IX.

* * * * *

A villa Serena non rimase che la Bernarda a custodire la casa. A poco a poco i balconi e i terrazzi si spogliarono dei loro vasi, le barche vennero chiuse nella darsena, le palme rivestite di paglia e gli ultimi scarsi soli d'autunno morirono silenziosi sopra i muri tristi e desolati.

Nè più liete scesero le giornate al Castelletto dove la signora Matilde rimase sola senz'altra distrazione che qualche visita poco allegra del vecchio amico del Pioppino, che dopo aver implorato e concesso un congedo a Flora, si faceva un dovere di venire con qualche giornale in mano a leggere qualche fatterello di cronaca o sedeva ad attizzare i primi focherelli nel caminetto per combattere i brividi crescenti dell'aria.

Quando arrivava qualche lettera dalla Riviera, la signora Matilde che aveva già mille ragioni d'essere malcontenta:—Ecco—diceva amaramente—tutta la sua famiglia è là. Avrei creduto che Flora avesse più cuore per la sua mamma e per gli amici.

—Il cuore c'è, poverina… provava a risponder il vecchio misantropo, accatastando fuscellini su fuscellini nella cenere—ma il cuore non ha l'obbligo di ragionare.

—Ha l'obbligo d'esser giusto. Che posto è il suo in quella casa? di dama di compagnia? di suora di carità? d'infermiera? di serva? e intanto non pensa che a casa c'è la mamma mezza malata. Io non avrei dato questo permesso, caro Cresti: lei oggi ha diritto di comandare e di volere.

—Ci vuol pazienza…—seguitava a ripeter lui con aria rassegnata: ma tutti coloro che erano abituati a vederlo passare prima, svelto come una saetta, si meravigliavano che in poco tempo si fosse fatto così secco ed appassito, fin trasandato nei vestiti, lui sempre così pulito ed elegante.

—Sento che morirò di questo dispiacere—diceva qualche altra volta colla sua querula cantilena la malaticcia signora, che cominciava a veder buio nell'avvenire. Cresti, in faccia a lei, si mostrava paziente e disposto a rimandare il matrimonio a gennaio, o anche a primavera: ma non ci voleva una straordinaria penetrazione per vedere che la pazienza di Cresti avrebbe avuto un limite e che al tornar dell'inverno si sarebbe ricaduti in una tremenda tristezza. Flora era una testa romantica, di quelle che non si arrestano davanti a nessuna poesia e a nessuna stravaganza: ed era anche naturale che Ezio nel suo egoismo, rincrudito ora dal castigo, trovasse comodo e bello d'aver vicino un aiuto in una così cara infermiera. Suo padre aveva anche lui trovato comodo e bello sacrificare una ragazza ancor giovine a' suoi umori bisbetici, calpestando i diritti d'un fratello. Fin che ci saranno uomini ci saranno egoisti: ma Flora aveva altri doveri: nè poteva ora dimenticarli: nè avrebbe potuto sposare un cieco: nè poteva rimanere a lungo in questa posizione assurda. L'unica sua giustificazione erano i suoi capelli che dicevano una testa esaltata, com'era stato suo padre, com'era stata la nonna Celina, tutta gente che si sarebbe fatta ammazzare per una idea fissa.

—Peggio per noi che ne abbiamo troppe di idee….!—soggiungeva malinconicamente il vecchio amico.

Questi tristi discorsi non facevano che lasciar indietro tristezze sempre più oscure, che andavano crescendo coll'accorciarsi delle giornate, coll'allungarsi dei crepuscoli, coi freddi preludi dell'inverno, che sul lago si fa annunciare non di rado prima del dì dei Morti con piccole burrasche di pioggia e di neve.

Il Ravellino era stato bruscamente chiuso, i lavori interrotti, gli operai mandati via, la roba lasciata là accatastata sopra i mobili fuori di posto: ed era bene che le nebbie scendessero folte tra l'una e l'altra riva del lago a togliere fin la vista di quella casa in cui troppe illusioni morivano di freddo.

Dopo che Flora era perduta, Cresti non vedeva che ci fosse una ragione perchè il sole splendesse nel cielo. Quella ragazza aveva riempita dell'immagine sua tutti i contorni de' suoi pensieri. Far senza di lei era come togliere la luce a un quadro. Ecco perchè le cose perdevano intorno a lui ogni colore e i desideri cadevano fracidi come le foglie del suo giardino sotto le pioggie d'autunno. Il domani non prometteva nulla a un disgraziato che non aveva nulla da ricordare della sua vita… di questa povera vita, che dondola tra una memoria e una speranza.

Mentre negli altri anni, al venir meno dei giorni caldi il solerte giardiniere prendeva cura de' suoi vasi delicati, o riordinava le serre, copriva i palmizi, riponeva le uve mangiereccie, riempiva la legnaia e dava mano alle molte faccende che porta con sè il primo soffio freddo, questa volta lasciò che le cose andassero come volevano andare, non toccò nulla, non mutò nulla, non provvide a nulla.

Le sue giornate le passava seduto nel vano d'una finestra, colle mani strette intorno a un ginocchio, cogli occhi immobili sui vetri al di là dei quali non vedeva che una nebbia confusa, vuota di cose e di pensieri, come se cominciasse anche per lui una fatale cecità. Non riceveva più nessuno, non apriva la bocca nemmeno colle vecchie ragazze di casa che credevano di conoscere il motivo di quel mutamento, che inutilmente si sforzavano di distrarlo, di farlo mangiare, di provocarne le care impazienze, che per le donne rappresentavano un necessario tormento nella loro vita senza casi e senza varietà.

A implorare una grazia, le due zitelle facevano accendere tutte le sere la lampada alla cappelletta dell'Immacolata.

Fascio di lettere.

«Da una settimana siamo qui in un villino lungo la bella strada marina, che da Albenga va ad Alassio, un luogo solitario in mezzo al verde con un terrazzo che dà immediatamente sul mare, al quale si scende per un rozzo scalo tagliato nella roccia.

«Dalla mia finestra vedo a levante diradarsi l'azzurra linea degli Appennini, e a ponente un promontorio roccioso su cui domina un'antica chiesa in rovina.

«Alle nostre spalle in mezzo ai boschi d'olivi, di lecci, e a gruppi di pini o una serie di poggi sparsi di casolari e di ville. Davanti è il mare ampio quanto ne può bere l'occhio avido, il mare che batte e freme senza posa sulla spiaggia biancheggiante e contro gli scogli.

«È novembre: ma qui è primavera e par che tutto rinasca, l'anima e i fiori.

«Dalla villa staccasi una specie di molo naturale fatto di grossi massi anneriti dal tempo, sui quali vanno spesso i ragazzi dei pescatori a specchiarsi nell'acqua, quando la marea è più bassa, in cerca di conchiglie e di frutti di mare; e mentre scrivo vedo Ezio che va a raggiungere un sassolone sporgente a foggia di sedia curule, dove suol passare molte ore, solo, quasi prigioniero del mare, a capo nudo, sotto il raggio carezzevole del sole, colla faccia rivolta allo sconfinato specchio delle acque di cui sente i mobili bagliori balzellargli sul viso, esposto agli sbuffi delle brezze che gli portano ora gli acri odori del pesce, ora il profumo tiepido dei giardini, ora il fiato resinoso di un vicino cantiere di cui sentiamo i tonfi dei martelli sulle stive sonore misto al grido dei fanciulli che giocano sulla spiaggia.

«Qualche volta Ezio porta con sè fin a quel suo trono il violino e cerca di raccogliere i discorsi dell'onda, che ora mormora umile sulla sabbia, ora striscia lunga e faticosa, ora sospira gonfia o minaccia le pareti dello scoglio, fiera di segreti rancori.

«Il nostro povero cieco, nella oscura sua solitudine, impara a distinguere queste varie voci, a raccoglierne gl'intimi sensi che vengono dalle lontane luminosità dello spazio e dalle oscure profondità dell'abisso e dice che vuol un giorno comporre la granSinfonia del mare, che non fu ancora scritta.

