Addio Venezia! non ultima gloria d'Italia! Il tuo popolo come il resto dei popoli della penisola, passato sotto le verghe dello straniero, ha perduto la gloriosa impronta di grandezza che lo distingueva ai tempi di Venier e di Dandolo. Come i suoi fratelli si è intisichito d'anima e di corpo e come a loro non gli resta che la millanteria dei tempi passati.
Pare impossibile! a qual punto le nazioni sono corrose dal despotismo e dal prete. Guardate il fiero Yankee(90) bello, franco, eretto che nulla trova di arduo nel mondo e grida sempreAvanti!nelle imprese più arrischiate.
(90) Americano del Nord
Tale è l'inglese e tale è anche lo svizzero.
Paragonate quei liberi popoli coi discendenti di Leonida e di Bruto e questi troverete curvi sotto l'abitudini del servilismo e del continuo timore che fan pesare sovr'essi i due papi di Stamboul(91) e di Roma.
(91) Stamboul, Costantinopoli.
Io ho veduto greci in Costantinopoli inchiodati per un orecchio alla porta della loro bottega e lo straniero passando sogghignare con disprezzo chiamandoli truffatori e ladri ed eran veramente ladri e truffatori condannati al chiodo per falsificazioni e furti.
Il romano mendico sotto i colonnati dei suoi templi ha forse qualche cosa di men disgustante del Romeo(92) di Stamboul, men depresso, ma è altrettanto vizioso e degenerato.
(92) Nome con cui sono conosciuti i Greci in Levante.
E Venezia!, come Roma, come altre sorelle italiche è degenerata! La mia comparsa in quella città predicando i principii santi di libertà e del vero riuscì di poco frutto. Grida sfrenate vi si udirono al mio passaggio ma i fatti poco o nulla corrisposero alle grida. Invece di deputati che io raccomandai buoni furono inviati quasi tutti servili. I preti che io dipinsi quali erano, colle loro turpi malvagità, passeggiano insolenti e riveriti come prima.
A Padova ebbi il caro spettacolo degli studenti di quella celebre università e l'animo mio fu ringiovanito dal loro fervido amore di patria e dell'umanità.
Vicenza, Treviso, Udine, Belluno, Feltre, Conegliano, mi accolsero calorosamente e serberò tutta la vita grata memoria di quelle care popolazioni.
I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni, sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi e chi le fa nascere sono i tiranni.
Vi sono, è vero, delle eccezioni, ma queste hanno generalmente la loro origine in cause che potrebbero aver nome diverso dalla tirannide ma che in sostanza sono sempre il prodotto di tirannide morale o materiale.
La Svizzera, l'Inghilterra, gli Stati Uniti ebbero pure ed avranno forse ancora delle insurrezioni benché quei paesi sieno i meno mal governati.
La Svizzera ebbe il suo Sonderbund e l'Inghilterra ha i suoi Feniani per cagione dei preti cioè per la tirannia morale esercitata dalla negromanzia sulla parte ignorante delle popolazioni.
Gli Stati Uniti ebbero in questi ultimi anni la loro terribile rivoluzione e ne fu cagione la tirannide materiale che i ricchi coloni del Sud esercitavano sui loro schiavi e che avrebbero voluto estendere negli altri Stati dell'Unione. Morale o materiale, è dunque sempre Tirannide la causa delle rivoluzioni. Ed in Roma chi negherà non ci sia materiale e morale tirannia?
Schifosa tirannide è quella del prete! che prostituisce l'Italia allo straniero e la vende per la centesima volta! La più depravata delle tirannidi!
Era una notte d'Ottobre umida, oscura, ventosa. La pioggia avea cessato di grandinare sulla superficie rilucente ed increspata del Tevere. Le sponde del fiume fangose e solcate dagli scoli dei campi dove ogni fosso s'era fatto torrente non presentavano approdo, o ben difficile.
Erano settanta in varie barche armati di revolver e pugnale con alcuni cattivi fucili. Il loro abbigliamento era più semplice assai che non lo comportava la notte fredda e piovosa ma i settanta sentivano il calore dell'eroismo!
In quella notte Roma doveva insorgere. Nella città si erano introdotti molti dei più coraggiosi d'ogni provincia italiana. I nostri vecchi amici Attilio, Muzio, Orazio, ecc., erario al loro posto per capitanare la gioventù romana.
Invano la sbirraglia pretina si travagliava a scoprire i congiurati, arrestare a destra e sinistra chiunque potesse darle il minimo sospetto. Invano! Roma era gremita di generosi pronti a spendere la loro vita per la sua liberazione; e i settanta trascinati dalla corrente del Tevere gonfio dalle pioggie si avanzavano velocemente in soccorso dei fratelli.
All'ombra del monte S. Giuliano approdarono i valorosi sulla mezzanotte tra il ventidue e il ventitré Ottobre 1867.
"Alle quattro a. m. (23) si dovrà marciare su Roma" disse il prode dei prodi, Enrico Cairoli, ai suoi eroici compagni.
"In questo casino della Gloria(93) riposeremo le membra stanche aspettando le relazioni dei nostri di dentro per assaltare simultaneamente i nemici.
(93) Era il nome del Casino sul monte S. Giuliano e che venne occupato dai settanta.
Intanto sento il dovere di ricordarvi che l'impresa è difficile quindi degna di voi. Se alcuno però, piagato nei piedi o indisposto, non si sentisse di seguirci, torni. Noi non gliene faremo un addebito; gli diremo: a rivederci in Roma".
"Nella vita e nella morte, noi vi seguiremo" risposero ad una voce quei tortissimi ed uno solo non se ne trovò che volesse tornare indietro.
"Non vedo la guida che dovea condurci a Roma, né alcuna credo sia venuto di là, a darci notizie dell'insurrezione" diceva Giovanni Cairoli al fratello al ritorno d'una perlustrazione. Ed albeggiava, ed erano proprio in bocca al lupo, cioè inoltrati fra gli avamposti dei papalini e col pericolo d'essere assaliti ad ogni momento.
"Che importa!—dicea l'intrepido Enrico.—Noi siamo qui venuti per pugnare e non torneremo senza aver adempiuto il nostro dovere".
