì: — n. 1 al piede destro — n. 2 al sinistro.

martedì: — n. 2 al piede sinistro — n. 3 al destro.

mercoledì: — n. 3 al piede destro — n. 1 al sinistro....

e via di questo passo, in modo che, per confessione sua, le tre scarpe gli duravano, per lo meno, come due paia.

Portava sempre abiti di mezza stagione, uno tutto grigio e l'altro tutto caffè scuro, che combinava in modo sapiente, come le scarpe, allo scopo di far credere avesse un corredo di vestiario fornito quanto quello d'un principe. Anche per le vesti aveva una specie di programma di questo genere:

lunedì: — calzoni grigi — gilè e soprabito caffè.

martedì: — gilè e calzoni grigi — soprabito caffè.

mercoledì:. — calzoni caffè — gilè e soprabito grigi.

giovedì: — gilè e calzoni caffè — soprabito grigio.... ecc.

Era amico intimo di sei nobili famiglie, presso ciascuna delle quali, commensale amabile e ricercato, godeva di un pranzo ebdomadario, così che era provvisto per sei giorni; il settimo, che spesso era domenica, pranzava in un'osteriaccia suburbana, ma prendeva il caffè nel primorestaurantdella città.

Abitava in un quartiere elegante, che costava tremila lire d'affitto, ma ne subaffittava due terzi per duemila seicento lire. Il figlio del portiere, per dieci lire il mese, fingeva d'essere il suo domestico, ma non poteva indossare la livrea che in caso di qualche visita, caso del resto rarissimo, perchè il marchese passava fuori tutta la giornata. Viveva da scapolo, ma era vedovo; la marchesa, una brava figliuola, era morta dopo un anno di matrimonio e lui, bisogna dire la verità, l'aveva pianta assai; ma, quando gli portarono la nota delle spese per i funerali, che ascendevano a più di quattromila lire, esclamò:

— Quattromila! quattromila!... perdinci: avrei preferito che non fosse morta!—

Non c'era caso che gli venisse l'idea di dare un soldo a un povero; pure, qualche volta, trovandosi insieme con persone di riguardo, se un mendicante si accostava, era capace perfino di lasciar cadere nel cappellaccio una moneta da due soldi. Ma con che strazio!

Un giorno, passeggiava con un amico intimo, quando al cantone d'una via, una voce querula disse:

— Fate la carità al povero orbo. —

L'amico diede al cieco cinque o sei soldi; il marchese fece finta di non darsene per inteso, tanto più che l'amico era una persona così di confidenza, che non gli dava soggezione di sorta.

— Ma perchè, — . gli osservò l'amico, — non dài un soldino a quel povero diavolo? un signore come te?

— Che vuoi, — rispose; — io seguo i precetti del Vangelo.

— Come?

— Già, non fare agli altri quel che non vorresti.... eccetera. Ora siccome io non vorrei che nessuno mi facesse la limosina.... —

Pure, come ho detto, davanti al pubblico amava passare per un uomo piuttosto filantropico. Ricordo che, quando si fece la gran fiera degli inondati del Veneto, il marchese passeggiava cautamente tra i banchi, carico di oggettini, di ninnoli, che aveva portato da casa, ma per fingere d'avere fatto di grandi acquisti: e con tutti quei curiosi impiccetti tra le mani, si pavoneggiava, tra il professore Massei e l'avvocato Bonfigli, il quale era appunto uno dei pochi che sapessero dell'avarizia del marchese.

S'accosta la bella contessina Manayra, con un bussolotto e grida, agitandolo:

— Per i poveri inondati! —

L'avvocato e il professore si mettono la mano in tasca e danno cinque lire.

Il marchese, con meraviglia grande dell'avvocato Bonfigli, cava solennemente il portafogli e getta nel bussolotto un biglietto da dieci lire.

La contessina ringrazia e va via.

Fatti pochi passi, ecco la contessa madre, anche lei armata di bussolotto....

— Per i poveri inondati.

— Ho già dato; — le risponde cortesemente il marchese.

— Non ho visto; — dice la contessa inchinandosi; — ma lo credo.

— E io — borbotta l'avvocato — ho visto.... ma non lo credo. —

La sera, facendo il resoconto cumulativo, si trovò un biglietto di dieci lire falso.