«A queste emozioni esterne mescola le sue, abbandonandole al ritmo del flusso lasciandole cadere e portar via, obliandosi in questo vasto campo di forze combattenti come un soldato ferito, ma non a morte, che nel mite crepuscolo d'un giorno di battaglia si addormenta in un sogno di vittoria. Dal momento ch'egli potè vincere la disperazione con un atto di pazienza, spegnere l'ira nelle lagrime, indugiarsi in una speranza, Ezio non è più quello di prima. La feroce ribellione morale ha ceduto il posto ad una calma o per dir meglio, a una tristezza più tranquilla, a una volontà nuova di esser buono per meritarsi i benefici del proprio dolore.

«Mentre prima era così indifferente per tutto ciò che riguardava il male degli altri, ora dice che gli pare di sentire nella sua miseria tutte le spine delle miserie umane….

«Ma egli ha molto bisogno di noi: oh guai se gli mancassimo in quest'oscuro deserto in cui va brancolando in cerca d'una via! Ecco perchè, a dispetto di tutti i vostri rimproveri, non so pentirmi d'aver contribuito la parte mia a quest'opera di pacificazione e di salvezza morale. Per quanto la mia condotta possa parere ingrata ed egoista verso Cresti e verso mia madre, sento che il mio posto è qui accanto a lui, dove Dio mi ha posta.

«A Cresti non potrei dare un cuore, di cui non sono padrona, nè egli lo vorrebbe più. Mia madre non può voler da me più di quanto io possa fare.

«Questa mia breve assenza dal Castelletto deve aiutarci tutti a formarci una convinzione.

«E dopo?—tu mi domandi.—Dopo ciascuno riprenderà la sua posiziona naturale e sarà fatta la volontà di Dio. Il romanzo non avrà il lieto fine che piace ai buoni lettori, non avrà quel fine che doveva avere e che è nella struttura stessa delle cose di quaggiù. Può essere che io torni a bussare al tuo uscio per cercarti i mezzi di vivere e di rendere meno tristi gli ultimi anni di mia madre. Il lavoro oggi non mi fa più paura, e purchè Dio accolga il mio voto di rendere la pace alui, sarei pronta a rinchiudermi anche in un monastero e a dare questa mia vita in sacrificio.

«Non potrò esser sua, lo so. Vedo troppo bene l'abisso che ci divide. Nè egli oserebbe chiedermi un'elemosina, nè io oserei oggi umiliarlo colla mia carità. Tra me e lui c'è troppo orgoglio ferito e una tenebra che non saprei attraversare senza paura. Ma come tu hai potuto essere fedele a un'ombra, lasciate ch'io resti fedele al mio sogno. Si sposa qualche cosa di più di un uomo, quando si sposa il suo ideale. Se, per un cuore che ama, è nulla la distanza che divide i vivi dai morti, e tu lo sai, io non devo temere nessun'altra distanza, se Ezio vivrà come ha sempre vissuto in questo piccolo cuore.

«Monaca o vestale, io ne avrò sempre abbastanza di questa fiamma: ed egli deve sapere che a questa fiamma potrà sempre accendere la lampada della sua vita.

«Lasciatemi dunque in pace e non vogliatemi condannare coi criteri borghesi che giudicano ogni vita umana come una calza che si mette sui ferri e che deve andar bene a un piede.

«Doposarà comeprima: e forse meglio».

* * * * *

Qualche giorno più tardi, ripigliando la penna, scriveva di nuovo:

«Qui la nostra vita continua tranquilla con una stagione mite e serena.

«Abbiamo fatto una buona amicizia con una famiglia di signori americani, certi Jameson, che occupano una villa poco distante.

«Son due ragazze della mia età che viaggiano col loro padre, un dotto filosofo dell'università di Boston, che sta compiendo non so quali studi comparativi sui dialetti d'Italia. È gente assai a modo, che ama il nostro paese, che fa volentieri della musica: e spesso si fanno piccoli quartetti sotto la direzione d'un maestro che vien tre volte la settimana a dar lezione di violino a Ezio. Io siedo al pianoforte e ho una bella occasione per sciogliere lo scilinguagnuolo nel mio inglese che le amiche mie trovano quasi elegante. Anche Ezio fa grandi progressi, quantunque sia obbligato a imparare tutta la sua musica a memoria: ma superata la fatica, dice che egli si rende padrone delle sue note, che parlano e piangono con lui.

«Di tanto in tanto fa la sua comparsa nel piccolo golfo unyachtd'un altro ricco americano, amico dei Jameson, che soggiorna a san Remo, e che ci porta a fare delle piacevoli escursioni fino a Genova e alla Spezia.

«Per caso si chiama anch'esso «Morning star» Ezio si trova subito nel suo elemento e impara, nella varia distrazione e nella compagnia di persone così buone e intelligenti, l'arte preziosa di dimenticare quel che non serve più a nulla.

«Io resterò qui finchè la mamma verrà a prendermi, cioè non più tardi della metà di dicembre. Prima avrà luogo un avvenimento di cui ti dirò i graziosi particolari quando mi sarà permesso di farlo.

«Dopo non so quel che faremo, cioè, se torneremo al Castelletto o se resteremo qui tutto l'inverno, o se verremo a Torino a bussare al tuo uscio. Questa ultima sarebbe la mia proposta. Ho bisogno di lavorare per consolidarmi e per fortificarmi nella realtà. Sento che non mi manca nè il coraggio nè la fede: anzi, se devo essere sincera anche con me stessa, mi pare di aver trovato finalmente in me, la persona che prima era sempre fuori di casa. L'idea che potrei andar monaca ospitaliera o missionaria e stendere l'opera delle mie mani alle più lontane miserie mi esalta qualche volta con giubilo interiore come una poesia. Non sempre sono stata buona nella mia vita e ho bisogno di espiare qualche peccato d'inconsiderazione anche per la pace di chi ha creduto troppo in me. Ma non posso abbandonare mia madre. A lei devo rendere tutto quello che non le ho dato. Lavorando per lei, per rendere più agiata la mia vecchiezza, mi sembrerà di lavorare per il cielo. Tu mi devi aiutare. Cerca, cerca intorno a te una scuola, un'istituzione, una famiglia dove possa far fruttare quel poco che so.

«Tu, che hai potuto vivere così bene col tuo morto nel cuore potrai insegnare anche a me come si viva d'un dolce pensiero.

«Ora Ezio parla della eventualità ch'egli possa accompagnare questi signori americani in un lontano viaggio. Se don Andreino Lulli si lascia persuadere ad andare con lui, il viaggio potrebbe spingersi fino in America e durare parecchi mesi. Mi si parla anche d'una prodigiosa scoperta fatta di recente da uno scienziato di laggiù, certo dottor Gibbon, che guarisce di cecità coll'applicazione dei così detti raggi chimici. Le Riviste dei due mondi hanno discorso a lungo di questa meravigliosa terapia e può essere che anche questa volta la scienza trionfi della nostra incredulità e della crudeltà della natura. Se questo viaggio si farà, io l'accompagnerò col pensiero: ma nè i prodigi della scienza nè i miracoli di Dio potranno cambiare i nostri rapporti.

«Neque nubent!—è scritto sulla nostra bandiera, che procuriamo di tenere alta e asciutta al di sopra di questo mare agitato. Entrambi dobbiamo rispettare il nostro onesto orgoglio. Se un'umana dignità impedisce a lui di mendicare nel suo misero stato una limosina, un sentimento non meno dignitoso toglie a me di trasformare il padrone del mio cuore in un umile beneficato. Oltre il rispetto che devo a me stessa, mi salva il pensiero che deve un gran rispetto all'uomo innocente che ho condannato. Tu sai di chi parlo.

«Ti ha scritto ancora? ti ha confidato il mistero del suo cuore? povero Cresti; povero innocente! io non potrò mai trovare la parola che lo risani: ma digli che nel mio «convento» sarà sempre accesa una lampada anche per lui.