A mezzogiorno un messo da Roma annunziava: il moto della sera avanti essere rimasto dubbio e attendersi notizie ed ordini sul da fare.
Il messo fu rinviato per sollecitare l'azione interna e annunziare la presenza dei settanta pronti a correre in aiuto. Ma nessuna risposta venne ed alle cinque p. m. scoperti da due compagnie di papalini ed attaccati i settanta si prepararono a vincere o morire.
Il valoroso Giovanni Cairoli, che alla testa di ventiquattro dei nostri faceva da vanguardia, in una casa rustica della villa, fu il primo ad essere attaccato e ad onta della superiorità de' nemici, sostenne senza piegare l'urto dei papalini. Ma, temendo che il numero finisse col soverchiare quel pugno di valorosi, il fratello suo Enrico caricò alla riscossa in aiuto dei venticinque e fece piegare co' suoi risoluti compagni i mercenari imbaldanziti che respinti dai coraggiosi italiani si diedero alla fuga. Ma altre forze nemiche, numerose e fresche accorsero a sostenere e raccogliere i fuggenti pigliando posizione dietro le alture del monte S. Giuliano, donde spaventosamente facevan fuoco colle loro armi superiori.
I Cairoli, coi loro intrepidi compagni, per l'inferiorità delle armi, avendone molte che non facevano fuoco, ebbero ricorso alle baionette e fecero una di quelle cariche che decidono sempre della sorte di un combattimento.
I mercenari volsero le spalle e lasciarono sul campo buon numero di morti e parecchi feriti, ma i valorosi soldati della libertà perdettero il loro eroico capo, il di lui fratello, ed ebbero non pochi gravemente feriti.
La notte mise fine a quella pugna di giganti!
E dentro Roma che faceva Cucchi con tutti i patrioti Romani e delle provincie consacrati alla liberazione della città od alla morte?
Cucchi, da Bergamo, una delle più squisite individualità che la rivoluzione abbia dato all'Italia, bello, giovine, ricchissimo e d'una delle prime famiglie di Lombardia, Guerzoni, Bossi, Adamoli e tanti altri, tutti disprezzando le torture dell'inquisizione e mille altri pericoli dirigevano l'insurrezione romana sotto il comando dell'arditissimo bergamasco.
Il povero popolo di Roma era docile alla direzione di quei forti e domandava armi e d'armi ne erano state inviate molte da ogni parte d'Italia ma questo Governo di Firenze, esperto in ogni umiliazione e malvagità ed espertissimo nel fare il birro, avea avuto lo scellerato talento di fermarle tutte, in guisa che di pochissime quei di dentro potevano disporre.
Si aggiunga il tradimento che si preparava a questo popolo infelice: istigandolo a fare alcuni tiri di fucileanche all'ariapoiché sarebbe bastato, si diceva, per far volare l'esercito italiano dalle frontiere e si avrà un'idea dell'infernale perversità con cui da Firenze s'ingannava il popolo di Roma e gli eroici suoi amici.
E i tiri di fucile li fecero i poveri Romani e si batterono senz'armi per le strade contro l'immensa soldatesca ben armata e birri e preti e frati pure in armi e fecero saltare una caserma di zuavi con una mina e col solo coltello pugnarono da disperati contro la famose carabine dei mercenari.
In Trastevere s'eran riuniti i nostri vecchi conoscenti, Attilio, Muzio, Orazio, Silvio e Gasparo, e con loro tutti quelli dei trecento su' quali la polizia non aveva ancora posto le mani(94).
(94) Si facevano ascendere a diecimila i patriotti arrestati in Roma in quest'ultimo movimento, dal paterno Governo dell'angelico.
Il popolo avea trovato capi atti a guidarlo e vi fece il suo dovere.
Alcune delle vecchie carabine da noi conosciute nella campagna di Roma facevano atto di presenza nelle robuste mani di Orazio e de' suoi compagni e servivano d'efficace aiuto al nudo coltello dei trasteverini.
Birri, carabinieri, zuavi, dragoni, in un fascio, colpiti da tegole, stoviglie e arnesi gettati dalle finestre popolane, dalle coltellate del popolo e da alcune poche carabine e fucili, precipitavano la loro fuga nella Lungara verso Ponte S. Angelo e vi furono spinti persino oltre il ponte. Ma questo era infilato da una batteria di cannoni, sostenuta da un reggimento intiero di zuavi e quando il popolo frammischiato ai nemici che inseguiva si affollò sul ponte, il comandante dei clericali, degno seguace di Torquemada, ordinò il fuoco e le sei bocche della batteria e i fuochi di linea della fanteria concentrati sul ponte fecero un vero macello di popolo e di birri.
Che importavano a Sua Santità le membra sparse de' suoi fedeli e compri scherani? Il denaro dei traditori d'Italia era pronto per comprarne degli altri, quel che sommamente importava, era di ammazzare il maggior numero possibile di ribelli.
E molti ribelli pagarono colla vita il loro nobile slancio su quel ponte fatale, tanto più che nella sublimità dell'entusiasmo il popolo tornò per tre volte all'assalto e per tre volte venne respinto dalla grandine fitta di mitraglia e di palle da carabina che vomitavano i difensori del negromantismo.
Chi fosse alla testa del popolo nell'assalto del ponte si può indovinare. I nostri cinque, ruggendo come leoni, dopo aver consumate le cariche, avevano spezzate le loro armi sul cranio della sbirraglia e raccoltene di nuove sugli uccisi trascinavano seco il popolo e coll'esempio e la parola lo spingevano all'eroismo.
Il primo dei coraggiosi capi che morde la polvere fu l'anziano, il venerabile principe della foresta, Gasparo. Egli cadde collo stesso sangue freddo con cui si poneva a sedere all'ombra dell'antica quercia che gli servì di padiglione per tanti anni. Aveva il sorriso sulle labbra ed era beato d'aver potuto dare la vita per la causa santissima del suo paese e dell'umanità.
Un biscaino(95) lo aveva colpito nel cuore e la bella morte fu istantanea e senza dolori.
(95) Mitraglia tonda.
Silvio cadeva accanto a Gasparo, colle due coscie trafitte. Orazio ebbe l'orecchio sinistro portato via da un pezzo di mitraglia e un altro gli sfiorò l'omero destro.