Un anno prima della sua morte, toccò al marchese la disgrazia più grossa che mai gli potesse capitare: l'arrivo, cioè, d'un suo lontano parente, al quale naturalmente era costretto, diciam così, a far gli onori di casa e il cicerone per la città. Non rimase con lui che tre giorni, ma, come potete figurarvi, quello fu un triduo di torture segrete e inenarrabili.

Col pretesto di “godere un po' di fresco e di verde” — era la metà del maggio — il marchese portò il parente a desinare in una osteria suburbana, ove, a parte i ragni, le mosche e le formiche che infestavano pane e vino, si mangiava proprio in una maniera detestabile.

Si mettono a tavola e viene servita una zuppa che non solo non ha il sapore del brodo, ma neppure il colore a dirittura.

Il convitato ne ingoia due o tre cucchiaiatefacendo le boccaccie, ma il marchese si ostina a dirgli:

— Come ti pare questo brodo?

— Oh, eccellente!

— Non è vero che è buono assai? sentirai, adesso, il lesso!

Viene il lesso, non più grosso di un tappo di sughero, ma molto più duro del medesimo.

— Adesso, faremo fare due buone costolette!

Tosto l'untuoso cameriere, in capo a cinque o sei minuti, serve in tavola due pezzetti nauseabondi di cuoio carbonizzato.

Il povero convitato, internamente, moriva di fame e di rabbia.

— Caro mio! — gli dice, in ultimo, il marchese; — ti piace una bella bistecca ai ferri, con patate; ma proprio una bistecca di filetto?

— Perdinci! — esclama il convitato, che sente rinascere la speranza; — è la mia passione.

— Benissimo; — soggiunse freddamente il marchese; — tornando in città, ti farò vedere un macellaio che vende il primo filetto dell'universo. Non c'è che quello!

Tanto era noiosa, quella seduta della Camera, che non ricordo più affatto su che diavolo di soggetto l'onorevole Nervo infliggesse all'umanità uno del suoi più splendidi discorsi.

Un giornalista solo, martire del dovere, faceva quattro righe di resoconto, seminato di sbadigli eroici e di sbagli d'ortografia; gli altri dormicchiavano, sdraiati alla meglio sui cuscini di cuoio.

In mezzo a quella monotonia, ecco, si spalanca l'uscio con una certa solennità e appare la faccia onesta e sorridente dell'usciere Gaetano, che precede un cosetto vestito di nero, una specie di Leopardi in preparazione, un giovanottino un po' gobbo, paffutello e giallognolo, con piccoli occhi e grandi occhiali, con due labbra infantili, senza ombra di baffi, col mento rotondetto affondato in un solino magistrale, corredato di enorme cravatta nera; soprabito di panno abbottonato, stile del risorgimento nazionale: un tipo: unnuovo.

— Scusi, — dice con voce commossa all'usciere, — dove mi posso sedere?

— Si metta pure dove crede lei, chè tanto, a queste sedute, non viene quasi nessuno.

— Grazie.

— Di niente, s'immagini.

Il neofita, con due orecchi rossi come due pomodori, guarda con la coda dell'occhio a destra e a sinistra, e non vede che individui sdraiati comodamente, i quali lo fissano con curiosità e con un fare leggermente canzonatorio.

Dopo aver meditato a lungo e arrossito parecchie volte, finalmente si decide e, a piccoli passi fatti con cautela straordinaria, quasi camminasse sulle ova, si accosta al primo banco e siede vicino a me, non prima d'avermi detto, con fare cerimonioso:

— Scusi tanto: posso sedere a questo posto?

— Se non hai male alle reni, si, figlio mio! — gli risponde con paterna e incoraggiante bonomia.

Lui si rifà rosso, si mette a sedere e cava fuori un quinternino di carta da lettere e un lapis Faber numero 2. Tanto per darsi un po'di contegno guarda giù nell'aula, con occhi maravigliati, finge di prendere qualche appuntino, poi mi domanda, con voce velata da un leggero tremolìo:

— Perdoni, se la disturbo.... mi farebbe il favore di dirmi chi parla in questo momento?

— Parla il compianto P. C. Boggio.

— Boggio! — esclama lui, esterrefatto; — ma non dicevano che è morto a Lissa?