«Cresti mi ha insegnato a credere nella bontà degli uomini, una dottrina che ha così pochi maestri. Un uomo come lui ogni cento, e l'umanità non avrebbe bisogno di altri benefattori. Tu, che hai saputo consolare te stessa, saprai trovare anche per lui la parola che tocca e sana. Oh, non è colpa nostra se la bufera ci porta come le foglie d'autunno! E siamo foglie al vento tanto più leggere quanto più sottili e gracili sono le nostre radici nella terra. Ma la luce e il cielo ci attirano, cara Elisa…

«Ma io faccio delle eterne divagazioni come se fossimo in vacanza. Scrivo, scrivo, qualche volta senza capire io stessa quel che penso, colla furia di chi sta dipanando una grossa matassa, di cui si potrà fare poi quel che si vuole. Non ne avrai sgarbugliate mai di più difficili.

Ama la tua FLORA.

«P.S.—È arrivato stasera don Andreinoirreprochablenel suotout-de-mêmecolor «barbagliata» e pare che il viaggio per l'America sia deciso. Condurrebbero un cameriere che fu già altre volte a servire negli alberghi inglesi. Così tra il passato e l'avvenire metteremo la stesa delle acque. Il contino è sempre quel piccolo uomo inamidato che sai: ma non oso più ridere nè di lui, nè di altri, nè di nessuna cosa, dopo che ho visto quanta ricchezza di cuore può nascondersi sotto unplastron d'englisch fashion».

* * * * *

Verso la metà di novembre Massimo Bagliani scriveva a Matilde Polony:

Carissima amica,

«Dodici anni or sono, credo, un giorno di ottobre bello come una primavera, io Le scrivevo una di quelle lettere che segnano una data storica nella vita di un uomo. Se ne ricorda? aprendole tutto il mio cuore, La pregavo allora di sapermi dire quel che di me pensava sua sorella Vincenzina e come sarebbe stata accolta una mia timida e rispettosa domanda.

«Molte, troppe dolorose vicende passarono su quella mia lettera, che appartiene ormai ai palinsesti, ed è inutile che io rifaccia qui la storia del mio lungo esilio, de' miei dolori e dei rancori, che mi tennero per questi dodici anni quasi diviso dal mondo.

«Ma la Provvidenza, alla quale da vecchio mazziniano impenitente continuo a credere, volle che io ritornassi a rivedere il mio paese e la tomba, dirò così, in cui stavano rinchiuse le mie giovanili illusioni. Non tutti i fiori sono seccati su questa fossa, e ora non so più resistere a cogliere quel bene che mi è stato per una via quasi miracolosa conservato. Vincenzina le avrà scritto su questo argomento meglio che io non sappia fare con questa penna strapazzata dai protocolli. Era possibile non rivederci più e dimenticarci per sempre: non era nè umano nè giusto che potessimo incontrarci senza ritrovare in noi le antiche disposizioni.

«Tra me e Vincenzina non scendeva che un tenue velo di errori e di falsi giudizi che non fu difficile rimuovere. Una grande sciagura ci sospinse più animosamente verso quella meta alla quale saremmo arrivati per una strada forse più lunga: ma ora la nostra parola è detta e vogliamo che anche il mondo la sappia.

«A togliere qualche ultima titubanza entra il pensiero che solo a questo patto potremo essere utili a Ezio, il quale senza di noi resterebbe senza asilo e senza conforto: e il poverino non ha tardato a dimostrarci la sua compiacenza. Egli troverà nella nostra casa la sua casa, nel vecchio zio un nuovo babbo che desidera soltanto di voler bene a qualcuno. Così, dopo dodici anni, si compiranno i sacri voti, ma non è men buono un vino che è rimasto dodici anni sotto terra. Il vino poi non può che migliorare per una lunga sete. È un romanzetto? è un idillio? una farsa onesta e piacevole? Lasciamo dire: è sempre bello quello che si deve fare.

«Dunque ci sposeremo. Non saranno nozze segrete; ma vogliamo una formalità molto semplice alla presenza di pochi intimi, in qualche angolo alpestre di questa incantevole spiaggia, dove sorga un solitario campanile in mezzo a una macchia verde, dove un modesto servo di Dio funzioni in una logora stola.

«Ma Vincenzina non potrebbe far senza della sua madrina di dodici anni fa. Venga dunque al più presto, cara Matilde, e procuri di trascinare anche il nostro Cresti che ha avuto così gran parte in quest'episodio. È vero che è un po' malato? è vero che il suo matrimonio sarà ritardato fino alla primavera? Dalle poche righe ch'egli mi scrisse e dai silenzi di Flora ho paura che tra lor due ci sia una cattiva intesa. Venga e schiariremo le cose.

«Come Flora avrà scritto, Ezio partirà per un lungo viaggio di mare in compagnia di alcuni amici americani e di don Andreino Lulli. Se non troverà, come gli promettono, la luce, raccoglierà per via forza, salute, distrazioni e…. il desiderio di tornare».

«Ti avevo promesso di mandarti qualche notizia del nostro disgraziato amico e son lieto di poterlo fare con inchiostro azzurro.Tout va pour le mieux dans le meilleur des mondes.Ho trovato Ezio di buon animo, sereno, pacificato, quasi sto per dire più bello ora che si è lasciato crescere una barba che gli dà l'aria d'un profeta. Chi abbia compiuto il miracolo non so. O bisogna credere alla mano di Dio, o bisogna ammettere che la vita abbia in sè stessa il pozzo delle sue consolazioni. Certo è che in questo miracolo è entrata per molta parte la carità amorosa di questa sua gente, specialmente della cara cuginetta dai capelli rossi, che ha voluto tutto dimenticare per essere la più devota delle infermiere, la più tenera delle sorelle. Su cento casi in cui la donna è la rovina d'un uomo può darsi un caso in cui l'uomo deve la sua salvezza a una donna. Pare che Ezio abbia sentito la medicina di queste carezze…. ed è per sfuggire a questo fascino che mise in campo l'idea d'un viaggio in America. Con me non ha toccato questo tasto, ma si capisce che non vuole essere per Flora nè una catena, nè un castigo. Il passato è irremediabile. Oltre a un orgoglio ferito c'è tra lor due un uomo…. che aspetta al Pioppino. Se nel passato Ezio non ha avuto occhi per vedere il bene che aveva vicino, questa non è una ragione perchè faccia valere oggi la sua sventura come un credito. Ezio è troppo superbo ancora per credere alla sua decadenza.

«Mamà e la nonna non volevano che io lo seguissi in così lungo viaggio: ma si son lasciate persuadere dallo zio, che mi ha dato buone lettere di raccomandazioni e dal cugino il marchese della Roncaglia, che ha impegnato dei capitali in una fabbrica di automobili e spera di trovare in me un non volgarecommis voyageur. Bisogna pure che anch'io mi slanci nell'onda dei tempi e che faccia valere quel poco inglese che ho imparato dalla buona miss Multon. Il mondo, mi persuado sempre più, è di chi si muove: e poichè nessuna forza può fermare il destino, meglio è cercare di corrergli davanti.

«Sento che anche tu ti dai alla grande agricoltura e che pensi di migliorare il nostro cavallo friulano incrociandolo all'ungherese. È una trovata: e se al mio ritorno vorrai mettermi a parte dell'impresa, sarò lieto di concorrere nei limiti delle mie forze alla prosperità di questo ramo dell'industria nazionale.

«Gli automobili avranno un grande avvenire: ma un bel cavallo sarà sempre un bel cavallo.

«Il mio rispetto a donna Carolina a cui auguro eterna la luna di miele.

tuo DREINO.

«P.S. Sai chi ho visto di sfuggita da queste parti? ho cercato di non conoscerla, ma essa fece di tutto per tentarmi. Liana, la bella spagnuola dagli occhi grandi e vendicativi. Pare che abbia abbandonato il suo vecchio protettore e che sia diretta a Monte Carlo per tentarvi qualche altra fortuna».