Muzio fu colto da una palla nel petto che lo avrebbe spedito senza il robusto orologio inglese, regalo della bella Giulia, che andò in frantumi, ma gli salvò la vita al prezzo soltanto di una forte contusione.
Attilio ebbe sfiorata la coscia destra, la guancia sinistra e sul cranio un'incannellatura quale fa la corda sull'orlo del pozzo.
Troppo era l'eccidio del popolo, troppi i caduti e dopo tre cariche consecutive quella brava gente fu costretta di retrocedere.
Orazio caricatosi Silvio sugli omeri lo trasportò nella prima casa accanto al ponte ma giuntavi la soldatesca, il prode amante di Camilla vi fu trucidato e fatto a pezzi.
Ugual sorte ebbero donne e bambini e molta gente inerme caduta nelle mani di quei degni soldati dei preti.
Nella Lungara v'è un lanifìcio nel quale erano occupati molti lavoranti. Quanto sieno nobili gli istinti dell'operaio appare nei casi solenni e di rivoluzione. In simili circostanze l'operaio salva la roba e non la ruba, salva la vita agli inermi, agli arresi, e non uccide mai col barbaro cinismo del mercenario. Si batte poi come leone disarmato contro gli armati, uno contro dieci.
Di quel lanificio di Lungara molti operai si trovavano già cogl'insorti e solo i più vecchi erano rimasti nello stabilimento.
Quando però quei buoni vecchi scorsero il popolo ed i loro compagni perseguiti da birri e da mercenari, spalancarono le porte, introdussero dentro i fuggenti o gran parte e poi spianarono stanghe, mannaie ed ogni istromento di ferro o di legno che potesse servire a difesa e ad offesa contro gli odiati stranieri e i birri persecutori.
Ne nacque un parapiglia indicibile all'entrata del lanificio ove il vantaggio rimase alla gente onesta ed ove non pochi della sbirraglia ebbero le cervella fracassate a colpi di stanga e la pelle forata da coltelli. Fu d'uopo che i birri imprendessero un regolare assedio, pigliassero posizione nelle case di fronte e nelle circonvicine e così continuassero la pugna. I nostri asserragliati e barricati nel lanificio e ne' suoi dintorni, radunate alcune armi da fuoco tenner testa, e continuò con varia fortuna accanitissimo il combattimento.
I superstiti nostri tre amici, feriti, avevan combattuto e combattevano da leoni. Gli insorti, animati dai loro capi, s'eran pure portati valorosamente, ma le munizioni mancavano e colonne di mercenari si avanzavano in sostegno dei loro.
La notte favoriva i figli della libertà che quantunque privi di munizioni e pochi non cessavano di resistere. Eran le sette pomeridiane, quando rallentati i fuochi degli insorti, una colonna di papalini si accinse all'assalto prendendo di mira il gran portone dell'edificio che gl'insorti avevano barricato ma non chiuso.
Orazio e Muzio dopo avere barricato il portone del lanificio armati ciascuno d'una mannaia, collocati i più giovani romani e più arditi a destra e sinistra del portone alla difesa, si tenevano pronti a resistere disperatamente ed a vendere cara la loro vita.
Attilio s'era incaricato di distribuire il resto della gente negli usci interni dello stabilimento, fatti barricare nel miglior modo possibile collocando buon numero di operai alle finestre del piano superiore donde dovevano scagliare sugli assalitori quanti oggetti pesanti potevano loro venire alla mano. Egli, armato della sciabola d'un gendarme ucciso da lui stesso nella giornata, scendeva poi a raggiungere gli amici al posto più pericoloso.
L'aspetto dell'interno del lanificio già era straziante. Molti cadaveri di coraggiosi popolani morti alla difesa dello stabilimento, erano stati portati ed ammassati nell'angolo più oscuro dell'ampio cortile. Molti feriti giacevano qua e là negli altri angoli e nelle stanze terrene e un solo lamento non si udiva da que' valorosi figli del popolo.
L'immensa tavola con un candelabro nel mezzo occupava il centro di un vasto salone a sinistra dell'ingresso e su quella tavola si vedevano ammonticchiate bende, fascie, filacce e panni di varie specie che la causa aveva potuto fornire pel servizio dei feriti. Bottiglioni, bottiglie, fogliette con vino non mancavano. Una conca grande d'acqua stava a' piedi della tavola, forse refrigerio più utile ai sofferenti feriti sia per mantenere, bagnandole, le loro ferite umide e fresche, sia per appagare la sete che le ferite generalmente cagionano.
Tre donne di rara bellezza sopraintendevano alla cura dei feriti ed al nobile e gentile loro aspetto, noi riconosciamo le nostre eroine: Clelia, Giulia ed Irene. La povera, la derelitta Camilla inconscia ancora della perdita del suo Silvio e coi segni in volto delle passate sventure, aiutava macchinalmente le tre pietose.
Tutte avevano fatto parte di quel popolo che per un pezzo vittorioso, aveva inseguito i mercenari sino al ponte S. Angelo e tutte si erano precipitate nel lanificio quando il popolo respinto si rifugiò e si trincerò in quello stabilimento.
Altre donne del popolo aiutavano pure e portavano ai feriti quel soccorso che la circostanza permetteva.
"Ebbene, principe della campagna romana,—diceva Attilio ad Orazio—ne hai già vedute molte, ma questa pugna che stiamo digerendo sta notte è certo delle più ardue. Mi consola però che questi nostri Romani mostrano ricordarsi de' tempi antichi.
Guardali. Nessuno impallidisce. Tutti sono pronti ad affrontare la morte, comunque essa venga".
"Anzi,—rispondeva Orazio—essi mangiano, bevono, e tripudiano come se fossero a una passeggiata al Foro a vuotarvi la foglietta".
"Eppure,—ripigliava il valoroso marito d'Irene,—essi avranno dura impresa a sostenere contro tanta canaglia che ci attornia e che aspetta il momento propizio per assaltarci.
Dall'aspetto di coloro che abbiamo a fronte e la cui baldanza aumenta sempre dal fuoco infernale che ci fanno contro e dai loro sguardi ed applausi che volgono verso il ponte S. Angelo, v'è da dedurre ch'essi non tarderanno a muoversi contro di noi colle truppe fresche che ingrossano di continuo".
