II
Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entrò al Circolo, e comandata una bibita in ghiaccio, si sdraiò con indolenza sopra un divano di cuoio presso il tavolino dove Gigi Saletta, di soprannome Saponetta, ed alcuni altri giocavano al poker.
Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata con un fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbottonò la sottoveste, accese un sigaro e chiuse gli occhi beatamente come per assopirsi. Ma faceva troppo caldo per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe Cianella chiamò il domestico, pregandolo di girare il ventilatore verso di lui.
Quando l’aria fresca l’ebbe investito, si allungò più comodamente sul divano, e con un senso di vera beatitudine si provò a chiudere i suoi maliziosi occhi.
— Rafa Giuliani ha un’avventura, — disse con un leggero sbadiglio.
— Tanto meglio per lui! — rispose uno de’ giocatori.
Sacco Berni aveva tentato un «bluff» temerario, ma Gigi Saponetta, giocatore abilissimo, lo aveva costretto a dichiarare il punto, e gli altri, facendone risa matte, si beffavano del ciurmadore ciurmato.
Il conte Berrini passò nel fondo, in maniche di camicia, sbraitando contro i domestici perchè non trovava un giornale; Lello Fornara, lo svenevole, scriveva in un angolo la sua giornaliera lettera d’amore; per l’uscio aperto, che dava nella sala del bigliardo, si udivan le biglie urtarsi fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini e del suo giovane allievo Leonardo Sergi.
— Rafa Giuliani ha un’avventura! — ripetè fra unosbadiglio e l’altro Beppe Cianella, che non poteva prender sonno.
Giorgino Prémoli vinse un bel colpo, il che lo mise di buon umore.
— Allora dicevi? — domandò al Cianella.
— Ha un’avventura, — questi ripetè per la terza volta, contento finalmente che qualcuno l’ascoltasse.
— Chi? — domandò il Berni.
— Rafa Giuliani! — gridò forte il Cianella.
— Ah, va bene.
— E con chi? — fece Massimo Ravizzòli, distribuendo le carte.
— Non posso dirvelo, — rispose il Cianella, stirandosi quant’era lungo e volgendo la faccia contro la spalliera del divano.
— Allora perchè ci secchi? — l’interruppe Gigi Saponetta, ch’era nervosissimo al giuoco.
Il Cianella si levò sopra un gomito e disse:
— Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno cento lire per sapere con chi.
L’altro scrollò le spalle; Beppe si ricoricò zufolando. Lello Fornara che aveva finita la sua lettera, s’era accostato alla tavola udendo que’ discorsi.
— Io so con chi, — fece.
— Dillo, — propose il Cianella con un tono incredulo.
— Con l’amante del colonnello Speglia, quella che chiamano la Virtuosa.
Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse lei; ma questi, con una mano, fece segno di no. E disse:
— Meglio assai che una colonnellessa!
— Oh, allora... con la Spinardi! — fece il Berni.
— Chi è la Spinardi? — domandò Giannetto Pigna.
— La Spinardi è la padrona dell’«Institut de Beauté». Come? non la conosci? Rafa le faceva la corte. È lei?
— Meglio di questo! — ripetè il Cianella, enigmatico.
— Una signora dunque?
— Ma?...
E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti,che dopo il fallimento del marito, per mandare avanti la famiglia, occupava i suoi pomeriggi nelle case di convegno.
— Meglio!... meglio! — ripeteva il Cianella ad ogni nome. Poi disse finalmente:
— Una signorina!
— Eh?! — fecero alcuni. E la partita s’interruppe.
Si misero a cercare fra tutte quelle ch’eran suscettibili d’un qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, e Lello Fornara, ch’era una persona per bene, se ne scandalizzò.
— Insomma, volete saperlo? — domandò il Cianella.
— Su, dillo!
Si fece un grande silenzio; il Cianella si levò sul divano e prese un’aria trionfale:
— Con la sorella di Arrigo del Ferrante! — proclamò con enfasi. — È un pezzo che le correva dietro e finalmente li ho veduti oggi in automobile insieme.
— Che? la biondina?
— Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti!
Se ne fece una chiassata.
Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnúccoli della città, s’incontraron tre gentiluomini ch’eran noti per la loro eleganza: don Antonino Vernazza, che aveva la specialità delle sottovesti, delle cravatte e delle calze, il marchese Minardi che, al paro di Camillo Torretta, sul principio d’ogni stagione passava la Manica per vedere quel che si portasse veramente in fatto d’abiti sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze giornate dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa od alle volte si permetteva qualche innovazione ardita, sul taglio delle tasche per esempio, sul numero degli occhielli o su la larghezza dei rovesci.
Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di stoffa, da cui pendeva il cartello autentico della ditta inglese, e consultando un fascio di figurini parlavano animatamente col signor Gian Giorgio, proprietario della sartoria e consigliere di mode a’ suoi clienti preferiti.
I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsigli ultimi abiti per la stagione estiva, quegli abiti che li avrebber fatti ammirare nelle stazioni climatiche e nelle villeggiature d’acque termali. Solevano consultarsi deferentemente l’un con l’altro, perchè ognuno teneva in gran conto l’opinione dell’emulo, ed anche per non cader nel rischio di portare in due la medesima foggia.
Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; or stava in dubbio tra un pantalone color «kaki» ed un altro di color grigio perla, a tramatura diagonale. Il marchese Minardi, ch’era stato ufficiale di complemento, aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti premi nei concorsi ippici, quando però non erano montati da lui; egli guardava ora l’ultimo figurino dei «riding breeches» e sceglieva distrattamente la stoffa per un «morning-coat».
Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva scegliere un «tout-de-même» da spiaggia, ma era incerto fra un seta «shantung» di color paglia ad una tela rigata bianco-avana, forse un po’ rigida.
Ognuno discuteva i dubbi dell’altro con somma cortesia ed anzi con quel rispetto che al suo competitore deve un uguale artefice. Inoltre avevano tutti e tre qualcosa da provare; ma i tagliatori erano occupati in quel momento, e, dovendo aspettare, si dilungarono a far quattro chiacchiere.
«La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell’anno, ed il tenente Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta la sua licenza in quei giorni; la signora Platania era già partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il marito; donna Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. Egli non sapeva se partire già vestito in abito da sera, con un soprabito, o portarsi l’occorrente in una valigia e cambiarsi all’albergo.
Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano andavano a Zermatt; benchè il fidanzamento della maggiore Gigliuzzi non fosse ancor ufficiale, il contino Piaggi, nipote del barone Silvestro, vi andava egli pure. Tre o quattro ballerine avevano affittata insieme una villetta sul lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe statoallegro laggiù! E la bella Rossana, che non sapeva a chi dar la scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio in automobile con quel pazzo di Marietta, poi andava ad Aix-les-Bains col suo banchiere, finalmente il Duca le aveva presa una villeggiatura in collina, perchè vi si recasse a far vendemmia...»
Da un gabinetto di prova uscì Rafa Giuliani, in fretta e furia, dicendo al sarto che l’accompagnava:
— Mi raccomando: per dopodomani!
— Sarà servito, signor Conte.
Vide i tre gentiluomini, li salutò con un cenno, e si diresse verso l’uscita.
— Ohè, Rafa, senti un po’... — gli gridò dietro il Vernazza.
— Non posso, ho fretta, — quegli rispose.
— Ma che c’è di nuovo? Non ti si vede più!
— Ho fretta, — ripetè il Giuliani, e scomparve.
— Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? — si mise a dire Max della Chiesa. Da qualche tempo è divenuto intrattabile.
— È vero, — ammisero gli altri due gentiluomini.
Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato col gomito su due pezze di stoffa, si lasciò increspare la bocca da un sorriso discreto e misterioso.
— Perchè ride, signor Giorgio? — disse don Antonino.
— Oh, nulla, nulla... — egli fece, come chi voglia schermirsi dal raccontare una cosa delicata.
— Lei ne sa qualcosa, via! — lo istigarono i tre, incuriositi.
— E loro no? loro non san niente? — malignò l’artefice d’eleganze, arrotolando il metro che gli pendeva dal collo.
— Noi? Ma niente affatto! — risposero i tre. — Via, ci racconti.
— No, no, mi secca... Perchè potrebbe anche non esser vero, ed in ogni modo queste cose è meglio non divulgarle.
— Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! Con noi... via!
— Pare, — disse l’altro a bassa voce, — pare... Ma sanno, io lo ripeto perchè l’ho inteso dire... qualcuno lo raccontava oggi in sala di prova... sarà, non sarà...
— Dunque cosa pare?
— Che il conte Giuliani abbia un’amante nuova... un’amante incredibile...
— E sarebbe chi?
— Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso proprio dire...
— Coraggio!
Il signor Gian Giorgio abbassò estremamente la voce, chinandosi, rimpicciolendosi fra i tre:
— Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del Ferrante...
Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse:
— Impossibile!
— Insomma è quello che si racconta; io credevo che loro lo sapessero già. Li hanno scoperti che pranzavano insieme; tutti ne parlano come d’una cosa certa e v’è persino chi li ha veduti entrare in una certa loro casa...
Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, su le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele Giuliani era divenuto l’amante della sorella di Arrigo del Ferrante.