«Carissima signora Contessina,

«Poichè il suo ritorno al Castelletto da quel che sento sarà ancora ritardato, non voglio aspettare più oltre a darle le nostre notizie.

«Noi stiamo tutti bene grazie al Signore: e io sono proprio tutta felice. Il mio Amedeo non potrebbe essere più buono con me e sebbene d'inverno ci sia poco a fare e i guadagni siano scarsi, cerchiamo di far bastare quello che c'è.

«Ho ripreso la scoletta. Quest'anno è cresciuto il numero dei bambini che in questa nuova casa al torrente si trovano più al largo: e se Dio mi conserverà la salute spero di averne ancora di più l'anno venturo.

«La mamma vien spesso a trovarmi e mi tiene in ordine la casa: ma ogni domenica andiamo noi a desinare da loro.

«Amedeo aiuta un poco i giardinieri della Villa nei lavori delle serre e così ripara un poco ai danni della stagione morta. Per fortuna non ha vizi. Si figuri che non fuma più e ha smessa l'abitudine di dire certe parole di cattivo cristiano che mi davano dispiacere.

«Che il Signore ci benedica.

«Vedo di raro la sua signora mamma, ma so che sta benino. Anche il signor Cresti non scende quasi mai dal Pioppino. Pare che questi freddi gli abbiano procurata un po' d'influenza.

«Quando vedo dalla finestra villa Serena tutta chiusa, penso alla terribile disgrazia che li ha colpiti e non trascuro di recitare un'avemaria per quel povero signore che ne ha tanto bisogno.

«La Madonna gli darà fede e coraggio.Fiat, fiat!il signore sa sempre quel che fa.

«Mi scriva presto, cara signora contessina, e mi dica che lei è sana e contenta.

«Riceva un abbraccio dalla sua

Devot.REGINA.

«Una lampada sarà sempre accesa per me nel suo «convento»?

«Una lampada non è il sole, ma basta a rompere una grande oscurità.

«Grazie a tutte e due. Vedo che tutti i lumini che accendono nel campo santo non bastano a far vivere un morto, ma io devo pur credere alla fede altrui, se anche mi manca una fede mia. Ella, buon'amica, fa appello alla mia filosofia e cerca dimostrarmi che a sopportare i mali della vita è utile talvolta farsene una ragione. Ho creduto anch'io un pezzo a questo sofisma e nella mia selvaggia solitudine mi ero abituato a credere che un uomo non abbia bisogno del fiato di un altro uomo per vivere.

«Sì, io ero abbastanza sufficente a me stesso, finchè vivevo come Diogene in una botte. Ma Diogene ha in sè un cattivo compagno. Ora che ho bruciata la vecchia botte, non so più dove rintanarmi.

«Potrò credere a qualche altra cosa ora che non credo più in me stesso? Voi dite di sì e so che pregate per questo. Per quanto stenti ad ammettere che le preghiere facciano dei buchi nel cielo, siate benedette! Il profumo dell'incenso piace anche a chi non entra in chiesa. Pazienza! io non sono di quei malati che odiano il chirurgo che li ha fatti soffrire e benedico la mano che mi ha fatto un'amputazione necessaria: ma non so se un animale possa vivere senza cuore.

«In ogni modo tenete accese le vostre lampade: scrivetemi e parlatemi di tutto ciò che mi possa far bene».

Amore e rimorso.

Ezio, fatto pratico dei luoghi, amava passeggiare solo lungo la bella strada litorale, soffermarsi davanti alle case dei pescatori che impararono a conoscerlo e aver pietà di lui, scendere qualche volta nelle loro barche e andar con loro alla pesca. Le donne e i ragazzetti lo circondavano con pietosa curiosità e amavano raccontargli la storia della loro vita non più varia di quella delle ostriche.

Qualche volta spingevasi oltre le ultime case del paese fino a uno scoglio, su cui sorgeva un modesto caffè detto dell'Aurorache dava con un terrazzo direttamente sul mare. La sora Cecchina, quando lo vedeva comparire, metteva a scaldare l'acqua del tè e mandavagli incontro Sabinetta, una sua bambina di undici anni, che aveva trovato nel signor Ezio il suo angelo ausiliario.

Sabinetta andava a scuola e non era delle ultime nel leggere e nello scrivere: ma c'era il terribile scoglio dell'aritmetica e dei quesiti ad risolvere, che eran cagione di pianti e di guai. Ezio aveva la pazienza di ascoltare questi piccoli corrucci e a poco a poco aiutava la bambina a dipanare le piccole matasse de' suoi conti col vinaio e col mercante d'olio.

In compenso voleva che ella gli facesse sentire qualche bella poesia del suo libro di lettura.

Sedevano a un tavolino sulla terrazza, alla brezza viva del mare, e mentre la mamma preparava il tè, Sabinetta declamava il suo Metastasio e il suo Parzanese colle modulazioni d'una piccola artista.

Nella voce argentina e nelle emozioni della fanciulla, che aveva graziette tutte sue, pareva a Ezio di vedere le movenze delicate d'un'anima e il suo cuore s'inteneriva d'un piacere quasi paterno. Tra le altre amava farle ripetere una lirica sullaCecità, che il libro dava come tradotta dal tedesco:

Me pur lontan la giovineInquieta pupilla un dì traea;Sul mio capo le aereeNubi, in un mar di luce, errar vedea.

Pei campi fino all'ultimoOrizzonte scorrea lo sguardo anelo,Dove in azzurra lineaSi confondono insiem la terra e il cielo…

Or quegli anni fuggirono;Serena luce, ahimè perduta, addio!Nella più fitta tenebraS'è rinchiuso, per sempre, il guardo mio.

Se me più non allietanoI rai del dì, sovra il mio triste fatoNon versate una lagrima:Gioje novelle ora gustar m'è dato.

Io son siccome un reduceDa lochi estranei al suo paterno ostello;Non è, credete, l'intimoMondo dell'altro esterior men bello.

Come in Sacrario, l'animaQuanto di grato in lei scende, ritiene;Ciò che vale a commoverla,Internamente suo tosto diviene.

La ragazzina diceva questi versi colla dolce cantilena che le avevano insegnato a scuola e non sempre il suo pensiero penetrava nel senso delle cose: ma Ezio non ne restava meno commosso.

Un giorno egli tornava dall'Aurora, solo, col bastoncello in mano che gli apriva il passo, ripetendo a voce alta i versi

«Io son siccome un reduceDa lochi estranei al suo paterno ostello»…

quando a un tratto gli parve di sentirsi chiamare per nome. Si fermò una prima volta dubbioso d'aver ben inteso. Un passo leggiero suonava accanto sulla terra asciutta del viale.

—Ezio…—mormorò ancora la voce di prima un po' meno paurosa. E questa volta sentì nello spazio la presenza d'una persona che non osava appressarsi.

—Chi mi chiama?

—Son io, Ezio: io, Liana…

—Ah!—fece il giovine, alzando meccanicamente il bastone in atto di difesa. E dopo esser rimasto alquanto perplesso, riprese:—Ebbene, che cosa vuoi? perchè ti metti sulla mia strada?

—Sai che ti ho voluto bene—riprese la voce dolente.

—O ti pare? fammi la carità, lasciami andare per la mia strada.

—Tu non sai quanto piangere faccio…

—Tu… piangi?

—O Ezio!—proruppe questa volta la voce piena di singhiozzi—perchè non sono morta io cento volte prima? perchè mi hai cacciata via?

—Io son cieco e sordo per te… Ma insomma che cosa vuoi?

—Il tuo perdono.

—Non so che cosa io debba perdonare a te. Tu non mi hai fatto alcun male…

—Sì sì, io sono stata tutta la colpa…

—Di che? o inutile che tu venga a farmi altre scene. Va per la tua strada; la mia è un'altra.—

E agitando il bastone, come per aprirsi una via, mosse qualche passo.