"Non dubitare,—soggiungeva Muzio,—il ferro di questo fucile sarà ben vermiglio prima che quei briganti saltino qui dentro".
"Diamo un sorso d'Orvieto a questi nostri prodi", esclamò Attilio. E dopo aver tutti rinfrescata la gola con un bicchiere corroborante un grido unanime e solenne di "Viva l'Italia" risuonò strepitoso nella folla accalcata dei nobili difensori di Roma.
Mentre si pugnava disperatamente in Trastevere, i Montigiani, guidati da Cucchi, Guerzoni, Bossi, Adamoli ed altri generosi non se ne stavano colle mani alla cintola.
Lo scoppio della mina nella caserma degli zuavi era convenuto dovesse essere come il segnale del loro moto. E la mina scoppiò e quei prodi mossero con eroica risoluzione alla testa di tutta la gioventù romana che si potè radunare.
Quanti birri, impauriti dallo scoppio della mina si trovarono sul passaggio del popolo, furono disarmati od uccisi quelli che vollero resistere.
Però la mina avea fatto molto fracasso e poco danno, vuoi perché fosse la polvere insufficiente o pure mal collocata. I giornali clericali e i governativi italiani (che vuol poi dire lo stesso) assicurano: che solo la musica dei zuavi, composta d'Italiani era volata per aria e che gli stranieri, specialmente raccomandati alle efficaci preghiere di Sua Santità, erano stati miracolosamente salvi. Forse perché gli Italiani, hanno la fortuna di non essere più l'oggetto delle preci della negromanzia!
Il fatto sta, che pochi furono i mercenari morti e gli altri, usciti dalle caserme ed ordinatisi, incominciarono un fuoco d'inferno contro il popolo inerme.
Sulla caserma si dirigeva Cucchi coi suoi luogotenenti Bossi ed Adamoli ed alla loro voce e col loro esempio la gioventù romana si precipitava furibonda contro i mercenari stranieri. Era una lotta a corpo a corpo di gente per la maggior parte inerme, che s'avvinghiava ai soldati di mestiere e cercava di strappar loro le armi. Ma i mercenari erano molti. L'oro e i sussidi del Bonaparte erano stati potenti. Un gran numero di soldati francesi, sotto l'assisa degli zuavi pontifici da molto tempo per Civitavecchia aveva presa la via di Roma.
I mezzi che i paolotti, gesuiti, reazionarii avevano inviato al papa da tutte le parti del mondo erano immensi. Si aggiunga a tutto ciò gran numero di fanatici, preti e monaci che coll'abito di mercenari(96) frammischiati ai soldati papalini, li eccitavano all'eroismo delle carneficine promettendo loro in ricompensa la gloria del paradiso oltre alle ricompense di molto oro e quant'altro potevano desiderare.
(96) Di costoro se n'eran trovati in Monterotondo coi zuavi prigionieri.
Povero popolo di Roma!
E chi dobbiam contar noi sotto quella denominazione quando si sìa detratto tutto quanto v'era di popolo pretino? Togliete Papa, cardinali, monsignori, preti, frati, accumulati lì, dell'intiero globo, con donne, con servitori, con cuochi, con cocchieri e con parenti di cuochi, di servi, di serve, delle loro donne e con una massa di popolazione operaia vivente alle spese di questa ricchissima ciurmaglia, ciò che resta meritevole del nome di popolo, che non appartiene al negromantismo, sono alcune famiglie oneste del medio ceto, pochi barcaiuoli e pochi mendichi.
Nella campagna, ove l'ignoranza mantenuta dal pretismo ha gettato ancor più forti radici, la gente parteggiava per il clericume in tutta l'Italia, massime nella campagna di Roma ove tutti i padroni son preti od amici potenti dei preti.
Mentre Cucchi co' suoi prodi compagni sosteneva alla testa del popolo un'eroica ma disuguale pugna nei dintorni della caserma degli zuavi, Guerzoni e Castellazzi, guidando un drappello di giovani aveano assaltato porta S. Paolo, disarmato alcune guardie ed incamminanvansi fuori ove dovevasi trovare un deposito d'armi. Le armi vi erano veramente ma padroni di quelle armi si trovavano già forti nerbi di truppe e birri pontifici con cui i nostri valorosi amici dovettero pure sostenere un disugualissimo combattimento e finalmente disperdersi perseguiti dall'accanita sbirraglia.
Quando si pensa alla depravazione a cui hanno condotto le genti questi due ultimi abbominevoli governi d'Italia coll'oro del popolo e della reazione mondiale, è cosa da fare spavento!
Dalla posta vi arrivano le lettere insignificanti dopo d'esser state aperte dalla polizia, ma nessuna di quelle che contengano ombra di politica giunge fino a voi. I segreti di famiglia e d'amicizia difficilmente rimangono inviolati dalla gran calca di spie, coll'abito sacerdotale o laico, che infestano questa società corrottissima.
In fine si potrebbe asserire senza pericolo di allontanarsi dal vero: che la metà del popolo vive faticosamente ed a stento pagando le intemperanze e le scelleraggini dei governi.
L'altra metà è pagata grassamente dai suddetti governi per opprimere, combattere e spiare la prima.
Se sieno questi governi conformi alle aspirazioni nazionali verso il bene lo lascio giudicare dalle nazioni che ponno guardare pacatamente dal di fuori all'infelice condizione d'Italia.
Gli eroici Cairoli ed i loro compagni pagavano col loro sangue il sublime loro patriottismo e la generosa solidarietà cogli insorti Romani. L'alba del 24 ottobre, piovosa, fosca, malinconica, foriera di nuove sventure Italiane, rischiarava la infantile e nobile fisionomia di Enrico, il nuovo Leonida, del fratello suo Giovanni, e di molti altri di quella stupenda brigata. Il primo, morto col sorriso del disprezzo sulle labbra per la bordaglia che gli avea combattuti, dieci contro uno; Giovanni, quasi mortalmente ferito accanto al cadavere dell'amatissimo fratello e tutti gli altri di cui la storia registrerà i gloriosi nomi, morti o malamente feriti
Pochi furono i superstiti dei valorosi settanta e quei pochi lasciarono il campo per riunirsi ad altri fratelli che pugnavano nello stesso tempo contro le orde straniere fuori delle mura di Roma.