— Eh, caro mio, si diceva in provincia; — ma se tu badi ai discorsi della gente!...

Il neofita fa sforzi enormi per capire almeno una frase dell'arringa dell'on. Nervo, ma non c'è caso; alla fine, si rivolge nuovamente a me:

— Dirà che sono seccante.... mi fa il piacere di dirmi il soggetto della discussione?

— Ma tu chi sei?

— Sono Prospero Martucci, corrispondente dellaCampanadi Valdinievole, organo del comizio agrario di Pescia....

— Non mi confondere la testa! è una campana o un organo?

—Campana, Campana!

— Ma tu fai il giornalista per campare, o semplicemente percampanare?

— Ecco: io sono studente di liceo qui, a Roma; ma siccome mi diletto a scrivere, mando una corrispondenza al mese allaCampana: il direttore mi ha scritto di occuparmi anche di politica, e io le confesserò schiettamente che non me ne intendo: vengo qui aformarmi; intende? se lei fosse tanto buono....

— Non seccarmi l'anima con questolei; alla tribuna della stampa, per tua regola, non si usa che iltu.

— Sa; io non conosco nessuno....

— E io neppure: tutti questi colleghi che dormono, li vedo oggi per la prima volta, poichè tutti i giorni qui si cambia personale. Del resto, le conoscenze alla tribuna son presto fatte. Vieni abbasso, nel salottino ove si fuma, e conoscerai subito una ventina di colleghi.

Lo presi per mano, lo trascinai nel salottino dove si faceva un baccano d'inferno e, intimando silenzio, dissi:

— Signori: ho l'onore di presentarvi un chiarissimo nostro collega, l'illustre scrittore... Scusa: come ti chiami?

— Prospero Martucci.

— Diciamo, dunque, Martucci, corrispondente dellaCampanadi Valdinievole.

A queste parole, tutti gli si precipitano addosso, gli stringono le mani fino a storpiarle, lo abbracciano, gli si appendono al collo, lo baciano sugli occhiali, lo soffocano letteralmente di dimostrazioni d'affetto, di tenerezze, l'assordano con un diluvio di esclamazioni di questo genere:

— Ma dunque è proprio lei, Prospero Martucci?

— Così giovane e già così Martucci!

— Noi tutti non leggiamo altro che laCampana! è il nostro vangelo!

— Che splendido giornale! io sono così abbonato che non cesserò mai di abbonarmi finchè non sarò abbo.... morto.

— Ma perchè.... perchè non fa cinque o seicampaneil giorno?

Il Martucci, intontito, baciucchiato, ballottato dall'uno all'altro, con un sorriso idiota sulle labbra, risponde a monosillabi, mentre uno gli strappa il cappello di mano, dicendogli:

— Dia qua: non stia con quell'impiccio tra le mani.

— Fa tanto caldo! — grida un altro: — si levi pure anche il soprabito.

E in tre o quattro lo sbottonano e lo mettono in maniche di camicia.

— Dica la verità: si sente meglio?

— S'accomodi.

— Facciamolo sedere.

— Dategli un seggiolone d'onore.

Due lo pigliano sotto le ascelle e lo buttano di peso sopra una poltrona.

— Ma no, su quella! — grida un redattore dellaGazzetta ufficiale del regno; — è una poltrona che ha le molle rotte: fatelo sedere invece sul sofà.

— Ma io garantisco che sto benissimo....

— Non fare complimenti, pagliaccio!

E lo ripigliano di peso, in due o tre, e lo gettano a sedere sul sofà.

— Non vedete, che resta tra due correnti d'aria? Starai meglio su questa sediolina, invece, qui nel cantone.

— Ma no; prego.... su questo sofà si....

È inutile: vien tolto di peso dal sofà e portato sulla sediolina.

— Stai bene?

— Benone.

— Ma avrai un po' di freddo?

— Per niente.

— Ridategli il soprabito.

Gli rimettono, con premura, il soprabito alla rovescia e poi gli domandano:

— Hai ancora freddo?

— No, davvero.

— Ma sì, che hai freddo! non vedete che ha già le scarpe violacee?... bisogna mettergli un tappeto sui ginocchi.