—Io mi rodo del mio rimorso. Ho bisogno del tuo perdono, Ezio. Son io che ti ha ridotto in questo stato, io donna maledetta…—

Il modo con cui la donna pronunciò queste parole fu di una veemenza così dolorosa e sincera, che il cieco fu arrestato da un sospetto:—Tu? che cosa hai fatto?

—Io ho scritto al barone.

—Tu?

—Vi ho denunciati come una spia.

—Tu?—balbettò con un lieve fremito d'ira.

—Ti amavo tanto Ezio…—proruppe di nuovo la ragazza, cercando di afferrare la mano del giovine.

—Ah!—esclamò egli, alzando le mani per non lasciarsele toccare—tu mi hai amato troppo, Liana.—E quando gli parve di aver dominato abbastanza il primo impeto di collera che aveva suscitato nel suo spirito quella improvvisa rivelazione, movendo qualche passo, le disse con voce soffocata e raccolta:—Ebbene, Dio ti perdoni, disgraziata.

—No, no: è il tuo perdono che voglio, Ezio; tu hai diritto di uccidermi. Son qui ai tuoi piedi, Ezio: non lasciarmi così…—Il giovine si sentì stretta la mano da due piccole mani ardenti e intralciata la via da una persona che s'era inginocchiata a' suoi piedi.

—Che cosa fai? una scena, qui, sulla pubblica strada?

—Tu devi pronunciare la mia sentenza, Dimmi che cosa devo fare per espiare il mio delitto. Lascia che io venga con te.

—Oh, va, va, che cosa dici?—riprese egli con asprezza, cercando di liberare la mano ch'essa teneva prigioniera?—Rispetta la mia disgrazia, ragazza.

—Voglio essere l'ultima delle tue serve.

—Va, sii quel che puoi essere e prega Dio che ti aiuti. Io non posso far nulla per te.—

E con un moto repentino e brusco si tolse da lei che rimase sul terreno a piangere colla faccia nella sabbia.

Ezio, che conosceva il carattere tragico della bella avventuriera, molto amica delle scene melodrammatiche, affrettò il passo per sottrarsi a un fastidioso senso di stizza, che per poco non gli fece alzare il bastone sopra le spalle d'una donna.

—Sciagurata!—mormorò tra i denti, ripensando all'antica scenata di Liana contro la baronessa nei pubblici giardini di Nizza.—Vipere, non donne…—tornò a dire, fermandosi con animo sdegnato su questa nuova confessione di lei, che chiariva un punto oscuro del triste episodio. Se il barone s'era trovato quella sciagurata mattina sopra i suoi passi, il merito era stato di questa donna perduta che… gli voleva bene.

Era giusto che il rimorso la rodesse: ma, disgraziato lui! per troppo poco egli aveva perduta la bella luce del sole!

Addio….

Nuovi pensieri gli fecero ben presto dimenticare questo episodio. Andreino aveva letto bene nell'intenzione che spingeva il suo disgraziato amico a intraprendere un viaggio lungo e forse avventuroso, pel quale mancavagli il lume dagli occhi, che è il piacere più vivo di chi va in cerca di nuovi orizzonti. Più che la speranza di ritrovare nei miracoli del dottor Gibbon la grazia della vista, lo menava lontano il pensiero di mettere tra lui e Flora un lungo intermezzo di silenzio, un impedimento materiale, uno spazio insuperabile, nel quale egli potesse svincolarsi e spogliarsi del nuovo fascino che la vicinanza di lei esercitava sul suo spirito stanco e bisognoso.

Ezio aveva paura della sua debolezza morale, la quale spesso si adagia a vivere della vita degli altri ed è non meno vorace nel suo parassitismo di quel che sia il più feroce egoismo.

Dal giorno che lo zio Massimo, leggendogli qualche malinconiosa lettera della zia Matilde, aveva richiamato la sua attenzione su questo nuovo pericolo e sugli obblighi che aspettavano Flora a casa sua e sui diritti che il vecchio amico del Pioppino vantava sopra di lei, era entrata nel suo cuore la convinzione che ora toccasse a lui il dovere di essere il più forte perchè non poteva rispettare in nessun miglior modo Flora, se non col restituirle la libertà d'essere fedele a' suoi doveri.

La sua sventura non gli dava altro diritto oltre a quello che si risolve nel meritare le lagrime dell'altrui compassione. Voler di più sarebbe stata nella sua meschinità fisica un'abbietta usurpazione, una violenza che avrebbe deturpata la santità del dovere.

Toccava a lui, toccava a lui essere non solo il più forte per conto suo, ma sorgere difensore non chiesto della naturale debolezza di lei, già inclinata al sacrificio, già trascinata da mille memorie, già fin troppo intenerita da troppe lagrime.

Poichè gli amici Jameson parlavano di voler essere per le feste di Natale nel seno delle loro famiglie, Ezio pensò di approfittare del loro replicato invito e affrettò con Andreina segretamente i preparativi del viaggio. Egli era persuaso che Flora l'avrebbe seguito col pensiero… ma ogni parola di addio non poteva essere tra lor due che uno strazio inutile o una volgare menzogna.

Il silenzio o l'eloquenza del sacrificio.

IlMorning Star, il graziosoyacktdell'amico americano era venuto a prendere i vicini Jameson per una gita notturna da farsi al chiaro di luna e a cielo stellato, una gita che doveva spingersi questa volta fin quasi alle coste di Marsiglia. Ezio e Andreino Lulli furono invitati a prendervi parte. Donna Vincenzina e Massimo, occupati nei preparativi del loro matrimonio si scusarono e approfittarono di quest'occasione per far una corsa a Genova a finir certe spese.

Flora rimase quel giorno sola a custodire la casa e a preparare la cena.

Dalla terrazza della villa si poteva vedere ilMorning Starancorato nella piccola baia: e se dalla sera si doveva arguire la notte, il viaggio di quei signori sarebbe stato delizioso. Col canocchiale Flora potè assistere all'imbarco degli amici quando salivano a bordo, mentre il sole cominciava a discendere dietro il promontorio, su cui l'antica chiesa diroccata sfolgorava in una gloria d'oro, versando nel seno tranquillo delle acque un tesoro infinito di gemme.

Poco dopo vide spuntare a bordo un primo lume e dalla finestrella della stiva accendersi il fuoco della macchina, mentre un leggero sibilo e un pennacchietto di fumo annunciavano la prossima partenza. Poi credette di veder sventolare qualche cosa di bianco, a cui ella rispose agitando il fazzoletto: e stette a seguire il corso del piccolo legno finchè, rimpicciolito, scomparve dietro la punta di terra,

Allora si ritirò dalla loggia mentre già cominciava a imbrunire: e per far venire l'ora in cui gli zii sarebbero tornati da Genova, accese le candele e sedette al pianoforte a evocare dalla tastiera reminiscenze musicali a cui mescolava le sue improvvisazioni come scaturivano naturalmente dalle dita.

Una tenera frase di Chopin, venuta da sè a frammischiarsi tra le note d'un confuso rondò, volse l'animo suo a un senso misterioso di malinconia, che richiamò immagini riposte di cose morte e lontane. Pensò alle tristi giornate del Castelletto, a sua madre, agli amici di laggiù: e intanto che le mani illanguidivano sugli avori, gli occhi si fissavano inerti alla fiamma della candela.

—Signorina, un lettera per lei—disse la cameriera entrando—l'ha portata una ragazzina.

Era una soprascritta grande, di mano inesperta, una vera scrittura di bambina di scuola. Chi poteva essere? Aprì la carta, e lesse nella prima riga: «Scrivo… colla manina di Sabinetta.»