L'impresa di Guerzoni per impadronirsi delle armi esistenti fuori di porta S. Paolo da lui condotta coll'intrepidezza spiegata in cento combattimenti era fallita per l'ovvia ragione che la gioventù Romana sotto a' suoi ordini non avendo armi, fu costretta di sottrarsi ai colpi dei mercenari e disperdersi. Lui e Castellazzi dopo molte prove di valore e di risoluzione disperata furono trascinati dallo sbandamento del popolo ed obbligati di appiattarsi per aspettare una nuova opportunità d'insorgere.
Cucchi, Bossi, Adamoli, alla testa del loro nucleo di popolo fecero prodigi di valore, e s'impadronirono di una parte della caserma degli zuavi armati di soli revolver e coltelli. Vi furono delle pugne tra popolani e papalini, ove coi denti, in mancanza di altre armi, furono sbranati i nemici.
Ma qui pure bisognò cedere al numero, alla disciplina ed alla superiorità delle armi e qui pure il chiarore dell'alba del ventiquattro, presentò ai passeggieri impauriti un mucchio di cadaveri e di morenti da far raccapriccio.
Ecco in qual modo si consolidava il trono crollante dell'angelico, raffermato nella strage dei poveri Romani operata dalla schiuma di canaglia di ogni nazione, sostenuta dalle baionette dei soldati di Bonaparte.
"Pronti ragazzi!" sciamarono quasi ad una voce Orazio, Attilio e Muzio. "Pronti!" e quest'ultima voce non era ancor pronunciata quando una valanga di papalini irrompeva contro il portone del lanificio.
Di dentro s'eran smorzati tutti i lumi in modo che i bìrri, veduti dai nostri, non potevano scorgere particolarmente nessuno dei figli della libertà. Così i primi che si attentarono di varcare la barricata caddero col cranio fracassato dalle terribili scuri di Orazio e di Muzio, dallo spadone d'Attilio e da altri istromentì di difesa adoperati dai loro valorosi compagni.
Però una perdita ben importante soffrirono i nostri in quel primo assalto benché respinto: una palla di revolver avea trafitto nel cuore il valoroso Orazio mentre, rovesciati colla scure i primi assalitori, disdegnando combattere al coperto aveva sporta la persona al disopra della barricata per raggiungere nuovi nemici.
Il principe della campagna romana cadeva, come la quercia della foresta sotto la scure e la robusta sua destra stringeva ancora la propria arma benché fosse già morto.
"Irene!" fu l'ultimo suo pensiero e l'accento che ultimo uscì dalle sue labbra. Ed Irene sentì l'anima trafitta da quella voce morente!
Quantunque le tre donne non prendessero parte alla difesa del portone pur stavano a poca distanza da coloro il cui palpito batteva nel lor proprio cuore.
Irene giunse la prima, ove la voce del diletto della sua vita la chiamava e, visto Orazio che era rimasto giacente sopra alla barricata, la bella donna, incurante del proprio pericolo, volle salire pur essa, ma cadde colpita nella bellissima fronte da una palla de' moschetti che i mercenari dopo il loro insuccesso sparavano rabbiosamente nel vuoto del portone.
Lascio pensare con che animo i due amici ancor vivi e le loro care facessero trasportare nell'interno quelle salme preziose. Infelici forse più i superstiti che gli amici estinti.
Intanto il lanificio era divenuto un carnaio poiché riuscivano inutili le ammonizioni dei capi ai popolani affinchè si tenessero al coperto.
Vi sono dei momenti di parossismo durante la pugna nei quali la morte perde tutto il suo orrore e ammiri tale che sarebbe fuggito dinanzi ad un cavaliere disarmato, non far caso di una grandine fitta di fucilate che lo prendono a bersaglio.
Accadeva così a quei poveri e valorosi operai. Non vedevano più il gran numero di truppe che li accerchiavano, non la moltitudine di coloro che sparavano contro il portone. Andavano di su e di giù per tutti i versi e senza precauzione, e si facevano miseramente ferire e inutilmente. Così il numero dei difensori diradava ed aumentava quello dei cadaveri e dei feriti.
Attilio e Muzio presentivano il loro fato ed erano risoluti di affrontarlo colla pienezza del loro eroismo. Ma Clelia! ma Giulia! perché dovranno morire anche esse? Così giovani, così belle…?
"Va Muzio,—diceva Attilio,—persuadile finché c'è tempo ad uscire dalla parte di dietro dello stabilimento e mettersi in salvo. Di' loro che noi le seguiremo più tardi".
Colle sue ultime parole il generoso romano mentiva, perché ben sapeva che mai le avrebbe seguite. Egli aveva già assaporata la voluttà del martirio e non l'avrebbe ceduto al prezzo di un impero.
Ma chi è piombato là in mezzo quasi per miracolo arrampicandosi per una finestra come uno scoiattolo? Chi può essere che cerchi di entrare in quel finimondo negli ultimi e luttuosi momenti? il nostro lettore forse lo indovina.
John! il bravo John salvato dal naufragio da Orazio a cui s'era legato con singolare affezione. Avendo avuto parte in tanti successi dei nostri eroi il piccolo John aveva ottenuto il privilegio di lasciare lo Yacht a Livorno, o dove meglio gli piacesse, a dispetto del capitano Thompson ed anche dell'Aurelia e venire a passare alcuni giorni co' suoi amatissimi amici e la sua signora.
Egli era già in Roma durante questi ultimi tremendi avvenimenti e aveva bravamente affrontata la mitraglia sul ponte e s'era poi col popolo ritirato nel lanificio. Di qua però era immediatamente partito, perché Giulia, lo aveva inviato a cercar notizie del come andasse l'insurrezione sugli altri punti di Roma. Ora tornava e noi lo sappiamo con novelle tristissime. Nella sua qualità d'inglese e coll'elasticità che lo distingueva egli aveva assistito a quasi tutte le pugne e coi propri occhi s'era reso certo dei resultati infelici.