E tosto metà della figura di Martucci sparisce sotto un tappeto, così che, a una certa distanza pare un idolo egizio.

Succede un po' di calma relativa, in cui Martucci ci scambia ancora qualche stretta di mano, balbettando:

— Ma loro mi confondono di cortesie, ma loro....

— Sta zitto; — interrompe il cronista dellaRiforma; — e invece di far dei complimenti stupidi narra la tua biografia.

— Non saprei.

— Come! — esclama un redattore dellaTribuna, — tu non hai una biografia?

E tutti gli altri — sull'ariaEgli non ha parrucca bionda!dellaFiglia di M. Angot— in coro:

Egli non ha biografia!

— Te ne faremo una! — ripiglia il redattore dellaTribuna, e volgendosi gravemente all'uditorio comincia:

— Signori! egli nacque da poveri ma onesti genitori e fin dalla più tenera infanzia....

In quel punto, la voce dell'usciere Gaetano grida dall'alto della scala:

— Signori: Nervo ha finito; parla Minghetti.

Tutti si precipitano alla tribuna e Prospero Martucci resta solo come un cane, suda peggio di un facchino per liberarsi del tappeto e finalmente sale alla tribuna anche lui e si trova tra il redattore dellaTribunae me.

Visto che io stavo scrivendo, si rivolge al collega dellaTribunae gli domanda:

— Chi parla, adesso?

— Lanza.

— Oh!... io lo credevo morto.

— È il fratello.

— Quale?

— Quello delle candele steariche.

— Ah, ho capito! e quel signore grasso e calvo che sta al banco dei ministri chi è? — domanda, indicando l'onorevole Berti.

— Quello?... diavolo! quello è Brofferio.

— Scusi, — dice Martucci un po' risentito; — quanto a Brofferio, mi ricordo perfettamente di avere letto che è morto tanti anni fa.

— Ma tu, caro mio, confondi con Guerrazzi.

— Domando scusa: mi ricordo bene; il morto è proprio Brofferio.

— Hai ragione, perbacco; sono io che confondo. Quel ministro calvo allora è Guerrazzi.

— Ah, dicevo bene!

Verso la fine della seduta, il Martucci domanda al suo cicerone:

— Mi farebbe proprio un gran favore, se avesse la compiacenza di mostrarmi il duca di Sandonato.

— Vedi quell'omino con la barbetta nera? — dice il cicerone, indicando la figura sparuta dell'on. Barazzuoli, soprannominatoAgonia; — ebbene: quello è il duca di Sandonato.

— Davvero?!... e pensare che me l'avevano dipinto come un omaccione cinque volte più grosso!

— Infatti, è appunto cinque volte più grosso; ma oggi quanti ne abbiamo del mese?

— Quindici.

— Ah, ecco, si spiega! Nei giorni dispari, invece, è così.

Si stava nel caffè principale d'Albano, giocando al biliardo e facendo deicolmi, tra tazze di birra e nugoli di mosche.

Gigi Micocci — un pittore che, a soli ventiquattr'anni, già è celebre.... come giocatore dicarolina— aveva strappato due volte il panno e consumato, con incredibile cinismo, uncolmodi questo genere:

— Ilcolmodell'umiliazione da infliggere a un giocatore di prima forza?

Sgomento nell'uditorio.

Gigi Micocci, con sorriso idiota:

— Stracciargli il soprabito, per obbligarlo.... a farsi dare due punti.

La notoria ferocia di Gigi Micocci, in fatto di freddure, è tale che quanti discorrono con lui sono sempre in apprensione e cercano di scoprire il doppio senso delle frasi, anche quando doppio senso assolutamente non c'è.

Così, gli è accaduto un giorno di dire a un suo zio:

— Buongiorno, zio: come va la salute?

Lo zio rimase perplesso, mentalmente indagò quale freddura potesse nascondersi sotto tali parole e, dopo una pausa, conchiuse crollando la testa:

— Sarà bella, questa; ma io.... non la capisco.

— Ma non è freddura, caro zio! è la frase più semplice, più naturale di questo mondo.

Il buon uomo aggrotta i sopraccigli, ripensa daccapo e.... crolla di nuovo la testa, dicendo:

— È curiosa! non capisco neppure questa.

