IX

IX

Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati arringatori.

Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani, gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo.

Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo: gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi, amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere insieme.

Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, conl’abito grigio a lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli, veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina; giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri a quattro, i tiri a sei...

Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere.

Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra occasione per innamorare una ragazza ricca odebellare una bellezza restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi, studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna; cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito, passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse la medesima sarta e le stesse avventure d’amore.

Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una piccola scimmia curva e leggera.

Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo, quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi, fra il giallo della rosa tea e l’incarnatodella rosa di Francia; un colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero.

Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico, intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva.

Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile.

Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più voluminosi ancora.

Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine.

Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato, troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini.

Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue spalle ne parlassero, piano, macontinuamente. Una specie di oscura gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante sospettoso.

Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa nascosta, in una terra lontana, e là, forse, osare... osare quel grande inconsumabile peccato.

— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli?

— Non vedi? Partono laggiù.

Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli additò verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, là dove il giudice di partenza ordinava i competitori.

— Come si chiama il nostro cavallo?

— Dómino.

— Lo abbiamo vincente o piazzato?

— Uno e l’altro.

— Che colori porta?

— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo steccato.

— Dammi il canocchiale.

Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio.

— Non vuol star fermo, — disse.

— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no...

— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino è davanti!

— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare.

Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce; alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato.

— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante.

— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui è ottima.

Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po’ di bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani, all’ultima curva, già distanziati l’un dall’altro, e bassi, appiattiti sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura.

— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta.

— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece Arrigo, attento al canocchiale.

Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome indistinto:

— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!....

— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio del fratello.

Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui parteggiava.

— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido.

— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto.

A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde, era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva.

— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. E nell’aria oscillò quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni, come avvien nel mare dopo l’ondata.

— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora?

— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere.

— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo un po’ rabbuiato.

— Bah! sono sciocchezze! Andiamo.

Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a viso con Rafa. Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi.

— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente.

— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, levandosi il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch’era più padrona di sè, gli mandò un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostrò di non volerli abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso fratello, e ne spiava l’occasione.

— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò.

Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed impediva il passaggio.

— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo farne a meno.

— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico.

— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo francese.

— Quale? Fontenay?

— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto i galoppi.

Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di rose che s’arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche arabesco nella ghiaia con la punta dell’ombrellino ed ascoltava i discorsi dei due con un’aria indifferente.

— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella fece d’un tratto, levando il viso, con l’aria più naturale del mondo.

— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, con voce titubante, arrossendo un poco.

Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente.

— Volentieri, — disse. E fece la presentazione:

— Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura.

Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore tranquillità; egli s’inchinò profondamente, per nascondere la commozione che lo turbava.

In quel momento il viso di Arrigo si oscurò, divenne perfido e minaccioso.

— Andiamo a vedere le quote, — disse con asprezza.

— Dunque lei crede in Missolungi, signorina? — domandò Rafa, che intanto le si era messo a lato.

— Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso dire che questo cavallo possa vincere.

— Missolungi ha senza dubbio molte probabilità in suo favore; sopra tutto il peso — affermò il Giuliani.

— Missolungi è un ronzino! — disse Arrigo aspramente. — Sarà finito a mezzo il percorso.

— Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, — osservò Rafa.

— Già... un caso! Missolungi, qui, non può far nulla. Questa corsa è fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy Boy. Li vedo arrivare in quest’ordine.

— Voialtri intenditori di corse — disse Rafa — vedete spesso il rovescio di quello che poi accade.

— Bah!... e tu cosa vedi, se è lecito?

— Io per solito gioco un «outsider». Scelgo il nome che mi piace di più, e, se guadagno, mi pagan molto.

— Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa scegli allora?

— Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon.

— Per bacco! non c’è da esitare: scegli Thermosiphon.

— Sono anch’io di questo parere, — disse Loretta ridendo.

— Infatti lo dànno a venti: è una buona quota.

Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca due biglietti da cento e li tese al «bookmaker».

— Thermosiphon vincente, — disse forte, per far ridere alcuni amici ch’erano intorno.

— Quattromila per duecento Termosiphon vincente! — rispose lo scommettitore, firmando la tessera.

E urlava:

— Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro Bloomy Boy!....

— Il francese parte favorito, — osservò Arrigo. — Tre giorni fa lo davano a cinque.

— Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato a mezzo... — annunziava lo scommettitore.

Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da cinquecento in mano, e domandò piano allo scommettitore:

— Bloomy pari piazzato?

— Non posso.

— Via!... cinquecento lire....

— Vanno!

Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva profittato per dirle:

— Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo più... Cosa mai succede?

— Silenzio, silenzio, per carità!

— Ditemi almeno cos’è accaduto? Non so più nulla, non mi scrivete....

— Per l’amore di Dio, Rafa...

— Promettimi almeno che scriverai.

— Scriverò, scriverò, ma tacete ora. — E aggiunse forte: — Sarebbe una bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon!

— Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, — egli osservò amorosamente, piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce le disse: — Come sei bella!

— Oh, insomma... cos’è questo?! — ella esclamò, battendo l’ombrellino a terra con súbita irritazione.

Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poichè il fratello tornava.

— Cos’hai giocato ancora? — domandò Loretta.

— Bloomy Boy piazzato.

— E Gabriel?

— Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti pare?

— Me lo avevi detto prima tu stesso... — ella osservò, intimidita di quel tono aspro.

— Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi arriva, tanto peggio per me!

— Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? — propose Rafa.

— Vuoi bere, Loretta? — domandò Arrigo.

— Sì, volentieri: ho sete.

— E allora beviamo.

Loretta notò che il fratello era di cattivo umore; camminando appoggiò la mano sovra il suo braccio, lo strinse furtivamente.

— Che hai? — gli domandò sottovoce.

Egli scrollò il capo senza rispondere.

Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla irrequieta e mutevole.

Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un color di piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana,oscurando il sole. Simili a grosse nari cariche, avanzavano su per il cielo da più lati e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva, li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi dell’ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava tutta insieme a quella paura sorridente che dà, sotto il cielo scoperto, l’imminenza d’un temporale.

Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle signore, minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa argentine delle investite squillare sopra il fragore della moltitudine.

— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala della bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno.

— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco.

— Come siete venuti alle corse?

— Col mio tilburi.

— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può chiudere. Se volete profittarne....

— Grazie, grazie; forse non pioverà.

Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d’oro; il vento infuriava negli alberi antichi.

In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, ch’era mesciuto con una scodella da un gran vassoio, nel quale raggelava, misto a neve e spicchi di frutte.

— Bisogna far presto per vedere la corsa, — disse Loretta.

— Lei s’interessa molto de’ cavalli, signorina?

— Me ne interesso molto; però vengo alle corse assai di rado.

— Male! Spero che d’ora innanzi divenga un’assidua.

Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, sorbendo con lentezza la bevanda raggellata. E l’uno e l’altro, mentr’erano così vicini, Loretta li osservava.

Suo fratello era un poco più alto di Rafa; aveva una persona meglio costrutta, e più agile, pur essendo più forte. Il viso di Rafa, sbarbato, liscio, simile a tanti altri che iparrucchieri e la moda riducono a parer quasi gli stessi, contrastava e impallidiva davanti alla vivace bellezza di Arrigo. Ella osservava il viso del fratello, intento a leggere: i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato, accentuavano la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere freddo come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura compatta, morbida, per cui solcava un’onda lucentissima, il colorito sano, quell’espressione ch’egli aveva insieme di virilità e di baldanza, erano in singolare contrasto con la bocca un po’ sciupata dell’altro, con i suoi occhi d’un colore smorto, con i suoi capelli troppo ubbidienti al pettine.

Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) in tutta la persona di Rafa, ne’ suoi lineamenti meno precisi, nelle sue membra meno belle, v’era una delicatezza che all’altro mancava, un segno di antica signorilità, che il figlio dell’occhialaio aveva malamente potuto imitare. Ella tuttavia, ch’era della medesima sua razza, si sentiva attratta verso quella robusta e bella statua, perchè il suo corpo femineo sentiva in lui vibrare più veemente la forza imperiosa del maschio.

— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse Arrigo.

— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò Rafa cortesemente.

— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite.

— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato.

Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento trovaron posto in una delle prime gradinate.

Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentrei cavalli pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle mosche importune.

Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo percorse la folla, si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan contro.

Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole, accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi verso il mezzo della dirittura. Un’altra campana squillò, ed i cavalli entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata.

Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi, quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle code al vento, il collo inarcato, l’occhio irrequieto, già bianchi di schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella passeggiata.

In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocità, curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia disperata di rivalità, per un più lungo respiro, stupendamente vinceva.

Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine.

— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco della sua compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo è Moloch, veloce ma senza fondo; il terzo è Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo, il più bello di tutti. La sesta è Samaritana, una bestia generosissima; può fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy; lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi Arianna: è l’ultima.

Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità anteriori, leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando s’arrabbiava con l’imboccatura e con la mano di chi la conduceva. Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere a tracolla, incrociate.

— È piccina, — disse Loretta.

— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla piccola; poi non vedi com’è fatta?

— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa.

— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse.

— Quel nero? — domandò Loretta?

— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo.

— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta.

— Per le vetture di piazza... non c’è male!

— Oh, non me lo disprezzare!... — sospirò Rafa. — Ho tutta la mia fiducia in lui.

Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno si mettevano di galoppo per recarsi al palo di partenza. La folla del prato man mano acclamava i suoi favoriti. Quando Gabriel prese il galoppo, fu un clamore d’invidiosa ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente il più forte.

— Che bel cavallo quel Gabriel! — esclamò Arrigo.

— Perchè non hai giocato Gabriel allora? — ripetè Loretta.

— Credo in Arianna, — questi asserì, con un tono fermo e caparbio.

Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando applausi d’ammirazione.

Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan di svincolarsi dall’allenatore lanciando falcate. Partiron insieme, di scatto, fra uno scroscio d’applausi.

— Guarda Arianna! che azione maravigliosa! — esclamò Arrigo.

— Io vedo — cantilenò Rafa — che anche Missolungi va molto bene.

— La corsa è di Missolungi, — sentenziò uno di quegli interlocutori anonimi che si trovano sempre in mezzo alla folla.

— Lo crede lei? — fece Arrigo, ironico.

— Ma certo!

— Lo ha giocato?

— Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore.

— Auguri allora!

E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i nastri di partenza.

— Com’è nervosa quella bestia! Ho paura che parta male.

— Chi?

— Arianna.

Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso i cavalli partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. Ma ella, dopo avergli fatto qualche segno perchè smettesse, deliberatamente gli volse le spalle, e, poggiatasi contro il fratello, si sporse in fuori onde scorgere i cavalli.

— Ecco: partono! — esclamò Arrigo. — Poi súbito: — No, hanno strappato i nastri. Partenza falsa. Peccato! Arianna partiva bene.

— E Missolungi? — domandò l’interlocutore, che, piccolo, senza scanno, schiacciato tra la folla, non poteva puntare il suo binoccolo.

— Missolungi anche, — rispose Arrigo.

La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s’intese da più parti un grido: Sono partiti! E il campanello squillò.

— Una partenza magnifica! — disse Arrigo. Loretta gli si era poggiata sul braccio e guardava sopra la sua spalla.

Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi frumenti si aperse un varco nel sereno e di nuovo inondò tutto il campo. Veniva, davanti al manipolo volante, per la terra sonora, un rombo sordo.

Erano tutti in gruppo, a un’andatura velocissima, con Missolungi in testa e Samaritana poi, i due francesi su l’ala, Arianna allo steccato, Bloomy Boy in coda. Passaronoin quest’ordine alle tribune, senza che nessuno cedesse d’un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagnò tre posti; all’altra curva il gruppo s’allentò un poco. Nel prato la gente correva inseguendo i cavalli; nelle tribune era un gesticolar confuso, un vociare altissimo. Missolungi era sempre in testa e galloppava con lena. Questo nome già empiva l’aria.

— Dov’è Arianna? — domandò Loretta.

— È quinta; ma va bene.

— Come la vedi?

— La vedo; sta zitta.

Fontenay venne avanti; Gabriel gli serrò addosso; Bloomy Boy, che dalla coda era passato nel gruppo di testa, non stava più che poche lunghezze dietro Gabriel. Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza perdere nè guadagnar terreno. Spuntavano già alla curva di destra, nel fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per prima, con quelle de’ due francesi a ridosso, tanto vicine che parean confuse in una, mentre Samaritana stava già per cedere. Bloomy Boy aveva sorpassato Arianna, ma i tre primi, nella curva, li avevan un poco distanziati tutt’e due.