Attilio e Muzio ben conoscevano, come dissi, la sorte loro serbata e sapevano pure essere quasi impossibile che le donne potessero uscire dalla parte posteriore del lanificio. Per tentarlo esse avrebbero avuto bisogno della lestezza ed agilità del giovane marino seguendo, nell'uscire, la via aerea ch'egli aveva trovata per giungere nell'interno.
Alle esortazioni che avevagli fatte Attilio così Muzio rispose: "Io dirò alle donne tutto quello che vuoi. Ma credo in prima impossibile che oramai si possano mettere in salvo poi ritengo per fermo che anche potendolo non lo vorranno".
Fra gli operai superstiti che si trovavano alla difesa del portone si scorgeva un canuto. Questi prestava orecchio alla conversazione dei due capi e alle ultime parole di Muzio intervenne, dicendo: "Se vi preme ritirarvi da questo luogo e salvare voi e le donne vostre io conosco un andito segreto che vi condurrà certamente fuori di pericolo".
Un barlume di speranza, la speranza di salvare quelle carissime creature, balenò alla mente dei due amici i quali, non essendovi tempo da perdere giacché i nemici si preparavano ad un nuovo assalto, vollero tosto seguire il provvidenziale consiglio del vecchio operaio.
Muzio si avvicinò a Giulia e Clelia che non erano lontane e mettendo innanzi la condizione, che Attilio e lui le avrebbero seguite nel sotterraneo dove toccava loro come capi a scendere gli ultimi e non i primi, giunse a rimoverle dal loro ostinato diniego. Così fu stabilito che s'inoltrassero nel sotterraneo sotto la scorta del vecchio Dentato e di John. Le altre donne seguirebbero la marcia e per ultimi i nostri amici con quanti restavano ancora dei difensori del lanificio.
E i feriti? Se vi è una circostanza disgustosa, odiosa, terribile in questi macelli d'uomini che si chiamano battaglie, essa è certamente quella di dover abbandonare i propri feriti al nemico!
Poveri feriti! In un istante i volti dei vostri amici, dei vostri fratelli che vi compiangevano e vi assistevano con tanta amorevolezza spariranno! e al lor posto verranno i ributtanti, orridi, millantatori ceffi dei mercenari, che secondo la lor scellerata natura, infrangendo ogni diritto di guerra e delle genti, vorranno bagnare le negromantiche baionette nel sangue vostro prezioso!
Codardi! loro che fuggirono davanti a voi; loro, cui concedeste generosamente la vita(97) sorretti ora da ventimila soldati del due Dicembre si son rifatti arditi e, perversi!, hanno dimenticato che vi devono l'infame loro esistenza!
(97) A Monterotondo, dopo che avevano vigliaccamente fucilato il Maggiore Testori, il quale era andato parlamentare con loro con bandiera bianca.
In S. Antonio (America) eran pur italiani che pugnavano contra soldati del despotismo! e molti e moltissimi furono i feriti! Là sugli omeri dei fratelli e sui cavalli si dovevano trasportare i feriti ed uno solo vivo(98) non rimase nelle mani dei cannibali di Rosas.
(98) È doloroso confessarlo, un ferito gravemente fu ucciso per non lasciarlo ad essere sgozzato dall'efferato nemico.
E sono forse da meno i cannibali del prete? Nella stazione di Monterotondo dove dopo il glorioso assalto del venticinque Ottobre giacevano tre feriti in attesa del convoglio che li trasportasse a Terni giunsero i soldati del papa e, degni seguaci degli inquisitori, si divertirono a trucidare quegli infelici nostri compagni a colpi di baionetta e col calcio dei fucili(99).
(99) Storico.
Oh! Italiani! non lasciate mai in poter del nemico i vostri feriti! È troppo miserando spettacolo! Se non verranno macellati rimarranno esposti per lo meno agli scherni ed alle beffe di chi sciaguratamente è assuefatto a disprezzare l'Italia!
Attilio e Muzio, stanchi e piagati, non vollero abbandonare i feriti all'insulto ed al ferro dei soldati pretini.
Nel sito più basso del lanificio, all'estremità d'un immenso lavatoio per la lana scorgevasi una porta di quercia massiccia, la quale sembrava a primo aspetto dover dare sul canale delle acque, canale che probabilmente andava a sboccare nel Tevere parte del Tevere egli stesso. E il canale esisteva davvero, ma la porta metteva invece in un sotterraneo, a traverso un ponte costrutto sul canale stesso.
Per quel sotterraneo cominciò a difilare la pietosa processione di donne, di feriti e d'assistenti quando ogni speranza, non di vincere, ma anche di resistere, era venuta meno.
Ma nella città pretina, colla corrotta miserabile educazione della menzogna e dell'ipocrisia, troppi sono i traditori ed un traditore vi fu che gettando uno scritto da una finestra mentre scendevano i popolani, avvertiva gli sgherri della ritirata dei difensori.
L'assalto allora non venne più a lungo differito. Una moltitudine sempre crescente di mercenari e di birri s'avventò sulla barricata del portone e lo invase mentre ben pochi eran rimasti i difensori.
Attilio e Muzio, se, più amanti della propria salvezza, dati si fossero alla fuga, forse avrebbero potuto salvare la vita ma!… erano troppo disdegnosi quei due veri romani e non fuggirono! ed arrestarono per un pezzo combattendo disperatamente a corpo a corpo l'irrompente ciurmaglia.
Dei nemici ne furono molti abbattuti, e un mucchio di morenti e di cadaveri attestava l'eroismo della disperata difesa. Però gli eroi, come i codardi hanno una vita sola! e troppi eran gli assalitori onde alla fine l'uno accanto all'altro esalarono l'ultimo sospiro anche i due valorosi campioni della libertà Romana!
Dentato, il canuto operaio che aveva assistito a quest'ultima pugna, vedendo ogni speranza svanita, pratico come era del sito, col favore delle tenebre guadagnò il lavatoio, poi il sotterraneo e chiuse su quella scena di sangue la porta di dentro e la sbarrò come poteva meglio.