Gigi Micocci, sotto un urlo di esecrazione, dava il gesso alla stecca e preparava un altrocolmopiù scellerato ancora, quand'ecco entra nel caffè il dottor Malachia Pelasquez e tutti gli corrono incontro, gridandogli tra il serio e il faceto:

— I nostri mirallegro!... un mondo di complimenti! se lo meritava, un uomo com'è lei.... davvero, davvero!

— Ma che gli è successo? — domanda Gigi Micocci.

— Non sai? lo hanno nominato commendatore.

— Oh, diavolo!

— Già, già! — dice il dottore, facendosi avanti e barattando strette di mano; — ho avuto la notizia proprio adesso.

— Come, adesso? — domanda Micocci.

— Appunto: discendevo dalla diligenza di porto d'Anzio, quando mi è venuto incontro il mio fattore, con laGazzetta ufficiale....

— Allora, permetta!... mi rallegro tanto tanto anch'io: è un bell'onore!

— Sì.... sì.... ma, pure, mi ha fatto specie una cosa: nella lista dei nuovi commendatori, non ho visto che tre soli casati di gente nobile: il duca Sarteschi, il conte di Melissano e me.

— Voi?

— Io, sì!... ignorate dunque che io discendo, nientemeno, dai principi di Castiglia?

— Ma, allora, perchè un momento fa avete detto che discendevate.... dalla diligenza di porto d'Anzio?

Tranne il dormire, facevano tutto in comune. Parlo di due vecchi procuratori — Lucio Paglia e Alfonso Errera — i quali avevano saputo mettere da parte un bel po' di quattrini, tanto da godersi, nella pace beata dell'ozio, il resto della loro esistenza. Come avevano lavorato assieme per tanti anni, nello stesso studio, così adesso passeggiavano insieme, insieme leggevano, fumavano insieme, mangiavano insieme, insieme bevevano.... Anzi, bevevano fin troppo e si può dire che sei giorni della settimana si alzavano brilli da tavola; allora, gai e ciarlieri, accendevano i sigari e andavano a fare una passeggiata sul Corso. Era, per solito, in quell'oretta gioconda, che nel cervello di Alfonso Errera pullulavano bizzarrie originali, che tosto metteva in esecuzione, senza che il compagno gli si opponesse mai. Anzi, diventava il suo compare, il suo complice.

Certe volte, entrava in tutti i negozi d'orologiaio per chiedere:

— Scusi: ce l'avrebbe una ventina d'ore pomeridiane, magari usate, ma da spender poco?

Un'altra sera, con passo maestoso, s'introducevano in un caffè e, con un mazzo di chiavine, battevano fortemente sopra una tavola. Un cameriere accorreva di corsa e chiedeva a Lucio Paglia:

— Che cosa beve il signore?

— Io nulla.

E Alfonso Errera:

— A me pure: ma con acqua di Seltz.

Quando c'era molta gente e il tabaccaio era in gran faccende, l'Errera entrava in bottega, guardava sul banco, nelle vetrine, dentro le scatole magari e crollava la testa, ripetendo malinconicamente:

— Non ce n'ha!

E il Paglia stando sull'uscio:

— Ce n'ha?

— No: non ce n'ha.

Il tabaccaio, credendo cercassero qualche pipa di vera radica e qualche pacco di sigarette estere, piantava lì ogni altro negozio, esciva dal banco e chiedeva premurosamente all'Errera:

— Che cosa desidera?

— Eh, non ce ne avete!

— Dica: che cosa desidera? — insisteva il tabaccaio.

— Io niente: ma è quel mio amico là fuori che....

Il tabaccaio si dirigeva allora al Paglia:

— Il signore desiderava?...

— Ma se lui dice che non ce ne avete!

— Sentiamo che è, almeno, santo Dio!

— Ecco qua: mi si è rotto un bono da due lire e volevo un po' di margine di francobolli per attaccarlo.

Spesso l'Errera si divertiva a contraffare lo scemo, l'idiota, che si crede un bimbo di quattro o cinque anni.

Tutto dinoccolato e piagnucoloso, si avvicinava a qualche signore dall'apparenza ingenua, gli si appendeva al braccio e, con voce rotta dai singulti, cominciava a tartagliare:

— Ninì! Ninì bello! ha pedduto sua mammà:ci ci, pedduto mammà!... tu tanto bono, attompagna povero Ninì,tasetta bella di mammà sua!