Corse a vedere in fondo al foglio. Era lui, Ezio. Che aveva a dirle? purchè le aveva fatto scrivere? Il cuore ebbe un primo sussulto. Capì subito e le mani le caddero un istante sui ginocchi. Stette così cogli occhi chiusi, finchè le parve che la breve vertigine fosse passata, poi mormorò:—Doveva esser così.—

* * * * *

La lettera, scritta sotto la dettatura di Ezio dalla manina di Sabinetta, continuava: «Quando riceverai questa mia, io sarò già lontano da te, lontano per non tornare troppo presto. Sbarcheremo forse a Marsiglia io e Andreino, da dove c'imbarcheremo più tardi sopra un piroscafo della Navigazione francese. Gli amici Jameson ci raggiungeranno per la via di Genova a Barcellona o a Gibilterra, per compiere insieme il viaggio fino a New York. Addio, Flora..

«Ho creduto utile andarmene così,insalutato hospite, per non essere obbligato a ringraziarti. Lo zio Massimo che è a parte della congiura ti dirà quel che è inutile che io ti scriva. Addio, Flora…

«Starò lontano forse due, forse tre o quattro mesi, ma non tornerò se non quando mi sentirò ben sicuro di me stesso, più fermo in quella persuasione che dev'essere d'ora in poi il fondamento della mia vita.

«Pomponio Labeone non sa trovare le belle frasi; ma non può andarsene senz'invocare anche da lontano la benedizione di Flora, che dev'essere come il fascio di luce che lo accompagni attraverso a questo deserto di tenebre.

«Tu sai perchè vivo, sai perchè parto, sai quel che sono e quel che posso essere, perchè tutto quello che resta in me di non morto non è che l'opera delle tue mani: ma l'uomo non paga il suo Creatore.

«Parto adunque tuo debitore nella cara idea che io non potrò mai pagarti del tutto, che ti dovrò sempre qualche cosa e che dovrò vivere fin che tu potrai vantare qualche credito sopra di me.

«Addio, Flora…

«Troverò quel che mi promettono al di là dell'Atlantico? La luce del sole, tu dicesti una volta, non è che un raggio di una luce più universale che penetra gli spiriti delle cose: in questa luce potrò sempre trovare me stesso.

«Addio, Flora. Fa che io abbia presto a Barcellona o a Gibilterra la tua assoluzione e la notizia che tu hai ripreso a camminare serenamente per il tuo sentiero, lieta di te stessa. Tu mi insegnasti a tenere asciutta, sopra i flutti amari, la bandiera del dovere.

«Baciami caramente la mamma e stringi per me due volte la mano al tuoCresti.

«Addio, Flora… Addio, Flora… Addio, Flora!

* * * * *

Doveva esser così!

Dal momento che essi non potevano camminare sulla medesima strada, era bene che si dividessero prima che la forza morale della loro resistenza li abbandonasse.

Ezio aveva risparmiato con questa specie di fuga clandestina un'ora di inutili spasimi e di dubbiezze; ma il cuore della donna non poteva rimanere impassibile davanti all'ultima parola di un lungo dramma, che aveva riempiuto or bene or male tutti gli anni della sua vita.

Tutto ciò che finisce, anche un grande dolore, lascia dietro di sè una specie di vuoto in cui pare che l'anima si sprofondi. Ma per Flora finiva con questa scena tutto il dramma della sua giovinezza e cominciava la stagione in cui non si aspetta più nulla.

Era bene che tutto fosse finito con dignità, con ragionevolezza, colla coscienza d'aver voluto il bene; ma la sbiadita bandiera del suo dovere sventolava sopra una grande rovina.

Sentendosi soffocare da un improvviso senso di scoraggiamento, uscì di nuovo sulla terrazza e corse coll'occhio verso la punta del promontorio, dietro il quale era scomparso il piccolo legno.

In quel momento una stella cadente attraversò lo spazio e parve spegnersi nelle acque.

Ah sì: la tela cadeva sopra un dramma assai triste e inconcludente. Ezio, fuggendo davanti a lei, per timore di intralciare la via de' suoi doveri, aveva inconsapevolmente portato con sè la ragione del suo sacrificio. Nè essa poteva tornare indietro a dar la vita a speranze deluse, nè poteva continuare a fabbricarsi delle illusioni. Con parole crude si dovrebbe dire che essa non poteva restituire a Cresti l'elemosina che Ezio sdegnava di ricevere.

Nessun epilogo poteva essere più triste; ma la storia dei nostri mali non è mai ragionevole. Era a sperare che il tempo rinnovasse in lei nuovi desideri di bene; ma intanto non poteva proibire a sè stessa di piangere.

Le lagrime scendevano mute e calde, mentre gli occhi cercavano le stelle nel cielo.

La notte si faceva sempre più oscura su quel mare oscuro, che nella sua placidità conteneva la forza di tante tempeste.

Piangeva ancora in silenzio, quando le parve di sentire parlare nel giardino. Credendo che fossero gli zii di ritorno, si asciugò in fretta gli occhi e il volto e cercò di raccogliere tutte le forze di cui aveva bisogno in quel momento.

—Venga avanti, signora—diceva la cameriera, precedendo col lume una signora imbacuccata in una mantiglia pesante da viaggio, col volto coperto da un fitto velo.

—Signorina!—chiamò la ragazza, entrando nel salotto.

—Chi è?—chiese Flora, fissando gli occhi sulla signora forestiera.

—Sono io—disse questa, levandosi il velo dal viso.

—La mamma, la mia mamma?—gridò Flora allargando le braccia.—Oh sei tu?—e se la strinse e vi si appoggiò tutta. Aveva bisogno di chi la sorreggesse.

—M'hanno scritto che potevi aver bisogno di me e son partita subito.

—Sì, sì: ora non vivo che per te, mamma.—

Le nozze.

San Benedetto è un villaggio o gruppo di case, che non si trova su tutte le carte geografiche, ma noi vi possiamo andare per una discreta strada carrozzabile, che sale lentamente in tre o quattro giravolte sulla spalla del monte, ora aperta alla luce turchina che vien dal cielo e dal mare, ora rinchiusa tra muricciuoli, ville, giardini e macchie di lauro e di aranci.

Nel mezzo delle trenta o quaranta casupole che formano il paese sorge una modesta badia che fu già dei padri benedettini, con un campanile tozzo in pietra scura, rosicchiato dai secoli, non privo di qualche ornamento da cui parlano ancora dei vecchi tempi tre campanelle, quelle stesse che chiamavano i frati a compieta.

Il sagrato verde, che dà come un terrazzo sulla prospettiva del mare, è ombreggiato da antiche piante e il resto del villaggio son viuzze oscure, anguste, spesso senza uscita, nido di povere donne e di marinai in riposo, che vi attendono tranquillamente la volontà di Dio.

Per quella strada, il vespro d'una mite giornata sui primi di dicembre, saliva al passo una carrozza chiusa, tirata da due cavalli, che riempivano coi loro corpi quasi tutto lo spazio disponibile. Saliva adagio, fermandosi ai punti più ripidi, trottando un poco dove il clivo facevasi più dolce, finchè sboccata sul piazzaletto verde faceva un giro intorno a una pianta per fermarsi davanti alla porta della chiesa.

Il sagrestano, che stava in vedetta stringendo nella mano la berretta di lana, aperse la portiera della carrozza e s'inchinò a un signore piuttosto grassotto vestito di scuro che discese per il primo. Dopo di lui discesero due signore velate che entrarono subito in chiesa, dopo essersi guardate intorno con aria quasi di sospetto; ma sul sagrato non ci erano che due o tre fanciulli e qualche vecchio che fumava la pipa nella rubiconda luce del tramonto.

Il sagrestano avvicinò di nuovo i battenti, lasciando penetrare in chiesa solo uno spiraglio di luce, che saliva fino all'altare e per quella via luminosa precedette la compagnia.

—Il prete—disse in uno stretto dialetto ligure—finisce di mangiare un pesce e vien subito.—

Le due signore velate si raccolsero e s'inginocchiarono su un banco, su cui era stato disteso un drappo rosso, e si immersero in una calda preghiera. Massimo Bagliani intanto (il signore piuttosto grasso vestito di scuro) mentre il prete finiva di mangiare il suo pesce, si mosse per la chiesa come chi non sa dominare una nervosa inquietudine: tornò fin verso la porta a specchiarsi nel gran tramonto che metteva nell'ombra raccolta della navata una striscia sanguigna.