Gli assassini stipendiati dal prete altro incentivo non avendo che la depredazione e la strage innondarono colla speranza di bottino ogni parte del lanificio che più oggetti conteneva da rubare non curandosi del sudicio lavatoio donde eran fuggiti i superstiti difensori della libertà italiana. Ma il mattino vedendo che lo stabilimento altro non conteneva che cadaveri venne loro il dubbio della sotterranea fuga.
Cercarono, frugarono e trovarono finalmente la porta salvatrice ma il tempo trascorso, quello impiegato nell'abbattere le sbarre e il tempo per organizzare un'entrata regolare e cauta nelle tenebre diedero agio ai fuggitivi di mettersi in salvo dalla persecuzione.
Nei primi di Novembre 1867 scendevano alla stazione di Livorno tre donne, un vecchio ed un garzone sul fiore degli anni.
Con quella dolente famiglia stava una di quelle figlie di Albione che, quantunque mestissima e vestita a lutto, vi avrebbe fatto sentire la beatitudine della vita con un solo suo sguardo.
La sua dama di compagnia, non men bella, non meno mesta, mostrava nei lineamenti del volto quella squisitezza donnesca che Raffaello aveva amato nella Fornarina.
La terza pure di quelle donne era bella. Ma!… la sventura le avea troppo palesamente solcata la fronte e cert'arìa quasi di demenza si discerneva sul suo viso.
Il canuto, che Giulia non avea voluto abbandonare alla miseria, badava al bagaglio.
John, colla disinvoltura dei suoi tredici anni, dava mano alle donne nello scendere dal convoglio; poi, avendo scoperto il capitano Thompson con l'Aurelìa che erano là ad aspettarli, d'un salto fu nelle braccia di lei che lo amava come un figlio quantunque lo giudicasse un po' troppo biricchino.
"Li ho baciati cadaveri!" mormorò John alla matrona ed una lagrima rigava la rosea guancia del biondo figlio della Britannia. Egli accennava ad Orazio ed Irene che tanto lo avevano amato ed eran stati i suoi salvatori.
L'abbracciarsi delle donne fu scena di pianto che l'una versava sul seno dell'altra senza poter pronunziare una sola parola.
Dopo avere assistito a quella muta scena per un pezzo, lui pure intenerito, il buon capitano Thompson, alzò il capo e dirigendosi alla sua signora in inglese le disse:
"LoYachtè là al molo che aspetta i vostri ordini se mai desiderate andare a bordo".
"Sì, Thompson, a bordo, e metteremo alla vela subito per uscire d'Italia. È una terra, come dice Alfieri, ove la pianta uomo nasce più robusta che dovunque e gli stessi atroci delitti che vi si commettono ne sono una prova". Non molto tempo dopo loYachtveleggiava superbo verso lamerry England(100).
(100) L'allegra Inghilterra.
Giulia, tornata nella terra natale, continuò le sue affettouse cure alla nuova famiglia alla quale non tardarono a riunirsi Manlio e Silvia rimasti fino allora nellaSolitariae giurò che non tornerebbe tra questo popolo infelice se non quando Roma, libera dalla peste pretina, le permetterebbe d'innalzare un monumento al diletto del suo cuore ed ai suoi eroici compagni.
Brevi ma sanguinosi furono gli ultimi episodi della vita militare dei volontari italiani allo scorcio del 1867.
Fatti eroici di molti prodi lì segnalarono; ed un assalto che le tenebre della notte coprirono, e che fu degno del più splendido sole. Se ne ricorderanno i mercenari del prete che chiesero impauriti la vita dopo che s'erano macchiati contro i loro vincitori con atti infami da veri vandali quali sono e saranno sempre.
Se la mia penna troppo sovente s'intinge nel fiele e se sovente si tempera non col gentile temperino ma coll'acuto triangolare, terribile pugnale del carbonaro, ne ho ben donde!
E chi potrebbe contemplare impassibile, questa terra benedetta da Dio, così maledetta dagli uomini?
Chi potrebbe mirare indifferente gli sforzi d'una nazione infelice, ma generosa, annientati da una caterva di epuloni traditori che con inaudite nefande scelleraggini vendono per il loro personale interesse, la terra ove nacquero, il popolo che li sorregge de' suoi averi e del suo sangue, a spregevole tiranno straniero?
Il papato! Quel cancro del corpo italiano è all'agonia. L'Italia intiera ha compreso che non c'è vita, non prosperità possibile con quell'inferno di vivi(101). Da tutti gli angoli della penisola si alza una voce di entusiasmo, di giubilo, per il prossimo esterminio del mostro. Privati, Municipi, stranieri, amici contribuiscono con ogni mezzo a sovvenire la schiera dei liberatori. Finalmente! la terra italiana sarà lavata da tanta lordura!
(101) Petrarca.
La gioventù coraggiosa si accalca nelle file degli iniziatori per aver parte nella gloria. Acquapendente, Monte Libretti, Monterotondo echeggiano dell'inno della vittoria che i valorosi italiani riportarono sui mercenari stranieri. L'Agro Romano è sgombro dall'infesta loro presenza. I ponti che conducono alla città eterna saltano in aria allo scoppio delle mine e preti e mercenari e birri dopo avere barricate le porte si rintanano impauriti e tremanti dentro Roma.
Era finita! Il mondo intiero salutava festante i giovani redentori dell'umanità oppressa, ingannata, tradita per tanti secoli! Ma…
Ma!… a Parigi e a Firenze congiuravano i fautori delle sciagure de' popoli, i sostenitori della ingiustizia, della menzogna. Gli uni apparecchiavano le navi e le soldatesche, gli altri più perversi e più codardi, gettavano tra il popolo tradito la paura, la diffidenza e, nelle file dei vincitori degli sgherri, la corruzione e lo sconforto.
Mentana fu il risultato di tante mene scellerate!
Dopo avere gettato Io sconforto nelle schiere dei volontari, impedito che soccorsi loro giungessero, disarmato coloro che potevano esserlo senza pericolo, (perché ognuno di questi tradimenti si fece colla viltà che caratterizza sempre il gesuitismo governativo), dopo avere ingannato il paese e l'esercito coll'occupazione dialcuni puntidel territorio romano, col mentito pretesto di arrestare l'invasione francese; privato i volontari delle poche munizioni che si fabbricavano per loro nei generosi paesi di confine, eccitato alla diserzione molte migliaia di loro, dopo tutto ciò, si preparava Mentana.