Quel povero signore, con occhi spaventati, guardava esterrefatto quel bimbo barbuto disessant'anni. Allora l'Errera pestava i piedi e si avvicinava a Lucio Paglia per dire sottovoce all'incognito:

— Abbia pazienza! è un povero matto, che la sua famiglia lascia vagabondare, perchè assolutamente innocuo. Veda un po': abbia la bontà di ricondurlo a casa: abita a piazza di Spagna.... lo conoscon tutti. E non lo contraddica mai; prego. Sa come sono, 'sti poveri scemi!

Preso da un senso di viva compassione, la vittima consentiva pietosamente a fingersi la bambinaia dell'Errera e spingeva la bontà fino a dirgli:

— Vieni, vieni, Ninuccio bello, che andiamo da mammina tua.

L'Errera si faceva trascinare, tutto pendoloni, poi si fermava, inevitabilmente, davanti le vetrine di Cagiati e non c'era più verso di smuoverlo:

— Voglio un pulcinella:tompera un bel pulcinella a Ninì!

A scanso di piagnistei, il signore gli comperava un pulcinella da venti soldi; poi l'Errera s'arrestava davanti a un pasticciere:

— Voglio unataramella! Ninì vuole tantetaramelle!Tómpramene tante tante!

E il signore comprava un'incartata di paste o di biscotti e l'offriva al vecchio bambinone, che si metteva a piangere mugolando:

— Ninì tanta sete! voglio untaffè e latte!

E il paziente signore lo faceva entrare nel caffè più vicino; ma proprio, quando erano in mezzo alla gente che li guardava, l'Errera si portava le mani alla pancia, pestava i piedi e gridava:

— Ah, tanto male qui! non ne posso più! Ninì vuol fare la....

Quando le dissero che la casa era cinta da un cordone militare, Amalia fece una grossa risata, rovesciandosi come una matta sulla seggiola a sdraio: non così Mario, la cui faccia s'abbuiò, come se un dispaccio della borsa di Parigi gli avesse annunciato essere la rendita calata di trepunti.

— Accidenti ai cordoni! — borbottò, buttando via, con aria di stizza, la sigaretta.

— Ed io ci ho gusto, invece.

— Bel gusto! già, era meglio che non venissi, questa sera: qualche cosa mi diceva che mi sarebbe successo un guaio.

— Ma sai, caro, che sei d'una sgarberia unica?

— Oh: non mi seccare!

— Quand'è così... ci ho gusto due volte. Domenica scorsa m'avevi promesso di passar duegiorni interi con me e invece poi, al solito, ti sei squagliato. Vedi: è l'amore che si vendica.

— Chi sa in che impicci mi vado a trovare adesso!

— Sì, che ora c'è da spaccarsi la testa contro il muro. Affari non ne hai....

— E che ne sai, te?

— Oh, bella! m'hai detto, sì o no, che in borsa non fai più nulla da un mese in qua? Tua moglie è lontana...

— Ma che lontana! in Arenzano: non c'è che un'oretta di ferrovia.

— Insomma: a casa tua sei solo...

— Niente affatto, perchè c'è il servitore.

— È forse tuo zio, tuo suocero, tuo tutore? con cinque lire, dirà quello che vorrai e ciao.

— Sta bene: ma mia moglie può tornare da un momento all'altro... sabato sera m'aspetta.... tutti i giorni le devo mandare un dispaccio sulla mia salute...

— Il cordone non t'impedisce mica di spedire quanti dispacci vuoi.

— Sì, ma io conosco bene Giacinta: se sabato sera non mi vede, sta pur sicura che domenica mattina, alle sette e nove minuti, ecco che arriva a Genova. Eh, la conosco, io.

— Anche a questo c'è rimedio: perchè non fingi una partenza improvvisa? un viaggio?

— Ci avevo pensato: ma lei, se le dico che sono andato, mettiamo il caso, a Milano, aspetterà i miei dispacci quotidiani da Milano; capisci?

— Ma che sei diventato? un mammalucco? e ci vuol tanto a scrivere a un amico a Milano che spedisca dispacci a nome tuo? non ce l'hai un amico a Milano?