È sempre bello quello che si deve fare…—Era stato questo il suo motto eccitatore, ma ora che stava per sposare e far sua per sempre la donna così lungamente amata, per la quale aveva tanto sognato e sofferto, temeva anche lui la realtà che gravita spesso sui pensieri nostri come una pietra troppo pesante. Avrebbe voluto sentirsi più tranquillo e trovare in sè stesso un maggiore convincimento e un più sereno spirito di pace: ma il cuore debole temeva la troppa felicità. Un nodo, che pareva fatto da un pugno di lagrime, lo strozzava, lì, alla gola, e l'assaliva l'avvilimento che piglia il giovinetto sulla soglia del suo primo incontro d'amore.

I quarant'anni non gli servivano a nulla, nemmeno di contrappeso alla paura: nulla significava la neve che il tempo aveva lasciato cadere in piccole striscie sulle tempie; sul punto d'impadronirsi di quella creatura che gli era sempre sfuggita, Massimo Bagliani, temendo di rompere un delizioso incanto e di essere incapace della sua felicità, stava in guardia per non sfigurare troppo davanti a sè stesso.

La signora Matilde, che era venuta ad incoraggiare i buoni propositi, assisteva la sorella in questo nuovo passo della vita. Si sperava di avere anche il buon Cresti come testimonio, ma il vecchio brontolone si era scusato col pretesto di cento mali e di una grande pigrizia.

Bisognò contentarsi di due umili testimoni presi sul sito, cioè un vecchio pescatore e il procaccia postale, che aspettavano nella casa del prete d'essere chiamati.

Intanto il sagrestano continuò ad accendere i lumi dell'altare, adagio adagio, per dar tempo al prete di finire il suo pesce, mentre il sole, piegando dietro la curva del monte, lasciava indietro un cielo terso come un cristallo in cui cominciava a uscire qualche stella.

Quando le candele furono accese e che nella cresciuta oscurità dell'abside uscì alla loro luce il modesto splendore dell'altare, Massimo fatto un virile proposito, si accostò con passo sicuro alle due donne, mentre dall'usciolino della sagrestia veniva fuori un prete umile e tozzo dalla faccia rugosa come quella di un pescatore, che dopo essersi rispettosamente inchinato agli illustrissimi signori, fece un cenno ai due uomini che venivano dietro e che si collocarono come sentinelle ai lati dell'altare.

Matilde incoraggiò un'ultima volta la sorella che si mosse e andò a inginocchiarsi sul gradino.

Il prete lesse nel libro latino le promesse e le profezie che la Chiesa riserva agli sposi: le mani si congiunsero sotto la protezione della sacra stola e il vecchio amore pianse come un fanciullo.

* * * * *

Tornarono ch'era già buio. Nell'attraversare il paese la carrozza dovette mettersi al passo per non urtare in una grossa folla di gente, che si adunava presso il casino della Sanità.

—Che c'è—chiese Massimo al cocchiere, sporgendo la testa dalla finestra.

—Hanno pescato una donna….

La carrozza riprese la sua corsa e cinque minuti dopo gli sposi scendevano alla villa illuminata.

Intanto presso il casino della Sanità era un accorrere di guardie di finanza, di carabinieri, di autorità comunali intorno al cadavere di una giovine donna che alcuni pescatori avevano tirato poco prima alla riva. Il medico comunale aveva dichiarato che non c'era più nulla a fare. Seduto davanti a un tavolino, al lume di una povera candela un commissario di pubblica sicurezza scriveva un breve verbale del fatto, raccogliendo le testimonianze dei pescatori, del sindaco, delle guardie.

—Nessuno di voi conosce questa creatura?—

Qualcuno ebbe a dire d'aver visto tre ore prima di sera correre lungo il molo una giovine signora che all'aspetto pareva forestiera.

—Nelle tasche si è trovato un portafoglio con qualche biglietto….—disse il brigadiere.

—Che cosa c'è scritto?—chiese il commissario,

—Liana….

—Liana? è il nome d'una pianta.

—Sì, d'una pianta che s'attacca….—commentò il segretario comunale, che si piccava di possedere qualche nozione di storia naturale.

Rose gialle.

Il giorno di Natale fu preceduto da una larga nevicata. I monti tutti bianchi stringevano coi loro fianchi coperti d'ermellino il lago scuro che aveva l'immobilità del piombo.

Rigida era l'aria sotto il cielo opaco e carico.

Amedeo e Regina erano stati invitati a passar la festa in casa del babbo, alla fattoria, e vi si trovarono a mettere i piedi sotto la tavola oltre a Maria Giulia, la madre di Amedeo, e alla zia Maddalena, qualche vecchio parente abbandonato e don Malachia della Madonna del Soccorso, che in quella sua solitudine a mezza montagna non aveva nessuno con cui rompere un augurio.

Gli sposi, che avevano verso il signor Cresti qualche dovere di riconoscenza, insistettero tanto finchè promise di lasciarsi vedere anche lui a prendere il caffè e ad assaggiare una fetta di torta in compagnia. Che cosa voleva fare lassù in quella fredda solitudine del Pioppino?

Era la prima volta che il Cresti passava le feste di Natale solo soletto. Gli altri anni aveva sempre accettato volentieri l'invito di questo o di quello. L'ultima volta s'era lasciato tirare volentieri al Castelletto da quelle signore…. Ma questa volta cento mila malanni l'avevano persuaso a non uscire dal suo nido di piccione selvatico.

Oltre a un languore inesplicabile e a una grande debolezza di gambe si era sviluppata un'affezione di fegato, che dava al suo volto il colore della tristezza. Non mangiava quasi più, quantunque le due ragazze facessero di tutto per stuzzicargli l'appetito con cosuccie tenere e saporite. Però l'umore dell'uomo non era cattivo.—Anzi è fin troppo buono—dicevano le due donne—ci fa quasi paura.

Il pensiero di dare dispiacere ai giovani sposi l'aveva indotto ad accettare l'invito e a scendere alla villa sul far della notte, quando gl'invitati eran già arrivati all'arrosto. Fu accolto con molti segni di gioia. Don Malachia, che stava bagnando il becco in un eccellente barolo gli andò incontro col bicchiere in mano; ma Regina volle aver l'onore di farlo sedere tra lei e Amedeo, mentre il vecchio Bortolo metteva un altro ceppo di castagno sul camino dell'ampia cucina, che si riscaldò e si ravvivò tutta d'una nuova fiamma scoppiettante.

Regina non era mai stata forse così bella come quella sera, quantunque soffrisse un poco, dolcemente, per l'affanno d'una prima maternità: ma i colori un poco stanchi e attenuati conferivano al suo volto di barcaiola una gentilezza e una mollezza quasi signorile. Gli occhi brillavano d'un'interna felicità, che non sapeva sempre nascondersi e sfuggiva dalle mani dell'istintivo pudore come un uccellino che batte le ali nelle mani d'un fanciullo.

Amedeo s'era messa indosso la blusa turchina delle Regate colle filettature bianche e in vita la fascia a rete con cui Regina aveva avviluppato il suo cuore.

L'amore di questi due figliuoli continuava a essere la cosa più semplice del mondo: e beati loro che non avevano ancora imparata l'arte inutile di complicarlo. Essi avrebbero potuto dimostrare che vero e unico creatore di bene è l'affetto, l'affetto naturale che scorre quieto, ma inesauribile, a portare i freschi ruscelli della vita, mentre la passione o è fiamma che dissecca o è un torrentaccio rovinoso che assorda, strascina, devasta; ma per dimostrar questa verità avrebbero dovuto studiar tutte quelle cose inutili che guastano quell'unica necessaria. Essi eran felici appunto perchè non sapevano di che cosa era fatta la loro felicità.