E Mentana poteva riuscire un secondo Trenta aprile(102) ad onta di tante circostanze a noi sfavorevoli. A Mentana, io ho veduto i mercenari fuggire colle baionette alle reni dai nostri catenacci(103), senza munizione, fuggire davanti ai nostri giovani militi. A Mentana, per un'ora, i volontari hanno potuto passeggiare padroni del campo di battaglia sopra mucchi di cadaveri nemici.
(102) Roma 1849. (103) Cattivissimi fucili.
Ma a Mentana dopo l'eroismo di tanti prodi caduti e mutilati sul campo si udì risuonare in mezzo ad una folla di traditori codardi la voce "duemila francesi hanno attaccato la retroguardia!" e quella voce divenne persistente, e quella voce ebbe colore di un fatto positivo talché a me stesso fu assicurato da gente che veritiera mi sembrava, coll'aggiungervi: "gli ho veduti".
Maledizione! Fino a che punto può giungere la perversità umana! e quale lezione per l'italiana gioventù!
Quei vittoriosi militi piegano in ritirata!… né odono più la rauca mia voce e quella dei prodi miei ufficiali!…
Ricordiamola questa recente storia: poi ditemi come si fa a non intingere la penna nel fiele, a non temperarla col pugnale!
Chi potrà negare: essere questa Italia un pandemonio?
Eppure! ove si trova un paese più favorito dalla natura: con un cielo unico, un clima stupendo, produzioni variatissime ed eccellenti, popolazioni vivaci e d'intelligenza non superata da altri popoli, soldati che sarebbero senza dubbio i primi del mondo, se fossero ben diretti, marinari non secondi a nessuno?
E tutti questi vantaggi, tutti questi favori della natura sono annientati dalla connivenza, dal mutuo accordo de' preti con un pessimo governo.
Voi trovate miseria, ignoranza e debolezza, umiliazione allo straniero ove dovreste trovare abbondanza, sapienza, forza e fronte alta contro ai prepotenti.
Un governo avvilito, impopolare, invece di organizzare un esercito nazionale che potrebbe stare a fronte dei primi eserciti del mondo si contenta, agglomerando carabinieri, a guardie di sicurezza e di finanza di ridurre l'arte di governo a sprecare il denaro della nazione in spaventose spese segrete.
Una marina che potrebbe gareggiare colle più floride è ridotta al punto da far compassione per non volerla mettere in mano a gente onesta e capace.
E Marina ed Esercito se ne udite gli ufficiali: non sono capaci a far la guerra a chicchessia e solo si adoprano a reprimere le aspirazioni nazionali, ad appoggiare gli atti repressivi e liberticidi del governo.
Due tradimenti abbominevoli furono perpetrati da questo inqualificabile governo nel breve periodo che corse da ottobre a novembre 1867, circa alla questione Romana.
Profittando della mia relegazione a Caprera ed ingannando come sempre tutto il mondo, il governo fece assicurare dai nostri stessi amici i Romani che bastava tirasseropoche fucilate anche all'ariapeché l'esercito italiano marciasse immediatamente su Roma.
Ed i Romani, poveretti, fecero le fucilate, mandarono all'aria una caserma di zuavi e combatterono senz'armi nelle vie delle città, e fuori, come poteva combattere un popolo in quelle tristissime condizioni.
Ma questo Governo ingannatore pensò forse a far muovere un solo soldato italiano alla volta di Roma?
Così furono sacrificati gli eroici Cairoli e i loro compagni, così un numero grande di cittadini romani cadeva sotto le baionette dei mercenari stranieri o riempiva le orride prigioni del prete.
Non meno abbominevole fu il tradimento operato contro i volontari.
Mentre si prometteva: che allo sbarco del primo soldato francese l'esercito marcerebbe su Roma, il Governo per ingannare il paese occupòalcuni punti(!) del territorio Romano e guarnì la frontiera d'un numero considerevole di truppa, ma per disarmare i volontari come successe ad alcune compagnie e per chiudere loro tutte le vie acciocché nessun sussidio potesse più giungere dai loro fratelli e dai comitati di soccorso. Così isolati, i volontari e privi d'ogni soccorso, massime dell'essenziale, le munizioni, che si sapeva che mancavano; avendo il Governo ed i preti coi mezzi gesuitici che loro soli conoscono gettato lo sconforto e la demoralizzazione tra quei giovani militi ne seguì poi l'esecuzione dell'infame e diabolico divisamento di distruggerli.
Occupata Roma dai francesi e parte del territorio romano dalle truppe del Governo, l'esercito pontificio in massa potè liberamente operare contro i volontari. Ma siccome i mercenari pontifici erano impauriti dalle recenti sconfitte non osavano da soli affrontare i nudi e male armati militi della libertà. Si decise di far sostenere i soldati del papa dall'esercito francese.
Il Governo di Firenze, non credette necessario di aver la sua parte di gloria nel combattimento di Mentana, aggiungendo le sue truppe agli alleati, oppure credè con ragione che il popolo italiano non avrebbe tollerato tanto cumulo di scelleragginì che cosìbrutto governoavrebbe certo consumato senza rimorso. Per questo s'accontentò di privare i volontari dei loro naturali soccorsi, gettare la diffidenza e lo sconforto nell'animo dei nostri giovani ed impressionabili militi, e coll'arma al braccio fece assistere l'esercito nostro, il fiore della nazione italiana, all'eccidio di italiani.
Ben tornò ai soldati del papa l'esser sostenuti da quelli di Bonaparte, poiché essendo cominciato il combattimento di Mentana alla una p. m. del giorno tre novembre tra papalini e volontari dopo due ore di accanito combattimento i mercenari avevan piegato su tutta la linea ed i nostri marciavano sui loro cadaveri inseguendo i fuggenti.
Ma la nuova linea degli imperiali, sopraggiungendo e trovando le nostre giovani milizie in quel disordine, ben naturale a gente poco disciplinata, in tale circostanza le obbligarono a retrocedere….. ………………………………………………………….
Così si compivano due osceni ed esecrandi tradimenti, ai quali riscontro non può offrire alcuna pagina della storia del mondo.