— Sicuro, che ce l'ho: per esempio.... il prefetto. Ma ti pare che mi possa rivolgere a una persona così seria, per una faccenda di questo genere? Ci sarebbe Augusto, ma....

— Chi? Augusto Tebaldi? benissimo: sarebbe quello che fa proprio al caso nostro.

— Lo so: ma è un giovanotto sventato, capace di giocarmi un tiro.

— Ah, questo poi no: siete tanto amici!

— Tanto amici! tanto amici! — ciangottò Mario Ricciarelli, aggrottando i sopraccigli: — l'amicizia non gli ha impedito di fare una gran corte a Giacinta!

— Sul serio?

— Tanto sul serio che, confidenzialmente, l'ho pregato di sospendere le sue visite troppo assidue.

— Ah, dunque sei geloso?

— Geloso, no, ma diavolo! appena lui sapeva che stavo fuori, taffete! in casa mia. Capirai che...

— Capisco: quand'è così, pensa un po' te a qualcun altro.

— Eh, ci penso, sì: ma non trovo.

A furia di pensare, Mario Ricciarelli si convinse che non c'era da scegliere e finì col mandare un telegramma all'amico Augusto, per dirgli press'a poco così: — l'autorità, per misure igieniche, che il diavolo se la pigli, mi ha sequestrato in casa d'Amalia; figurati un po' se lo sapesse mia moglie! Tu solo puoi salvarmi, telegrafando a Giacinta, in Arenzano e a nome mio, per dirle che sto presso di te un po' di giorni per affari importantissimi: ogni mattina, poi, fino a nuovo avviso, le manderai un dispacciosui generis, sempre a nome mio, per dirle che sto bene: apri pure i dispacci suoi che ti arriveranno, sebbene diretti a me; inoltre, siccome sto sulle spine, ti prego di ragguagliarmi di quanto può succedere, per mezzo sempre di dispacci a questo indirizzo:Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva. E non mi fare brutti scherzi, mi raccomando!

Poi, mandò un dispaccio alla moglie in Arenzano per annunciarle la sua partenza improvvisa, e una lettera a Menico, il servitore, per dargli le istruzioni necessarie, casomai.

Così aggiustate alla meglio le proprie faccende,Mario smise un po' il broncio, e disse alla divina Amalia:

— Se, intanto, si cenasse?

Al tocco dopo la mezzanotte arrivò un dispaccio, in cui non si leggeva altro che questo:

Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva, Genova.—Birbone!Augusto Tebaldi.

Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva, Genova.

—Birbone!

Augusto Tebaldi.

Dopo tutto, Mario si rassegnò facilmente al suo destino. Giovane, ricco, spensierato, quella quarantena, insieme con una donnina adorabile, come la Trevisan, non era poi un supplizio tanto spaventevole. Un demonio, quell'Amalia! Non la conoscete? Ma che: l'avrete vista cento volte a spasso per via Roma, con l'ombrellino giallognolo guernito in pizzo di Venezia, o nelle poltrone del Politeama, sorridente sotto un gran cappellone d'una forma singolare, che a lei sola sta bene tanto e non può essere portato che da lei.

Tutti dicono che Mario ci abbia speso di gran quattrini e sarà: è giusto che egli faccia dimenticare l'avarizia del padre, che in mezzo ai milioni è morto di miseria. E poi, Mario non è unminchione: sa spendere e sa guadagnare, poichè, a sentire gli amici, nessuno ha come lui un colpo d'occhio sicuro, nei giuochi di borsa.

Così ci avesse pure un po' più di esperienza nei giochi del matrimonio! Invece, ha il torto di trascurare troppo la signora Giacinta, sua moglie; una creatura che, se la vedeste, pare proprio venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

Le male lingue dicono ch'è un po' civetta, ma quando s'ha un marito scapato come il Ricciarelli, sfido!

Il domani, per tempo, la signora Giacinta, nel suo villino d'Arenzano, ricevette questo dispaccio:

Giacinta RicciarelliArenzano.— Sono arrivato ottima salute — Augusto fecemi accoglienza cordialissima. — Spero sbrigare affari prestissimo — mandami tue notizie.Mario.

Giacinta Ricciarelli

Arenzano.