Alla torta si aggiunsero le castagne fumanti che Maria Giulia scodellò nella tafferia di legno. Al vecchio barolo si mescolò un nebbiolo dolce spumante; al ceppo fu aggiunta una manata di sterpi secchi e resinosi che fecero scoppiettare il camino come una fortezza.

Il nostro Cresti accettò e assaggiò qualche cosa, prese parte al brindisi che si fece in onore del futuro erede, applaudì a certi versi in dialetto rustico che don Malachia recitò sul tema:Che cosa è Amore.

Eran versi scritti da un antico compagno di scuola del prete, morto all'ospedale dopo una vita agitata di congiure, di combattimenti e di studi che gli avevano procurata qualche celebrità sui giornali di un tempo. Amore in quei versi di schietta vena vernacola era definito un angelo, un demonio, una furia, una carezza, un sospiro, una croce, una delizia, un fiato di Dio. La rima semplice e naturale che risonava con un accento di ironica malinconia sulle labbra del vecchio prete fece ridere la brigata: ma strinse un poco il cuore malato del nostro amico. Quella stessa mattina aveva ricevuta una lettera della signora Matilde da Torino in cui gli faceva gli auguri per le feste e gli dava qualche notizia dei parenti. Massimo era ancora a Parigi; Ezio in viaggio per l'America; Flora aveva cominciato le sue lezioni; tutti speravano che si sarebbe lasciato vedere anche lui qualche volta o a Torino o in Riviera.

Ma egli si sentiva malato, molto malato…. Mai il suo spirito era stato così pesante, così vuoto di volontà, così ottuso in tutti i suoi sensi.

L'idea che un nuovo anno stava per cominciare e che avrebbe dovuto stendere la sua povera vita sul tempo come sopra una croce gli faceva parer bella l'idea di chiudere gli occhi per sempre e di sottrarsi per sempre alle sensazioni. Della morte non poteva avere un concetto molto chiaro nemmen lui come nessun filosofo osa dire di averlo: ma credeva che i morti riposano senza desideri e questo era già per lui un soave invito. La bufera aveva schiantata la vecchia pianta, che dopo aver perduto a poco a poco le sue foglie, stava per irrigidirsi del tutto ai venti gelidi dell'inverno.

Questo freddo sentiva spesso scorrere come un'acquolina gelata nella midolla delle ossa, e lo sentì in un modo straordinario quella sera di Natale quando, uscito dalla casa riscaldata di Bortolo, si trovò sulla via esposto ai colpi della brezza notturna coi piedi nella neve. Era nevicato durante il giorno, ma ora il cielo ripulito da un vento asciutto del nord lasciava vedere le stelle, che parevano rimpicciolite e anch'esse tremanti di freddo.

Costeggiò il giardino delle ville silenziose, passò sotto i portici del paese tutto deserto, quantunque dalle finestre e dagli archi delle botteghe uscissero i bagliori o i rumori delle cene. Passò oltre, fuori delle case, rimbacuccato in un vecchio tabarro, toccò la chiesa parrocchiale e cominciò lentamente la salita che mena al Pioppino.

Sonarono in quell'istante le undici al campanile della chiesa.

Prese a salire per la strada e per la scalinata che biancheggiavano in mezzo ai muretti, soffermandosi ogni qual tratto per raccogliere insieme alle fonte i pensieri dispersi. Avrebbe detto che il nebbiolo spumante del vecchio Bortolo gli fosse andato alla testa, tanta era la confusione di idee e l'oscurità mentale da cui si sentiva quasi coperto.

Quel prete l'aveva fatto ridere colla sua frottola d'Amore, di cui ora ritornava a sonargli nell'orecchio il ritornello:

Amor d'Amor l'è pader,Amor l'è el cap di lader…

Chi si fida, guai! esso vi porta sempre via qualche cosa, o la ragione, o il cuore, o la pace, o il sonno, quando non vi porta via tutta la vita.

Aveva un bell'aiutarsi colle ragioni positive del buon senso e con quelle ineluttabili della necessità; ma da quel dì che Flora era stata perduta, la vita s'era smontata come una chitarra dalle corde rotte. Egli aveva creduto in principio che il sacrificio potesse avere in fondo qualche dolcezza e che un amore potesse trasformarsi in un altro come si muta il vino, mutandolo di botte: ma il miracolo della trasformazione tardava troppo a compiersi e c'era a temere che il suo vecchio vin buono s'alterasse in un corrosivo e velenoso aceto.

Si fermò ancora una volta per ascoltare una voce vicina a lui che ripeteva:

Amor l'è el cap di lader…

Chi aveva parlato così forte? non c'era nessuno sulla strada che saliva sempre più incassata nei muri. Forse quel benedetto nebbiolo…

Allo svolto del muro spuntò la cappelletta dell'Immacolata, innanzi alla quale ardeva la lampada che le due vecchie ragazze facevano accendere quando avevano una grazia speciale da domandare alla Madonna. Da qualche tempo l'olio era consacrato a invocare la salute del povero padrone malandato nelle gambe: e Cresti sapeva anche questo.

Al comparire di quel bagliore rossiccio che, battendo sul muro, veniva a cadere e a morire sulla strada bianca di neve, il vecchio cuore accartocciato si dilatò come sotto il soffio d'una tenera commozione.

Quelle vecchie povere ragazze, a cui l'Amore non aveva mai detto nulla, amavano lui come si ama un figliuolo. In quella lampada ardeva lo spirito di una tenerezza femminile, quasi materna: e si sarebbe detto che anche la pallida Madonna, meschinamente dipinta sul muro, si commovesse in un raggio di bellezza al tremare della fiamma.

Cresti era stato in sua vita un tranquillo miscredente, pel quale la vita non aveva valore se non in quanto è fenomeno di consumazione. Tollerante e rispettoso delle illusioni altrui, egli si era tenuto pago a questa discreta persuasione che c'è vita fin che c'è olio nella lucerna; ma dacchè Flora gli aveva stracciato il cuore, al cospetto del suo dolore, andava dubitando che nella fiamma possa entrare qualche cosa di più sottile e di sensibile che non si compera alla bottega e che crepita e vibra nel fuoco stesso che alimenta.

Non soltanto olio ardeva nella lampada che le due ragazze avevan fatto accendere per lui… ma la luce veniva dalla fede di due cuori addolorati come il suo, una fede che penetra il mondo e alimenta—forse—tutto ciò che splende negli occhi degli uomini e sugli altari di Dio.

La scintilla che si sprigiona dalle pietre battute è ancora questo spirito che pare assiderato nel sasso, ma che, evocato, va dalla selce a riscaldare la povera cenere dei freddi pensieri…

Qualcuno andava ripetendo accanto a lui queste sue riflessioni con voce così netta, che a un tratto si fermò per guardarsi intorno e per cercare chi veniva dietro di lui. Per un momento pensò che fosse don Malachia che tornasse anche lui per la medesima strada al Santuario. Ma non c'era nessuno. Non cessò per questo la sua meraviglia, anzi crebbe quando scorse ai piedi della cappelletta, dove diluivasi sulla neve ammucchiata la luce rossigna della lampada, un bel mazzo di rose gialle fiorite, di quelle belle roserêve d'orche egli aveva regalate il Flora il primo giorno della sua convalescenza.

Come potessero fiorire delle rose in quel mucchio di neve era un miracolo inesplicabile. Che la Madonnina le avesse fatte sbocciare al calore della lampada? che le due donne le avessero segretamente coltivate e messo lì per invocare un divino soccorso?

Era un miracolo inesplicabile…

Provò a toccar colla mano il meraviglioso cespuglio e vide ch'eran rose vive e vere spuntate lì nel mucchio della neve come un pensiero di fede che esca da un'anima intirizzita…

La mattina chi passò per primo presso la cappelletta trovò il povero signor Beniamino Cresti morto sulla strada colle mani distese al mucchio di neve. La lampada sul finire mandava gli ultimi guizzi, lottando cogli splendori d'una nitida alba d'inverno.


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