— Missolungi è finito, — disse Arrigo, un po’ ansante perchè vedeva i due francesi prevalere.

Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la testa.

— Gabriel! — tuonò la folla, che li vide così sbucare dall’ultima curva, in dirittura. — Gabriel! Gabriel!

— Come va Missolungi? — domandò il piccolo uomo, incapace di estollersi, sopraffatto all’intorno da una specie di muraglia umana.

Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in testa nettamente, Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e Versilia di paro. Si vide Versilia, sotto una tempesta di scudisciate, buttarsi avanti, pareggiare Bloomy Boy, minacciare il vincente. Fu un urlo discorde, assordante, di due partiti che si combattevano:

— Gabriel! Versilia! Versilia!....

C’era nell’aria elettrica la sospensione di tutti i cuori.

Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versiliapareva ormai incapace di contendere la vittoria al più robusto francese, benchè assillata dagli urli de’ suoi partigiani, quando si vide Arianna, su cui nessuno più contava, con una volata magnifica saettar fuori dal gruppo, e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino, assalire i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. La folla, che improvvisamente cambia idoli, negli ippodromi come nelle piazze, non dette che un urlo frenetico: — Arianna! Arianna!....

— Vince! Vince! — gridò Loretta, piena di trepidazione, al fratello che sentiva leggermente tremare.

Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la generosa bestia sfinita.

Gabriel non aveva contato sopra quest’avversaria inattesa, credeva per sè la vittoria e quell’uscita era stata così fulminea che s’era lasciato avvicinare alla sprovvista. I due fantini battevano, battevano a forza di braccia, di pugni, di sprone, per quel centimetro che li avrebbe fatti vincere.

Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava ora con il muso al ventre di Gabriel, alla sua spalla, al suo collo... era quasi con lui.

La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. Non erano più due cavalli, ma due razze, due paesi, due patrie in gara. Tutto il cielo era ingombro di questo nome d’Arianna, che in quel momento suonava come il nome d’Italia.

Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d’animali da corsa, nobile come un cuore d’uomo, li reggeva in piedi, li faceva lottare disperatamente per quell’ultimo palmo di terreno.

Allora fu la potenza della folla che la portò, fu la spinta di quelle centomila anime protese verso di lei, fu la volontà tremenda, immensa, fisica, della moltitudine, che le fece fare nell’ultimo metro il salto più lungo, che le fece avere nell’estrema tensione il più lungo respiro, e forse perchè v’era nel suo nome un grido di patria, col suo piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, Arianna passò.

Una specie di delirio sollevò la folla; si vide gente correre,ballare, invadere la pista, scender giù dalle tribune a precipizio, battendo le mani, gridando.

Cavalla e fantino ritornarono tra un’ovazione di popolo.

E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un’età definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso grondante, e rispondeva con un semplice: «All right!» al suo rosso allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo la bella saura balzana.

Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato un secchio d’acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue e tutta le sue vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma, quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co’ suoi grandi occhi di gazzella cerchiati di nero.

Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi.

Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di lire, e domandava ad Arrigo senza tregua:

— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a veder scendere i fantini per passare il controllo della bilancia.

Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava Rafa:

— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon?

— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l’altra le farò veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti!

— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che l’avrà giuocato per l’ultima volta! Già, com’è possibile dare un nome simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo chiamerei....

— Come lo chiamerebbe, sentiamo?

— Non so, non ci ho mai pensato ancora, perchè tanto non ne ho.

— Bene, ci pensi.

— Ecco, ho trovato! — ella esclamò con malizia. — Lo chiamerei Rafa!....

Appena detto il nome, tutt’e due, tutt’e tre, ne rimasero come atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulminò la sorella con uno sguardo veloce.

Ella non seppe come nascondere la sua confusione. Poichè, infatti non avrebbe dovuto nè potuto sapere che il conte Raffaele Giuliani da’ suoi amici era chiamato Rafa.

Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa.

— Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? — domandò con naturalezza. — Forse che per caso t’ho chiamato io così? — soggiunse, rivolto al Giuliani.

— Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, e questo mi ha fatto un po’ ridere... scusi sa, signor Giuliani! — ella rispose, cavandosi d’impaccio con una squisita impertinenza.

— Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi chiami pur Rafa, se vuole... Questo la divertirà!

Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di corda intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a mano dal suo palafreniere.


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