— Sono arrivato ottima salute — Augusto fecemi accoglienza cordialissima. — Spero sbrigare affari prestissimo — mandami tue notizie.

Mario.

La sera, Mario — o piuttosto Amalia per lui — non ricevette nessun dispaccio dall'amico di Milano, Augusto Tebaldi.

— È strano — pensò.

Il dispaccio atteso arrivò invece la mattinaappresso, in casa Trevisan, ma non era precisamente quello che Mario aspettava, poichè, non senza un brividìo per le vene, lesse quanto segue:

— Giacinta, impaurita inoltrarsi epidemia, ebbe idea recarsi teco Svizzera. Malgrado molti dispacci firmati nome tuo tentassi dissuaderla, ella venne Milano; trovasi attualmente in casa mia. Dissile tu eri andato Bologna affari urgenti; torneresti presto. Rispose aspetteratti. Come devo regolarmi? Telegrafa. O piuttosto: vieni appena puoi!Augusto.

— Giacinta, impaurita inoltrarsi epidemia, ebbe idea recarsi teco Svizzera. Malgrado molti dispacci firmati nome tuo tentassi dissuaderla, ella venne Milano; trovasi attualmente in casa mia. Dissile tu eri andato Bologna affari urgenti; torneresti presto. Rispose aspetteratti. Come devo regolarmi? Telegrafa. O piuttosto: vieni appena puoi!

Augusto.

Non è possibile descrivere l'effetto psicologico prodotto nell'animo di Mario da quelle due tremende parole:Rispose aspetteratti, quasi eco crudele a quelle anteriori:trovasi attualmente in casa mia!

Amalia gli volgeva le spalle per sorridere con malignità; lui si mordeva i baffi e, bestemmiando sottovoce, dava di gran pugni sulla scrivania.

— Oh, questa è grossa! e come si fa, ora? potessi calarmi da una finestra senza esser visto! ma chi è quel porco che ha inventato i cordoni sanitari?

Telegrafare a quel galeotto d'Augusto? ma che cosa telegrafargli? che il diavolo se lo porti via?

Amalia, tacita, sorrideva nella penombra del saloncino e Mario si torceva furiosamente i baffi. Poi, preso il cappello, se lo ficcò in testa e s'avviò verso l'uscio, borbottando:

— In qualche modo, perdinci, escirò.

Amalia lo lasciò andar via, senza dirgli nulla.

Mario scese le scale e sul portone si trovò davanti a due guardie municipali sì, ma inesorabili.

— Arrivo un momento dal tabaccaio e torno.

— Ma lei scherza: non vede che c'è il cordone?

— E quanto durerà questo cordone maledetto?

— Non si riscaldi: pare che domani saranno messi tutti quanti in libertà.

Mario risalì, sbuffando, le scale e rientrò nel saloncino d'Amalia, buttandosi a sedere, con le gambe accavallate, in un cantone.

— Perchè, — gli disse Amalia con voce di flauto e leggero accento canzonatorio — perchè non telegrafi a Tebaldi?

— Eh, non mi rompere l'anima anche te!

Dopo ventiquattr'ore d'angoscia, finalmente era libero! Il prefetto aveva rintascato il suo cordone sanitario e i casigliani preparavano un po' di luminaria per festeggiare il fausto avvenimento.

Mario corse a casa sua, diede dell'imbecille e dell'asino a Menico senza un perchè, fece in fretta e in furia una valigietta e, col primo treno, sebbene fosseomnibus, partì per Milano. Ne masticò della bile, su quel convoglio! Quando, finalmente, arrivò in piazza Beccaria, ove abitava quell'amico birbone, era verde a dirittura. Si fermò mezzo minuto sul portone, quasi a riprendere fiato: poi, col gesto di Cesare al Rubicone, salì le scale e bussò al terzo piano. Gli aprì una cameriera belloccia, col naso in su.

— Chi cerca?

— Cerco... mia moglie.

— Ah, lei è dunque il signor... come si chiama... di Genova: è vero?

— Sì, son io.

— C'è una lettera per lei.

— Una lettera?

Mario rimase lì come la statua d'un viaggiatore con la valigia in mano, mentre la cameriera, svelta svelta, spariva e tornava con una busta verdognola. Mario, macchinalmente, la prese e guardò la soprascritta.


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